Archive pour janvier, 2013

Presentazione del Signore al Tempio

Presentazione del Signore al Tempio dans immagini sacre presentation-mosiac

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Publié dans:immagini sacre |on 31 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE, OMELIA: E’ANCORA ACCESA LA NOSTRA CANDELA?

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E’ANCORA ACCESA LA NOSTRA CANDELA?

MONS. ANTONIO RIBOLDI

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2003)

VANGELO: LC 2,22-40 (FORMA BREVE: LC 2,22-32)  

Era una festa, che si presentava con una certa solennità, quella della Presentazione di Gesù al tempio e della purificazione di Maria. Veniva chiamata, ed è ancora chiamata, « la candelora », incentrando tutto il significato della liturgia sulla benedizione e consegna delle candele, che poi venivano portate a casa e usate nei modi più svariati.
C’è chi la metteva, come faceva mia mamma, in testa al letto, come a ricordarci che, senza la luce di quella candela, si camminava nel buio.
Una autentica esortazione a vivere la fede, che abbiamo professato il giorno del nostro Battesimo, quando siamo stati « presentati in qualche modo, al nostro vero Padre » e quindi impegnati sempre a vivere da figli, con gioia e gratitudine.
In altri casi quella candela veniva accesa quando qualcuno era sofferente e in procinto di tornare a Casa, come a presentarsi a Dio con la fede viva, la vera luce, che accompagna la vita del cristiano nella vita. E vi è chi forse la usa per allontanare pericoli nelle campagne o altro.
Quale la sua verità? Racconta il Vangelo di Luca: venne per la madre e per il bambino il momento della loro purificazione come è stabilito nella legge di Mosè.
I genitori allora portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Sta infatti, scritto nella legge del Signore: « Ogni maschio primogenito appartiene al Signore ».
Essi offrirono anche il sacrificio stabilito dalla legge del Signore: un paio di tortore o due giovani giovenchi » (Lc 2,23-25).
C’è, in queste poche righe, una grande lezione di fede: ossia, ogni creatura, che è su questa terra, è sempre un dono del Signore e quindi una « sua proprietà o dono ».
Presentare al tempio il primogenito era riconoscere che Dio è il Creatore, il Padre da cui tutto proviene: e non c’era modo più efficace e stupendo, per riconoscere questo essere del Padre, che ridonarGli il dono ricevuto.
Non solo, ma presentare il figlio primogenito al Padre aveva il grande significato di offrirsi al disegno che Lui aveva su di noi: ossia essere pronti a fare la sua volontà, che è poi il perché del dono della nostra esistenza.
Così Gesù, Figlio di Dio, appena nato, non solo pubblicamente, tramite Maria e Giuseppe, riconosce che è del Padre, ma si offre, pronto alla missione che Gli era stata affidata e doveva compiere: la incredibile missione di realizzare la nostra salvezza.
E’ grande lo stupore davanti a questa immediata consegna, che Gesù fa di Sé al Padre: come a dire, tutta la mia vita ti appartiene. Eccomi! E’ un poco quanto avviene, anche se sotto altro aspetto, nel nostro Battesimo.
I nostri genitori ci hanno presentati al Padre, perché, attraverso le acque del fonte battesimale, purificati dal peccato che ci separava da Lui, fossimo, da quel momento, figli del Padre, nostro Creatore. E’ una grande grazia non solo riconoscere che siamo « creature di Dio », ma offrire la nostra vita al suo servizio, per la missione che Lui vorrà affidarci.
Sembra, quello che scrivo, una riflessione che, purtroppo, tanti definiscono assurda, in quanto l’uomo spesso non crede più di avere un Padre e neppure un creatore.
Di fronte a questo « credo », più che una bestemmia, davvero siamo di fronte ad un atto di arroganza, che ci getta nel buio del vivere senza vera paternità divina.
Che l’uomo si erga a nostro creatore è davvero svuotare la vita di verità e dignità.
Un giorno, un ragazzo delle scuole medie, mi descriveva la nostra origine: nati dal bigbang cosmico, passando attraverso una evoluzione totale, senza intervento di UNO CHE DESSE vita, ordine e senso a ogni creatura, come solo la potenza e l’amore del Padre potevano dare, si arrivò alla scimmia e dalla scimmia noi siamo nati.
Figli della scimmia.
« Sei contento, gli chiesi, essere disceso da una scimmia? ». Il ragazzo storse il naso e mi disse: « Mi fa schifo pensarlo ».
Ma una scienza, che non vuole abbassarsi all’umiltà di riconoscere che tutto il creato è opera di Dio e soprattutto l’uomo, oggi si erge a creatore.
Siamo davvero in cattive mani. Sono felice di essere uscito dalle mani di Dio.
Mi pare di vedere in me stesso le impronte di quelle mani nelle tante bellezze dell’animo, dalla libertà, alla voglia di sapere, al desiderio di infinito, alla sete di amore e santità. E mi sembra di sentire il profumo di quelle mani nel sapore dell’amore.
C’è una bella preghiera, che amo recitare tutti i giorni, per sentirmi tutto di Dio. « Accogli Signore tutta la mia libertà. Prendi la mia memoria, il mio intelletto e ogni mio volere. Tutto ciò che mi è stato da te donato te lo restituisco. Ti chiedo soltanto che tu mi doni amore e grazia e per me questo basta ».
Nella presentazione di Gesù al tempio, leggiamo anche la sua manifestazione a due meravigliosi anziani, che avevano impostato la loro vita proprio nell’attesa del Messia. Uno è il vecchio Simeone, che lo Spirito Santo avverte: misteriosamente, che il Messia è lì nel tempio.
Lui lo riconosce nelle braccia di Maria e, nel pieno della felicità, canta la sua gioia così: « Oramai, Signore, puoi lasciare che il tuo servo vada in pace »; la tua promessa è stata compiuta.
Con i miei occhi ho visto il Salvatore. Tu l’hai messo davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele ».
E deve essere stato davvero uno spettacolo di paradiso vedere il bambino Gesù nelle braccia del vecchio Simeone. L’aveva atteso tutta una vita ed ora Lo aveva tra le braccia. Una scena di amore, lode a Dio, che vale davvero l’attesa intensa di una vita.
Chiama quel Bambino, ossia Gesù, « luce per illuminare le nazioni ». Da qui la benedizione delle candele. Stanno a dirci la professione della nostra fede, la gioia dell’avere anche noi, tra le nostre braccia, se lo vogliamo, il Bene più grande si possa pensare, Gesù.
Possiamo facilmente immaginare la luce negli occhi di Simeone, occhi pieni di lacrime di gioia, di Paradiso, lacrime che vorremmo fossero pieni i nostri occhi. Lacrime che, a volte, conosciamo, quando scopriamo chi davvero ci vuole bene.
Lacrime che sono negli occhi dei santi ogni volta che contemplano Dio, come fossero nelle sue braccia. Lacrime che la dicono lunga cosa sia la vera gioia del cuore.
Ma, per conoscerle, bisogna credere che Gesù è la luce, rappresentata dalla candela che dovremmo avere sempre accesa: la candela della fede, come quella che il vecchio Simeone custodì per una intera vita, in attesa del Messia.
Ma sono ancora accese le nostre candele? O addirittura sono sparite materialmente, come non servisse neppure più conoscere l’incontro quotidiano con la gioia dell’Amore di Dio? La tristezza nel mondo, il buio del nostro tempo, credo dipendano proprio dalle troppe candele spente! Bisogna urgentemente riaccenderle, cominciando da ciascuno di noi, per fare luce anche agli altri.
C’è un vecchio proverbio saggio che dice: « Anche una sola candela accesa può accenderne mille spente. Ma mille spente non accenderanno alcuna candela ».
Leggendo poi il racconto della profetessa Anna, che dalla morte del marito si era data al servizio, notte e giorno del tempio, una vita tutta per Dio, si coglie a piene mani la gioia di questa donna e di tanti di tutti i tempi, Aveva 84 anni: 60 trascorsi al servizio del tempio.
« In quello stesso momento racconta il Vangelo, arrivò anche lei e si mise a ringraziare il Signore parlando del bambino a tutti quelli che aspettavano la liberazione di Gerusalemme ».
C’è anche nei piccoli racconti del Vangelo e riguardano sempre Gesù, qualcosa di apparentemente semplice, ma che davvero, per chi sa abbandonarsi al silenzio della contemplazione, sembra spalanchino i cieli e mostrino la gloria del Dio vivente: quella gloria che, con la presenza di Dio tra di noi, può essere gustata anche da noi.
Non c’è che da mettersi all’ascolto della Parola ed entreremo in questa dimensione del Regno di Dio, che è la nostra possibile Casa… sempre che sappiamo cercarla e scrutarla… con la candela accesa.

L’INCONTRO DEL SIGNORE* (Presentazione del Signore, (Chiesa Ortodossa)

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/incontroschmemann.htm

L’INCONTRO DEL SIGNORE*

del protopresbitero Alexander Schmemann

Quaranta giorni dopo il Natale, le parrocchie della Chiesa ortodossa celebrano l’Incontro del Signore. Dato che di solito cade in un giorno feriale, questa festa è quasi dimenticata, ma comunque questo è il momento in cui la Chiesa completa “il tempo del Natale”, rivelando e ricapitolando il pieno significato del Natale in un flusso di gioia pura e profonda. La festa commemora e contempla l’evento narrato nell’Evangelo di san Luca. Quaranta giorni dopo la nascita di Gesù Cristo in Bethlehem, Giuseppe e Maria, mantenendo la pratica religiosa di quel tempo, “portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come sta scritto nella legge del Signore…” (Luca 2, 22-23). L’Evangelo continua:
Ora vi era un uomo a Gerusalemme, il cui nome era Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che attendeva la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Ed era stato rivelato dallo Spirito Santo che egli non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. E lui venne in Spirito nel tempio, e quando i genitori vi portavano il bambino Gesù, per fare a lui secondo l’uso della Legge, lo prese in braccio e benedisse Dio e disse: “Signore, ora lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza che hai preparato davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. E suo padre e sua madre si stupivano di quanto era stato detto su di lui. E Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Ecco, questo bambino è stabilito per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, e come un segno di contraddizione (e una spada ti trafiggerà l’anima), in modo che i pensieri di molti cuori siano svelati”. (Luca 2, 25-35).
Com’è suggestiva e bella l’immagine, il vecchio col bambino in braccio, e quanto sono strane le sue parole: “Perché i miei occhi han visto la tua salvezza…”. Riflettendo su queste parole si comincia ad apprezzare la profondità di questo evento e il suo rapporto con noi, con me, con la nostra fede. C’è nulla al mondo di più gioioso di un incontro, un “incontro” con qualcuno che ami? Veramente, vivere è attendere, guardare avanti all’incontro. La straordinaria e bella attesa di Simeone non è un simbolo di questo? Non è la sua lunga vita un simbolo di speranza, questo anziano signore che trascorre tutta la sua vita in attesa della luce che illumina tutti e la gioia che riempie tutto di se stessa? E in che modo inaspettato, come indicibilmente bene che la tanto attesa luce e la gioia vengono al vecchio Simeone con un bambino! Immaginate le mani tremanti del vecchio come lui prende in braccio il bambino di quaranta giorni d’età, così teneramente e con attenzione, i suoi occhi fissi sul piccolo essere e il riempimento di un profluvio di elogi: “Ora, sì puoi lasciarmi partire in pace, perché ho visto, ho tenuto tra le mie braccia, ho abbracciato il senso stesso della vita”. Simeone aspettava. Aspettò tutta la sua lunga vita, e sicuramente questo significa che meditava, pregava, ha approfondito mentre aspettava, tanto che alla fine tutta la sua vita è stata una continua “vigilia” di incontro gioioso.
Non è ora che ci chiediamo, che cosa sto aspettando? Che cosa significa che il mio cuore continua a ricordarmi qualcosa di più e più insistente? È questa mia vita a poco a poco trasformata in attesa, come vedo l’ora di incontrare l’essenziale? Queste sono le domande che pone l’Incontro. Qui, in questa festa, la vita umana si rivela come la bellezza incomparabile di un’anima che matura, sempre più libera, approfondita e ripulita di tutto ciò che è meschino, privo di senso e accidentale. Anche l’invecchiamento e la morte, il destino della terra che noi tutti condividiamo, sono così in modo semplice e convincente qui mostrati d’essere la crescita e l’ascesa verso quel momento, quando con tutto il mio cuore, nella pienezza del ringraziamento, io dico: “Permettimi ora di partire”. Ho visto la luce, che permea il mondo. Ho visto il Bambino, che porta al mondo tanto amore divino e che si dona a me. Nulla è temuto, nulla è sconosciuto, tutto è ora pace, ringraziamento e amore. Questo è ciò che porta l’Incontro del Signore. Si celebra l’amore che incontra l’anima, riuniti in Colui che mi ha dato la vita e mi ha dato la forza di trasfigurarli in attesa.

Da: Alexander Schmemann, The Celebration of Faith: The church year, Sermons 3, 71-73.

Tradotto per © Tradizione Cristiana da E. M. gennaio 2010

* Padre Alexander scrisse questo sermone appena due settimane prima della sua morte.

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, FESTE DEL SIGNORE |on 31 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

Cristo e i Dodici Apostoli

Cristo e i Dodici Apostoli dans immagini sacre Unknown_painter_-_Christ_and_the_Twelve_Apostles_-_WGA23524

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Unknown_painter_-_Christ_and_the_Twelve_Apostles_-_WGA23524.jpg

 

Publié dans:immagini sacre |on 30 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE – PRESENTAZIONE

http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/presentaz.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE

(sono 4 articoletti, i primi due oggi)

PRESENTAZIONE 

Il cuore di Paolo, l’immensità del suo amore per Cristo, è tutto rivelato, manifestato in questa Lettera. Paolo è il prigioniero di Cristo, prigioniero del suo amore, ma anche prigioniero a causa del suo amore.
Il suo cuore è prigioniero dell’amore di Cristo, è tutto di Cristo, vive ogni suo respiro per Cristo.
Il suo corpo è prigioniero a causa dell’amore di Cristo, che in lui è divenuto annunzio, evangelizzazione, predicazione del mistero di Cristo Gesù, invito ad ogni uomo a lasciare le vanità e le falsità della sua vita per lasciarsi anche lui rinnovare e santificare dall’amore di Cristo Gesù e dalla sua verità.
Paolo e il suo amore per Cristo Gesù sono una cosa sola. Per amare Cristo vive, in questo amore si consuma, si annienta; per questo amore si rinnega, fino a sopportare ogni cosa. Dall’amore di Cristo egli è stato fatto, nell’amore di Cristo egli ogni giorno si fa.
L’amore che lo fa, lo fa consumandolo, perché da questa consumazione nasca in Paolo un amore che, andando altre il tempo e la storia, diviene amore eterno, immersione totale del suo essere nell’essere di Cristo, in cui i veli della carne non esistono più, perché anche il corpo alla fine parteciperà della spiritualità, diverrà spirito, come spirito è attualmente il corpo del Signore.
Questo amore totalizzante la sua vita per Cristo è la chiave di lettura di ogni evento della sua esistenza terrena. Questo amore deve divenire la chiave di lettura di ogni vita, di quella dei cristiani, perché si annullino anche loro nell’amore di Cristo e da esso si lascino abbracciare e consumare; di quella dei non cristiani, ai quali si annunzia il Vangelo dell’amore, perché anche loro si lascino conquistare dall’amore di Cristo e diventino in Lui, con Lui, per Lui un solo amore, un solo sacrificio, una sola oblazione santa e pura per il nostro Dio e Signore.
È questa la forza travolgente dell’amore di Cristo: la sua capacità di trasformare ogni situazione in cui l’uomo vive, perché la conduce tutta nell’amore crocifisso di Gesù Signore. D’altronde Cristo stesso non è stato colui che ha trasformato il suo strumento di supplizio, cioè la croce, nel più grande “strumento” o sacramento del suo amore di redenzione, di giustificazione, di perdono, di effusione dello Spirito Santo?
Ora se Cristo ha trasformato la croce in un segno di salvezza, se la salvezza del mondo è scaturita dalla croce, perché Lui è stato capace di renderla sacramento di redenzione per il mondo intero, può esserci una “croce” sulla terra che non possa essere trasformato in strumento di amore, di redenzione, di perdono, di preghiera, di santità, di consumazione, anche di sacrificio vicario per la conversione e la giustificazione del mondo intero?
Ci può essere una sola condizione umana che non possa divenire strumento o “sacramento” in Cristo per un amore universale, cosmico, che abbraccia insieme il cielo e la terrà?
La forza travolgente del cristianesimo è proprio questa: trasformare ogni croce in una via di amore, di salvezza, di redenzione, di giustificazione, di donazione e di offerta di se stessi a Dio perché il mondo sia redento, giustificato, salvato, santificato, portato nel Paradiso.
È il fallimento del cristianesimo quando non si trasforma la croce in redenzione, in salvezza. Non ha ragion d’esistere quel cristianesimo che non lavora per trasformare ogni croce in sacramento di verità e di amore per tutto il genere umano.
La sapienza di Paolo, la sua saggezza, l’intelligenza che lui attinge sempre viva nello Spirito Santo ha questa “abilità” santa: risolvere ogni problema partendo proprio dal mistero della croce e cosa è il mistero della croce se non la perdita della propria vita per amore?
Ma se uno è chiamato in Cristo a perdere la propria vita per amore, ci sono cose sulla terra superiori alla propria vita che possano essere conservate, non esposte cioè alla loro perdita, o alla loro rinunzia per amore. Ci può essere un bene terreno che il cristiano può conservare gelosamente per sé dal momento che la sua vocazione è proprio quella di perdere interamente la vita per amore? La perdita della vita di necessità comporta la perdita di ogni altro bene materiale e anche spirituale. Tutto deve essere donato all’amore, per amore.
La forza travolgente del cristianesimo non è solo trasformare ogni croce in “sacramento” di amore e di redenzione, ma anche quella di lasciarsi interamente annullare dall’amore, perché ogni croce di peccato, di ingiustizia sia abolita dalla nostra terra.
In parole assai povere la Lettera a Filemone offre questo insegnamento, indica questa via. Essa la può indicare perché Paolo vive interamente sia la croce come strumento di un amore più grande e universale, ma anche è il prigioniero dell’amore di Cristo, perché l’amore di Cristo diventi la via della vera vita per ogni uomo, per tutti indistintamente.
La Vergine Maria, Madre della Redenzione, ci introduca in questo amore, il solo che sa fare di ogni croce uno strumento di salvezza e dello stesso amore uno strumento perché le croci di peccato siano abolite dalla nostra terra.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 30 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE – INTRODUZIONE

http://www.movimentoapostolico.it/filemone/testi/capitoli/introduz.htm

LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE 

 (sono 4 articoletti)

INTRODUZIONE 

L’episodio che muove Paolo a scrivere questa Lettera è uno dei tanti eventi della vita del tempo. Uno schiavo fugge dal suo padrone e si rifugia presso Paolo. Paolo glielo rimanda indietro, annunziando al padrone, che è un cristiano, la vera via dell’amore, che dovrà percorrere se veramente desidera essere un buon discepolo del Crocifisso e un testimone della forza travolgente che ha in sé la croce di Cristo Gesù.
Anche se la Lettera è cortissima, molti sono gli insegnamenti in essa contenuti. Ne accenniamo alcuni, rimandando alla trattazione teologica.
In sintesi, in questa Lettera, Paolo esprime delle verità di intensissimo valore teologico che dovranno accompagnare la storia del cristianesimo sino alla fine. Eccone alcune di queste verità:
La carità del singolo si fa Vangelo. Gesù lo aveva detto: “da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi voi gli uni gli altri”.
Il cristiano è chiamato, per vocazione eterna, a farsi vittima di amore per i fratelli, imitando in tutto e per tutto Cristo Gesù che si fece vittima di espiazione per i peccati del mondo intero.
Il cristiano che vive in Cristo, lo stesso amore di Cristo, diviene Vangelo vivente, perenne annunzio della verità che Cristo è venuto non solo a portare, ma anche a fare e Gesù fa la verità, trasformando un uomo in un olocausto di amore e di carità a favore dei suoi fratelli.
Come in Cristo, è necessario che il cristiano viva l’amore per rendere testimonianza alla verità che Cristo ha operato e opera nel suo cuore. In tal senso diviene Vangelo.
La carità è Vangelo quando non solo è perfetta imitazione di Cristo in ogni manifestazione del proprio essere, ma è anche testimonianza a Cristo e la testimonianza è una sola: posso amare, amo perché Cristo mi ha creato, mi crea ogni giorno una natura d’amore. È Cristo la fonte perenne del mio amore, perché solo Lui è la salvezza, solo in Lui si può vivere da salvati, solo per Lui, per rendere testimonianza alla sua verità, si può continuare a vivere da salvati, raggiungendo la perfezione nella salvezza.
Quando la carità non è imitazione dell’amore di Cristo, non la si attinge in Cristo, non si rende testimonianza alla verità di Cristo, questa verità non è Vangelo. Che non sia Vangelo lo attesta il fatto che chi la riceve non si apre all’amore di Cristo e non si lascia fare da Cristo vittima di carità per il mondo intero.
Su questo principio di fede è giusto che si abbia la più sicura delle certezze e la più sicura è questa: solo Cristo è la fonte della carità, perché solo Lui è la fonte della nostra verità. Si diviene veri in Cristo, si vive la sua carità in Lui, per Lui, con Lui, per manifestare Lui, perché ogni uomo aderisca a Lui, si faccia fare vero da Lui, in Lui e inizi in Lui a vivere per Lui, per manifestare al mondo che solo Lui e solo in Lui è la salvezza; solo per Lui è possibile vivere da salvati.
La salvezza è una acquisizione quotidiana e quotidianamente si attinge in Cristo Gesù. È questa la carità che diviene Vangelo, perché è la carità che nasce dalla fede, ma anche è la carità che conduce a Cristo e alla sua verità.
La carità del singolo diviene motivo di speranza per i fratelli. Quando un uomo vede che un suo fratello è capace di vera carità, perché è capace di autentica gratuità, misericordia, compassione, pietà, il suo cuore si apre alla speranza.
Non c’è cosa più triste per un uomo che sentirsi abbandonato dai suoi fratelli. Questo abbandono a volte lo può condurre anche alla disperazione, che nasce dal non sapere più a chi rivolgersi per avere sostegno, aiuto, sollievo nei suoi giorni tristi. La visione della vera carità dona pace, conforto, gioia. Questa visione apre il cuore alla speranza. C’è una possibilità di salvezza. Anch’io posso essere salvo, posso continuare a vivere. C’è qualcuno che si prende cura della mia vita.
Questo però non basta perché si entri nella speranza cristiana. La speranza cristiana avviene quando si opera il passaggio dall’uomo a Cristo. Se questo passaggio si compie si esce dalla speranza umana e si entra nella vera speranza, che è solo quella cristiana; se questo passaggio non viene operato, si rimane in una speranza umana, ma questa è sempre effimera, passeggera, di un attimo.
Perché vi sia questo passaggio, è necessario che alla visione della carità segua anche l’annunzio di Cristo e del suo Vangelo. Questo annunzio deve essere operato da chi sta vivendo la carità. Se questo annunzio non viene operato, la salvezza non si compie, perché non sarà mai un gesto di carità, un dono d’amore all’altro che potrà salvarlo.
Se questo fosse possibile, Cristo non sarebbe più Il Salvatore e la salvezza non sarebbe in Lui, con Lui, per Lui, nel suo Corpo che è la Chiesa. Sarebbe un fatto da uomo ad uomo, sarebbe un evento della terra e non più del Cielo.
È cosa giusta allora che chi opera la carità in nome di Cristo, doni Cristo carità dell’uomo, sua speranza eterna di salvezza, suo bene infinito, eterno, nel quale è ogni tesoro di grazia, di verità, di misericordia, di pietà, di compassione, di sollievo sulla terra e nel cielo.
È nel non compimento di questo passaggio il segno che chi opera la carità non vive di Cristo, per Cristo, con Cristo, nel suo Corpo che è la Chiesa. Non vivendo lui, non può portare altri.
È questo il più grande naufragio della fede ed è sempre naufragio della fede quando l’opera di carità non apre il cuore a Cristo e alla sua verità eterna di unico e solo Salvatore di ogni uomo. La carità da donare all’uomo è Cristo, perché Cristo è la carità di Dio per ogni uomo.
Chiedere in nome della libertà che nasce dalla potestà? Paolo è Apostolo di Cristo Gesù. Ha la potestà di chiedere a quanti sono cristiani, rivolgendosi loro nel nome di Cristo, servendosi dell’autorità che Cristo ha conferito loro nel discernere il bene da compiere e nel chiedere che il vero bene sia sempre operato. Questa potestà nel discernimento deve essere sempre vissuta. L’Apostolo del Signore deve operare in ogni istante il discernimento sul bene, sul meglio, su ciò che è in quell’evento verità di Cristo e di Dio, con la sapienza, la saggezza, l’intelligenza dello Spirito Santo che agisce in lui.
Operato il discernimento nel nome e con la potestà di Cristo Gesù, può al singolo chiedere di agire conformemente al discernimento offerto? Lo può e lo deve in materia di fede. La verità della fede obbliga sempre. Alla verità della fede si è sempre obbligati.
La verità della fede ci fa essere del Vangelo. Chi è del Vangelo è anche di Cristo Gesù. Chi non è della verità della fede, non è del Vangelo, non è di Cristo Gesù. Chi è fuori della verità della fede si pone anche fuori della comunione con i fratelli di fede. Per questo l’Apostolo è obbligato a chiedere in nome di Cristo e con la sua autorità che si rientri nella verità, la si abbracci in ogni sua parte, la si professi integralmente, santamente, dinanzi al mondo intero.
Quando non si è dinanzi alla verità della fede, ma di fronte ad un’opera di carità da fare, quando la carità si poggia su dei debiti di giustizia, cosa deve fare l’apostolo?
O chiedere in nome della carità che lascia libera la volontà del fratello? Paolo afferma il principio che anche in questo caso si può chiedere in nome di Cristo e con la sua autorità che si faccia, o non si faccia l’opera di carità, che nel discernimento è stata vista come giusta, santa, lodevole.
Assieme a questo principio, lui ne possiede un altro. Quando si tratta di opera di carità, lui preferisce che si lasci libera la volontà dell’altro, in modo che sia l’altro a volere l’opera e non lui ad imporla.
L’Apostolo deve però indicare i motivi della bontà e della verità dell’opera. Al singolo la libertà di eseguirla, non eseguirla, compierla in un modo, anziché in un altro.
Paolo – lo sappiamo – agisce sempre con la saggezza e l’intelligenza dello Spirito Santo che aleggia su di lui. Perché opta per la libertà della persona e non per l’imposizione dell’opera?
È facile rispondere a questa domanda, è difficile comprenderla in tutto il suo significato di verità evangelica.
Paolo si comporta in tutto e per tutto come si comporta Dio Padre. Questi diede il comando all’uomo, spiego i motivi del comando, lasciò libera la volontà di osservarlo, di non osservarlo.
Nel rapporto dell’uomo con Dio mai si può abolire la relazione di volontà. Dio manifesta la sua volontà all’uomo, all’uomo la libertà di accoglierla, di non accoglierla.
Questo non significa che sia ininfluente accoglierla, o non accoglierla. Se si accoglie si entra nella vita, si progredisce nella vita, si avanza verso la vita eterna. Se non la si accoglie, si esce dalla pienezza della vita, si può anche cadere nell’egoismo e quindi nella morte, si può alla fine precipitare nella dannazione eterna.
Un‘opera di carità imposta, ma non accolta con il cuore, non fatta propria, non è opera evangelica, carità di Cristo in noi, amore misericordioso e compassionevole verso gli altri. È come se l’opera non fosse stata mai fatta.
Paolo vuole che ogni uomo sia sempre trattato da uomo nella sua più pura essenzialità che è quella della libertà. Questa è la via della vera vita, questa è la via più vera e più santa della vita, in quest’opera è il compimento del tuo essere e della tua vocazione: se vuoi, operala. È tua la libertà. È tua la volontà. Mia è la verità e il discernimento.
L’apostolo di Cristo Gesù è obbligato ad annunziare sempre la verità; è chiamato, però, solo a proporre alla coscienza la via migliore di tutte per operare secondo la carità di Cristo. Egli deve trattare sempre l’uomo da uomo. Dio opera così. Cristo ha operato così: se vuoi essere perfetto, se vuoi vivere la tua carità, il tuo amore sino in fondo, va’ vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi viene e seguimi.
Dinanzi alla libertà quest’uomo si è perduto. Fu ingannato dai suoi molti beni. Fu tradito dal suo amore per le cose della terra.
La generazione spirituale. La generazione secondo la carne è il dono della vita, della propria vita, che a sua volta diventa vita personale, autonoma.  Vita da vita, ma che diviene vita di un’altra persona, distinta e separata da chi l’ha posta in essere. La generazione secondo lo Spirito Santo, o generazione spirituale, avviene mediante il dono del Vangelo, della fede. Si annunzia la Parola di Cristo, si crede in essa, ci si lascia battezzare e da acqua e da Spirito Santo siamo generati a figli di Dio. Colui che dona la Parola, comunica la fede, annunzia il Vangelo in certo qual modo partecipa anche lui di questa generazione spirituale e in tal senso è detto anche “Padre nella fede”. La Parola, il Vangelo, la fede generalmente è sempre donata da una persona e questa persona che dona la fede è in certo senso “padre” di colui che è stato generato alla fede. “Padre ministeriale, strumentale”. Paolo crede molto in questa paternità. Ne fa anche un motivo di vanto. Per lui molti possono essere i pedagoghi della fede, ma uno solo è il padre nella fede ed è colui che è all’inizio della predicazione e dell’annunzio del Vangelo. Questa generazione spirituale, anche se strumentale, crea un legame vitale forte tra chi genera e colui che è stato generato. Questo legame è indistruttibile, come indistruttibile è il legame che crea la generazione secondo la carne. Questo legame vuole che il padre consideri vero figlio spirituale colui che ha generato e chi è stato generato veda colui che lo ha generato come un vero padre del suo spirito, della sua nuova creazione, sempre però restando nell’ordine della strumentalità. Da questo legame nasce il rispetto, l’onore, l’ascolto, la devozione, l’aiuto, l’assistenza spirituale perché la fede che è stata generata possa raggiungere la sua più perfetta santificazione. Su questo principio della generazione spirituale ci sarebbe tutta una trattazione da fare. Lo esige la crescita della fede e il suo cammino di maturazione.
L’altro diviene il proprio cuore. Nella fede cristiana si realizza e si vive il mistero della comunione. La comunione ha il suo fondamento nell’unità che si è venuta a creare in Cristo Gesù. In Lui siamo tutti i battezzati un solo corpo. Il solo corpo è dalle molte membra. Ogni membro riceve e dona l’energia vitale; la riceve dagli altri, la fruttifica e la dona come frutti di verità e di grazia, dopo averla rivestita del suo particolare carisma. Questa comunione è così perfetta, così reale, da essere non solo comunione, ma unità, una cosa sola, una sola realtà in Cristo. Questa comunione e questa unità ci fa essere una cosa sola con l’altro, l’altro è noi stessi e noi stessi siamo l’altro. Paolo raggiunge il sommo della manifestazione di questa unità quando dice che l’altro, il servo Onesimo, è il suo proprio cuore. C’è unità, c’è comunione, c’è identificazione. L’altro è il mio cuore. Accettando l’altro si accetta il proprio cuore, si tratta l’altro come se uno ricevesse in dono il cuore dell’apostolo. Ciò significa semplicemente che tutto ciò che si fa all’apostolo, deve essere fatto al proprio cuore. Senza alcuna differenza, o distinzione. È questo il sommo della carità cristiana. È in questa identificazione, per nuova natura, per unità di natura, l’essenza e la specificità del cristianesimo.
Il bene spontaneo, libero. Il bene si propone. Lo si fonda. Lo si lascia alla spontaneità, o libertà del fratello. Lo si è già detto. Questo serve perché sia rispettato l’uomo nella sua essenza più santa e più vera. Il sì al bene è dell’uomo e nessun sì potrà essere proferito, se la volontà non è libera.
L’altro diviene il proprio fratello. La fratellanza cristiana non è solamente di nome. Essa è più forte della stessa fratellanza secondo la carne. Si è fratelli secondo la carne perché si è ricevuta la vita dagli stessi genitori. Ciò che i genitori hanno dato è solo il corpo. L’anima viene da Dio. È Lui che la crea ed è Lui che la infonde. Siamo già fratelli secondo la carne in ragione dell’anima, che è da un unico Creatore e Signore. Questa è la fratellanza universale: perché veniamo all’origine dallo stesso padre e dalla stessa madre, perché il Signore crea la nostra anima al momento del concepimento. Ma c’è un’altra fratellanza, tutta cristiana. Siamo fratelli in ragione della nostra unica nascita da acqua e da Spirito Santo. Siamo fratelli perché il Signore ci ha generati come suoi figli nel suo Figlio Gesù Cristo. Questa parentela spirituale, è vera parentela ed ha un legame più forte che gli stessi vincoli del sangue. Anche questa verità è fortemente vissuta da Paolo.
L’altro diviene se stesso. Paolo ha già detto qual è l’identità che c’è tra lui e Onesimo. Ora dice l’identità che esiste tra Filemone e Onesimo: quella di fratelli in Cristo. Se sono veri fratelli in Cristo, da veri fratelli devono trattarsi. Nessun fratello può tenere in schiavitù un altro fratello, metterebbe in schiavitù il proprio sangue. Questa legge vale anche per la fratellanza spirituale. Un padrone che dovesse tenere sotto di sé degli schiavi cristiani, è il suo stesso “sangue spirituale” che tiene schiavo. La schiavitù è da abolire per molteplici motivi: perché il Signore ha creato l’uomo libero, non asservibile, né schiavizzabile da nessun altro uomo; perché ogni uomo è fratello per creazione di ogni altro uomo; per il cristiano c’è una ragione in più: perché Cristo è morto per l’altro come è morto per me. In Cristo ognuno è chiamato a dare la vita per l’altro.
Per l’altro si paga ogni debito. Se l’altro diviene se stesso, per l’altro si paga ogni debito. Onesimo è divenuto il cuore di Paolo, Paolo per il suo cuore paga il debito, paga cioè il debito di Onesimo. Se lo paga Paolo, può pagarlo anche Filemone, condonandolo, perché anche per lui Onesimo è il suo cuore, è la sua vita. In questa semplice affermazione di Paolo c’è tutta la potenza di verità e di carità di Cristo Gesù, capace di rinnovare il mondo. Questa affermazione è la negazione di ogni egoismo.
La fiducia nella docilità. Agli altri si manifesta la verità, si chiede la carità, la carità anche si fonda nella verità della fede. Degli altri bisogna anche aver fiducia. Se noi fondiamo bene, santamente, secondo verità, la carità che si chiede, nessuno se è nelle condizioni di farlo, si  tirerà indietro. Avere fiducia nella docilità dell’altro all’ascolto della preghiera che gli viene rivolta, anche questa deve essere struttura e forma di vita del cristiano.
Prigioniero di Cristo. Prigioniero per Cristo. Questa duplice verità merita una ulteriore puntualizzazione. La prigionia di Cristo è prigionia di croce per amore. Cristo ha racchiuso la sua vita tutta nell’amore del Padre. Anche il cristiano deve racchiudere tutta la sua vita nell’amore del Padre. Cristo trasformò l’amore del Padre in amore verso l’uomo, perché il Padre ama l’uomo. Per il Padre si lasciò inchiodare sulla croce. Per amore si rese prigioniero degli uomini. Questo secondo passaggio mai potrà essere fatto secondo verità, se non si vive in pienezza di carità la prima prigionia, quella cioè di essere prigionieri del Padre e del suo amore eterno.
Dal cuore di Paolo. La struttura argomentativa di Paolo è assai semplice. Il principio rimane sempre lo stesso. Egli guarda il cuore di Cristo, lo prende, lo mette tutto nel suo e da cuore di Cristo che è diventato il suo cuore egli annunzia le regole della verità che devono portare il cristiano al sommo grado di vivere la carità del Padre e di Cristo nello Spirito Santo. È questo un processo di assimilazione che ognuno di noi deve realizzare, se vuole trovare l’unica soluzione al problema della carità. Non c’è vera carità se non si vive secondo il cuore di Cristo.

La Vergine Maria, Madre della Redenzione, metta il cuore di Suo Figlio Gesù nel nostro, perché vi sia un solo cuore ad amare, il suo nel nostro.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 30 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

The lifesize Gero Crucifix at Cologne Cathedral, Germany, c. 965.

The lifesize Gero Crucifix at Cologne Cathedral, Germany, c. 965.  dans immagini sacre

http://dailyoffice.org/2012/08/20/evening-prayer-8-20-12-st-bernard-abbot-of-clairvaux-1153/

Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2013 |Pas de commentaires »
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