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UNA FIGURA ENORME EMERGE DAL CAOS DELL’ERRORE

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UNA FIGURA ENORME EMERGE DAL CAOS DELL’ERRORE

14 gennaio 2010

Nel pomeriggio del 13 gennaio, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, è stato presentato il volume Codex Pauli (Roma, Abbazia di San Paolo fuori le Mura – Paulus, 2009, pagine 424). L’opera è stata concepita sullo stile degli antichi codici monastici ed è arricchita da fregi, miniature e illustrazioni provenienti dai manoscritti dell’abbazia di San Paolo fuori le Mura. Il Codex contiene — oltre a una serie di approfondimenti spirituali, storici e artistici — l’intero corpus Paulinum , gli Atti degli apostoli e la Lettera agli Ebrei (con il testo italiano e greco) e anche una selezione di apocrifi riguardanti Paolo. Dal codice pubblichiamo stralci della presentazione del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e di uno scritto dell’abate di San Paolo fuori le Mura. Uno studioso tedesco dell’Ottocento, Adolf Deissmann, aveva definito Paolo «un cosmopolita». Effettivamente egli era figlio di tre culture che già apparivano nella sua ideale «carta d’identità». Il suo nome originario era ebraico, lo stesso del primo re d’Israele, Saul. «Sono un ebreo di Tarso di Cilicia», dichiara al tribunale romano che gli chiede le generalità al momento dell’arresto a Gerusalemme (Atti degli apostoli , 21, 39). In polemica con i suoi detrattori ebrei di Corinto, rivendica le sue radici: «Sono essi ebrei? Anch’io lo sono. Sono israeliti? Anch’io. Sono stirpe di Abramo? Anch’io» ( 2 Corinzi , 11, 22). Agli amati cristiani macedoni di Filippi ribadisce vigorosamente di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo secondo la legge» (3, 5). In crescendo ai Romani scrive: «Vorrei essere io stesso maledetto, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e a loro appartengono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi. Da essi proviene Cristo secondo la carne» (9, 3-5). E ai Galati rivela persino una punta di integralismo nazionalistico: «Essi sono per natura ebrei e non peccatori come le genti» (2, 15). Formatosi a Gerusalemme «alla scuola di Gamaliel, nelle più rigide norme della legge dei padri» ( Atti degli apostoli , 22, 3), educato secondo la prassi giudaica anche al lavoro manuale, quello dello skenopoiòs , «fabbricatore di tende» (forse tessitore di peli di capra per stoffe ruvide, dette appunto cilicium dalla regione d’origine, la Cilicia, che era la stessa di Paolo), Saulo era però un giudeo della Diaspora, nato a Tarso, «non oscura città della Cilicia», come egli la definisce con civetteria ( Atti degli apostoli , 21, 39). Posta sul fiume Cidno, la città, ora compresa nella Turchia meridionale, era sede di una vivace scuola filosofica stoica, che qualche traccia lasciò nel pensiero dell’apostolo, e godeva del diritto di cittadinanza romana, riconosciutole da Marco Antonio e Augusto. Paolo userà con orgoglio questa dignità di cittadino dell’impero, non solo appellandosi — come è noto — al tribunale supremo romano ( Atti degli apostoli , 22, 28), ma anche presentandosi in tutte le sue lettere con il suo secondo nome schiettamente latino, Paolo. La tradizione posteriore, nel iv secolo, non esiterà a creare un epistolario apocrifo tra l’apostolo e Seneca, ove incontriamo battute di questo genere. Seneca a Paolo: «Se il nome di un uomo così grande e prediletto da Dio sarà tutt’uno col mio, questo non potrà che essere quanto di meglio per il tuo Seneca». Paolo a Seneca: «Durante le tue riflessioni ti sono state rivelate verità che a pochi la divinità ha concesso il privilegio di conoscere. (…) Io semino, allora, in un campo già fertile un seme imperituro, l’immutabile parola di Dio». Ma Paolo non è solo romano; la sua cultura e la sua attività si muoveranno sempre nell’atmosfera ellenistica. Egli usa il greco in modo creativo, forgiandolo con grande libertà come fosse un ferro incandescente: conosce le risorse retoriche di quella lingua, la rielabora con inventiva attribuendo accezioni inedite a vocaboli come sarx («carne»), pneuma («spirito»), hamartìa , («peccato»), dikaiosyne («giustizia»), soterìa («salvezza»), eleutherìa («libertà»), agàpe («amore»). La storia di Paolo si consuma, dunque, in un crocevia di culture e le sue tre identità di ebreo, di romano e di greco sono indispensabili per comprenderne l’opera e la vicenda personale, che si svolge in tutto il bacino del Mediterraneo, aprendosi anche al sogno di raggiungere l’estremo capo occidentale, la Spagna ( Romani , 15, 22-24). Ma, al di là di questa biografia culturale, la figura di Paolo è decisiva per la storia della Chiesa a livello teologico. Due sono le prospettive aperte dalla sua azione, prospettive decisive per la cristianità. La prima è di ordine pastorale. Paolo lancia il messaggio di Cristo a orizzonti esterni al terreno di partenza, quello ebraico, divenendo in tal modo l’Apostolo delle genti per eccellenza. Egli è fermamente convinto che «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più maschio né femmina: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» ( Galati , 3, 28). È una scelta che comporta tensioni all’interno della cristianità delle origini, come è attestato dal «concilio» di Gerusalemme ( Atti degli apostoli , 15) e dalla polemica Cefa-Pietro, evocata dallo stesso Paolo scrivendo ai Galati (capitolo 2). Ma la sua convinzione è irremovibile e sarà attestata da tutto il suo ministero apostolico: «Colui che mi scelse fin dal grembo di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» ( Galati , 1, 15-16). Naturalmente, questa apertura implica un’elaborazione dello stesso linguaggio e anche un ulteriore approfondimento del messaggio di Cristo. Si apre, così, una seconda prospettiva altrettanto fondamentale, quella strettamente teologica. Paolo offre un suo disegno ideale che è costruito attraverso le sue varie lettere e che ha il suo cuore in Cristo e uno dei suoi nodi principali nella cosiddetta «giustificazione per la fede e per grazia». Essa è formulata per ben tre volte in modo essenziale in un solo versetto della lettera ai Galati: «Riconosciamo che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo. Abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge. Dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno» (2, 16). Su questa tesi si svilupperà non solo la Lettera ai Galati , ma anche il capolavoro teologico dell’apostolo, la Lettera ai Romani : ma naturalmente i 432 versetti di quest’ultima spaziano verso altre linee e ambiti di pensiero che rendono la teologia di Paolo una stella polare nella riflessione secolare della Chiesa, talora anche come «segno di contraddizione»: pensiamo solo alla Riforma protestante e al dibattito sempre vivo e fecondo sul pensiero paolino, un pensiero molto articolato anche sui temi ecclesiali e morali. Aveva ragione il poeta Mario Luzi quando scriveva: «Paolo è un’enorme figura che emerge dal caos dell’errore e dell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza». E la speranza per l’apostolo non si poteva fondare che su «Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» ( 1 Corinzi , 1, 24). Sì, Paolo, «servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione», come egli stesso si autodefinisce nell’avvio della Lettera ai Romani , è un’enorme figura epocale, accolta non sempre in modo pacifico e corretto. Già nella sua Seconda Lettera, san Pietro osservava che «nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo vi sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina» (3, 16). Un noto teologo ed esegeta tedesco dell’Ottocento, Wilhelm Wrede, in una sua opera intitolata semplicemente Paulus (1904), coniava per l’apostolo la definizione di «secondo fondatore del cristianesimo», definizione ambigua perché potrebbe introdurre l’idea di una trasformazione del messaggio di Gesù tale da supporre un altro progetto religioso. È stato in questa linea che il filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche aveva bollato Paolo come «disangelista», cioè annunziatore di una cattiva novella, al contrario degli «evangelisti», mentre Antonio Gramsci sbrigativamente lo classificava come «il Lenin del cristianesimo», ossia un teorico freddo e incline a costruire un sistema, e nell’Ottocento il famoso studioso Ernest Renan non esitava a definire gli scritti paolini come «un pericolo e uno scoglio, la causa dei principali difetti della teologia cristiana». In realtà san Paolo rimane decisivo per gettare una luce piena su Cristo stesso, da lui tanto amato e còlto nella sua fisionomia autentica e profonda di Signore della storia, di Salvatore supremo, di Figlio di Dio, di Risorto presente e operante nella sua Chiesa. È, quindi, importante conservare questo monumentale e prezioso Codex Pauli nella propria casa, come una sorta di vessillo della fede cristiana e come una costante testimonianza di una Parola che permane oltre le parole spesso vane e caduche delle altre carte che registrano la vita e la cronaca quotidiana

SATANA E L’ARMATURA DI DIO!

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SATANA E L’ARMATURA DI DIO!

Tanti figli della Chiesa sono caduti sotto il fascino del demonio. Non bisogna perciò vergognarsi di indossare l’armatura di Dio che è sempre impenetrabile

Roma, 09 Marzo 2013 (Zenit.org) Egidio Chiarella

L’insidia principale per un uomo è la tentazione. I margini di difesa sono molto deboli, se pensiamo che il cammino dell’uomo si è arricchito di mille ostacoli. La vita cristiana, scrive il teologo ed esorcista, Mons. Costantino Di Bruno, è lotta, guerra infinita, continua battaglia con il principe del male. Satana non risparmia la Vergine Maria e neanche la Chiesa. Si interessa, per di più, ad ogni uomo che vive sulla terra.
Le tentazioni seguono con perfetta sintonia l’evoluzione sociale. Sono sofisticate, aggiornate, scientifiche, supermoderne. Non c’è da sorprendersi se il diavolo desideri trascinare, senza eccezione alcuna, più di un terzo di anime nell’inferno. Mons. Costantino ricorda che Lucifero non risparmiò neppure gli angeli beati nel cielo e trasformò proprio un terzo di essi in diavoli; oppositori della verità; creature con volontà contraria a quella di Dio; perenni nemici dell’uomo. La stessa fine, Satana, la vuole per l’umanità!
San Paolo, parlando oggi a noi, invita gli Efesini ad indossare l’armatura di Dio. L’apostolo folgorato sulla via di Damasco, esperto conoscitore delle macchinazioni demoniache, sa che l’uomo, in ogni istante e in qualsiasi luogo, è preda di Satana. Lo è nei pensieri, nei desideri, nelle immaginazioni, nelle opere, nelle omissioni.
La difesa è necessaria. La Chiesa, a mio avviso, dovrebbe fare più catechesi mirata. Il silenzio amplifica l’opera di “tanti venditori di fumo”, che alimentano un mercato impressionante, con la promessa di abbattere il demonio, in tutte le sue forme. Il danno, per il malcapitato, non è solo economico, ma soprattutto psicologico e morale. Altra rovina per l’uomo nasce dalla sua incapacità di misurarsi con questa verità biblica. Essere figli del progresso scientifico, civile e culturale, non significa abolire la propria dimensione sovrumana.
Non bisogna perciò disdegnare la verità del vangelo, per paura di essere “fuori dal tempo”. Il problema sta nella serietà e nel rigore etico con cui si manifesta l’approccio a tale sembianza del creato. San Paolo ci insegna che solo Dio ci può difendere.  La preghiera costante in Lui, diventa così lo strumento più potente per demolire il male che ci insidia. Nel libro dell’Apocalisse emerge comunque la nostra debolezza in questa lotta giornaliera. Se Satana, infatti, osa persino strappare il figlio alla “donna partoriente”, vestita di sole e con in testa dodici stelle, protetta dal cielo, significa che l’uomo rimane sempre in pericolo. Questa realtà solenne deve farci riflettere.
Il comportamento amorale e dilagante dei nostri giorni, attesta che Satana continua a vincere le sue battaglie nei confronti dell’umanità. Il vero cristiano ha sbiadito il valore della legge del bene e del male, secondo Dio. Tutto si giustifica e si approva, nel nome di una filosofia di vita, imbevuta di principi passeggeri e priva di fondamenta solide. Una verità fai da te, sempre pronta a nascondere il male esercitato. Tutto è buono. Tutto è giusto. Tutto si presenta lecito. Tutto fattibile, operabile, vivibile.
L’azione vincente del diavolo è terribilmente palese! Dove sono i dieci comandamenti? Le beatitudini cosa rappresentano? Questo degrado che spazi riserva al Vangelo? La Parola di Dio, unica verità capace di fermare il male, è superata da teorie affascinanti e divinità personali. Compaiono nuovi vitelli d’oro! Satana non fa perciò sconti a nessuno.
Tanti eccellenti figli della stessa Chiesa sono caduti sotto il fascino del demonio e altri precipiteranno ancora. È cruda la realtà! Siano i giovani pronti a liberarsi dal Drago del male. Sono forse i più tentati e i più indifesi.  Dimostrano, però, di essere anche i più liberi nel cuore e nella mente, capaci, se ben guidati, di osare per il bene. L’armatura di Dio, farà il resto! Nessuno deve vergognarsi ad indossarla. Non è mai fuori moda! È sempre impenetrabile. I giovani possono farcela e illuminare il mondo.
* Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, collabora con il Ministero dell’Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo La nuova primavera dei giovani.

di Sandro Magister: La passione di papa Benedetto. Sei accuse, una domanda

posto questo articolo di Sandro Magister su tutti e tre i miei blog, ossia anche quello italiano e quello fancese, dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it:80/articolo/1342796

La passione di papa Benedetto. Sei accuse, una domanda

La pedofilia è solo l’ultima delle armi puntate contro Joseph Ratzinger. E ogni volta egli è attaccato dove più esercita il suo ruolo di guida. Uno ad uno, i punti critici di questo pontificato

di Sandro Magister

ROMA, 7 aprile 2010 – L’attacco che colpisce papa Joseph Ratzinger con l’arma dello scandalo dato da preti della sua Chiesa è una costante di questo pontificato.

È una costante perché ogni volta, su un terreno diverso, è colpito in Benedetto XVI proprio l’uomo che ha operato e opera, su quello stesso terreno, con più lungimiranza, con più risolutezza e con più frutto.

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La tempesta seguita alla sua lezione di Ratisbona del 12 settembre 2006 è stata la prima della serie. Si accusò Benedetto XVI di essere un nemico dell’islam e un fautore incendiario dello scontro tra le civiltà. Proprio lui che con una lucidità e un coraggio unici aveva svelato dove affonda la radice ultima della violenza, in un’idea di Dio mutilata dalla razionalità, e quindi aveva detto anche come vincerla.

Le aggressioni e persino le uccisioni che seguirono alle sue parole ne confermarono dolorosamente la giustezza. Ma che egli avesse colto nel segno è stato confermato soprattutto dai passi di dialogo tra la Chiesa cattolica e l’islam che si sono registrati in seguito – non contro ma grazie alla lezione di Ratisbona – e di cui la lettera al papa dei 138 saggi musulmani e la visita alla Moschea Blu di Istanbul sono stati i segni più evidenti e promettenti.

Con Benedetto XVI, il dialogo tra il cristianesimo e l’islam, come pure con le altre religioni, procede oggi con una più nitida consapevolezza su ciò che distingue, in forza della fede, e su ciò che può unire, la legge naturale scritta da Dio nel cuore di ogni uomo.

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Una seconda ondata di accuse contro papa Benedetto lo dipinge come un nemico della ragione moderna e in particolare della sua suprema espressione, la scienza. L’acme di questa campagna ostile fu toccato nel gennaio del 2008, quando dei professori costrinsero il papa a cancellare una visita nella principale università della sua diocesi, l’Università di Roma « La Sapienza ».

Eppure – come già a Ratisbona e poi a Parigi al Collège des Bernardins il 12 settembre 2008 – il discorso che il papa intendeva rivolgere all’Università di Roma era una formidabile difesa del nesso indissolubile tra fede e ragione, tra verità e libertà: « Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità ».

Il paradosso è che Benedetto XVI è un grande « illuminista » in un’epoca in cui la verità ha così pochi estimatori e il dubbio la fa da padrone, fino a volergli togliere la parola.

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Una terza accusa scagliata sistematicamente contro Benedetto XVI è di essere un tradizionalista ripiegato sul passato, nemico delle novità portate dal Concilio Vaticano II.

Il suo discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull’interpretazione del Concilio e poi, nel 2007, la liberalizzazione del rito antico della messa sarebbero le prove nelle mani dei suoi accusatori.

In realtà, la Tradizione alla quale Benedetto XVI è fedele è quella della grande storia della Chiesa, dalle origini a oggi, che non ha nulla a che vedere con un formalistico attaccamento al passato. Nel citato discorso alla curia, per esemplificare la « riforma nella continuità » rappresentata dal Vaticano II, il papa ha richiamato la questione della libertà di religione. Per affermarla in modo pieno – ha spiegato – il Concilio ha dovuto riandare alle origini della Chiesa, ai primi martiri, a quel « patrimonio profondo » della Tradizione cristiana che nei secoli più recenti era andato smarrito, ed è stato ritrovato anche grazie alla critica della ragione illuminista.

Quanto alla liturgia, se c’è un autentico continuatore del grande movimento liturgico che è fiorito nella Chiesa tra Ottocento e Novecento, da Prosper Guéranger a Romano Guardini, questi è proprio Ratzinger.

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Un quarto terreno d’attacco è contiguo al precedente. Si accusa Benedetto XVI di aver affossato l’ecumenismo, di anteporre l’abbraccio con i lefebvriani al dialogo con le altre confessioni cristiane.

Ma i fatti dicono l’opposto. Da quando Ratzinger è papa, il cammino di riconciliazione con le Chiese d’Oriente ha fatto straordinari passi avanti. Sia con le Chiese bizantine che fanno capo al patriarcato ecumenico di Costantinopoli, sia – ed è la novità più sorprendente – con il patriarcato di Mosca.

E se ciò è avvenuto, è proprio per la ravvivata fedeltà alla grande Tradizione – a cominciare da quella del primo millennio – che è un distintivo di questo papa, oltre che l’anima delle Chiese d’Oriente.

Sul versante dell’Occidente, è ancora l’amore della Tradizione ciò che spinge persone e gruppi della Comunione Anglicana a chiedere di entrare nella Chiesa di Roma.

Mentre con i lefebvriani ciò che ostacola un loro reintegro è proprio il loro essere attaccati a forme passate di Chiesa e di dottrina erroneamente identificate con la Tradizione perenne. La revoca della scomunica ai loro quattro vescovi, nel gennaio del 2009, nulla ha tolto allo stato di scisma in cui essi permangono, così come nel 1964 la revoca delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli non ha sanato lo scisma tra Oriente e Occidente ma ha reso possibile un dialogo finalizzato all’unità.

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Tra i quattro vescovi lefebvriani ai quali Benedetto XVI ha revocato la scomunica c’era l’inglese Richard Williamson, antisemita e negatore della Shoah. Nel rito antico liberalizzato c’è una preghiera affinché gli ebrei « riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini ».

Questi e altri fatti hanno contribuito ad alimentare una ricorrente protesta del mondo ebraico contro l’attuale papa, con punte notevoli di asprezza. Ed è un quinto terreno d’accusa.

L’ultima arma di questa protesta è stato un passaggio del sermone tenuto nella basilica di San Pietro, il Venerdì Santo alla presenza del papa, dal predicatore della casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa. Il passaggio incriminato era una citazione di una lettera scritta da un ebreo, ma nonostante ciò la polemica si è appuntata esclusivamente contro il papa.

Eppure, nulla è più contraddittorio che accusare Benedetto XVI d’inimicizia con gli ebrei.

Perché nessun altro papa, prima di lui, si è spinto tanto avanti nel definire una visione positiva del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, ferma restando la divisione capitale sul riconoscimento o no di Gesù come Figlio di Dio. Nel primo tomo del suo « Gesù di Nazaret » pubblicato nel 2007 – e vicino ad essere completato dal secondo tomo – Benedetto XVI ha scritto in proposito pagine luminose, in dialogo con un rabbino americano vivente.

E numerosi ebrei vedono effettivamente in Ratzinger un amico. Ma sui media internazionali è altra cosa. Lì è quasi soltanto il « fuoco amico » che tambureggia. Di ebrei che colpiscono il papa che più li capisce e li ama.

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Infine, un sesto capo d’accusa – attualissimo – contro Ratzinger è d’aver « coperto » lo scandalo dei preti che hanno abusato sessualmente di bambini.

Anche qui, l’accusa investe proprio l’uomo che ha fatto più di tutti, nella gerarchia della Chiesa, per sanare questo scandalo.

Con effetti positivi che qua e là già si misurano. In particolare negli Stati Uniti, dove l’incidenza del fenomeno tra il clero cattolico è nettamente diminuita negli ultimi anni.

Là dove invece, come in Irlanda, la piaga è tuttora aperta, è stato sempre Benedetto XVI a imporre alla Chiesa di quel paese di mettersi in stato penitenziale, lungo un severo cammino di rigenerazione da lui tracciato in una lettera pastorale dello scorso 19 marzo, che non ha precedenti.

Sta di fatto che la campagna internazionale contro la pedofilia ha oggi un solo vero bersaglio, il papa. I casi ripescati dal passato sono ogni volta quelli che si calcola di ritorcere contro di lui, sia quand’era arcivescovo di Monaco, sia quand’era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, con in più l’appendice di Ratisbona per gli anni il cui il fratello del papa, Georg, dirigeva il coro di bambini della cattedrale.

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I sei capi d’accusa contro Benedetto XVI, fin qui richiamati, aprono una domanda.

Perché questo papa è così sotto attacco, da fuori la Chiesa ma anche da dentro, nonostante la sua lampante innocenza rispetto alle accuse?

Un principio di risposta è che papa Benedetto è sistematicamente attaccato proprio per ciò che fa, per ciò che dice, per ciò che è.

San Paolo, il cristianesimo e l’Europa moderna

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/105q04d1.html

San Paolo, il cristianesimo e l’Europa moderna

L’insospettabile vantaggio di essere in pochi

Il Centro Culturale di Milano ha ospitato il 6 maggio una conferenza intitolata:  « Dalla terra alle Genti:  san Paolo fondatore del cristianesimo o apostolo di Gesù? ». Ne pubblichiamo un estratto.

di Rainer Riesner
Università di Dortmund (Germania)

Il Nuovo Testamento è caratterizzato dalla presenza di due grandi teologi, Giovanni e Paolo. Il pensiero teologico di Giovanni è meditativo, e ha influenzato profondamente fino a oggi le Chiese orientali. Paolo ha posto al servizio della fede anche un acuto conflitto di natura logica, ispirando lo stesso Agostino, in qualità di uno dei maggiori pensatori dell’antichità cristiana.
Paolo ricevette la propria formazione teologica presso la scuola del famoso rabbino Gamaliele il Vecchio (Atti, 22, 3). Nel i secolo i letterati ebrei prendevano parte apertamente ai dibattiti intellettuali del loro tempo. All’epoca del figlio di Gamaliele si dissertava non solo dell’Antico Testamento ma anche della « saggezza greca » (Talmud babilonese, Sota 49b; Baba Kama 83a).
Paolo, nella sua veste di cristiano, non dimenticò quanto aveva appreso da Gamaliele. Nelle sue lettere, l’apostolo si serviva delle tecniche logiche e retoriche all’epoca riconosciute e comunemente utilizzate.
I grandi teologi corrono sempre il rischio di soccombere al fascino del proprio pensiero o di un sistema di pensiero altrui. Il più grande studioso della Bibbia nell’ambito della chiesa antica, al contempo eminente filosofo, era Origene. Anche egli era soggetto al rischio, e in alcuni punti è effettivamente caduto in questa trappola, di privilegiare il proprio pensiero teologico rispetto alla tradizione della fede generalmente riconosciuta. Anche Paolo è stato spesso dipinto come un pensatore solitario, isolato dal cristianesimo originario, anche se il giudizio a tal proposito non è stato affatto unanime. Per alcuni, egli è il precursore dell’indipendenza del pensiero teologico nei confronti della tradizione ecclesiastica. Secondo l’opinione di altri, con la sua complicata teologia Paolo avrebbe invece deturpato il semplice insegnamento di Gesù, trasformandolo in un cristianesimo dogmatico. Anche oggi Gesù e Paolo vengono spesso contrapposti. Ma Paolo non credette solo a Gesù crocifisso e risorto. L’apostolo sapeva anche molte cose sulla predicazione di Gesù, e le espone in vari punti delle proprie lettere. E ciò lo si nota solo sapendo come gli scribi ebrei solitamente citano i testi sacri. Li conoscono perfettamente a memoria, e spesso è loro sufficiente una sola parola chiave per ricordarli. Quando Paolo parlava di « fede » che « muove le montagne » (1 Corinzi, 13, 2), si riferiva naturalmente alle parole pronunciate da Gesù (Matteo, 17, 20).
Ma per Paolo era anche estremamente importante essere in accordo con la tradizione di fede tramandata dalla comunità originaria di Gerusalemme. Quando alcuni nella comunità di Corinto palesarono pensieri errati in merito alla risurrezione dei morti, l’apostolo ricordò la formula di professione della fede che aveva insegnato loro. Questa formula non era frutto del suo pensiero, bensì della tradizione (1 Corinzi, 15, 1-5).
Risale con molta probabilità alla comunità originaria che si era raccolta intorno all’apostolo Pietro a Gerusalemme (cfr. 1 Corinzi, 15, 5-11). Da quando, sulla via per Damasco, Gesù risorto era apparso a Paolo nella sua magnificenza divina, all’apostolo parve chiaro che non si poteva più parlare di Gesù come di un semplice essere umano (2 Corinzi, 4, 1-6). Ma anche in questo caso, per Paolo era essenziale non propugnare da solo questa sostanziale convinzione cristologica. Nella lettera ai Filippesi citò un brano (Filippesi, 2, 6-11) la cui forma linguistica indica che originariamente era formulato in una lingua semitica. In questo punto si parla chiaramente della divinità di Gesù (Filippesi, 2, 6). Secondo fonti affidabili del patriarca Girolamo, i genitori di Paolo erano originari di Giscala (De viris illustribus, 5), una roccaforte degli zeloti nell’Alta Galilea (Giuseppe Flavio, Bellum Judaicum, ii, 585 e seguenti). Se un fariseo come Paolo e altri devoti ebrei palestinesi riconobbero in Gesù il vero Dio, questo fatto non può essere spiegato con l’antico sincretismo, ma solo con la realtà della risurrezione di Gesù.
Ai cristiani di Corinto, fin troppo affascinati dai doni carismatici, Paolo dovette ricordare il fondamento della tradizione di fede e l’importanza della ragione (1 Corinzi, 14, 19). Ma Paolo non riduce la fede cristiana alla ragione e alla tradizione. Proprio nei confronti dei Corinzi, Paolo lascia intravedere la propria esperienza spirituale, nella quale non mancavano né la preghiera in lingue straniere infusa dallo Spirito Santo (1 Corinzi, 14, 18), né le visioni celestiali (2 Corinzi, 12, 1-4). Paolo ha anche parlato apertamente del suo miracoloso dono apostolico (2 Corinzi, 12, 12). La storia intellettuale europea degli ultimi due secoli è caratterizzata da grandi mutazioni. In alcuni momenti le tradizioni erano prive di valore, mentre in altri rappresentavano tutto. A epoche caratterizzate dal razionalismo hanno fatto seguito epoche dominate da una grande irrazionalità. Il nostro tempo è segnato dal fatto che viviamo tutto contemporaneamente, e anche i cristiani e le Chiese non ne sono immuni. Paolo può insegnarci il giusto equilibrio fra tradizione di fede, pensiero razionale ed esperienza spirituale personale.
Quando Paolo giunse ad Atene si arrabbiò per l’antico sincretismo, dominato da un mondo di idoli imperscrutabili (Atti, 17, 16). Ma non inneggiò all’assalto dei templi pagani e nemmeno invitò a boicottarli. Piuttosto, propugnò la fede nell’unico Dio, rivelatosi in Gesù Cristo, servendosi esclusivamente della forza di convincimento delle parole, nella sinagoga, nelle discussioni con i filosofi e durante l’interrogatorio del consigliere ateniese Areopago (Atti, 17, 17). Si auspicherebbe che i cristiani seguissero sempre questo esempio dell’apostolo, invece di cedere alla tentazione di sostituire il convincimento con la coercizione. È anche evidente l’elevato valore attribuito da Paolo alla coscienza umana, pur se debole e ingannevole (Romani, 14; 1 Corinzi, 8-10).
Del resto, anche prima dell’illuminismo, singoli cristiani avevano fatto proprio l’impulso alla libertà di fede e di coscienza proclamata da Paolo. Nel 1610 il cristiano evangelico Thomas Helwys pubblicò uno scritto che non solo si faceva paladino della tolleranza nei confronti dei protestanti, ma che sostanzialmente richiedeva quanto segue:  « Il re non deve ergersi a giudice fra Dio e l’uomo. Che si tratti di eretici, turchi, ebrei o altro, non spetta al potere temporale comminare seppur minime pene per tale ragione » (A Short Declaration of the Mystery of Iniquity, ristampa 1998). Pensieri di questo genere vennero portati in America dai profughi religiosi, contribuendo a far sì che la Costituzione degli Stati Uniti del 1787, quindi ancora prima della rivoluzione francese, proclamasse la libertà di fede e di coscienza. Uno dei nostri scopi precipui nell’Europa moderna consiste proprio nel difendere entrambi questi ideali, e nel far ciò dovremo tenere presente sempre più che la libertà di fede e di coscienza vale anche per i cristiani.
La nostra epoca presenta delle similitudini con quella dell’apostolo Paolo, nel senso che non è più considerato ovvio essere un cristiano. La fede cristiana viene percepita come una delle tante offerte proposte nel mercato delle religioni. Inoltre, notiamo una sempre maggiore ostilità nei confronti del cristianesimo. La rivendicazione della verità religiosa viene considerata arrogante e molti precetti etici sono ritenuti oppressivi. Tuttavia, il fatto che essere cristiani non sia più scontato, presenta anche dei vantaggi. I cristiani devono nuovamente concentrarsi sulla particolarità e unicità della loro fede. Pertanto, fra i cristiani appartenenti a Chiese molto diverse, che non vogliono semplicemente adeguarsi allo spirito del tempo, cresce la consapevolezza di condividere elementi in comune. Una tale comunanza di intenti, che fortunatamente viene continuamente sottolineata anche da Papa Benedetto, si fonda sulla consapevolezza che l’Europa necessita di una nuova evangelizzazione! L’apostolo Paolo può fungere da esempio in tal senso? Paolo è riuscito a ispirarci con la sua fede e il suo coraggio. La sfida che ha affrontato era estremamente più grande di quella che sta di fronte a noi. Cos’era una manciata di cristiani in confronto al potente impero romano e all’affascinante cultura pagana dell’ellenismo? Dal punto di vista umano, niente! Ma Paolo ha contrapposto a tale punto di vista la propria convinzione:  « Tutto posso in colui che mi dà la forza » (Filippesi, 4, 13). Questa frase non è stata scritta da Paolo in un momento qualsiasi, ma durante la sua prigionia. L’apostolo sperimentò allora la stessa situazione condivisa oggi dai cristiani in molti Paesi del mondo:  si può imprigionare chi annuncia il Vangelo, ma non il Vangelo (Filippesi, 1, 12-14).
Paolo si è affidato alla potenza di Dio e dello Spirito Santo, ma questo non gli ha impedito di operare nella sua missione in modo strategico e metodico. Solo due indicazioni a tale proposito. Paolo si è concentrato sulle città di provincia come Salonicco, Corinto ed Efeso. Credeva, a ragione, che in seguito alla costituzione di comunità in questi punti nevralgici per le comunicazioni il Vangelo potesse diffondersi nelle regioni limitrofe. Tuttavia, queste regioni erano molto distanti dal punto di vista geografico, cosicché sussisteva il rischio di uno sviluppo non omogeneo. L’apostolo lo scongiurò recandosi in visita in questi luoghi, inviando lettere e collaboratori. L’organizzazione di un collegamento fra così tanti collaboratori e gruppi era per l’epoca un enorme impegno dal punto di vista logistico. Uno studioso inglese definisce questo fenomeno come The Holy Internet (M. A. Thompson, in:  R. Bauckham, The Gospels for All Christians, 1998, 49-70). Questo ci fornisce un’importante indicazione. Non si tratta solo di emulare i metodi missionari di Paolo. Grazie alla radio, alla televisione e in particolare a internet, abbiamo a disposizione delle opportunità di comunicazione con le quali possiamo raggiungere anche le persone che vivono nei paesi più remoti. Paolo si complimenterebbe di cuore con noi per questa modernità, se concordiamo con lui su di un punto:  esiste solo « un Vangelo di Gesù Cristo » (Galati, 1, 8) ed « è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo e poi del Greco » (Romani, 1, 16). Anche oggi non sussiste alcun motivo per vergognarsi di questo Vangelo.

Ravasi: «S. Paolo non pensava di subire il martirio a Roma»

dal sito:

http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cultura%20e%20Spettacoli/83088_ravasi_s._paolo_non_pensava_di_subire_il_martirio_a_roma/

Ravasi: «S. Paolo non pensava di subire il martirio a Roma»

28 luglio 2009

San Paolo non pensava di morire martire a Roma. Lo sostiene monsignor Gianfranco Ravasi, già Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, che da due anni ricopre la carica di Presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, nonché del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. L’insigne biblista ha illustrato a « La Provincia », in un’intervista esclusiva, i risultati delle nuove e recenti scoperte avvenute a Roma.

Monsignor Ravasi, qual è il nucleo di maggior interesse dell’esposizione?

«Gli scavi più recenti nella Basilica di S.Paolo hanno restituito reperti e testimonianze che, trasportate nei Musei Vaticani e in parte qui esposte, costituiscono gli elementi più interessanti della mostra».

Vuol parlarcene, monsignor Ravasi, specificando se costituiscono una testimonianza della presenza del corpo di S.Paolo nella sepoltura sotto la Basilica di via Ostiense?

«Tra i quattro sarcofagi paleocristiani rinvenuti nel sottosuolo basilicale, accanto alla sepoltura di S.Paolo è riaffioro quello di S.Timoteo, ritenuto suo discepolo: anche se è poi risultato un martire del secolo IV, è indicativo che il suo sarcofago sia stato collocato qui, accanto a quello ormai ritenuto di S.Paolo, del quale in mostra è presentato il calco del coperchio con l’iscrizione « Paulo Apostolo Martyri ». Inoltre, nell’orto retrostante la basilica, sono stati scoperti frammenti di vari marmi classici di reimpiego».

Di che reperti si tratta, precisamente?

«Sono stati rinvenuti un putto, la figura alata forse di una Vittoria, un Ippolito, monete dall’età romana al VII secolo, che attestano la realtà pagana in cui si impiantò il primo Cristianesimo e in cui operò S.Paolo. Infatti i resti ossei e proteici rilevati dalla sonda recentemente inserita nel sarcofago paolino, sottoposti all’esame del carbonio 14 sono risultati del primo secolo dopo Cristo».

Perché l’Apostolo, dopo i viaggi e le predicazioni in Asia Minore, decise di venire a Roma, dove lo attendeva il martirio?

«Paolo di Tarso non si aspettava il martirio. Aveva grande fiducia nella lex romana. Era un Ebreo della parte dei Farisei, ma parlava e scriveva greco, aveva familiarità con lo sport – da esso sono tratte le sue metafore « sto per sciogliere le vele », « ho terminato la mia corsa », « ho conservato alta la fiaccola della fede », « ho combattuto la buona battaglia ». Soprattutto Paolo era cittadino romano e nutriva una incrollabile fiducia nella tradizione giuridica di Roma: pur essendo stato arrestato a Gerusalemme dal Sinedrio probabilmente come sovversivo, ed avendo trascorso gli arresti domiciliari a Cesarea, chiese lui stesso di essere processato a Roma».

Qui San Paolo fu dapprima liberato, poi nuovamente arrestato sotto Nerone e decapitato sulla via Laurentina, nel 67 circa. Il luminoso ritratto affrescato nelle Catacombe di Domitilla (secolo III-IV), è talmente naturale da far ipotizzare un modello tramandato oralmente. Ora è stato scoperto un altro indubbio ritratto…..

Dagli scavi in corso condotti dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nelle Catacombe di S.Tecla, prossime alla Basilica di S.Paolo, è affiorata nella volta di un cubiculum un’immagine affrescata assai espressiva dell’Apostolo, del IV secolo circa, coi tipici caratteri della calvizie e della barba a punta, che sarebbe la più antica».

Gli indizi sull’identità della tomba di San Paolo si accumulano, convergendo sul sepolcro poi monumentalizzato dalla Basilica di età teodosiana incendiata nell’Ottocento, e confermati dall’esame del carbonio 14. Ma da parte laica si chiede l’analisi del Dna dei resti ossei del sarcofago di S.Paolo…

«Il Vaticano non ritiene per ora di procedere ad ulteriori prove di carattere scientifico».

di Sandro Magister: Il segreto della popolarità di Benedetto XVI. Nonostante tutto (omelia del Papa in Africa, San Paolo)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1337717

Il segreto della popolarità di Benedetto XVI. Nonostante tutto

Pur tempestato dalle critiche, questo papa continua a riscuotere la fiducia delle grandi masse. Il viaggio in Africa e un’inchiesta in Italia lo provano. Il motivo è che parla di Dio a un’umanità in cerca d’orientamento

di Sandro Magister
 

ROMA, 27 marzo 2009 – Sull’aereo di ritorno dal Camerun e dall’Angola, Benedetto XVI ha detto ai giornalisti che, del viaggio, gli sono rimaste impresse nella memoria queste due cose:

« Da una parte la cordialità quasi esuberante, la gioia, di un’Africa in festa. Nel papa hanno visto la personificazione del fatto che siamo tutti figli e famiglia di Dio. Esiste questa famiglia e noi, con tutti i nostri limiti, siamo in questa famiglia e Dio è con noi.

« Dall’altra parte lo spirito di raccoglimento nelle liturgie, il forte senso del sacro: nelle liturgie non c’era autopresentazione dei gruppi, autoanimazione, ma la presenza del sacro, di Dio stesso. Anche i movimenti, le danze, erano sempre di rispetto e di consapevolezza della presenza divina ».

Popolarità e presenza di Dio. L’intreccio tra questi due elementi è il segreto del pontificato di Joseph Ratzinger.

***

Che Benedetto XVI sia un papa popolare sembrerebbe contraddetto dalla tempesta di critiche ostili che si abbattono quotidianamente su di lui, dai media di tutto il mondo. Nell’ultimo mese queste critiche hanno registrato un crescendo senza precedenti. Anche rappresentanti ufficiali di governi, ormai, non hanno remore a mettere sotto accusa il papa.

Ma se si guarda ai grandi numeri l’impressione che si ricava è diversa. Nei suoi viaggi, Benedetto XVI ha sempre registrato indici di popolarità superiori alle attese. Non solo in Africa ma anche su piazze difficili come gli Stati Uniti o la Francia. A Roma, all’Angelus della domenica mezzogiorno, piazza San Pietro è ogni volta gremita più che negli anni di Giovanni Paolo II.

Ciò non significa che queste medesime folle accettino e pratichino all’unisono gli insegnamenti del papa e della Chiesa. Innumerevoli indagini mettono in luce che sul matrimonio, la sessualità, l’aborto, l’eutanasia, la contraccezione i giudizi di un largo numero di persone sono più o meno distanti dal magistero cattolico.

Nello stesso tempo, tuttavia, molte di queste stesse persone manifestano un profondo rispetto per la figura del papa e per l’autorità della Chiesa.

Il caso dell’Italia è esemplare. Il 25 marzo su « la Repubblica » – cioè sul quotidiano progressista leader, molto caustico nel criticare Benedetto XVI – il sociologo Ilvo Diamanti ha fornito un’ennesima conferma dell’alto tasso di fiducia che gli italiani continuano a riporre nella Chiesa e nel papa, nonostante il diffuso dissenso su vari punti del suo insegnamento.

Ad esempio, richiesti di dire se fossero pro o contro l’affermazione del papa sul preservativo « che non risolve il problema dell’AIDS ma lo aggrava », ben tre su quattro si sono detti contrari.

Ma i medesimi intervistati, alla domanda se riponessero fiducia nella Chiesa, hanno risposto « molto » o « moltissimo » nella misura del 58,1 per cento. Ed è risultata ampia anche la fiducia riposta in Benedetto XVI, col 54,9 per cento.

Non solo. Dalla stessa indagine si ricava che la fiducia nella Chiesa e in Benedetto XVI non è in calo ma è in aumento rispetto a un anno fa.

Il professor Diamanti spiega così questo apparente contrasto:

« La Chiesa e il papa intervengono sui temi sensibili dell’etica pubblica e privata in modo aperto e diretto. Offrono risposte discutibili e spesso discusse, contestate da sinistra o da destra. Tuttavia, offrono certezze a una società insicura, alla ricerca di riferimenti e valori. Per questo 8 italiani su 10, tra i non praticanti, considerano importante dare ai figli una educazione cattolica e li iscrivono all’ora di religione. Per questo una larghissima maggioranza delle famiglie, vicina al 90 per cento, destina l’8 per mille della propria imposta sul reddito alla Chiesa cattolica ».

E per questo stesso motivo – si può aggiungere – il capo del governo italiano Silvio Berlusconi non si è unito nei giorni scorsi al coro di critiche al papa dei rappresentanti di Francia, Germania, Belgio, Spagna, eccetera. Anzi, si è espresso in direzione opposta.

Il 21 marzo ha detto che è doveroso rispettare la Chiesa e difendere la sua libertà di parola e di azione « anche quando si trova a proclamare principi e concetti difficili e impopolari, lontani da quelle che sono le opinioni di moda ». Con ciò Berlusconi ha semplicemente espresso quello che è il sentire comune di tantissimi italiani.

***

I dati sopra richiamati fanno quindi già intravvedere la sostanza della questione: che cioè la popolarità di Benedetto XVI ha la sua sorgente proprio nel modo in cui egli svolge la sua missione di successore di Pietro.

Questo papa è rispettato e ammirato per una ragione fondamentale. Perché ha posto in cima a tutto questa priorità, da lui formulata così nella lettera ai vescovi dello scorso 10 marzo, documento capitale del suo pontificato:

« Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr. Giovanni 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più ».

Domenica 15 marzo, due giorni prima di partire per l’Africa, Benedetto XVI non disse niente di diverso nello spiegare la finalità del suo viaggio, alla folla convenuta per l’Angelus in piazza San Pietro:

« Parto per l’Africa con la consapevolezza di non avere altro da proporre e donare a quanti incontrerò se non Cristo e la buona novella della sua Croce, mistero di amore supremo, di amore divino che vince ogni umana resistenza e rende possibile persino il perdono e l’amore per i nemici. Questa è la grazia del Vangelo capace di trasformare il mondo; questa è la grazia che può rinnovare anche l’Africa, perché genera una irresistibile forza di pace e di riconciliazione profonda e radicale. La Chiesa non persegue obiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo, certa che il Vangelo può toccare i cuori di tutti e trasformarli, rinnovando in tal modo dal di dentro le persona e le società ».

In Camerun e in Angola, il cuore del messaggio del papa fu effettivamente questo. Non le denunce – pur da lui fatte con parole forti – dei mali del continente e delle responsabilità di chi li genera. Ma per prima cosa quello che fu l’annuncio di Pietro allo storpio, nel capitolo 3 degli Atti degli Apostoli: « Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina! ».

Tra i diciannove discorsi, messaggi, interviste, omelie pronunciati da Benedetto XVI nei sette giorni del suo viaggio in Camerun e in Angola sarebbe interessante ricavare un’antologia dei passi più significativi.

Ma per capire il senso profondo della sua missione basta riportare qui un solo testo emblematico: l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nella messa di sabato 21 marzo, a Luanda, nella chiesa di San Paolo.

Lo spirito di raccoglimento, il forte senso della presenza di Dio, rimasti impressi nella memoria del papa alla vista delle folle che seguivano la liturgia, come pure l’esuberante festosità con cui lo hanno accolto ed avvolto, hanno una loro spiegazione anche in questa omelia di papa Ratzinger in una remota chiesa dell’Africa:

« Affrettiamoci a conoscere il Signore »

di Benedetto XVI

Carissimi fratelli e sorelle, amati lavoratori della vigna del Signore, come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: « Affrettiamoci a conoscere il Signore » (Osea 6, 3). Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: « Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà » (Osea 6, 1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.

Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: « Due uomini salirono al tempio a pregare »; di là, uno « tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro » (Luca 18, 10.14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e « non come questo pubblicano ». Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: « O Dio, abbi pietà di me peccatore » (Luca 18, 13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, « perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato » (Luca 18, 14).

Di questo Dio, ricco di misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa. Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: « Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna » (1 Timoteo 1, 15-16). E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce. [...]

Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista. L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della « spazzatura »; non è più « guadagno » ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr. Filippesi 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’io di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.

Miei fratelli e amici, « affrettiamoci a conoscere il Signore » risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’alto? Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Galati 2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Galati 3, 28).

E, mediante questo nostro essere cristificato per opera e grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo.

Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri (cfr. Efesini 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: « Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità ». Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna.

Venerati e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo israelita: « Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà ». Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: « Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando » (Giovanni 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura » (Marco 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: « Predicare il Vangelo è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo! » (1 Corinzi 9, 16).

La Conversione di San Paolo e il mistero di Caravaggio

La Conversione di San Paolo e il mistero di Caravaggio dans ARTE ISPIRATA DA SAN PAOLO conversioneSanPaolo

http://blog.scuolaer.it/ImmaginiBlog/745/

dal sito on line del quotidiano Il Sole 24 ore:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2006/11/sbio9n0v06caravaggiomarra.shtml?uuid=f2ad8304-6fef-11db-8e1a-00000e251029&type=Libero

10 novembre 2006 (data del giornale)
 La Conversione di San Paolo e il mistero di Caravaggio
di Natalia Marra

Due dipinti di Caravaggio per raccontare una vera e propria folgorazione alla fede, quella avvenuta sulla via di Damasco. La prima versione, misteriosamente, viene sostituita da una seconda e finisce nella collezione privata di una antica familgia romana. Non verrà mai ammirata all’interno di Santa Maria del Popolo, la Chiesa degli artisti come la chiamano i romani. Mai prima d’ora, perché dopo quattrocento anni, le due opere prenderanno posto all’interno della cappella Cerasi, luogo per cui furono commissionate.
Dal 10 al 25 novembre, la « Conversione di San Paolo » su tavola di cipresso della collezione Odescalchi sarà protagonista di un evento straordinario. Al termine di un delicato restauro, sarà visibile nel luogo per la quale fu commissionata, ma dove con ogni probabilità non trovò mai dimora.
Altrettanto straordinaria sarà la possibilità di avere un confronto diretto con l’altra « Conversione di San Paolo », il dipinto realizzato su tela sempre da Caravaggio – che misteriosamente sostituì la prima versione su tavola – e che dal 1605 decora la cappella di Santa Maria del Popolo.
L’esposizione « Il Caravaggio Odescalchi, le due versioni della Conversione di S. Paolo a confronto » è stata ideata e voluta da Rossella Vodret, soprintendente per il Patrimonio storico artistico ed etno-antropologico del Lazio. L’evento è l’occasione per presentare il restauro della tavola commissionato dai proprietari e condotto, tra giugno e ottobre 2006, da Valeria Merlini e Daniela Storti, con analisi diagnostiche di Claudio Falcucci.
La prima « Conversione di San Paolo », poco conosciuta al grande pubblico perché da sempre custodita in collezioni private, è al centro di uno dei più appassionanti enigmi caravaggeschi. La tavola, insieme al suo pendant « Crocifissione di S. Pietro » (perduta), fu commissionata a Caravaggio nel 1600 da Tiberio Cerasi, tesoriere generale della Camera apostolica, cioè il Ministro del tesoro del Papa (all’epoca Clemente VIII Aldobrandini), per decorare le pareti della sua nuova cappella in Santa Maria del Popolo, che l’architetto Carlo Maderno era stato incaricato di ristrutturare. I due dipinti dovevano essere eseguiti, per contratto stipulato tra Cerasi e Caravaggio, su tavola di cipresso. Con la morte del Cerasi, nel maggio 1601, a lavori appena iniziati, la vicenda si complica e nasce il mistero. I due dipinti che dal 1605 si trovano nella cappella Cerasi sono infatti su tela e non su tavola, come invece espressamente indicato nel contratto, mentre le due versioni su cipresso, che furono certamente dipinte per prime dal grande maestro lombardo, hanno preso strade diverse, si sono divise, e alla fine una sola, la « Conversione di S. Paolo » oggi restaurata, è giunta fino a noi. Perché Caravaggio ha realizzato una seconda versione su tela al posto della prima su tavola di cipresso? L’ipotesi più accreditata – basata su un’affermazione di Giovanni Baglione storico nemico di Caravaggio – è che la prima versione su tavola venne rifiutata dal committente. La possibilità di confrontare da vicino i due dipinti caravaggeschi apre oggi nuovi affascinanti scenari. L’ipotesi che si vuole verificare in questa occasione è che sia stato lo stesso Caravaggio, forse in accordo con i proprietari, a sostituire il dipinto quando, terminati i lavori architettonici nella cappella (i quadri furono sistemati solo nel 1605), si rese conto che l’impianto compositivo della prima versione su tavola non poteva in alcun modo adattarsi all’articolato, ma troppo angusto spazio della cappella progettato da Maderno. In pratica i due quadri, impostati per essere visti da lontano, non erano materialmente visibili correttamente nella stretta cappella Cerasi. Questa ipotesi se confermata dall’esposizione del quadro Odescalchi nella cappella e dal confronto tra le due versioni, non solo risolverà il mistero del presunto « rifiuto », ma consentirà anche una collocazione in avanti nel tempo delle versioni su tela, situandole non nel 1601 come si è creduto finora, ma verso il 1603 – 1604, a ridosso del completamento architettonico della cappella. Un’ipotesi questa di grande fascino perché permette di inserire più coerentemente le due tele nel percorso stilistico di Caravaggio e rende anche assai più comprensibile la distanza stilistica tra le due « Conversioni di S. Paolo », entrambe eccelse ma espressione di linguaggi diversi, una differenza che emerge oggi con maggior prepotenza alla luce del restauro della tavola Odescalchi.
La mostra « Il Caravaggio Odescalchi, le due versioni della Conversione di S. Paolo a confronto » sarà aperta dalle 10 alle 21 di tutti i giorni, chiuso la domenica, e l’ingresso è libero.

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