Archive pour juin, 2008

Angelus: Benedetto XVI: l’Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione

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Benedetto XVI: l’Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione

Parole introduttive alla preghiera dell’Angelus

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della preghiera mariana dell’Angelus recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

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Cari fratelli e sorelle,

questanno la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo ricorre di domenica, così che tutta la Chiesa, e non solo quella di Roma, la celebra in forma solenne. Tale coincidenza è propizia anche per dare maggiore risalto ad un evento straordinario: lAnno Paolino, che ho aperto ufficialmente ieri sera, presso la tomba dellApostolo delle genti, e che durerà fino al 29 giugno 2009. Gli storici collocano infatti la nascita di Saulo, diventato poi Paolo, tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Perciò, al compiersi di circa duemila anni, ho voluto indire questo speciale giubileo, che naturalmente avrà come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nellattuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nellIsola di Malta, dove lApostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo. In realtà, lorizzonte dellAnno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza lapostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano « i lontani » e che « grazie al sangue di Cristo » sono diventati « i vicini » (cfr Ef 2,13). Per questo anche oggi, in un mondo diventato più « piccolo », ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.Questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell

unità, rappresentata da san Pietro, la « roccia » su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Come sottolinea la liturgia, i carismi dei due grandi Apostoli sono complementari per ledificazione dellunico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro. Il tema dellunità oggi è messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa Messa ho imposto agli Arcivescovi Metropoliti nominati durante lultimo anno. Sono 40, e altri due lo riceveranno nelle loro sedi. Anche ad essi va nuovamente il mio saluto cordiale. Inoltre, nellodierna solennità è motivo di speciale gioia per il Vescovo di Roma accogliere il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, nella cara persona di Sua Santità Bartolomeo I, al quale rinnovo il mio fraterno saluto estendendolo allintera Delegazione della Chiesa Ortodossa da lui guidata.

Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unità di tutti i cristiani: preghiamo ora per queste grandi intenzioni affidandole alla celeste intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli di Poncarale, Torino, Ivrea, Empoli e Carmignano. Un saluto speciale rivolgo alla città di Roma e a quanti vi abitano: i santi Patroni Pietro e Paolo ottengano all’intera comunità cittadina e diocesana di custodire e valorizzare la ricchezza dei suoi tesori di fede, di storia e di arte. Buona festa a tutti!

Omelie del Papa e di Bartolomeo I per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo

dal sito: 

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Omelie del Papa e di Bartolomeo I per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Questa domenica, nella Basilica Vaticana, in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha celebrato lEucaristia con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, durante la quale ha imposto il Pallio a 40 Arcivescovi metropoliti.

Pubblichiamo di seguito le parole di introduzione del Santo Padre allomelia del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, il testo dellomelia del Patriarca e quello dellomelia del Papa.

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INTRODUZIONE DEL SANTO PADRE ALL’OMELIA DEL PATRIARCA

Fratelli e Sorelle,

la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che questanno, per la coincidenza con lapertura dell« Anno Paolino », è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell« unitatis redintegratio« , il giorno della piena comunione tra noi.

Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con ciò un segno della volontà di intensificare il cammino verso la piena unità tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santità il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perché ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore.

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OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

Santità,

avendo ancora viva la gioia e lemozione della personale e benedetta partecipazione di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi « con passo esultante », dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi « con la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo » (Rom. 15,29), restituendo lonore e lamore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra dOccidente, « i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore », i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo – queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali in questa storica città, – hanno dato anche lultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e laltro per mezzo della spada, santificandola.Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santit

à, desiderato Fratello, augurando dal cuore « a quanti sono in Roma amati da Dio » (Rom. 1,7), di godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza « ferventi nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera » (Rom. 12, 11-12).

In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini delluniverso, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dallanno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente luguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, lOriente li onora abitualmente anche attraverso unicona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano lun laltro e si scambiano il bacio in Cristo.Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santit

à, sottolineando lardente desiderio in Cristo e lamore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.

Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese « in fede, verità e amore », grazie allaiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere loggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra Santit

à non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.

Santità, abbiamo proclamato lanno 2008, « Anno dell’Apostolo Paolo », così come anche Voi fate del giorno odierno fino allanno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nellambito delle relative manifestazioni per lanniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della attività evangelica dellApostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dellAsia Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata « Buoni Porti ». Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo unardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte Santo e lo supplichiamo, affinch

é per lintercessione dei suoi Protocorifei Apostoli, doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù « l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo » nel « legame della pace » e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.

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OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell
Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!

Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta linno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea», secondo le parole dellinno dei primi Vespri: si presenta come forza dellamore che supera lodio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per il loro martirio, essi Pietro e Paolo fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dellegoismo degli uomini.In virt

ù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Unimmagine preferita delliconografia cristiana è labbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per lunico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nellunico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san Pietro Silvano e Marco sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dellunica Chiesa, labbraccio dei grandi Apostoli.

Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo larresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso allimperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma. Mediante la più importante delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dellintero suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti: Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè secondo il suo concetto del mondo verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce uneccezione. Lì egli trova una Chiesa della cui fede parla il mondo. Landare a Roma fa parte delluniversalità della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti di fondare la Chiesa cattolica, universale. Landare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dellincontro nellunica fede.Ma perch

é Pietro è andato a Roma? Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente questuomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli Apostoli descrivono come tappa decisiva per lingresso del Vangelo nel mondo dei pagani lepisodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino, va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At 10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa lintercessore per la Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (2,8). Ma questa assegnazione poteva essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte allulteriore sviluppo, i Dodici riconobbero lora in cui anchessi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo lordine di Dio, per primo aveva aperto la porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per lunità dellunica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma sottolinea come abbiamo visto tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la parola «catholica». Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca lumanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dellunità interiore, che proviene dalla pace di Dio unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.

Cari Confratelli nellEpiscopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro, mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge di Cristo, che voi presiedete. Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta allovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella limmagine di tutta lumanità, dellintera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nellincarnazione Egli ha preso tutti noi la pecorella «uomo» sulle sue spalle. Egli, la Parola eterna, il vero Pastore dellumanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono? Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dellinvio di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega lordine: «Pasci le mie pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più damore che Egli si aspetta dal Pastore.Cos

ì il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi. Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli san Pietro qualifica se stesso synpresbýteros con-presbitero (5,1). Questa formula contiene implicitamente unaffermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro. Ma questo « con » ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie allessere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il « noi » dei Pastori fa parte dellessere Pastori, perché il gregge è uno solo, lunica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo « con » rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dellunità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda allapostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una, catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua santità.

Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso lessenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella. Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo versetto Paolo usa la parola «hierourgein» amministrare da sacerdote insieme con «leitourgós» liturgo: egli parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo. Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo lobiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.

Saluto del Papa al Patriarca Bartolomeo I in visita per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo

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Saluto del Papa al Patriarca Bartolomeo I

In visita per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 28 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il saluto pronunciato del Papa nel ricevere questo sabato mattina in udienza il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e dellapertura dellAnno Paolino.

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Santità,

con profonda e sincera gioia saluto Lei e il distinto seguito che Laccompagna e mi è gradito farlo con le parole tratte dalla seconda Lettera di San Pietro: « A coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo: grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro » (1,1-2). La celebrazione dei Santi Pietro e Paolo, Patroni della Chiesa di Roma, così come quella di SantAndrea, Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci offrono annualmente la possibilità di uno scambio di visite, che sono sempre occasioni importanti per fraterne conversazioni e comuni momenti di preghiera. Cresce così la conoscenza personale reciproca; si armonizzano le iniziative e aumenta la speranza, che tutti ci anima, di poter giungere presto alla piena unità, in obbedienza al mandato del Signore.Quest’anno, qui a Roma, alla festa patronale si aggiunge la felice circostanza dell’inaugurazione dell’Anno Paolino, che ho voluto indire per commemorare il secondo millennio della nascita di San Paolo, con l

intento di promuovere una sempre più approfondita riflessione sull’eredità teologica e spirituale lasciata alla Chiesa dallApostolo delle genti, con la sua vasta e profonda opera di evangelizzazione. Ho appreso con piacere che anche Vostra Santità ha indetto un Anno Paolino. Questa felice coincidenza pone in evidenza le radici della nostra comune vocazione cristiana e la significativa sintonia, che stiamo vivendo, di sentimenti e di impegni pastorali. Per questo rendo grazie al Signore Gesù Cristo, che con la forza del suo Spirito guida i nostri passi verso lunità.

San Paolo ci ricorda che la piena comunione tra tutti i cristiani trova il suo fondamento in « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4, 5). La fede comune, lunico Battesimo per la remissione dei peccati e l’obbedienza all’unico Signore e Salvatore, possano pertanto quanto prima esprimersi appieno nella dimensione comunitaria ed ecclesiale. « Un solo corpo ed un solo Spirito », afferma lApostolo delle genti, ed aggiunge: « come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati » (Ef 4,4). San Paolo ci indica inoltre una via sicura per mantenere lunità e, nel caso della divisione, per ricomporla. Il Decreto sull’Ecumenismo del Concilio Vaticano II ha ripreso lindicazione paolina e la ripropone nel contesto dellimpegno ecumenico, facendo riferimento alle parole dense e sempre attuali della Lettera agli Efesini: « Vi esorto dunque io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (4,1-3).Ai cristiani di Corinto, in mezzo ai quali erano sorti dissensi, San Paolo non ha timore di indirizzare un forte richiamo perch

é siano unanimi nel parlare, scompaiano le divisioni tra loro e coltivino una perfetta unione di pensiero e di intenti (cfr1 Cor 1,10). Nel nostro mondo, in cui si va consolidando il fenomeno della globalizzazione ma continuano ciononostante a persistere divisioni e conflitti, luomo avverte un crescente bisogno di certezze e di pace. Allo stesso tempo, però, egli resta smarrito e quasi irretito da una certa cultura edonistica e relativistica, che pone in dubbio lesistenza stessa della verità. Le indicazioni dellApostolo sono, al riguardo, quanto mai propizie per incoraggiare gli sforzi tesi alla ricerca della piena unità tra i cristiani, tanto necessaria per offrire agli uomini del terzo millennio una sempre più luminosa testimonianza di Cristo, Via, Verità e Vita. Solo in Cristo e nel suo Vangelo lumanità può trovare risposta alle sue più intime attese.Possa l’Anno Paolino, che questa sera inizierà solennemente, aiutare il popolo cristiano a rinnovare l’impegno ecumenico, e si intensifichino le iniziative comuni nel cammino verso la comunione fra tutti i discepoli di Cristo. Di questo cammino la vostra presenza qui, oggi, è certamente un segno incoraggiante. Per questo esprimo ancora una volta a tutti voi la mia gioia, mentre insieme innalziamo al Signore la nostra grata preghiera.

rATZINGER J. (Papa Bendetto XVI): LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO

Ratzinger J.,(Bendetto XVI), La Chiesa, Una comunità sempre in cammino, Ed Paoline, Cinisello Balsmo (MI) 1991)

Premessa: Origine e natura della Chiesa, parte 2.c. pag 23-28;

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO

 

La nozione neotestamentaria di popolo di Dio non va dunque in alcun modo pensata separatamente dalla cristologia. Questa, daltra parte, non è una teoria astratta, bensì un evento che si concreta nei sacramenti del battesimo e delleucarestia. In essi la cristologia si apre alla dimensione trinitaria. Difatti questa infinita ampiezza e apertura pur essere solo del Cristo risorto, del quale san Paolo dice: «Il Signore è lo Spirito» (2Cor 3,17). E nello Spirito noi diciamo con Cristo: «Abbà», perché siamo diventati figli (cfr. Rm 8,15; Gal 4,5). Paolo dunque non ha introdotto in concreto nulla di nuovo chiamando la Chiesa «corpo di Cristo»; egli ci offre solo una formula concisa a indicare ciò che sin dal principio era caratteristico della crescita della Chiesa. E’ totalmente falsa laffermazione, pur ripetuta in continuazione, che Paolo non avrebbe fatto altro che applicare alla Chiesa unallegoria diffusa nella filosofia stoica del suo tempo. Lallegoria stoica paragona lo stato a un organismo in cui tutte le membra devono cooperare. Lidea dello Stato come organismo è una metafora per indicare la dipendenza di tutti da tutti e quindi limportanza delle diverse funzioni che sono allorigine della vita di una collettività. Questo paragone veniva utilizzato per calmare le masse in agitazione e richiamarle alle loro funzioni: ogni organo ha una sua particolare importanza; è insensato che tutti vogliano essere una stessa cosa, perché allora, anziché divenire qualcosa di più elevato, si abbassano tutti e si distruggono a vicenda. E’ incontestabile che Paolo ha ripreso anche questi pensieri, per esempio quando dice ai Corinti in lite fra loro che sarebbe insensato se dimprovviso il piede volesse essere mano, o lorecchio essere occhio: «Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe ludito? Se fosse tutto udito, dove lodorato? Ma Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come ha voluto Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo» (1Cor 12,16ss). Lidea del corpo di Cristo in san Paolo non si esaurisce tuttavia in simili riflessioni sociologiche e filosofico-morali; in tal caso sarebbe solo una glossa marginale delloriginario concetto di Chiesa. Già nel mondo precristiano greco e latino la metafora del corpo andava oltre. Lidea platonica secondo cui tutto il mondo costituisce un unico corpo, un essere vivente, fu sviluppata dalla filosofia stoica e ricollegata al concetto della divinità del mondo. Ma questo esula da ciò che qui stiamo trattando. Perché le vere radici dellidea paolina del corpo di Cristo sono senzaltro intrabibliche. Tre sono le origini accertabili di questidea nella tradizione biblica. C’è anzitutto sullo sfondo la nozione semitica di «personalità corporativa», che si esprime ad esempio nel pensiero: noi tutti siamo Adamo, un unico uomo in grande. Nellepoca moderna con la sua esaltazione del soggetto questidea è diventata del tutto incomprensibile. Lio è ora una roccaforte, dalla quale non si esce più. E’ tipico il fatto che Cartesio cerchi di dedurre tutta la filosofia dall’«io penso», perché soltanto lio appariva ancora disponibile. Oggi la nozione di soggetto a poco a poco si dissolve nuovamente: diviene evidente che non esiste un io rigidamente chiuso in se stesso, dato che molteplici forze penetrano in noi e da noi promanano. Nel contempo si torna di nuovo a comprendere che lio si forma a partire dal tu e che i due si compenetrano reciprocamente. Così potrebbe essere di nuovo accettabile quella visione semitica della personalità corporativa, senza la quale difficilmente si può entrare nellidea di corpo di Cristo. Esistono, inoltre, due radici più concrete della formula paolina. Luna è presente nelleucarestia, con la quale il Signore stesso ha formalmente determinato il sorgere di questa idea. «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo», dice Paolo ai Corinzi, nella stessa lettera, dunque, in cui sviluppa per la prima volta la dottrina del corpo di Cristo (1Cor 10,16s). Qui noi troviamo il suo vero fondamento; il Signore diviene nostro pane, il nostro nutrimento. Egli ci fa il suo corpo; una parola che però va pensata a partire dalla risurrezione e dallo sfondo linguistico semitico da cui muove san Paolo. Il corpo è il sé di un uomo, che non si risolve nel corporeo, ma che comprende anche il corporeo, Cristo ci da se stesso, lui che, in quanto risorto, è rimasto corpo. Sebbene in modo nuovo, il fatto esteriore del mangiare diviene espressione di quel compenetrarsi di due soggetti che già pocanzi abbiamo preso brevemente in considerazione. Comunione significa che la barriera apparentemente invalicabile del mio io viene infranta e può essere infranta poiché Gesù per primo ha voluto aprire tutto se stesso, ci ha tutti accolti dentro di sé e si è dato totalmente a noi. Comunione significa dunque fusione delle esistenze; come nellalimentazione il corpo può assimilare una sostanza estranea e così vivere, così il mio io viene «assimilato» a Gesù stesso, fatto simile a lui in uno scambio che spezza sempre più le linee di separazione. E’ quanto avviene a quelli che si comunicano; tutti vengono assimilati a questo «pane» e divengono così tra loro una sola cosa: un solo corpo. In questo modo leucaristia edifica la Chiesa, aprendo le mura della soggettività e radunandoci in una profonda comunione esistenziale. Per essa ha luogo l’«adunanza» tramite la quale il Signore ci riunisce. La formula: «la Chiesa è il corpo di Cristo» afferma dunque che leucarestia, in cui il Signore ci da il suo corpo e fa di noi un solo corpo, è il luogo dellininterrotta nascita della Chiesa, nella quale egli la fonda sempre di nuovo; nelleucaristia la Chiesa è se stessa nel modo più intenso; in tutti i luoghi e nondimeno una sola, così come lui è uno solo. Con queste riflessioni siamo giunti alla terza radice del «corpo di Cristo» nella concezione paolina; lidea del rapporto sponsale o se vogliamo esprimerci in termini neutrali la filosofia biblica dellamore, che è inseparabile dalla teologia eucaristica. Questa filosofia dellamore si presenta subito al principio della sacra Scrittura, a conclusione del racconto della creazione, allorché ad Adamo viene attribuita la parola profetica: «Per questo luomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2,24). Una carne, vale a dire: ununica nuova esistenza. Anche questa idea del divenire una sola carne nellunione di anima e corpo delluomo e della donna viene ripresa nella prima lettera ai Corinzi da Paolo, il quale precisa che essa si avvera nella comunione: «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,17). Anche qui la parola «spirito» non devessere intesa secondo la sensibilità linguistica moderna, ma dobbiamo leggerla nellaccezione paolina; in tal caso non è così lontana dal «corpo» nel significato. Essa vuole indicare una sola esistenza spirituale con colui che nella risurrezione è divenuto «Spirito» dallo Spirito Santo ed è rimasto corpo nellapertura dello Spirito Santo. Ciò che poco fa è stato sviluppato a partire dallimmagine del nutrimento, diviene ora più trasparente e comprensibile a partire da quella dellamore; nel sacramento come atto dellamore avviene questa fusione di due soggetti che superano la loro divisione e divengono una cosa sola. Il mistero eucaristico, proprio nellapplicazione metaforica dellidea sponsale, rimane il nucleo del concetto di Chiesa e della sua definizione mediante la formula «corpo di Cristo». Ma ora appare in primo piano un nuovo e più importante aspetto, che potrebbe essere dimenticato in una teologia sacramentarla di corto respiro, ed è che la Chiesa è corpo di Cristo nel modo in cui la moglie insieme al marito diviene un solo corpo e una sola carne. In altre parole: essa è corpo non secondo una identità indifferenziata, ma in virtù dellatto pneumatico-reale dellamore che unisce gli sposi. Detto ancora con altri termini: Cristo e la Chiesa sono corpo nel senso in cui marito e moglie sono una sola carne, così che pur nella loro inscindibile unione fisico-spirituale restano tuttavia non mescolati e non confusi. La Chiesa non diventa semplicemente Cristo, essa rimane la serva che nel suo amore egli innalza a sua sposa che cerca il suo volto in questa fine dei tempi. Ma in questo modo sul fondamento dellindicativo che si annuncia nelle parole «sposa» e «carne», appare anche limperativo dellesistenza cristiana. Diviene perciò evidente il carattere dinamico del sacramento, che non è una realtà fisica predeterminata, ma qualcosa che si realizza a livello personale. Proprio il mistero damore come mistero sponsale manifesta limmensità del nostro compito e la possibilità di caduta nella Chiesa. Sempre di nuovo, attraverso lamore unificante, essa deve divenire ciò che essa è, e sottrarsi alla tentazione di rifiutare la propria vocazione per cadere nellinfedeltà di unarbitraria autonomia. Diviene evidente il carattere relazionale e pneumatologico dellidea di corpo di Cristo e della concezione sponsale, e la ragione per cui la Chiesa non è mai giunta a perfezione ma ha sempre bisogno di rinnovamento. Essa è sempre in cammino verso lunione con Cristo: ciò che comporta anche la sua propria, interiore unità che diviene, viceversa, tanto più fragile, quanto più si allontana da questo rapporto fondamentale.

Publié dans:teologia - eccesiologia |on 29 juin, 2008 |Pas de commentaires »

XIII settimana del Tempo Ordinario

XIII settimana del Tempo Ordinario dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

interno della Basilica di Santa Prassede, Roma; la foto l’ho scattata io, non è venuta molto bene perché l’interno è abbastanza buio e la mia macchineta fotografica meglio di così non me la poteva fare;

http://flickr.com/

29 GIUGNO
SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI
Solennità

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

PRIMI VESPRI

per leggere i primi vespri:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629pvesPage.htm

Lettura Breve 1 Rm 1, 1-3a. 7
1. Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio, 2. che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, 3a. riguardo al Figlio suo;7. a quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

MESSA

per leggere tutte le letture della messa vespertina e della messa del giorno:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0629Page.htm

MESSA VESPERTINA DELLA VIGILIA

Seconda Lettura Gal 1,11-20
11. Fratelli, vi dichiaro che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; 12. infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, 14. superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16. di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, 17. senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19. degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Tm 4,6-8.17.18
6. Carissimo, quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. 8. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. 17. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. 18. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

UFFICIO DELLE LETTURE

per leggere tutto l’Ufficio delle Letture:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629letPage.htm

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 10
1,15. Fratelli, quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16. di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, 17. senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19. degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 21. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. 22. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23. soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». 24. E glorificavano Dio a causa mia. 2,1.Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2. vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. 3. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. 4. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi. 6. Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7. Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi — 8. poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — 9. e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.  

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo 
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 
Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa. Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo. Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore. E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro. Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli. Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Responsorio
 
R. Paolo, apostolo del vangelo e maestro dei popoli, * sei degno di tutta la nostra lode.
V. Tu hai fatto conoscere ai popoli il mistero di Dio:
R. sei degno di tutta la nostra lode.

SECONDI VESPRI

per leggere i secondi vespri:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629vesPage.htm

Lettura breve 1 Cor 15, 3-5. 8
3. Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4. fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5. e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 8. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

LUNEDÌ 30 GIUGNO 2008

MEMORIA FACOLTATIVA:

SANTI PRIMI MARTIRI DELLA CHIESA DI ROMA

nell’Ufficio delle letture, dato che è solo memoria facoltativa, la seconda lettura è di Sant’Agostino; ma facendo la memoria facoltativa, la seconda lettura è tratta da San Clemente I Papa, Lettera ai Corinzi, 5-7;

UFFICIO DELLE LETTURE

la lettura è di San Clemente I Papa (88-97 circa), nella sua lettera ricorda San Paolo; Papa Benedetto XVI nell’Udienza dedicata a San Clemente (7 marzo 2007) afferma che: « La lettera di Clemente riprende temi cari a san Paolo, che aveva scritto due grandi lettere ai Corinti, e in particolare la dialettica teologica, perennemente attuale, tra indicativo della salvezza e imperativo dell’impegno morale », posto separatamente questa udienza e metto il link perché, credo, è una lettura importante anche per quanto riguarda i primi secoli, dato che si tratta di uno dei Padri Apostolici;

udienza del Papa su San Clemente:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/07/01/papa-benedetto-udienza-san-clemente-i-papa-riprende-temi-cari-a-san-paolo/

V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. VI, 1. A questi uomini che vissero santamente si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono di bellissimo esempio a noi. 2. Per gelosia furono perseguitate le donne, giovanette e fanciulle che soffrirono oltraggi terribili ed empi per la fede. Affrontarono una corsa sicura ed ebbero una ricompensa generosa, esse deboli nel fisico. 3. La gelosia allontanò le mogli dai mariti ed alterò la parola del nostro padre Adamo: « Ecco ella è osso delle mie ossa e carne della mia carne ». 4. La gelosia e la discordia rovinarono molte città e distrussero grandi nazioni. VII, 1. Carissimi, scriviamo tutte queste cose non solo per avvertire voi, ma anche per ricordarle a noi. Siamo sulla stessa arena e uno stesso combattimento ci attende. 2. Lasciamo i vani ed inutili pensieri e seguiamo la norma gloriosa e veneranda della nostra tradizione. 3. Vediamo ciò che è bello, ciò che è piacevole e gradito davanti a chi ci ha creato. 4. Guardiamo il sangue di Gesù Cristo e consideriamo quanto sia prezioso al Padre suo. Effuso per la nostra salvezza portò al mondo la grazia del pentimento. 5. Scorriamo tutte le generazioni e notiamo che di generazione in generazione il maestro « diede luogo al pentimento » per tutti quelli che volevano a lui rivolgersi. 6. Noè predico il pentimento e tutti quelli che l’ascoltarono furono salvi. 7. Giona predisse lo sterminio ai Niniviti, ma essi, pentiti dei loro peccati, si resero propizio Dio pregando ed ebbero la salvezza, benché estranei a Dio.

LODI

Lettura Breve 2 Ts 3, 10b-13
10B. Chi non vuol lavorare neppure mangi. 11. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 13. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene.

VESPRI

Lettura breve Col 1, 9b-11
9B. Abbiate una piena conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10. perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11. rafforzandovi con ogni energia secondo la sua gloriosa potenza, per poter essere forti e pazienti in tutto.

MARTEDÌ 1 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

seconda lettura, come sempre in Sant’Agostino moltissimi riferimenti a San Paolo;

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo   (Disc. 47, 12-14; CCL 41, 582-584)

Questo è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza (cfr. 2 Cor 1, 12). Vi sono uomini avventati, detrattori, delatori, mormoratori, che cercano di congetturare quello che non vedono e si adoperano perfino a diffondere quello che neppure sono in grado di sospettare. Contro costoro che cosa resta, se non la testimonianza della nostra coscienza? Infatti, fratelli, neppure in quelli ai quali vogliamo piacere, noi pastori di anime, cerchiamo o dobbiamo cercare la nostra gloria, bensì mirare alla loro salvezza, in modo che, se ci comportiamo rettamente, essi non abbiano ad andare fuori strada nel tentativo di seguirci. Siano nostri imitatori, solo se almeno noi siamo imitatori di Cristo. Se invece non siamo imitatori di Cristo, lo siano almeno essi. Egli infatti pasce il suo gregge e, con tutti quelli che pascolano come si deve il loro gregge, vi è egli solo, perché tutti sono in lui. Non cerchiamo dunque il nostro interesse quando vogliamo piacere agli uomini, ma vogliamo rallegrarci con gli uomini, e siamo lieti che a loro piaccia il bene, per la loro utilità non per la nostra gloria. Contro chi l’Apostolo abbia detto: Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! è evidente (cfr. Gal 1, 10). E per chi abbia detto: «Cercate di piacere a tutti in tutto, come anch’io cerco di piacere a tutti attraverso tutte le cose» ( 1 Cor 10, 33), è altrettanto evidente. Tutte e due le cose sono lampanti, tutte e due pacifiche, tutte e due semplici, tutte e due chiare. Tu però mangia e bevi solamente, non calpestare e non intorbidire quello che mangi e quello che bevi. Certamente hai ascoltato anche il Signore stesso Gesù Cristo, maestro degli apostoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16), cioè colui che vi ha resi tali. Noi siamo infatti il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce (cfr. Sal 94, 7). Sia lodato perciò chi ti ha reso buono se sei buono. Non sei tu, perché, per te stesso, non avresti potuto essere se non cattivo. Perché poi vorresti stravolgere la verità pretendendo lodi quando fai bene, e rigettando sul Signore la vergogna quando operi male? Certamente chi disse: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5, 16), ha ugualmente affermato nello stesso discorso: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini» (Mt 6, 1). Ma come questi insegnamenti ti sembravano contraddittori nell’Apostolo, così avviene nel vangelo. Se però non intorbidisci l’acqua del tuo cuore, anche qui riconoscerai l’armonia delle Scritture e anche tu sarai in piena armonia con loro. Cerchiamo dunque, fratelli, non soltanto di vivere bene, ma anche di comportarci bene davanti agli uomini. Non tendiamo solo ad avere una retta coscienza, ma per quanto lo comporta la nostra debolezza e lo consente la fragilità umana, sia anche nostro fermo impegno a non compiere nulla che possa destare un cattivo sospetto nel fratello debole. Mentre mangiamo buone erbe e beviamo acque limpide, non calpestiamo i pascoli di Dio, perché le pecore inferme non abbiano a mangiare ciò che è calpestato, e bere ciò che è stato intorbidato.

Responsorio   Fil 2, 2. 3-4; 1 Ts 5, 14. 15
R. Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con gli stessi sentimenti. Ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso, * senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri.
V. Sostenete i deboli, siate pazienti con tutti, cercate sempre il bene tra voi e con tutti,
R. senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri.

LODI

Lettura Breve Rm 13, 11b.12-13a
11b. E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. 12. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.13a. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

GIOVEDÌ 3 LUGLIO 2008

SAN TOMMASO, APOSTOLO

(sec. I)   Festa

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Ef 2, 19-22
19. Fratelli, voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20. edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22. in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito. 

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 1-16

1. Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, 4. perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5. Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. 6. Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. 7. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? 8. Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 9. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. 10. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, 12. ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13. calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. 14. Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. 16. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

Seconda Lettura

più di un riferimento

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 26, 7-9; PL 76, 1201-1202)

«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità. Che cosa, fratelli, intravedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto? No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione. Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere. Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

LODI

Lettura Breve Ef 2, 19-22
19. Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20. edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22. in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 11-13
11. Cristo ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, 12. per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, 13. finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.

VENERDÌ 4 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Sant’Agostino, come sempre,

Seconda Lettura
Dal libro «Sulla predestinazione dei santi» di sant’Agostino, vescovo
(Cap. 15, 30-31; PL 44, 981-983)

Gesù Cristo nato dalla stirpe di Davide secondo la carne
Fulgidissima luce di predestinazione e di grazia è lo stesso Salvatore, «il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5). Con quali suoi meriti antecedenti di opere e di fede la natura umana presente in lui ha fatto sì che raggiungesse tale grado? Mi venga data una risposta, per favore. Quell’uomo assunto dal Verbo coeterno al Padre nell’unità della persona, come ha meritato di essere il Figlio unigenito di Dio? Quale sua opera buona qualsiasi precedette? Che cosa ha compiuto prima, che cosa ha creduto, che cosa ha chiesto, per arrivare a questa ineffabile grandezza? Forse che il Verbo, creando e assumendo l’uomo, dal momento in cui cominciò ad esistere, quell’uomo stesso non cominciò ad essere l’unico Figlio di Dio? Sia per noi ben chiaro che è nel nostro capo, Cristo, che si trova la sorgente della grazia, da cui essa si diffonde per tutte le sue membra, secondo la capacità di ciascuno. Per mezzo di quella grazia ogni uomo diviene cristiano all’inizio della fede, e fu pure per quella grazia, che quell’uomo, fin dall’inizio, è diventato Cristo. Questo è rinato dallo stesso Spirito, dal quale è nato quell’altro. Colui che opera in noi la remissione dei peccati è quel medesimo Spirito che preservò quell’altro da ogni peccato. Certamente Dio seppe in precedenza ciò che avrebbe compiuto.  Quindi la predestinazione dei santi è quella che ebbe il suo massimo splendore nel Santo dei santi. Chi interpreta giustamente le parole della verità, come può negare questa dottrina? Infatti noi sappiamo che lo stesso Signore della gloria, in quanto il Figlio di Dio si è fatto uomo, fu predestinato. Gesù dunque è stato predestinato. Egli che doveva diventare figlio di Davide secondo la carne, è stato predestinato ad essere, nella potenza, Figlio di Dio secondo lo Spirito di santità. Ecco perché è nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. E questa è stata appunto l’impresa singolare dell’uomo, impresa compiuta ineffabilmente dal Dio Verbo, in modo che fosse davvero e propriamente chiamato al tempo stesso Figlio di Dio e Figlio dell’uomo: figlio dell’uomo per la natura umana assunta, Figlio di Dio perché chi l’assumeva era il Dio Unigenito; perché non si credesse ad una quaternità invece che alla Trinità. Questa sublimazione così grande, eccelsa e somma della natura umana fu predestinata in modo che non potesse essere più alta. Così, d’altra parte, la divinità non poté abbassarsi di più per noi, che con l’assumere la natura umana insieme alla debolezza della carne fino alla morte di croce. Quindi come egli solo fu predestinato ad essere nostro capo, così siamo stati predestinati in molti ad essere sue membra. Perciò tacciano qui i meriti che sono andati perduti per colpa di Adamo, e regni la grazia di Dio che domina per opera di Gesù Cristo nostro Signore, unico Figlio di Dio, unico Signore. Chiunque avrà scoperto che la generazione singolare del nostro capo è dovuta ai suoi meriti precedenti, cerchi pure di scoprire in noi sue membra i precedenti meriti dello stesso capo, ai quali è dovuta la rigenerazione moltiplicata.

Responsorio   
Cfr. Gal 4, 4-5; Ef 2, 4; Rm 8, 3
R. Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, * per riscattare coloro che erano sotto la legge.
V. Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato,
R. per riscattare coloro che erano sotto la legge.

LODI

Lettura Breve Ef 4, 29-32
29. Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. 30. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione.  31. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. 32. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.

VESPRI

Lettura breve Rm 15, 1-3
1. Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. 2. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. 3. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me (Sal 68, 10).

SABATO 5 LUGLIO 2008

Sant’Antonio Maria Zaccaria (memoria facoltativa -fondatori dei Barnabiti)

2 lettura della memoria facoltativa

DAGLI SCRITTI…
Dal «Discorso ai confratelli» di sant’Antonio Maria Zaccaria, sacerdote
Il discepolo di Paolo apostolo

«Noi stolti a causa di Cristo» (1 Cor 4, 10): così diceva di sé, degli apostoli e di coloro che professano la fede apostolica la nostra beata guida e santissimo protettore. Ma non dobbiamo meravigliarci o temere, carissimi fratelli, perché «un discepolo, non é da più del maestro, né un servo da più del suo padrone» (Mt 10, 24). Coloro che ci avversano, mentre fanno male a se stessi, perché provocano contro di sé lo sdegno di Dio, fanno però del bene a noi, perché ci accrescono la corona della gloria eterna. Dobbiamo quindi compiangerli e amarli, piuttosto che disprezzarli e odiarli. Anzi, dobbiamo pregare per loro e non lasciarvi vincere dal male, ma vincere il male con il bene e ammassare sopra il loro capo atti di pietà, come carboni ardenti (Rm 12, 20) di carità – come ci ammonisce il nostro Apostolo – in modo che essi vedano la nostra pazienza e mitezza, ritornino ad una via migliore e si accendano di amore per Dio.
Quanto a noi, Dio nella sua misericordia ci ha tolti dal mondo, sebbene indegni, perché lo serviamo salendo di virtù in virtù e portiamo un grande frutto di carità mediante la pazienza, gloriandoci non solo nella speranza della gloria dei figli di Dio, ma anche nelle tribolazioni. Considerate la vostra chiamata (cfr. 1 Cor 1, 26), carissimi fratelli. Se volessimo esaminarla bene, vedremmo facilmente ciò che esige da noi, e come abbiamo incominciato a seguire, benché da lontano, i passi dei santi apostoli e degli altri discepoli di Cristo, così non rifiuteremo di partecipare ai loro patimenti. «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12, 1). Quindi noi che abbiamo scelto per padre e giuda un apostolo così grande, e ci siamo impegnati a seguirlo, sforziamoci di mettere in pratica la sua dottrina e i suoi esempi. Non sarebbe conveniente infatti che sotto un tale capo vi siano soldati vili o disertori, né che siano indegni i figli di un così grande padre.

Vespro ecumenico a San Paolo triduo in preparazione dell’Anno Paolino

dal sito della radio vaticana:

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=21486727/06/2008

Iniziato con la celebrazione del « Vespro ecumenico » il Triduo di preparazione all’apertura dell’Anno Paolino. La figura dell’Apostolo nel pensiero di p. Cesare Atuire

Il Triduo di preghiere nella Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, che sarà concluso dalla solenne apertura che Benedetto XVI farà sabato prossimo dell’Anno Paolino, ha avuto inizio ieri pomeriggio con la celebrazione di un “Vespro ecumenico”. Presieduto dall’Abate benedettino, padre Edmund Power, il rito ha riunito dinanzi al Sepolcro dell’Apostolo autorità ecclesiali e fedeli cattolici, ortodossi e protestanti. Ce ne parla Alessandro De Carolis:

Nel rivolgere ai presenti un caloroso saluto, il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha detto: “Quest’ Anno Paolino è un invito e una sfida a leggere e a meditare di nuovo le Lettere dell’Apostolo, ad approfondire la nostra conoscenza e il nostro amore per Cristo, a diventare come Paolo coraggiosi testimoni di Cristo, a diventare una fiaccola che dà luce e orientamento al mondo e un legame di unità fra i cristiani divisi, affinché siano segno e strumento di pace nel mondo e diventino una sola cosa perché il mondo creda. In questo senso, vi auguro un benedetto Anno Paolino che deve essere anche un anno ecumenico”. In precedenza, dopo aver ricordato che domenica scorsa aveva avuto la gioia di inaugurare l’Anno Paolino a Tarso – città dove San Paolo è nato duemila anni fa – il cardinale Kasper ha affermato: “Paolo era di casa nel mondo ebraico e greco, ha fatto il passo dall’Oriente all’Occidente, da Gerusalemme a Roma e come testimone di Cristo è il testimone dell’universalità di Cristo che trascende le culture e costituisce, fino ad oggi, un legame che unisce tutte le Chiese e tutta la cristianità. Lui è l’apostolo dell’unità di tutti i battezzati. Di più, fervido ebreo, Paolo ha dato testimonianza che ebrei e cristiani fanno parte dell’una ed unica alleanza di Dio e sono l’uno ed unico popolo di Dio. Lui è maestro dell’abbondante grazia di Dio per tutti gli uomini e intanto testimone dell’uguale dignità di ogni persona”.


Riflessioni condivise, nell’Omelia dei Vespri, dal metropolita Gennadios, arcivescovo ortodosso d’Italia e Malta, Esarca per l’Europa meridionale del Patriarcato ecumenico, che ha esaltato San Paolo come “predicatore della verità, angelo dell’amore, difensore dell’unità dei cristiani e fondatore del monachesimo” e ricordato che “ci ha lasciato lo spirito di amore, di libertà e di ecumenicità perché Cristo si formi in noi”. In particolare, ha parlato di “una visione ecumenica che abbia San Paolo come base e fondamento”, perché “la Chiesa non si fermi su discussioni accademiche ma giunga a sostanziali risultati”.


I Vespri sono stati animati dai Monaci benedettini dell’Abbazia, dalle comunità greco ortodossa, metodista valdese, episcopaliana, e da quella cattolica di San’Egidio. Antifone, salmi, intercessioni sono stati cantati in latino, greco, italiano. Un canto in onore dei Santi Pietro e Paolo è stato eseguito secondo la tradizione ortodossa eritrea in lingua giiz. Dopo la recita del “Padre Nostro”, il padre abate e i rappresentanti delle altre comunità cristiane, fra i quali il vescovo ortodosso bulgaro Tichon, si sono recati in processione dinanzi alla Tomba di San Paolo per la Confessio Paulina: ognuno di ha letto l’ »Inno alla Carità », il celebre brano paolino della prima Lettera ai Corinzi.

La Basilica di S. Paolo Fuori le Mura ma anche gli altri luoghi della presenza dell’Apostolo a Roma – come l’Abbazia delle Tre Fontane, che sorge sul luogo del martirio di San Paolo – si preparano ad accogliere le folle di pellegrini attese per questo anno giubilare. Al microfono di Luca Collodi, l’amministratore delegato dell’Opera romana pellegrinaggi, padre Cesare Atuire, si sofferma sui tratti salienti della complessa figura dell’Apostolo delle genti:

R. – Paolo è un entusiasta della fede. E’ una persona che, come noi, non ha conosciuto Gesù quando viveva sulla terra. Paolo ha incontrato il Risorto e sopratutto ha fatto un’esperienza molto particolare. Ha cominciato a perseguitare i cristiani e Gesù gli ha detto: « Perchè mi perseguiti? ». Vuol dire che la presenza di Gesù continua nei cristiani e, pertanto, Paolo dopo questa esperienza ha sentito una forza liberatrice ed è diventato un grande comunicatore di questa esperienza credo soprattutto in Occidente, dove abbiamo bisogno di riscoprire l’entusiasmo e la giovinezza della fede.


D. – Periodicamente, si torna a parlare della questione che Paolo sia il secondo « fondatore » del cristianesimo. Cosa ne pensa lei, padre Cesare?


R. – Paolo è stato il grande missionario della fede, perchè uno che ha macinato più di 14 mila chilometri in quel tempo è stato certamente una persona grande. Che Paolo sia stato il fondatore del cristianesimo non regge, perchè Paolo stesso nella Lettera ai Corinzi insiste quando parla delle esperienze dell’Eucarestia dicendo: « Io vi trasmetto quello che a mia volta ho ricevuto ». Non c’è poi evidenza che Paolo abbia creato una gerarchia. Per introdurre delle novità all’interno della fede – nella vicenda dei « gentili », i pagani convertiti – Paolo si è rivolto agli altri Apostoli per chiedere consiglio e ciò vuol dire che Paolo guardava al collegio apostolico per prendere le sue decisioni.


D. – Secondo lei, il pensiero di Paolo era già definito nella sua prima Lettera, che è abbastanza recente dopo la conversione?


R. – C’è un pensiero definito, ma anche in Paolo si coglie una evoluzione. Se uno prende le sue ultime Lettere, vede un Paolo molto più maturo, anche meno aggressivo nelle espressioni, vede uno che elabora molto. C’è da dire che l’esperienza di base di Paolo è la Risurrezione. Paolo prende da dove i Vangeli si sono fermati. Loro hanno raccontato dall’inizio della missione di Gesù fino alla morte e alla Risurrezione. Paolo prende la vita di Gesù ma soprattutto riflette attorno alla Risurrezione, e sulla Chiesa che nasce grazie alla Risurrezione e alla venuta dello Spirito Santo.

LITANIA A SAN PAOLO

LITANIA A SAN PAOLO 

sul sito altre preghiere : 

http://www.paoline.it/download/preghiere_san-paolo_alberione_paoline08.pdf

w w w . p a o l i n e . i t 

Preghiere a san Paolo 

Beatissimo Paolo, prega per noi 

Tu, che hai conseguito la misericordia di Dio, prega per noi 

Tu, in cui si è rivelato il Figlio di Dio, prega per noi 

Tu, che fosti vaso di elezione per Cristo, prega per noi 

Tu, che sei stato posto quale predicatore, 

apostolo e dottore delle genti nella verità, prega per noi 

Tu, il cui apostolato fu confermato 

da prodigi portenti, prega per noi 

Tu, che fosti fedelissimo ministro della Chiesa, prega per noi 

Tu, che hai dato ai popoli 

il Vangelo di Cristo la tua vita, prega per noi 

Tu, che portavi i cristiani 

nel tuo cuore nelle tue catene, prega per noi 

Tu, che fosti crocifisso con Cristo, prega per noi 

Tu, in cui viveva e operava Cristo, prega per noi 

Tu, che non potevi venir separato 

dalla carità di Cristo, prega per noi 

Tu, che hai sopportato prigionia e travagli, prega per noi 

Tu, che hai sofferto ferite e pericoli, prega per noi 

Tu che, vivente ancora, 

fosti rapito fino al Paradiso, prega per noi 

Tu, che hai glorificato il tuo ministero, prega per noi 

Tu che, consumata la tua missione, 

aspettasti la corona di gloria prega per noi 

Agnello di Dio, 

che hai convertito Paolo persecutore, usaci misericordia 

Agnello di Dio, 

che hai coronato Paolo apostolo, ascoltaci 

Agnello di Dio, 

che hai glorificato Paolo martire, abbi pietà di noi 

V. Tu sei strumento eletto, o san Paolo apostolo. 

R. Predicatore della verità nel mondo intero. 

Preghiamo – Signore, nostro Dio, che hai scelto l’apostolo Paolo per 

diffondere il tuo Vangelo, fa’ che ogni uomo sia illuminato dalla fede che 

egli annunziò davanti ai re e alle nazioni, e la tua Chiesa si manifesti 

sempre come madre e maestra dei popoli. 

Per Cristo nostro Signore. Amen. 

che conosci 

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