Archive pour août, 2018

Mc 7,1-8.14-15.21-23

A. di Bartolo Gioachino e Anna

Publié dans:immagini sacre |on 31 août, 2018 |Pas de commentaires »

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) CHE COSA È IMPURO?

https://combonianum.org/2018/08/30/commento-al-vangelo-della-domenica/

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) CHE COSA È IMPURO?

Marco 7, 1-8.14-15.21-23

Enzo Bianchi

Dopo i brani tratti dal capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, la catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla lettura cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo ritroviamo con la lettura di alcuni estratti del capitolo settimo, che raccoglie parole di Gesù eco di controversie con i farisei e gli scribi.
Si tratta di parole certamente tramandate e attualizzate dalle chiese, ma che restano sempre Vangelo di Gesù Cristo e nient’altro. Tuttavia, va confessato che di fronte a queste parole, che appaiono una rottura con il giudaismo, i commentatori si dividono tra quanti le interpretano come discorsi partoriti dalla chiesa della fine del primo secolo in polemica contro i farisei, il giudaismo più presente e “combattivo”, e quanti invece insistono sulla rottura radicale, sul misconoscimento da parte di Gesù della Legge che lo precedeva. Non è facile fare discernimento in questa lettura, ma tentiamo tale operazione cercando di non essere debitori verso ideologie giudaizzanti né, d’altra parte, marcionite.
Cosa vuol dire Gesù? Di fronte a “farisei e scribi venuti da Gerusalemme”, dunque ad autorità ufficiali del giudaismo, egli entra in polemica, arriva ad attaccarli direttamente, perché giudica il loro sguardo, il loro spiare lui e i suoi discepoli come comportamento non conforme alla volontà di Dio. I discepoli di Gesù, infatti, vanno a tavola senza prima aver fatto l’abluzione rituale delle mani, comando che nella Torah e è rivolto solo ai sacerdoti che devono fare l’offerta, il sacrificio (cf. Es 30,17-21). Al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Legge, gruppi intransigenti e integralisti che chiedevano ai loro membri di comportarsi come i sacerdoti officianti al tempio, che moltiplicavano e radicalizzavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità. Tra questi vi erano gli chaverim (compagni, amici) e i perushim (separati, farisei) – da alcuni identificati come un unico movimento –, la cui minuziosa legislazione casistica porterà alla formazione della Mishnah.
Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma dagli interpreti della parola di Dio, diventando “tradizioni”; e quando gli uomini producono tradizioni vogliono che queste siano “la tradizione”, e perciò le danno la stessa autorità attribuita alla parola di Dio. Ciò avveniva allora, così come avviene oggi nelle chiese! I vangeli ci testimoniano che su tanti temi Gesù si è espresso contestando queste tradizioni che alienano i credenti, non sono a loro servizio, ma creano una mancanza di libertà e sovente finiscono per erigere barriere, per tracciare confini e frontiere tra gli esseri umani. Quanto al caso di cui si tratta in questa pagina, occorre riconoscere che la tavola, da luogo di condivisione, di comunicazione, di esercizio dell’amore, di alleanza, nel giudaismo era progressivamente diventata un luogo di divisione e di scomunica dell’altro: lo straniero pagano, il peccatore, l’impuro non potevano prendervi parte insieme al pio giudeo. Così l’impurità dei cibi vietati a Israele rendeva impossibile agli ebrei stare a tavola insieme a chi apparteneva alle genti pagane, perché ogni non ebreo era ritenuto koinós, profano, e akáthartos, impuro (cf. At 10,28).
Ma per Gesù queste distinzioni non sussistono, e chi le fa non ha conosciuto il pensiero del Signore. Per questo, di fronte al rimprovero rivolto dai farisei ai suoi discepoli, Gesù risponde attaccandoli con la parola stessa di Dio contenuta nei profeti: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi adorano, insegnando dottrine che sono solo precetti umani” (Is 29,13). Gesù è venuto per liberare da quella religione che è fabbrica di immagini di Dio e di suoi precetti che gli esseri umani di ogni cultura si sono dati. E si faccia attenzione: Gesù non vuole contraddire la Legge né la tradizione, ma sa sempre risalire all’intenzione del Legislatore, Dio, come facevano i profeti, affinché la Legge sia accolta nel cuore, con libertà e amore. Gesù accoglie le parole dell’alleanza di Dio con Mosè, ma non accoglie senza operare un discernimento i 613 precetti della tradizione, anche perché sa bene che, se si moltiplicano i precetti, si accrescono anche le possibilità di non osservarli, dunque si moltiplicano le occasioni di ipocrisia. E poi “la parola del Signore rimane in eterno” (Is 40,8; 1Pt 1,24), mentre la tradizione evolve con i mutamenti culturali, con le generazioni e, anche se carica di venerabilità a causa della sua antichità, resta umana, involucro e rivestimento della parola del Signore. È a tutto ciò che Gesù fa riferimento quando afferma, rivolto ai suoi interlocutori: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione umana”; e subito dopo, addirittura: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7,13).
Poi, rivolgendosi alla folla, spiega: “Ascoltatemi tutti e capite in profondità, riflettete, siate intelligenti! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. I discepoli, però, non capiscono, e allora Gesù, spazientito, deve dare loro ulteriori chiarimenti: “Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?”. In tal modo Gesù “dichiara puri tutti i cibi”, e poco importa se tale precisazione sia uscita letteralmente dalla sua bocca o sia stata generata dalla chiesa a partire dal suo insegnamento… Infine, Gesù conclude con parole che dovrebbero chiarire la questione una volta per tutte: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.
Occorre notare che i peccati enumerati sono tutti contro l’amore, contro il prossimo, perché il peccato si ha solo nei rapporti tra ciascuno di noi e gli altri; non a caso, Gesù ha detto che saremo giudicati solo sull’amore verso gli altri (cf. Mt 25,31-46), sul cuore e sulla sua capacità di relazione, misericordia, purezza, fedeltà. Sì, il male, l’impurità, sta dove manca l’amore e non in altri luoghi in cui gli uomini religiosi vorrebbero trovarlo per mantenere in vita la loro costruzione. Il male, l’impurità, non sta nelle cose, ma è in noi, nella nostra scelta tra l’amore e l’odio, tra il riconoscere l’altro e l’affermare solo noi stessi, tra la nostra volontà di comunione e la nostra voglia di separazione.
Non dimentichiamo, dunque, che possiamo sedere alla tavola dei peccatori, perché Gesù si è seduto alla tavola in cui erano commensali i peccatori, fino a essere definito “un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11,19; Lc 7,34). Non dimentichiamo che per tutti gli uomini e le donne la tavola è un luogo di comunione, di raduno, di faccia a faccia, di relazione, di celebrazione dell’amicizia, dell’amore e dell’affetto. Perciò non possiamo escludere nessuno dalla tavola: se lo faremo, saremo esclusi noi dalla tavola del Regno! Quanto poi alla tavola eucaristica, non ne è escluso chi è peccatore, si ritiene tale e porge la mano come un mendicante verso il corpo del Signore, mentre ne dovrebbe essere escluso chi non sa discernere il corpo di Cristo (cf. 1Cor 11,29) nel fratello e nella sorella, nel povero, nel peccatore, nell’ultimo, nel senza dignità. Purtroppo, però, è più facile fare l’abluzione delle mani durante la liturgia eucaristica, ripetendo un versetto di un salmo, che non riconoscere il proprio peccato e dire al Signore: “Io non sono degno, ma tu per misericordia entra nella mia casa!”.

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Isaia 40, 1-2

imm  paolo (1)

Publié dans:immagini sacre |on 30 août, 2018 |Pas de commentaires »

IL DIO DELLA CONSOLAZIONE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Attualita2/2002-2003/Le_Beatitudini-3.html

IL DIO DELLA CONSOLAZIONE

Dice Gesù: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Matteo 5,4). Il verbo usato nell’originale greco significa, letteralmente, “chiamare a sé”. Mi sembra di vedere un bambino che piange e la mamma che, per consolarlo, si china, lo attira a sé, lo prende fra le sue braccia e il bimbo smette di piangere!
Dio ama farsi conoscere, e chiamare, come un Dio di pace e di consolazione. Non possiamo – all’inizio della nostra riflessione – non citare l’introduzione della 2ª Lettera di San Paolo ai Corinzi (1,3-7): “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione. Egli ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio. Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale vi dà forza nel sopportare le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda: sappiamo che, come siete partecipi delle sofferenze, così lo siete anche della consolazione”.
L’attenzione, in questa beatitudine, va messa non solo e non tanto sulla consolazione, ma prima ancora su Colui che ci consola. Perché il valore della consolazione cristiana sta nel fatto che, a consolarci, è Dio stesso che è nostro Padre! Chi ci consola, è Gesù che ha pianto sulla tomba di Lazzaro, ed è stato “triste fino alla morte” nel Getsemani, ed è morto sulla croce dopo aver provato l’abbandono del Padre, ma risuscitando ci ha donato il perdono e la pace! Chi ci consola, è lo Spirito Santo che Gesù – promettendo di invia-
re – ha chiamato: “il Consolatore” (Giovanni 14,16).
Il cristianesimo manifesta la sua piena verità proprio nel fatto che pone la consolazione e la pace al termine e al culmine della vicenda umana: “Ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giovanni 16,22-23).
Perché afflitti?
I motivi e le cause delle nostre afflizioni, di solito, sono motivi molto umani e terreni: un malessere, una malattia, la morte di una persona cara, un fastidio, la perdita del lavoro, le ristrettezze economiche, qualche cattiva notizia appresa dal giornale o dalla televisione, un’offesa ricevuta da un amico, uno stato di depressione…
Sono tutti motivi comprensibili e più che plausibili; mentre non possiamo e non dobbiamo lasciarci avvilire da motivi che provengono dal nostro orgoglio, o dalla nostra pigrizia, o dall’egoismo, o dall’avarizia, o da altri motivi non buoni, o addirittura dalle nostre gravi mancanze. A volte, tali afflizioni il Signore ce le manda perché impariamo a correggere i nostri difetti e cerchiamo di aprirci al Suo amore.
Ma esistono anche motivi di afflizione che sono legati alla santità della vocazione e della vita cristiana. Pensiamo alle afflizioni di San Paolo a motivo delle divisioni che si erano create nella comunità di Corinto, … per non pensare al pianto di Gesù su Gerusalemme, i cui figli Gesù aveva cercato di radunare come fa la chioccia con i suoi pulcini (Luca 13,34; 19,41). Così assistiamo al dolore dei genitori di fronte a figli che prendono vie sbagliate, alla disperazione dei figli quando i genitori si separano, all’afflizione di un sacerdote che dopo anni di lavoro faticoso vede come ancora tante persone non accolgono le sue parole e la sua testimonianza…
Nelle vite dei santi si trovano momenti di vera “notte oscura”, come la chiama San Giovanni della Croce, in cui non si sente la presenza del Padre che consola e si teme di avere sbagliato tutto. Sono prove che il Signore permette, per liberare il cuore da ogni piccola traccia di vanagloria, o di autocompiacimento.
Di fronte a tali prove, solo la fede, la preghiera, l’abbandono in Dio possono venire in aiuto. Ed è questa la vera consolazione, che Gesù ci ha promesso, e che anche Egli ha provato quando, nel giardino degli ulivi, è venuto un angelo a consolarlo (Luca 22,43).

Perché le afflizioni?
A questa domanda abbiamo già un po’ risposto, ma occorre approfondire, non solo per comprendere meglio, ma anche per saper trarre profitto dalle afflizioni.
Possiamo dire che il Signore permette, e anche manda, le afflizioni, per purificare la nostra anima, per liberarla dai residui della colpa originale, dalla tendenza all’orgoglio e all’autosufficienza, dalla ricerca di sicurezze terrene e di soddisfazioni personali.
In queste afflizioni non dobbiamo vedere una pena che Dio ci infligge a causa dei nostri peccati, e nemmeno un prezzo da pagare per ottenere un vantaggio, o quasi uno strumento che ci fa raggiungere la pace e la gioia.
Il vero motivo delle afflizioni è sempre e solo un motivo di amore. Gesù ci invita a soffrire con Lui perché ci ama, perché vuole farci salire con Sé sulla Croce, perché solo lì – sulla Croce – troviamo il vero senso e la vera misura dell’amore! “Non c’è amore più grande del dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).
Quindi, il Signore non ci offre e non ci garantisce una consolazione qualunque, ma la sua stessa consolazione, la consolazione che nasce e si riposa nell’Unità infinita dell’Amore Padre e dell’Amore Figlio, nell’amplesso dell’Amore Spirito Santo!

Consolando, restiamo consolati
E qui arriviamo al culmine della beatitudine: se la consolazione nasce e riposa in Dio, noi non solo siamo chiamati ad essere consolati quando stiamo vivendo un’afflizione, ma addirittura siamo chiamati a condividere le afflizioni dei nostri fratelli, per farci noi stessi strumento di quella consolazione che il Signore manda, chiedendo a noi di collaborare con Lui per diffondere la consolazione!
È un progetto stupendo che solo Dio può immaginare e che ha voluto rivelarci, prima – a poco a poco – con le pagine dell’Antico Testamento (pensiamo a quella parte del Libro di Isaia, chiamato appunto il Libro della consolazione, cap. 40 e segg.), ma poi – in modo ineguagliabile – con la venuta del suo Figlio Gesù e con la sua Risurrezione!
A ciascuno di noi, pertanto, Dio affida il compito di consolare; ed accanto ci mette la sua Madre, colei che più di tutti è stata afflitta, ai piedi della Croce mentre il Figlio stava morendo, e che più di tutti è stata consolata nel vederlo risorto e vivo, nel vedere discendere lo Spirito Santo sui discepoli a Pentecoste… e infine nell’incontrarlo in Cielo, quando è stata assunta nella gloria!
Il medesimo destino è stato fissato anche per noi! “Consolatevi dunque a vicenda con queste parole” (1 Tessalonicesi 4,18).

Don Rodolfo Reviglio

 

Publié dans:MEDITAZIONI BIBLICHE |on 30 août, 2018 |Pas de commentaires »

la preghiera di Gesù

imm pens e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 29 août, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20180427_il-cielo.html

PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 aprile 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.096, 28/04/2018)

Per i cristiani il cielo non è «astratto o lontano» ma è «l’incontro da persona a persona con Gesù» che, mentre «noi siamo in cammino», ci aspetta «e prega per ciascuno di noi». Ricordando la fedeltà di Dio alla sua promessa Papa Francesco ha celebrato la messa venerdì 27 aprile a Santa Marta.
Nel riferirsi alla predica di Paolo nella sinagoga di Antiòchia di Pisìdia, così come è riportata nel passo degli Atti degli apostoli proposto dalla liturgia (13, 26-33), il Pontefice ne ha riproposto la parte finale: «E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”».
È «la promessa che aveva fatto Dio» ha spiegato il Papa. E «il popolo si è messo in cammino con questa promessa nel cuore». Dunque, «il popolo di Dio ha incominciato a camminare con questa promessa nel cuore», con «la coscienza di essere un popolo eletto» che «sentiva l’elezione di Dio», con «la sicurezza» — perché «questa elezione dava una sicurezza nel sigillo dell’alleanza che aveva fatto il popolo con Dio» — e anche «con la speranza della promessa che Dio gli aveva dato».
Questa «promessa del popolo di Dio in cammino dall’inizio, dice Paolo, si è realizzata perché Dio l’ha compiuta per noi, in Gesù Cristo» ha insistito il Pontefice. E «il popolo si fidava della promessa — ha proseguito — perché sapeva che Dio è fedele, aveva quella conoscenza». Del resto, «l’infedeltà era nel popolo: tante, tante infedeltà nel cammino. Ma Dio rimaneva sempre fedele e per questo» il popolo «andava avanti, fidandosi della fedeltà di Dio».
«Anche noi siamo in cammino» ha fatto presente il Papa. «Siamo in cammino e quando» ci domandiamo: «ma in cammino» verso dove, rispondiamo: «sì, in cielo». E «cosa è il cielo?». Ecco, ha affermato Francesco, che «incominciamo a scivolare nelle risposte, non sappiamo bene come dire “cosa è il cielo”». Magari «tante volte pensiamo a un cielo astratto, un cielo lontano, un cielo» che «sì, si sta bene lì».
Invece «noi camminiamo verso un incontro: l’incontro definitivo con Gesù» ha ricordato il Pontefice. E così «il cielo è l’incontro con Gesù e noi prepariamo questo incontro con gli incontri che noi facciamo nel cammino della vita con il Signore». Ma «l’incontro definitivo, pieno, che ci farà godere per tutta la vita — come abbiamo pregato nell’orazione colletta — sarà sempre con Gesù: un incontro da persona a persona». Perché «Gesù, Dio e uomo, Gesù, in corpo e anima, ci aspetta».
Francesco ha suggerito di «tornare su questo pensiero: “Io sto camminando nella vita per incontrare Gesù”». Un pensiero «così semplice». Con una consapevolezza: «Gesù, nel frattempo», non sta «seduto lì ad aspettarci, ad aspettarmi: no, lui stesso, nel Vangelo, ci ha detto cosa fa: “Abbiate fede anche in me; vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”». Sono le parole proclamate nel passo di Giovanni (14, 1-6) proposto dalla liturgia del giorno.
«Gesù ci prepara un posto, Gesù lavora, in questo momento, per noi» ha rilanciato il Papa. E «il lavoro di Gesù» è «l’intercessione, la preghiera di intercessione». Così «il suo sacerdozio che si è consumato nella passione, continua in cielo con l’intercessione: Gesù prega per me, per ognuno di noi». Ma «questo dobbiamo ripeterlo per convincerci: lui è fedele e lui prega per me, in questo momento». Tanto che «l’immagine dell’intercessione — le mani così, per far vedere al Padre le piaghe della passione — se l’è portata con sé». Perchè «Gesù prega per me».
«C’è un passo nel Vangelo, nell’ultima cena, quando Gesù dice a Pietro: “io pregherò per te”» ha ricordato il Papa, rimarcando che «quello che dice a Pietro l’ha detto a tutti noi: “Io prego per te”». Perciò «ognuno di noi deve dire: Gesù sta pregando per me, sta lavorando, ci sta preparando quel posto». E «lui è fedele: lo fa perché lo ha promesso». Così «il cielo sarà questo incontro, un incontro con il Signore che è andato lì a preparare il posto, l’incontro di ognuno di noi». E «questo ci dà fiducia, fa crescere la fiducia».
«Io prego ma Lui prega per me» è la verità su cui il Pontefice ha voluto porre l’accento. «Per questo — ha spiegato — quando preghiamo sempre diciamo al Padre “per nostro Signore Gesù Cristo”, perché le preghiere vanno sempre tramite lui che sta pregando per noi». È, appunto, «l’intercessione, Gesù è il sacerdote intercessore: prima era il sacerdote che ha dato la vita per noi; adesso è il sacerdote intercessore, fino all’ultimo momento del mondo». E «questo deve darci fiducia, far crescere la fiducia» che in cielo «mi stanno aspettando» e che Gesù «sta pregando per me» e sta preparando «la dimora per me».
In conclusione Francesco ha espresso l’auspicio «che il Signore ci dia questa consapevolezza di essere in cammino con questa promessa in mano ma anche nel cuore». E «con la coscienza di essere eletto, perché il Signore ci ha eletti tutti e ognuno di noi». Un cammino da percorrere «cercando di fare continuamente, di rinnovare l’alleanza di fedeltà, per essere più fedeli perché Lui è fedele». E così, «il Signore ci dia questa grazia di guardare su e pensare: “Il Signore sta pregando per me”».

 

 

Statua di Sant’Agostino, Pavia

imm paolo  statua di sant'agostino Pavia

Publié dans:immagini sacre |on 28 août, 2018 |Pas de commentaires »
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