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7 DICEMBRE: SANT’AMBROGIO, VESCOVO DI MILANO (340-397) – CRISTO PER NOI E’ TUTTO

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7 DICEMBRE: SANT’AMBROGIO, VESCOVO DI MILANO (340-397) – CRISTO PER NOI E’ TUTTO

Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico. Non si poteva far finta di niente.
E infatti Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede appunto a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.
Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”. Non si diceva già allora “Vox populi, vox Dei”?.
A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.
Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.
Un vescovo tutto per Dio e tutto per il popolo
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana della Gens Aurelia. Suo padre era governatore delle Gallie, quindi un importante funzionario imperiale. Quando questi improvvisamente morì, Ambrogio con la sorella Marcellina (Santa) e la madre ritornarono a Roma. Qui continuò gli studi, imparò il greco e divenne un buon poeta e un oratore. Proseguì poi gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano. Una carriera impressionante.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva.
Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro durante una solenne liturgia di Natale, presente il Papa Liberio. Ambrogio ebbe sempre una grande stima per la madre, per la sorella e per la decisione presa da lei.
Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).
Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:
“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno… Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.
“Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa”
La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.
Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.
Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.
Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.
Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.
Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.
È a lui che si deve la famosa frase che recita: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa), e l’altra: “In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam” e cioè “In tutto voglio seguire la Chiesa Romana” quasi un’attestazione del primato della Chiesa di Roma, sul quale la discussione andrà avanti per secoli e, come si sa, non è ancora finita.
Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
Nella Lettera apostolica Operosam Diem (1996) per il centenario della morte di Ambrogio, Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ha messo in risalto due importanti aspetti del suo insegnamento: il convinto cristo-centrismo e la sua originale Mariologia.
Ambrogio viene considerato l’iniziatore della Mariologia latina. Giovanni Paolo II (in Operosam diem, n. 31):
“Di Maria Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto. Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l’assiduità al lavoro e alla preghiera
Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo vescovo di Milano esclama: “Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio”.
Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II:
“Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona… Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”.
Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.
Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.
E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.
MARIO SCUDU sdb ***

Cristo per noi è tutto
Se vuoi curare le ferite, Egli è il medico.
Se sei riarso dalla febbre,
Egli è la fontana.
Se sei oppresso dal peccato,
Egli è la santità.
Se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza.
Se temi la morte, Egli è la vita.
Se desideri il cielo, Egli è la via.
Se fuggi le tenebre, Egli è la luce.
Se cerchi il cibo, Egli è l’alimento.
Noi ti seguiamo, Signore Gesù,
ma tu chiamaci perché ti seguiamo.
Senza di te nessuno potrà salire.
Tu sei la via, la verità, la vita, il premio.
Accogli i tuoi, sei la via.
Confermali, sei la verità.
Vivificali, sei la vita.
De Virginitate 16,99

CANTERÒ CON LO SPIRITO, MA CANTERÒ ANCHE CON L’INTELLIGENZA – SANT’AMBROGIO

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CANTERÒ CON LO SPIRITO, MA CANTERÒ ANCHE CON L’INTELLIGENZA – SANT’AMBROGIO

Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 1, 9-12; CSEL 64, 7. 9-10)

Che cosa di più dolce di un salmo?
Per questo lo stesso Davide dice splendidamente: «Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a lui conviene» (Sal 146, 1).
Davvero!
Il salmo infatti è benedizione per i fedeli, lode a Dio, inno del popolo, plauso di tutti, parola universale, voce della Chiesa, professione e canto di fede, espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia.
Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia.
E’ protezione nella notte, istruzione nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine di tranquillità, pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti ricava un’unica melodia.
Il salmo canta il sorgere del giorno, il salmo ne fa risonare il tramonto.
Nel salmo il gusto gareggia con l’istruzione. Nello stesso tempo si canta per diletto e si apprende per ammaestramento.
Che cos’è che non trovi quando tu leggi i salmi?
In essi leggo: «Canto d’amore» (Sal 44, 1) e mi sento infiammare dal desiderio di un santo amore.
In essi passo in rassegna le grazie della rivelazione, le testimonianze della risurrezione, i doni della promessa. In essi imparo ad evitare il peccato, e a non vergognarmi della penitenza per i peccati.
Che cos’è dunque il salmo se non lo strumento musicale delle virtù, suonando il quale con il plettro dello Spirito Santo, il venerando profeta fa echeggiare in terra la dolcezza del suono celeste? Modulava gli accordi di voci diverse sulle corde della lira e dell’arpa, che sono resti di animali morti, e così innalza verso il cielo il canto della divina lode.
In tal modo ci insegnava che prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione.
Davide ci ha dunque insegnato che bisogna cantare, che bisogna salmeggiare nell’intimo del cuore come cantava anche Paolo dicendo: «Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza» (1 Cor 14, 15). Davide ci ha detto che bisogna formare la nostra vita e i nostri atti alla contemplazione delle cose superne, perché il piacere della dolcezza non ecciti le passioni del corpo, dalle quali la nostra anima è oppressa e non liberata.
Il santo profeta ci ha ricordato che egli salmeggiava per liberare la sua anima e per questo disse: «Ti canterò sulla cetra, o santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato» (Sal 70, 22-23).

ASPETTI DELLA MARIOLOGIA DI SANT’AMBROGIO – FESTA 7 DICEMBRE

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ASPETTI DELLA MARIOLOGIA DI SANT’AMBROGIO – FESTA 7 DICEMBRE

(non metto, perché lo studio è molto lungo: 1; 2.4; 2.5;)

Patristica Dalla tesi di Magistero in Scienze Religiose di Grazia Maria Contarino, Il mistero della Vergine Madre negli scritti di Sant’Ambrogio, Facoltà Teologia di Sicilia – Istituto Superiore di Scienze Religiose « San Luca » – Catania, Anno Accademico 2010-2011, pp.53-67.

1. RIFLESSIONE MARIANA DI AMBROGIO: SCANSIONE DELLA RICERCA   2. VALORE E CARATTERI GENERALI DELLA MARIOLOGIA DI SANT’AMBROGIO  2.1. Necessità per Ambrogio di parlare di Maria Sant’Ambrogio non ha scritto un trattato speciale e distinto di Maria, ma è naturale che, svolgendo il tema dell’Incarnazione, abbia dovuto far menzione anche di Maria, la Madre di Gesù, il Verbo Incarnato. Ambrogio sente la necessità di parlare di Maria, senza di essa non ci sarebbe stata l’Incarnazione del Verbo. Maria, infatti, non ha solo prestato il corpo a Gesù, generandolo, ciò che fanno tutte le altre madri nella generazione dei loro figli, ma ne è divenuta madre con un atto della sua libera volontà.11 Fu lei che rese possibile non soltanto l’esistenza umana di Cristo, ma anche il compimento della sua opera redentrice. Dio subordinava l’esecuzione del piano dell’Incarnazione e della Redenzione al consenso di Maria: l’Angelo, infatti, non glielo impose a nome di Dio, ma la Vergine pienamente libera accettò. Con ciò non si vuole affermare che Dio, per redimere l’uomo abbia avuto bisogno di Maria e che non avrebbe potuto con altri mezzi indipendentemente da lei arrecarci la salvezza12. Altre ragioni dovevano muovere Ambrogio a trattare di Maria. Maria, come madre di Dio, comprende in sé virtualmente tutto il Cristianesimo; la Divina Maternità di Maria viene detta:  Il Libro della Fede; un tale dogma coinvolge la retta nozione dei misteri principali della nostra religione: la Santissima Trinità e l’Incarnazione del Verbo e tutto quello che con essi si connette. E’con la Maternità di Maria che si sostengono o cadono le altre verità della Fede13. Ambrogio, ha spesso argomentato contro gli avversari della fede e primi tra tutti contro gli ariani. Come prova irrefutabile mette in campo la persona della Divina Madre e la dottrina ortodossa intorno a lei. Ario riteneva il Verbo una pura creatura; il primogenito di ogni creatura più perfetta delle altre, ma pur sempre una semplice creatura; non consostanziale al Padre; era un Dio in senso metaforico, incarnandosi aveva preso un corpo senz’anima. Il Santo vescovo di Milano opporrà la Maternità Divina di Maria e la vera generazione da lei di un uomo perfetto, in corpo ed anima ragionevole, per opera dello Spirito Santo, con una testimonianza imponente di prove14. Gli errori intorno a Cristo che serpeggiavano nei primi tre secoli e che indirettamente, ma logicamente, conducevano alla negazione della Divina Maternità di Maria non erano ignoti ad Ambrogio. Nelle sue opere quali i cinque libri Della Fede, nella Esposizione del Vangelo di San Luca, nell’opera sul  Mistero dell’Incarnazione  ed in altri scritti fa sovente menzione: – degli Gnostici che, partendo dal loro erroneo preconcetto della perversità della materia, nonché del suo autore, ammettevano la materia corporale solo apparente in Gesù; – dei Doceti o Fantasiasti, un ramo gnostico, che insegnavano che l’umanità di Gesù non fu reale, ma solo apparente ed immaginaria. Il corpo umano di Gesù, a loro giudizio, era un fantasma; – degli Apollinaristi che supponevano una confusione della natura umana e divina; – dei Valentiniani che asserivano il corpo di Gesù essere stato portato dal cielo, non assunto da Maria15. L’esposizione ortodossa del dogma della Divina Maternità di Maria, chiaramente deducibile dalla Sacra Scrittura, doveva necessariamente formare la base dell’argomentazione dei Padri, poiché Maria non è Madre di Dio in quanto generò la Divinità, il che sarebbe un assurdo, ma unicamente in quanto diede a Lui l’umanità. Se questa umanità è reale, se essa è veramente umana, Gesù è un vero uomo proprio e naturale come gli altri. Perciò Ambrogio non poteva ignorare Maria in una lotta cristologica così multiforme e accanita16. Inoltre, prima di Ambrogio forse nessun Padre o Scrittore ha insistito come il Santo Vescovo di Milano sull’ideale della verginità e sulle questioni affini di purezza, di candore; sulle cause, gli effetti, i pericoli, l’eminente bellezza di una tale virtù, i modelli più insigni della medesima. Per cui come avrebbe egli in una simile trattazione potuto omettere colei che è la Vergine delle vergini e che nessuno mai uguaglierà in santità e candore? In Maria anche tutte le altre virtù hanno avuto, dopo che in Gesù, la massima espressione, lo specchio più fulgido. Era dunque evidente che il grande Moralista Milanese parlasse di Maria. L’alto concetto che egli ha della Regina dell’universo lo manifesta in mille passi delle sue opere immortali: queste pietre raccolte insieme formano un mosaico stupendo, dove campeggia colei alla quale: … guarda il Ciel dalla superna altezza con amanti pupille; e per lei sola s’apparenta dell’uom alla bassezza”17.

2.2. Posto onorifico che gli compete e carattere eminentemente pratico della sua mariologia La posizione che Ambrogio occupa nella storia della Mariologia è particolarmente importante. La copia dei pensieri, l’ampiezza nell’esposizione dei misteri mariani in genere, l’impulso dato al suo culto e specialmente la novità, rispetto ai suoi tempi, di certe vie battute da lui nel dipingerci con sorprendente intuizione psicologica il ritratto della persona morale di Maria gli hanno valso il titolo di “Padre della Mariologia” e di “Patrono della Venerazione di Maria”.18  È vero che San Gerolamo fu il primo dei Padri Latini a dedicare alla Vergine uno scritto proprio e particolare19, egli fu pure uno strenuo difensore della Perpetua Verginità di Maria. È vero altresì che molti altri anche prima di Ambrogio lo «precederanno nella rivendicazione di questo dogma, sostenendo importanti polemiche e formulando conclusioni che ebbero il plauso incondizionato della posterità e che segnarono l’orientazione seguita nelle successive speculazioni. Ma il merito non piccolo del Santo di Milano fu quello di aver contribuito in una misura, che non gli può essere contesa da nessun altro, ad illustrare il grande privilegio della Benedetta tra le donne, sotto tutti i possibili aspetti […]. Vi contribuì difendendolo vigorosamente e vittoriosamente dagli assalti, coi quali al suo tempo lo si impugnava, vi contribuì infine con quel suo mirabile ed indefesso apostolato che fu una delle sue più spiccate caratteristiche, per sviluppare e moltiplicare le vocazioni di coloro che abbracciavano lo stato di volontaria e perenne verginità, ai quali poi non mancava mai di proporre come supremo, incantevole modello Maria ».20 Ma il pregio della mariologia di Ambrogio non si esaurisce nella trattazione della Verginità Mariana; tutto quello che allora entrava nell’ambito delle dispute intorno alla Madre di Dio, fu svolto da Ambrogio e, se egli prese molto a prestito dai Greci, non ne fu solo pedissequo imitatore, ma molto vi aggiunse di proprio, dove Ambrogio si afferma originalissimo e battistrada ai posteri è nel dipingerci la psicologia di Maria21. Il genio di Ambrogio è anzitutto il genio moralista. Il suo carattere di pratico romano traspare da ogni suo scritto; il vescovo conserverà il senso ed il contegno dei suoi impegni consolari precedenti. Egli sarà prima di tutto un uomo di governo, un pastore acceso di zelo, una guida illuminata delle anime. Il romano si rivela in tutte le questioni pratiche di disciplina ed ordinamento interiore della comunità. Altri Padri saranno più di lui teologi, oratori, apologisti della Fede; egli è soprattutto «Vescovo»22. È l’uomo provvidenziale della Chiesa: per il suo carattere naturale, la sua formazione di magistrato, il temperamento della razza latina, infine per quello che l’opera della grazia e lo studio conferiranno in abbondanza al suo spirito. Tutto ciò egli porrà in servizio dell’emancipazione, dell’esaltazione e, dell’organizzazione della Chiesa di Cristo. Egli, infatti, con squisita analisi psicologica ci ha regalato un ritratto delle virtù di Maria così vivo, animato e completo come mai né prima né dopo di lui fu tracciato da penna alcuna. Ambrogio studia Maria in tutte le contingenza della vita: nei suoi rapporti con Dio, con il prossimo, con se stessa. Nel primo stadio della mariologia due erano i  grandi temi: la Maternità Divina e la Perpetua Verginità23. Fonte esclusiva di tale argomenti era la Sacra Scrittura, che è relativamente parca nel discorrere di Maria quanto agli avvenimenti esterni che la riguardano;   quanto ai sentimenti poi, che ne nobilitavano l’animo, più che descriverli, ce li lascia intravedere di sotto un velo che solo un lungo studio ed un grande amore potevano togliere e rivelare al mondo le sublimi ricchezze morali che il Dio aveva concesso a colei che si era scelta per Madre. Lo studio psicologico, su così vasta scala resta una felice innovazione di Ambrogio nella mariologia. In merito a quest’osservazione un dotto teologo moderno, il Campana, scrive: «Quegli che per il primo ha saputo far germogliare e svolgersi in fiori preziosi i semi delle grandi verità, che sul conto della Madonna contengono i Libri Ispirati, merita un posto di eterna riconoscenza nella storia della Teologia Mariana. Per riguardo alla Psicologia di Maria, questa gloria spetta a Sant’Ambrogio, il quale, inoltrandosi per il primo, senza alcun anteriore esempio in questa via, la frugò con sì attenta diligenza, che vi fece scoperte rimaste definitive e la percorse tanto addentro, da togliere pressoché ogni speranza di poterlo oltrepassare. Si potrà variare i termini delle espressioni od inquadrare l’argomento in altri schemi etici o psicologici; si potranno sviluppare più ampiamente le considerazioni che il Santo Dottore accenna appena [...] ma gettare luce più schietta, più originale, più rivelatrice, di quanto egli fece, lo crediamo impossibile».24 Questo grande quadro tratteggiato con mano maestra da Ambrogio, è nell’opera che il Dottore scrisse nel terzo anno del suo episcopato, cioè nel 377, e porta il titolo:  De Virginibus ad Marcellinam sororem25. Secondo Ambrogio la Madonna prende un posto singolarissimo nel piano e nel compimento della Redenzione. La Mediazione e la Corredenzione Universale di Maria sono attestate da lui con frequenti accenni ed in questo egli supera tutti gli scrittori ecclesiastici precedenti. Anche intorno alla morte della SS. Vergine il Patrono di Milano sarà il primo che tratterà esplicitamente una tale questione, se prescindiamo da Epifanio che affrontando il problema vi rispose in senso opposto, sostenendo cioè l’immortalità corporale della Madonna26. Del nome di Maria, riferito alla Madonna, Ambrogio darà una soluzione sua propria, che, se non trovò altri fautori, è però in se stessa una fonte vivace di profonde considerazioni. Il culto, poi di Maria assume in Ambrogio una importanza del tutto nuova e capitale.

2. 3.  Compendio della mariologia ambrosiana Come sintesi della dottrina mariologica di Ambrogio si possono riportare le parole del Rauschen nel luogo dove egli afferma: «Non a torto Ambrogio è proclamato Patrono del Culto di Maria: “egli descrive l’ideale della Verginità di Maria; la sua vita come scuola di virtù. Ella è senza macchia del peccato; è apportatrice della salvezza; debellatrice gloriosa del demonio; si oppone ad Eva e a Sara; è il tipo della Chiesa. Ambrogio però ammonisce di guardarsi dal tributarle un culto di latria».27 In conclusione Ambrogio ha avuto una parte molto attiva ed originale nello sviluppo della mariologia. È vero che talvolta anche Ambrogio nella soluzione dei problemi mariologici arrivi a risultati non sempre felici, ma la spiegazione erronea che egli dà, per esempio circa la stirpe davidica e circa l’etimologia del Nome di Maria, non gli sono imputabili a rigore. Esse sono un’inevitabile conseguenza  del difetto di opere e codici critici di alcuni autori neoplatonici28 ai quali Ambrogio aveva creduto di poter attribuire altrettanto coscienziosità nelle loro asserzioni. Quanto alla fisionomia speciale della mariologia ambrosiana, essa è quella che contraddistingue tutta la sua opera. Non incline per temperamento alla metafisica troppo sottile e a questioni troppo astratte, Ambrogio non si abbandonerà ad inquisizioni filosofiche astruse, ma attingerà alla fonte perenne della Sacra Scrittura, della quale dimostra un’ottima conoscenza, se si tiene conto della rapidità della sua preparazione dottrinaria, degli insegnamenti fecondi della sua morale diretta al bene delle anime. Le sue esposizioni mariane susciteranno un’ eco profonda in tutto il mondo d’allora, tanto da condurre all’imitazione di Maria uno stuolo sterminato di anime29. La speculazione non sarà totalmente esclusa, ma avrà un’importanza secondaria; qui egli si lascerà guidare da Clemente Alessandrino, da Origene, in ciò che egli ha di ortodosso, da San Basilio, da Didimo e con minore predilezione anche da Filone ed Ippolito. La parte preponderante delle proprie considerazioni d’ordine pratico e pastorale caratterizzano la peculiarità ed il valore della mariologia di sant’Ambrogio30.

2.4. Solida impostazione dei problemi mariani in relazione con il complesso degli altri dogmi

2.5. Autorevole giudizio di San Gerolamo in favore dei pregi di tale dottrina

Il servizio prestato dai piedi – Sant’Ambrogio; Sant’Agostino

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.htm

Il servizio prestato dai piedi

Perché ricordate il servizio prestato dai piedi, che sorreggono tutto il corpo senza soffrire minimamente sotto il suo peso? Il ginocchio è pieghevole, e più di ogni altra cosa placa il Signore offeso, ne addolcisce l`ira e ne ottiene la grazia. Il dono del sommo Padre al Figlio è che nel nome del Signore Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e sotto la terra, e ogni lingua professi che è Signore Gesù nella gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11). Due sono infatti le cose che soprattutto piacciono a Dio: l`umiltà e la fede. Il piede esprime l`umiltà dell`animo e assidua servizievolezza; la fede considera il Figlio uguale al Padre e professa che la gloria dei due è identica. E con ragione l`uomo non ha un grande numero di piedi, ma solo due. Le fiere selvagge e gli animali ne hanno quattro; gli uccelli ne hanno due; così l`uomo è come un uccello, che deve fissare il suo sguardo in alto e con la forza di pensieri eccelsi deve innalzarsi come su ali. Perciò è detto di lui: La tua giovinezza si rinnoverà come quella delle aquile (Sal 102,5). Più dell`aquila è vicino al cielo, e più ardito nel suo volo è colui che sa dire: Il nostro soggiorno è nel cielo (Fil 3,20).

Ambrogio, Esamerone, 6,74

La somiglianza a Dio si custodisce con l`umiltà
Come infatti il serpente striscia non con passi decisi, ma con minutissimi movimenti delle squame, così il moto all`ingiù trascina i negligenti a poco a poco, cominciando da un perverso desiderio di somigliare a Dio, e giungendo alla somiglianza con gli animali. Perciò gli uomini, privati della prima veste, meritarono di portare la tunica di pelle della mortalità. Il vero onore dell`uomo è di essere a immagine e similitudine di Dio, immagine che non si conserva se non andando verso Colui dal quale è impressa. Tanto più dunque si aderisce a Dio, quanto meno si ama il bene proprio. Ma per brama di sperimentare il suo potere, l`uomo cade in se stesso, per un suo capriccio, come a un grado intermedio; così, non volendo restar sottomesso a nessuno, in castigo, viene precipitato dallo stesso grado intermedio che è lui stesso, fino a ciò che v`è di più basso, cioè a quello di cui si allietano gli animali.

Agostino, La Trinità, 12,16

L`amore per le realtà eterne è un giogo soave
Quale grave sacrificio impone la vita eterna ai suoi amanti, quando esige di essere amata allo stesso modo che questa nostra vita è amata dai suoi innamorati? E` forse cosa degna o almeno tollerabile che, mentre si trascurano tutte le cose che si amano nel mondo per poter conservare la vita destinata dopo un breve spazio a finire, per conservarla – dico – almeno per quel breve spazio nel mondo, non si disprezzi egualmente il mondo, per conseguire la vita che è senza fine presso colui dal quale fu creato il mondo? Or non è molto, quando Roma medesima, sede della potenza più famosa del mondo, era devastata dall`invasione dei barbari [i visigoti condotti da Alarico, nell`anno 410], quante persone innamorate di questa vita temporale, pur di prolungarla nell`infelicità e riscattarla nella miseria, donarono tutti i beni che avevano in serbo non solo per renderla piacevole e bella, ma per sostentarla e proteggerla? Certo gli innamorati sono soliti recare molti doni alle donne che amano, per possederle; costoro invece non possederebbero la loro amata, se amandola non l`avessero resa povera, né le farebbero molti doni, ma piuttosto la spoglierebbero di tutto, per non farsela portare via dal nemico. Ma io non voglio biasimare la loro perspicacia: chi ignora infatti che essa sarebbe perita se non fossero stati distrutti quei beni già messi in serbo per lei? Con tutto ciò, alcuni hanno perso prima questi tesori e subito dopo l`amata; altri, pur disposti a perdere ogni bene per amore di lei, l`hanno persa prima. Da questi esempi dobbiamo trarre monito per ricordarci quali ardenti innamorati dobbiamo essere della vita eterna, sì da disprezzare, per amore di essa, ogni cosa superflua, dal momento che per questa vita transitoria furono disprezzati perfino i beni ad essa indispensabili.
Noi invece non spogliamo, come fanno quelli, la nostra amata per conservarla, ma, per ottenere la vita eterna, facciamo servire la vita temporale come un`ancella più libera da impedimenti, se non la teniamo legata con vincoli di ornamenti inutili e non l`appesantiamo con fardelli di pensieri dannosi, ma porgiamo ascolto al Signore, che ci promette nel modo più veridico la vita eterna degna d`essere desiderata con ardentissimo amore e che ci grida come in un`assemblea di tutto il mondo: Venite da me, voi tutti che siete affaticati e stanchi e io vi ristorerò. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché sono mite e umile di cuore, e troverete pace per le anime vostre; poiché il mio giogo è soave e il mio carico è leggero (Mt 11,28-30). Questa lezione di santa umiltà scaccia dall`animo la vana e torbida cupidigia, avida di beni non sottoposti al nostro potere, e in qualche modo la fa esalare. Ci si affanna infatti quando si ricercano e amano molti beni, per il cui acquisto e possesso non è sufficiente la volontà, poiché non ha il potere necessario a raggiungerli. La vita giusta, invece, noi l`abbiamo quando la vogliamo, giacché il volerla pienamente è già la giustizia, e la giustizia, per essere perfetta, non richiede altro che una perfetta volontà. Guarda se c`è fatica, dove è sufficiente il volere.
Ecco perché divinamente fu detto: Pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14). Dov`è pace, ivi è tranquillità, ivi è il termine di ogni desiderio e non c`è alcun motivo di penare. Ma a far sì che questa volontà sia piena, occorre che sia sana; sarà sana poi se non respingerà il medico per grazia del quale soltanto può esser risanata dal male di desideri nocivi. Orbene, il medico è proprio colui che ad alta voce proclama: Venite da me voi tutti che siete affaticati, e dice che il suo giogo è dolce e lieve il suo peso, poiché quando per mezzo dello Spirito Santo sarà stata diffusa la carità nei nostri cuori (cf. Rm 5,5), si amerà certo ciò che ci verrà comandato; il giogo di Cristo non sarà duro né gravoso, se sotto questo unico giogo quanto meno superbamente tanto più liberamente serviremo Dio. Questo è l`unico fardello da cui il portatore non è aggravato, ma alleviato. Se si ama la ricchezza, venga custodita là dove non può perire; se si ama l`onore, lo si riponga là dove non è onorato se non chi lo merita; se si ama la salute, si aspiri a conseguirla là dove per essa non si teme più quando si sia ottenuta; se si ama la vita, la si acquisti là dove non è troncata da nessuna morte.

Agostino, Le Lettere, II, 127,4-5 (ad Armentario e Paolina)

FESTA LITURGICA DI S. AMBROGIO – 7 DICEMBRE – ARCIVESCOVO EMERITO BIFFI

http://www.bologna.chiesacattolica.it/arcivescovi/biffi/omelie/2003/2003_12_07.html

ARCIVESCOVO EMERITO BIFFI

FESTA LITURGICA DI S. AMBROGIO – 7 DICEMBRE

Il vescovo di Milano, Ambrogio, spirò all’alba del 4 aprile del 397, che era un sabato santo. Spirò dopo aver ricevuto il viatico dalle mani del vescovo di Vercelli, Onorato, e dopo una lunga orazione a braccia distese in croce – come per una preghiera eucaristica – cominciata la sera precedente. Qualche giorno prima aveva detto di non temere di morire, perché sapeva di doversi presentare a un “padrone buono”. Noi aggiungiamo: poteva non aver paura del rendiconto, anche perché il suo era stato un buon servizio. E il Signore Gesù – quasi a confermare tanta serenità – nelle ultime ore (a testimonianza del vescovo di Lodi, Bassiano, suo grande amico che era accorso ad assisterlo nella malattia) gli si era manifestato nell’atto di muovergli incontro e di sorridergli.

* * * Il suo servizio episcopale era iniziato ventitrè anni prima in circostanze non comuni, che hanno sempre stupito la cristianità. Un’improvvisa acclamazione di popolo l’aveva costretto, mentre era un brillante funzionario imperiale (che tra l’altro non era nemmeno battezzato) a interrompere la sua promettente carriera politica e a dedicarsi a tempo pieno a Dio e ai fratelli nella vita ecclesiale. Egli si arrese solo dopo una strenua e ripetuta resistenza. Molti anni dopo così pregherà il Signore: “Adesso custodisci il dono che tu allora mi hai fatto nonostante le mie ripulse” (De paenitentia II,73). Ma, una volta conosciuta veramente la volontà divina, non si è più risparmiato; ha abbandonato i progetti da lungo tempo accarezzati e si è dato totalmente alla sua inattesa missione. Questo è il primo insegnamento che ci viene da sant’Ambrogio. Sulla strada di ciascuno di noi c’è un Dio che aspetta e che – quando uno magari non ci pensa per niente – interviene, scompiglia i nostri conti e decide la nostra sorte. Non sempre chiede un cambiamento radicale per un impegno eccezionale, come quello di Ambrogio, ma sempre vuole una donazione generosa e senza riserve. Anche se non sempre ci strappa alla nostra esistenza consueta, sempre vuole strapparci alla nostra mediocrità per farci vivere con un amore più risoluto e con una fedeltà senza incertezze. D’altronde il Signore è lui, e a lui tocca decidere che cosa dobbiamo fare della vita che ci dona: “Io sono il Signore tuo Dio”, così sta scritto in capo ai comandamenti.

* * * Chiamato a essere vescovo, egli si è trasfigurato in tutte le fibre del suo essere. Ma nella varia ricchezza della sua fondamentale umanità è rimasto se stesso, perché Dio non mortifica mai i valori autentici che sono in noi; piuttosto li piega al suo disegno e li fa entrare nel suo gioco. Basterà citare soltanto qualche esempio della vicenda di Ambrogio. Era già un eccellente uomo di governo; e ha saputo governare la Chiesa con mano ferma e con ammirevole saggezza. Possedeva un’invidiabile cultura letteraria; ed è riuscito a portare molti a Cristo con la magìa del suo dire e con l’eleganza classica della sua scrittura. “La soavità della sua parola mi incantava”, ricordava di lui uno spirito sensibile ed esigente come Agostino. Aveva ricevuto dalla sua indole e da una raffinata formazione non comuni attitudini poetiche e musicali; e li userà per comporre in onore della Trinità, di Cristo e dei santi, splendidi inni che saranno cantati in tutta la cattolicità occidentale.

* * * La sua insigne dottrina teologica ha fatto di lui uno dei massimi “Padri” della Chiesa. Le sue opere sono un mare di sapienza umana e cristiana. Da questo mare attingiamo solo alcuni pochi insegnamenti, che ci aiutino nella nostra vita di fede. Il primo è quello della centralità del Signore Gesù. Il Salvatore è per lui il compendio di tutti i valori, la somma di tutte le verità. Dove c’è qualcosa di vero, di giusto, di buono, di bello, lì c’è un riverbero dello splendore del Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto, nel quale tutto è stato pensato e tutto è stato creato e redento. Il secondo insegnamento è la contemplazione ammirata per la Chiesa, la Sposa di Cristo che egli considera il capolavoro del Padre. Proprio perché, nonostante le nostre colpe, continuiamo a far parte di questo organismo santo e santificante, non dobbiamo perdere mai la speranza di essere perdonati e di rinascere. “Se disperi di ottenere il perdono per dei gravi peccati – egli scrive – serviti della Chiesa, affinché essa preghi per te. Guardando lei il Signore ti accorda quel perdono che a te potrebbe rifiutare” (In Lucam V,11). Un terzo insegnamento, che può essere utile ascoltare da sant’Ambrogio, è quello di badare ai fatti più che perdersi in parole, sull’esempio del nostro Maestro e Redentore: “Non con le chiacchiere, ma con la sua morte il Signore ci ha salvato”, egli amava dire. E ancora: “Non con la dialettica è piaciuto a Dio di salvare il suo popolo”.

* * * Ambrogio fisicamente non era un colosso: era una figura esile, non alto di statura, gracile di complessione. Ma la cristianità ha percepito subito la sua grandezza e ha sempre pensato a lui come a un gigante del panorama ecclesiale. Soprattutto egli ha incantato chi si è accostato a lui per la sua intelligenza chiara, aliena dalle sottigliezze, per il suo cuore facile alla commozione, per la sua generosità verso tutti, per la sua capacità di decidere, per il gusto dell’azione coraggiosa e immediata. In particolare, il popolo bolognese lo ha avuto caro. La nostra Chiesa deve a lui la ripresa della devozione per i nostri protomartiri, Vitale e Agricola, e la loro solenne esaltazione. Gli storici hanno notato che “la personalità del grande vescovo di Milano, che per Bologna e i bolognesi ebbe singolare affetto e stima, ha lasciato tra noi un’orma profonda e duratura”; e che “Bologna e i bolognesi, dal canto loro, hanno contraccambiato affetto e stima con una venerazione sincera e continua” (cfr. Storia della Chiesa di Bologna, vol.I p.21). Tanto è vero che fu il primo a ricevere il titolo di “Defensor civitatis”; titolo che ha conservato anche quando in questa qualifica e in questo compito è stato affiancato dal nostro san Petronio. Ed è per questo che, insieme con san Petronio, anche sant’Ambrogio ha trovato posto ai lati della Vergine Santissima sul grande portale d’ingresso della nostra massima basilica.

AMBROGIO. SULLA TRASFIGURAZIONE (6 AGOSTO)

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2012/02/il-vangelo-della-trasfigurazione-nei.html

AMBROGIO. SULLA TRASFIGURAZIONE (6 AGOSTO)

Appaiono Mosè ed Elia, cioè la Legge e il Profeta col Verbo: di fatto la Legge non può sussistere senza il Verbo, né può essere Profeta se non colui che abbia profetizzato a riguardo del Figlio di Dio. E, certamente, quei figli del tuono hanno ammirato nella gloria del corpo anche Mosè ed Elia, ma anche noi vediamo ogni giorno Mosè insieme col Figlio di Dio; vediamo infatti la Legge nel Vangelo, quando leggiamo: Amerai il Signore Dio tuo; vediamo Elia insieme col Verbo di Dio, quando leggiamo: Ecco la Vergine concepirà nel grembo.
Perciò Luca opportunamente aggiunse che parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Essi infatti t’insegnano i misteri della sua dipartita. Anche oggi Mosè insegna, anche oggi Elia parla, anche oggi possiamo vedere Mosè in una gloria più grande. E chi non lo può, quando perfino il popolo dei Giudei poté vederlo, anzi lo vide davvero? Vide infatti il volto di Mosè pieno di fulgore, ma ricevette un velo, e non salì sul monte e per questo errò. Colui che ha visto soltanto Mosè, non ha potuto vedere contemporaneamente il Verbo di Dio.
Togliamo allora il velo dalla nostra faccia, affinché a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine (2 Cor 3, 18). Saliamo sul monte, supplichiamo il Verbo di Dio, affinché si mostri a noi nel suo aspetto e nella sua bellezza, e si rafforzi e avanzi con successo e regni. Anche questi sono misteri e rimandano a realtà molto profonde; infatti, a seconda della tua disponibilità, per te il Verbo o diminuisce o cresce, e, se non ascendi la vetta di un più profondo discernimento, non ti si fa vedere la Sapienza, non ti si fa vedere la conoscenza dei misteri, non ti si fa vedere quant’è grande la gloria, quant’è stupenda la bellezza posta nel Verbo di Dio, ma il Verbo di Dio ti si mostra come in un corpo, come uno che non ha apparenza né bellezza, e ti si mostra come un uomo percosso, che può esser caricato delle nostre infermità, ti si mostra come una parola nata da uomo, ricoperta dall’involucro dei segni della lettera ma che non risplende della forza dello Spirito. Se invece, mentre lo consideri come uomo, tu credi ch’è stato generato da una Vergine, e a poco a poco ti asseconda la fede che è nato dallo Spirito di Dio, allora cominci a salire il monte. Se vedi ch’Egli, messo in croce, trionfa su la morte invece di essere annientato, se vedi che la terra tremò, il sole scomparì dallo sguardo, le tenebre avvolsero gli occhi degli increduli, le tombe si aprirono, i morti risorsero per dar prova che il popolo Gentile, il quale era morto per Dio, all’irrompere del fulgore della croce è risorto come se si fossero aperti i sepolcri del suo corpo; se vedi questo mistero, allora sei salito su un alto monte, e vedi una diversa gloria del Verbo.
Le sue vesti sono in un modo quando Egli sta in basso e in un altro quando sta in alto. E forse le vesti del Verbo sono le parole delle Scritture e direi quasi il rivestimento dell’intelletto divino: infatti, come Egli apparve in persona a Pietro e a Giovanni e a Giacomo in un aspetto mutato, e il suo bianco vestito rifulse, allo stesso modo anche agli occhi della tua mente già comincia a divenir chiaro il significato delle letture divine. Ecco allora che le divine parole diventano come la neve, e le vesti del Verbo bianchissime…
Pietro vide questa ricchezza, la videro anche quelli che erano con lui, benché fossero oppressi dal sonno. Infatti lo splendore senza confini della divinità soverchia i sensi del nostro corpo. Se già la potenza visiva corporea non riesce a sopportare un raggio di sole in faccia agli occhi di chi guarda, come potrebbero le nostre membra corrotte sostenere la gloria di Dio? Perciò nella risurrezione viene costituito uno stato corporeo tanto più puro e sottile, quanto ormai è stata annientata la materialità dei vizi. E proprio per questo, forse, essi erano oppressi dal sonno, per poter vedere, dopo il riposo, la bellezza della risurrezione. Perciò, allo svegliarsi, videro la sua maestà; nessuno, che non sia sveglio vede la gloria di Cristo. Pietro ne provò grande gioia, e mentre le seducenti realtà di questo mondo non avevano potuto impadronirsi di lui, lo sedusse lo splendore della risurrezione.
È bello per noi, egli disse, stare qui – per lo stesso motivo scrive anche quell’altro: Partire per essere con Cristo è molto meglio (Fil 1, 23) – e non contento di aver espresso la sua contentezza si distingue dagli altri non solo per il sentimento affettuoso ma per la generosità delle opere e, per costruire tre abitacoli, quel lavoratore infaticabile promette il servizio della comune dedizione. E sebbene non sapesse quello che diceva, tuttavia prometteva un atto di amore: non era una storditaggine irriflessiva, ma una generosità intempestiva, che accresce così i proventi delle sue premure. Infatti, il non sapere era proprio della sua condizione, ma il promettere della sua devozione. Però la condizione umana non ha la capacità di costruire un’abitazione a Dio in questo corpo corruttibile, destinato alla morte. …
Mentre diceva questo venne una nube e li avvolse con la sua ombra. Siffatto avvolger d’ombra è proprio dello Spirito; esso non annebbia i sentimenti dell’uomo, ma mette in luce le realtà nascoste. Lo si trova anche in un altro punto, quando l’angelo dice: E la potenza dell’Altissimo ti adombrerà (Lc 9, 34). E si indica quale ne sia l’effetto quando si ode la voce di Dio che dice: Questi è il mio figlio diletto, ascoltatelo.
Cioè: non è Elia il figlio, non è Mosè il figlio, ma questi è il Figlio, che vedete solo. …
E mentre risonava la voce, Gesù si trovò solo. Erano in tre, uno solo rimase. Tre si vedono in principio, uno solo alla fine; infatti sono una cosa sola per la perfezione della fede. Del resto il Signore chiede anche questo al Padre, che tutti siano una cosa sola. E non soltanto Mosè e Elia sono una cosa sola in Cristo, ma anche noi siamo l’unico corpo di Cristo. Dunque anch’essi sono accolti nel corpo di Cristo perché anche noi saremo una cosa sola in Cristo Gesù, o forse perchéla Legge e i Profeti provengono dal Verbo, e ciò ch’è cominciato dal Verbo culmina nel Verbo; poiché il fine della Legge è Cristo, per la giustificazione di chiunque crede (Rm 10, 4).
(Dall’Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII, 10-13. 17-21)

7 DICEMBRE : SANT’AMBROGIO – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.reginamundi.info/liturgia-delle-ore/ufficio.asp?codice=1366&gg=6&cal=344

7 DICEMBRE : SANT’AMBROGIO

Ufficio delle letture

Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaia 19, 16-25

Gli Egiziani e gli Assiri conosceranno il Signore e lo serviranno
In quel giorno gli Egiziani diventeranno come femmine, tremeranno e temeranno all’agitarsi della mano che il Signore degli eserciti agiterà contro di loro. Il paese di Giuda sarà il terrore degli Egiziani; quando se ne parlerà, ne avranno spavento, a causa del proposito che il Signore degli eserciti ha formulato sopra di esso.
In quel giorno ci saranno cinque città nell’Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno per il Signore degli eserciti; una di esse si chiamerà Città del sole. In quel giorno ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo al paese d’Egitto e una stele in onore del Signore presso la sua frontiera: sarà un segno e una testimonianza per il Signore degli eserciti nel paese d’Egitto. Quando, di fronte agli avversari, invocheranno il Signore, allora egli manderà loro un salvatore che li difenderà e li libererà. Il Signore si rivelerà agli Egiziani e gli Egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte, faranno voti al Signore e li adempiranno. Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani ma, una volta colpiti, li risanerà. Essi faranno ritorno al Signore ed egli si placherà e li risanerà.
In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: «Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità».

Seconda Lettura
Dalle «Lettere» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lett. 2, 1-2. 4-5; PL 16, 847-881)

La grazia delle tue parole conquista il popolo
Hai ricevuto il sacerdozio e, stando a poppa della Chiesa, tu guidi la nave sui flutti. Tieni saldo il timone della fede in modo che le violente tempeste di questo mondo non possano turbare il suo corso. Il mare è davvero grande, sconfinato; ma non aver paura, perché «E’ lui che l’ha fondata sui mari, e sui fiumi l’ha stabilita «(Sal 23, 2).
Perciò non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. E’ battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato. Se tuttavia essa è sbattuta dai flutti sul mare, pure sui fiumi corre, su quei fiumi soprattutto di cui è detto: I fiumi hanno innalzato la loro voce (cfr. Sal 92, 3). Vi sono infatti fiumi che sgorgano dal cuore di colui che è stato dissetato da Cristo e ha ricevuto lo Spirito di Dio. Questi fiumi, quando ridondano di grazia spirituale, alzano la loro voce.
Vi è poi un fiume che si riversa sui suoi santi come un torrente. Chiunque abbia ricevuto dalla pienezza di questo fiume, come l’evangelista Giovanni, come Pietro e Paolo, alza la sua voce; e come gli apostoli hanno diffuso la voce della predicazione evangelica con festoso annunzio fino ai confini della terra, così anche questo fiume incomincia ad annunziare il Signore. Ricevilo dunque da Cristo, perché anche la tua voce si faccia sentire.
Raccogli l’acqua di Cristo, quell’acqua che loda il Signore. Raccogli da più luoghi l’acqua che lasciano cadere le nubi dei profeti. Chi raccoglie acqua dalle montagne e la convoglia verso di sé, o attinge alle sorgenti, lui pure, come le nubi, la riversa su altri. Riempine dunque il fondo della tua anima, perché il tuo terreno sia innaffiato e irrigato da proprie sorgenti. Si riempie chi legge molto e penetra il senso di ciò che legge; e chi si è riempito può irrigare altri. La Scrittura dice: «Se le nubi sono piene di acqua, la rovesciano sopra la terra» (Qo 11, 3).
I tuoi sermoni siano fluenti, puri, cristallini, si che il tuo insegnamento morale suoni dolce alle orecchie della gente e la grazia delle tue parole conquisti gli ascoltatori perché ti seguano docilmente dove tu li conduci. Il tuo dire sia pieno di sapienza. Anche Salomone afferma: Le labbra del sapiente sono le armi della Sapienza, e altrove: Le tue labbra siano ben aderenti all’idea: vale a dire, l’esposizione dei tuoi discorsi sia lucida, splenda chiaro il senso senza bisogno di spiegazioni aggiunte; il tuo discorso si sappia sostenere e difendere da se stesso e non esca da te parola vana o priva di senso.                            

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