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LA CONCEZIONE DEL LAVORO NEL MONDO BIBLICO

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LA CONCEZIONE DEL LAVORO NEL MONDO BIBLICO

La posizione della Bibbia ci consente di comprendere l’origine di questa duplicità nel giudizio sul lavoro della cultura occidentale.
L’Antico Testamento insiste su due grandi convinzioni:
Il lavoro è degno dell’uomo visto che Dio stesso opera e lavora. Nella Genesi Dio lavora e si compiace del proprio operato
« Dio disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto.
E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. » (Gen.1,9-10)
La creazione dell’uomo e della donna e il peccato originale
Il lavoro è dunque buono in sé, anche se il peccato ha turbato l’armonia dell’universo, introducendo l’elemento della sofferenza e della fatica.
« Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai » (Gen.3,19).
Il peccato segna la rottura dell’unità dell’uomo con il creato, al punto che lo stare dell’uomo nel mondo diventa un esser gettato nel mondo come esiliato e straniero. Adamo si vergogna dopo aver commesso il peccato.
« Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei? Rispose. Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto » (Gen.3,9-10).
L’esperienza dell’esistere nasce come vergogna, in un sentire problematicamente il proprio essere. Scrive Lèvinas in « Dell’Evasione »: La vergogna appare ogni volta che non riusciamo a far dimenticare la nostra nudità. Essa è in rapporto con tutto ciò che si vorrebbe nascondere e a cui non si può sfuggire… Ciò che appare nella vergogna è precisamente il fatto di essere incatenati a sé, l’impossibilità radicale di fuggire da se stessi per nascondersi a sé, l’irremissibile presenza dell’io a se stesso… E’ dunque la nostra intimità, cioè la nostra presenza a noi stessi, che è vergognosa. Essa non rivela il nostro nulla, ma la totalità della nostra esistenza… la vergogna è, in fin dei conti, un’esistenza che cerca per sé delle scuse. Ciò che la vergogna svela è l’essere che si svela ».
« …Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto… »
La problematicità del nostro essere emerge in modo chiaro in un celebre versetto della Genesi, 3-22:23.
« Il Signore Dio disse allora: Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto ».
L’uomo, dunque, partecipe della divinità, per quanto concerne la coscienza, ma legato irrimediabilmente alla fragilità e alla mortalità dal punto di vista del suo essere.
Emerge una successione di esperienze di frattura legata al peccato: la prima è quella della perdita dell’unità originaria con la natura, la seconda è la dolorosa scoperta del proprio essere come luogo di vergogna, la terza è quella della contraddizione irrisolvibile tra coscienza ed essere.
Il lavoro rappresenta un dovere morale che Dio ha dato all’uomo da integrare con la preghiera e la contemplazione.
In Gen.2,15 leggiamo « Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. » E poco dopo, in Gen.2.19 « Allora il Signor Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche, e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome ».
Il lavoro può diventare una specie di occasione per recuperare l’unità attraverso la cura del mondo.

Publié dans:BIBLICA (sugli studi di), LAVORO (SUL) |on 4 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

TUTTO È VOSTRO, VOI SIETE DI CRISTO – (SUL LAVORO)

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TUTTO È VOSTRO, VOI SIETE DI CRISTO – (SUL LAVORO)

Fino ad un tempo abbastanza recente, il lavoro era al centro degli interessi della persona, così che senza lavoro, sia pure faticoso, la vita perdeva di significato. Spesso l’uscire dal lavoro, anche nella forma normale del pensionamento, era sperimentato come un uscire dalla vita. La persona si organizzava nel circuito del lavorare, produrre e consumare. All’opposto, le giovani generazioni non pensano in genere al lavoro produttivo come a un luogo di realizzazione. A una cultura della centralità del lavoro e della professione, è subentrata una cultura dell’importanza del tempo cosiddetto di vita.
Sarebbe però illusorio pensare di rimuovere il lavoro produttivo e professionale, per mirare soltanto ad attività « creative ». Si pone piuttosto l’obiettivo, personale e sociale, di pensare e di vivere un nuovo rapporto tra lavoro e non lavoro. F, poiché il lavoro cosiddetto produttivo diminuirà, occorre chiedersi quali contenuti dare e secondo quali criteri riempire il tempo libero o di non lavoro, perché l’uno e l’altro promuovano il bene personale e sociale.
Nel giardino del mondo per coltivare e custodire
Secondo il racconto del capitolo 2 della Genesi, l’uomo non è posto nel mondo come spettatore e il mondo non è stato creato come un tutto compiuto. La terra era inerte e sterile prima della creazione dell’uomo: « Nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo » (Gen 2,4-6). Dio pone l’uomo nel « giardino » con il compito di coltivarlo e custodirlo. Qui la Bibbia esplicitamente si riferisce al lavoro dei contadini, ma il suo pensiero riguarda ogni altro tipo di lavoro.
Il lavoro non è un castigo né il segno di una condizione di inferiorità. Nel mondo greco il lavoro manuale era per lo più disprezzato, lasciato agli schiavi e alle classi inferiori: degna dell’uomo libero era l’attività intellettuale e politica. Nella Bibbia, invece, il lavoro manuale riceve la sua dignità da un esplicito incarico di Dio (Gen 2,15); per questo viene esaltato ed è condannata la pigrizia. La Bibbia non esita neppure ad attribuire a Dio immagini desunte dal lavoro manuale: egli è paragonato all’agricoltore, al vasaio, al pastore.
« Coltivare » e « custodire » sono espressioni che indicano con molta chiarezza che il dominio dell’uomo sul mondo non è un potere arbitrario, dispotico, sfruttatore. Il contadino non soltanto lavora la terra, ma anche la custodisce, la protegge. Così l’uomo nel mondo.
L’uomo e la donna sono al centro dell’universo e di quanto esiste, ma essi stessi sono parte del mondo creato, sono creature. Il comando di dominare la terra (Gen 1,28) è per la tutela, la protezione della terra e di quanto contiene, non per usarla e sfruttarla a piacimento. I cristiani non si sono resi sufficientemente conto d’aver spesso interpretato o, peggio ancora, vissuto il dato biblico in modo strumentale al dominio incontrollato dell’uomo sul mondo. Occorre recuperare senso critico per comprendere che il « dominio » della terra non è riducibile alla logica del fare e del trasformare, tipica della cultura occidentale. L’uomo e la donna sono chiamati a rispondere a Dio. Il dominio dell’uomo e della donna sul creato non è privilegio, quasi che possano disporne incondizionatamente, ma servizio e responsabilità davanti al dominio assoluto di Dio.
CCC nn. 345-349CCC 2168-2195CCC 2426-2428
CdA nn. 1113-1119
CdG1 pp. 116-120CdG1 141-144

Collaboratori della creazione
Soprattutto nel contesto del grande racconto della creazione che proviene dalla tradizione sacerdotale (Gen 1,1,2,4a), si esprime la concezione biblica del lavoro: il lavoro dell’uomo è imitazione del lavoro creativo di Dio, un concetto esplicitamente ripreso anche nel decalogo (Es 20,8-11). Lavorando, l’uomo si inserisce nel gesto creatore, prolungandone lo slancio e conducendolo al suo fine.
Inteso così il lavoro può essere per l’uomo fonte di gioia. Nasce infatti da un dinamismo interiore, soddisfa esigenze profonde e avvicina l’uomo al suo Signore. Il motivo della gioia nel lavoro ricorre più volte nella Bibbia: la gioia del lavoro fecondo, del raccolto, dei frutti, della benedizione di Dio che lo accompagna.
Imitazione e prolungamento del gesto creatore, il lavoro umano deve muoversi nella linea del gesto di Dio: custodire e coltivare le opere del creato, non stravolgerle; ubbidire alle indicazioni racchiuse nelle cose, non soffocarle; essere a servizio dell’uomo, non contro di lui; costruire la libertà, non la schiavitù; promuovere l’uguaglianza fra gli uomini, non le disparità.
Il dramma del peccato nella realtà del lavoro
Nella realtà delle cose, come ora le viviamo, tutto è diventato più complesso. È quanto appare dalla lettura del racconto del capitolo terzo della Genesi. Il dramma del peccato si è installato nelle fibre profonde dell’uomo e nei suoi rapporti essenziali; fra questi c’è il rapporto tra l’uomo e la creazione, l’uomo e il lavoro (Gen 3,17-19). Il lavoro si scontra con la pesantezza della natura e la debolezza delle nostre facoltà, e perciò diviene lotta, noia, fatica.
È ancora gioia, ma solo a tratti. Non sempre il lavoro ha successo: non poche volte, anzi, è sterile. E se si maturano frutti, questi non sono mai conformi all’attesa e proporzionati alla fatica spesa. Soprattutto, il lavoro è diventato anche luogo di tentazione, possibilità di peccato. Eppure, era stato pensato da Dio come mezzo di edificazione personale e sociale. Lavoro, attività e progresso possono distrarre l’uomo, facendogli dimenticare Dio, illudendolo di essere l’artefice di se stesso. Il lavoro può divenire fine, anziché mezzo e servizio (Dt 8,11-18).
Il lavoro, l’ambiente di lavoro, i rapporti creati dal lavoro si prestano all’egoismo, alla violenza, alla ribellione, sia dal punto di vista individuale sia sociale. Per sua natura il lavoro crea legami e strutture che superano l’individuo e in essi l’individuo spesso si dibatte impotente e prigioniero. Il lavoro può divenire strumento di oppressione e di ingiustizia, come spesso annotano i profeti di Israele.
Come l’uomo, anche la sua azione è decaduta. Tuttavia resta sempre vero che il lavoro non è originato dal peccato, ma da un progetto di Dio.
Il lavoro redento da Cristo
Cristo ha redento e salvato il lavoro. Anzitutto lo ha condiviso, passando gran parte della propria vita come un comune lavoratore, facendo il mestiere del carpentiere (Mc 6,3). Non ha fatto discorsi sul lavoro, ma ne ha rinnovato l’esperienza all’interno della novità di vita donata all’uomo nel mistero della sua Pasqua. Anche per il lavoro, come per le altre dimensioni dell’esistenza umana, nulla è tolto alla nostra condizione, neppure la possibilità di peccato, ma tutto è trasformato dalla potenza di rigenerazione e di vita che viene dalla croce e dalla risurrezione di Gesù.
Alla luce di Cristo gli aspetti negativi del lavoro, cioè la sofferenza, la sterilità, la tentazione, non sono più soltanto conseguenze del peccato, ma diventano richiamo, segno di un messaggio e occasioni di salvezza. Come sofferenza e noia, il lavoro fa toccare con mano che viviamo in un mondo che non corrisponde più al disegno di Dio, reso disarmonico dal peccato; questo ci induce ad aprirci al desiderio di una salvezza. Come tentazione, il lavoro è un continuo richiamo alla vigilanza ed è palestra di superamento. In quanto fatica, sofferenza, penitenza, il lavoro può essere imitazione e contributo alla redenzione di Cristo. È il modo comune, alla portata di tutti, di far propria la croce di Gesù. Importante è che l’uomo riempia il suo lavoro dei sentimenti di Cristo e ne faccia un atto di amore a Dio e al prossimo, come fu, appunto, il lavoro di Gesù.
Nella luce del vangelo, il lavoro diventa espressione di carità, il modo concreto, alla portata di tutti, di mettere in pratica il grande comandamento dell’amore. Non soltanto perché per un cristiano il lavoro, come ogni cosa, si presta ad essere vivificato dall’amore, ma perché in se stesso ogni lavoro è aiuto, servizio a sé e agli altri; per sua natura è creatore di legami e di unità.
Lavoro, contemplazione e festa
L’uomo e la donna delle società occidentali sono cultori dei sei giorni della creazione: del lavorare, del fare. del trasformare. Rischiano però di dimenticare il « settimo giorno », il giorno in cui Dio riposa e gode della creazione. Tra contemplare e agire non vi è alternativa o contrapposizione: queste due dimensioni vanno tra loro collegate così che l’una si armonizzi con l’altra. La spiritualità del settimo giorno va recuperata in un duplice senso: perché fa vedere che il creato non trova il fine ultimo nell’uomo, ma l’uomo e il creato fanno riferimento a Dio; perché indica che soltanto colui che è capace di contemplazione, può essere capace di agire costruttivamente nel e sul creato. L’uomo può essere costruttivamente creativo, solo se adora il Creatore di tutte le cose. Soltanto chi sa dire grazie per il mondo, può trasformare saggiamente il mondo: userà la natura in maniera benefica per sé e per gli altri, solo se imparerà ad ammirare le opere di Dio e a rendere grazie a lui.
Il patrimonio spirituale di tutta la Chiesa, ma anche dell’intera cultura italiana ed europea, è erede del contributo di due grandi figure: san Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo occidentale, e san Francesco d’Assisi, iniziatore del ricco movimento spirituale fiorito attorno agli ordini mendicanti, non a caso venerati come patroni rispettivamente dell’Europa e dell’Italia.
Della regola data da Benedetto ai suoi monaci è conosciuta da tutti, nella sua forma semplificata, l’indicazione « ora et labora », « prega e lavora ». Il ritmo della giornata del monastero è scandito dalla preghiera, nella celebrazione della liturgia delle ore, e il tempo è riempito dal lavoro. Il lavoro è preghiera, partecipazione all’opera di Cristo che redime il mondo, obbedienza alla parola di Dio che questo mondo ha creato e salva. La preghiera è lavoro, non fuga dal mondo e dalla fatica della vita, ma opera a servizio del mondo intero, perché Dio, unico Signore della storia, voglia trasformarlo nel suo regno, come Gesù ha promesso e ci ha insegnato a chiedere; opera di chi sa di essere « servo inutile » (Lc 17,7-10), di chi sa di non poter aggiungere, per quanto si affanni, neppure un giorno alla propria vita (Lc 12,22-31), ma che tutto può ottenere in dono dal « padrone » della messe e della vigna che ci ha chiamati a lavorare (Mt 9,37-3820,1-16). La preghiera libera il lavoro dall’affanno e dalla presunzione; il lavoro è una prima risposta alla nostra stessa invocazione e converte la nostra preghiera da vuota ritualità a sollecitudine concreta e obbediente nella carità: « Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? » (Lc 6,46).
Proprio per questo i monasteri ispirati alla regola di Benedetto furono, nella storia europea, il centro propulsore di nuove forme di vita organizzata, anima di quella nuova cultura da cui maturerà la consapevolezza della dignità del lavoro e della sua irriducibilità a opera servile, da schiavi.
Francesco d’Assisi, con la sua vita povera ma gioiosa, fra le tante intuizioni del suo genio spirituale, ha testimoniato la possibilità di un rapporto pacifico, non ostile, anzi colmo di gratitudine, con il creato: il conversare con gli uccelli sulla bontà di Dio; la mansuetudine che « converte » anche gli elementi ostili del creato, come può essere il lupo per l’uomo; l’esplosione, anche letteraria, di gratitudine ammirata nella lode al suo Signore « per tutte le sue creature », proprio mentre era attraversato nel suo corpo dal dolore della malattia.
Espressi in forma di « fioretti », di parabole, o registrati in documenti storici, questi atteggiamenti sono traduzioni della conversione profonda che il vangelo può operare su un uomo, collocandolo in un rapporto amichevole, né da sfruttatore né da sfruttato, con le creature di Dio.
La domenica, giorno primo e ultimo
La domenica è il « giorno del Signore », tempo donato a Dio e per questo sottratto all’affanno economico, che ci porterebbe a capitalizzare ogni minuto. Ma è giorno del Signore soprattutto perché ricorda quel primo giorno della nuova creazione inaugurata dalla risurrezione di Gesù, con la quale Dio Padre lo ha costituito Signore del tempo e del creato (Ef 1,22-23Ap 11,15). È il giorno che anticipa il fine ultimo della nostra vita: non il lavoro, ma il riposo gioioso ed eterno fra le braccia amichevoli di Dio, che risolleverà il nostro corpo affaticato, gli restituirà nella risurrezione la dignità conferitagli in quel giorno nel quale Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza » (Gen 1,26) e ci introdurrà a quella festa senza fine nella quale passerà egli stesso a servirci (Lc 12,35-40).
I cristiani celebrano questa fede e questa attesa nell’Eucaristia del giorno del Signore. In essa prendiamo il pane, frutto della terra e del nostro lavoro, benediciamo il Signore, Dio dell’universo, per avercelo donato, lo offriamo a lui perché, spezzandolo e condividendolo con noi, lo renda sacramento, segno vivo della sua presenza. L’Eucaristia è presenza di Cristo risorto laddove il frutto del lavoro dell’uomo e della benedizione di Dio è un pane spezzato e condiviso; non un guadagno avaro, tenuto per sé, ma un dono condiviso. Non c’è Eucaristia piena finché qualcuno fra noi vive nell’indigenza, mentre altri hanno il superfluo (1Cor 11,17-21). La domenica ci chiama a convertire anche le nostre politiche del lavoro.
La parola di Dio, mentre ci invita a valorizzare il lavoro e ad impegnarci in esso, ci avverte di non cadere nella tentazione opposta, quella del troppo lavoro che porta a dimenticare Dio. La necessità e l’importanza del lavoro non ci devono chiudere su un orizzonte terreno, come se la giornata lavorativa esaurisse il tempo dell’uomo; non devono sovvertire la gerarchia delle cose e trattenerci dal cercare « la parte migliore » (Lc 10,38-42).
Sono necessari tempi di riflessione e di riposo, giorni festivi. E questo non perché il lavoro sia marginale, estraneo all’uomo e al regno di Dio, ma proprio perché è importante: la festa e la contemplazione sono indispensabili per trovarne il vero senso, i suoi valori profondi, la sua giusta direzione.

Publié dans:LAVORO (SUL) |on 2 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

«LAVORANDO CON LE NOSTRE MANI» (1COR 4,12). – IL LAVORO NEL PENSIERO DI SAN PAOLO

http://www.diocesiandria.org/documenti/sett_biblica_2014/MANES-Lavorando%20con%20le%20nostre%20mani.pdf.

SETTIMANA BIBLICA DIOCESANA

12 marzo 2014

«LAVORANDO CON LE NOSTRE MANI» (1COR 4,12). – IL LAVORO NEL PENSIERO DI SAN PAOLO

DI ROSALBA MANES, DOCENTE DI ESEGESI PRESSO L’ISTITUTO TEOLOGICO SAN PIETRO DI VITERBO
E PRESSO LA FACOLTÀ DI MISSIOLOGIA DELLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ GREGORIANA

Introduzione
Attraverso questo intervento, ci è dato di entrare in un’area particolare della “terra sacra” della Scrittura che è l’epistolario paolino da dove attingeremo elementi per una riflessione sulla dimensione del lavoro nell’esperienza dell’Apostolo. Nel corpo paolino c’è teologia perché Paolo ci fa conoscere chi è Dio, ma c’è anche antropologia perché Paolo ci fa conoscere chi è l’uomo. Presentando Cristo, potenza e sapienza di Dio, come colui che giustifica il peccatore rendendolo capace di giustizia, Paolo vuole rivelare l’uomo all’uomo. Nelle parole dell’apostolo delle genti, dove pulsa la parola di Dio viva ed energica (cf. Eb 4,12), scopriremo ancora una volta una verità profonda: non siamo fatti per essere isole, ma siamo un popolo, siamo un corpo. La storia di ognuno è strettamente intrecciata alla storia degli altri e nessuno di noi vive per se stesso (cf Rm 14,7). Tutta la rivelazione biblica infatti si incentra sulla relazione. Entrare nell’epistolario paolino è come gettare lo sguardo nell’interiorità di Paolo. Egli, prima di essere un teologo, è un uomo pieno di vitalità e di sentimenti, 2 teso tra due amori, a Dio e al prossimo, in una dimensione polifonica di ascolto e donazione. Paolo nelle sue lettere ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita: «vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro, dall’esperienza vibrante di essere amato da Gesù Cristo in modo del tutto personale: «la sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore» (Benedetto XVI, Apertura dell’anno paolino, 28 giugno 2008). È sulla pietra angolare di questo amore che Paolo costruisce il suo pensiero teologico e quindi anche la sua riflessione sul lavoro.
La visione del lavoro nel Nuovo Testamento
Il lavoro appare come una realtà molto positiva nel Nuovo Testamento. Gli operai che non trovano lavoro nel Vangelo di Matteo (20,1-16) rappresentano una vera e propria preoccupazione per il padrone della vigna che li impiega a più riprese nel lavoro stile per la vigna. L’operosità è percepita come un valore. Nella sua predicazione Gesù insegna ad apprezzare il lavoro e descrive la sua stessa missione come un lavorare (il verbo è ἐργάζομαι): «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5,17). I discepoli stessi del Signore sono da Lui designati come «operai (il sostantivo è ἐργάτης) nella messe» (cf. Mt 9,37-38). Il loro lavoro si collega a quello di altri che hanno lavorato (il verbo è κοπιάω che rimanda alla fatica) prima di loro (cf. Gv 4,38). Per Gesù l’operaio ha diritto al suo cibo (Mt 10,10).Gesù però insegna anche a non lasciarsi asservire dal lavoro: la priorità va data alla dimensione interiore, perché guadagnare il mondo intero non è lo scopo della vita (cf. Mc 8,36). Il lavoro non deve mettere in ansia: se è preso da molte cose, l’uomo trascura i valori prioritari e fondanti, come il regno di Dio e la giustizia di Dio (cf. Mt 6,25-34) e il suo cuore si allontana dal vero tesoro che non si consuma.3
Il sabato, giorno di liberazione, illumina la comprensione del lavoro nell’esistenza umana. Esso è riaffermato da Gesù nel suo valore originario: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!» (Mc 2,27). Liberare dal male, praticare la fraternità e la condivisione è conferire al lavoro il suo significato più nobile, ciò che permette all’umanità di incamminarsi verso il Sabato eterno. Qui il riposo diventa la festa cui l’uomo interiormente aspira. Proprio in quanto orienta l’umanità a fare esperienza del sabato di Dio e della sua vita conviviale, il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione. L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve far emergere le perfezioni in esso nascoste, che nel Verbo increato hanno il loro principio e modello. Il lavoro consente non solo di partecipare all’opera della creazione, ma anche a quella della redenzione. Esso trova il suo senso pieno nella logica pasquale: chi sostiene la fatica del lavoro unendosi a Cristo, in qualche modo coopera con Lui alla
sua opera redentrice partecipando alla costruzione di «nuovi cieli e terra nuova» (Ap
21,1).
L’operosità di Paolo
San Giovanni Crisostomo nel suo Panegirico di san Paolo (Om. 2; PG 50,477- 480) ha sostenuto che Paolo «preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo». In questo elogio viene sottolineata l’operosità di Paolo, caratteristica che lo ha portato ad abbracciare tutte le sorprese apparse lungo il suo cammino, e in modo speciale le fatiche che ha dovuto affrontare per avanzare nella corsa del Vangelo. Una testimonianza assai eloquente di ciò appare nella Seconda Lettera ai Corinzi dove l’Apostolo, stilando una lista di prove e difficoltà, mostra il valore e il prezzo del suo personale ministero: Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi – lo dico da stolto – oso vantarmi anch’io. 22Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! 23Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso4 in pericolo di morte. 24Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascoro un giorno e una notte in balìa delle onde. 26Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; 27disagi e fatiche, veglie
senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. 28Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. 29Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? 30Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei
secoli, sa che non mentisco. 32A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei Damasceni per catturarmi, 33ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani…Paolo non tace l’entità delle prove affrontate, non fa sconti. Predicare il Vangelo costa rifiuto, stanchezza e… lavoro duro.
Il valore del lavoro nell’esperienza di Paolo
Anche se «passa la figura di questo mondo» (1Cor 7,31), l’uomo non è esonerato dal suo impegno storico, tanto meno dal lavoro. S. Ambrogio afferma che ciascun lavoratore è la mano di Cristo che continua a creare e a fare del bene. Nella seconda lettera ai Tessalonicesi pertanto Paolo viene presentato come esempio di laboriosità, sia per non essere di peso ad alcuno, sia per soccorrere chi si trova nel bisogno: 7Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, 8 né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. 9Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. 10E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi (3,7-10). Il cristiano è chiamato a lavorare non solo per procurarsi il pane, ma anche per
sollecitudine verso il prossimo più povero, al quale il Signore comanda di dare da mangiare, da bere, da vestire, accoglienza, cura e compagnia (cf. Mt 25). Paolo non ci fornisce una esposizione esauriente sul tema del lavoro. Egli scrive in risposta a difficoltà concrete, personali o delle comunità da lui fondate, e perciò si limita solo agli aspetti del tema richiesti da precise circostanze. La sua riflessione sul lavoro non è tanto una teologia del lavoro, perché contingente e frammentaria, ma 5una forte valorizzazione dell’attività lavorativa umana che acquista anche un significato altamente spirituale. Dopo la partenza da Atene, avvenuta dopo l’insuccesso della sua predicazione sulla risurrezione di Gesù dinanzi all’Areopago (At 17,32-33), l’Apostolo approda a Corinto, dove incontra Aquila e Priscilla. Essi si erano trasferiti a Corinto dopo essere stati espulsi da Roma (dove con molta probabilità avevano abbracciato la fede) in
seguito a un editto dell’imperatore Claudio (cf. At 18,2). Se l’editto di Claudio colpiva solo i capi e gli attivisti, di certo la coppia si era distinta nella capitale dell’impero per il suo zelo per il Signore. I coniugi arrivati a Corinto, grazie alla loro fede in Dio e alla loro operosità, riescono ad aprire un laboratorio. Ciò lascia dedurre che fossero rappresentanti di un ceto medio-alto, perché inoltre solo se benestanti potevano accogliere nella loro abitazione una domus ecclesiae (cf. 1Cor 16,19). Avendo in comune con i coniugi la stessa attività professionale, quella di skenopoiói (in latino tabernacularii), cioè lavoratori del cuoio o fabbricatori di tende, Paolo trova nel loro atelier non solo un lavoro per procurarsi da vivere, ma anche l’accoglienza e l’amicizia di una coppia il cui contributo si rivelerà assai prezioso per la propagazione del Vangelo.
L’Apostolo a Corinto non si avvale del diritto di farsi mantenere dalle comunità e lavora per non essere di intralcio al Vangelo, come dichiara egli stesso in 1Cor 9,11-18: 11Se noi abbiamo seminato in voi beni spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali? 12Se altri hanno tale diritto su di voi, noi non l’abbiamo di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo. 13Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? 14Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo. 15Io invece non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti, né ve ne scrivo perché si faccia in tal modo con me; preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto!16Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! 17Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
Il valore del lavoro nell’insegnamento di Paolo6
Paolo non svolge la missione come un’isola. Egli ama annettere a sé dei synergoi, collaboratori. Paolo crea nelle sue lettere una teologia degli affetti: instaura cioè all’interno delle sue comunità una nuova architettura di rapporti. Cura le relazioni, è attento agli altri, si paragona a una madre, a una nutrice, che ama e che non vuole dare ai Tessalonicesi solo il vangelo, ma la propria stessa vita. L’amore per questi credenti – che Paolo chiama «nostra speranza», «nostra gioia», «corona» di cui vantarsi, «nostra gloria» (1Ts 2,19-20) – è così grande che suscita nei responsabili un’estrema delicatezza: l’accortezza a non pesare sulla comunità, ma ad assumere il duro lavoro e la fatica, a lavorare giorno e notte, come appare in 1Ts 2,1-9: 1Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. 3E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; 4ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere
agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. 5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. 6E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. 8Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. 9Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Il lavoro dell’Apostolo è frutto della coscienza di essere simile a un genitore che deve provvedere ai figli. Come mostra in 2Cor 12,14: 14Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. 15Per conto mio ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Paolo ha sempre coscienza del peso e del prezzo alto della sua missione. Sa, proprio come lo sanno i genitori nei confronti dei loro figli, che per farli crescere bene è necessario sacrificarsi. Il sacrificio è azione sacra, offerta di sé. E Paolo lo spiega in 1Cor 4,9-15 dove si autopresenta come padre della comunità di Corinto (lui
è stato l’architetto che ha posto il fondamento della comunità!):79Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. 10Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, 12ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. 14Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo.Tutto quello che Paolo fa lo fa per il vangelo: questa espressione totalizzante che si legge in 1Cor 9 è illuminante. Essa poggia su principio di immedesimazione. Paolo è l’apostolo che vuole immedesimarsi nella vita degli altri al fine di attirarli al Vangelo. Egli ripristina nella sua vita una dinamica propria del Cristo: l’incarnazione, che i Padri spiegano come synkatabasis, condiscendenza divina.13Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? 14Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo. 15Io invece non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti, né ve ne scrivo perché si faccia in tal modo con me; preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto!16Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! 17Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. 19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 20mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. 21Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. 22Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
L’invito al lavoro per le comunità
Nella società greco-romana il lavoro “manuale” era disprezzato e veniva riservato a coloro che appartenevano agli strati sociali più bassi della popolazione, in 8 modo particolare agli schiavi. È quindi assai rivoluzionario il fatto che Paolo provveda al suo sostentamento lavorando con le proprie mani (1Cor 4,12; cf. At 18,3; 20,34-35; 2Ts 3,8). Egli non contesta il fatto che altri missionari si facciano finanziare dalle comunità, anzi lo giustifica, ma afferma che la sua scelta è stata diversa (1Cor 9,6-14; cf. 2Ts 3,8-9). Questa scelta gli provoca critiche e incomprensioni, e addirittura il sospetto che egli non sia un vero apostolo come gli altri (cf. 2Cor 11,7). I motivi per cui Paolo lavorava con le sue mani erano molteplici. Certamente questa prassi lo rendeva più libero nei suoi spostamenti, lo metteva a contatto con un gran numero di persone e gli permetteva di non sentirsi troppo dipendente dalle comunità appena fondate. Emerge anche un’altra motivazione: quella di dare un esempio affinché anche i cristiani si impegnino a lavorare con le proprie mani al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei [quelli di
fuori] e di non avere bisogno di nessuno. Come appare in 1Ts 4,9-12: Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, 10e questo lo fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più 11e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, 12e così condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e non avere bisogno di nessuno.E in 2Ts 3,6-13: 6Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi. 7Sapete in che modo dovete
prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, 8né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. 9Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. 10E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. 11Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. 12A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. 13Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene. L’esortazione di 2Ts 3,10 (chi non vuol lavorare neppure mangi!) era rivolta a quanti si astenevano dal lavoro nella convinzione che parousia del Signore fosse imminente, ma doveva suonare anche come monito ai benestanti della comunità, i quali ritenevano disdicevole per loro il lavoro manuale.9Il senso ultimo del lavoro: il servizio fraterno Nelle comunità paoline non si praticava il costume della comunione dei beni, quale appare nella prima comunità di Gerusalemme (cf. At 2,44-45; 4,34-35). Tuttavia esistevano anche in esse occasioni in cui si mettevano in comune soldi e beni materiali. Il più importante era la celebrazione della cena del Signore, nella quale si consumavano insieme degli alimenti portati da tutti ma in modo speciale (e a volte esclusivo!) dai più abbienti (cf. 1Cor 11,20-22). Ma esistevano anche circostanze in cui venivano fatte raccolte di denaro. Paolo ricorda che, nonostante il suo impegno per autofinanziarsi, alcune comunità lo hanno aiutato in momenti di bisogno (cf. Fil 4,14-18; 2Cor 11,9). C’erano poi le collette per la chiesa di Gerusalemme (cf. Gal 2,10; 2Cor 8–9; Rm 15,26), per le quali Paolo dà disposizioni ben precise (cf. 1Cor 16,1-2). Per fare ciò i cristiani dovevano autotassarsi. Il contributo era versato regolarmente nel momento dell’assemblea settimanale, sia perché la raccolta fosse progressiva, sia perché apparisse più chiaramente la dimensione comunitaria del contributo versato.Il lavoro manuale e la messa in comune degli alimenti e di denaro erano in funzione di un’educazione all’impegno per gli altri, al servizio fraterno e alla solidarietà, due atteggiamenti necessari per uno sviluppo autonomo e partecipato, che non poteva non avere un forte impatto anche nella società a cui le comunità appartenevano.
«Nel Signore»: Paolo architetto di relazioni nuove
Nei 15.000 chilometri percorsi per annunciare il vangelo di Cristo, Paolo incontra l’uomo con le sue luci e le sue ombre, con le sue gioie e le sue fatiche. Egli, per amore di Cristo con il quale si sente un tutt’uno tanto da dirsi concrocifisso, si fa carico pienamente della condizione umana e si fa tutto per tutti così da sviluppare una10forte esperienza di paternità spirituale. Alla luce di questa Paolo desidera instaurare rapporti nuovi tra i credenti, come appare per esempio nella Lettera a Filemone. Paolo non si propone di demolire le strutture sociali esistenti predicando la liberazione degli schiavi e attuando un programma di riforma, ma scende fino alle radici dell’annuncio cristiano per provocare una conversione di mentalità. Egli propone l’uguaglianza di tutti gli uomini, non solo come frutto della legislazione umana, ma come conseguenza necessaria della sottomissione di tutti all’unico Signore Gesù Cristo. In virtù di questa identità l’Apostolo suggerisce il balsamo della riconciliazione, esperienza fatta di accoglienza e amore. In questo dinamismo Paolo innesta anche la componente del lavoro. Onesimo, schiavo di Filemone, che si occupa del lavoro nella sua casa, dopo essere partito per raggiungere Paolo e da lui ricevere il Vangelo e rinascere, sta per tornare a lavorare in casa del suo padrone. Il suo padrone, Filemone, però non dovrà più vederlo come schiavo, cioè come qualcuno che produce qualcosa, ma come un figlio di Dio e quindi come un fratello «nel
Signore» (cf. Fm 16). È questo per Paolo il valore aggiunto del credente: vivere «nel Signore» e fare ogni cosa «nel Signore», anche il lavoro. Il lavoro, infatti, vissuto nel Signore, non è un optional; ma diventa opera di misericordia, fedeltà alla propria storia sacra, ai propri doni, promozione dell’umano nel mondo, esperienza profonda di umanizzazione. In un tempo di crisi come il nostro, Paolo ci ricorda la necessità di diffondere una cultura rinnovata del lavoro. Anche il lavoro può diventare missione e apostolato. L’uomo che lavora è come un sacerdote che offre a Dio non tanto delle cose, ma se stesso come sacrificio vivente a lui gradito (cf Rm 12,1), prolungando l’opera creatrice di Dio, curando il bene dei fratelli, concorrendo a compiere il disegno salvifico divino. Il lavoro in questo ottica non è esperienza di umiliazione o di sottrazione di umano, ma apprendistato di santificazione e crescita nella passione per la vita e per la storia.

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