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ORIENTE E OCCIDENTE DI FRONTE AL MISTERO DELLA TRINITÀ – PADRE CANTALAMESSA

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ORIENTE E OCCIDENTE DI FRONTE AL MISTERO DELLA TRINITÀ – PADRE CANTALAMESSA

1. Mettere insieme quello che ci unisce La recente visita di papa Francesco in Turchia, terminata con l’incontro con il Patriarca Ortodosso Bartolomeo, e soprattutto la sua esortazione a condividere in pienezza la comune fede dell’oriente cristiano e dell’occidente latino, mi hanno convinto dell’utilità di utilizzare le meditazioni quaresimali di quest’anno per assecondare questo desiderio del papa che è anche quello di tutta la cristianità. Questo desiderio di condivisione non è nuovo. Già il Concilio Vaticano II, nella Unitatis redintegratio, esortava a una speciale considerazione delle Chiese orientali e delle loro ricchezze (UR, 14). San Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Orientale lumen del 1995, scriveva: “Poiché crediamo che la venerabile e antica tradizione delle Chiese orientali sia parte integrante del patrimonio della Chiesa di Cristo, la prima necessità per i cattolici e di conoscerla per potersene nutrire e favorire, nel modo possibile a ciascuno, il processo dell’unità”[1]. Lo stesso santo Pontefice ha formulato un principio che credo sia fondamentale per il cammino verso l’unità: “mettere in comune le tante cose che ci uniscono e che sono certamente di più di quelle che ci dividono”[2]. Ortodossia e Chiesa Cattolica condividono la stessa fede nella Trinità, nell’incarnazione del Verbo, in Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo in una sola persona, che è morto e risorto per la nostra salvezza, che ci ha donato lo Spirito Santo; crediamo che la Chiesa è il suo corpo animato dallo Spirito Santo, che l’Eucaristia è “la fonte e il culmine della vita cristiana”, che Maria è la Theotokos, la Madre di Dio, che abbiamo come destino la vita eterna. Che cosa vi può essere di più importante di questo? Le differenze intervengono nel modo di intendere e di spiegare alcuni di questi misteri, dunque sono secondarie, non primarie. In passato i rapporti tra teologia orientale e teologia latina erano contrassegnati da una evidente tinta apologetica e polemica. Si insisteva soprattutto (in tempi recenti, magari con toni più irenici) su ciò che distingue e che ognuno credeva di avere di diverso e di più giusto dell’altro. È venuto il tempo di rovesciare questa tendenza, smettendo di insistere ossessivamente sulle differenze (spesso basate su una forzatura, se non una deformazione, del pensiero altrui) e mettere invece insieme ciò che abbiamo in comune e ci unisce in un’unica fede. Lo esige perentoriamente il comune dovere di annunciare la fede a un mondo profondamente cambiato, con domande e interessi diversi da quelli del tempo in cui sono nate le divergenze, e che, nella sua stragrande maggioranza, non comprende più neppure il senso di tante nostre sottili distinzioni ed è anni-luce distante da esse. Finora, nello sforzo di promuovere l’unità tra i cristiani, ha prevalso una linea che si può formulare così: “risolvere prima le differenze, per poi condividere ciò che abbiamo in comune”; la linea che si fa sempre più strada negli ambienti ecumenici è: “condividere ciò che abbiamo in comune per poi risolvere, con pazienza e rispetto reciproco, le differenze”. Il risultato più sorprendente di questo cambiamento di prospettiva è che le stesse reali differenze dottrinali, anziché apparirci come un “errore”, o una “eresia” dell’altro, cominciano ad apparirci sempre più spesso come compatibili con la propria posizione e, spesso, addirittura come un necessario correttivo e un arricchimento di essa. Se ne è avuto un esempio concreto, su un altro versante, con l’accordo del 1999 tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, a proposito della giustificazione mediante la fede. Un saggio pensatore pagano del IV secolo, Quinto Aurelio Simmaco, ricordava una verità che acquista tutto il suo valore se applicata ai rapporti tra le diverse teologie dell’Oriente e dell’Occidente: “Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum”[3]: “a un mistero così grande non si può pervenire con una sola strada”. In queste nostre meditazioni cercheremo di mostrare non solo la necessità, ma anche la bellezza e la gioia di ritrovarci in vetta a contemplare lo stesso meraviglioso panorama della fede cristiana, anche se giunti da versanti diversi. I grandi misteri della fede, nei quali cercheremo di verificare l’accordo di fondo, pur nella diversità delle due tradizioni, sono il mistero della Trinità, la persona di Cristo, quella dello Spirito Santo, la dottrina della salvezza. Due polmoni, un unico respiro: sarà questa la convinzione che ci guiderà nel nostro cammino di ricognizione. Papa Francesco parla in questo senso di “differenze riconciliate”: non taciute o banalizzate, ma riconciliate. Trattandosi di semplici prediche quaresimali, è evidente che toccherò problemi così complessi senza alcuna pretesa di completezza, con un intento pratico e orientativo, più che speculativo. Mi accingo a questa impresa con molta umiltà e quasi in punta di piedi, sapendo quanto è difficile spogliarsi delle proprie categorie, per assumere quelle degli altri. Mi conforta il fatto che i Padri greci, insieme con quelli latini, sono stati per anni il mio pane quotidiano di studio e molti autori ortodossi posteriori (Simeone il Nuovo Teologo, Cabasilas, la Filocalia, Serafino di Sarov) mi sono stati di costante ispirazione nel ministero di predicazione, per non parlare delle icone che sono le uniche immagini davanti alle quali riesco a pregare. 2. Unità e trinità di Dio Iniziamo la nostra scalata affrontando il mistero della Trinità, cioè la montagna più alta, l’Everest, della fede[4]. Nei primi tre secoli di vita della Chiesa, a mano a mano che veniva esplicitandosi la dottrina della Trinità, i cristiani si videro esposti alla stessa accusa che essi avevano sempre rivolto ai pagani: quella di credere in più divinità, di essere anch’essi dei politeisti. Ecco perché il credo dei cristiani che, in tute le sue varie redazioni, per tre secoli, cominciava con le parole “Credo in Dio” (Credo in Deum), a partire dal IV secolo, registra una piccola, ma significativa aggiunta che non sarà più omessa in seguito: “Credo in un solo Dio (Credo in unum Deum). Non è necessario rifare qui il cammino che portò a questo risultato; possiamo partire senz’altro dalla conclusione di esso. Verso la fine del IV secolo si concluse la trasformazione del monoteismo dell’Antico Testamento nel monoteismo trinitario dei cristiani. I latini esprimevano i due aspetti del mistero con la formula “una sostanza e tre persone”, i greci con la formula “tre ipostasi, una sola ousia”. Dopo un serrato confronto, il processo si concluse apparentemente con un accordo totale tra le due teologie. “Si può concepire – esclamava san Gregorio Nazianzeno – un accordo più pieno e dire più assolutamente di così la stessa cosa, anche se con parole diverse?”[5]. Una differenza, in realtà, rimaneva tra i due modi di esprimere il mistero. Oggi si è soliti esprimerla così: i Greci e i latini, nella considerazione della Trinità, muovono da versanti opposti; i greci partono dalle persone divine, cioè dalla pluralità, per giungere all’unità di natura; i latini, viceversa, partono dall’unità della natura divina, per giungere alle tre persone. “Il latino, ha scritto uno storico francese del dogma, considera la personalità come un modo della natura; il greco considera la natura come il contenuto della persona”.[6] Io credo che la differenza si possa esprimere anche in altro modo. Entrambi, latini e greci, partono dall’unità di Dio; sia il simbolo greco che quello latino comincia dicendo: “Credo in un solo Dio”. Soltanto che quest’unità per i latini è concepita ancora come impersonale o pre-personale; è l’essenza di Dio che si specifica poi in Padre, Figlio e Spirito santo, senza, naturalmente, essere pensata come preesistente alle persone. Nella teologia latina, il trattato “De Deo uno”, sul Dio uno, ha sempre preceduto il trattato “De Deo trino”, cioè sulla Trinità. Per i greci, invece, si tratta di un’unità già personalizzata, perché per essi “l’unità è il Padre, dal quale e verso il quale si contano le altre persone”.[7] Il primo articolo del credo dei greci suona anch’esso “Credo in uno solo Dio Padre onnipotente”, ma “Padre onnipotente” qui non è staccato da “un solo Dio”, come nel credo latino, ma fa un tutt’uno con esso. La virgola non è dopo la parola “ Dio”, ma dopo la parola “onnipotente”. Il senso è: “Credo in un solo Dio che è il Padre onnipotente”. L’unità delle tre divine persone è data, per loro, dal fatto che il Figlio è perfettamente (sostanzialmente) “unito” al Padre, come lo è anche lo Spirito Santo al Figlio” [8]. L’uno e l’altro modo di accostarsi al mistero è legittimo, ma oggi si tende sempre più a preferire il modello greco, in cui l’unità in Dio non è separabile dalla trinità, ma forma un unico mistero e scaturisce da un unico atto. In povere parole umane, possiamo dire quanto segue. Il Padre è la fonte, l’origine assoluta del movimento d’amore. Il Figlio non può esistere come Figlio se, anzitutto, non riceve dal Padre tutto ciò che egli è. “È a causa del Padre –cioè per il fatto che il Padre esiste – che esistono anche il Figlio e lo Spirito”, scrive il Damasceno[9] Il Padre è il solo, anche nell’ambito della Trinità, assolutamente il solo, a non aver bisogno di essere amato per poter amare. Solo nel Padre si realizza la perfetta equazione: essere è amare; per le altre persone divine, essere è essere amato. Il Padre è relazione eterna d’amore e non esiste al di fuori di questa relazione. Non si può, perciò, concepire il Padre anzitutto come l’essere supremo e successivamente riconoscere in lui un’eterna relazione d’amore. Si deve parlare del Padre, come eterno atto d’amore. Il Dio unico dei cristiani è dunque il Padre; non però concepito a se stante (come può chiamarsi “padre”, se non perché ha un “figlio”?), ma come il Padre sempre in atto di generare il Figlio e donarsi a lui con un amore infinito che li unisce entrambi e che è lo Spirito Santo. Unità e trinità di Dio scaturiscono eternamente da un unico atto e sono un unico mistero. Ho detto che oggi molti, anche in occidente, tendono a preferire il modello greco (e io stesso sono tra questi); dobbiamo però aggiungere subito che questo non significa rinnegare l’apporto della teologia latina. Se, infatti, la teologia greca ha fornito, per così dire, lo schema e l’approccio giusto per parlare della Trinità, il pensiero latino ha assicurato ad esso, con Agostino, il contenuto di fondo e l’anima, che è l’amore. Egli fonda il suo discorso della Trinità sulla definizione “Dio è amore” (1 Gv 4,16), vedendo nello Spirito Santo l’amore mutuo tra il Padre e il Figlio, secondo la triade amante, amato, amore, che i suoi seguaci medievali espliciteranno e renderanno quasi canonica[10]. Su di essa il teologo Heribert Mühlen ha fondato di recente la sua concezione dello Spirito Santo come il “Noi” divino, la koinonia personificata tra il Padre e il Figlio nella Trinità, e, in modo diverso, tra tutti i battezzati nella Chiesa[11]. Il primo degli orientali a valorizzare questo contributo della teologia latina fu san Gregorio Palamas che, nel secolo XIV, conobbe finalmente di persona il trattato sulla Trinità di sant’Agostino. Egli scrive: “Lo Spirito dell’altissimo Verbo è come l’amore ineffabile del Padre per il suo Verbo, generato in modo ineffabile; amore che questo stesso Verbo e Figlio diletto del Padre ha, a sua volta, per il Padre, in quanto possiede lo Spirito che insieme con lui proviene dal Padre e che riposa in lui, in quanto a lui connaturale” [12]. L’apertura di Palamas viene ripresa oggi, in un altro contesto, da un noto teologo ortodosso vivente, quando scrive: “L’Espressione ‘Dio è amore’ significa che Dio ‘esiste’ in quanto Trinità, come ‘persona’ e non come sostanza. L’amore non è una conseguenza o una ‘proprietà’ della sostanza divina…ma ciò che costituisce la sua sostanza”[13]. Mi sembra una spiegazione compatibile con la definizione che san Tommaso d’Aquino, sulla scia di Agostino, da delle persone divine come “relazioni sussistenti”[14]. La differenza e la complementarietà delle due teologie non si limita però solo al modo di concepire l’essere e le relazioni interne alla Trinità. Pur con qualche eccezione (tra i latini, quella di Agostino), è evidente che i greci sono più interessati alla Trinità immanente, fuori del tempo, mentre i latini sono più interessati alla Trinità economica, cioè come essa si è rivelata nella storia della salvezza. Gli uni, secondo il genio proprio, sono più interessati all’essere e all’ontologia, gli altri al manifestarsi, cioè alla storia. In questa luce, si comprende l’abitudine dei latini di iniziare il discorso su Dio con il trattato “Sul Dio uno”, anziché “Sul Dio trino” e si capiscono anche i motivi che ci sono di mantenere questa tradizione, come ricchezza per tutti. Nella storia della salvezza infatti –lo vedremo subito – la rivelazione del Dio uno ha preceduto quella del Dio trino. Il segno più evidente di questa differenza di approccio sono i due modi diversi di rappresentare la Trinità nell’iconologia greca e nell’arte occidentale. L’icona canonica dell’Ortodossia, che ha il suo vertice in Rublev, rappresenta la Trinità con le figure di tre angeli uguali e distinti, disposti intorno a una mensa. Tutto fa trasparire una sovrumana quiete e unità. La storia della salvezza non è ignorata, come dimostra il riferimento all’episodio di Abramo che accoglie i tre ospiti, e la mensa eucaristica intorno alla quale i Tre sono seduti, ma essa rimane nello sfondo. Nell’arte occidentale, dal medio evo in poi, la Trinità è rappresentata in tutt’altro modo. Si vede il Padre che con le braccia distese regge le due estremità della croce e, tra il volto del Padre e quello del Crocifisso, aleggia una colomba che rappresenta lo Spirito Santo. Gli esempi più noti sono la Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze e quella di Dürer al museo di Vienna, ma se ne trovano innumerevoli esemplari, a livello sia popolare che artistico. È la Trinità come si è rivelata a noi nella storia della salvezza che ha il suo vertice nella croce di Cristo. 3. Due vie da mantenere aperte Facciamo ora un passo avanti e cerchiamo di vedere come la fede cristiana abbia bisogno di tenere aperte e percorribili entrambe le due vie al mistero trinitario fin qui delineate. Detto schematicamente: la Chiesa ha bisogno di accogliere in pienezza l’approccio dell’Ortodossia alla Trinità nella sua vita interna, cioè nella preghiera, nella contemplazione, nella liturgia, nella mistica; ha bisogno di tener presente l’approccio latino nella sua missione evangelizzatrice ad extra. Non c’è bisogno di dimostrare il primo punto. A suo riguardo, non c’è che accogliere con gioia e riconoscenza il ricchissimo patrimonio di spiritualità che viene dalla tradizione greca e bizantina e che diversi teologi ortodossi, in tempi recenti, hanno difeso e reso accessibile al pubblico occidentale.[15] Un testo di san Basilio esprime bene l’orientamento di fondo della visione ortodossa: “Il cammino della conoscenza di Dio procede dall’unico Spirito, attraverso l’unico Figlio, fino all’unico Padre; inversamente, la bontà naturale, la santificazione secondo natura, la dignità regale, si diffondono dal Padre, per mezzo dell’Unigenito, fino allo Spirito” [16]. In altre parole, sul piano dell’essere o dell’uscita delle creature da Dio, tutto parte dal Padre, passa per il Figlio e giunge a noi nello Spirito; nell’ordine della conoscenza, o del ritorno delle creature a Dio, tutto comincia con lo Spirito Santo, passa per il Figlio Gesù Cristo e ritorna al Padre. La prospettiva è sempre quella trinitaria. Spiego invece perché è necessario, oggi più che mai, sia all’Oriente che all’Occidente, conoscere e praticare anche l’approccio latino al mistero di Dio uno e trino. San Gregorio Nazianzeno, in un testo famoso, sintetizza così il processo che ha portato alla fede nella Trinità: “L’Antico Testamento annunciò in modo esplicito l’esistenza del Padre, mentre l’esistenza del Figlio fu annunciata in modo più oscuro. Il Nuovo Testamento manifestò l’esistenza del Figlio, mentre fece intravvedere la natura divina dello Spirito Santo. Ora lo Spirito è presente in mezzo a noi e ci concede più distintamente la propria manifestazione. Non sarebbe stato conveniente, allorquando non era ancora confessata la divinità del padre, proclamare apertamente quella del Figlio, né sarebbe stato sicuro porci addosso il peso della divinità dello Spirito quando non era stata ancora accettata quella del Figlio”[17]. La stessa pedagogia divina la vediamo attuata da Gesú. Egli dice di non poter rivelare agli apostoli tutto quello che sa di se stesso e del Padre suo, perché essi non sarebbero stati ancora “capaci di portarne il peso” (Gv 16,12). Ora, è vero che noi viviamo nel tempo in cui la Trinità si è pienamente rivelata e che perciò dobbiamo vivere costantemente sotto questa “luce trisolare”, come la chiamano certi Padri antichi, senza perderci nella contemplazione di un Dio “essere supremo”, più vicino al Dio dei filosofi che a quello rivelato da Gesù. Ma che dire del mondo non credente, secolarizzato, e comunque da rievangelizzare, che ci circonda? Non è esso nelle stesse condizioni del mondo prima della venuta di Cristo? Non dobbiamo, nei suoi confronti, usare la stessa pedagogia che Dio ha usato con l’umanità intera nel rivelarsi? Dobbiamo perciò anche noi aiutare i nostri contemporanei a scoprire, anzitutto, che Dio esiste, che ci ha creati per amore, che è padre buono e si è rivelato a noi in Gesù di Nazareth. Possiamo, onestamente, cominciare la nostra evangelizzazione parlando delle tre persone divine? Non sarebbe anche questo, per usare l’immagine di san Gregorio, mettere sulle spalle della gente un peso che non è capace di portare? Va notata una cosa importante. Il Padre che, secondo Gregorio Nazianzeno, si è rivelato per primo nell’Antico Testamento, non è ancora “il Padre del nostro Signore Gesú Cristo”, cioè un padre vero di un figlio vero; non è il Dio Padre della Trinità; questa rivelazione avviene soltanto con Gesú. È ancora padre in senso metaforico, nel senso di “padre del suo popolo Israele” e, per i pagani, “padre del cosmo”, “padre celeste”. Anche per san Gregorio, dunque, la rivelazione su Dio è cominciata con il “Dio uno”. C’è un senso in cui la parola “Dio” può e deve essere usata per designare ciò che le tre persone divine hanno in comune, cioè tutta la Trinità[18], sia che, con la Scrittura e i Padri antichi, intendiamo questo elemento comune come “natura”, sostanza, o essenza (2 Pt 1,4: “partecipi della divina natura”, theia physis), sia che, come propone Johannes Zizioulas, lo intendiamo come “essere in comunione”[19]. La Chiesa deve trovare il modo di annunciare il mistero di Dio uno e trino con categorie appropriate e comprensibili agli uomini del proprio tempo. Così fecero i Padri della Chiesa e i concili antichi, ed è in questo, soprattutto, che consiste la fedeltà ad essi. È difficile pensare di poter presentare agli uomini d’oggi il mistero trinitario nei loro stessi termini di sostanza, ipostasi, proprietà e relazioni sussistenti, anche se la Chiesa non potrà mai rinunciare a usarli nell’ambito della sua teologia e nei luoghi di approfondimento della fede. Se c’è qualcosa, del linguaggio antico dei Padri, che l’esperienza dell’annuncio dimostra essere ancora capace di aiutare gli uomini d’oggi, se non a spiegare, almeno a farsi un’idea della Trinità, questo è proprio quello di Agostino che fa perno sull’amore. L’amore è, per se stesso, comunione e relazione; non esiste amore meno che tra due o più persone. Ogni amore è il movimento di un essere verso un altro essere, accompagnato dal desiderio di unione. Tra le creature umane, questa unione rimane sempre incompleta e transitoria, anche negli amori più ardenti; solo tra le persone divine l’unione si realizza in modo così totale da fare dei Tre, eternamente, un solo Dio. Q uesto è un linguaggio che anche l’uomo d’oggi è in grado di capire. 4. Uniti nell’adorazione della Trinità Sant’Agostino ci suggerisce il modo migliore per concludere questa ricostruzione delle due vie di approccio al mistero della Santissima Trinità. Quando si vuole attraversare un braccio di mare, dice, la cosa più importante non è starsene sulla riva e aguzzare la vista per vedere cosa c’è sulla sponda opposta, ma è salire sulla barca che porta a quella riva. Così per noi la cosa più importante non è speculare sulla Trinità, ma rimanere nella fede della Chiesa che è la barca che porta ad essa [20]. Noi non possiamo abbracciare l’oceano, ma possiamo entrare in esso; per quanti sforzi facciamo, non possiamo abbracciare il mistero della Trinità con la nostra mente, possiamo però fare qualcosa di più bello ancora, entrare in esso! C’è un punto in ci troviamo uniti e concordi, senza più alcuna differenziazione tra Oriente e Occidente, ed è il dovere e il bisogno di adorare la Trinità. Soltanto nell’adorazione pratichiamo davvero, non solo a parole ma nei fatti, l’apofatismo, cioè quella regola di umile restrizione nel parlare di Dio, di dire non dicendo. Adorare la Trinità, secondo uno stupendo ossimoro di san Gregorio Nazianzeno, è elevare ad essa “un inno di silenzio” [21]. Adorare è riconoscere Dio come Dio e noi stessi come creature di Dio. È “riconoscere l’infinita differenza qualitativa tra il Creatore e la creatura”[22]; riconoscerla però liberamente, gioiosamente, come figli, non come schiavi. Adorare, dice l’Apostolo, è “liberare la verità prigioniera dell’ingiustizia del mondo” (cf. Rom 1, 18). Concludiamo recitando insieme la dossologia che, fin dalla più remota antichità, sale identica alla Trinità, dall’Oriente e dall’Occidente: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen. *

NOTE SUL SITO

VERSI DELLA BIBBIA CHE DIMOSTRANO CHE, OLTRE AL PADRE, ANCHE IL FIGLIO E LO SPIRITO SANTO SONO DIO.

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VERSI DELLA BIBBIA CHE DIMOSTRANO CHE, OLTRE AL PADRE, ANCHE IL FIGLIO E LO SPIRITO SANTO SONO DIo.

da uno scritto di G. Butindaro

Riguardo al Figlio. – L’apostolo Giovanni scrive: « Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa é stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta…. E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità » (Giov. 1:1-3;14).

Riassumendo: Gesù era ed è l’Eterno Iddio, esistente da sempre, prima del tempo e della materia: « Nel principio era la Parola ». Egli era ed è una Persona distinta da Dio Padre: « La Parola [il Figliuolo preincarnato] era con Dio » (il Padre). Egli era ed è Dio: « La Parola era Dio » (Giov. 1:1). Egli è coesistente con Dio Padre fin dall’Eternità (verso 2). Egli è il Creatore dell’universo (verso 3).

- Paolo disse di Gesù Cristo ai Colossesi che « in lui si compiacque il Padre di far abitare tutta la pienezza » (Col. 1:19). Ed è proprio in virtù del fatto che in Cristo abitò tutta la pienezza della Divinità che noi abbiamo potuto ricevere da lui grazia sopra grazia infatti Giovanni dice: « E’ della sua pienezza che noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia sopra grazia » (Giov. 1:16). – L’apostolo Paolo disse ai Romani: « Dai quali (dagli Israeliti) è venuto, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen » (Rom. 9:5). Quindi Cristo Gesù, benché fu trovato nell’esteriore come un uomo, é l’Iddio che è benedetto per l’eternità. – Paolo dice a Tito: « Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Iddio e Salvatore, Cristo Gesù… » (Tito 2:13). – L’apostolo Pietro ha chiamato anche lui Gesù Cristo « il nostro Dio e Salvatore », infatti all’inizio della sua seconda epistola è scritto: « Simon Pietro, servitore e apostolo di Gesù Cristo, a quelli che hanno ottenuto una fede preziosa quanto la nostra nella giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo » (2 Piet. 1:1). – Nell’epistola agli Ebrei è scritto che « dice del Figliuolo: Il tuo trono, o Dio, è nei secoli dei secoli… » (Ebr. 1:8). Anche da queste parole tratte dal quarantacinquesimo salmo si comprende chiaramente che il Figliuolo è Dio. – Nel libro degli Atti degli apostoli tra le parole che Paolo rivolse agli anziani della chiesa di Efeso vi sono queste: « Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, la quale egli ha acquistata col proprio sangue » (Atti 20:28). Ora, in queste parole è detto che Dio ha acquistato la sua Chiesa con il suo sangue, il che a prima vista parrebbe incredibile perché sappiamo che non è Dio che è morto sulla croce ed ha versato il suo sangue per noi, ma il suo unigenito Figliuolo. Ma esaminando attentamente questo passo e confrontandolo con altri passi della Scrittura noteremo che qui Paolo si riferisce al Figliuolo di Dio e non a Dio il Padre il quale nei giorni della carne del suo Figliuolo continuava ad essere assiso sul suo trono nel cielo. Ricordatevi che quando Toma disse a Gesù: « Signor mio e Dio mio » (Giov. 20:28), ammise implicitamente che il suo Dio era morto sulla croce, che aveva sparso il suo sangue per comprarci con esso, e poi era risorto; ma badate che non è che con quelle parole ammise che Dio Padre era morto sulla croce; dico questo per farvi comprendere che c’è sempre da fare una chiara distinzione tra Dio Padre e Dio Figliuolo. Sono due persone unite e della medesima sostanza da ogni eternità, ma nello stesso tempo diverse tra loro e devono essere nominate separatamente al fine di non scambiare l’una per l’altra. In conclusione, Gesù Cristo è l’Iddio che, secondo le parole di Paolo, ha comprato la sua Chiesa con il suo sangue. – Sempre in questa lettera è scritto: « E quando di nuovo introduce il Primogenito nel mondo, dice: Tutti gli angeli di Dio l’adorino » (Ebr. 1:6). Ora, noi sappiamo che gli angeli adorano solo Dio secondo che è scritto: « L’esercito de’ cieli t’adora » (Neh. 9:6); quindi, siccome gli angeli sanno che si deve adorare solo Dio (l’angelo di Gesù che apparve a Giovanni sull’isola di Patmo, quando vide che Giovanni si prostrò davanti a lui per adorarlo gli disse: « Guàrdati dal farlo… Adora Iddio! » [Ap. 22:9]) essi sanno e riconoscono che Gesù Cristo è Dio. E poi se Dio Padre ha ordinato ai suoi angeli di adorare il suo Figliuolo vuole dire che Egli stesso riconosce in Cristo Gesù la seconda persona della Divinità. Se Gesù non fosse Dio, il Padre non avrebbe giammai ordinato ai suoi angeli di adorarlo. – Paolo dice ai Filippesi: « Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù; il quale, essendo in forma di Dio non riputò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini… » (Fil. 2:5-7). In questa maniera Paolo ha confermato sia che Cristo Gesù era uguale a Dio, e sia che Egli come Figliuolo di Dio era presso il Padre avanti la fondazione del mondo.

Riguardo allo Spirito Santo. Innanzi tutto va detto che lo Spirito Santo è una persona infatti parla secondo che é scritto: « Perciò, come dice lo Spirito Santo, Oggi, se udite la sua voce, non indurate i vostri cuori.. » (Ebr. 3:7-8); « E lo Spirito disse a Filippo: Accostati, e raggiungi codesto carro » (Atti 8:29); « E come Pietro stava pensando alla visione, lo Spirito gli disse: Ecco tre uomini che ti cercano. Lèvati dunque, scendi, e và con loro, senza fartene scrupolo, perché sono io che li ho mandati » (Atti 10:19-20); « E mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: Mettetemi a parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati » (Atti 13:2); « Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire » (Giov. 16:13); « Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede » (1 Tim. 4:1). Lo Spirito Santo rivela secondo che é scritto in Luca: « Gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non vedrebbe la morte prima d’aver veduto il Cristo del Signore » (Luca 2:26). Lo Spirito ascolta perché Gesù disse di lui: « Dirà tutto quello che avrà udito » (Giov. 16:13). Lo Spirito vede infatti i sette occhi che aveva l’Agnello che vide Giovanni sono i sette Spiriti di Dio, o come disse il profeta Zaccaria « gli occhi dell’Eterno » (Zacc. 4:10). Lo Spirito prega secondo che é scritto: « Lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili… esso intercede per i santi secondo Iddio » (Rom. 8:26-27). Lo Spirito Santo fa nascere di nuovo secondo che è scritto: « …se uno non è nato d’acqua e di Spirito non può entrare nel regno di Dio… quel che è nato dallo Spirito, è spirito » (Giov. 3:5,6). Lo Spirito Santo costituisce gli anziani nella chiesa secondo che disse Paolo agli anziani di Efeso: « Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, la quale egli ha acquistata col proprio sangue » (Atti 20:28). Lo Spirito Santo può vietare di fare qualcosa, come fece verso gli apostoli, secondo che é scritto: « Poi, traversarono la Frigia e il paese della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro d’annunziar la Parola in Asia » (Atti 16:6) (vorrei che notaste che il verbo vietare é menzionato anche in queste Scritture che si riferiscono alla persona di Gesù: « Allora vietò ai suoi discepoli di dire ad alcuno ch’egli era il Cristo » [Matt. 16:20], e: « E Gesù ordinò loro di non parlarne ad alcuno; ma più lo divietava loro e più lo divulgavano… » [Mar. 7:36]). Lo Spirito Santo può non permettere certe cose secondo che é scritto: « Giunti sui confini della Misia, tentarono d’andare in Bitinia; ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro » (Atti 16:7) (anche in questo caso vorrei che notaste che in queste altre Scritture il non permettere qualcosa si riferisce alla persona di Gesù: « E come egli montava nella barca, l’uomo ch’era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui. E Gesù non glielo permise… » [Mar. 5:18-19]; « Non permetteva loro di parlare, perché sapevano ch’egli era il Cristo » [Luca 4:41]). Lo Spirito può essere contristato infatti é scritto: « E non contristate lo Spirito Santo di Dio.. » (Ef. 4:30); « Ma essi furono ribelli, contristarono il suo Spirito Santo » (Is. 63:10). Lo Spirito può essere contrastato infatti Stefano disse davanti al Sinedrio: « Voi contrastate sempre allo Spirito Santo; come fecero i padri vostri, così fate anche voi » (Atti 7:51). Lo Spirito può essere tentato infatti Pietro disse a Saffira: « Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? » (Atti 5:9). Allo Spirito si può mentire infatti Pietro disse ad Anania: « Anania, perché ha Satana così riempito il cuor tuo da farti mentire allo Spirito Santo e ritener parte del prezzo del podere? » (Atti 5:3). Allo Spirito si può parlare contro secondo che é scritto: « Ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questo mondo né in quello avvenire » (Matt. 12:32). Lo Spirito Santo insegna secondo che é scritto: « Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa… » (Giov. 14:26), ed ancora: « Quando poi vi condurranno davanti alle sinagoghe e ai magistrati e alle autorità, non state in ansietà del come o del che avrete a rispondere a vostra difesa, o di quel che avrete a dire; perché lo Spirito Santo v’insegnerà in quell’ora stessa quel che dovrete dire » (Luca 12:11-12); ed ancora: « E desti loro il tuo buono Spirito per istruirli… » (Neh. 9:20); ed anche: « Noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito… » (1 Cor. 2:13). Lo Spirito investiga infatti é scritto: « Lo Spirito investiga ogni cosa, anche le cose profonde di Dio » (1 Cor. 2:10). Lo Spirito ricorda le parole del Signore secondo che è scritto: « E vi rammenterà tutto quello che v’ho detto » (Giov. 14:26). Lo Spirito ha un sentimento secondo che é scritto: « Colui che investiga i cuori conosce qual sia il sentimento dello Spirito.. » (Rom. 8:27). Ora, metteremo a confronto i passi della Scrittura che si riferiscono allo Spirito Santo di Dio con quelli che si riferiscono a Dio al fine di dimostrare che lo Spirito Santo é Dio. – Lo scrittore agli Ebrei dice: « ..Quanto più il sangue di Cristo che mediante lo Spirito eterno ha offerto se stesso puro d’ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire all’Iddio vivente? » (Ebr. 9:14), e Mosè afferma di Dio: « Ab eterno in eterno, tu sei Dio » (Sal. 90:2). Lo Spirito è quindi eterno come lo è Dio. – Davide disse a Dio: « Dove me ne andrò lungi dal tuo Spirito? » (Sal. 139:7), mentre Dio disse a Geremia: « Potrebbe uno nascondersi in luogo occulto sì ch’io non lo vegga? dice l’Eterno » (Ger. 23:24). Lo Spirito è dunque onnipresente come lo è Dio. – Paolo dice che « lo Spirito investiga ogni cosa, anche le cose profonde di Dio » (1 Cor. 2:10), mentre Anna disse di Dio: « L’Eterno è un Dio che sa tutto » (1 Sam. 2:3). Lo Spirito è quindi onnisciente come lo è Dio. – Elihu disse: « Lo Spirito di Dio mi ha creato » (Giob. 33:4), mentre Davide disse a Dio: « Poiché sei tu che hai formato le mie reni, che m’hai intessuto nel seno di mia madre » (Sal. 139:13). Lo Spirito quindi crea come fa Dio. – Gesù disse: « …se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio… quel che è nato dallo Spirito, è spirito » (Giov. 3:5,6), mentre Giovanni dice che coloro che credono nel nome del Figlio di Dio « son nati da Dio » (Giov. 1:13). Lo Spirito fa dunque nascere di nuovo come fa Dio. – Pietro, prima disse ad Anania: « Anania, perché ha Satana così riempito il cuor tuo da farti mentire allo Spirito Santo e ritener parte del prezzo del podere? » (Atti 5:3), e poi gli disse: « Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio » (Atti 5:4). Mentire allo Spirito Santo quindi equivale a mentire a Dio. – Nel libro degli Atti degli apostoli é scritto che Paolo disse a dei Giudei che rifiutarono di credere nel Vangelo: « Ben parlò lo Spirito Santo ai vostri padri per mezzo del profeta Isaia dicendo: Và a questo popolo e dì: Voi udrete coi vostri orecchi e non intenderete; guarderete coi vostri occhi, e non vedrete… » (Atti 28:25-26), mentre nel libro del profeta Isaia queste parole sono attribuite al Signore degli eserciti che Isaia vide in visione secondo che é scritto: « Nell’anno della morte del re Uzzia, io vidi il Signore assiso sopra un trono alto… Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò? E chi andrà per noi? Allora io risposi: ‘Eccomi, manda me!’ Ed egli disse: ‘Và, e dì a questo popolo: Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!… » (Is. 6:1,8-9). Quindi lo Spirito Santo mandò Isaia a predicare come fece anche il Signore degli eserciti. – Nel libro degli Atti degli apostoli dopo che lo Spirito Santo parlò ad Antiochia dicendo: « Mettetemi a parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati » (Atti 13:2), è scritto che essi « mandati dallo Spirito Santo, scesero a Seleucia, e di là navigarono verso Cipro » (Atti 13:4). Gesù disse: « Ben è la mèsse grande, ma pochi son gli operai. Pregate dunque il Signor della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse » (Matt. 9:37-38), facendo chiaramente capire che é Dio che manda i suoi operai nella sua messe; quindi lo Spirito Santo è Dio perché mandò Paolo e Barnaba nella messe del Signore. – Gesù chiamò lo Spirito Santo « il Consolatore » (Giov. 15:26) quindi Egli consola quelli che sono abbattuti. Paolo ai Corinzi dice: « Ma Iddio che consola gli abbattuti, ci consolò con la venuta di Tito.. » (2 Cor. 7:6), ed anche: « Benedetto sia Iddio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e l’Iddio d’ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione » (2 Cor. 1:3-4). Quindi lo Spirito Santo consola come fa Dio. – In Isaia é scritto che gli Israeliti nel deserto « contristarono il suo Spirito Santo » (Is. 63:10), mentre nei Salmi é scritto: « Quante volte si ribellarono a lui nel deserto, e lo contristarono nella solitudine! » (Sal. 78:40). Gli Israeliti quindi, contristando lo Spirito Santo contristarono Dio. – Paolo disse ai Corinzi « Non sapete voi che il vostro corpo é il tempio dello Spirito Santo che é in voi..? » (1 Cor. 6:19) ed anche: « Non sapete voi che siete il tempio di Dio..? » (1 Cor. 3:16). Lo Spirito Santo quindi abita nel credente assieme a Dio. – Gesù disse: « Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa… » (Giov. 14:26), ma disse anche: « Saranno tutti ammaestrati da Dio » (Giov. 6:45), e Davide dice che Dio « insegnerà ai mansueti la sua via » (Sal. 25:9). Lo Spirito Santo quindi insegna come fa Dio. – Gesù ha detto dello Spirito: « Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità » (Giov. 16:13); e Davide nei Salmi dice a Dio: « Guidami nella tua verità » (Sal. 25:5). Quindi se lo Spirito della verità guida nella verità come fa Dio ciò significa che Egli è Dio. Come potete da voi stessi vedere le Scritture affermano che lo Spirito Santo è eterno, onnipotente, onnipresente e onnisciente come Dio.

 

Publié dans:TRINITÀ SS. |on 7 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

FESTA DELLA SS. TRINITÀ – IL DIO DEI CRISTIANI – COMMENTO BIBLICO

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_omelia.asp?id_omelia=420

FESTA DELLA SS. TRINITÀ – IL DIO DEI CRISTIANI – COMMENTO BIBLICO

(Dt 4,32-34.39-40; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20)

07/06/2009

Questa mattina, andando a votare (non c’è bisogno di sottolineare l’importanza di questo gesto), ho avuto una gradita sorpresa. Uno dei tre scrutatori era un ragazzo di origine egiziana. Un breve saluto, due parole, il ricordo delle bellezze dell’Egitto. I suoi occhi brillavano. Che bello! Un egiziano italiano. Piccolo segno di una società multietnica e multireligiosa. Per l’Italia è una novità assoluta. Per altri paesi è una realtà consolidata. Penso al bellissimo discorso che Obama ha pronunziato l’altro ieri proprio in Egitto. Al di là delle cose che ha detto, mi ha colpito la carta che egli ha giocato, quella di una multietnicità incorporata nella sua stessa persona. Ma mi è venuto subito un forte dubbio. Noi cristiani siamo preparati a metterci su questa strada? Che cosa ci dicono in proposito le letture di oggi, festa della Ss. Trinità?
Nella prima lettura troviamo il punto di vista ebraico. Dio è un Dio misterioso, che sta in cielo e parla dal fuoco, ma sta anche in terra e proprio quaggiù è andato a cercarsi un popolo liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto. È questo il credo fondamentale della religione ebraica, sul quale convergono anche i cristiani, che lo leggono in funzione della Chiesa, popolo di Dio. Ma che cosa significa questa professione di fede? Purtroppo lungo i secoli è stata letta in chiave esclusivista: Dio sceglie un popolo «a preferenza», magari «a esclusione», degli altri. Ma in chiave biblica non è così. La Bibbia mette continuamente in luce che Dio è unico, quindi è il Dio di tutti, e la scelta di un popolo è una metafora per dire che ogni individuo e ogni popolo incontra Dio ed è da lui scelto nella misura in cui si sente coinvolto in un’esperienza di liberazione da proporre attivamente a tutti. Sia Israele che la Chiesa saranno veramente «popolo eletto» se e nella misura in cui lotteranno per la liberazione di tutti, palestinesi compresi.
Nel vangelo la riflessione si focalizza sulla Chiesa, che nasce da un mandato di Cristo: Andate, predicate, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Anche queste parola hanno alle spalle una storia di interpretazioni esclusiviste, come se solo diventando cristiani cattolici si potesse ottenere la salvezza. Oggi, in clima multireligioso, capiamo meglio che cosa significano. Il punto centrale del mandato di Gesù, su cui gravitano tutti gli altri, consiste nelle parole: «…insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». L’insegnamento di Gesù è quello condensato in un sermone fatto anch’esso su una montagna, il famoso Discorso della montagna, nel quale si mettono le basi di una convivenza basata sulla giustizia. Per Gesù ciò che conta, non è l’appartenenza a una religione istituzionale, ma la capacità di accogliere il suo insegnamento che è universale, in quanto indica a tutti l’essenza del cammino verso Dio. Se il battezzare è in funzione di questo, bene, se no diventa un rito magico, fonte di contrapposizioni, odi e violenze.
Nella seconda lettura Paolo fa un’affermazione molto forte: è solo la potenza dello Spirito che ci libera dalla paura e ci fa comprendere la paternità di Dio. Anche qui si può commettere l’errore, molto diffuso fra le persone religiose, di pensare che lo Spirito appartenga solo a noi cristiani. Ma la Bibbia mostra come questo Spirito, pur essendo presente in Israele e nella Chiesa, trasbordi continuamente i limiti di una confessione religiosa per operare in tutto il mondo e a favore di tutti gli esseri umani. È in forza della potenza dello Spirito che la figliolanza di Dio è messa a disposizione di tutti. E se noi cristiani ci riteniamo figli di Dio in modo speciale, ciò non è in funzione di un privilegio, ma di un impegno per far sì che tutti possano riscoprire la loro dignità di figli e vivere in conformità con essa.
Purtroppo proprio il dogma della Ss. Trinità, di cui oggi celebriamo la festa, ha diviso per secoli i cristiani da ebrei e mussulmani. Continueremo a servircene come una clava contro di loro o saremo capaci di riesprimere le nostre convinzioni non contro qualcuno, ma in favore di una convivenza pacifica fra popoli, culture e religioni? Io sono convinto che i testi biblici, letti nel loro vero contesto, ci offrano degli stimoli molto forti per allargare il discorso a tutti i nostri simili. Non dobbiamo lasciarci influenzare da persone che si servono del cristianesimo per difendere i loro privilegi. Nel mondo moderno il cristianesimo, e in modo speciale il cattolicesimo (che designa un cristianesimo universalista) avrà un futuro solo nella misura in cui proporrà a tutti, anzitutto mediante l’esempio, i valori fondamentali della giustizia e della pace portati da Gesù.

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