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La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 5 – ultimo (bellissimo!)

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 5 – ultimo 

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LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO 

di Père Jean Lévêque 

legenda: 

nelle parentesi quadre [] vi sono inserimenti miei, di cose che mi sembra utile dire

ho finito la traduzione, per me è un testo bellissimo, scriverò al prof. Lévêque per ringraziarlo; 

2. Ciò che San Paolo fa (dice ai cristiani di) domandare a Dio 

Per completare questi elementi che noi abbiamo tratteggiato delle richieste di Paolo a Dio, è bene ora passare in rassegna le raccomandazioni che egli da ai cristiani concernenti la preghiera di domanda. 

Prima di tutto le comunità devono sostenersi mutuamente  con la preghiera: questa è il segno più vero del loro affetto (2Cor 9,14). A loro spetta anche di sviluppare le loro domande come responsabili di tutti: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini,  per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità” (1Tm 2,1). 

Ma la preghiera di domanda deve divenire anche una abitudine [letteralmente: un riflesso “involontario”] di ogni credente, specialmente quando egli ha lasciato la pace di Dio, quando egli è tentato di chiudersi in una attitudine negativa o in un sentimento di angustia o di disperazione: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.” (Fil 4,6) 

La preghiera incessante dei fratelli cristiani deve ugualmente prendersi carico dei bisogni di tutti i battezzati e, specialmente, per gli operai del Vangelo: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo” (Ef 6, 18-19) 

Pregare per i testimoni di Cristo è partecipare realmente al lavoro dell’evangelizzazione: “…fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore si diffonda e sia glorificata come lo è anche tra voi” (2Tess 3,1 cfr. 1Tess 5,25). E l’Apostolo è convinto intimamente della necessità e della efficacia di questa preghiera fraterna, sia per la riuscita  dei suoi progetti missionari, sia per chiedere l’assistenza  di Dio nei pericoli che egli affronta: 

“Vi esorto perciò fratelli” scrive ai Romani “per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio, perché io sia liberato dagli infedeli della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme torni gradito a quella comunità” (Rm 15,30-31). O, ancora, ai Corinti: “Da quella morte però egli ci ha liberato (in Asia minore) e ci libererà…grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi” (2Cor 1,11°) 

Ugualmente, al momento della sua cattività romana, Paolo può scrivere a Filemone: “… spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito.” (22); e ai Filippesi, parlando loro del suo processo imminente e di certi complotti di falsi fratelli: “So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo” (Fil 1,19). Formula magnifica (magnifique) che mette in rilievo nello stesso tempo la libertà imprescrittibile dello Spirito e l’urgenza della preghiera di domanda, nella più pura tradizione di Gesù: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7; cfr Mc 11,24; Luc 11,9-13; Gv 14,13ss: 15,7.16; 16,23-26). 

- Infine lo Spirito di Gesù resuscitato è presente e agente in tutte le preghiere di un figlio di Dio e compensa (riscatta) con la sua presenza tutte le incapacità di desiderio e a tutte le debolezze della parola dell’uomo: 

“…lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili, e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. “ 

Forse questo testo di Rm 8, 26, più precisamente tutta la pericope: Rm 8, 16-27, ci veicola le ultime parole di Paolo, apostolo e pastore, sulla preghiera. 

Tutto si riassume in un triplice gemito: 

1.  il gemito della creazione, che accompagna i suoi dolori del parto, fino al momento che sarà associata alla gloria dei figli di Dio. Tuttavia questo pianto del cosmo e della storia non è ancora una preghiera. 

2.  Il gemito dei credenti, che possiedono le primizie dello Spirito e che attendono il riscatto del loro corpo. E questo gemito dell’uomo è preghiera di speranza. 

3.  c’è infine il gemito dello Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. 

Questa debolezza, che segna inevitabilmente la nostra testimonianza e tutte le nostre imprese missionarie, è legata, in profondità, alla nostra condizione peregrinante e alle “sofferenze del momento presente”  (Rm 8,18). Essa è sempre finitudine e spesso colpevolezza, in tutti i casi limite per la conoscenza e ferita nella volontà dell’uomo. È questa debolezza che ci rende incapaci di pregare “convenientemente” [traduzione di “comme il faut” dal testo di Rm 8,26], ossia di domandare “secondo i disegni di Dio” [traduzione dalla Bibbia CEI, il prof. scrive: secondo Dio] (v. 27), “ Quelle cose…mai entrarono nel cuore dell’uomo” (1Cor 2,9) e che, tuttavia, Dio gli prepara. 

È inoltre questa debolezza che ci fa gemere, e, paradossalmente, lo Spirito Santo ci viene in aiuto gemendo anche Lui. Ma come il gemito umano non interrompe (n’éntouffe) il gemito cosmico, ugualmente il gemito dello Spirito non interrompe il gemito dell’uomo, ma l’accompagna per completarlo e portarlo al suo termine. La nostra impotenza rimane (dimora -demeure), ma lo Spirito l’abita e l’orienta verso la gloria, “secondo Do”; le parole continuano a mancarci per portare a Dio le nostre domande filiali, ma lo Spirito stesso “intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26) Al di la di tutte le parole. 

Questa intercessione dello Spirito resta, sì, un gemito, che traversa quello del mondo ed entra in risonanza con il nostro, ma grazia a lui il nostro gemito di debolezza diviene veramente filiale e passa in Dio. Tutte le nostre domande, impotenti e gementi, le nostre molteplici angosce e le nostre ricerche inquiete del Regno confluiscono allora in una semplice aspirazione alla gloria, secondo Dio. E Dio che scruta i cuori legge nei nostri un desiderio che lo Spirito ha fatto suo. Questo che si opera nel profondo delle sofferenze del tempo presente e attraverso il gemito dello Spirito è un misterioso parto alla gloria (est un mystérieux enfantement à la glorie). 

Questa è, dunque, la preghiera pastorale di Paolo, nello Spirito Santo che agisce in lui con forza e dolcezza: 

È un riflesso diretto della sua vita, ma della sua intera vita, la disposizione la quale egli si situa in rapporto a Dio, in rapporto a Cristo e in rapporto alla sua missione personale. 

La sua preghiera lascia ugualmente trasparire la vita, l’essenza del popolo di Dio, tutta interamente pellegrina, tutta interamente testimone, tutta interamente missionaria, essa fa risalire e emergere nella luce di Dio tutto il vissuto della Chiesa. 

Ma soprattutto la preghiera di Paolo è uno spazio di accoglienza per la vita [essere] di Dio, per il suo amore che sorpassa tutte le conoscenze, e uno spazio di ascolto per la sua Parola, forza di salvezza per tutti gli uomini. 

È il luogo della certezza, nella insicurezza stessa di una Chiesa povera e missionaria; è per Paolo il luogo della speranza, quando la “debolezza” è là, la sua, quella di Corinto, quella di Gerusalemme, quella di tutti i fratelli cristiani, tutta quella gravezza che appesantisce, non il cammino di Dio nella storia degli uomini, ma il cammino degli uomini verso il Regno di Dio. 

È il momento, o lo strato, il più profondo di lui stesso, dove Paolo, gratuitamente, ama, perché egli è sicuro di essere amato: egli sa in chi ha creduto, il Cristo è per lui non più una domanda, ma il Vivente che chiama, che vede e risponde. 

* 

Paolo al momento e al livello della preghiera si lascia amare da Dio come egli vuole amarlo; 

egli lascia Dio ridire [redire, direi proprio ri-dire in senso biblico] in lui il suo amore per il mondo, 

il suo mistero d’amore che ha nome Gesù Cristo.

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 4

 

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 4

http://perso.jean-leveque.mageos.com/pri.paul.htm

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque

legenda:

nelle parentesi quadre [] vi sono inserimenti miei, di cose che mi sembra utile dire

le parentesi tonde () sono del professore;

[ho iniziato la traduzione del testo nelle date sottostanti dandogli dei numeri di ordine, questo è il n. 4, ho ancora due pagine da tradurre, quindi penso che metterò un altro post n 5 e poi basta:

n. 1 – 3 giugno;

n. 2 – 10 giugno

n. 3 – 2 luglio

scusate se ho sospeso la traduzione, ma come ho già detto in altro post, quando si tratta di San Paolo si sa dove e quando si comincia e non si sa dove e quando si finisce, ricomincio oggi, continua da: a. Conversione e santificazione]

b. Consolidamento e perseveranza

Ecco perché San Paolo, assai spesso, domanda per i cristiani la forza e la stabilità: “Che il Signore…confermi i vostri cuori affinché siano irreprensibili nella santità davanti a Dio, nostro Padre, al momento della venuta del nostro Signore Gesù con tutti i santi”, “Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche lo siamo verso di voi, per rendere saldi ed irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi” [per intero il passo dalla Bibbia CEI (1Tess 3,12-13)]. Di nuovo, come in 5,23, la parola “irreprensibili” porta un richiamo del Giorno del Signore, che resta il quadro di fondo di tutto lo sforzo cristiano.

Secondo Paolo, pregare per i fratelli, è una maniera di “lottare per essi” nelle sue preghiere “perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio” (Col 4,12) (perché) ”rafforzandovi con ogni energia secondo la potenza della sua gloria, per poter essere forti e pazienti in tutto” (Col 1,11). Io piego le ginocchia – scrive Paolo – ai cristiani della regione di Efeso, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati del suo Spirito nell’uomo interiore” (Ef 14-16)

c. Crescita (fructification), abbondanza e completamento

I battezzati vivono dunque sotto l’influenza dello Spirito, e una legge di dinamismo incessante, quella stessa dell’Esodo, [questa legge] ordina (commande) oramai tutta la loro esistenza. Agli occhi di Paolo, i cristiani, “radicati nell’amore” non sono tanto fermati ad un livello o ad un fase della vita o di servizio, l’Apostolo ricuserà questo fatalismo, questa rinuncia di bassa derivazione che impedisce di desiderare e di domandare il meglio o il migliore per i fratelli che Dio fa camminare con noi. Testimoni di questo sono i numerosi passaggi di preghiera di Paolo dove ritornano le parole o le idee di crescita, abbondanza e completamento:

“..anche noi..non cessiamo di pregare per voi (Col 1, 9) per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona…(Col 1, 10b)

“Il Signore poi, vi faccia crescere ed abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti (1Tess 3,12)

“…preghiamo di continuo per voi, perché il vostro Dio vi renda degni della sua chiamata e porti a compimento con la sua potenza, ogni vostra opera di bene e l’opera della vostra fede” (2Tess 1,11)

“E io perciò prego (Fil 1,9) (infine che voi siate) “ricolmi di frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio. (Fil 1,11)

[ricopio le citazioni da Paolo in francese perché il professore ha collegato la frase a quella successiva e, in francese, la proposizione a volte è rovesciata nella forma, la sostanza rimane uguale, io ho ricostruito con la Bibbia CEI]:

« Nous ne cessons de demander que vous fructifiiez en toute œuvre bonne » (Col 1,10).

« Que le Seigneur multiplie et fasse abonder votre amour les uns pour les autres et pour tous » (1 Th 3,11s)

« Nous prions toujours pour vous, afin que notre Dieu [..]

  accomplisse en vous avec puissance tout désir de bien et l’œuvre de la foi » (2 Th 1,11).

« Je prie afin que vous soyez remplis du fruit de la justice qui nous vient par Jésus Christ,

  à la gloire et louange de Dieu » (Ph 1,11).

d. “Sur- connaissance” ed interiorità

[« sur-connaissance » che io nella parte precedente (3) ho tradotto con sopra- conoscenza – ossia, letteralmente, è la traduzione di un termine greco che significa esattamente quanto è tradotto nella Bibbia CEI di Col 1,10: “crescendo nella conoscenza di Dio” - per quello che posso capire di greco - infatti il professore, cita, nel commento seguente, Col 1,10, inoltre è bene spiegato sotto dal professore, io non lo so se ho spiegato bene]

Sia che Paolo agisca personalmente o attraverso i suoi discepoli, non mette mai dei limiti alle sue ambizioni spirituali; ed è per questo senza dubbio, che nelle sue preghiere “della cattività” vogliono raggiungere innanzi tutto l’interiorità del cristiano, tutto quello che concerne l’illuminazione, la conoscenza e il discernimento.

Se i cristiani sono “potentemente rafforzati dallo Spirito”, è in vista dell’ “uomo interiore”, in modo (scrive Paolo) “Che Cristo abiti per la fede nei vostri cuori…e così siate in grado di comprendere con tutti i santi…l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. (Ef 3,16-19).

Nel significato biblico, quando si dice conoscenza si dice esperienza vitale; molto bene Paolo non parla solamente di conoscenza, ma di “surconnaissance”, come per sottolineare che non si tratta di conoscenza puramente intellettuale; e Paolo parla di questa esperienza descrivendola come una entrata progressiva nel “pleroma” (pienezza) di Dio. Paolo la riallaccia fortemente alla storia della salvezza. Così, scrive, nella stessa Lettera agli Efesini: “perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito (qui una grazia spirituale) di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” (Ef 1,17ss). L’esperienza di Dio (la surconnaissance) che Paolo domanda comincia dunque dalla grazia della luce [interiore], che poi sboccia in speranza per tutto il mondo e in fiducia in Dio che chiama.

Ma Paolo, che insiste tanto sulla possibilità di credere, ne richiama, non meno vigorosamente, le conseguenze, e fa appello al realismo quotidiano della vita in Cristo:

“…noi…non cessiamo di pregare per voi…e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale…crescendo nella conoscenza di Dio.” (Col 1,10)

 » Nous ne cessons de prier pour vous et de demander que vous soyez remplis de la connaissance de la volonté de Dieu, en toute sagesse et intelligence spirituelle [..] croissant en la (sur)connaissance de Dieu » (Col 1,10). » [testo del professore]

«E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre di più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed esser integri ed irreprensibili per il giorno di Cristo » (Fil 1, 9-10)

 » Ce pourquoi je prie, c’est afin que votre amour abonde de plus en plus en (sur)connaissance et en toute clairvoyance, pour que, discernant le meilleur, vous soyez purs et irréprochables pour le Jour du Christ » (Ph 1,9s). [testo del professore]

Noi ritroviamo dunque, il tenore [livello] delle preghiere di domanda, uno degli accenti teologici più netti delle Lettere della cattività: il mistero, il progetto di amore di Dio per la riconciliazione universale non soltanto è portato alla conoscenza di tutti i credenti, ma deve essere per ciascuno oggetto di riflessione e di una penetrazione personale grazie alla sapienza che Dio dona; e questa “surconnaissance”, questa esperienza personale del disegno di Dio, condiziona ed arricchisce tutti gli sforzi morali e il lavoro missionario del discepolo di Gesù.

un bellissimo commento a Rm 8, 18-27, di Père Jean Lévêque;

di Jean Lèvêque

(di San Giovanni della Croce ho utilizzato il testo in traduzione italiana che ho, tuttavia non completamente perché è una traduzione dallo spagnolo e il professore ha probabilmente, perché potrebbe aver utilizzato l’originale, letto da testo francese)

(Études, commentaires et homélies, proposés par Jean Lévêque, carme, de la Province de Paris) dal sito:

http://perso.jean-leveque.mageos.com/

Il triplo gemito

Commento spirituale di Rm 8, 18-27

« Rm 8, 18,27

18 Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19 La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20 essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l`ha sottomessa – e nutre la speranza 21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l`adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24 Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25 Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. 26 Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27 e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. »

 

commento spirituale del professore:

Se arrivassimo a fare silenzio, se riuscissimo per un istante ad allontanare il rumore delle nostre passioni o dei nostri desideri insoddisfatti, potremmo percepire, come San Paolo, nel cuore del mondo, nel cuore della storia, un triplo gemito.

Il primo non ha voce e non ne avrà mai: è il gemito della creazione, distorta dall’inizio a causa del peccato dell’uomo, schiava dei capricci dell’uomo, devastata, inquinata e resa sterile dall’ egoismo degli uomini. C’ è questa miseria originale della creazione deviata dall’ uomo dal suo scopo, che il vecchio poeta della Genesi interpretava come una maledizione di Dio:  » Maledetto sia il suolo per causa tua! …spine e cardi produrrà per te.  » (Gn 3,17a. 18a). Ma questo gemito della creazione non è disperato. La creazione geme tutta intera, ma non si rassegna; poiché ha qualcosa da attendere, e conserva la speranza. Al giorno della gloria dove nell’ uomo trasparirà interamente il figlio di Dio, il mondo avrà la sua parte di gloria e di libertà: vibrerà all’ unisono della gloria dell’uomo, in un modo che rimane per noi misterioso.

La creazione geme, non di disperazione, ma d’impazienza, poiché sa, sente, che la sua schiavitù cesserà e che i suoi dolori partoriscono un mondo diverso, realmente fatto per l’ uomo nell’amicizia di Dio.

Ma la creazione, che il genio poetico di Paolo personifica come una madre dolorosa, non è sola a gemere. Gemiamo anche, noi, gli uomini, noi, i credenti, perché dobbiamo attendere l’ accoglienza definitiva, da soli, la salvezza offerta in Gesù Cristo, quindi il momento dell’universo. Siamo adottati, ma ci occorre attendere la consegna del nostro corpo; noi possediamo le primizie dello Spirito, ma è solo un acconto sulla vita eterna.

Gemiamo, perché Dio ci dona di scorgere da lontano, sempre da lontano, e come impercettibili, delle meraviglie protette da uno schermo di gloria, e ciò che afferriamo, per grazia, della sua presenza ravviva la nostra impazienza dell’incontro definitivo: « Dove ti nascondesti, in gemiti, o Diletto? scriveva San Giovanni della Croce, che commenta immediatamente:  » È l’ assenza del Bene-amato che causa un gemito continuo presso quello che ama, perché, non gradendo nulla che Lui, non trova affatto riposo e sollievo. A ciò si riconosce chi ama veramente Dio: non si accontenta di qualcosa che sia meno di Dio (…) All’interno dei nostri cuori dove abbiamo il pegno, noi sentiamo quello che ci da pena, ed è l’ assenza. C’ è, sì, il gemito che abbiamo sempre considerando l’ assenza dell’Amico, soprattutto quando, avendo gustato qualche dolce e « gustosa » comunicazione di Lui, noi rimaniamo aridi e soli, dicendo:  » Simile al cervo fuggisti, dopo avermi ferito; »

Gemiamo a causa anche della nostra speranza, poiché « mette la memoria a vuoto ed in oscurità delle cose di questa vita e di quelle degli altri » (Montée 11.6); « svuota e separa la memoria di qualsiasi possesso, perché, dice San Paolo, la speranza è speranza di ciò di che non si possiede. Così evita alla memoria ciò che può possedersi, e la mette in quello che spera. E questo perché solo la speranza di Dio dispone la memoria per ad unirsi a Dio » (Notte oscura 17,22).

Abbiamo una voce per esprimerci, e tuttavia, allora che si tratta delle cose di Dio, di Dio nell’uomo, gemiamo « interiormente »; poiché queste cose non si richiedono né si ottengono a colpi di furia e d’ impazienza. Occorre « attenderle con perseveranza ».

Così il nostro gemito è allo stesso tempo il segno della nostra speranza e della nostra impotenza: « non sappiamo neppure come sia conveniente domandare. » (Rm 8.. .)

Ma l’ Spirito di Dio « viene in aiuto alla nostra debolezza. » Questa debolezza, che segna inevitabilmente la nostra testimonianza e tutte le nostre imprese missionari, è legata, in profondità, alla nostra condizione di pellegrini ed alle: « sofferenze del tempo presente. » Essa è sempre finitudine e spesso colpevolezza, in ogni caso limite al sapere e ferita della volontà dell’uomo. È questa debolezza che ci rende incapace di sapere « che cosa sia conveniente domandare » cioè a chiedere « secondo Dio » ciò che non è salito (neppure capito) al cuore dell’uomo e che tuttavia Dio prepara per lui.

C’è, sì, anche questa debolezza che ci fa gemere, e, paradossalmente, lo Spirito Santo ci viene in aiuto e geme lui stesso. C’è un terzo gemito, quello che misteriosamente porta e prolunga gli altri due. Nello stesso modo, in effetti, il gemito umano non soffoca il gemito cosmico, come il gemito dello Spirito non interrompe il gemito dell’uomo, ma l’ accompagna per completarlo e condurre a termine.

La nostra impotenza rimane, ma lo Spirito l’abita e l’ orienta verso la gloria, « secondo Dio ». Le parole continuano a mancare, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti senza parole, oltre a qualsiasi parola.

Queste intercessioni dello Spirito restano come un gemito, che attraversa quello del mondo ed entra in risonanza con il nostro, ma grazie a lui il nostro gemito di debolezza diventa realmente filiale e passa in Dio. Tutte le nostre domande impotenti e gementi, la nostra preoccupazione multipla e la nostra ricerca ansiosa del Regno confluiscono allora in una semplice aspirazione alla gloria, « secondo Dio ». E Dio che scruta i cuori legge nel nostro un desiderio che lo Spirito ha fatto suo. Ciò che s’opera così nella profondità delle sofferenze del tempo presente e con il gemito dello Spirito è un parto misterioso alla gloria.

Lo Spirito non è parola. È il soffio di Dio, è sospiro verso Dio; è, poiché, è, allo stesso tempo, Dono del Figlio e Dono del Padre, vuole trasformare tutta la nostra vita in una sola aspirazione filiale verso Dio.

Se il gemito dello Spirito è intraducibile nella nostra lingua di uomini, è senza dubbio perché egli riprende la preghiera del « Primogenito ». Quando Dio esplora il nostro cuore, è questa preghiera che desidera trovare, sotto forma di gemito, di grido o di mormorio, perché questa preghiera soffiata dallo Spirito Santo viene sempre prima del disegno di Dio. Non siamo mai più conformi all’immagine del Figlio che quando lasciamo lo Spirito riprendere in noi la sua preghiera; non inevitabilmente al livello emozionale, ma al livello della fede viva, al livello della consacrazione di tutto il nostro essere, a livello quotidiano della fedeltà e dell’amore. Ovunque dove lo Spirito geme, Dio intende il grido di un figlio o di una figlia. Ovunque dove lo Spirito intercede, l’immagine del Figlio si stampa in un cuore.

Nel frastuono delle città o nel silenzio dei luoghi di preghiera, basta che coincida un momento con il progetto di Dio, con il nostro essere filiale, per intendere nuovamente il gemito dello Spirito. Gemito paradossale, che ci rende felici ed fiduciosi e che sveglia in noi la certezza di essere amati, scelti, consacrati, inviati, con una folla di fratelli. Gemito di speranza, che viene ad essere in noi il seguito più profondo della preghiere: « Abba Padre!  »

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 3

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque

(quando ho finito ricontrollo tutto)

IV. LE DOMANDE INDIRIZZATE A DIO

A fianco dei passaggi dove si esperimenta la lode gratuita o l’azione di grazia, vi è una massa impressionante di testi paolini concernenti le richieste presentate a Dio. Non soltanto Paolo non prova alcuna personale allergia nei confronti della preghiera di domanda, ma egli la raccomanda per tutte le intenzioni ai fratelli delle sue comunità.

Proviamo a recuperare su quali cose Paolo mette l’accento nelle sue personali preghiere di domanda, in seguito raggrupperemo gli insegnamenti di preghiera che si trovano (che scivolano, letteralmente) nelle sue lettere.

1. Le domande di Paolo

Paolo non ci dice molto su quello che egli domanda per se stesso. Attraverso una confidenza in 2Cor 12,8 noi sappiamo solamente che una spina è stata messa nella sua carne, un angelo di Satana che lo schiaffeggia, e che questa dura realtà (forse una malattia che ritorna ad intervalli nel tempo [scrive: intermittente]) fa da contrappeso, nella sua vita di apostolo, alle rivelazioni straordinarie delle quali Dio lo ha gratificato: « tre volte – dice Paolo – io ho pregato il Signore di aiutarmi, ma egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia, la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. ». Il Cristo non stima dunque necessario liberare il suo testimone da tutte le insicurezze.

Quando si trova nelle sue missioni, Paolo è ancora più esplicito. Di fronte ad un apostolato difficile e a volte anche pericoloso, molto lontano da avere un atteggiamento puramente passivo o più o meno fatalista, egli fa dei progetti, custodisce dei desideri, e ne parla a Dio. « Notte e giorno – egli scrive in 1Tessalonicesi 3,10ss – chiediamo, con viva insistenza, di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede. Voglia Dio stesso, Padre nostro e il Signore nostro Gesù dirigere il nostro cammino verso di voi ». Ugualmente ai cristiani di Roma: « Chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. » (Rm 1,10). La preghiera di domanda è, dunque, intimamente legata alla iniziativa missionaria.

Per gli ebrei, i suoi primi fratelli, Paolo esprime un volta un augurio paradossale: « Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. » (Rm 9,3), la stessa preghiera che Paolo dice di nuovo, poi, in forma positiva: « Fratelli il desiderio del mio cuore e la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza » (Rm 10,1) [il professore scrive le parole di Paolo ma non cita il passo, a me sembra proprio quello che ho messo].

Ma le preghiere e gli auguri più numerosi e più ricchi concernono, nelle lettere di Paolo, i fratelli cristiani. In queste Paolo varia all’infinito, le formule e le sue domande a Dio sono, per i pastori cristiani, piene di insegnamenti, perché esse manifestano, in maniera a volte spontanea, a volte più solenne, quel genere di fioritura e di efficacia che l’apostolo Paolo desidera per i cristiani delle sue comunità.

Gli auguri, generalmente corti, sono già rivelatori: Paolo augura ai suoi fratelli tutto quello che costituisce il « clima » della vita in Gesù Cristo: la pace, la gioia, la speranza, la presenza del Signore, sempre portatore della grazia e dell’Agape:

« Il Signore sia con tutti voi » (2Ts 3,16b);

« Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo » (2Ts 3,5)

« Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen. » (Rm 15,32b)

« Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre ed in ogni modo. » (2Ts 3,16a)

E tutti questi doni, nel pensiero di Paolo, hanno già una portata teologale, perché essi sono inseparabili dalla fede e da una comunione vivente con Dio, con Gesù Signore, e con lo Spirito:

« E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. » (2Ts 2,16)

« Pace ai fratelli, e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo, con amore incorruttibile. » (2Ts 6,23-24)

« Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per virtù dello Spirito Santo. » (Rm 15, 13).

Nelle domande più sviluppate, Paolo considera molti momenti, o molti livelli, della esistenza cristiana, che si possono raggruppare schematicamente nella maniera seguente:

a. conversione e santificazione,

b. consolidamento (affermissement) e costanza,

b. fruttificazione, abbondanza e completamento,

d. conoscenza, « sopra-conoscenza » (« sur-connaissance », non so se tradurre con un termine teologico diverso, in italiano non rende)

Proviamo a seguire successivamente questi quattro temi principali:

a. conversione e santificazione

(conversion et santification)

Il tema preciso della conversione morale del cristiano appare solo una volta nelle domande di Paolo, in una lettera, nella quale ha dovuto mostrarsi severo, nella 2Cor 13, 7-9: « Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male […] Noi preghiamo anche per la vostra perfezione. (il professore scrive: redressement: ripristino,risanamento, sulla BJ: affermissement, che ho già tradotto con consolidamento) ».

Paolo preferisce una formulazione più positiva: « Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, anima e corpo, si conservi irreprensibilmente per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.  » (1Ts 5,23). L’importante, per i discepoli, è che Dio li giudichi degni della sua chiamata (cfr. 2Ts1,11), che possano comportarsi del Signore, per piacergli in tutto (cfr. Col 1,10).

SEGUE…

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n. 2

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque (traduzione)

(quando ho finito tutta la traduzione, ricontrollo tutto) 

La Lettera agli Efesini presenta, anche essa, una lode ampia e molto personale alla fine di una lunga preghiera di domanda come cerniera della parte dottrinale e quella esortativa:

« 20. A colui che in tutto ha potere di fare

molto più di quanto possiamo domandare o pensare,

secondo la potenza che già opera in noi (questo non l’ha scritto)

21. a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù,

per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen » (Ef 3,20)

La più vibrante e la più adorante delle dossologie paoline è senza dubbio quella che si legge, in maniera inattesa, nel mezzo delle ultime raccomandazioni che da a Timoteo:

« 14. ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo,

15. (manifestazione) che al tempo stabilito sarà a noi rivelata

dal beato ed unico sovrano

il re dei regnanti e signore dei signori,

16. il solo che possiede l’immortalità,

che abita una luce inaccessibile;

che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere.

A lui onore e potenza per sempre. Amen. »

È necessario, tuttavia, che torniamo un po’ indietro sulla preghiera che serve di prologo alla Lettera agli Efesini (1,3-4). Si tratta di una lunga benedizione al Dio benedicente, ripresa senza dubbio in parte dalla liturgia cristiana primitiva e ispirata, più primitivamente ancora (tornando ancora più indietro) alla benedizione del rituale ebraico (quella che precede immediatamente la recita dello Shemà Israel)

Più di tutti gli altri passaggi delle lettere questa benedizione ci mostra a quale profondità la preghiera di San Paolo e delle sue comunità si radica nella contemplazione dell’opera di salvezza compiuta in Gesù Cristo. È il , questo piano di Dio per far giungere l’uomo (a lui, ritengo) nel suo Figlio; Paolo non trascura mai di ricordarlo ai cristiani, perché solo se si ricordano gli interventi di Dio è possibile motivare, in definitiva, la conversione morale e gli sforzi missionari che l’Apostolo reclama dai credenti.

« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei

cieli, in Cristo. » (v. 3)

Benedetto sia Dio che ci ha benedetti! Alla benedizione dell’uomo a Dio risponde la benedizione di Dio a l’uomo, ma con un altro senso e con un altro valore. Perché benedire significa: dire bene; ma Dio e l’uomo lo dicono differentemente. Quando Dio lo fa accadere per gli uomini, attraverso la sua parola che crea e ricrea; mentre l’uomo non può che il bene compiuto da Dio o il bene che Dio sta per fare (può e vuole fare), a seconda che si tratti di una lode o di una preghiera di domanda.

Nel prologo della Lettera agli Efesini, molto ampio, piuttosto solenne, è la lode che domina, e Paolo prende il suo tempo (si sofferma) per guardare l’opera di Dio, che è già entrata in questa opera (ossia, credo, la lode che è già opera di Dio; c’è una citazione: presumo Jn, forse un errore di battitura, cioè Gv: .

La formula di benedizione (v. 3) è spiegata successivamente nelle due metà di una lunghissima frase.

La prima metà va da verso 4 al verso 10, e questa è articolata su tre parole chiave:

- Dio ci ha scelti (v. 4),

- Dio ci ha fatto grazia (v. 6),

- Dio ha fatto sovrabbondare su di noi la sua grazia (v.8):

a questa struttura ternaria corrispondono:

1. una tripla descrizione dell’azione di Dio benedicente:

- elezione e destinazione allo stato di figli (v. 4-6),

- dono della grazia e del perdono (v. 7),

- iniziazione al mistero della sua volontà (v. 8-10).

2. una tripla prospettiva storica:

- il passato: Paolo ritorna indietro e pensa a della creazione del mondo (v. 4);

- il presente, qui è il tempo della prodigalità di Dio, della ricchezza della sua grazia paterna;

- l’avvenire, verso il quale si indirizza l’iniziazione dei cristiani: il , ora rivelato, della

volontà di Dio che consiste di ricapitolare tutto in Cristo, ma questa ricapitolazione non sarà

terminata che con la Parusia del Signore.

3. una prospettiva trinitaria:

- l’elezione è rapportata principalmente al Padre, poiché, nel medesimo tempo che noi siamo

scelti, noi siamo destinati a divenire figli;

- la grazia e il perdono ci vengono dal Figlio;

- infine l’iniziazione alla volontà di Dio e al suo piano di salvezza è opera propria dello Spirito.

quanto alla seconda mezza frase (v. 11-14), essa precisa le relazioni del credente con Cristo:

in LUI – noi siamo stati fatti eredi (v. 11-12)

- voi siete stati segnati (avete ricevuto) un sigillo (v. 13-14)

il del verso 13s (voi, altre volte pagani) risponde al dei versi 11s (noi, i figli d’Israele) come i due momenti dell’alleanza si collegano (corrispondono) nell’unico disegno di salvezza. Lo scopo ultimo di tutta la storia del ricatto dell’uomo, che è, nello stesso tempo, lo scopo di questa lunga dossologia, è richiamato in due riprese con il ritornello che segna la frase: .

Tale è lo estensione della fede di Paolo e della sua preghiera, tale è l’asse sulla quale egli segue la sua ricerca personale di Gesù Cristo, tali sono le prospettive, larghe, positive, universali, davanti alle quali, instancabilmente, ricolloca i convertiti. Paolo ama rileggere nel cuore di Dio tutta la storia dell’umanità; egli ha bisogno di dire sempre e proclamare che Dio, oggi, è al lavoro nell’opera della salvezza del mondo, e che quello che Egli ha fatto risponde in anticipo a quello che farà.

Prima di tutte le letture personali degli avvenimenti, prima di tutte le esortazioni alla autenticità cristiana, l’apostolo Paolo si prende il tempo per il ricordo e l’ascolto nella intimità di se stesso, egli lascia che Dio commenti la sua opera. Con tutto quello che Cristo ha messo sulla sua strada egli si sente (preso) come benedetto, chiamato, perdonato, diventato figlio ed erede. Tutto questo è per lui il reale, che dona senso alla vita e alla morte; è lo spazio della certezza e lo spazio della lode, è la che egli ritorna, continuamente, per incontrare (o ritrovare?) il Cristo, ed è la che egli attinge la speranza dalla quale porta al mondo il messaggio:

III. L’AZIONE DI GRAZIE

L’azione di grazie ha un grande posto nella preghiera personale di Paolo, ed è una risposta (réflexe) che egli prova ad infondere a tutti i convertiti. D’istinto Paolo ringrazia e fa ringraziare.

È al Padre che si indirizza l’azione di grazie, salvo un solo testo dalle lettere pastorali (1Tm 1,12) dove Paolo indirizza chiaramente il suo ringraziamento a Cristo: « Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiama domi al ministero… ».

Per Paolo il Cristo è il mediatore della preghiera d’azione di grazie che sale verso il Padre: Paolo e i suoi cristiani ringraziano (per mezzo) di (Nostro Signore) Gesù Cristo (Rm 1,8; 7,25), o in suo nome (Ef 5,20; cfr. Col 3,17). l’Apostolo non dice mai esplicitamente che i cristiani rendono grazie per mezzo dello Spirito; egli preferisce dire che lo Spirito ispira i salmi, gli inni ed i cantici, attraverso i quali i credenti cantano a Dio la loro riconoscenza. (Col 3,16; Ef 5,19s).

- L’azione di grazie nella vita stessa di Paolo è continua, e questo perché accompagna e colora tutti i suoi ricordi missionari. Appena Paolo riceve delle notizie da una comunità (Col 1,3; Ef 1,16), appena la sua preghiera è visitata dai credenti che il Cristo gli ha fatto incontrare, dai quali evoca la fede o le preoccupazioni di una delle sue chiese, i ricordi risalgono fino a Dio nell’azione di grazie:

« Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere » (Ts 1, »)

« Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera » (Fil 1,3)

« Io rendo grazie a Dio che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; » (2Tim 1,3)

Certo l’uso ebraico, al quale Paolo si conforma, vorrebbe che ogni inizio di lettera comprenda una azione di grazie; ma per Paolo ringraziare Dio è ben altra cosa che un’abitudine di scrivano credente: è (invece) uno dei bisogni profondi della sua preghiera. È per questo che molte delle sue azioni di grazie si trovano nel pieno corpo delle lettere e, talvolta, sotto forma di esclamazione:

« Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo » (Rm 7,25)

« (si renda) Grazie a Dio per questo suo ineffabile dono! » (2Cor 9,15)

- L’azione di grazie di Paolo ha per oggetto tutta l’azione santificante del Padre nella comunità o nella vita di ogni battezzato.

Tutto è cominciato per una misteriosa scelta di Dio: « Noi però dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia (nella BJ testo originale francese e nel passo riportato dal professore c’è: vi ha scelto dal principio ) , attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità. » (2Ts 2,13); « 12. ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto (de son amour) » (Col 1,12ss).

È il « dono ineffabile » (2Cor 9,15), questa « grazia di Dio donata in Cristo Gesù (1Cor 1,4) di cui sono stati arricchiti tutti i convertiti. Nella testimonianza di un uomo i credenti hanno udito (compreso) il messaggio di Dio e questo anche, per Paolo, è soggetto dell’azione di grazie: « 13a. Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente perché (13a non c’è nel testo del professore) 13b. avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione l’avete accolta non quale parola di uomini, ma come è veramente quale parola di Dio » (1Tess 2,13); « ma avete obbedito di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso (Rm 6, 17b).

La vostra fede infatti cresce rigogliosamente (cfr. 2Tess 1,3); in Cristo, i credenti (sono) « … stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza » ; « 6. la testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, 7a. che nessun dono di grazia più vi manca (il professore non ha messo il v. 7a), mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo » (1Cor 1,5ss), e « …a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo… » (Fil 1,4). Paolo conserva i ricordi della loro fede attiva, della loro carità operosa, e della loro costante (perseverante) speranza (1Tess 1,2; cfr. 2Cor 8,16; Col 1,3; Fil 4) e è da tutto questo che egli rende grazie a Dio: « Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio…? » (1Tess 3,9).

Tutto non è altrettanto utopico nelle comunità, ed è a questi stessi cristiani dei quali si loda la fede e la carità (Ef 1,15) che Paolo deve dare le istruzioni morali precise e spesso esigenti (Ef 4,1.14.17-32), ma le sue azioni di grazie così frequenti e così spontanee riflettono bene il suo ottimismo missionario e la sua capacità di meravigliarsi davanti all’opera di Dio. Tutto il dovere di evangelizzazione che incombe ai discepoli di Gesù si sviluppa per Paolo su un fondo di vittoria: « Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza della sua conoscenza per il mondo intero. ». (2 Cor 2,14)

La resurrezione di Cristo da a Paolo la sicurezza che il peccato e la morte sono definitivamente vinti, ed è questa certezza che deve suscitare la gioia e la riconoscenza presso tutti quelli che partecipano alla missione: « Siano rese grazie e Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana per il Signore. » (1Cor 15, 57-58).

- il ringraziamento di Paolo diviene contagioso: sono soltanto egli rende grazie, ma egli fa rendere grazie:

« Rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. » (Ef 5,20; cfr 5,4) (il professore ha utilizzato la traduzione della BJ originale che da: io ho controllato e mi sembra che il testo greco è meglio tradotto dalla CEI; si deve stimare, comunque, che la BJ è valutata come una delle traduzioni migliori.)

« …ma in tutte le necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti. » (Fil 4,6b)

Poiché i cristiani sono oramai ben fermi (radicati, direi) in Cristo e confermati nella fede, essi (in francese non c’è il gerundio: (Col 2,7) e (Col 4,2). Tutto nella esistenza dei cristiani deve riversarsi nell’azione di grazie; il nutrimento che essi ricevono (Rm 14,6;1Cor 10,30; 1Tm 4,3-5), la liberazione di un testimone di Gesù (2Cor 10). la generosità dei fratelli per una colletta: l’efficacia dell’aiuto reciproco non è sufficiente, la riconoscenza deve risalire fino a Dio: « 11. Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale poi, farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro. 12. Perché l’adempimento di questo servizio sacro non provvede solo alle necessità dei santi, ma ha anche maggior valore per i molti ringraziamenti a Dio. » (2Cor 9, 11-12).

Indubbiamente, il lavoro apostolico stesso, sotto tutte le forme, è ordinato all’azione di grazie. Se Paolo e i suoi compagni: <…1. investiti di questo ministero per la misericordia che ci (gli) è stata usata, non (si perdono) ci perdiamo d'animo> e <10. portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù> questo è in definitiva <…15. perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio> (2Cor 4, 1.10.15.)

Così in questi primi anni di espansione, quando la Chiesa di Cristo raggruppava solo qualche decina di comunità e viveva nella insicurezza continua, senza infrastrutture, senza riconoscimento legale, senza altro potere che quello della verità, Paolo stimava che uno dei primi doveri di tutti i battezzati era di rivolgersi a Dio con riconoscenza, ed egli ricordava ovunque che Dio si aspettava dai suoi fedeli una attitudine risolutamente positiva e gioiosa: <16. Siate sempre lieti, 17. pregate incessantemente, 18. in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.> (1Ts 5, 16-18).

fine secondo post.

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO, Père Jean Lévêque (traduzione) – n. 1

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque

il testo è abbastanza lungo: sono circa 14 pagine « A4″, la traduzione è mia,  penso che farò 4 post, pubblico mano a mano poi rivedo tutto, non elaboro troppo il testo, lo lascio il più possibile così come l’ha scritto il professore; per le citazioni dalla Bibbia utilizzo la versione CEI; per rileggere il testo francese della Bibbia utilizzo la: « Bible de Jerusalem » originale; per qualche confronto (quei pochi che sono in grado di fare) con il testo greco utilizzo: Nestle-Aland, Novum Testamentum  Graece et Latine, che, comunque, devo traslitterare;

http://perso.jean-leveque.mageos.com/pri.paul.htm

Riguardo i testi del Nuovo Testamento sulla preghiera, le lettere di Paolo meritano una attenzione tutta speciale, perché Paolo, il convertito, è il primo Pastore, nella Chiesa di Gesù, del quale noi abbiamo conservato le confidenze e gli insegnamenti.

È vero che le preghiere si trovano disseminate in tutte le Epistole, e questa dispersione rende malagevole il lavoro di sintesi. Inoltre tutte le lettere sono scritti di circostanza, che non riflettono che una parte delle preoccupazioni e delle speranze d’un uomo, e non si può pretendere di trovare nella corrispondenza di Paolo tutti gli aspetti e tutte le particolarità del suo insegnamento pastorale sulla preghiera. Ma per fortuna Paolo, molto spontaneo di carattere, ci offre volentieri i suoi ricordi e le sua esperienza, e i passaggi dove prega o parla della preghiera sono sufficientemente numerosi e molteplici per permette dei raggruppamenti assai convincenti.

Uno dei fatti il più impressionanti che appaiono all’evidenza di chi percorre le epistole di Paolo è che è impossibile separare, presso di lui (nei suoi scritti), la preghiera dalla vita in Gesù Cristo e l’attività missionaria (ossia la preghiera dalla vita che in Paolo è missionaria). Questa osmosi intensa della vita e della preghiera è l’oggetto della prima parte.

I. L’OSMOSI DELLA VITA E DELLA PREGHIERA

Presso San Paolo la preghiera e la missione non fanno che tutt’uno, e prima di rivelare le grandi scostanti della sua vita di preghiera, è, forse, interessante domandarci quali sono le ragioni di questa armonia tra la vita profonda e la testimonianza dell’Apostolo. Senza voler tracciare un ritratto spirituale completo di Paolo, noi conserviamo quattro tratti, quelli che più caratterizzano la sua fisionomia di pastore.

1. Paolo si è donato irrevocabilmente

Dio, per lui, è sempre un « Qualcuno », il grande presente e il grande vivente, e Paolo non gli ha mai riposto a metà. L’avvenimento sul cammino di Damasco ha molto meno inaugurato una conversione di Paolo che orientato di nuovo (e definitivamente) tutte le sue forze vive verso la testimonianza da rendere a Gesù risuscitato.

Ma questo incontro con Cristo ha creato in lui una novità radicale, e oramai Paolo non vive più per se stesso. Egli non cerca più né felicità, né successo, né potere, né la realizzazione di se stesso fuori di Cristo: « Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. » (Gal 2,20b) « Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunciassi in mezzo ai pagani… » (Gal 1,15-16a); e dal qual giorno Paolo non ha più altro progetto che co-rispondere con il progetto di Dio, il « mistero » per lungo tempo velato e, ora, svelato. Paolo è stato preso da Gesù Cristo e ora, dice: « mi sforzo di correre per conquistarlo » (Fil 3,12). Per lui vivere è Cristo (cfr Fil 1,21); egli vive, certo, ma nella stessa misura con la quale che Cristo vive in lui (cfr. 2,20b): « Se noi viviamo – scrive – viviamo per il Signore (cfr. Rm 14,8).

Sicuro della chiamata di Dio, cosciente di essere, ogni giorno, inviato, Paolo si affretta « perché il tempo si è fatto breve » (1Cor 7,29); il tempo ha « ripiegato le vele » (non conosco il termine esatto) come una nave, un veliero, quando il porto è in vista, e, con tutta l’umanità tutte le « nazioni » che Paolo vorrebbe sbarcare nel porto di Dio: « Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! » (1Cor 9,16)

Non c’è dunque più spazio, nella vita di Paolo,, per una vita parallela a quella dell’evangelizzare (dell’ essere pastore), per dei momenti neutri, staccati dalla missione. Sempre, ovunque, e in tutti i momenti, fino alla impotenza della prigione, Paolo è un ambasciatore per il Cristo (2Cor 5,20; Ef 6,20).

2. Ma se Paolo può identificarsi così con la sua missione, è che lui stesso, una volte per tutte, ha identificato la sua missione a quella di Cristo Servitore di Dio

fermiamoci un momento su questo secondo aspetto.

Come Gesù nella sua prima omelia nella Sinagoga di Nazareth (Lc 4,17-21) Paolo ha visto la sua missione prefigurata in quella del Servo di JHWH chiamato da Dio « al tempo favorevole per essere alleanza delle nazioni » e portare la salvezza alle estremità della terra (cfr. Is 49,6.8; 2Cor 6,1-2; At 13,47; Lc 2.32). Abitato (dentro di se) da questo disegno universale, Paolo ha davanti ai suoi occhi le sofferenze paradossali attraverso le quali il Servo Gesù a compiuto l’opera di salvezza. A questo ricordo, l’amore di Cristo lo spinge (2Cor 5,14), nello stesso tempo l’amore che Cristo a mostrato e l’amore che Paolo vuole donare a Cristo. Questo amore lo « tiene alle strette », lo stringe senza lasciargli riposo, un pensiero si sofferma nello spirito dell’Apostolo: il Cristo è morto per tutti, dunque il vivente, tutti i viventi, non devono più vivere per se stessi, ma per Lui, che è morto e risuscitato per loro. E lui stesso, Paolo, attraverso la sua azione missionaria e pastorale, vuole penetrare a fondo in questo mistero di Gesù Servo, conoscerlo, Lui, con la potenza della sua risurrezione e la comunione alle sue sofferenze (Fil 3,9-11). Dato che la vita opera nei cristiani, egli accetta che la morte operi in lui stesso (2Cor 4,12). Oramai, crocifisso con Cristo (Gal 2,20), quello che manca alle afflizioni di Cristo, egli le completa nella sua carne, nella sua vita d’uomo limitato e fragile, in favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24).

Ugualmente, l’eventualità della morte, è inserita in questa prospettiva missionaria. Paolo non teme la morte, perché egli sa che deve divenire conforme a Cristo anche nella morte alfine di arrivare alla resurrezione (Fil 3,10, il passo di filippesi è così: E questo perché io possa conoscer lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte; in questo senso la morte è un guadagno « andarsene (essere sciolto da corpo in Fil) (Fil 1,21.23). L’importante ai suoi occhi è che il Cristo sia esaltato nel suo corpo d’apostolo, sia nella vita, sia nella morte (Fil 1,20); il fine è che l’esistenza dei convertiti divenga un sacrificio che Dio gradirà. Allora Paolo non avrà corso invano, né sofferto invano: « Se anche il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi » (Fil 2,17)

3. Questo ministero della nuova alleanza, questa diaconia della riconciliazione, che è il suo orgoglio, questo tesoro del Vangelo a lui affidato da Cristo, Paolo sa che egli lo porta in un vaso di creta; e questa umiltà di fronte alla missione e di fronte a Dio che lo invia è una costante della spiritualità pastorale di Paolo.

Paolo si considera come il più piccolo degli apostoli, nato alla fede cristiana come un aborto (« un peu en catastrophe » scrive il professore, a me viene da tradurre: nato come un aborto, un po’ come una disgrazia, ma non sono sicura), anche se egli lavora più di tutti (1Cor 15,10), anche se egli è stato, con Barnaba e tutto il gruppo di Antiochia, l’iniziatore de la missione presso i gentili, anche se ha udito nella sua preghiera delle parole indicibile che non è lecito ad alcuno pronunziare (2Cor 12,4), egli è cosciente in modo doloroso delle sue debolezze, e mantiene nella sua vita personale una disciplina d’atleta, « anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato. » (1Cor 9,27)
Paolo non vuole altro titolo di gloria che la Croce di Gesù Cristo (Gal 6,14). Tutto quello che resta, tutte le ragioni che avrebbe per appoggiare la sua fiducia in se stesso, tutto questo non è che spazzatura (Fil 3,8). Tuttavia questa diffidenza di Paolo per una vanagloria e una fama troppo facili non è dettata né da disfattismo, né a causa di un disprezzo sistematico della sua opera di testimone, la sua umiltà resta gioiosa: è il suo modo di riconciliarsi con i suoi limiti e con le sue insicurezze; Paolo mette il suo orgoglio nella debolezza (2Cor 12,8), perché dimori in lui la potenza di cristo (v. 9).

4. Un ultima riflessione che è bene rimarcare, per meglio rendere conto della preghiera missionaria di Paolo, è la sua fiducia inalterabile nella potenza di Dio, di Cristo, o dello Spirito.

È stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo (2Cor 5,19), e ora, ancora, egli è all’opera; Dio non è soltanto spettatore, ma attore nella storia degli uomini; Dio ha un progetto, e Dio riuscirà. Tali sono le certezze che su cui poggia l’ottimismo missionario di Paolo. Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa?…Ma in tute queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita…né presente, né avvenire…(niente) potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,31ss; 37ss)

Ugualmente è la certezza della vittoria di Gesù che è la fonte della grandezza dell’anima di Paolo. Certo, egli ha le sue idee, egli ama i suoi metodi, egli ha orrore che si costruisca in argilla (torchis, materiale da costruzione fatto di argilla, paglia, fibre vegetali, un materiale debole, credo) (vedere 1Cor 3, 12-13) la dove egli ha posto delle solide fondamenta, ma egli rifiuterà sempre che lo si opponga a gli altri missionari come un eroe o un maestro di scuola. Anche le piccolezze e i tradimenti non arrivano a turbarlo a lungo « quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiunger dolore alle mie catene. Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,17ss).

Alla fine, Paolo ne è convinto, solo la potenza dello Spirito può muovere le nazioni all’obbedienza della fede, solo essa (potenza/Spirito Santo) può fare abbondare la speranza (Rm 15, 13.16) ed è lo stesso Spirito che ha già santificato l’offerta dei popoli.

Ma se lo Spirito di Gesù collabora così attivamente al lavoro missionario, è ancora più vero dire testimone di Gesù nella testimonianza dello Spirito; e è per questo, agli occhi di Paolo, il servizio del Vangelo costituisce già una prestazione sacra, una « liturgia » della Parola (Rm 15,16).

Così è la presenza vivente dello Spirito di Gesù che unifica nella vita di Paolo la testimonianza e la preghiera. Ora noi vedremo, in questa parte come vive e reagisce Paolo, testimone di Gesù, ora a noi non resta che ascoltarlo pregare (comprenderlo nella preghiera)

II.  LE DOSSOLOGIE 

La preghiera di Paolo si spiega innanzitutto su l’asse dossologico, quella della lode pura. 

Questo traspare già dal modo sorprendente, nella maniera in cui Paolo parla di Dio. Se si raggruppano i diversi qualificativi che l’Apostolo unisce al nome di Dio si ottiene, non una fredda litania, ma una vera meditazione sul Padre e sul suo atteggiamento verso l’uomo.. Il Dio di Paolo est, quindi, secondo i testi: 

il Creatore (Rm 1,26), 

il Dio beato (1Tm 1,11), 

il Dio vivente e vero (1Tess 1,9), 

il Padre della gloria (Ef 1,17), 

il Dio fedele (1Cor 10,13) che non fa preferenze di persone, 

il Dio della pace (Rm 15,33; 16,20; cfr 1Tess 5,25), (Gal 2,6), 

il Dio dell’amore e della pace (2Cor 13,11), 

il Dio della speranza (Rm 15,3),  il Dio della perseveranza e della consolazione (Rm 15,5), 

e, nelle Lettere Pastorali, Dio nostro salvatore (1Tm 1,1; 2,3; 4,1; Tt 1,3; 2,10; 3,4). 

Tuttavia è necessaria a Paolo tutta una frase per fissare una fisionomia nuova dell’essere e dell’agire di Dio, e ognuna di queste frasi est il condensato di una preghiera. Dio è: 

Colui che dona la vita a tutte le cose (1Tm 6,13), 

Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento (2Cor 9,10), 

il Re dei secoli, il Dio immortale, invisibile ed unico (1Tm 1,17, sulla Bibbia CEI invece di immortale c’è incorruttibile, sulla Bibbia di Gerusalemme, originale francese ugualmente: « incorruptible », ma in greco trovo « aionon » che dovrebbe significare eterno), 

il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione  (2Cor 1,3), 

Dio nostro Padre che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza (2 Tess 2,16), 

Dio che da vita ai morti e che chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono (Rm 4,17) 

Le Lettere di Paolo sono così disseminate di brevi dossologie che l’Apostolo ama concluderle con l’Amen ebraico tradizionale, soprattutto quando « benedetto » e « gloria » si presentano in fine di frase: 

Rm 1,25 …(i pagani)…hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è  benedetto nei secoli. Amen! 

Gal 1,5  …secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.  Un Amen simile accompagna qualche volta dei brevi auguri che Paolo indirizza ai « suoi » cristiani:  « Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen » (Rm 15,33) 

Paolo ama ugualmente concludere uno sviluppo dottrinale importante con una dossologia solenne: 

Così, nella Lettera si Romani, i capitoli appassionati che Paolo consacra al rigetto di Israele e alla sua conversione finale (Rm 9-11) finiscono con una sorta  di inno alla sapienza divina, ispirata in parte ad Isaia 40, 10-13 e Giobbe 41, 3:

« 33. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi  e inaccessibili le sue vie! 34. Infatti chi ha mai potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35. O chi gli ha dato qualcosa per primo? si che abbia a riceverne il contraccambio? (cfr. Is 40, 13,28)  Perché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

A questa lunga dossologia fa pendant quella che chiude l’Epistola in 16,25-27. Essa è indirizzata a Dio « solo saggio » che porta il suo « mistero (il suo piano d’amore) alla conoscenza di tutte le nazioni.

fine primo post;

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