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SCOLA: «L’AVVENTO: ATTESA BELLA E SPERANZA AFFIDABILE» 16.11.2014

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SCOLA: «L’AVVENTO: ATTESA BELLA E SPERANZA AFFIDABILE» 16.11.2014

In Duomo, di fronte a migliaia di fedeli, il cardinale Scola ha presieduto la Celebrazione eucaristica della I Domenica dell’Avvento ambrosiano, dando avvio al percorso della sua predicazione in Cattedrale intitolato, quest’anno, “Un bambino è nato per noi”

di Annamaria BRACCINI

Un’attesa bella perché si fonda sulla speranza affidabile della venuta certa del Signore.
All’inizio del «tempo liturgico benedetto», tempo di Avvento, è il cardinale Scola a dare voce e a interpretare un sentire comune che si fa quasi palpabile, in Duomo, dove arrivano in migliaia per la Celebrazione Eucaristica della I domenica dell’Avvento ambrosiano, con cui prende avvio anche il percorso proposto a tutta la Diocesi attraverso, appunto, la predicazione domenicale dell’Arcivescovo in Cattedrale. E sono così tanti i giovani, le famiglie con i bimbi, ma anche gli anziani e la gente di tutte le età – sono stati in particolare invitati, questa domenica, gli aderenti al Movimento apostolico e ad Alleanza Cattolica – che si ritrova per un momento importante, sentito fortemente dall’intera comunità ambrosiana, chiamata a condividere il cammino di queste sei settimane che ci separano dal Natale, nella logica di quella che l’Arcivescovo chiama «la tensione buona dell’attesa».
Tutto, dalle Orazioni al Prefazio e alle Letture del giorno, invitano, d’altra parte, a cogliere la venuta del Signore come evento definitivo della salvezza. Intorno a una tale certezza si articola la riflessione del Cardinale che invita guardare con speranza il presente e il futuro: «Non con un ottimismo acritico, non con un forzoso ‘tutto va bene’ ma con una speranza affidabile perché Colui che viene mostra che la storia personale e la storia della famiglia umana hanno un senso cioè un significato, un valore, una direzione».
In questo contesto, anche il dialogo tra il Signore e i discepoli, narrato dalla pagina evangelica di Marco 13, è un monito chiaro: «Di fronte al dilagare del male e delle circostanze avverse, alle contraddizioni gravi e alla fatiche che anche noi europei stiamo portando, l’interrogativo più radicale è se possiamo ancora attendere la venuta di Qualcuno che spezzi questa angosciante impotenza». Qui è l’importanza dell’Avvento, suggerisce.
Sgomenti come i discepoli «di fronte all’imperversare del male, fuori ma anche dentro di noi», tentati di cedere al lamento sterile e senza pietà verso l’umano, occorre, tuttavia, vedere nel travaglio, che richiama la nascita attraverso i dolori del parto, una preparazione positiva alla vera nascita.
«Per questo – spiega Scola – abbiamo voluto dare all’intero percorso delle sei domeniche di Avvento, lo stesso titolo della Lettera alle famiglie per il Natale “Un bambino è nato per noi”. Attendiamo la fine del mondo come la nascita piena, adulta, definitiva, matura: la nascita all’abbraccio paterno del Padre.
L’invito è a non dimenticare che siamo “eletti” in quanto seguaci di Gesù e attraverso coloro che Lui sceglie, non per i loro meriti, ma per il mistero della Sua misericordia, Dio raggiunge tutti gli uomini. E questo vale «anche per l’uomo postmoderno, sofisticato, ma pur sempre fragile come l’uomo di ogni tempo, anche per gli abitanti delle nostre terre ambrosiane, che in troppa misura si sono allontanati dalla pratica eucaristica e che tuttavia hanno ancora un riferimento nella nostra grande storia di cattolicesimo popolare».
E se la «fine del tempo e della storia svelerà ai nostri occhi, il fine della vita dell’uomo e della storia, che “Dio sia tutto in tutti”», la conseguenza è decisiva ed evidente. «La solidarietà col “Dio con noi” ci fa responsabili gli uni degli altri e contraddice Caino. Uniti nell’attesa di Colui che sta venendo, siamo chiamati all’esperienza bella della comunione effettiva tra cristiani e a condividere, come sorelle e fratelli, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri e soprattutto di tutti coloro che soffrono». Il dolore del Cardinale è per le recenti tragedie causate dal maltempo «Siamo vicini a quanti piangono le vittime e a chi soffre per i danni dell’alluvione», sottolinea.
In gioco c’è la méta buona che illumina il cammino quotidiano, nel cui vortice spesso dimentichiamo «chi siamo e di Chi siamo», osserva l’Arcivescovo, che raccomanda a tutti «il segno di croce al risveglio e prima di coricarsi così come la preghiera del mattino e della sera, possibilmente in famiglia, come modalità semplice, ma potente, anche per rigenerare le relazioni tra gli sposi e con i figli. In questo tempo, partecipiamo almeno – aggiunge – a una Messa infrasettimanale».
Non dimentica, il Cardinale, anche i gesti concreti di condivisione verso i più poveri ed emarginati: «In particolare, prendiamo sul serio le iniziative di solidarietà proposte dalla Chiesa italiana verso i cristiani provati dalla persecuzione. Pensiamo alle più di 150.000 persone che hanno dovuto abbandonare le loro case solo in Kurdistan».
E, a conclusione della Celebrazione, il pensiero va al Paese: «bisogna pregare perché cresca l’amicizia civica e perché il confronto tra diverse visoni del mondo e posizioni, tra diversi nobili interessi, sia sempre teso verso questa amicizia di cui la Nazione ha tanto bisogno per potere vivere in pace e poter affrontare, italiani e immigrati, questo tempo di crisi restando uniti».

SCOLA E L’ECOLOGIA: «L’UOMO NON PUÒ ESSERE “RESPONSABILE” DEL CREATO SENZA QUALCUNO A CUI RISPONDERE»

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SCOLA E L’ECOLOGIA: «L’UOMO NON PUÒ ESSERE “RESPONSABILE” DEL CREATO SENZA QUALCUNO A CUI RISPONDERE»

Dicembre 6, 2013 Angelo Scola

Oggi a Milano alla messa della vigilia di sant’Ambrogio il cardinale parlerà dei temi dell’Expo 2015 (“Nutrire il pianeta, energia per la vita”). Un’anticipazione
scolaPubblichiamo dall’Osservatore Romano l’anticipazione di una parte del discorso alla città che il cardinale arcivescovo di Milano terrà oggi 6 dicembre nella basilica di Sant’Ambrogio alla vigilia della memoria liturgica del santo patrono. Il discorso sarà contenuto nel libro Cosa nutre la vita? Expo 2015 (Milano, Edizione Centro Ambrosiano, 2013, pagine 96, euro 8,90, disponibile anche in e-book nella collana “I corsivi di Corriere della Sera” al prezzo di euro 1,79) in uscita il 9 dicembre.
«Nutrire il pianeta. Energia per la vita». Il titolo di Expo 2015 contiene quattro parole chiave: alimentazione, energia, pianeta, vita. Ciascuna forma di vita ha bisogno di energia. Il nesso vita-alimentazione, a sua volta incide sullo sviluppo del pianeta. Questa complessa circolarità chiama in causa una quinta parola chiave: l’uomo. Solo il riferimento all’uomo consente una riflessione che eviti di cadere in opposti estremismi nella considerazione dell’ambiente. Da una parte la posizione, ancora assai diffusa, che si relaziona all’ambiente con una logica “predatoria” o di sfruttamento; dall’altra quella che ne propugna una sorta di “sacralizzazione” che, alla fine, rivendica pari diritti per ogni forma di vita.
Superando queste opposte posizioni, la centralità dell’uomo consente di pensare un rapporto con il pianeta responsabile e capace di cura. Tale riferimento antropologico però domanda un deciso cambio di rotta in campo economico e tecnologico. Viceversa: non è pensabile una riformulazione dell’assetto economico-tecnologico globale senza mettere al centro, e non solo a parole, l’uomo e i suoi legami sociali.
Il presidente del consiglio Enrico Letta incontra i vertici di EXPOL’affermazione del posto dell’uomo nel cosmo, necessaria per pensare alla “dimora” del pianeta di cui prendersi “cura”, non è in assoluto qualcosa di assodato nella cultura contemporanea.
Contro la centralità dell’uomo si muove la nota critica all’“antropocentrismo biblico” di certo pensiero ecologista. A dire di non pochi «il monoteismo ebraico e cristiano sarebbe stato funzionale agli interessi umani nei confronti della natura, servendo da garante teologico dell’esasperato antropocentrismo della concezione biblica».
Ma l’annuncio biblico sulla creazione del mondo e sul posto occupato in esso dall’uomo porta davvero ad una tale conclusione? È bene anzitutto non trascurare questo giudizio di Sergio Lanza: «La diffusa banalizzazione del racconto genesiaco è una delle disavventure culturali più gravi dell’Occidente moderno». Non di rado, infatti, le parole del Libro della Genesi non sono percepite nella giusta prospettiva. Esse non si preoccupano di fornire una “spiegazione scientifica” dell’origine dell’universo, ma intendono porre la domanda sull’uomo e sul senso — significato e direzione — della sua esistenza. Ciò non significa che la Parola di Dio non abbia qualcosa da dire sull’origine dell’universo. Anzi, i racconti della creazione ci offrono due importanti riflessioni complementari. Da una parte le diverse espressioni dei racconti non consentono un’univoca visione cosmologica. Dall’altra, nel tentativo di comprendere la realtà creata da Dio, gli stessi racconti si servono di elementi cosmologici.
E se si parla di comprensione della realtà il riferimento all’uomo è obbligato.
scolaAppare, quindi, opportuno chinarsi di nuovo, sia pur brevemente, sui testi del Libro della Genesi che ci parlano della creazione dell’universo e dell’uomo e del loro rapporto. Essi, come sappiamo, sono due. Nel primo racconto della creazione — denominato dagli studiosi Poema dei sette giorni (cfr. Genesi, 1) — Dio formula un comando all’uomo: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Genesi, 1, 28). Nel secondo racconto (cfr. Genesi, 2, 4 – 3, 24), l’insegnamento biblico afferma: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi, 2, 15).
Il primo dato, comune ai due racconti, sembra scontato, eppure riveste grande importanza: i protagonisti del rapporto uomo-cosmo non sono semplicemente due — la comunità degli uomini e la terra — ma tre. In entrambe le versioni il Creatore non cede il ruolo di protagonista. Anzi il testo biblico sottolinea con forza che è Dio a mettere in relazione l’uomo e il cosmo. Qualsiasi pretesa antropocentrica è così esclusa.
Se Dio, creando, non si ritira dalla creazione, Egli lascia tuttavia un ampio spazio all’uomo e alla sua corresponsabilità. L’uomo, infatti, non potrebbe essere effettivamente “responsabile” del creato senza qualcuno a cui rispondere. Se deve rispondere al Creatore, è perché l’opera della creazione è in fieri. Questa constatazione riveste grande importanza perché permette di superare una visione statica del rapporto tra l’umana libertà e il cosmo.
papa-francesco-angelo-scolaPer questa ragione Giovanni Paolo II non esitò a identificare la radice del problema ecologico in un errore antropologico: «Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L’uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui» (Centesimus annus, 37).
La verità della pagina biblica esclude ogni antropocentrismo esasperato, come invece vorrebbero i suoi critici. Così come esclude la posizione opposta, quella di una “sacralizzazione” del cosmo che giunge, come disse il beato Giovanni Paolo II, a «eliminare la differenza ontologica e assiologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi, considerando la biosfera come un’unità biotica di valore indifferenziato» (Discorso ai partecipanti ad un convegno su ambiente e salute, 24 marzo 1997, n. 5).
È necessario, quindi, recuperare l’insegnamento biblico compiuto, che mette in campo simultaneamente Dio, l’uomo ed il creato. Benedetto XVI ha parlato di «ecologia dell’uomo» (Caritas in veritate, 51). E Papa Francesco ha fatto riferimento a questo compito fin dall’omelia della messa per l’inizio del suo ministero petrino: «La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti (…) è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore» (19 marzo 2013).
I temi di Expo 2015 rappresentano un’occasione privilegiata per approfondire questa necessaria ecologia dell’uomo.

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Angelo Scola |on 25 août, 2014 |Pas de commentaires »

CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE » – OMELIA CARD. SCOLA

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CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE »

L’OMELIA DEL CARDINALE ANGELO SCOLA NELLA MESSA IN SUFFRAGIO DELL’ARCIVESCOVO EMERITO DI MILANO

Milano, 31 Agosto 2013 (Zenit.org)

Riprendiamo di seguito l’omelia pronunciata questa sera in Duomo dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella Messa in suffragio del cardinale Carlo Maria Martini, nel primo anniversario della sua morte.

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«Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Vangelo, Mt 4,16). L’evangelista Matteo, per descrivere l’inizio del ministero pubblico di Gesù, utilizza le parole di una profezia di Isaia (cf. Is 8,23-9.1). Una descrizione efficace, che ben esprime l’iniziativa di Dio nei confronti della umana condizione.
Non si può forse dire di ogni uomo che “abita in regione e ombra di morte”? Questa, come un sordo rumore di fondo, accompagna tutta la nostra vita. Non è proprio la morte, soprattutto quella delle persone a noi care e quella degli innocenti, ad aprire dolorosamente l’interrogativo circa il bene della vita? Se non c’è, infatti, risposta alla morte, se non esiste una luce in grado di dissipare l’ombra della morte, uno scetticismo dalle molte sfumature s’impadronisce di noi. Nessuno può sottrarsi a queste domande. Esse attraversano, senza distinzione, l’esistenza di credenti e di non credenti, incamminati sulla stessa strada.
Nell’iniziativa che Gesù prende dopo la cattura di Giovanni, si apre a noi una strada per guardare in faccia la bruciante questione della morte: in prima persona nel territorio intorno a Cafarnao Gesù «incominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”». E allora «il popolo vide una grande luce…» (Vangelo, Mt 4,16-17). «Cristo è morto per noi» (Epistola, Rm 5,18): così Paolo esplicita il cuore abbagliante di questa grande luce.
Celebrare l’Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell’Arcivescovo Carlo Maria è un’occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza «che non delude» (Epistola, Rm 5,5). Non delude perché proviene dall’amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo «deboli…» «peccatori…» e «nemici» (Epistola, Rm 5,6-8).
L’Arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa «speranza affidabile» (Spe salvi 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il Cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n’è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l’avevano in vario modo abbandonato, invece «non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola» (C. M. Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, BUR-Rizzoli, Milano 2004, 166). Consola perché non approfitta«dell’umiliazione altrui per schernire, schiacciare mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio ridà responsabilità» (ibid., 167). Con la luce della Sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità.
«Nella conversione e nella calma sta la vostra forza» (Lettura, Is 30,15). Il Cardinal Martini diceva che per poter partecipare, da poveri uomini, a questa forza di «consolazione regale» propria di Gesù bisogna «avere in sé un grande tesoro, una grande gioia» (La trasformazione, 167). La memoria viva del Cardinale si fa per noi questa sera invito ad accogliere, come ci ha detto san Paolo, anche in mezzo alle tribolazioni di varia natura, quella pace che fa fiorire «la pazienza, la virtù provata e la speranza» (cf. Epistola, Rm 5,3-4).
Quella offerta a tutti gli uomini dal grande tesoro che è Gesù Cristo morto e risorto è, insiste Paolo, «la speranza della gloria di Dio» (Epistola, Rm 5,8). Una speranza in forza della quale passato, presente e futuro, inscindibilmente intrecciati dalla misericordia di Dio, formano l’ordito della nostra storia personale, della storia della Chiesa e del mondo. La luce della fede che ci ha portato Gesù (cf. Papa Francesco, Lumen fidei 1), illumina il cammino che la Provvidenza ha donato alla nostra Chiesa. Un’unità che si esprime e risplende nella pluriformità di accenti e di risposte personali alla grazia di Dio.
Significativamente l’Arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima Lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l’uomo in questi termini: «Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto» (La dimensione contemplativa della vita I).
Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione… non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita “per sempre” che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le “periferie esistenziali” – per usare l’espressione di Papa Francesco – sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi.
La dimensione contemplativa dell’esistenza restituisce l’uomo a se stesso, affermava l’allora Arcivescovo di Milano in quella prima Lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell’indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell’uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano ad interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del Cardinal Martini rappresenta l’antefatto, l’orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva.
Al termine della Santa Messa ci recheremo a pregare sulla tomba del Cardinale. Questo gesto che la liturgia chiama di suffragio – con cui onora la memoria dei defunti e offre il sacrificio eucaristico perché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1032) – chiede ad ognuno di noi una risposta personale che ci spalanchi al campo che è il mondo intero. È una conversione che ha la forma – ce lo ha ricordato il profeta nella Lettura – di un «abbandono confidente» (Lettura, Is 30,15). Invochiamo, per intercessione della Santissima Vergine Maria, la grazia di un simile abbandono. Amen.

« IL CAMPO È IL MONDO » – L’INTERVENTO DEL CARDINALE SCOLA DURANTE L’INCONTRO CON I SACERDOTI AMBROSIANI

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« IL CAMPO È IL MONDO »

L’INTERVENTO DEL CARDINALE SCOLA DURANTE L’INCONTRO CON I SACERDOTI AMBROSIANI

MILANO, 28 MAGGIO 2013 (ZENIT.ORG)

Riportiamo il testo dell’intervento del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, durante l’incontro con i sacerdoti ambrosiani, avvenuto ieri in Duomo.


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L’iniziativa per il prossimo anno pastorale

Prima di concludere questo significativo gesto ecclesiale, mi preme riproporre, l’iniziativa per il prossimo anno pastorale, annunciata lo scorso 28 marzo nell’omelia della Messa Crismale. Le decisioni comunicate negli interventi precedenti, frutto di un’ampia consultazione, ci consentono di passare dallo stadio di cantieri aperti all’individuazione di linee comuni, ovviamente sempre riformabili, per un’azione ecclesiale che sia in grado di attuare quella pluriformità nell’unità che è il criterio della communio.
Se guardiamo alla forte evoluzione in atto nella nostra società lombarda, sullo sfondo dei mutamenti che stanno interessando tutto il paese e l’Europa, dobbiamo riconoscere che lo Spirito ci sta provocando ad una più decisa comunicazione di Gesù Cristo come Evangelo dell’umano. Parrocchie, Unità e Comunità pastorali, Associazioni e Movimenti, Decanati, Zone Pastorali, Diocesi sono chiamati a riscoprire tutto il peso dell’affermazione di Gesù nella parabola della zizzania quando dice: “Il campo è il mondo” (Mt 13,38).
Il mondo va concepito dinamicamente come luogo della vita delle persone e dell’esprimersi delle loro relazioni. In questo senso, esso è costituito da tutti gli ambienti dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne: famiglie, quartieri, scuole, università, lavoro in tutte le sue forme, modalità di riposo e di festa, luoghi di sofferenza, di fragilità, di emarginazione, ambiti di edificazione culturale, economica e politica. In sintesi, il mondo è la società civile in tutte le sue manifestazioni.
Un invito pressante a muoverci in questa direzione ci viene da un’importante affermazione dell’allora Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco: “Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare, diviene autoreferenziale e allora si ammala” (Avvenire, 27 marzo 2013).

In che cosa consiste
In cosa consiste questa iniziativa per il prossimo anno pastorale? Per precise ragioni abbiamo escluso il ricorso ad una visita pastorale, da una parte, e alla missione popolare, dall’altra. Lo scopo che vuole animarci è quello di far maturare nel cuore di tutti i nostri fedeli e di tutte le forme di realizzazione della Chiesa, una maggior coscienza missionaria che scaturisce dal dono della fede e dalla grata tensione a proporre l’incontro con Gesù, verità vivente e personale, come risorsa decisiva per l’uomo postmoderno. L’incontro con Gesù, infatti, è la strada verso il compimento, verso la felicità (“Se vuoi essere compiuto-perfetto”, Mt 19,21) e l’autentica libertà (“sarete liberi davvero”,Gv 8,36).

Lo scopo dell’iniziativa
Lo scopo dell’iniziativa si caratterizza per:
- un’apertura a 360°. Con un’immagine potremmo esprimerla nel modo seguente:la Chiesa non ha bastioni da difendere, ma solo strade da percorrere per andare incontro agli uomini;
- una proposta integrale. Vogliamo annunciare in tutti gli ambiti Gesù Cristo morto e risorto, che incarnandosi si è fatto via alla verità e alla vita per ciascun uomo. Il cattolicesimo popolare ambrosiano è chiamato a immaginare risorse innovative per radicarsi più profondamente negli ambiti dell’umana esistenza attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità dell’evento di Gesù Cristo presente nella comunità ecclesiale. Un annuncio che giunge fino alla proposta di tutte le sue umanissime implicazioni antropologiche, sociali e di rapporto con il creato. Un annuncio che con semplicità ridice la consapevolezza che l’azione della Trinità è già all’opera in ogni uomo e in ogni donna;
- testimonianza, non egemonia. Come già ebbe a dire Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (Evangelii Nuntiandi 41). Il testimone, il terzo che sta tra i due, nel nostro caso tra Gesù e il fratello uomo. Non è senza significato che sistematicamente i Vangeli leghino il riconoscimento di Gesù risorto da parte dei discepoli al loro invio fino ai confini del mondo: la testimonianza diventa in tal modo il criterio di evidenza della fede. Essa non è solo necessario buon esempio, ma è conoscenza della realtà (anzitutto riconoscimento del Risorto) e, pertanto, comunicazione della verità.

La verifica dell’Iniziativa
La verifica dell’attuarsi dell’iniziativa “Il campo è il mondo”, sarà la progressiva maturazione di tutte le forme di realizzazione della comunità cristiana, secondo i quattro pilastri individuati dalla Lettera Pastorale Alla scoperta del Dio vicino, sulla mappadi Atti 2,42-48 (cf. Alla scoperta del Dio vicino n. 8). A tale comunità si potrà invitare, in ogni momento, chiunque: «vieni e vedi» (Gv 1,46).

L’attuazione concreta
Concretamente, l’iniziativa “Il campo è il mondo” si attuerà a vari livelli:
- valorizzando tutto ciò che già si pone in quest’ottica nelle Parrocchie, nelle Unità e nelle Comunità Pastorali, nelle Associazioni e nei Movimenti, nelle Congregazioni religiose, nei Decanati … Sono tante le forme di condivisione di questo bisogno radicale di evangelizzazione già in atto. Sarà però necessario riferirle esplicitamente agli scopi dell’iniziativa pastorale “Il campo è il mondo”;
- chiamando alla pluriformità nell’unità tutte le realtà ecclesiali che vivono in Diocesi. Nel coinvolgimento e nell’accoglienza dei diversi carismi di Religiosi, Associazioni, Movimenti a livello diocesano dovrà brillare quell’unità che è condizione necessaria per testimoniare Gesù Cristo come Evangelo dell’umano;
- proponendo qualche iniziativa comune a tutta la Diocesi. Per esempio e a titolo provvisorio: un approfondimento del tema “Il campo è il mondo” a livello interdecanale; una riflessione per i sacerdoti sul tema “Evangelizzare la metropoli”; oltre ai gesti liturgici e di preghiera in Duomo in occasione dell’Avvento, della Quaresima e del mese di maggio, un gesto pubblico di confessione della fede, un incontro ecumenico proposto a tutti di annuncio di Cristo alla città, percorsi artistici e culturali. Il Consiglio Episcopale ha già dato dei suggerimenti che saranno messi a punto raccogliendo nelle prossimo settimane in vario modo il parere dei membri del Consiglio Presbiterale, del Consiglio Pastorale e dell’Assemblea dei Decani. Il calendario di queste iniziative verrà comunicato entro il 25 giugno, così che se ne possa tener conto per gli impegni di tutti del prossimo anno pastorale;
- ripensando l’attività degli Uffici diocesani in due direzioni: primo, equilibrando meglio il nesso tra questi preziosi strumenti e i soggetti della concreta azione pastorale (Parrocchie, Unità e Comunità Pastorali, Associazioni, Movimenti, Congregazioni religiose, Decanato); secondo, gli Uffici dovranno accompagnare i soggetti ad approfondire i rapporti con gli ambiti di vita reale della gente.

L’avvio e la Lettera Pastorale
L’iniziativa pastorale prenderà inizio il giorno 9 settembre, solennità della Natività della Beata Vergine Maria, con la tradizionale celebrazione eucaristica in cui verrà resa pubblica la Lettera Pastorale dell’Arcivescovo che avrà per titolo: “Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano”.

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Angelo Scola |on 28 mai, 2013 |Pas de commentaires »

Epifania del Signore “Il sangue benedetto dei martiri ci insegna che la vita ci è data per essere donata”. L’omelia del Patriarca Angelo Scola

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Epifania del Signore “Il sangue benedetto dei martiri ci insegna che la vita ci è data per essere donata”. L’omelia del Patriarca Angelo Scola

Solennità dell’Epifania del Signore1. Epifania significa manifestazione. Il bambino davanti al quale i Magi si prostrano adoranti ci apre al Mistero di Dio. L’Onnipotente, il Signore dell’universo, Colui che «dominerà da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra» (Salmo responsoriale), l’Eterno, il Santo, cioè l’Altro per eccellenza, si svuota della sua divinità per identificarsi in questo bambino: il suo abbassamento arriverà fino al farsi nostro cibo e nostra bevanda – il sacrificio eucaristico, che ogni giorno ripropone il sacrificio della croce/risurrezione di Gesù Cristo. Ecco perché proprio poco fa è stata annunciata la data della Pasqua, il mistero centrale della nostra fede.2. Il mistero – scrive Paolo ai cristiani di Efeso – «non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito» (Ef 3,5). Qual è lo scopo di questa predilezione che riguarda anche noi e la cui natura sarà tra poco illuminata dal Santo Battesimo che conferiremo alla piccola Giustina? Rendere presente a tutti (non c’è più contrapposizione, divisione tra i lontani e i vicini) quello che si è reso presente a noi: «Ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te» (Is 60,2). Annunciare che tutti gli uomini sono chiamati, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa (Ef 3,6). Lo scopo di ogni vocazione cristiana è la missione. Secondo una bella tradizione, come ci è stato ricordato all’inizio, noi ci uniamo in questa solenne Eucaristica in modo del tutto speciale ai nostri missionari sacerdoti, religiosi, religiose e laici sparsi per il mondo.3. Dei Magi non sappiamo con certezza il nome, non conosciamo bene neppure il numero, non ci è noto il paese di origine. Sappiamo soltanto dove vanno: vanno in cerca del Re dell’universo per adorarlo. Un drappello di uomini – dotti, ricchi e stranieri – assetati d’infinito. Al loro comparire essi meravigliano, fino all’irritazione, l’umanità che attraversano. Camminano tra uomini bloccati su se stessi, che hanno soffocato la loro attesa nella smania di conservare il loro potere (Erode) o il loro sapere – anche su Dio – (i capi dei sacerdoti e gli scribi), e sono considerati dei folli, come ha genialmente colto Eliot nella sua poesia Il viaggio dei Magi: «Preferimmo alla fine viaggiare di notte, dormendo a tratti, con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo che questo era tutto follia». Invece la loro è la posizione più ragionevole.4. «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Mt 2,11). Noi, uomini post-moderni, non sappiamo più che cos’è la preghiera di adorazione. Ci è più familiare (quando c’è) la preghiera di supplica e più raramente quella di ringraziamento. Perché prostrarsi e adorare vuol dire riconoscere Colui che è più grande e sottomettersi a Lui, accettando di appartenerGli. Questo impegna tutta la nostra libertà anche quando fa cambiare direzione alla nostra vita: «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12). La nostra tentazione è invece la «superbia della vita» (1Gv 2,16). Ingombrati quotidianamente dall’autoaffermazione del nostro io, lasciamo Dio nella dimenticanza e nell’oblìo.5. Erode sente lo stesso fatto per cui si erano messi in moto i Magi come una minaccia contro di sé e trama per eliminarlo. Da qui, come sappiamo, avrà origine una tragica spirale di violenza. «Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro» ha scritto il Papa nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2011 (3).Come non ricordare in questo momento i tanti cristiani chiamati a dare la loro vita per Cristo mentre sono in preghiera nelle Chiese o stretti nelle loro case con i loro cari?All’offertorio la Cappella Marciana eseguirà il canto Spirito Santo Amore di Pierluigi da Palestrina, le cui parole sono state scritte dal protopatriarca San Lorenzo Giustiniani. È un canto che collega la stella dell’Epifania allo Spirito Santo definito «stella permanente». In questo canto si invoca lo Spirito-stella dicendo: «Accendi l’anima mia/ Sì ch’io veda la via/ Che voglia e possa uscir/ Dal tetro orrore/».Il sangue dei martiri produca per noi ed in noi, ad opera dello Spirito Santo, fratelli e sorelle, questo riscatto. Tanto più che il sangue benedetto dei martiri dei nostri giorni non ridonda solo sui cristiani, ma su tutta la famiglia umana perché ci insegna la grande legge dell’esistenza: la vita ci è data, nessuno può autogenerarsi, e ci è data per essere donata. Nel riconoscimento di questa verità l’uomo incontra la possibilità di relazioni buone con Dio, con il prossimo, con se stesso. Sono il fondamento di ogni società veramente civile e, nello stesso tempo, di un ordine mondiale che supera ogni logica di violenza e di terrore contro ogni rischio di scontro di civiltà. I martiri danno la vita per Cristo, guidati non solo da una stella, come i Magi, ma dallo Spirito di Gesù morto/risorto per noi. Per tutti gli uomini credenti o non credenti essi indicano la via della libertà religiosa e della pace.6. «Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell’uomo, per abituare l’uomo a percepire Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo secondo la volontà del Padre» (Ireneo, Adversus haereses, III,20,2-3)… La Vergine Santissima ed i Santi Magi ci aiutino a penetrare in profondità queste parole del grande Ireneo. Il misterioso scambio che abbassa Dio per innalzare l’uomo ci insegni «a vedere e ad amare gli avvenimenti, il mondo e tutto ciò che ci circonda, con gli occhi stessi di Dio» (Benedetto XVI, Udienza generale del 22 dicembre 2010).

L’uomo/donna all’origine – Card. Angelo Scola

http://www.sanpaolo.org/vita/0907vp/0907vp68.htm

Festival biblico di Vicenza

L’uomo/donna all’origine

del cardinale ANGELO SCOLA

La bellezza della Scrittura svela il mistero di Dio e risponde agli interrogativi che emergono dall’esperienza più profonda dell’uomo. Fin dalle prime pagine della Bibbia viene affermato che l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio.
Il dossier raccoglie alcuni interventi tenuti durante il Festival della comunicazione di Alba (Cn) e il 5° Festival biblico di Vicenza. Si passa così dai mezzi di comunicazione ai contenuti, come l’analisi del card. Scola in apertura.

«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna» (Pr 30,18-19).
Con potenti immagini l’autore del libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza. L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini. La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita. La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita. Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.

L’uomo/donna
L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema. L’uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la « strada dell’uomo attraverso la donna » (Pr 30,18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia 1985, Brescia, p. 144).
Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere: nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di nuovo.
Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi « sposta » (differenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare. Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile identità.

A immagine di Dio
Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un tempo identità e alterità.
Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un’affermazione potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ». E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi »» (Gen 1,26-28). A proposito di questo passo un detto del Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».
Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il Signore Dio disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda ». [...] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: « Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta ». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2,18-25).
Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può tanto meno dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Si capisce perché per il libro della Genesi a un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne.

La differenza sessuale
Proviamo a raffigurarci – molti artisti lo hanno fatto – lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.
La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al « fuori di sé ». E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi resta sempre altro) quanto necessario. L’uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (4,9).
Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem 1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta d’imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.
Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a sua immagine.
E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci chiama a sé.
La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» (Sap 13,3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di colui che l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio.
Scrive ancora Beauchamp: «Ecco perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema. Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio? Per tale ragione, l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza» (op. cit., pp. 144-145).

La tentazione dell’idolatria
Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella dell’idolatria. L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto – «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es 20,3-4) – è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino.
Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta – addirittura si pretende – dall’altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il libro del Siracide: «Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (34,1-3).
Negata la natura di segno del volto dell’amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, a imparare la strada dell’altro/altra quale cammino concreto e possibile verso l’Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato suo Figlio tra noi come via alla verità e alla vita.

La parola e i gesti di Gesù
Numerose sono le occasioni in cui i vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E sempre lo sguardo che egli, in netta antitesi con i costumi del suo tempo, porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma l’assoluta dignità e la singolare vocazione.
Il più delle volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello scandalo. E non solo tra i farisei (cf Lc 7,37-47), ma anche tra i suoi discepoli: «Si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4,27). Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cf Gv 4,5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche dei più profondi misteri di Dio, comprese quelle questioni circa il culto cui la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.
Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti decisivi incontri di Gesù con le figure femminili: da quello con la peccatrice, che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7,38) e per questo Gesù dice «le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc 7,47); a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11); a quello con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc 7,13); a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande apprezzamento (Mt 15,21-28).
«[L’uomo e la donna]», scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, «furono reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte a immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore» (14). Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco tua madre! »» (Gv 19,26-27).
Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel « luogo » deputato all’esperienza compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come sé stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito» (5,32-33).

cardinale Angelo Scola
patriarca di Venezia

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Angelo Scola |on 12 septembre, 2012 |Pas de commentaires »

« UNA VITA PER LA RICERCA, LA RICERCA PER LA VITA » (DISCORSO DEL CARD. ANGELO SCOLA)

http://www.zenit.org/article-30493?l=italian

« UNA VITA PER LA RICERCA, LA RICERCA PER LA VITA »

Il discorso del cardinale Scola per il 50° della fondazione della Facoltà di Medicina e Chirurgia « A. Gemelli »

ROMA, giovedì, 3 maggio 2012 (ZENIT.org) – Riprendiamo il discorso pronunciato oggi dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, in occasione della prima Giornata per la Ricerca “Una vita per la Ricerca, la Ricerca per la vita”. L’evento, a cui ha partecipato Papa Benedetto XVI, è stato organizzato in occasione del 50° anniversario della fondazione della Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli”.
***
1. Fede, ragione e ricerca
Teofilo, patriarca di Antiochia (s. II d. C.), venerato come santo, commentando la proibizione di mangiare dell’albero della scienza nell’Eden, propone due annotazioni di grande acume ed attualità.
Innanzitutto osserva che la proibizione non deriva dalla pericolosità del frutto dell’albero, anzi: «Bonum quidem erat ipsum scientiae lignum, bonusque illius fructus. Neque enim, ut quidam existimant, mortiferum erat lignum, sed mandati praetergressio. Aliud enim non erat in ligno, nisi scientia; bona autem scientia, si quis ea apte utatur» (L’albero della conoscenza era buono, come anche era buono il suo frutto. Non fu l’albero, come si pensa, ad apportare perdizione, ma la trasgressione della raccomandazione. Non c’era infatti nell’albero nient’altro che la conoscenza, e la conoscenza è cosa buona certamente se se ne sa far buon uso).
La conoscenza infatti per Teofilo è volta a salvaguardare l’uomo, e per questo a riconoscere l’autorità di Dio. Prosegue, poi, il nostro autore: «Qua autem aetate erat Adam, adhuc infans erat, necdum idoneus esse poterat, qui scientiam perciperet. Nam et nunc infans, cum genitus fuerit, nondum potest panem edere, sed primum lacte nutritur, deinde progrediente aetate etiam ad solidum cibum accedit» (Ma Adamo era ancora un bimbo, onde non poté trarre buon profitto dalla conoscenza. Poiché neanche ora un fanciullo, nato da poco tempo, si può nutrire con pane; ma viene dapprima nutrito con latte, quindi con l’avanzare dell’età si avvia verso cibi più solidi)1.
È già presente in questo antichissimo testo una chiara dinamica evolutiva o, più propriamente, il concetto di sviluppo della conoscenza e, quindi, della scienza, della necessità della ricerca.
Alla luce di queste parole occorre ribadire, ancora una volta, che contrapporre alla ragione scientifica una fede cristiana e, più in generale, ogni espressione religiosa riducendola a convinzione soggettiva e non razionalmente documentabile, va contro il respiro di una “ragione larga” che non è riducibile a pura razionalità logico-matematica ed empirico-sperimentale.
Eppure talune posizioni presenti nella cultura odierna negano oggettività alla fede. Oggettività che di fatto viene attribuita alla scienza sperimentale in se stessa invece sempre falsificabile, a cui sola spetterebbe, se non una definizione, di certo una descrizione tendenzialmente compiuta dell’uomo: si diffonde sempre più infatti, soprattutto in forza delle strabilianti scoperte nel campo della biologia, della bio-chimica e delle neuroscienze, una vulgata che tende a ricondurre tutte le espressioni e le facoltà dell’umano a pure attività cerebrali. Queste in prospettiva potrebbero, si afferma, diventare addirittura artificiali. Non sarebbe allora più possibile, a rigore, parlare di un soggetto personale, dotato di una dignità intrinseca, portatore di diritti e di doveri. L’uomo non sarebbe altro che «il suo proprio esperimento»2.
Tuttavia questo riduzionismo biologista lascia insoddisfatto il cuore dell’uomo che non vi trova rispondenza alle domande profonde della sua intelligenza e allo spessore antropologico della sua esperienza.
Infatti è proprio dall’intimo della esperienza elementare, comune a tutti gli uomini, di ogni tempo e luogo, che zampilla, semplice ma decisiva, la prima via in cui la ricerca può trovare la mutua interiorità tra ragione e fede. Anche tenendo conto di tutte le obiezioni che scaturiscono dalla complessità di vita propria dell’uomo post-moderno, si deve concludere con Karol Wojtyla: «Eppure esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza comune dell’uomo», di ciascun uomo. Essa ne attesta anzitutto l’integralità (il reale è intelligibile e l’uomo può ospitarlo) e l’elementarità (ogni uomo conviene con tutti gli altri nel vivere affetti, lavoro e riposo), vale a dire la sua indistruttibile semplicità: «Questa esperienza nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità»3.
2. Sintonia della ricerca. Scienza e fede nel cammino dell’uomo
A partire da questa convinzione fontale, vorrei offrire uno spunto per mostrare come ricerca scientifica e ragioni della fede camminino insieme e insieme – senza confusioni e senza antagonismi – reciprocamente si illuminino, secondo l’originario ideale di Dio creatore e pur sempre con le conseguenze della ferita del peccato originale. Mi limito, in sostanza, a qualche citazione tratta dall’inesauribile patrimonio della tradizione ecclesiale.
In riferimento alla Sacra Scrittura, San Gregorio Magno ha un’espressione bellissima: «Scriptura crescit cum legente» (La Scrittura cresce con chi legge)4. Una affermazione questa che ha trovato nella parola “ruminatio” (della stessa Scrittura), tanto cara ai Padri, la strutturale apertura alla ricerca propria della rivelazione cristiana.
Già nel Libro dei Salmi si trova scritto: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 62,12). Quindi la verità piena della divina rivelazione si rende accessibile progressivamente e in forme molteplici: «Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2)»5. E questo a causa della sua insondabile ricchezza, della sua mirabile condiscendenza e per l’apertura all’apporto delle diverse situazioni socioculturali.
La Scrittura non è un prontuario di formule o di ricette già fatte, a disposizione per l’uso. Apre l’intelligenza e chiama in causa la libertà del soggetto, argomenta e “discute”, lotta come Giacobbe allo Yabboq (cf. Gen 32,24-31). Tutto questo nella coerenza del canone, dell’unità del testo, della comunità credente: «La Scrittura ha bisogno dell’interpretazione e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta»6. Ecco perché è possibile parlare di settanta significati per ogni versetto biblico, anzi di un settantunesimo ancora da scoprire, attraverso la ricerca.
Del resto l’omaggio della fede alla ricerca non può trovare formula migliore dell’affermazione di Agostino: «Si comprehendis non est Deus»7.
La classica definizione anselmiana: «Fides quaerens intellectum» ribadisce il carattere di ricerca cui la fede apre. Ben lontana dal fraintendimento di chi scambia la limpida solidità del dogma e la proclamazione veritativa del kerygma con i tratti arcigni dell’imposizione e della fissità.
Tommaso giunge a dire: «In fine nostrae cognitionis, Deum tamquam ignotum cognoscimus»8. E in altro punto: «Actus autem credentis terminatur non ad enuntiabile sed ad rem»9. La fede si paragona incessantemente con la realtà.
Per venire ai nostri giorni Balthasar, commentando un versetto di san Giovanni -«Quando verrà Lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13)- afferma che: «le cose non sono mai così manifeste che non si possano ulteriormente manifestare. Perfettamente trasparente può essere un dato di realtà, ma un dato non è una cosa esistente, bensì solo uno dei suoi aspetti, collegato con cento altri aspetti ignoti. L’intimità delle cose tuttavia è quanto forma il loro “valore”»10.
Quale equilibrio nel rapporto scienza e fede emerge da queste affermazioni!
In questa prospettiva appare il carattere dialogico della verità: «…Così l’analisi e la sintesi dell’intellectus dividens et componens si estende oltre la solitaria attività dello spirito verso la sempre nuova unione e distinzione tra io e comunità, per trovare nel movimento dialogico la sua pace e la sua (sempre aperta) conclusione»11.
Brilla qui quell’idea della interdisciplinarietà cui deve tendere per sua natura la ricerca. E questo perché la vita è inesauribile. Da essa viene la possibilità della capacità conoscitiva: «Veritas creata est mutabilis»12.
Così concepita la ricerca è volta al futuro, a partire da una comprensione adeguata del presente.
3. La Giornata per la ricerca
La Giornata per la ricerca, con la quale volete onorare il 50° anniversario dell’istituzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli”, porta significativamente il titolo “Una vita per la ricerca, la ricerca per la vita”.
Proporre a quanti operano in Università Cattolica, soprattutto agli studenti e più in generale immettere nel pubblico agone, tanto importante in una società plurale come la nostra, le ricerche fatte, quelle in atto ed i progetti futuri sulle quattro tappe della vita è un imponente documentazione di quanto la fede cristiana promuova a tutto campo l’umana ragione ed il suo insopprimibile anelito alla ricerca. Fu questa del resto l’intuizione di Padre Gemelli nel fondare l’Università, così come fu questo uno dei tratti costitutivi di tutta l’opera di ricercatore, docente ed attore socio-economico e politico del Beato Toniolo.
Trovandomi in questo luogo che vede migliaia di operatori sanitari quotidianamente impegnati a combattere la malattia, non voglio concludere questo rapsodico intervento senza sottolineare il peso della domanda circa la fragilità e, soprattutto, circa il male, il dolore e la sofferenza. Ciascuno, a partire dalla propria esperienza, è spesso spinto a chiamare in giudizio Dio stesso a causa del problema del male.
Invece, per limitarmi ad un esempio, invero assai preclaro, in molti pronunciamenti, e soprattutto nella Lettera apostolica Salvifici doloris, il beato Giovanni Paolo II ha mostrato che l’esperienza umana della fragilità, della sofferenza e del male non può essere separata dalla domanda di salvezza e di redenzione. La risposta a questa domanda può essere almeno intravista nell’atteggiamento umano del dono totale di sé, cioè dell’offerta: «Il dolore si scioglie in un amore riconoscente», scriveva negli anni di prigionia il Cardinal Wyszynsky. Se la vita ci è data, allora essa si può compiere solo nel dono. La controprova sta nel fatto che se non la doni, la vita ti è rubata dal tempo.
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1 Ad Autolycum II, 25.
2 «Der Mensch ist sein eigenes Experiment», M. Jongen, Die Zeit, Feuilleton, 9 agosto 2001, 31. Cf. anche quanto dice Foucault: «Astratto? Vorrei rispondere come segue: è l’umanesimo che è astratto! Tutte queste lagnanze, tutte queste pretese della persona umana, dell’esistenza, sono astratte: sono tagliate fuori, cioè, dal mondo scientifico e tecnico, che è, in effetti, il vero mondo… Il tentativo intrapreso attualmente da alcuni della nostra generazione non consiste perciò nello schierarsi per l’uomo contro la scienza e la tecnica, ma chiaramente nel mostrare che il nostro pensiero, la nostra via, il nostro modo di essere fino alla nostra condotta più quotidiana fanno parte dello stesso schema organizzativo, e, dunque, dipendono dalle stesse categorie del mondo scientifico e tecnico. E il “cuore umano” che è astratto», C. Foucault, Entretien avec Madeleine Chapsal, in “La Quinzaine Littéraire”, n. 15, 16 maggio 1966, 14-15; tr. it. di G. Costa, Intervista con Madeleine Chapsal, in Archivio Foucault 1).
3 K. Wojtyla, Persona e atto, a cura di G. Reale e T. Styczen, Rusconi, Sant’Arcangelo di Romagna 1999, 45. Inoltre cf. A. Scola, L’esperienza elementare. La vena profonda del magistero di Giovanni Paolo II, Marietti 1820, Genova-Milano 2003.
4 Gregorio Magno, Omelia VII su Ezechiele, Libro I, n. 8
5 Dei Verbum 4.
6 Benedetto XVI, Collège des Bernardins, Paris 12 settembre 2008.
7 Agostino, Sermo 52, 16: PL 38, 360
8 Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, I, 49, 5.
9 Id., Summa Theologiae IIa-IIae, q. 1, a. 2 ad 2.
10 H. U. von Balthasar, Verità del mondo. Teologica 1, Jaca Book, Milano 1989, 106. Si veda anche: «Dio partecipa alla creatura qualcosa della sua energia creatrice anche nell’ambito della verità. Se l’uomo possedesse solo una funzione conoscitiva misurata dalla verità delle cose, egli sarebbe, sotto questo profilo, non più causa ma semplicemente effetto. La sua collaborazione si ridurrebbe alla funzione unicamente riproduttiva di verità già esistente. Verrebbe certo arricchito dall’intuizione di quanto lo circonda, ma non avrebbe nella sua conoscenza nessuna possibilità di incidere formativamente nella verità delle cose stesse. Possederebbe la forza della causa seconda solo come agente pratico e non anche, alla stregua di Dio, come soggetto conoscitivo», ibid., 121.
11 Ibid., 173: «Il criterio della verità si trova situato parte nell’io e parte nel tu, e come criterio totale si raggiunge soltanto nel movimento del dialogo. Il criterio all’interno dell’io si trova nell’evidenza del «cogito ergo sum», nell’identità vissuta tra essere e coscienza, alla quale identità ogni evidenza mediata dev’essere ricondotta come al principio e alla misura di ogni verità. Ogni giudizio discorsivo, che si pronuncia mediante analisi e sintesi, mediante astrazione dal sensibile e concrezione del concettuale, deriva la sua giustificazione da quest’ultima irrecusabile evidenza nello spazio chiuso dello spirito. E tuttavia essa brilla ogni volta unicamente quando lo spirito esce da se stesso per deporre la sua parola personale nel concreto agire del mondo, nel concreto dialogo col tu fuori di se stesso. Lo specchio dell’evidenza interiore gli viene presentato solo quando non si cerca in se stessi, bensì nel non-sé. Quest’uscita da se stesso, in cui lo spirito si schiude alla comunione e trova in essa la sua verità, è a tal punto il movimento della verità che ne diviene il secondo criterio».
12 Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 16, a. 8; Id., De Veritate q. 1, a. 6.

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