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TAIZÉ – 2009 FEBBRAIO – 1 CORINZI 9, 16-27: L’ESEMPIO DI PAOLO: TUTTO A TUTTI

http://www.taize.fr/it_article172.html?date=2009-02-01

Testo biblico con commento

Queste meditazioni bibliche mensili sono proposte per sostenere una ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera, anche nella vita quotidiana. Si tratta di prendere un’ora per leggere in silenzio il testo biblico suggerito, accompagnato dal breve commento e dalle domande. Ci si riunisce poi in piccoli gruppi, da 3 a 10 persone, a casa di uno dei partecipanti o in chiesa, per un breve scambio su ciò che ognuno ha scoperto, con eventualmente un momento di preghiera.

TAIZÉ – 2009 FEBBRAIO – 1 CORINZI 9, 16-27: L’ESEMPIO DI PAOLO: TUTTO A TUTTI

San Paolo scrive: Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo.   Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.   Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato. (1 Corinzi 9,16-27) Le parole di San Paolo sono come fuoco. Tutto il suo essere è pieno e mosso dallo zelo di annunciare il Vangelo. Per lui è una necessità, un felice obbligo. Senza provare vergogna, dice: «Guai a me se non predicassi il Vangelo» (v.16). Parla così perché il Vangelo è la forza di Dio per la salvezza di chi crede (Romani 1,16). Dapprima, lui stesso è stato preso da questa forza, corpo e anima. Incontrando il Cristo risorto, la sua vita si è trasformata ed è iniziata una nuova vita in comunione con lui. Ora, vuole trasmettere l’amore di Dio manifestato nella persona di Gesù a coloro che non lo conoscono ancora.

Con forza ed eloquenza l’apostolo svela il segreto del suo ministero d’evangelizzazione. Senza contraddizione né polemica, egli s’identifica con ciascuno e con tutti, anche appartenenti a categorie opposte. Vuole andare oltre le separazioni culturali e religiose per avere l’accesso a tutti, per «guadagnare» ascoltatori. L’apostolo è veramente libero e non si lascia paralizzare dalle opinioni correnti. Infatti si tratta d’annunciare la Parola di Vita a tutti senza eccezione, poiché Cristo è morto e risorto per tutti.

Le immagini dell’atleta e della corona fanno vedere quanta disciplina, sacrificio e padronanza di sé sono richiesti a coloro che s’impegnano nel lavoro dell’evangelizzazione. Come gli atleti, i discepoli hanno bisogno di allenarsi.

Paolo è un realista. Sa che il suo messaggio non sarà accolto da tutti. Ma questo non lo scoraggia né gli impedisce di osar superare le barriere apparentemente insormontabili. Se ha tanto operato e in un certo senso anche riuscito nel suo ministero, evita ogni orgoglio. È consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze. Ma nonostante tutto, Dio è all’opera. Paolo dirà più tardi che il tesoro del Vangelo noi lo portiamo in vasi di creta (2 Corinzi 4,7). Sa molto bene che la forza viene da Dio, non da noi.

Paolo mostra il suo zelo per l’annuncio del Vangelo, non per vantarsi, ma per esortare con il suo esempio i cristiani dispersi tra i popoli a maggioranza non credenti. Egli segue l’esempio di Gesù, suo maestro. Durante la sua vita sulla terra Gesù stesso non ha escluso nessuno e ha mostrato il volto di Dio, Padre di tutti gli uomini.

Oggi, come ai tempi di San Paolo, vivere del Vangelo e annunciarlo vanno di pari passo. In questo mondo sempre segnato dalle divisioni e opposizioni, si tratta di annunciare Cristo che ha distrutto la barriera di separazione che è l’odio, l’ostilità (vedi Efesini 2,14). Senza mettersi in un campo contro l’altro, si avrà l’audacia di annunciare il Cristo di comunione? Ciò incomincia in noi stessi. L’atteggiamento di San Paolo c’ispira e c’interpella.

LETTERA INCOMPIUTA” DI FR. ROGER SCHUTZ. CHI VIVE DI DIO SCEGLIE DI AMARE

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=2216

LETTERA INCOMPIUTA” DI FR. ROGER SCHUTZ. CHI VIVE DI DIO SCEGLIE DI AMARE

Alcune settimane prima di essere ucciso, fr. Roger Schutz, priore della comunità ecumenica di Taizé, aveva cominciato a preparare la lettera per il 2006. Anche se incompiuta, è un testo pieno di ispirazione, “dettato dallo Spirito”, da meditare, soprattutto in questo tempo di Quaresima, e su cui fare una revisione di vita.

Il pomeriggio prima della sua morte, il 16 agosto, frère Roger chiamò uno dei fratelli e gli disse: «Prendi nota di queste mie parole!». Ci fu un lungo silenzio mentre cercava di formulare il suo pensiero. Poi cominciò: «Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…». E si fermò, la fatica gli impediva di terminare la sua frase. In queste parole ritroviamo la passione che lo abitava, anche nella vecchiaia. Cosa intendeva per “allargare”? Probabilmente voleva dire: fare tutto il possibile per rendere più percepibile a ognuno l’amore che Dio ha per ogni essere umano e per ogni popolo, senza eccezione. Augurava alla nostra piccola comunità di mettere sempre in luce questo mistero, attraverso la propria vita, nell’umile impegno con gli altri. Allora, noi fratelli vorremmo raccogliere questa sfida, insieme a tutti coloro che su tutta la terra cercano la pace. Nelle settimane precedenti la sua morte, frère Roger aveva iniziato a riflettere sulla lettera da pubblicare durante l’incontro di Milano. Aveva indicato dei temi e alcuni dei suoi testi con l’intento di poterli riprendere e rielaborare. Noi li abbiamo riuniti, come erano allora, per costruire questa “Lettera incompiuta”, tradotta in 57 lingue. Essa è come un’ultima parola di frère Roger, che ci aiuterà ad avanzare sulla strada dove Dio “allarga la via ai nostri passi” (Sal 18, 37). Meditando questa lettera incompiuta negli incontri che ci saranno durante il 2006 a Taizé, settimana dopo settimana, ma anche altrove, nei diversi continenti, ciascuno potrà cercare come completarla attraverso la propria vita. frère Alois   Lettera di fr. Roger «Vi lascio la pace, vi do la mia pace»:1 qual è questa pace che Dio dona? Prima di tutto è una pace interiore, una pace del cuore. È quella che permette di volgere uno sguardo di speranza sul mondo, anche se spesso è lacerato da violenze e conflitti. Questa pace di Dio è anche un sostegno affinché riusciamo a contribuire, con grande umiltà, a costruire la pace laddove è minacciata. Una pace mondiale è così urgente per alleviare le sofferenze, soprattutto perché i bambini di oggi e di domani non conoscano l’angoscia e l’insicurezza. Nel suo Vangelo, in una folgorante intuizione, san Giovanni definisce chi è Dio in tre parole: «Dio è amore».2 Se solo cogliessimo queste tre parole, andremmo lontano, molto lontano. Che cosa ci attrae in queste parole? In esse troviamo questa luminosa certezza: Dio non ha mandato Cristo sulla terra per condannare, ma perché ogni essere umano sappia di essere amato e possa trovare un cammino di comunione con Dio. Perché allora alcuni sono colti dallo stupore di un amore e si sentono amati o anche ricolmi? Perché altri hanno invece l’impressione di essere poco considerati? Se ognuno potesse comprendere: Dio ci accompagna fino alle nostre insondabili solitudini. A ciascuno dice: «Sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo».3 Sì, Dio non può che donare il suo amore, in questo è tutto il Vangelo. Quello che Dio ci chiede e ci offre è semplicemente di ricevere la sua misericordia infinita. Che Dio ci ami è una realtà talvolta poco accessibile. Ma quando scopriamo che il suo amore è soprattutto perdono, il nostro cuore si rasserena e anche si trasforma. Ed eccoci capaci di abbandonare in Dio ciò che prende d’assalto il nostro cuore: qui è la sorgente dove ritrovare la freschezza dello slancio. Riusciamo a comprenderlo bene? Dio si fida così tanto di noi che per ciascuno ha un invito. Qual è questo invito? Ci chiama ad amare come lui stesso ci ama. E non c’è un amore più profondo che arrivare fino al dono di sé, per Dio e per gli altri. Chi vive di Dio sceglie di amare. E un cuore deciso ad amare può irradiare una bontà senza limite.4 Per chi cerca di amare nella fiducia, la vita si riempie di una bellezza serena. Chi sceglie di amare e di dirlo attraverso la propria vita, è condotto a interrogarsi su una delle più importanti domande che ci sono: come alleggerire le pene e i tormenti di coloro che sono vicini o lontani? Ma cosa vuol dire amare? Sarà forse condividere le sofferenze dei più maltrattati? Sì, proprio questo. Sarà forse avere un’infinita bontà di cuore e dimenticare se stessi per gli altri, in modo disinteressato? Sì, certamente. E ancora: cosa vuol dire amare? Amare è perdonare, vivere da riconciliati.5 E riconciliarsi è sempre una primavera dell’anima. Nel piccolo villaggio di montagna dove sono nato, vicino alla nostra casa, viveva una famiglia numerosa, molto povera. La madre era morta. Uno dei bambini, un po’ più piccolo di me, veniva spesso da noi e amava mia madre come se fosse la sua. Un giorno fu informato che avrebbero lasciato il villaggio e, per lui, partire non era concepibile. Come consolare un bimbo di cinque o sei anni? Era come se non avesse il distacco necessario per capire una tale separazione. Poco prima della sua morte, Cristo assicura i discepoli che riceveranno una consolazione: egli manderà lo Spirito Santo che sarà per loro un sostegno e un consolatore, e resterà con loro per sempre.6 Nel cuore di ciascuno, ancora oggi egli mormora: « Non ti lascerò mai solo, ti invierò lo Spirito Santo. Anche se sei nella disperazione più profonda, io resto vicino a te». Accogliere la consolazione dello Spirito Santo è cercare, nel silenzio e nella pace, di abbandonarci in lui. Allora, anche se accadono dei fatti gravi, diventa possibile superarli. Siamo così fragili da aver bisogno di consolazione? A ognuno capita di essere scosso da una prova personale o dalla sofferenza degli altri. Ciò può arrivare fino a far tremare la fede e spegnere la speranza. Ritrovare la fiducia della fede e la pace del cuore significa talvolta essere pazienti con se stessi. C’è una pena che segna in modo particolare: la morte di una persona cara che forse ci era d’aiuto nel nostro cammino terreno. Ma ecco che una tale prova può essere trasfigurata, allora diventa apertura a una comunione. A chi si trova all’estremo della sofferenza, può essere restituita una gioia del Vangelo. Dio viene a rischiarare il mistero del dolore umano al punto che ci accoglie in un’intimità con lui. Eccoci allora collocati su un cammino di speranza. Dio non ci lascia soli. Ci permette di avanzare verso una comunione, questa comunione d’amore che è la Chiesa, allo stesso tempo così misteriosa e così indispensabile… Il Cristo di comunione7 ci fa questo immenso dono della consolazione. Nella misura in cui la Chiesa diventa capace di portare la guarigione del cuore comunicando il perdono, essa rende più accessibile una pienezza di comunione con Cristo. Quando la Chiesa è attenta ad amare e a comprendere il mistero di ogni essere umano, quando incessantemente ascolta, consola e guarisce, diventa ciò che è di più luminoso in se stessa: il limpido riflesso di una comunione. Cercare riconciliazione e pace implica una lotta all’interno di sé. Non è un cammino facile. Nulla di duraturo si costruisce facilmente. Lo spirito di comunione non è qualcosa d’ingenuo, è allargare il proprio cuore, è profonda benevolenza, esso non ascolta i sospetti. Per essere portatori di comunione, avanzeremo, ciascuno nella propria vita, sulla strada della fiducia e di una bontà del cuore sempre rinnovata? Su questo cammino ci saranno talvolta degli insuccessi. Allora ricordiamoci che la sorgente della pace e della comunione è in Dio. Lungi dallo scoraggiarci, invocheremo il suo Spirito Santo sulle nostre fragilità. E, in tutta la nostra vita, lo Spirito Santo ci permetterà di riprendere il cammino e di andare, da un inizio a un nuovo inizio, verso un avvenire di pace.8 Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…   ____________________________________ 1 Gv 14,27. 2 1Gv 4,8. 3 Is 43,4. 4 Durante l’apertura del concilio dei giovani nel 1974, frère Roger diceva: «Senza amore a che serve esistere? Perché vivere ancora? Con quali obiettivi? Questo è il senso della nostra vita: essere amati per sempre, fino all’eternità, affinché, a nostra volta, anche noi arriviamo a morire d’amore. Sì, felice chi muore d’amore». Morire d’amore, questo voleva dire per lui amare fino alla fine. 5 «Vivere da riconciliati»: nel suo libro, Avverti una felicità?, pubblicato quindici giorni prima della sua morte, frère Roger ha spiegato ancora una volta ciò che queste parole significano per lui: « Posso qui ripetere che mia nonna materna ha scoperto intuitivamente una chiave della vocazione ecumenica e che mi ha aperto una possibilità per concretizzarla? Dopo la prima guerra mondiale, in lei abitava il desiderio che nessuno dovesse vivere ciò che ella aveva vissuto: dei cristiani si erano combattuti armati in Europa, che almeno loro si riconciliassero, pensava lei, per tentare di impedire una nuova guerra. Lei proveniva da un antico ceppo evangelico ma, compiendo in se stessa una riconciliazione, iniziò ad andare alla chiesa cattolica, senza tuttavia manifestare alcuna rottura con i suoi. Colpito dalla testimonianza della sua vita e ancora in giovane età, ho trovato al suo seguito la mia vera identità di cristiano, riconciliando in me stesso la fede delle mie origini con il mistero della fede cattolica, senza rompere la comunione con nessuno». 6 Gv 14,18 e 16,7. 7 Il «Cristo di comunione»: frère Roger ha già utilizzato questa espressione quando ha accolto il papa Giovanni Paolo II a Taizé il 5 ottobre 1986: «Con i miei fratelli, la nostra attesa di ogni giorno è che ogni giovane scopra Cristo; non il Cristo preso isolatamente ma il “Cristo di comunione”, presente in pienezza in questo mistero di comunione che è il suo corpo, la Chiesa. In ciò, molti giovani possono trovare dove impegnare la loro intera vita, fino alla fine. In ciò hanno tutto per diventare creatori di fiducia, di riconciliazione, non solo fra di loro, ma con tutte le generazioni, dai più anziani fino ai bambini. Nella nostra comunità di Taizé, seguire il “Cristo di comunione” è come un fuoco che ci consuma. Andremo fino all’estremità del mondo per cercare delle strade, per chiedere, chiamare, supplicare se sarà necessario, ma mai al di fuori, sempre tenendoci all’interno di questa unica comunione che è la Chiesa». 8 Questi quattro ultimi paragrafi riportano le parole che frère Roger ha detto alla fine dell’incontro europeo a Lisbona, nel dicembre 2004. Sono le ultime parole che ha pronunciato in pubblico. (Teologo Borèl) Marzo 2006 – autore: frère Roger Schutz

LA FEDE: UN’UMILISSIMA FIDUCIA IN DIO – Frère Roger di Taizé

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01091997_p-24_it.html

LA FEDE: UN’UMILISSIMA FIDUCIA IN DIO

Frère Roger di Taizé

Se fosse possibile sondare un cuore umano, che cosa vi scopriremmo? La sorpresa sarebbe di scoprirvi la silenziosa attesa di una presenza. Ed ecco che nel Vangelo percepiamo una risposta a questa attesa. San Giovanni lo esprime con queste sorprendenti parole: «In mezzo a voi sta Uno che voi non conoscete».
Chi è Colui che sta in mezzo a noi? È il Cristo, il Risorto. Forse noi lo conosciamo poco, ma lui è vicino ad ogni essere umano. Chi è quel Gesù di cui parla il Vangelo, quel Cristo amore di ogni amore? Sin prima dell’inizio dell’universo, da ogni eternità, Cristo era in Dio. Dalla nascita dell’umanità, è la Parola vivente. Poi, come un umile, è venuto tra gli esseri umani. Dal Vangelo di San Giovanni, capiamo che non è venuto sulla terra per condannare il mondo, ma affinché, per mezzo di lui, ogni creatura umana sia salvata, riconciliata e trovi un cammino illuminato da lui.
Se Gesù non avesse vissuto in mezzo a noi, Dio sembrerebbe lontano, irraggiungibile. Ma, per mezzo della sua vita, Gesù ha lasciato trasparire chi è Dio. E oggi, risorto, Cristo vive in noi mediante lo Spirito Santo. Ancor di più è unito ad ogni essere umano senza eccezioni. Se non fosse risorto, non sarebbe presente accanto a noi. rimarrebbe come uno dei personaggi che hanno segnato la storia dell’umanità. Ma non sarebbe possibile dialogare con lui nella preghiera. Non oseremmo invocarlo: Gesù Cristo, in ogni momento mi appoggio su di te; anche quando non arrivo a pregare ti dico: tu, tu sei la mia preghiera.
Prima di lasciarli, Cristo ha detto ai suoi discepoli che avrebbe mandato loro lo Spirito Santo, come un sostegno e una consolazione. Allora possiamo fare questa scoperta: allo stesso modo che Cristo è stato presente sulla terra accanto ai suoi discepoli, oggi continua ad esserlo per noi mediante lo Spirito Santo. Più comprensibile per gli uni, più velata per gli altri, la sua misteriosa presenza è sempre viva. E’ come se potessimo sentirlo dire: «Non sai che io sono accanto a te e che, mediante lo Spirito Santo, io vivo in te? Io non ti abbandonerò mai».
«Dio può solo dare il suo amore», scriveva nel VII secolo un teologo, Sant’Isacco di Ninive. E il suo amore ci rende la fede accessibile. Ma che cos’è la fede? La fede è un’umile realtà, un’umilissima fiducia in Dio. Se la fede diventasse pretesa spirituale, non porterebbe da nessuna parte. Allora capiamo l’intuizione di Sant’Agostino: «Se hai il semplice desiderio di conoscere Dio, hai già la fede».
Nessuno arriva a conoscere Cristo da solo. Ognuno può dirsi: in quell’unica comunione che è il Corpo di Cristo, la sua Chiesa, ciò che io non capisco della fede, altri lo comprendono e ne vivono. Quindi, non mi appoggio solamente sulla mia fede, ma su quella dei cristiani di ogni tempo, coloro che ci hanno preceduto, dagli Apostoli e la Vergine Maria fino a quelli di oggi; e, giorno per giorno, mi dispongo interiormente ad avere fiducia nel Mistero della Fede.
Non vorremmo mai dimenticarlo: Cristo è anzitutto comunione. Non è venuto sulla terra per creare una nuova religione, ma per suscitare una comunione d’amore nel suo Corpo, la Chiesa. A Taizè, vogliamo ricordare che la Chiesa è un mistero di comunione, anzi è la comunione per eccellenza.
In questa comunione, mediante lo Spirito Santo, persino i timori e le notti delle nostre vite possono scoprire un’aurora delle riconciliazioni e il destarsi di una gioia semplicissima. E nei nostri cuori, a volte fragili, si accende una fiamma d’amore e possiamo avanzare dal dubbio verso il chiarore di una comunione.

UNA RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI – FRÈRE JOHN DI TAIZÉ

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/br_john_comandamenti1.htm

FRÈRE JOHN DI TAIZÉ
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
UNA RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI

(ovviamente sono 10 pagine/studi, metto il primo, nellink trovate anche gli altri, un cenno anche a Paolo)

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Perché un libro sui dieci comandamenti?
Ogni anno, preparando le introduzioni bibliche per i giovani che partecipano agli incontri internazionali sulla collina di Taizé, cerco un tema per la settimana che possa aiutare i partecipanti a cogliere l’unità all’interno delle diverse parti della Scrittura. Talvolta si tratta di un concetto, per esempio «la santità» oppure «la novità», in altri momenti leggiamo insieme un testo biblico e tentiamo di approfondirlo. Parecchie volte l’esperienza di meditare un passaggio anche già molto conosciuto, come il Padre Nostro o le Beatitudini, si rivela particolarmente utile. Ci sono dei testi di base per la comprensione del messaggio cristiano e il semplice fatto di rileggerli, di entrare direttamente in contatto con questi brani, come se avessero qualcosa di nuovo da dirci, permette un approfondimento della nostra fede. In effetti, quando immaginiamo di conoscere una realtà che abbiamo già visitato e dalla quale pensiamo di non aver più nulla da ricavare, questa realtà, in un certo senso, per noi non esiste più. Essa ha semplicemente preso il suo posto fra le nozioni abituali che arredano il nostro immaginario. Applicata alle verità della fede biblica, la pretesa di comprendere già tutto porta a pesanti malintesi. Per i credenti la Bibbia non è semplicemente una raccolta di parole, di modi di fare e di racconti umani; attraverso queste realtà umane noi entriamo in contatto, in maniera davvero inspiegabile, con il Dio vivente, colui che supera sempre ciò che noi siamo in grado di cogliere. In questo tocchiamo con mano la dinamica più profonda della Bibbia: Dio si serve di ciò che è a nostra disposizione per condurci là dove noi non siamo ancora stati, verso una vita insperata. È ciò che esprime un antico testo della liturgia cristiana, se pure in un contesto leggermente diverso: attraverso ciò che è visibile ai nostri occhi noi siamo scelti e condotti verso l’amore del Dio invisibile («ut per [visibilia] in invisibilium amorem rapiamur», Prefazio della Natività di Cristo).
Questo libro propone una rilettura di quello che, fra i testi biblici ben conosciuti, è certamente il più conosciuto di tutti: i dieci comandamenti. È una proposta che rischia di suscitare delle resistenze anche fra i lettori più attenti perché, per la maggior parte di noi, i dieci comandamenti riportano alla religione della nostra infanzia, alle lezioni di catechismo. Evocano facilmente l’obbedienza cieca, il peccato e il senso di colpa, in sintesi, un approccio moralista o giuridico alle realtà di Dio, che sembra essere agli antipodi della religione positiva d’amore e di responsabilità che identifichiamo con Gesù Cristo. Oppure possono interessarci per ragioni opposte, come un richiamo ai valori «di una volta», per difenderci contro l’ondata di relativismo e di anarchia che minaccia di inghiottirci. Questo per dire che, se seguiamo semplicemente la china delle nostre reazioni spontanee, rischiamo di accettare o di respingere questo testo per ragioni che sono più legate alle nostre idee preconcette che non al suo vero significato nel contesto dell’insieme del messaggio biblico.
Un primo passo per superare questo dilemma potrebbe consistere nella consapevolezza che non conosciamo i dieci comandamenti così bene come invece crediamo. Innanzitutto, quando apriamo la Bibbia, notiamo subito che la versione che abbiamo imparato da bambini non corrisponde esattamente alle parole che vi troviamo. E forse saremo poi molto sorpresi nello scoprire che non c’è solo una versione dei dieci comandamenti; esistono, infatti, due versioni, situate in due differenti libri della Bibbia: al capitolo 20 del libro dell’Esodo e al capitolo 5 del libro del Deuteronomio. Sebbene queste due versioni siano identiche nei contenuti essenziali, fra di loro è possibile trovare alcune divergenze, talvolta piccole, talvolta meno piccole. La stessa cosa vale, del resto, per gli altri due testi chiave che abbiamo citato poco sopra: nei Vangeli di san Matteo e di san Luca troviamo due versioni distinte del Padre Nostro e delle Beatitudini. Se in un primo momento questo fatto può sembrare una difficoltà, riflettendo meglio possiamo cogliere le prospettive liberatrici che invece ci apre. Testimoniando l’impossibilità di un’interpretazione letterale, parola per parola, della verità biblica – noi non conosciamo con esattezza le parole di Gesù (le sue ipsissima verba) e neppure quelle della rivelazione di Dio sul Sinai – queste differenze ci permettono di avvicinare la verità che le parole indicano senza poterla circoscrivere perfettamente. Nel linguaggio di san Paolo, siamo invitati a seguire non la lettera ma lo spirito, perché la lettera uccide ma lo Spirito dà vita (2Cor 3,6). Lo spirito, per intenderci, non è la fantasia umana ma lo Spirito Santo di Dio che traspare attraverso le scritture ispirate, che è presente nella comunità dei credenti e che sostiene il loro tentativo di comprendere la fede che hanno ricevuto cogliendone l’attualità del momento presente.
In secondo luogo, l’espressione «i dieci comandamenti» non s’incontra in nessuna parte delle Scritture. Troviamo semplicemente, in qualche passaggio, questo modo di dire:
Il Signore disse a Mosè: «Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele». Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua. li Signore scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole (Es 34,27-28; vedi anche Dt 4,13;10,4).
A dispetto di certe traduzioni, il testo ebraico dice ‘asheret ha-debarim, «le dieci parole». Si tratta, naturalmente, di dieci enunciati, di frasi complete, non solo di dieci parole scritte su una pagina. Nella versione greca della Bibbia, questa costruzione è tradotta con ta deka rhémata oppure hoi deka logoi, da cui l’espressione «il decalogo», usata sovente come termine tecnico per i dieci comandamenti. In questo libro utilizzeremo, generalmente, l’espressione «le Dieci Parole». Questa sfumatura non è senza importanza: se la parola di Dio ha un carattere «performativo», nel senso che porta alla realizzazione di ciò che essa enuncia, una parola non è, tuttavia, la stessa cosa di un comandamento e, lo sappiamo molto bene, un’identificazione immediata della fede con la morale non aiuta affatto i nostri contemporanei a cogliere la vera identità del Dio biblico e la sua relazione con l’universo che ha creato.
I testi che prenderemo in considerazione sembrano testimoniare una tradizione antica, custodita negli scritti di base del popolo di Israele, secondo la quale la relazione di questo popolo con Dio passava attraverso la comunicazione di dieci frasi scritte su tavole di pietra. Perché dieci e non sette, per esempio, o anche dodici, due numeri biblici particolarmente significativi? La risposta rimane nascosta nella nebbia della storia. Può darsi che all’ origine si trattasse di un semplice procedimento mnemotecnico basato sul numero delle dita delle due mani. li vero problema posto da questa tradizione non è però il numero assoluto delle parole, ma piuttosto la maniera attraverso la quale il numero dieci corrisponde al testo ricevuto. Partendo da Esodo 20 o da Deuteronomio 5, non è facile ricavare dieci differenti enunciati. La prova di ciò sta nel fatto che, nel corso dei secoli, ci sono stati almeno tre modi di dividere il testo: un primo, che risale a sant’Agostino, è seguito dalla Chiesa cattolica e luterana; un secondo sistema, più antico, è utilizzato dai cristiani riformati e ortodossi; un terzo, infine, s’incontra nella tradizione del popolo ebreo. Quello che è il «quinto comandamento» per gli uni è invece il quarto per gli altri, e via di seguito. In breve, nonostante, per tutti, le Dieci Parole siano identificate con il testo ricevuto sul Sinai come prologo alla Legge di Mosè, questa identificazione resta problematica, almeno se noi prendiamo alla lettera il numero dieci. La difficoltà nel trovare dieci parole è un’indicazione supplementare al fatto che il testo originale sarebbe stato revisionato e accresciuto nel corso della sua storia. Le cose non sono così chiare come una lettura ingenua del brano potrebbe far credere. Uno spazio non trascurabile resta aperto all’ interpretazione.
Inoltre, una seconda opinione complica ancora di più il nostro passaggio al testo. Incontriamo spesso l’affermazione, anche in alcuni scritti di riferimento, che i dieci comandamenti sono una specie di «legge naturale» valida per tutti gli esseri umani di ogni tempo e in ogni luogo, un fondamento universale della morale, chiaro a tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla loro fede in un dio particolare o in una rivelazione specifica. Bisogna ammettere che una parte del testo sembra corrispondere a questa descrizione. L’ingiunzione di non uccidere i propri simili o di non rubare i loro beni, per esempio, è alla base di ogni esistenza in società. Tuttavia, un approfondimento della struttura del passo nel suo insieme mette in luce che al cuore delle Dieci Parole si trova l’invito a osservare il sabato. È il centro del testo, oltre che la parte più lunga. È dunque evidente che questa Parola è un puro atto di rivelazione: non solo essa non è comprensibile al di fuori di Israele, ma anche per il popolo di Dio, non avrebbe mai potuto essere dedotta a partire da una verità più generale riguardante la divinità, a dispetto dei tentativi fatti a posteriori in questa senso. La Parola sul sabato ci conduce piuttosto nella direzione opposta: attraverso di essa incontriamo un Dio «particolare» che è la sorgente della vita di Israele e che non potrebbe mai essere desunto da categorie religiose o morali più globali. In fin dei conti, le Dieci Parole sono comprensibili unicamente nel contesto di una rivelazione che è un tutt’uno con una storia particolare: quella raccontata nella Bibbia. Ciò che è universale in esse è accessibile solo attraverso questa storia. Il loro significato più autentico non è al di fuori del tempo o della storia. A differenza di un insegnamento filosofico, l’universalità delle Dieci Parole non può essere raggiunta attraverso un processo di astrazione, staccandole dal contesto storico nel quale sono nate. È in questo contesto che noi incominciamo la scoperta del loro significato.

Io sono il Signore, tuo Dio,
che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto,
dalla condizione di schiavitù.
(Es 20,2; Dt 5,6)

Ecco la prima della Dieci Parole secondo la tradizione ebraica. E, forse con nostro grande stupore, scopriamo che non si tratta di un comandamento. Questo dovrebbe aiutarci a superare l’impressione, purtroppo ancora molto diffusa fra i cristiani, che la religione ebraica sia una religione legalista che predica un’obbedienza cieca, mentre noi cristiani gustiamo la libertà dello Spirito. In realtà, lungi dal voler affermare ciò che serve per meritare l’approvazione di Dio, la prima Parola ci rivela semplicemente l’identità di Dio e quanto egli ha fatto per i suoi. Per usare una distinzione cristiana più tardiva, essa non rientra nella categoria della «legge» bensì in quella del «vangelo».
D’altronde, la Bibbia nel suo insieme, non è un manuale di istruzioni su ciò che gli esseri umani devono fare. Essa ha come punto di partenza questo mistero che è al centro dell’ esistenza e che noi chiamiamo Dio. L’identità e l’attività divina vengono sempre prima di ogni altra cosa. Da parte loro, gli esseri umani non possono assolutamente fare nulla per meritare l’attenzione e le premure di Dio nei loro riguardi. Molti comprendono questa verità a partire dalla sua enunciazione nelle pagine del Nuovo Testamento. È san Giovanni che la esprime nella maniera più concentrata:
In questo sta 1′amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio per il perdono dei nostri peccati [...]. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo (1Gv 4,10.19).

A SUA VOLTA, SAN PAOLO DICE LA STESSA COSA IN ALTRE PAROLE:
Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,6-8).

Dio ci ama per primo, ancora prima che noi possiamo o vogliamo fare qualsiasi cosa per meritare o guadagnare il suo amore. La nostra attività non può essere che una conseguenza, cioè una risposta al dono del tutto gratuito di Dio. Se questo è il cuore del Vangelo cristiano, è bene però rendersi conto che una logica identica governa l’avvenimento costitutivo del popolo d’Israele: l’uscita dall’Egitto. Proprio all’inizio delle Dieci Parole, Dio si definisce come colui che viene a liberare l’umanità sofferente dai legami che la rendono schiava.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (Es 3,7 -8a).
E per evitare ogni ambiguità, un passaggio del libro del Deuteronomio spiega chiaramente che Israele non ha fatto assolutamente nulla per determinare in anticipo le azioni della bontà divina. Era un gesto di pura gratuità, un’espressione incondizionata della generosità e della fedeltà di Dio.
Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – , ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto (Dt 7,6-8).
Ogni riferimento ai comandamenti divini e ad obblighi umani non può dunque venire che in un secondo tempo, come risposta umana alle scelte iniziali e libere di Dio. Un altro testo chiave del libro del Deuteronomio esprime questa medesima logica mentre cerca di spiegare in che modo la confessione di fede del popolo si trasmette da una generazione alla seguente:
Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: «Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha date?». Tu risponderai a tuo figlio: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi. La giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica tutti questi comandi, davanti al Signore Dio nostro, come ci ha ordinato» (Dt 6,20-25).
In questo brano, come nelle Dieci Parole, la risposta del padre alla domanda del figlio inizia con il racconto delle azioni di Dio, la liberazione dalla schiavitù e il dono di una patria. I comportamenti umani vengono dopo, al seguito dell’iniziativa divina. Ma il testo aggiunge una precisazione importante: noi seguiamo i comandamenti per ottenere vita e felicità nella terra donata da Dio. Poiché gli esseri umani non sono degli automi, non basta che Dio doni loro la vita e la libertà attraverso un gesto o una decisione unilaterale. Affinché questo dono possa diventare reale, i beneficiari devono renderlo presente negli avvenimenti concreti della loro esistenza. li dono deve diventare un percorso di vita.
In Es 34,28, le Dieci Parole vengono anche definite come le parole dell’alleanza. In effetti, il concetto biblico dell’ Alleanza offre il contesto più accessibile per una comprensione generale della legge di Dio e delle Dieci Parole in particolare. Nelle Scritture ebraiche, questo testo è legato a un avvenimento su di una montagna santa (il Sinai nel libro dell’Esodo, l’Oreb nel Deuteronomio) poco tempo dopo la partenza dall’Egitto. Su questa montagna, il Signore rivelò la sua identità come Dio che libera un’accozzaglia di persone, da tempo in schiavitù, per offrirle un’ alleanza che farà di loro un popolo. Nel mondo dell’antico Medio-Oriente, la parola berit viene tradotta spesso con «alleanza» ma ha, di fatto, più significati differenti fra loro. Viene spesso utilizzata per definire un accordo o un patto fra due parti. C’erano diversi tipi di alleanze, ma quella che serve da analogia per i rapporti fra il Signore e Israele sembra essere l’alleanza fra un re o una nazione potente con un suddito più debole. li re prometteva di garantire l’identità e la sicurezza dello stato suo cliente e domandava in cambio di comportarsi in maniera consona rispetto alla protezione offerta. li patto era reciproco, ma gli interlocutori non erano su un piano di uguaglianza. Questo modello ebbe il merito di dare forma alla relazione fra Israele e il suo Dio, ma allo stesso tempo bisogna riconoscere che una tale relazione in continuo divenire è unica nel suo genere e possiede degli aspetti che non rientrano nella logica di un accordo umano, qualunque esso sia.
Quando i superstiti dall’Egitto arrivano al Sinai, ricevono attraverso la mediazione di Mosè questo messaggio di Dio:
Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,3-6a).
Ancora una volta è Dio che prende l’iniziativa. È lui che, avendo liberato coloro che lo ascoltano, li ha condotti verso di lui. Allo stesso tempo, questo Dio è un Dio che parla, non è un burattinaio di marionette che muove i fili, ma un comunicatore che cerca una relazione di reciprocità. Se tutto inizia con un’ azione di Dio, tutto non può che finire nello stesso modo. Coloro che sono stati liberati hanno adesso la possibilità di entrare coscientemente e liberamente in una relazione. Dio li invita ad ascoltare (questo è il senso essenziale di «obbedire») le sue parole e ad accettare l’accordo che propone loro. In questo modo, questa folla eterogenea che era da tempo in schiavitù diventerà un popolo, il popolo stesso di Dio.
Sarebbe però un errore intendere questa offerta come un privilegio, come se Dio avesse scelto una parte dell’umanità scartando tutto il resto. Il testo dice chiaramente che tutta la terra è di Dio. Di conseguenza, ogni scelta particolare non può essere compresa se non nel quadro di questo «tutto» che è la preoccupazione maggiore di Dio. Una chiave che permette di risolvere questo apparente paradosso fra una preoccupazione universale e una scelta particolare si trova nell’ espressione un regno di sacerdoti, una nazione santa. Nel mondo antico, i sacerdoti erano dei mediatori fra la divinità e l’umanità. Se dunque Israele riceve l’appello ad essere una nazione sacerdotale, è questa una maniera per dire che esso serve da mezzo o da strumento al Dio vivente per entrare nel concreto della storia umana. Per dire la stessa cosa in un altro modo, l’Alleanza rende Israele un segno visibile della presenza divina nel mondo, un «roveto ardente» che attira gli altri verso un incontro con la Sorgente di tutto ciò che esiste. Scegliendo un popolo, Dio evita di essere relegato in un cielo lontano e inaccessibile. L’universo si rivela come luogo sacramentale, aperto all’ eterno; l’avventura dell’Incarnazione è già in qualche modo cominciata.
Secondo la logica dell’ Alleanza, Israele è un regno di sacerdoti per due ragioni, distinte fra loro ma, allo stesso tempo, intimamente legate. In primo luogo a causa della scelta, della chiamata divina. Senza quest’intervento preliminare di Dio, nulla è possibile in questo ambito. L’iniziativa non potrebbe mai venire dagli esseri umani. Questi non possiedono in loro stessi la capacità di trasmettere agli altri qualcosa di Dio, sarebbe una pretesa eccessiva da parte loro. Non esiste alcun esercizio, formazione o riflessione che possano permetterlo. Non mi sento «scelto» o «chiamato» a causa di qualche cosa che avrei compiuto io; mi rendo semplicemente conto che il Dio vivente è entrato nella mia esistenza.
Ciò detto, bisogna aggiungere subito che questa scelta o chiamata di Dio non annulla affatto l’attività umana e nemmeno la rende inutile, le permette piuttosto di spiccare pienamente il volo. Israele è chiamato ad ascoltare e custodire le parole di Dio, in altre parole a vivere in maniera tale che la sua esistenza sia effettivamente un segno dell’identità e della presenza divina. Di conseguenza, l’Alleanza implica necessariamente un invito rivolto a coloro che sono chiamati ad utilizzare la loro intelligenza e le loro energie per fare scelte in armonia con la loro identità più profonda, quella di essere il popolo di Dio. È questo contesto che ci permette un’esatta comprensione della dimensione di «comandamento» contenuta in ogni relazione con Dio. Il comandamento è necessario non perché siamo di fronte a un Dio tiranno, geloso dell’autonomia umana, ma per una ragione del tutto opposta – proprio perché Dio prende sul serio la libertà umana. Dio non può fare in modo che noi diveniamo «automaticamente» segni della sua presenza, può solamente fare appello alla nostra capacità di comprendere la relazione che ci offre e dunque agire in modo consono a questo invito.
La stessa cosa può essere detta partendo dalla concezione di libertà. Il prologo delle Dieci Parole ci presenta un Dio che è essenzialmente un liberatore, che chiama gli esseri umani a uscire dalla condizione di schiavitù, rendendo così possibile un’ esistenza nella libertà. Ma cosa significa, esattamente, essere liberi? Come Israele ha ben presto scoperto, non è sufficiente abbandonare la «casa della schiavitù» per gustare senza ostacoli i vantaggi di una vita libera. Una riflessione sul vero significato della libertà ci conduce al cuore del messaggio delle Dieci Parole come anche della Legge divina nel suo insieme.
Prendiamo come punto di partenza l’idea di libertà come è abitualmente intesa ai nostri giorni, per poi vedere cosa c’è di specifico nella visuale biblica. Per molti dei nostri contemporanei, essere liberi significa fare ciò che si vuole, quando lo si vuole. La libertà è dunque essenzialmente radicata nel sé, un sé che non ha altra regola che non se stesso e che si erge in senso assoluto di fronte a tutte le altre realtà dell’universo. Poiché, in questo modo di vedere, tutto ciò che è al di fuori di me – gli altri, le necessità materiali, gli impegni – rappresenta una limitazione alla mia libertà, ne consegue che avrei la libertà perfetta soltanto se io stesso inglobassi in me tutto l’universo, se fossi «Dio» o, più esattamente, un dio inteso come un essere del tutto centrato su se stesso, il Sé ultimo. La rivelazione biblica, da parte sua, ci offre tutt’altra visione della libertà. Per la Bibbia, la libertà non è una realtà fondata su di un sé autonomo, essa è un dono nato da un incontro con il Dio vivente e vero che mi chiama a lasciare la condizione di schiavitù. E questo implica la scoperta della mia identità in quanto uno in mezzo agli altri, come componente di un popolo. La libertà biblica non è individualista; essa scaturisce da una vita condivisa. In una parola, in questo modo di vedere, l’altrui (sia l’Altro che noi chiamiamo Dio, sia gli altri esseri umani), lungi dall’essere un ostacolo alla libertà, la rende di fatto possibile. La libertà è la conseguenza di un certo tipo di relazione.
Il Dio della Bibbia fa uscire gli esseri umani dalla condizione di schiavitù per farli entrare in una terra di libertà. Ma la terra di libertà non è semplicemente un’ altra parte del nostro pianeta, per esempio la Palestina rispetto all’Egitto, o il Nuovo Mondo rispetto all’Europa. Secondo la nostra maniera di vivere – e la Bibbia ne è un eloquente testimone – proprio in mezzo alla Terra Promessa noi siamo capacissimi di ricadere in un’ esistenza da schiavi. Piuttosto che essere una semplice realtà geografica, la terra della libertà è dunque definita dalle parole che Dio invia al popolo, parole che indicano la relazione permanente tra le due parti, le parole dell’alleanza. Poiché è questa relazione che garantisce la libertà del popolo, le Dieci Parole tracciano il perimetro di uno spazio di libertà. O, per rendere l’immagine più dinamica, sono le pietre miliari di un cammino che porta alla pienezza della libertà e della felicità. Esse indicano i parametri che rendono possibile una vita pienamente umana.

Il fatto di guardare le Dieci Parole come i parametri di uno spazio di libertà ci aiuta a comprendere perché quasi tutte sono formulate in maniera negativa. Esse ci dicono essenzialmente ciò che non bisogna fare – e ciò, talvolta è stato utilizzato per minimizzare la loro importanza. In effetti si oppone volentieri la cosiddetta «morale negativa» dell’ Antico Testamento, fondata sulla condanna, e la chiamata positiva all’amore caratteristica del Vangelo di Gesù Cristo. Qui è però essenziale ricordarsi che la «negatività» delle Dieci Parole è piuttosto un’ espressione del loro significato in quanto pietre miliari che delimitano uno spazio. Esse non cercano di definire l’insieme della vita, ma piuttosto di definire i parametri che rendono possibile la libertà. Sta a noi utilizzare la nostra libertà, cioè, concretamente, la nostra intelligenza e la nostra volontà, per creare, all’interno dello spazio che si è aperto, una vita che valga la pena essere vissuta. I comandamenti ci informano quando noi stiamo per oltrepassare i limiti e dunque quando non siamo più nello spazio della libertà; essi ci danno anche delle indicazioni indirette, ci dicono in cosa consisterebbe una vita pienamente umana. Ma in quanto formulazioni sono incompleti, e ciò intenzionalmente. Per loro stessa natura, essi lasciano aperto uno spazio per la nostra libertà e per l’attività dello Spirito di Dio.
Non è sicuramente un caso che noi troviamo una logica identica in un altro dei passi fondamentali delle Scritture ebraiche, la storia della prima coppia raccontata al capitolo 2 del libro della Genesi.
Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’ albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,15-17).
Qui, lo spazio di libertà è descritto come un bel giardino che gli esseri umani sono chiamati a coltivare. In questo giardino, essi sono liberi di mangiare di tutti gli alberi. Dio non intende per nulla frenare la loro attività e le loro scelte. Al contrario, Dio li incoraggia a usare la loro libertà, perché è proprio questo che li rende umani. Tuttavia, non saremmo nel mondo del reale se queste parole di liberazione non fossero completate da un «comandamento negativo» che protegge la libertà così concessa. C’è un albero di cui essi non possono mangiare il frutto, perché così facendo abbandonerebbero lo spazio di libertà, con la conseguenza, poco dopo concretamente indicata, dell’esclusione dal paradiso (Gn 3,23-24). Se noi proviamo a chiederci perché bisogna che esista un albero proibito, in altre parole perché lo spazio di libertà non è senza confini e bisogna che esso si scontri con un limite, la risposta è che questo limite rappresenta l’Altro, le relazioni che sono essenziali per l’esercizio della libertà nel mondo reale. Senza il limite rappresentato dal «frutto proibito», saremmo rinchiusi per sempre in un universo auto-referenziale, prigionieri incoscienti del nostro io. Ancora una volta, il comandamento negativo testimonia che la libertà non è egocentrica, ma che la pienezza della vita fa sbocciare una rete di relazioni. Le Dieci Parole non hanno altro fine se non quello di porre l’essere umano in questa rete di relazioni che rende possibile la vera vita e la vera felicità.
Nel linguaggio della Scrittura, «mangiare dell’ albero della conoscenza del bene e del male» (cfr. Gn 2,17) significa pretendere di essere noi stessi i soli e unici arbitri del nostro comportamento. Lungi dall’essere un divieto riguardo a questo e quel contenuto preciso, le parole di Dio ad Adamo esprimono, per così dire, il comandamento allo stato puro, l’invito a prendere in considerazione la presenza dell’ Altro, a riconoscere che io non sono la Sorgente. In questo senso, l! albero della conoscenza del bene e del male è la faccia «negativa» della Sorgente, l’ombra dell’ albero della vita (cfr. Gn 2,9).

GESÙ E LE DIECI PAROLE – FRÈRE JOHN DI TAIZÉ

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/br_john_comandamenti10.htm

FRÈRE JOHN DI TAIZÉ

VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ

UNA RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI

GESÙ E LE DIECI PAROLE

In queste pagine abbiamo letto il testo che chiamiamo i dieci comandamenti o le Dieci Parole, come definizione di uno spazio di libertà che proviene dall’ Alleanza con Dio. Il Dio della Bibbia è innanzitutto colui che chiama i suoi ad abbandonare una situazione di schiavitù e che apre davanti a loro un’ esistenza nuova, un’ esistenza che rende possibile una pienezza e una felicità per tutti. La parola di Dio non descrive in maniera esaustiva questa nuova società, ma ne indica semplicemente le linee principali, le cornici che dovranno poi essere riempite dalla creatività e dalla responsabilità di tutti coloro che ascoltano il messaggio. C’è dunque una certa logica nel fatto che, alla fine delle Dieci Parole, il centro d’interesse si sposta dagli atti specifici, che distruggono le relazioni con gli altri, per occuparsi invece delle attitudini interiori, dei meccanismi attraverso i quali gli esseri umani abbandonano la realtà per costruire un mondo parallelo che non è in armonia con le intenzioni del Creatore. L’insegnamento di Gesù, raccolto nei libri che formano ciòche per i cristiani è il Nuovo Testamento, prosegue questa riflessione indicando una via d’uscita dal vicolo cieco dove si smarriscono gli esseri umani che si creano un mondo irreale.
All’inizio del Vangelo secondo san Matteo, Gesù riassume l’essenziale del suo insegnamento, in ebraico la sua «Torah», in un lungo discorso generalmente chiamato il Discorso della Montagna (Mt 57). L’evangelista, molto probabilmente, ha utilizzato del materiale proveniente da tempi e luoghi differenti per riuscire a creare un insieme coerente, che funzionasse come una specie di programma o di manifesto. In questo discorso, Gesù si riferisce parecchie volte alle Dieci Parole. A prima vista, il suo modo di affrontare ciò che la tradizione gli ha trasmesso può sorprenderci, perfino scandalizzarci, tanto esso sembra rimettere in questione la nostra idea del figlio del falegname di Nazaret, uomo compassionevole, pieno di comprensione per le fragilità umane. Invece di voler relativizzare le Parole o minimizzare la loro importanza o la loro applicabilità, Gesù le radicalizza al di là del possibile:
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna [...]. Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,21-22.27 -28).
La nostra prima reazione a queste parole potrebbe ben essere simile a quella dei discepoli in un’ altra circostanza, «Chi si potrà dunque salvare?» (cfr. Mt 19,25). È possibile per un essere umano realizzare la Legge divina nella sua vita? Alcuni hanno creduto che era proprio quello il senso di tali parole. Secondo questa interpretazione, Gesù radicalizza le richieste della Legge per mostrare che nessuno è in grado di metterle in pratica nella giusta maniera. Di fronte ai richiami di Dio, nessuno è all’ altezza. I comandamenti servono solamente a convincerci del nostro radicamento nel peccato e del nostro bisogno di contare sul dono gratuito dell’ amore che perdona, quello che giunge a noi attraverso Cristo Gesù.
È indubbiamente vero che, agli occhi di Gesù, nessun essere umano può vivere secondo la volontà divina senza l’aiuto di Dio e solo con i propri sforzi, tuttavia non sembra del tutto esatto dire che Gesù interpreta le Dieci Parole in modo da renderne impossibile il compimento. li suo insegnamento a questo riguardo non è unicamente negativo; egli non cerca soltanto di farci scoprire i nostri limiti, vuole anche indicarci un cammino da seguire. In primo luogo, le parole di Gesù esprimono qualcosa che la nostra ricerca aveva già rivelato, cioè che non basta seguire «alla lettera» la Legge per essere fedeli alla sua intenzione profonda. li fatto che stamani non ho ucciso nessuno dei miei vicini, né rubato i loro beni, né ho commesso adulterio con le loro spose, non significa per questo che ho fatto tutto ciò che Dio pensava quando stabilì un’alleanza con gli esseri umani. Le Dieci Parole disegnano i confini di quello spazio di libertà definito dalla nostra relazione con Dio. Per vivere secondo 1′Alleanza, dobbiamo utilizzare la libertà che ci è concessa per costruire una società di giustizia e di solidarietà radicata in Dio attraverso le scelte concrete che facciamo. In questo senso, il testo delle Dieci Parole non rappresenta una fine bensì un inizio. Indica un orientamento e segnala dei limiti, inaugura un processo che, per sua stessa natura, si sviluppa fino a inglobare ogni dimensione della nostra vita. Secondo Gesù, anche il gesto più piccolo e apparentemente più insignificante che facciamo, può essere un modo per rendere concreta l’Alleanza con Dio.
In secondo luogo, il commento delle Dieci Parole proposto da Gesù, prolunga la parte finale di questo testo ponendo l’accento non sul comportamento esteriore, ma sulle sue radici all’interno dell’essere umano. Un aspetto fondamentale del suo insegnamento è che la vera religione non può ridursi al semplice conformarsi esteriormente a delle leggi scritte. L’essenziale sta nelle profondità dell’essere umano, nella sua attitudine di base, tradotta poi nelle scelte che, a loro volta, diventano azioni visibili. La Bibbia chiama questo nucleo della persona, sorgente dei suoi orientamenti fondamentali, il cuore. Nel suo insegnamento, Gesù mette spesso l’accento su questa struttura caratteristica dell’agire umano:
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo [...]. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, [...]. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7,14-15.21-23).
Ciò non significa, come potrebbero immaginare numerosi nostri contemporanei, che è soltanto la motivazione interiore ciò che conta, indipendentemente dalla maniera concreta in cui viviamo. Gesù non separa affatto l’interiorità dell’uomo dalla sua esteriorità; per lui, il nostro orientamento fondamentale è decisivo per determinare il modo in cui noi viviamo con gli altri nel mondo. Una semplice immagine gli permette di esprimere questa verità:
Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore (Lc 6,43-45).
In un modo o in un altro, presto o tardi, l’albero porterà frutti per mostrare di che tipo d’albero si tratta. «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato» (Lc 8,17). Se le radici nascoste sotto terra sono importanti, è perché hanno conseguenze visibili in superficie. La finalità rimane quella di costruire un mondo dove gli esseri umani vivano in armonia, fra di loro e con !’insieme della creazione, ma Gesù coglie con straordinaria chiarezza che questo progetto trova le proprie origini nei recessi segreti del cuore umano.
E arriviamo infine alla difficoltà fondamentale delle Dieci Parole, se non addirittura di tutti i comandamenti divini. Questa difficoltà è presente fin dall’inizio dell’autorivelazione di Dio, ma l’insegnamento di Gesù permette di vederla con piena chiarezza. La possiamo esprimere con una semplice frase: definire la società ideale non vuoi dire di per sé realizzarla. Non basta dire alla gente: «Se volete essere liberi e felici dovete fare questo o quello» perché ciò si avveri. Questa constatazione trova ampia conferma nella storia del genere umano, e ancora più specificamente nella storia d’Israele raccontata nelle Scritture ebraiche. Dio ha potuto rivelare le sue intenzioni a coloro che ha liberato dalla schiavitù e condotto verso una terra di felicità, ha potuto anche indicare loro la strada per arrivarci: tuttavia, fin dall’inizio, questi hanno trascurato l’insegnamento divino, preferendo seguire i loro disegni limitati che, alla fine, non portano da nessuna parte. Piuttosto che abbandonarli, Dio ha continuato a inviar loro uomini e donne che li richiamavano a tornare sulla via della salvezza, che ricordavano l’Alleanza e i suoi obblighi. Sono quelli che noi chiamiamo profeti, il cui compito essenziale non era quello di predire il futuro bensì ricordare l’Alleanza con Dio e far capire alla nazione le promesse in essa nascoste, come anche le conseguenze rispetto al suo abbandono. Tuttavia, la maggior parte delle volte, il loro messaggio non è stato per nulla ascoltato. I discepoli di Gesù hanno capito molto bene questa dinamica e, partendo da questo modo di leggere la storia, hanno tentato di suscitare nei loro contemporanei una comprensione più profonda della fede in Dio. Negli Atti degli Apostoli, un credente di nome Stefano, prima di essere giustiziato per aver reso testimonianza a Cristo, pronuncia un lungo discorso al Sinedrio nel quale disegna le tappe della storia della salvezza. Egli conclude con queste parole:
O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti non hanno perseguitato i vostri padri? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata (At 7,51-53).
Le sue parole sono qui come una ripresa delle parole di Gesù stesso quando si rivolgeva verso la capitale, simbolo della classe dirigente della società: «Gerusalemme, uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati» (Mt 23,37). Coloro che vengono nel nome di Dio, non incontrano, di solito, un’ accoglienza calorosa, anche se poi, in un secondo tempo, vengono onorati e si costruiscono per loro mausolei straordinari (Mt 23,29). In breve, non è assolutamente sufficiente dire alle persone come fare per seguire Dio perché ciò diventi una realtà vissuta.
Fra tutti i profeti, è Geremia che con i suoi scritti ci mostra in maniera più chiara la resistenza al messaggio profetico così come le conseguenze di tale ostilità per il profeta stesso. Di temperamento dolce, egli riceve la chiamata divina a proclamare parole forti che sono come un fuoco che brucia il suo cuore e che egli si sente costretto a rivelare (Ger 20,9). Il suo invito alla nazione a convertirsi lo porta solo ad esserne escluso (Ger 15,17) e perseguitato (Ger 11,19.21). Finisce per rendersi conto che le sue parole, da sole, non convinceranno mai i suoi contemporanei a tornare verso Dio ed esprime questa sua intuizione attraverso un’immagine spaventosa:

Il peccato di Giuda è scritto
con uno stilo di ferro,
con una punta di diamante
è inciso sulla tavola del loro cuore
(Ger 17,1).

Se il peccato, l’infedeltà verso Dio, è scritto sui cuori delle persone, è inutile immaginare che le parole incise su tavole di pietra o proclamate sulle pubbliche piazze possano in qualche modo modificare il loro comportamento. In fin dei conti, è sempre più facile seguire i propri impulsi interiori piuttosto che accogliere un invito che proviene da una realtà esterna. Questa constatazione suscita in lui una sorta di disperazione:

Più fallace di ogni altra cosa è il cuore
e difficilmente guaribile;
chi lo può conoscere?
(Ger 17,9)

A causa di questo aspetto della condizione umana, la Parola di Dio in generale – e le Dieci Parole in particolare – diventano «legge» nel senso negativo e comune di questo termine, sono come una diga che si sforza di contenere il dinamismo spontaneo della persona umana e crea, a lungo andare, una situazione intollerabile. Si cerca di obbedire alla legge, al prezzo di sentirsi obbligati e frustrati, finché, cadendo finalmente nella tentazione, la si trasgredisce, permettendo il formarsi di un senso di colpa e l’impressione di un fallimento. Alla fine, può succedere che si reagisca contro questo stato di cose cercando di sbarazzarsi completamente dal gioco della legge. Secondo questo modo di vedere, a differenza di quanto viene proposto fin dall’inizio di questo libro, la libertà e la felicità della persona appaiono incompatibili con un’esistenza che vuole prendere sul serio la Parola di Dio.
Il ragionamento appena descritto riprende a sua volta il tema principale della Lettera di san Paolo ai Romani. L’apostolo afferma che, data la condizione umana in quanto tale, gli uomini non possono ottenere la salvezza (per noi, la libertà e la felicità) seguendo una legge scritta. Ciò che rende impossibile questo tentativo non è qualche difetto nella Legge stessa, piuttosto una falla all’interno dell’essere umano. Il nostro cuore è diviso:
Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. lo non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [...] io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio [...]. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’ altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra (Rm 7,14-15.19.22-23).
Per l’apostolo, non si tratta di un ragionamento puramente astratto. Paolo analizza la storia dell’umanità e conclude che non sono soltanto i pagani ad essere incapaci di vivere secondo la volontà divina nel corso dei secoli, ma anche gli ebrei, loro che hanno beneficiato di una rivelazione diretta e avrebbero dovuto, di conseguenza, saper condurre una vita più retta (cfr. Rm 2,1-3,20). Tuttavia, secondo Paolo, ciò non significa affatto che la Torah, la Parola rivelata da Dio, sia errata:
Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare [...]. Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento [...]. Invece il peccato, per rivelarsi peccato, mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato apparisse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento (Rm 7,7.12.13).
Rivelando la sua volontà attraverso la Torah, Dio ha fatto all’umanità un dono inestimabile. Anche se tale dono non ha di fatto trasformato la società nell’ideale cui mirava, questo «insuccesso» aveva un lato provvidenziale perché ha permesso di cogliere con estrema chiarezza il problema in tutta la sua portata, indicando così un passo supplementare nell’ autorivelazione di Dio, un passo che si rivelerà necessario. Dio aveva già permesso al suo servo Geremia di intravedere questo attraverso una rivelazione avvenuta in un momento di disperazione. Quando il profeta si lamentava che il cuore umano era perverso e domandava chi avrebbe potuto scrutarlo, la risposta alla sua stessa domanda scaturiva dentro di lui:

Io, il Signore, scruto la mente
e saggio i cuori,
per rendere a ciascuno secondo la sua condotta,
secondo il frutto delle sue azioni.
(Ger 17,10)

Dio, creatore del cuore umano, è il solo capace di scrutarne le profondità e, dunque, il solo capace di trasformarlo. Un giorno, Geremia, annuncia questa trasformazione in arrivo che risolverà per sempre il problema dell’ Alleanza e della Legge:
«Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31,31-34).
Di fatto, l’unica soluzione al dilemma di una legge scritta, che di per se non può salvare, è un’iniziativa divina che renda possibile una ri-creazione del cuore umano, d’ora in avanti docile alle sollecitazioni provenienti da Dio. Piuttosto che il peccato scritto nel loro cuore, essendo ciò in fondamentale contrasto al desiderio di Dio, in questa nuova disposizione la parola di Dio sarà una fonte interiore di attività, in modo tale che gli esseri umani seguiranno spontaneamente il cammino per il quale sono stati creati. Non ci sarà più alcuna dicotomia fra ciò che Dio vuole per le sue creature e i loro intendimenti e aspirazioni. Il problema della libertà saràanch’esso risolto, poiché i comandamenti divini verranno identificati con il dinamismo interiore che costituisce l’essere umano e dunque non susciteranno più sentimenti di costrizione o di obbligo.
Geremia descrive questa nuova situazione come un tempo in cui la Torah di Dio, il suo insegnamento o la sua Legge, sarà scritto sul cuore umano. Nella generazione successiva, un profeta di nome Ezechiele riprenderà la stessa idea modificandone l’immagine:
Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio (Ez 36,25-28).
Da parte sua, questo profeta descrive il cambiamento come il dono di un cuore completamente nuovo, un cuore pienamente umano al posto di quello incapace di ascoltare e di agire con coerenza. Egli parla di questa trasformazione come di una nuova creazione, l’opera dello Spirito Santo, del Soffio divino, ormai presente nella persona umana. Come per Geremia, il risultato di questa nuova iniziativa creatrice da parte di Dio, sarà quello di eliminare ogni disarmonia fra Dio e il suo popolo. D’ora in poi entrambi cammineranno mano nella mano: «voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio». Per i discepoli di Gesù, quelli che hanno riconosciuto in lui «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16; cfr. Mc 1,1), questa armonia fra Dio e l’umanità non era solamente una speranza per l’avvenire, era diventata una realtà presente. Innanzitutto lo era in Gesù stesso, venuto «non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,38; cfr. 8,29). Lo era anche per i suoi discepoli, come si vede soprattutto nella prima Pentecoste cristiana, descritta da Luca al capitolo 2 degli Atti degli Apostoli. I cristiani celebrano la Pentecoste come una delle loro principali feste religiose ma forse non sanno che questa era – ed è ancora – una festa ebraica. Chiamata anche la Festa delle Settimane (Shavuot), è uno dei tre giorni principali del calendario religioso ebraico (cfr. Es 23,14-17). Con ogni probabilità, in origine era una festa del raccolto celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua; essa venne poi associata al ricordo d’Israele circa gli avvenimenti dell’Esodo. In Es 19,1, leggiamo che «il terzo mese dall’uscita dal paese d’Egitto, gli israeliti arrivarono al deserto del Sinai». Di conseguenza, per i rabbini, la Pentecoste segna il giorno in cui il popolo arriva al Sinai: i cinquanta giorni comprendono la fine del primo mese, il secondo mese e l’inizio del terzo. Questa festa diventa allora la celebrazione di quello che avvenne sulla montagna santa: l’Alleanza con Dio che si concretizza con il dono della Torah. Essendo la festa dell’ Alleanza, il memoriale del dono della Torah, la Pentecoste è dunque il giorno per eccellenza delle Dieci Parole.
A motivo della risurrezione di Gesù, questo giorno per ricordarsi del passato e renderlo presente, subì una trasformazione: per i discepoli di Cristo diventò un compimento di quanto lo aveva preceduto e un nuovo inizio. Delle lingue di fuoco, identificate con lo Spirito Santo di Dio, scendono sui discepoli riuniti nel cenacolo. Ora, nel modo di raccontare gli avvenimenti sul Sinai, il popolo ebraico aveva l’abitudine di aggiungere degli elementi al brano biblico. In certi racconti si dice che Dio scrisse le Dieci Parole sulle tavole di pietra con il suo dito, spesso interpretato dai rabbini come il suo Spirito; per altri si trattava di lingue di fuoco. Questi dettagli rilevano ancora più chiaramente la continuità fra la Pentecoste ebraica e la Pentecoste cristiana. La differenza è che, ora, Dio non scrive la sua Parola sulle tavole di pietra ma sul cuore dei fedeli. La profezia di Geremia, ripresa poi da Ezechiele, diventa una realtà. Gesù, per mezzo del dono di sé e della sua risurrezione, rinnova l’Alleanza da cima a fondo. Questa non passa più attraverso la mediazione di una realtà esteriore, in se stessa buona ma estranea al dinamismo più profondo dell’ essere umano, ma si incarna per la presenza dello Spirito di Dio che trasforma l’attività umana dall’interno.
Inoltre, per comprendere pienamente il significato della Pentecoste cristiana, è essenziale rendersi conto che non si tratta di un evento successo una volta per tutte, qualcosa che si è verificato duemila anni fa in Palestina. Dopo la manifestazione dello Spirito e la spiegazione di Pietro alla folla che assisteva, tutti gli domandano cosa devono fare. E Pietro risponde:
Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro (At 2,38-39).
Ciò che successe a Gerusalemme è l’epicentro di un terremoto che continua a propagare le sue onde attraverso i secoli. L’esperienza della Pentecoste non smette di risuonare, attraverso i secoli e in molteplici luoghi, nella vita di donne e uomini che ascoltano la buona novella di Gesù Cristo e la prendono a cuore. La vita nuova nella quale entrano è riassunta nell’atto del battesimo.
Ciò propone un’ultima domanda di non facile risposta. Molti cristiani potrebbero fare questo ragionamento: «lo sono battezzato e mi sforzo di vivere la mia fede il meglio possibile. Ma non ho l’impressione di compiere la volontà di Dio in maniera spontanea. Provo sempre dentro di me una tensione, quella lotta interiore che san Paolo descrive al capitolo 6 della sua Lettera ai Romani, fra il bene che voglio fare e il modo in cui vivo concretamente. Allora, cosa ha cambiato la venuta di Cristo? Cosa significa aver ricevuto il dono dello Spirito Santo come « legge interiore »?».
È una domanda da prendere molto sul serio. È ovvio che, se non ci sono cambiamenti osservabili nel comportamento di coloro che hanno aperto la loro vita alla novità portata dal Cristo, diventa difficile cogliere a cosa si riferisca il linguaggio del Nuovo Testamento. Gesù aveva già detto che, dall’ amore di cui i cristiani avrebbero dato prova, gli altri potevano riconoscere la verità del suo messaggio (cfr. Gv 13,35; 17,21-23). Cosa potrebbe significare, di fatto, «una legge scritta sui nostri cuori» se la nostra vita fosse in tutto uguale a quella di persone che non conoscono questa legge e che si sforzano di vivere il meglio possibile secondo i valori che hanno ricevuto dalla società circostante? I cristiani hanno spesso parlato come se fossero moralmente superiori ai credenti di altre religioni, anche (o forse soprattutto) quando il loro comportamento concreto non traduceva affatto una tale superiorità. A loro insaputa, danno prova di quella stessa attitudine che san Paolo biasima nei suoi contemporanei:
Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose [...]. Ora, se tu ti vanti di portare il nome di Giudeo e ti riposi sicuro sulla legge, e ti glori di Dio, del quale conosci la volontà e, istruito come sei dalla legge, sai discernere ciò che è meglio, e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché possiedi nella legge l’espressione della sapienza e della verità [...] ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? [...] Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge? (Rm 2,1.17-21.23)
Per trovare una via d’uscita a questo dilemma bisogna esaminare più da vicino la logica dell’ attività divina. A causa di una comprensione troppo umana della «onnipotenza» divina, abbiamo la tendenza a immaginare che Dio possa o debba agire come un mago che, con un colpo di bacchetta magica, trasformi radicalmente la nostra realtà umana in un batter d’occhio. In questo caso, il fatto di accogliere lo Spirito Santo nella nostra vita attraverso il battesimo dovrebbe condurre a un cambiamento immediato e totale del nostro stile di vita e del nostro comportamento. Tuttavia, guardando più da vicino, osserviamo che le cose non vanno in quel modo. Al contrario, Dio rispetta la struttura e i ritmi del mondo che lui stesso ha creato. Altrimenti avremmo una sorta di contraddizione da parte sua. Con una pazienza infinita, Dio lavora dall’interno, chiamando gli esseri umani a una comunione sempre più grande e intima con lui.
Un’immagine del Vangelo che ci può aiutare a cogliere questo processo è quella del seme. In una parabola-chiave utilizzata per spiegare il suo messaggio, Gesù paragona la venuta del Regno di Dio a un contadino che semina il suo campo; i semi cadono dappertutto e la loro crescita varia secondo la qualità del terreno che essi incontrano (Mc 4,2-9). In un altro passaggio ancora, descrive il Regno come un piccolissimo seme che cresce fino a diventare una pianta enorme (Mt 13,31-32). A sua volta l’apostolo Pietro, scrivendo a dei nuovi cristiani, dice loro:
[...] essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna (1Pt 1,23).
In altri termini, possiamo considerare la «Legge interiore», cioè la presenza dello Spirito Santo nei nostri cuori, come un piccolo seme piantato in noi dal giorno del nostro battesimo, un seme che deve crescere e svilupparsi fino a trasformare l’insieme della nostra esistenza. I discepoli del Cristo non sono dunque necessariamente migliori di coloro che trovano la loro identità cercando di mettere in pratica dei comandamenti scritti; è la logica del modo di agire che è differente. Le manifestazioni esteriori, per esempio la parola di Dio incontrata nella Bibbia, non regolano il loro comportamento, bensì riflettono ciò che Dio sta per compiere in loro. Utilizzano l’insegnamento che viene dall’esterno come una specie di specchio che li aiuta a cogliere meglio in che modo siano trasformati sotto l’impulso dello Spirito Santo. È per questo motivo che san Giovanni può scrivere ai suoi discepoli:
Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza. [...] l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna (1 Gv 2,20.27).
Naturalmente, i cristiani devono ricevere una catechesi da coloro che li hanno preceduti. Scrivendo queste parole, Giovanni stesso sta istruendo coloro che gli sono stati affidati. Questo insegnamento, pertanto, non serve a dare loro qualcosa di nuovo, bensì, piuttosto, a risvegliare in essi ciò che, implicitamente, hanno già «fin dall’inizio» (cfr. 1Gv 1,1; 2,7.24; 3,11), a partire dal momento della loro chiamata da Dio e del loro ingresso nella comunità. Il suo ruolo è quello di far emergere ogni implicazione della scelta che hanno fatto – e del dono che hanno ricevuto – accettando di seguire Cristo. Questo è, d’altronde, uno dei temi principali della lettera di Giovanni: il compito essenziale dei credenti è quello di restare fedeli a ciò che hanno ricevuto all’inizio. Tutto, cioè una comunione con il Padre in Cristo attraverso la presenza interiore dello Spirito Santo, è stato donato fin dal principio ed è ricapitolato nel sì del battesimo. È restando fedeli a questo sì che riceveranno tutto ciò che serve loro per affrontare le sfide e le prove di ogni nuovo giorno. E, secondo san Giovanni, il segno principale della loro fedeltà a quanto hanno ricevuto dal principio è la loro appartenenza attiva alla comunità dei credenti.
Così le Dieci Parole non smettono di essere valide per i discepoli di Gesù Cristo. Tuttavia, il centro di gravità si è spostato da una legge o da un comandamento esteriore a una parola interiore ascoltata e custodita nel cuore. Questa parola interiore indica una direzione che deve essere seguita in un processo continuo d’approfondimento. Essa diventa ciò che san Giacomo chiama la Legge perfetta di libertà, da lui identificata con la Parola che è stata seminata in voi, riprendendo a sua volta l’immagine della semina (Gc 1,21.25).
Ciò che maggiormente importa ai discepoli di Gesù Cristo, è dunque dare fiducia a quello che lo Spirito compie in loro. Per noi la domanda principale non è «Cosa dobbiamo fare?» e neppure «Come bisogna vivere?», ma «Come nutrire il seme che è stato deposto in noi?». Con la lettura e la meditazione della Scrittura, con la preghiera personale e comunitaria, che culmina nella celebrazione dell’ eucaristia, sostenendosi vicendevolmente come fratelli e sorelle in Cristo, attraverso un’ esistenza basata sul dono di sé, i credenti permettono a questa vita nuova deposta in loro di sbocciare e di portare frutti in abbondanza. Entrati in questo cammino, potranno scoprire qualcosa che i maestri d’Israele avevano già notato da lungo tempo. Nella lingua ebraica, un’ingiunzione negativa non si esprime con l’imperativo, ma con un tempo che corrisponde all’indicativo futuro: non si dice «Non uccidere!» ma piuttosto «Tu non ucciderai!». Domandandosi perché è così, i rabbini hanno risposto che le Dieci Parole erano soprattutto una promessa e non una serie di ordini. Meditando la Torah e prendendola a cuore, i credenti diventano, a poco a poco, a vera immagine del loro Creatore, persone che vivono come Dio desidera: «Tu non ucciderai!». Qui siamo agli antipodi di una visione ristretta e legalista, così spesso, e a torto, attribuita al popolo ebraico. La parola di Dio è una promessa di vita che apre a un mondo di libertà e di felicità, dove regnano la giustizia e la pace. Per chi pone fiducia in Cristo, questa promessa non è solo l’obiettivo di una attesa futura. Attraverso la venuta di Gesù, la sua morte, la sua risurrezione e il dono del suo Spirito senza misura (Gv 3,34), essa è diventata una possibilità permanente nel nostro quotidiano: «tutte le promesse di Dio in lui sono divenute « sì »» (2Cor 1,20).
Così: il Vangelo si trova potenzialmente nella Legge e i Vangeli si comprendono posati sul fondamento della Legge. Non le do il nome di Vecchio Testamento se la considero spiritualmente. La Legge diventa un Vecchio Testamento solo per quelli che vogliono capirla secondo la carne [...]. Ma per noi, che la comprendiamo e la spieghiamo nello Spirito e nella linea del Vangelo, è sempre nuova; entrambi i Testamenti sono per noi un Nuovo Testamento,
non secondo la cronologia ma secondo la novità della comprensione.

ORIGENE*

* Pensatore greco cristiano del terzo secolo nelle sue Omelie sui Numeri, IX, 4 (Sources chrétiennes 415).

Meditazione di frère Alois: L’Avvento: saper aspettare…

dal sito:

http://www.taize.fr/it_article8058.html

Meditazione di frère Alois

L’Avvento: saper aspettare…

E se il tempo dell’Avvento venisse a rinnovare la speranza in noi? Non un ottimismo facile che chiude gli occhi sulla realtà, ma quella speranza forte che getta l’ancora in Dio e permette di vivere pienamente l’oggi.

L’anno cristiano comincia con l’Avvento, il tempo dell’attesa. Perché? Per rivelare a noi stessi l’aspirazione che ci abita e approfondirla: il desiderio di assoluto, verso il quale ciascuno tende con tutto il suo essere, corpo, anima, intelligenza; la sete d’amore che arde in ciascuno, dal lattante all’anziano, e che anche la più profonda intimità umana non può interamente placare.

Quest’attesa, la sentiamo spesso come una mancanza o un vuoto di cui farsi carico è difficile. Ma, lungi dall’essere un’anomalia, fa parte della nostra persona. È un dono, ci conduce ad aprirci noi stessi, orienta tutta la nostra persona verso Dio.

Osiamo credere che il vuoto può essere abitato da Dio e che possiamo già vivere l’attesa con gioia. Sant’Agostino ci aiuta quando scrive: “Tutta la vita del cristiano è un desiderio santo. Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende capace di ricevere… Se desideri vedere Dio, hai già la fede”.

Frère Roger amava questo pensiero di Agostino ed in questo spirito pregava: “Dio che ci ami, quando abbiamo il desiderio di accogliere il tuo amore, questo semplice desiderio è già l’inizio di una fede molto umile. Poco a poco nell’intimo della nostra anima si accende una fiamma. Essa può essere molto fragile, ma arde sempre”.

La Bibbia valorizza il lungo cammino del popolo d’Israele e mostra come Dio abbia lentamente preparato la venuta del Cristo. Ciò che è appassionante nella Bibbia, è che racconta tutta la storia d’amore tra Dio e l’umanità. Comincia con la freschezza di un primo amore, poi arrivano i limiti e anche le infedeltà. Ma Dio non si stanca di amare, cerca sempre il suo popolo. In realtà, la Bibbia è la storia della fedeltà di Dio. “Si dimentica forse un donna del suo bambino? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Leggere questa lunga storia può evocare in noi il senso delle lente maturazioni. A volte vorremmo tutto, subito, senza capire il valore del tempo della maturazione! Ma i salmi ci aprono un’altra prospettiva: “Nelle tue mani sono i miei giorni, Signore” (Sal 31,16).

Saper aspettare…Esserci, semplicemente, gratuitamente. Mettersi in ginocchio per riconoscere, anche con il corpo, che Dio agisce in tutt’altro modo rispetto a quanto immaginiamo. Aprire le mani, in segno d’accoglienza. La risposta di Dio ci sorprenderà sempre. Preparandoci al Natele, l’Avvento ci prepara ad accoglierlo.

Anche se non riusciamo sempre ad esprimere il nostro desiderio interiore a parole, fare silenzio è già l’espressione di un’apertura a Dio. Durante questo tempo d’Avvento, ci ricordiamo che Dio stesso è venuto, a Betlemme, in un grande silenzio.

La vetrata dell’Annunciazione, che si trova nella chiesa di Taizé, mostra la Vergine Maria raccolta e disponibile, che resta in silenzio nell’attesa che si realizzi la promessa dell’angelo di Dio.

Come la lunga storia che ha preceduto il Cristo è stata il preludio alla sua venuta sulla terra, allo stesso modo l’Avvento ci permette ogni anno un’apertura progressiva alla presenza del Cristo in noi. Gesù riconosce la nostra attesa come un giorno ha riconosciuto quella di Zaccheo. E come a lui, ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Luca 19,5).

Lasciamo nascere in noi la gioia di Zaccheo. Allora i nostri cuori, come il suo, s’apriranno agli altri. Lui decide di donare la metà dei suoi beni ai poveri. Noi, oggi, sappiamo che una gran parte di umanità ha sete di un minimo di benessere materiale, di giustizia, di pace. Durante il tempo dell’Avvento, possiamo farci carico di qualche opera di solidarietà?

I testi che si leggono nella liturgia durante l’Avvento esprimono una sorta di sogno di pace universale: “abbonderà la pace, finché non si spenga la luna” (Sal 72,7), “la pace non avrà fine” (Is 9,6), una terra in cui “il lupo dimorerà insieme con l’agnello” e non ci sarà più violenza (Is 11,1-9).

Sono testi poetici, ma risvegliano in noi un ardore. E vediamo che “la pace sulla terra” può germogliare nelle riconciliazioni che si realizzano, nella fiducia che gli uni ritrovano negli altri. La fiducia è come un granellino di senape che sta per crescere e, poco a poco, diventare il grande albero del regno di Dio su cui si stende una “pace senza fine”. La fiducia sulla terra è un umile inizio della pace.
Il giornale «La Croix» ha chiesto a frère Alois di scrivere, durante l’anno 2008-2009, una meditazione per ogni grande festa cristiana.Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2009

Salvati dalla croce di Cristo?

in questo studio/meditazione Paolo è presente nelle citazioni, lo propongo perché mi sembra comunque vicino al pensiero dell’Apostolo e … perché lo trovo bello:

http://www.taize.fr/IMG/pdf/Cahiers2_IT.pdf

I QUADERNI DI TAIZÉ 2

Frère Pierre-Yves

Salvati dalla croce di Cristo?

Come spiegare oggi il rapporto tra la morte del Cristo e il perdono dei peccati, il ricupero dei peccatori – insomma la “salvezza” come la chiama il Nuovo Testamento? Ci ripromettiamo una trattazione breve, una specie di concentrato essenziale. Faremo ricorso ad ogni tipo di fonti. L’originalità di questo quaderno consisterà nell’approccio, più precisamente nel modo di svolgere il tema, tappa per tappa. Diciamolo subito: la croce del Cristo non è separabile dalla sua risurrezione. Sono le due facce di un unico evento. Se la croce conduce alla liberazione, è a causa della Pasqua. Ma la Pasqua sarebbe un mito se il Risorto non fosse anche il Crocifisso. D’altronde è proprio dalla risurrezione che deve partire la fede, per scoprire in seguito che il cammino passa attraverso la croce; e, in un secondo momento, riconoscere che soltanto accettando nella propria vita la Passione del Crocifisso, si può accedere alla risurrezione. È l’insegnamento di San Paolo nella sua lettera agli Efesini (3,10-11). Ma non possiamo dire tutto in una sola volta, perciò concentreremo la nostra attenzione sulla morte del Cristo in croce. È, infatti, proprio tale morte e le sue conseguenze per noi che pongono tanti problemi a molte persone oggi. Perché ovunque nel Nuovo Testamento viene detto e ridetto che il Cristo muore “per noi”, “per i nostri peccati” e per liberarci da essi? E ancor prima, che cos’è mai il “peccato” per poter essere la causa del dramma della Passione? Ma prima di giungere al centro dell’argomento, occorre affrontare e superare quattro ostacoli.

Primo ostacolo:
Il termine “salvezza”

In effetti, l’annuncio della salvezza, questo termine così frequente nel Nuovo Testamento, sembra strano se non addirittura estraneo alla mentalità odierna. A meno che non ci si trovi dispersi in mare, chi invoca salvezza? Però non solo i Giudei dei tempi di Gesù, né soltanto i pagani divenuti cristiani, ma l’insieme dei popoli circostanti attendevano una salvezza. Il fatto suppone in effetti una certa concezione drammatica dell’esistenza. Che cosa pesava sul cuore della gente? La sensazione di essere in debito vero l’una o l’altra divinità? O l’impressione di essere alla ricerca di una giustizia personale con il timore di non raggiungerla? Oppure ancora il desiderio ardente di una vita che realizzi libertà e felicità, ma con la continua constatazione che esse sono fuori dalla portata umana? Insomma, un senso più o meno diffuso di cattiva coscienza, di infelicità, di fallimento, l’impressione di dover assolvere un compito difficile sotto  il quale si ha paura di soccombere. Sì, una concezione drammatica della vita.
Non è vero comunque che nella vita ci auguriamo per forza delle situazioni drammatiche; anzi tentiamo di evitarle. E tuttavia non viviamo forse inevitabilmente una certa dimensione drammatica quando cerchiamo di vivere con verità e di collocarci con un senso profondo di responsabilità nei confronti degli altri? Quanti rapporti umani difficili, quanti conflitti che non riusciamo a sanare e le cui conseguenze ci sfuggono. Senza tenere conto che non esiste alcuna comunione interpersonale, per profonda che sia, che riesca a superare la barriera di una certa opacità. Esiste dunque sempre una qualche dimensione drammatica dell’esistenza che occorre riconoscere e, se possibile, superare.
E oltre alle tribolazioni sempre presenti, o per lo meno incombenti in ogni esistenza, quanti fallimenti personali o collettivi, quanti tentativi abortiti, quante false speranze, dalle quali occorre riprendersi in qualche modo. E ancora, in ogni vita per poco cosciente di sé e poco esigente spiritualmente che sia, quante delusioni nel tentativo di perseguire una perfezione che sempre ci scappa di mano…
Di fronte a tutto questo la fede cristiana non è sprovveduta. La salvezza, per essa, non inizia sopprimendo il dramma interiore, ma con il collocarlo bene sia psicologicamente che spiritualmente. L’evoluzione del bambino può offrircene una parabola: partendo da un egocentrismo originario che afferra tutto per sé, egli è chiamato, tappa per tappa, ad entrare in rapporto con gli altri in maniera sempre meno simbiotica e sempre più gratuita ed a crescere in se stesso, a personalizzarsi, non gli altri malgrado, ma assieme a loro. Programma arduo, infinito…!
C’è pure nell’essere umano un desiderio di autosufficienza che falsa in partenza il suo desiderio di autonomia. Quest’ultima egli la sogna assoluta, come se egli fosse il centro unico dell’universo e come se Dio e gli altri fossero a servizio del suo assoluto, senza dipendenza né obblighi. Essere “come gli dei”, essere Dio in qualche modo (il Dio come ce lo immaginiamo noi, naturalmente). Con nel cuore un senso di rivolta contro ogni idea, essa pure immaginaria, di un Dio che pare voglia sottometterci alla sua onnipotenza. L’“onnipotenza”, ecco ancora un sogno fuori dalla realtà.
La realtà è invece che l’essere umano non diviene se stesso che ricevendosi dagli altri ed essenzialmente da Dio. La sua verità è l’essere in comunione, l’imparare ad amare in un modo che tenda a divenire oblativo. E ancor prima, la sua verità, la sua vocazione essenziale è entrare con Dio in una relazione di alleanza, in quel grande progetto per realizzare il quale ha creato il mondo e suscitato l’umanità e, in essa, ciascuno di noi. Di quell’alleanza siamo ardentemente invitati ad essere i partner felici e a scoprire quel Dio che nella parabola afferma: “Tutto ciò che è mio è tuo” (Luca 15,31).
Dio mi dona a me stesso, precisamente in quel movimento in cui mi offro a lui in risposta. Questa è la reciprocità dell’alleanza, destinata ad approfondirsi all’infinito. Così se la salvezza evoca innanzitutto una liberazione che Dio mi offre dalle forze negative che sono dentro di me, consiste però in ultima istanza in una comunione nuova o rinnovata.

Secondo ostacolo:
Che cos’è il “peccato” e qual è la sua relazione con la morte?

Qui mi esprimerò in prima persona, perché riflettendo sul peccato, posso solo pensare a me stesso. La salvezza degli altri, il loro peccato, il loro livello di responsabilità mi sfuggono e in ogni caso non sono affar mio: sono nascosti nel segreto di Dio. Ed io non vi posso speculare sopra, posso solo pregare per loro.
A proposito di peccato, non pensiamo in primo luogo a tale o tal’altra colpa morale. Il peccato si spiega, su di un piano spirituale, partendo da quella ricerca forsennata ed egoista di se stessi, da quella tendenza fondamentale dell’essere umano alla quale sono spesso incline a consentire: cose di cui abbiamo già parlato prima.
Il mio egocentrismo, dunque. Non quello del neonato, irresponsabile, ma quello che, coscientemente e volontariamente mi riconduce a me stesso e sul quale mi rinchiudo con soddisfazione, a dispetto di tutto quello che posso sapere di Dio, della sua alleanza e di quello che Egli s’aspetta da me per il mio massimo bene. Si tratta del modo con cui concepisco e realizzo il mio piacere a danno degli altri, dei loro diritti e delle loro legittime attese. Ancora: è la maniera con cui surrettiziamente occupo nella mia vita in ogni istante il primo posto, che invece dovrebbe essere il posto di Dio e dell’amore.
In altri termini, il peccato consiste, benché si manifesti in mille forme, in un rifiuto di solidarietà e di comunione, perché ad un certo momento rifiuto deliberatamente di pagarne il prezzo. In questo senso, occorre che mi rammenti che, per la Bibbia, il peccato consiste in primo luogo nel mancare il bersaglio, come fa un cattivo tiratore, dato che l’obiettivo è proprio quello di realizzarsi nella comunione. In rapporto con l’alleanza offertami da Dio, il mio peccato consiste nel tradire tale alleanza rifiutandone le esigenze. E simultaneamente nel tradire me stesso, la mia verità umana, la mia vera libertà et finire per perdermi lontano da Dio. Quale maledizione…
E ora s’impone il problema della morte. Che cos’è per me al di fuori della prospettiva dell’alleanza? Scegliere Dio non è forse per me, in definitiva, scegliere la vita?
Amare, dimenticando un po’ me stesso, non vuol forse dire scoprire la mia vocazione umana e crescere nella mia verità più personale? Fare mie le esigenze dell’amore non è forse trovare la sorgente della vera libertà? Di conseguenza, allontanarmi da Dio, evitare l’amore e le sue conseguenze, non significa proprio decidermi necessariamente e drammaticamente in favore della morte? Essa è, dice san Paolo, “il salario del peccato” (Romani 6,23). Constatiamone la conseguenza logica e necessaria: essa sigilla il fallimento dell’egocentrismo, il sogno dell’uomo di dipendere solo da sé e di avere in sé il suo fine. Essa è percepita come una sanzione, una punizione e, naturalmente, come un’ingiustizia, mentre vi dovremmo riconoscere la logica conseguenza finale della scelta che abbiamo fatto. In definitiva è la maledizione di chi, sapendolo, se ne va lontano da Dio, come Giuda che esce di notte e con un simile progetto nel cuore…E questo nonostante la mano che Gesù gli aveva teso. Il fatto è che Dio non ci rinchiude nella perdizione e non ha nessuna intenzione di trarne un qualche vantaggio. Egli moltiplica piuttosto i suoi appelli e le occasioni per rimetterci in carreggiata.
Al contrario, nella prospettiva dell’alleanza, la morte è da considerarsi come l’ultima tappa sulla terra verso la vittoria del Cristo, la realizzazione definitiva della Pasqua di colui che già s’era incamminato alla sequela del Cristo risorto. Egli lo vede diritto dinanzi a sé mentre gli viene incontro e, morendo grida (o mormora) con Stefano: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (Atti 7,59). Tutto ciò che la morte ha di drammatico, a causa di tutto quello che bisogna lasciare spogliandosi di quello che sostiene la nostra vita quaggiù, è come assorbito dalla vittoria di Cristo. Gesù non s’è rifiutato di affrontare il dramma della morte. Egli, l’uomo libero per
eccellenza sia verso Dio che verso gli uomini, si è reso solidale liberamente con tutti noi
fino ad accettare la maledizione della morte come un peccatore, condannatovi dai suoi
nemici. È stato forse Dio ad infliggergli un simile destino? Il Nuovo Testamento, in qualche frase sintetica, sembra talvolta affermarlo. No, quell’Altro che è il Padre affida all’amatissimo suo Figlio, con fiducia, la missione che soltanto lui avrebbe potuto portare a termine: raggiungere fino in fondo le sue creature sbandate. Ma durante la sua Passione e il suo cammino verso la croce, ben lungi dal subire la morte, Gesù ne fa il modo supremo per lui di riceversi e di donarsi al Padre e agli uomini. In questo consiste il senso della vita umana – riceversi, donarsi – e in questo consiste l’essere stesso del Figlio fin dall’eternità. Così la morte umana, in Gesù, rivela quello che da sempre sarebbe dovuta essere: la piena e definitiva consegna di sé al Creatore per poter accedere alla nuova creazione.

Terzo ostacolo:
Il termine “giustizia”

Siamo in molti ad aver sentito nelle lezioni di catechismo la spiegazione della croce come
giudizio di condanna da parte di Dio sull’umanità peccatrice. La misericordia di Dio sarebbe allora consistita nel far ricadere quel giudizio, ineluttabile e necessario, sul Cristo innocente, per risparmiare i peccatori. Questo sarebbe il prezzo da pagare per la giustizia.
Un teologo ortodosso, di fronte a una simile giustificazione della croce, si chiedeva come l’Occidente avesse potuto trasformare Dio in un padre così sadico. Si tratta proprio di una deriva occidentale. Si è sviluppata a partire dall’XI secolo, forse a causa dell’influenza esercitata dal diritto germanico sulla teologia. È stata ampiamente ripresa e trasmessa sia dalla tradizione cattolica che da quella protestante.
È difficile sapere se si possa trovare qualche indizio di una simile teoria nel Nuovo Testamento. Si sarebbe allora di fronte a un paradosso, e non c’è mai da guadagnarci a trasformare un paradosso in una realtà. Di fatto, la Passione è proprio un processo – un po’ contorto, per la verità – nel quale, per mezzo del suo Inviato, Dio s’impegna e prende posizione. Ma ci si è ampiamente sbagliati comprendendo il termine di “giustizia”, tanto frequente nel Nuovo Testamento, nel senso di una giustizia punitiva e distributiva, che rende colpo su colpo.
Assai vicina ai termini di misericordia, grazia e amore, la giustizia consiste innanzitutto, in tutta la Bibbia, in una correttezza di rapporti, un’armonia. La parola può, secondo i casi, tradursi con “salvezza” o “vittoria”. Nella sua giustizia, Dio, facendo grazia, “giustificando” l’autore del male, intende ristabilire con lui un rapporto felice e armonioso. E si aspetta dall’uomo perdonato un comportamento di giustizia e di santificazione che consisterà nell’armonizzare la sua vita con il progetto di vita che Dio ha per lui, il progetto chiamato alleanza. Dio spera nell’uomo “contro ogni speranza”.
Se la legge e i principi morali che si trovano numerosi nel Nuovo Testamento diventano un modo di giustificare noi stessi dinanzi a Dio, li storniamo dal loro scopo e prendiamo il posto di Dio, il quale è il solo a poter giustificare. L’obiettivo della legge e dei principi morali è quello di indicarci la strada in vista di ricevere la giustizia di Dio, di piacergli e di piacere a noi stessi in lui. Così, il Cristo in croce realizza in pieno la giustizia di Dio e la nostra giustizia. Manifesta quella di Dio giustificando il peccatore che si converte. E quella dell’uomo trascinandolo nella sua risposta perfetta di amore e nella sua entrata nella vita.

Quarto ostacolo:
la rappresentatività di Gesù

Qui ancora una volta, quello che sembrava comunemente accettato nella tradizione ebraica e in quella del Nuovo Testamento, crea problemi in questo tempo di forte individualismo. Al contrario dell’“ognuno per sé”, ogni essere umano era considerato come rappresentativo dell’umanità e l’umanità era intesa come un’unità, non astrattamente, ma secondo una realtà d’ordine spirituale. Oggi ci è difficile immaginarlo. Eppure noi facciamo alcune esperienze di grande solidarietà umana e di profonda comunione, durante le quali abbiamo la sensazione che l’umanità sia una e che ogni essere umano possa esserne un’immagine. Pensiamo a quanto rimaniamo colpiti quando una persona si offre per morire al posto di un’altra (come per esempio il padre Kolbe). Pensiamo a tanti uomini e donne che non esitano a rischiare la vita per gli altri; o più semplicemente che la offrono in servizio, come se appartenesse agli altri. Pensiamo
ancora alla sofferenza di alcune persone che ci tocca nel profondo come se fosse la nostra. Sono tutti casi in cui vediamo come l’umanità non si considera come una giustapposizione d’individui, ma tende verso un’unità di cui ogni essere umano è come il rappresentante. È in questo senso che frère Roger amava parlare della “famiglia umana”.
In questa prospettiva, Gesù, in una maniera unica e assoluta, è da confessarsi come l’Uomo per eccellenza. “Ecco l’uomo” è l’affermazione realissima che fece Pilato senza rendersene conto. Queste parole, in san Giovanni, hanno certamente due significati: Ecco il vostro uomo, l’individuo che mi avete condotto. E: ecco l’immagine dell’Uomo quale il Creatore dall’eternità l’aveva progettato, ecco il vero rappresentante di ogni essere umano agli occhi di Dio.
In effetti, considerando quanto Dio s’è preso a cuore le sorti dell’umanità facendosi vicino ad essa, non si capisce il perché dell’incarnazione e della Passione del Cristo se non si riconosce in lui il Figlio di Dio che si fa fratello di ciascuno di noi. Nostro fratello e, molto di più, nostro rappresentante davanti a Dio; si potrebbe anche dire meglio: la mia presenza quasi personale dinanzi a Dio. Si potrebbe dire che prende il nostro posto per vivere dinanzi a Dio un’esistenza umana che corrisponda in modo perfetto all’amore del Padre e che affronta al posto nostro la maledizione della morte. Ma, paradossalmente, Gesù prende il nostro posto senza togliercelo, anzi creando più spazio per noi.
Con la sua nascita umana, Gesù prende la mia vita su di sé per offrirmi la possibilità di partecipare alla sua: alla sua esistenza terrena fatta di libertà e obbedienza, alla sua croce dolorosa e vittoriosa, alla sua vita nell’eternità. Il dono di sé è in lui così grande di fronte alla maledizione della morte che la trasforma in benedizione per lui e per noi. Ecco che cosa egli è per me, per te, per noi. Ecco perché l’Apostolo parla del battesimo come del modo con cui il Padre, per mezzo dello Spirito Santo, ci aggancia all’esistenza umana di Gesù morto e risorto.
Si può dire che Dio realizzi una doppia identificazione, non psicologica, ma dell’ordine dell’essere. Da un lato il Cristo s’identifica veramente con ciascuno di noi; fa corpo unico col nostro destino al punto che san Paolo osa scrivere: “Il Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge (di una legge impossibile da realizzare) divenendo lui stesso maledizione, come è scritto: Maledetto colui che pende dal legno” (Gal 3,13; Deut 21,23). E ancora: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo ha fatto peccato per noi” (2 Cor 5,21) Un’espressione concisa per dire che si tratta del grande progetto di Dio al quale Gesù aderisce con tutto il suo essere: liberarci dal peccato. Sì, egli è me, è noi fino a quel punto!
Dall’altro lato, la nostra identificazione con lui si riassume forse nell’affermazione dell’Apostolo: “La nostra vita è ormai nascosta col Cristo in Dio” (Col 3,3). Un’anticipazione reale, anche se velata, di cui il cristiano aspetta la rivelazione piena. È come dire che, per la fede e nella speranza, Gesù risorto è il luogo, o meglio, l’essere in cui porre la nostra esistenza, in cui cercare il nostro vero inserimento.
Guardare il Cristo in croce è dunque per me, in verità e realtà, l’occasione di vedermi dinanzi a Dio come peccatore maledetto che merita la condanna, ma anche come figlio (o figlia) liberato e benedetto nel Figlio a causa dell’offerta di sé che egli ha fatto, in cui si esprime già tutto il dinamismo della Pasqua. Essa è l’offerta del Cristo nella quale anch’io sono trascinato ed è espressa in modo così forte nell’Eucaristia.

I quattro evangelisti

Che la Passione e la croce siano “per noi”, tutti i quattro evangelisti lo sanno e lo affermano: è questo ciò che Gesù intende far conoscere quando istituisce l’Eucaristia, profezia degli eventi che seguiranno poco dopo. Ma quel “per noi” ha un significato talmente pregnante che non si riesce a cogliere fino in fondo quando si cerca di chiarirlo.
Per Marco, il più antico dei quattro, sembra che l’essenziale si giochi attorno a due parole. Quella di Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Grido terribile di chi affronta la maledizione del peccatore. E quella dell’ufficiale incaricato di assistere all’esecuzione: « Veramente costui era Figlio di Dio”. Veramente la sua maniera di affrontare la morte rivela in lui il mistero del Figlio e la vicinanza del Padre.
In Matteo, si ritrovano le stesse due parole ma meno in rilievo. L’idea dell’evangelista è che nella morte del Crocifisso si compie il giudizio del mondo e si strappa il velo del luogo santissimo. Detto in altro modo, il giudizio finale è in lui anticipato; Gesù realizza nella sua Passione l’apocalisse. La storia è come compiuta e il Regno ha fatto irruzione. Certo, la storia continua, ma agli occhi di Dio essa è giunta al suo atto finale: “Tutto è compiuto”. Questo affinché, da quel momento, la nostra prospettiva (se lo vogliamo veramente) non è più il giudizio, ma la luce del Regno.
In Luca, sono riportate varie parole di Gesù: la sua preghiera per il perdono di coloro che lo crocifiggono (e chi, poco o tanto, non fa parte di quel gruppo?), la sua promessa al buon ladrone di accoglierlo subito in paradiso, la preghiera di affidamento al Padre. Tutto ciò va nella stessa direzione: Gesù fa della sua morte non solo una preghiera per il perdono, ma l’esaudimento stesso di tale preghiera, il perdono stesso di Dio.
In Giovanni, l’accento è posto principalmente sulla vittoria gloriosa e quasi regale dell’amore in Gesù e tale vittoria, benché paradossale, affiora lungo l’intero racconto della Passione. Inoltre Giovanni concepisce la Passione sullo sfondo della Pasqua giudaica e dell’agnello pasquale. Egli pone la crocifissione del Signore, l’Agnello al quale non saranno spezzate le ossa, all’ora stessa in cui i Giudei sacrificano l’agnello (Gv 19,33; Es 12,46). La morte del Cristo significa dunque il sacrifico pasquale definitivo e la nuova alleanza: il compimento di tutto quello che significava per il Giudei l’evento fondatore della loro storia: l’uscita dall’Egitto. Nello stesso senso, san Paolo scrive: “Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1 Co 5,7). E tira la conseguenza che la vita cristiana, nella santità, è da considerarsi come una celebrazione di tale Pasqua.
Quanto alla Lettera agli Ebrei, è totalmente dominata dal tema dell’Antico Testamento: il “sacrificio per il peccato”. Questo non ha mai avuto il senso di una punizione che dovrebbe cadere sull’animale sacrificato, ma il senso positivo del perdono ritrovato, di un’alleanza stabilita di nuovo con Dio per mezzo dell’offerta del sangue, cioè della vita, che appartiene a Dio. Il gran sacerdote, per offrirla, entrava una volta all’anno nel Santo dei santi del tempio. Questa figura del sommo sacerdote permette all’epistola di celebrare la croce come il sacrificio definitivo per il peccato, in cui il Gran Sacerdote, il Cristo, una volta per tutte, si presenta a Dio oltre il velo del tempio (cioè al di là delle apparenze del mondo) con l’offerta della sua stessa vita. Il Sacerdote e l’Agnello offerto, in lui, coincidono perfettamente per l’eternità. Il sacrificio è perfetto.
Riusciamo ad immaginare lo scandalo spirituale, la crisi terribile, che la fine drammatica di Gesù ha provocato negli amici di Gesù, i suoi adepti, i credenti? E riusciamo ad immaginare anche lo sforzo di fede e d’intelligenza che è costata loro la necessità di renderne conto, partendo dalla fede nella risurrezione? E tutto questo appoggiandosi alle Scritture che, in quel periodo, altro non erano che l’Antico Testamento. In un certo senso dovevano addirittura giustificare Dio, come dovevano giustificare la loro fede in Cristo, innanzitutto per se stessi e poi in vista della
predicazione.

Il senso della croce

Superati i tre ostacoli e richiamati i punti di vista dei quattro evangelisti, possiamo ora accostarci alla croce con un metodo che vuol essere sistematico e progressivo, dagli aspetti più evidenti a quelli più misteriosi, dai più semplici ai più complessi.
1. Gesù muore, condannato in tutta fretta come malfattore e bestemmiatore ad una morte vergognosa riservata agli schiavi, alla gente che non conta nulla, lui l’inviato di Dio, lui il messia riconosciuto dai suoi discepoli. Così, in nome di Dio, egli raggiunge tanti uomini, donne e bambini, vittime di ingiustizie e schiacciati dalla violenza, senza possibilità di difendersi.
2. La sua morte è la conseguenza diretta del suo messaggio e dunque dell’obbedienza alla missione che il Padre gli affidava. Ciò che scandalizza i notabili giudei è il suo modo nuovo di concepire la legge, di presentare un Dio vicino ai poveri e ai peccatori, un messia senza potere politico, la destinazione universale della salvezza. Si scandalizzano pure dell’autorità della sua parola, specialmente quando perdona in nome di Dio. I Romani lo percepiscono come una minaccia per l’ordine pubblico e per l’autorità dell’imperatore. In lui si concretizza la figura del giusto perseguitato, come era accaduto a Elia e Geremia. La Passione e la croce confermano la sua fedeltà alla missione umana e divina.
3. Egli aveva profetizzato la sua morte nella lavanda dei piedi ai discepoli, lui che era il Signore. Realizza così la figura del servo, dell’uomo per gli altri (come si usa dire oggi), giunge fino all’estremo della solidarietà con ogni essere umano. La sua morte allora viene intesa non solo come causata dagli uomini, ma anche come vissuta per loro. “Crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, soffrì la Passione e fu sepolto”, recita il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, mentre la prima formulazione della fede apostolica, trasmessa da san Paolo, si esprime così: “Il Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” (1 Cor 15,3)
4. Da questa giustizia negata, da questo odio, da quest’infamia che è la croce, solo l’amore, che tutto può andando fino all’estremo, poteva far sgorgare dal cuore di Gesù la preghiera per i suoi crocifissori, una preghiera in cui si realizza il perdono di Dio. Ci troviamo qui nella prospettiva tipica di Luca che, forse oggi è la più accessibile, la più convincente per molti. Poiché è necessario ricordare, andando oltre le semplificazioni del passato, che ciò che salva, ciò che offre il perdono, non è il sangue di Gesù, né la sua sofferenza, né la sua morte, ma l’amore in nome del quale egli assume il suo destino tragico, con lo scopo di trasformarlo in misericordia.
5. Una domanda allora s’impone, difficile e angosciante: Perché tutto questo dramma, se si tratta di perdonare? Perché il perdono di Dio costa un prezzo così alto: il Padre consegna il suo amatissimo Figlio e questi si consegna nelle mani dei suoi crocifissori? E nasce la domanda: Che cosa rivela questo dramma del perdono di Dio in Gesù Cristo? Innanzitutto rivela fin dove giunge l’amore di Dio per poter raggiungerci. Poi e allo stesso tempo, fin dove giunge il peccato con tutto il suo corteo di conseguenze. Il perdono potrebbe consistere nel comportarsi come se il male non fosse mai esistito, così come si pulisce con un colpo di spugna una lavagna? Se il peccato, ricordiamolo, è percorrere deliberatamente la strada del proprio attaccamento egoista a se stessi, senza tener conto né di Dio né del prossimo, qual è il male che questo atteggiamento non abbia provocato? Quali diritti non ha calpestato? Quali torti di ogni genere non ha moltiplicato? Una tale responsabilità può semplicemente essere elusa, annullata?
Ecco la ragione per la quale Gesù, affrontando il peccato degli uomini, né affronta pure il suo corteo di conseguenze: infamia, angoscia, sofferenza intensa, che conducono alla morte. Qui il perdono non potrebbe dire: oh, non è nulla! Certamente è offerto senza riserve. Eppure è necessario che io lo accolga, la qual cosa suppone un cambiamento di tutto l’essere, il contrario dell’egocentrismo, una riparazione, per quanto possibile, verso i terzi, un abbandono delle abitudini, una condanna di tutto il negativo. E questo in modo da poter orientare la vergogna e la sofferenza verso il contrario del peccato e cioè verso una vita offerta. In breve, l’accoglienza del perdono suppone da parte mia una conversione e un impegno verso Dio, come pure un’attenzione rinnovata verso il prossimo.
Non è esattamente questo che s’è compiuto con la Passione di Gesù? Prendendo su di sé tutte le conseguenze del peccato, le trasforma: sì, con una sofferenza terribile e con l’infamia di morire su di un patibolo pubblicamente, le trasforma in una marcia vittoriosa verso la vita nuova, la risurrezione.
Parleremo allora a questo proposito di punizione? È possibile. Il Nuovo Testamento lo fa appena, ma Isaia afferma del servo del Signore: “Il Signore ha fatto ricadere su di lui gli errori di noi tutti” (53,6). Qui abbiamo a che fare ancora una volta con una sintesi sbrigativa, se si tratta di Gesù. Non è Dio a punire, sono io che, facendo il male e rifiutandomi di fare il bene che ci si aspetta da me, faccio del male a me stesso e m’incammino vero la perdizione. In tal senso il peccato è autopunizione. E Gesù si prende carico anche di tutto questo. Qui sopra è apparso un altro tema: la sofferenza legata al peccato così come Gesù l’affronta. Il perdono non la sopprime. Da una parte la sofferenza è presente in ogni vita umana: che farne? D’altra parte essa si aggrava, in ogni essere umano toccato dalla visione del Crocifisso, con una viva sofferenza spirituale. Non soltanto il cuore è messo davanti a questo spettacolo e al prezzo del perdono, ma inoltre si pone questa domanda: come essere all’altezza di un tale avvenimento? Come vivere degnamente il perdono? Che ruolo gioca la sofferenza, ogni sofferenza, in ciò che abbiamo chiamato poco sopra un “cambiamento”? Il perdono esige un cambiamento anche per quanto riguarda la sofferenza. Che si tratti di pena, vergogna, disgusto, senso di fallimento conseguente al peccato, essa è chiamata a divenire partecipazione alle sofferenze del Cristo e di conformarci alla sua morte, come lo dice con audacia san Paolo. Senza mai essere un bene in se stessa, il “bene” della sofferenza fisica, morale o spirituale, consisterà, per quanto possibile, nell’essere vissuta come un modo particolarmente stretto di comunione con il risto, una maniera preziosa di offrirsi a lui nell’amore. Così la riconciliazione con Dio non ha nulla di facile, di anodino, di automatico. È attraverso i sacramenti vissuti nella fede e una vita di santificazione che si accoglie il perdono. È offerto a noi con una generosità totale e attende da noi una generosità in contraccambio. Il perdono, in definitiva, è Dio che viene a me; la mia accoglienza del perdono implica che io vada verso Dio. Questa è l’alleanza sigillata in Gesù Cristo.
6. E giungiamo al tema del sacrificio. Una parola che molti oggi detestano per il fatto che nelle nostre lingue e nella nostra mentalità ha completamente cambiato il suo significato. Nel linguaggio corrente è diventata sinonimo di disgrazia, d’incidente, con un certo sapore di punizione. Oppure di un’azione per la quale si è costretti, vissuta senza amore, con l’idea che più è pesante, più è preziosa. O ancora come qualcosa che si mette ai margini, senza valore. E inoltre questa parola evoca per la mentalità attuale un’idea insopportabile di violenza, a causa del sangue versato che comporta la morte dell’animale, che sembra essere il nocciolo del sacrificio dell’Antico Testamento. Occorre rinunciare al termine e sostituirlo con un altro che conserva la sua bellezza: offerta? Oppure cambiare mentalità, risalire all’origine ricostruendo il significato vero del sacrificio? Ciascuno, per quanto riguarda se stesso, è libero di fare quello che vuole. Ma il Nuovo Testamento sta lì di fronte a noi, citato spessissimo nelle liturgie eucaristiche; ed esso parla tranquillamente di sacrificio sullo sfondo del Vecchio Testamento.
Ora, per quest’ultimo, il sacrificio, in stretto rapporto con l’alleanza, ha il significato fondamentale di unirmi a Dio, di raggiungere la sua grazia. Il sangue è molto prezioso perché rappresenta la vita che proviene da Dio e che gli si offre in un rito di riconoscenza. Nell’esperienza umana il sacrificio è una legge di vita secondo la quale si deve rinunciare a qualche cosa per “guadagnare” qualcos’altro o, detto altrimenti, per poter crescere su di un altro piano. E dinanzi a Dio, sacrificare vuol dire prelevare una parte di quello che s’è ricevuto per presentargliela in azione di grazie. Ma, in fin dei conti, si offre se stessi e, per mezzo del sacrificio, ci si riceve in contraccambio. Non è forse questo che si realizza nell’eucaristia?
Nell’Antico Testamento, il racconto che evidenzia nel miglior modo il senso del sacrificio, in quanto rito di alleanza, è quello in cui si vede raccolto in una bacinella il sangue (la vita!) dei tori immolati. Mosè sigilla l’alleanza tra Dio e il popolo aspergendo con quel sangue successivamente l’altare, simbolo della presenza di Dio, e il popolo. Una parola sacramentale accompagna il rito e ne spiega il senso: “Questo è il sangue dell’alleanza” (Es 24,8). Ora, le stesse parole sono riprese da Gesù per l’istituzione della Cena. Gesù dunque considera la sua persona e il dono della sua vita, alla vigilia della Passione, come l’alleanza stabilita definitivamente tra il Padre al quale si offre e gli uomini per i quali si offre. Inoltre, in quella profezia di Pasqua che è la Cena del Giovedì santo, si profila l’intero evento pasquale della liberazione dall’Egitto, del pasto rituale ebraico e della traversata del Mar Rosso. Gesù ne è il compimento nuovo ed eterno. Egli è, come abbiamo visto, la “nostra Pasqua”, la nostra liberazione, il nostro passaggio alla luce. Di tutti i sacrifici dell’antica legge, i primi cristiani non hanno conservato nulla, come simbolo della Passione, se non il “sacrificio di espiazione”. Qui ancora, senza alcuna idea di punizione, si tratta dell’alleanza stabilita di nuovo per mezzo dell’offerta del sangue, della vita in cui si esprime la riconciliazione con Dio. Ma non vi torniamo sopra: ne abbiamo già parlato a proposito della Lettera agli Ebrei.
7. In un antichissimo inno della Chiesa, san Paolo ha trovato l’espressione più forte per esprimere l’umiltà dell’incarnazione e della croce: “Egli si è annientato (non quanto alla sua persona, ma quanto alla sua condizione di Figlio di Dio) assumendo la condizione di servo… E si è umiliato ancora di più, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8).
Così la croce è il momento culminante di quel movimento di amore in cui l’abbassamento e l’esaltazione del Cristo sono una cosa solo. Poiché la risurrezione non può considerarsi come la rivincita, in un certo senso, della vita sulla morte, della gloria sull’abbassamento. Non la rivincita, non il contrario, ma la rivelazione di quello che è stata veramente la Passione. Questa è l’audacia di Dio, la sua potenza, realissima, la sua sovranità: la morte di Gesù in croce si rivela come la vittoria della vita, la riuscita del disegno eterno di Dio, il modo estremo che l’amore trova per offrirsi. Così la potenza di Dio, attraverso la Passione, si rivela come la capacità che egli ha di ricavare il meglio dal peggio, la più grande vittoria dalla più grande sconfitta, la
risurrezione dalla morte. Sì: sulla croce. Spetta a noi allora cercare il modo di far rivivere
tutto ciò nella nostra esistenza, se abbiamo intenzione di “conoscere il Cristo nella potenza della sua risurrezione e la comunione alle sue sofferenze” (Fil 3,10).

Traduzione: Paolo Bagattini

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