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CHE COSA VUOL DIRE «BENEDIRE»?

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CHE COSA VUOL DIRE «BENEDIRE»?

DIALOGHI CON PAOLO RICCA

(Chiesa Evangelica Valdese)

Desidero porre alcune domande sul tema della benedizione, perché vi sono aspetti che non comprendo. Penso di sapere che cosa sia una benedizione. Certe figure nella Bibbia sono state benedette dal Signore e alcuni miei amici anche loro hanno dichiaro di aver ricevuto, con gioia e riconoscenza, una benedizione particolare: a esempio la nascita di un figlio a lungo desiderato, oppure la ripresa fisica di una persona cara dopo una lunga malattia. Anch’io ho avuto nella mia vita momenti di gioia completa, quasi sublime, e forse in quei momenti il Signore mi aveva inviato la sua benedizione. O forse non è così? Era qualcos’altro?
Ma quello che veramente non capisco è chi può pronunciare una benedizione e chi può riceverla. La benedizione è, tra l’altro, quella che il pastore o la pastora pronuncia alla fine del culto. A quanto pare anche il predicatore locale può chiedere o invocare la benedizione del Signore e, visto che la nostra chiesa non è clericale, non è che la benedizione del predicatore locale valga meno di quella del pastore. È proprio così? Ma il punto che mi lascia veramente confusa concerne quei brani nell’Antico Testamento dove l’essere umano (spesso il Salmista) benedice il Signore. Avrei pensato che la benedizione debba arrivare dal cielo a noi sulla terra. Infine: che cosa vuol dire la frase: «Io benedico il Signore»?
Victoria Munsey – Torino
Questa lettera contiene molte domande (alcune anche inespresse), che però, a ben guardare, si riducono a tre: (1) Che cos’è la benedizione dell’uomo da parte di Dio? (2) Chi la può pronunciare e forse conferire, e chi la può ricevere? (3) Che cosa significa la frase: «Io benedico il Signore»? Cercherò di rispondere a ciascuna, ma prima desidero felicitarmi con la nostra lettrice per il tema che, con la sua lettera, propone alla nostra riflessione in questo inizio d’anno: la «benedizione» è un tema bellissimo, il più bello che ci sia, non solo nella Bibbia, ma nell’esperienza umana, è una luce che illumina il mondo, una stella nella notte, una grazia preparata per noi. Eppure, in fondo, se ne parla poco, forse per un senso di pudore, ma più probabilmente perché dimentichiamo con facilità proprio questo lato fondamentale della vita e della fede. Ma veniamo alle domande.

1. Che cos’è la benedizione dell’uomo da parte di Dio? È un aspetto centrale della rivelazione di Dio. Per convincersene basta aprire la Chiave Biblica (*): ci sono almeno 260 passi che parlano di benedizione, sia da parte di Dio, sia da parte dell’uomo, dalla prima all’ultima pagina, nei più disparati contesti storici e culturali, individuali e collettivi. È vero che benedizione (e maledizione!) si trovano anche in altre culture e religioni antiche, dove, come nella Bibbia, sono di solito espresse attraverso una parola o una formula, spesso accompagnata da un gesto, come, a esempio, l’imposizione delle mani. Ma nella Bibbia la benedizione sovrabbonda. Perciò non stupisce che la nostra lettrice, che conosce la Bibbia, pensi di «sapere che cosa sia una benedizione». Sa quindi che benedizione non è solo la nascita di un figlio lungamente desiderato e atteso, ma lo è la nascita di ogni bambino, anche se inatteso e persino indesiderato. Non è un caso che nella Bibbia la prima benedizione di Dio sia direttamente collegata alla moltiplicazione della vita – prima di quella animale (Genesi 1, 22), poi di quella umana (Genesi 1, 28): per tutti gli esseri viventi la benedizione di Dio è la promessa e il dono di una posterità. E la nostra lettrice sicuramente sa che benedizione non è solo la guarigione da una lunga e grave malattia, ma lo è ogni guarigione, anche da piccoli malanni, ogni vittoria della vita, ogni palpito di vita. Ma non solo la vita è benedizione, lo è anche la vita nuova, e ancora di più la vita eterna (Salmo 133, 3). Prosperità, felicità, benessere, protezione, aiuto, salvezza, forza e pace sono benedizioni. Tutto ciò che di bello, buono, vero, giusto, amabile, santo, c’è nella vita di una persona e nella storia del mondo; tutto ciò che favorisce, arricchisce e abbellisce la vita; tutte le relazioni di amicizia, amore, fraternità, condivisione, solidarietà; tutto ciò che suscita qualche gioia – tutto questo è segno e frutto della benedizione divina. Somma benedizione è il perdono dei nostri peccati, la conoscenza di Dio, la storia di Gesù dalla nascita all’ascensione e la sua attuale signoria in cielo e sulla terra. Nella lettera del 28 luglio 1944 Bonhoeffer parla, con l’abituale profondità, della benedizione, descrivendola come del ponte che collega Dio alla felicità umana [l’immagine è mia, il pensiero è suo]. Egli però ricorda anche che essere benedetti non significa essere esentati dalla prova e dalla sofferenza. Giobbe è benedetto, ma attraversa tutto il lungo tunnel della sofferenza. Gesù è benedetto, ma finisce sulla croce. Nella Bibbia dunque non c’è contrapposizione assoluta tra benedizione e croce, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento . La differenza tra loro «sta solo nel fatto che nell’Antico Testamento la benedizione racchiude in sé anche la croce, nel Nuovo la croce racchiude in sé anche la benedizione».

Dio, dunque, è la fonte di ogni benedizione. È lui, anzi, la benedizione per eccellenza. E per capire bene che cos’è la benedizione, si osservi semplicemente che benedire significa alla lettera «dire bene». Dio infatti «dice bene» di noi quando dice che siamo giusti benché peccatori, perdonati benché colpevoli, figli benché prodighi. Dio benedice, cioè dice bene, perché pensa bene:«Io so i pensieri che medito per voi, dice l’Eterno, pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza» (Geremia 29, 11). Dio dice quello che pensa e fa quello che dice. Egli benedice, cioè dice bene, perché pensa bene e fa bene. La benedizione è l’azione costante, l’occupazione quotidiana di Dio, è il cantus firmus dell’universo, e, in fondo, la nostra unica speranza.

2. Chi può pronunciare e forse conferire la benedizione? E chi può riceverla? Anche qui la Bibbia ci è maestra: la benedizione di Dio circola liberamente all’interno del suo popolo e diventa in qualche modo patrimonio comune. Dal tempo dei patriarchi in avanti le generazioni si susseguono di benedizione in benedizione. Anche Gesù ha benedetto: i pani da moltiplicare per sfamare la folla (Marco 6, 41), i bambini che ad altri davano fastidio (Marco 10, 41) e i discepoli, prima dell’Ascensione: è significativo che l’ultimo gesto di Gesù sulla terra, che riassume simbolicamente tutta la sua opera, sia stato un gesto di benedizione: «… mentre li benediceva, si dipartì da loro» (Luca 24, 51). Ma la parola biblica più eloquente in risposta alla seconda domanda della nostra lettrice è questa: «In lui [cioè nel Re Messia preannunciato dal Salmista] gli uomini si benediranno a vicenda» (Salmo 72, 17). La benedizione di Dio non è più monopolio di qualcuno (a esempio di un clero o di un’autorità di qualunque tipo), ma diventa una parola di grazia e favore divino che gli uomini e le donne, nel nome di Dio, si scambiano a vicenda. Chi dunque può pronunciare la benedizione? Chiunque, purché sappia quello che fa e creda nel Dio che benedice, il Dio d’Israele e di Gesù. Chi può conferire la benedizione? Nessuno, perché la benedizione appartiene a Dio solo, è lui l’unico titolare di ogni benedizione, a cominciare da quella urbi et orbi. Noi possiamo solo invocare la benedizione di Dio, non la possiamo dare, se non nel nome suo, che è l’unico che può e vuole effettivamente darla. E questa benedizione travalica i confini della chiesa, perché Gesù dice ai discepoli: «Benedite quelli che vi maledicono» (Luca 6, 28), e l’apostolo Paolo dice di sé: «Ingiuriati, benediciamo» (I Corinzi 4, 12). Cioè: la benedizione è più forte della maledizione, lo spirito e la parola di Gesù trasformano in benedizione la maledizione.

In questo modo abbiamo già risposto implicitamente all’ultima parte della domanda: «Chi può ricevere la benedizione?». Come chiunque, nel nome di Dio, può dare la benedizione, così chiunque può riceverla, se ha fede nel Dio che benedice. E sarebbe bello che facessimo maggior uso della libertà cristiana di benedire e non lasciassimo la benedizione circoscritta all’ambito cultuale e liturgico, ma la innestassimo più frequentemente nella trama della vita quotidiana. Così sarebbe bello se, in particolari momenti, i padri e le madri benedicessero i loro figli, e se i figli, sempre in particolari momenti, benedicessero i loro genitori. Dico che sarebbe bello sia sul piano affettivo dei sentimenti umani, sia sul piano spirituale dei rapporti di fede.

3. Che cosa significa la frase: «Io benedico il Signore»? La risposta a questa domanda è facile. Benedire il Signore significa «dire bene» di lui, sia a lui sia al nostro prossimo. E «dire bene» di lui vuol dire manifestare, con le parole e con la vita, i due sentimenti costitutivi del nostro rapporto con lui: la gratitudine e la lode. Così si conclude il lungo percorso della benedizione divina che scende, sì, dal cielo sulla terra, come dice la nostra lettrice – scende come vita, salvezza e felicità –, ma poi sale dalla terra al cielo, come gratitudine e come lode. Certo, lo sappiamo, non tutto, nella vita umana, è benedizione, c’è anche la sventura e la prova; non tutto è grazia, c’è anche la disgrazia; non tutto è dono, c’è anche la rapina; non tutto è felicità, c’è anche la tribolazione. Perciò, nella Bibbia come nella vita, non c’è solo gratitudine e lode, ma anche gemito e protesta. Come diceva Bonhoeffer, benedizione e croce non si escludono. Ma appunto: la croce non esclude la benedizione, che può, benché contraddetta ma non vinta, tornare a Dio come gratitudine e lode. Così possiamo dire, malgrado tutto e sempre tenendo presente la storia di Gesù: Dio benedice, Dio sia benedetto. Dio è benedizione, e ci benedice affinché anche noi, modestamente, diventiamo, su questa terra, una piccola benedizione per chi ci sta accanto.

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* La nostra casa editrice Claudiana ha pubblicato, nell’ottobre 2009, la Chiave Biblica compilata in base alla versione Nuova Riveduta della Bibbia. È uno strumento utilissimo, per non dire indispensabile, per conoscere a fondo la Sacra Scrittura. Ogni lettore della Bibbia dovrebbe possederla. Come chi ha una casa, deve avere le chiavi di casa, così chi ha una Bibbia, deve avere una Chiave Biblica. Costa un po’, 48 euro, ma non è molto per un’opera del genere, che richiede moltissimo lavoro e che dura tutta la vita.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 15 gennaio 2010

Publié dans:BENEDIZIONE, CHIESA VALDESE |on 10 août, 2013 |Pas de commentaires »

IL SIGNORE TI BENEDICA (01.05.05)

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IL SIGNORE TI BENEDICA (01.05.05)

Meditazione sulla “benedizione sacerdotale” (Nm 6,22-27), svolta nel corso del XII convegno di teologia della pace, Sacerdozio: una mediazione per la pace, Ferrara 10 aprile 2005.

        «Il Signore aggiunse a Mosè: “Parla ad Aronne e ai suoi figli e dì loro: Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro:
Ti benedica il Signore
e ti  custodisca.
Il Signore faccia risplendere il suo volto per te
e ti faccia grazia.
Il Signore elevi il suo volto  su di te
e ponga su di te la pace.
Così porranno il mio nome sui figli d’Israele
e Io li benedirò». (Nm 6,22-27).

Quattro brevi pensieri.
1. L’azione sacerdotale non è un atto che ha valore in se stesso; non è dotata di alcun potere intrinseco: è obbedienza alla parola. Tutto inizia dall’ascolto prestato al comando di Dio che scende su Mosè e si dilata verso i sacerdoti: «Il Signore disse a Mosè: ‘Parla ad Aronne e ai suoi figli [i sacerdoti]…». Lo stesso vale per l’incipit del più sacerdotale tra tutti i libri biblici, il Levitico: «Il Signore chiamò Mosè dalla tenda del convegno e gli disse…» (Lv 1,1).
I figli di Aronne sono posti in mezzo tra la parola del Signore, giunta loro grazie a  Mosè, e i figli d’Israele. Il sacerdozio non ha significato senza ascolto obbediente e senza essere posto al servizio della comunità.
2. La mediazione sacerdotale è paragonabile al fermento catalitico: consente la reazione ma non ne fa parte in modo diretto, non è un protagonista in prima persona: «Così benedirete i figli d’Israele, dicendo loro: il Signore vi benedica e vi custodisca». La benedizione del sacerdote sta nel chiedere al Signore di benedire e custodire con impegno (si usa il verbo shamar, lo stesso adoperato per l’osservanza dei precetti)  il proprio popolo. Non c’è benedizione maggiore dell’obbligo di custodia assunto dal Signore nei confronti dei figli d’Israele. La benedizione sacerdotale è quella che chiama in causa in prima istanza il Signore: «Il Signore elevi il suo volto su di te e ponga su di te la pace. Porrete il mio nome sui figli d’Isarele e Io li benedirò». In ebraico la presenza del termine «io» (’ani) è  enfatica, qui dunque si vuole rimarcare volutamente l’azione di Dio. In questo senso i commenti rabbinici sono di una chiarità solare: «“E Io li benedirò”. Queste parole sono aggiunte perché i figli d’Israele non pensino che le loro benedizioni dipendano dai loro sacerdoti; allo stesso modo i sacerdoti non debbono dire “Siamo noi a benedire Israele”» (Sifre Numeri, Naso, par. 43).
3. La cornice della benedizione evoca una dimensione plurale. Inizia dicendo «Così benedirete i figli d’Israele» e si conchiude con la promessa divina «E Io li benedirò». Ci troviamo nell’ambito di una comunità. Nel mezzo però tutto si riferisce a un singolare di seconda persona: «Il Signore ti benedica e ti custodisca…». La benedizione sta nel fatto che il Signore ti riconosce come un soggetto davanti a lui e nel contempo come parte di una comunità. Dio non benedice nazioni, popoli, patrie o bandiere. Qui non lo fa neanche in relazione alla collettività d’Israele. Non si benedice però nemmeno l’individuo in quanto tale o il singolo. Si benedice il soggetto colto come parte di una comunità. Ben lo comprese Francesco d’Assisi quando, dopo aver trascritto la benedizione del libro dei Numeri, concluse con queste parole «il Signore benedica te, Frate Leone». In un documento autentico, inserita nel nome di Leone, si trova una tau vergata dal  pugno del santo. Lo spirito  di Francesco è esattamente quello biblico. Si benedice chi appartiene a un gruppo (Frate), ma ci si rivolge a lui come persona (Leone).
4. «Il Signore faccia risplendere il suo volto (ja’er) per te e  ti faccia grazia (wichunnekh)». Le due cose sono una: il far risplendere il volto (espressione non rara nella Scrittura, cfr. per es. Sal 31,167; 67,2; 80,4.8.20…) coincide con l’atto stesso di far grazia. Per comprenderlo appieno occorre guardare al suo opposto, vale a dire all’espressione che indica il nascondimento del volto (str panim)  di Dio. Essa nella Bibbia  è ancora più frequente (cfr. per es. Dt 31,17; 33,20; Is 8,17; 54,8; 59,2; 64,6; Ger 33,5; Ez 33,23; Gb 13,23-24). Il più delle volte indica un ritrarsi del Signore che lascia l’uomo in preda al suo peccato; in tali circostanze egli è temporaneamente escluso dalla grazia di Dio. Al contrario, quando il volto di Dio risplende su di te significa che il tuo peccato ti è stato cancellato. Questo atto di misericordia ti riconsegna a essere pienamente un soggetto benedetto davanti a Dio e riconciliato con i membri della tua comunità. La pace non è altro che questo: «Elevi il Signore il suo volto su di te [vale a dire non lo nasconda] e ponga su di  te la pace».


Piero Stefani

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