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SOLENNITÀ DI MARIA MADRE DI DIO : CELEBRAZIONE EUCARISTICA ALLA PORZIUNCOLA – (TEMA: MARIA E SAN PAOLO)

http://www.assisiofm.it/solennit%C3%A0-di-maria-madre-di-dio-2806-1.html

(TEMA: MARIA E SAN PAOLO)
link alle letture: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130101.shtml

SOLENNITÀ DI MARIA MADRE DI DIO

01/01/2013

CELEBRAZIONE EUCARISTICA ALLA PORZIUNCOLA

Omelia del Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, fr Bruno Ottavi, tenuta durante la solenne celebrazione eucaristica della Santissima Madre di Dio presieduta nella Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola.
Nella solennità di oggi, la Chiesa ci invita a venerare Maria Santissima Madre di Dio, e questo è molto bello nel primo giorno dell’anno, quando ogni uomo dovrebbe essere nella speranza di un “qualcosa di nuovo” che deve accadere. La novità e la verità che oggi celebriamo è proprio quella di una donna che è divenuta, per grazia, Madre di Dio, cioè ha dato a noi la vera speranza per il mondo, il Figlio Gesù Cristo, Salvatore e Signore dell’umanità.
Lo sguardo della nostra fede continua ad essere rivolto al grande mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, mentre contempliamo la maternità della Vergine Maria, la Madre di Dio. Infatti Maria non è come una madre qualunque, ma è la Madre di Dio, la Thèotokos, ella ci ha donato il Figlio di Dio che ci salva, che ci libera dal male, ma soprattutto ci fa “figli” e non più “schiavi”, come ci ha detto San Paolo nella seconda lettura.
Maria, la Madre di Dio, oggi ci insegna a crescere nella fede: ella “meditava nel suo cuore”. Anche noi oggi dobbiamo meditare questo mistero e metterlo in relazione con il tempo che passa, dove il Signore Gesù diventa il centro del tempo e della storia. Anche se non riusciamo a capire gli avvenimenti della vita, sia personale che del mondo intero, soprattutto di fronte alla sofferenza, al dolore e alla morte, Maria la Madre di Dio, oggi ci insegna, mediante la fede, la speranza cristiana.
San Paolo, in questa lettera ai Galati, accenna in maniera molto discreta a colei per mezzo della quale il Figlio di Dio entra nel mondo: quella donna a cui l’Apostolo accenna è Maria, la Madre di Dio. Nella fede siamo invitati a metterci alla sua scuola, a scuola della fedele discepola del Signore, per imparare da Lei ad accogliere nella fede e nella preghiera la salvezza che Dio vuole donare a quanti confidano nel suo amore misericordioso, nonostante le paure e le crisi di questa nostra società.
Noi cristiani oggi, primo giorno dell’anno, proclamiamo che la salvezza è dono di Dio; nella prima lettura essa ci è stata presentata come benedizione: « Ti benedica il Signore e ti protegga… (Nm 6, 24). All’inizio di un nuovo anno, la liturgia vuole incoraggiarci ad invocare la benedizione del Signore su questo 2013 che muove i primi passi, perché sia per tutti noi un anno di prosperità e di pace. Ed è molto bello iniziarlo con la benedizione di Dio e con il nome di Gesù sulle labbra! Il Vangelo ci dice che gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo. Questo nome che significa “Dio salva” è come l’augurio che, nonostante le preoccupazioni che il nuovo anno ci porta, il Signore continua a promettere la salvezza, cioè la pienezza della vita di Dio.
In questo primo giorno dell’anno inoltre, la Chiesa ci chiede di pregare per la pace, di invocare questo dono prezioso per la vita del mondo e per ciascuno di noi. Ma quale pace?
La pace costruita dagli uomini con i compromessi della politica? Una pace che è solo la ricerca del quieto vivere, ma in mezzo alle ingiustizie e alle povertà? L’importante è che io sia in pace… poi nel mondo non importa se le guerre, le ingiustizie, la violenza e le armi continuano a dettare legge. Non facciamo più caso alle notizie delle tante guerre che scuotono il pianeta, dall’Africa al Medio Oriente, senza contare quelle guerre anche all’interno delle famiglie che a volte sfociano nella violenza e nei soprusi verso i più deboli.
Oppure desideriamo la pace portata da Gesù? San Paolo nelle sue lettere ci dice che la pace è Gesù stesso! Egli è la no­stra pace (Ef. 2, 14). Ecco dunque cos’è la pace che il Signore ci dona: è la riconciliazione con Dio per mezzo di Gesù Cristo, la pace che ricostruisce l’uomo in unità e gli restituisce quella sicurezza interiore per cui può esclamare: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? La guerra, la fame? Nien­te potrà mai separarci dall’amore di Dio (Rom. 8, 31.39).
Un uomo che crede fermamente in Gesù Cristo, è anche un uomo che diffonde pace: è «un operatore di pace», come ci dice il Santo Padre nel suo messaggio per la pace di questo 2013. Questa pace non si ferma nel cuore del singolo cristiano; essa nasce e cresce in una comunità di pace che è la Chiesa, che è la comunità dei credenti in Cristo che operano per la pace!
So bene che queste parole possono far nascere un dubbio: se è così, perché a duemila anni dalla venuta di Gesù ci sono tanti odi anche tra i cristiani, tante violenze tra popolo e popolo? Perché la Chiesa non è quel segno di pace tra gli uomini che desideriamo? Per questo dobbiamo chiedere perdono: è per­ché noi cristiani abbiamo tradito il Vangelo, perché non ci siamo impegnati a fondo a convertirci, a rinnovarci, a far emergere in noi quell’uomo nuovo che solo può essere portatore di pace, perché è portatore di Cristo.
Nella prima lettura abbiamo sentito l’augurio col qua­le Dio ordinò a Mosè di benedire gli Israeliti: Il Signore volga su di te il suo volto e ti conceda pace; fra poco nel­l’Eucaristia sarà il Risorto in persona che ci rivolgerà quelle sue dolcissime parole: Vi do la pace, vi do la mia pace; non quella che sa dare il mondo, ma quella che solo io posso dare.
« Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore » (Lc 2, 19). Il primo giorno dell’anno è posto sotto il segno di una donna, Maria. Il Vangelo di Luca la descrive come la Vergine silenziosa, in costante ascolto della Parola di Dio. Alla sua scuola vogliamo apprendere anche noi a diventare attenti e docili discepoli del Signore. Con il suo aiuto materno, desideriamo impegnarci a lavorare come operatori di pace, alla sequela di Cristo, Principe della Pace. Seguendo l’esempio della Vergine Santa, vogliamo lasciarci guidare sempre e solo da Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre! (cfr Eb 13, 8).

Amen.

Una storia meravigliosa: come fu scoperta a Efeso l’abitazione della Vergine Maria (anche Paolo)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/carroll_la_casa_di_maria1.htm

(sei parti, anche Paolo..!)

La casa di Maria

Donald Carroll

Una storia meravigliosa: come fu scoperta a Efeso l’abitazione della Vergine Maria

PREFAZIONE                                        

La casa sulla Collina degli Usignoli

«Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria Maddalena. Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Quindi disse al discepolo: « Ecco tua madre! ». E da quell’ora il discepolo la prese in casa sua» (Giovanni 19, 25-27).
Cosi l’apostolo ed evangelista Giovanni racconta la presenza di Maria presso la croce di Gesù. Gli Atti degli Apostoli ricordano poi la presenza di Maria al momento della Pentecoste: «Tutti costoro attendevano costantemente con un cuor solo alla preghiera con le donne e Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui» (Atti 1,14). Dopo di che, a parte qualche vago accenno, di lei non si hanno più notizie precise nel Nuovo Testamento.
Fortunatamente, però, Maria non scompare dalla memoria dei cristiani. Ad esempio, secondo la tradizione, negli anni successivi alla lapidazione di Stefano, nel 37 d.C., quando s’inasprì in Gerusalemme la persecuzione contro i seguaci di Cristo, Giovanni condusse con sé Maria a Efeso, sulle coste dell’ attuale Turchia bagnate dal Mar Egeo. Efeso, oltre a essere una delle più grandi città dell’Impero romano, era anche la capitale della provincia d’Asia, e sarebbe divenuta, secondo le parole dello storico francese Ernest Renan (1823-1892), «la seconda provincia di Dio». Effettivamente essa fu una delle basi di lancio del cristianesimo: è lì che Paolo predicò per tre anni e scrisse le sue lettere ai Corinzi; lì Giovanni scrisse il suo Vangelo. E lì, dopo la morte di Giovanni, sulla sua tomba furono costruiti prima un memoriale e successivamente una grande basilica.
Ma che cosa è avvenuto di Maria? Comprensibilmente, Giovanni e le altre persone responsabili della sua vita non erano interessati ad attirare l’attenzione sulla sua presenza a Efeso, città dominata dall’imponente tempio di Artemide, dedicato al culto della Dea Madre: Oltre tutto, era compito loro e non suo sfidare il paganesimo nel mondo greco-romano e diffondere la « buona notizia » di Cristo. Il suo ruolo era semplicemente quello di tenere un profilo basso; per il bene suo e di tutti. Sfortunatamente per gli storici che si sono succeduti nei secoli, Maria c’è riuscita fin troppo bene!
Tuttavia essa non scomparve dai pensieri della crescente comunità cristiana di Efeso, che conservò viva la memoria del tempo da lei trascorso in mezzo ad essa. Non sorprende, quindi, che nel IV secolo la prima chiesa nella cristianità a essere dedicata alla Vergine Maria sia stata costruita a Efeso. Vale la pena ricordare che, all’ epoca, una chiesa poteva essere dedicata a un santo solamente se questi era vissuto in quel posto o vi aveva subìto il martirio. E non è solo una pura coincidenza che quando, nel 431 d.C., fu convocato il III Concilio Ecumenico per proclamare Maria Madre di Dio, esso si sia riunito proprio nella chiesa dedicata alla Vergine Maria a Efeso.
Eppure solo nel XIX secolo si fecero tentativi per scoprire come e dove esattamente Maria fosse vissuta; in altre parole, per collegare la Maria celeste, la Regina del cielo, alla Maria terrena, l’anziana signora « addolorata » che aveva trascorso i suoi ultimi anni lontano dal tumulto che accompagnava la diffusione di quella religione che l’avrebbe «esaltata su tutte le donne».
L’uomo che per primo cercò di localizzare l’ultima dimora di Maria fu un prete parigino, don Julien Gouyet. Gli era capitato in mano un libro che raccontava dettagliatamente le visioni avute da una monaca tedesca inferma e segnata dalle stigmate, morta mezzo secolo prima. In quelle visioni la monaca descriveva, fornendo abbondanti particolari, la casa dove Maria da ultimo era vissuta e indicava anche la sua localizzazione. Don Gouyet fu affascinato dal libro, tanto che nel 1881 si recò ad Efeso per cercare la casa, seguendo le indicazioni della monaca. La trovò, infatti, sulla sommità della Bülbül Dagi, la « Collina degli Usignoli », appena a sud di Efeso. O quantomeno pensò di averla trovata. Ma dopo che ebbe riferito la scoperta ai suoi superiori a Parigi e a Roma, su questo argomento scese presto un velo di silenzio. Nessuno prese sul serio le sue affermazioni. Ci vollero altri dieci anni prima che, nel 1891, una serie di spedizioni alla casa raccogliesse testimonianze sufficienti a convincere le autorità ecclesiastiche che essa non era un vecchio rudere qualunque; e poi ancora altri anni di scavi e ricerche prima che gli studiosi fossero disposti ad accettare la possibilità che la casa sulla Collina degli Usignoli fosse davvero quella che aveva abitato Maria.
A questo punto devo confessare che la mia prima reazione alla « versione pia » sulle origini della casa non è stata dissimile da quella degli ecclesiastici. Anche dopo diverse visite ero decisamente scettico. Dopo tutto, mi sembrava difficilmente credibile che un vecchio edificio di pietra, per quanto remoto, per quanto piccolo e privo di attrazione, fosse passato inosservato per milleottocento anni. Inoltre la possibilità di crederci era messa alla prova ancor più dal fatto che la casa era stata « vista » per prima da una monaca malata mai uscita dalla Germania e le cui visioni avevano portato alla sua scoperta: un procedimento davvero strano!… Infine, se la scoperta era veramente un evento speciale, perché sulla casa non era reperibile nemmeno un libro, né sul luogo stesso né in qualche libreria delle città vicine?
D’altra parte, bisogna ammettere che anche la leggendaria Troia era riuscita a scomparire per tremila anni, mentre la stessa Efeso, città un tempo splendente di marmi, era sparita dalla vista per cinque secoli. Inoltre la scoperta di Troia nel 1873 da parte di Heinrich Schliemann era stata resa possibile solo dalla determinazione ostinata dell’ archeologo nel seguire gli indizi presenti nell’Iliade, sicuramente non l’opera storiografica più affidabile. Efeso, invece, sarebbe rimasta sepolta per sempre sotto terra, se un ingegnere inglese, archeologo dilettante, John Turde Wood, non avesse seguito la descrizione di una processione trovata su un frammento di pietra. E, quindi, forse non si dovrebbe essere tentati di giudicare l’autenticità di una scoperta dalla maniera in cui viene fatta.
Ma tutto questo lasciava ancora aperto l’interrogativo sul perché, a quanto sembrava, non ci fosse un libro sull’argomento. C’erano le solite brochures e libretti turistici, che si ripetevano o si contraddicevano l’un l’altro, in un inglese straordinariamente eccentrico; ma non c’era un racconto affidabile su quello che era avvenuto effettivamente in quelle zone montagnose oltre un secolo fa o, per la storia in questione, venti secoli or sono. Con la curiosità alimentata dalla frustrazione, mi rivolsi a internet, alle agenzie specializzate nella ricerca di libri e ai migliori antiquari di libri. All’inizio i risultati furono deludenti, poi, un po’ alla volta, cominciarono a emergere piccole informazioni, alcune in inglese ma più sovente in francese, tedesco e turco, paragonabili a quei frammenti di vetro in forme e colori diversi, che speri – e poi cominci a crederci! – possano formare una finestra di vetro colorato, se ricomposti convenientemente.
E ora si può credere alla mia ricostruzione? Sì, perché ritengo che i fatti della storia siano stati assemblati con scrupoloso rispetto e attenzione, e perché in nessun momento la storia è stata rielaborata per accomodarla a esigenze religiose. Tuttavia bisogna realisticamente ammettere che la permanenza di Maria sulla Collina degli Usignoli, per quanto la cosa possa risultare suggestiva e commovente, rimane un indizio, una possibilità, al massimo una probabilità, e così forse resterà per sempre, in un certo senso non diversamente da altre affermazioni basate su pie e persistenti tradizioni religiose storicamente indimostrabili.
Ma credere che sulla Collina degli Usignoli sia stata scoperta davvero la casa di Maria, a me, sinceramente, sembra essere quanto di meno difficile – e improbabile esista al mondo!I

La città di Efeso al tempo di Maria e Giovanni
Negli anni immediatamente successivi alla morte e risurrezione di Gesù, la piccola setta di agitatori conosciuti come cristiani godette, a Gerusalemme, di un periodo di relativa tolleranza. Ma quando il loro numero e la loro influenza aumentarono, la pazienza delle autorità giudaiche cominciò a diminuire, finché nel 37 d.C. scomparve del tutto. Quell’anno vide il martirio di santo Stefano e con esso l’inizio della persecuzione diretta della comunità cristiana di Gerusalemme. Nel corso dei cinque anni successivi la persecuzione divenne più crudele, raggiungendo il suo culmine nel 42 d.C., quando Erode Agrippa I salì al trono e ordinò l’imprigionamento di san Pietro e la decapitazione di san Giacomo, fratello di san Giovanni.
Fu così che, in quel frangente, la maggior parte dei cristiani, compresi probabilmente san Giovanni e la Vergine Maria, fuggirono. Molti trovarono rifugio in Giudea e in Samaria, ma coloro che, come Giovanni, erano incaricati di diffondere il messaggio di Gesù, andarono più lontano. Giovanni raggiunse Efeso e, fedele al suo impegno con Gesù morente, condusse con sé Maria e diversi altri credenti.
È difficile immaginare le difficoltà di un viaggio di quella lunghezza, in quelle condizioni, su quel terreno. Maria soprattutto dovette soffrire durante quella lunga fuga fuori della Terra Santa: all’ epoca poteva avere una sessantina d’anni. Non possiamo immaginare la reazione di questo gruppetto di rifugiati alla vista dello splendore di Efeso: essa era una delle più grandi città dell’Oriente, uno dei più importanti centri economici dell’Impero romano, sede della prima banca del mondo, città di grandi ricchezze e tra le più popolose. L’effetto dev’essere stato sorprendente.

1. Sguardo panoramico sulla città                                                                              
Avvicinandosi a Efeso, lungo quella che viene ora chiamata la via della Vergine Maria, devono essersi trovati di fronte alle imponenti mura della città costruite da Lisimaco, generale di Alessandro Magno e poi suo successore, nel III secolo a.c. Sulla sinistra le mura si sviluppavano lungo le pendici superiori della Collina degli Usignoli. Entrando per la Porta di Magnesia, si raggiungeva dapprima l’Agorà statale: un’imponente piazza pubblica circondata da edifici che servivano da centro amministrativo della città. Lungo il lato nord, di fronte alla strada, si trovava una grandiosa basilica che ospitava i tribunali. La piazza stessa, un’ area semisacra dove si tenevano riunioni politiche e religiose, era nascosta alla vista, ma il grande frastuono che arrivava da essa ne segnalava l’importanza. Appena oltre l’Agorà, dall’altra parte della via, si trovavano le otto grandi colonne dori che del Pritanèo, dietro il quale bruciava giorno e notte la fiamma sacra di Efeso. Più lontano si trovavano imponenti monumenti e fontane che insieme costituivano il sigillo imperiale di Roma.
Proseguendo si arrivava al passaggio ad arco che si apriva sulla via dei Cureti, che prendeva il nome da un particolare ordine di sacerdoti consacrati ad Artemide. Essa conduceva giù verso il centro della città. La via era delimitata da statue marmoree raffiguranti i dignitari di Efeso ed era fiancheggiata da portici con pavimenti mosaicati. Su questi portici si alzavano da entrambi i lati degli edifici, soprattutto pubblici e commerciali sulla destra, privati e residenziali sulla sinistra; ancora a sinistra, su per il pendio della collina, si erigevano le ville dei ricchi e dei potenti.
Svoltando a destra in fondo alla via dei Cureti, Maria e i suoi compagni si sarebbero trovati di fronte a una delle viste più straordinarie del mondo antico. Sulla sinistra si trovava la monumentale Porta a tre archi di Mazzeo e Mitridate, attraverso la quale si accedeva all’Agorà commerciale, la piazza del mercato della città. Al suo esterno, lungo più di un centinaio di metri, si trovavano file di negozi dietro gallerie con portici. Più avanti, al di là della strada, sulla destra, si trovava il Teatro Grande, un impressionante anfiteatro costruito sul pendio della collina che poteva accogliere 24.000 spettatori. E più oltre, in lontananza, si trovava l’imponente tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo, lungo 155 metri e largo 55, con una doppia fila di colonne monolitiche alte 22 metri che circondavano le mura: il più grande edificio del mondo, interamente costruito in marmo.
Poi, guardando dal Teatro Grande giù verso il porto, si trovava la via del Porto (successivamente chiamata via Arcadiana dal nome dell’imperatore Arcadio, inizio del V secolo), un’ampia strada fiancheggiata da colonne, pavimentata di marmo e affiancata da negozi dietro enormi colonne. Tra i negozi e le colonne correvano vialetti pedonali pavimentati con elaborati mosaici. Di notte la via, lunga oltre cinquecento metri, era illuminata da cinquanta grandi torce, il che faceva di Efeso, insieme a Roma e Antiochia, una delle tre città antiche che avesse strade illuminate. Ma la via del Porto non era solo una ricca arteria mercantile di grande traffico: siccome terminava presso il porto, sempre affollato di navi provenienti da tutto il mondo conosciuto, essa era anche la via di accesso cerimoniale alla città, attraverso la quale erano passati imperatori, personaggi potenti e altre figure storiche, tra le quali Antonio e Cleopatra, nelle loro visite a Efeso.
Si ritiene che Maria abbia trascorso i suoi primi mesi a Efeso in una casa a nord della via del Porto, vicino a un’ ampia arena sportiva, mentre Giovanni faceva costruire per lei una casa sulla Collina degli Usignoli. Ovviamente, non avrebbe senso speculare sulle circostanze esatte della vita di Maria a Efeso, ma si possono quantomeno dire due cose con un certo grado di sicurezza. La prima e più importante: è improbabile che si sia sentita in pericolo di fronte alle autorità locali. Il governo della città era conosciuto per la sua tolleranza religiosa, che, ad esempio, permetteva agli Ebrei, nonostante il loro monoteismo singolare, di avere sinagoghe e praticare la loro religione apertamente, senza subire interferenze. E quindi non c’era timore di persecuzioni, come invece era avvenuto a Gerusalemme. In secondo luogo, il comfort materiale di Maria probabilmente fu molto più grande a Efeso di quanto fosse stato in precedenza. Dopo rutto, Efeso era una delle poche città al mondo in cui la maggior parte delle case era dotata di acqua corrente e dove si poteva trovare con facilità ogni sorta di cibi, vestiario e attrezzature domestiche.
La maggior parte delle cose necessarie si poteva trovare nell’Agorà commerciale, sia per quanto riguardava i cibi (pane, verdure, cereali, carne, pesce, animali vivi, olio di oliva, vino, miele, sale ed erbe e spezie arabe) sia per quanto riguardava gli oggetti per la casa (utensili da cucina di rame, scodelle, anfore e lampade a olio). Per chi poteva spendere, c’erano anche sete, profumi e gioielleria fatta con pietre preziose. Vi si poteva comperare anche il lavoro, perché schiavi e uomini liberi che cercavano occupazione si ritrovavano lì all’alba e aspettavano di essere ingaggiati da chi aveva bisogno di lavoratori a giornata.

2. La popolazione
Gli operatori commerciali, i venditori ambulanti e i commercianti della città erano ancora abbondantemente superati in numero dai lavoratori dei campi. L’agricoltura era molto importante per l’economia efesina, e molti dei cittadini ricchi avevano fatto fortuna con la coltivazione delle terre che attorniavano Efeso… Ma i cittadini più considerati erano coloro che avevano contribuito in modo significativo ad abbellire la città. Al vertice si trovavano gli scultori, seguiti dagli architetti, dai produttori di ceramiche (specialmente decoratori di vasi), tessitori e tintori, tagliatori di pietre, argentieri, gioiellieri, intagliatori di avorio, fabbri ferrai e vetrai. I dottori erano importanti, certo, ma non molto più dei barbieri. E fa riflettere piacevolmente il fatto che gli avvocati fossero tenuti a offrire i loro servigi gratuitamente, anche se era permesso loro richiedere un compenso simbolico.
C’era, poi, un lusso alla portata di tutti gli efesini, indipendentemente dalla loro condizione sociale o economica, ed era quello delle terme pubbliche. C’erano ambienti separati per uomini e donne, ma alle donne era permesso accedere ai bagni degli uomini nelle prime ore del mattino… Un ricco, alle terme, poteva trascorrere tutto il pomeriggio, seduto con gli amici a discutere di ogni questione e a risolvere tutti i problemi del giorno. E c’era molto di cui discutere negli anni dopo l’arrivo di Maria nella città. Ricordiamo gli eventi principali: l’assassinio di Caligola da parte dei suoi pretoriani nel 42 d.C.; l’invasione romana della Britannia e la costruzione di un insediamento chiamato Londinium sulle rive del Tamigi nel 43; la controversa predicazione a Efeso di Paolo a partire dal 53; l’avvelenamento di Claudio da pane della moglie Agrippina nel 54 e il suo assassinio nel 59 su ordine del figlio Nerone, il quale poi fece uccidere la moglie Ottavia nel 62, prima di uccidersi a sua volta nel 68, due anni prima della distruzione di Gerusalemme nel 70; una serie di scosse di terremoto che si fecero sentire in vari punti dell’Impero e culminarono con la scomparsa di Pompei sotto le ceneri del Vesuvio nel 79. Di sicuro, molto su cui discutere!
E i ricchi, quando non se la spassavano alle terme, si godevano le loro ville sontuose. Molte erano a tre piani e avevano interni stupendi. Ogni casa si innalzava attorno a un ampio cortile interno pavimentato in marmo – che poteva estendersi fino a cinquanta metri quadrati, scoperti in alto per lasciar entrare la luce del sole – di solito con una fontana al centro e circondato da colonne ugualmente di marmo. Il piano superiore della villa era sempre occupato dalle camere da letto. Il piano terra era riservato agli « ambienti pubblici »: sala da pranzo, soggiorno e la sala principale dove i padroni di casa accoglievano gli ospiti. Alle estremità si trovavano gli ambienti della servitù: cucina, bagno, toilette e lavandini… Ogni casa aveva la sua cisterna o il pozzo, oltre all’acqua corrente della città, e ognuna aveva il riscaldamento centralizzato, con lo stesso sistema ad ipocausto che riscaldava le terme pubbliche.
Oltre alle amenità offerte dalle terme pubbliche, un altro piacere di cui approfittavano tanto i ricchi quanto i poveri, anche se evidentemente in misura diversa, era quello della buona tavola. La dieta era costituita da cibi a base di farina di frumento, con cipolle, aglio e formaggi… Inoltre abbondavano pesce e carne di maiale. Naturalmente nelle case dei ricchi i pasti erano più vari e abbondanti.
Tutti i pasti – sia quelli del ricco sia quelli del povero – avevano tre cose in comune: il vino, il miele e il sale. Va detto che Efeso era famosa per il suo vino – ogni anno il 19 agosto c’era la festa del vino – e per il miele (l’ape, che era anticamente il simbolo di Efeso, compare in alcune delle sue monete). Quanto al sale, era considerato così importante che anche le famiglie più povere facevano dei sacrifici per poter acquistare una saliera per la tavola.
In materia di abbigliamento ci voleva poco per distinguere i benestanti dai cittadini meno privilegiati. Il vestiario quotidiano era costituito dalla tunica, fatta di un misto di cotone e lana per la gente comune, e di costosa seta per chi aveva disponibilità maggiori. C’erano tuniche con maniche e altre senza, ma tutte erano munite di cintura ai fianchi. Le tuniche degli uomini erano corte e costituite da un singolo pezzo di tessuto. Quelle delle donne erano lunghe e costituite da due pezzi di tessuto, uno indossato sopra l’altro. E mentre gli uomini erano tutti vestiti di bianco, le donne, invece, indossavano tuniche di vari colori, tra i quali il blu, il violetto e il giallo zafferano erano i più comuni. La familiare toga romana era indossata raramente al di fuori delle grandi occasioni, dei sacrifici e delle feste pubbliche. I lavoratori manuali e gli schiavi solitamente indossavano un indumento marrone, a forma di sacco, chiamato cucullus, che scendeva dal collo fino alle ginocchia.
Al tempo in cui Maria giunse a Efeso, gli uomini non portavano più la barba, ma si erano conformati a una delle mode più eccentriche del tempo: quella dei capelli biondi. Tanto gli uomini quanto le donne si facevano vedere con i capelli tinti di biondo o con parrucche bionde.
Tutto sommato, la Efeso in cui Maria si trovò a vivere era un luogo felice e civile. Questo era dovuto in parte alla sua ricchezza e in parte al governo della città, che era particolarmente illuminato anche secondo gli standard moderni. C’era un sistema fiscale imparziale e quando era parziale lo era per favorire il povero. Ad esempio, c’era una tassa standard di un denaro per il rilascio del certificato di nascita, ma se la madre era un membro della classe agiata, o intendeva essere considerata tale, la tassa era di cento denari. Allo stesso modo, il povero aveva diritto a ricevere certi benefici per i bambini, anche grano gratuito e l’entrata libera alle terme pubbliche. Il consiglio amministrativo della città, il Demos, teneva le sue riunioni nel Teatro Grande, alle quali tutti gli efesini potevano assistere liberamente. Il Teatro Grande era anche sede di frequenti concerti musicali, recital poetici ed esibizioni di spettacoli classici. Gli efesini del I secolo erano tra la gente più fortunata dell’Impero, e lo sapevano!

3. Paolo e i primi cristiani a Efeso
Non c’era nulla, si può dire, che potesse disturbare il benessere degli efesini – e certo anche il loro auto compiacimento – fino al 53 d. c., quando arrivò sulla scena Paolo di Tarso, il quale fece conoscere ad essi che i loro dèi erano un nulla: in realtà c’è solo un unico Dio! All’inizio egli predicò nelle sinagoghe, ma dopo qualche mese si trasferì nella sala conferenze di Tiranno, dove per due anni e mezzo insegnò ogni giorno dalle undici del mattino alle quattro del pomeriggio. Durante quel periodo molti si convertirono, ma ciò provocò malumori e preoccupazioni particolarmente tra gli argentieri, che traevano buoni profitti soprattutto dalla vendita di statuette e medaglioni della dea Artemide.
Uno di essi, un certo Demetrio, alla fine decise di fare qualcosa contro questa minaccia nei confronti del loro commercio, e così organizzò una riunione di tutti coloro la cui sussistenza dipendeva da Artemide e dalle altre divinità greco-romane. Dopo essere riuscito con successo a infiammare gli ascoltatori evocando i timori per gli affari, soffiò sul fuoco insistendo che quell’intruso cristiano insultava anche la dignità della grande dea. Nella loro furia collettiva, gli uditori aumentarono fino a diventare una folla che prese d’assalto il Teatro Grande, dove per due ore gridarono: «Grande è l’Artemide degli efesini!». Mentre il contagio della collera si diffondeva tra la folla, il teatro si riempì di gente che non aveva idea del perché ci fosse tutto quel rumore. E così – ma non per l’ultima volta nella storia – l’interesse commerciale privato e una demagogia spudorata si accordarono perfettamente per creare una « opinione popolare » a proprio vantaggio.
Paolo era intenzionato ad affrontare la folla, per misurarsi di persona con la loro rabbia, ma gli amici lo persuasero diversamente. Poi, con il loro aiuto, riuscì a malapena a mettersi in salvo. Alla fine, l’ordine venne ristabilito solo dopo che il cancelliere della città si presentò alla folla ricordando che, se qualcuno aveva delle accuse da fare, il tribunale era il luogo indicato per cercare giustizia. Poco dopo, Paolo lasciò Efeso e andò in Macedonia. Probabilmente nel 64 d. C. egli subì il martirio a Roma, e Giovanni divenne il capo della Chiesa di Efeso.
Ma quelle degli apostoli non furono le uniche presenze cristiane influenti a Efeso, durante i primi tempi della Chiesa. Anche Luca probabilmente fu a Efeso per un certo periodo, e alcuni studiosi ritengono che a Efeso abbia scritto il suo Vangelo. Si racconta che anche Marco avrebbe accompagnato Pietro a Efeso, mentre Filippo vi avrebbe trascorso un certo periodo prima di trasferirsi a Gerapoli, circa cento cinquanta chilometri a est di Efeso, dove predicò fino al martirio.
Quanto di questa attività missionaria sia arrivata all’attenzione di Maria, o quanto ella sia vissuta e abbia potuto vedere di tutto questo, nessuno lo sa. Siccome si ritiene che si sia trasferita nella casa sulla Collina degli Usignoli pochi mesi dopo il suo arrivo a Efeso, dovrebbe essere rimasta lontana dal rincorrersi quotidiano delle notizie che caratterizzava la metropoli in basso. D’altra parte, i membri della comunità cristiana efesina in continua crescita, alcuni dei quali vivevano proprio nelle sue vicinanze, sul fianco della montagna, di sicuro la tenevano al corrente degli eventi, mentre Giovanni stesso poteva informarla sulle sue attività apostoliche.
Allo stesso modo, possiamo solo fare delle congetture su quanto a lungo Maria abbia vissuto in quella casa. Alcuni anticipano la morte di Maria fino al 43 d. C, altri invece la posticipano fino al 63. La mia opinione è che la morte sia avvenuta probabilmente a metà fra queste due date. Non lo sapremo mai, come del resto non sapremo mai la data esatta della crocifissione di Gesù. Quello che importa è che, grazie alla curiosità e caparbietà di alcuni uomini e donne di molti secoli dopo, ora conosciamo molto più di quanto si sia mai saputo sugli anni che precedettero la morte di Maria, e sono convinto che in futuro sapremo ancora di più.

Publié dans:MARIA VERGINE, MARIA VERGINE E SAN PAOLO |on 19 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Madonna della Lettera – (Maria e San Paolo, una tradizione)

http://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_della_Lettera

Madonna della Lettera

(Maria e San Paolo, una tradizione)

« Vos et ipsam Civitatem benedicimus »
(IT)
« Benediciamo voi e la vostra Città »

Dalla Lettera di Maria ai messinesi)

« Madonna della Lettera » è uno degli appellativi utilizzati dalla religione cattolica nella venerazione di Maria, madre di Gesù. La Madonna della Lettera è venerata dalla Chiesa cattolica come santa patrona di Messina, di Palmi (RC) e di Finale di Pollina (PA).
La tradizione, avvalendosi di una affermazione dello storico Flavio Lucio Destro (II secolo d.C.), (“Apud Messanenses celebris est memoria B. Virginis Mariae, missa ipsis ab aedem dulci epistola” – “Celebre è presso i messinesi la memoria della dolce epistola scritta dalla Beata Vergine Maria”)[1] narra che san Paolo, giunto a Messina per predicare il Vangelo, trovò la popolazione ben disposta a lasciarsi convertire. Ben presto molti cittadini aderirono all’invito convertendosi al Cristianesimo, e nel 42, quando Paolo si accingeva a tornare in Palestina, alcuni messinesi chiesero di accompagnarlo per poter conoscere la Madonna di persona. Così una delegazione di messinesi si recò in Palestina con una missiva, nella quale i molti concittadini convertiti alla fede di Cristo professavano la loro fede e chiedevano la protezione di Maria.
Maria li accolse e, in risposta alla missiva, inviò indietro una sua Lettera, scritta in ebraico, arrotolata e legata con una ciocca dei suoi capelli. La delegazione tornò a Messina l’8 settembre del 42 recando l’importante missiva: in essa Maria lodava la loro fede, diceva di gradire la loro devozione ed assicurava loro la sua perpetua protezione.
Così termina la Lettera: « Vos et Ipsam civitatem benedicimus », ovvero « Benedico voi e la vostra città ». Il testo oggi è scritto a caratteri cubitali alla base della stele della Madonnina sul braccio estremo del porto falcato di Messina.[2] Da allora la città di Messina la celebra il 3 giugno con una affollata processione del fercolo argenteo della Madonna e il 15 agosto di ogni anno con la processione della colossale Vara, trascinata da centinaia di fedeli vestiti di bianco, che vede la partecipazione di diverse centinaia di migliaia di fedeli e curiosi da tutta Europa.[senza fonte]

Il testo della lettera
Maria Vergine figlia di Gioacchino,
umilissima serva di Dio,
Madre di Gesù crocifisso,
della tribù di Giuda,
della stirpe di Davide,
salute a tutti i Messinesi
e benedizione di Dio Padre Onnipotente.
Ci consta per pubblico strumento che voi tutti con fede grande
avete a noi spedito Legati e Ambasciatori,
confessando che il Nostro Figlio,
generato da Dio sia Dio e uomo
e che dopo la sua resurrezione salì al cielo:
avendo voi conosciuta la via della verità
per mezzo della predicazione di Paolo apostolo eletto
per la qual cosa BENEDICIAMO VOI E LA VOSTRA CITTA’
della quale noi vogliamo essere perpetua protettrice.
Da Gerusalemme 3 giugno anno 42 di Nostro Figlio. Indizione 1 luna XXVII

Il culto della Madonna della Lettera a Finale di Pollina
Il culto della Madonna della Lettera arrivò a Finale di Pollina tramite il casato dei Ventimiglia, marchesi di Geraci, proprietari feudali delle Madonie, comprendente anche il feudo di Finale. La borgata, residenza estiva della nobile famiglia, comprendeva una torre spagnola a picco sul mare, appositamente scelta dai marchesi come abitazione di sicurezza, mentre i cortigiani al seguito alloggiavano in una maestosa villa con ampia foresteria e grandi depositi di derrate alimentari. Antedecente al culto della Madonna della Lettera, i Ventimiglia veneravano il mistero dell’Ascensione. La ricorrenza era molto sentita nella piccolissima comunità che contava allora poco più di 50 abitanti.
La parentela collaterale con la famiglia Moncada di Messina, portò a Finale un originale riproduzione di un quadro dell’1800, di gusto bizantino, raffigurante una Madonna con in braccio il bambino Gesù, reggente il mondo. Nella corona della Madonna era inciso « Regina Coeli Laetare Alleluya ».
La solenne celebrazione veniva celebrata nella cappella di famiglia dei marchesi, tuttora esistente, in posizione antistante la torre bizantina. Essa era parte integrante della villa, alloggio di corte.

IL TEOLOGO BIFFI: SULL’ASSUNZIONE IN CIELO DI MARIA (molti riferimenti a Paolo )

dal sito:

http://www.cresia.info/it/pages/leggi_articolo.asp?id_articolorubrica=155

IL TEOLOGO BIFFI: SULL’ASSUNZIONE IN CIELO DI MARIA

(molti riferimenti a Paolo )

IN OCCASIONE DELLA FESTIVITA’ DELL’ASSUNTA …

in cui si compie l’umana attesa della resurrezione della carne – pubblichiamo questo interessante commento (tratto da « L’Osservatore Romano », l’organo ufficiale della Santa Sede, di oggi 14 agosto 2011) a firma di don Inos Biffi, teologo di chiara fama che ha fondato e dirige la Facoltà teologica di Lugano.
di DON INOS BIFFI – 14/08/2011

La splendida eccezione

di INOS BIFFI

Con la risurrezione di Cristo appare l’inizio dell’umanità perfettamente corrispondente all’eterno disegno divino: l’umanità, che sulla croce ha vinto definitivamente la morte, entrata nel mondo a motivo del peccato e come impronta del peccato, e ha raggiunto la pienezza della gloria.Si manifesta così nel Crocifisso risuscitato, beato nell’anima e trasfigurato nel corpo, il modello e la riuscita di tutti gli uomini chiamati a comparire sulla terra, la primizia – com’è detta da Paolo (1 Corinzi, 15, 20) – del destino a loro divinamente assegnato fin dall’eternità.
Il terzo giorno, quando Gesù si risvegliò dal sepolcro, fu il giorno della creazione del vero Adamo, l’uomo « celeste » (cfr. 1 Corinzi, 15, 47): Cristo è il Testamento Nuovo, nel quale gli eventi dell’Antico si rinnovano e trovano compimento.
Alla domanda: « Perché Dio crea gli uomini? », c’è una sola risposta: « Perché, commorendo con Cristo, con lui risorgano, con lui siano glorificati e collocati alla destra del Padre », qualunque siano il tempo in cui nascono, la cultura che si ritrovano, le peripezie e quelle che giudichiamo insensatezze e assurde tragedie e irrazionalità che incontrano.
Nessuno è pensato per un destino che sia diverso da quello di Gesù, cioè un destino di gloria, partecipato non solo dall’anima, ma anche dal corpo dell’uomo.
Fin che questo non sia raggiunto, l’uomo è incompiutamente e imperfettamente beato. Ecco perché, in questo stato ancora da ultimare, dimorano gli stessi santi, che pure fruiscono del bene essenziale, che è la visione di Dio. Mancanti della corporeità, essi sono anime, ma non ancora « persone umane » beate.
Questo avverrà, con la risurrezione della carne, quando la gloria rifluirà anche nel loro corpo. Secondo la dottrina di Tommaso d’Aquino, all’anima che possiede per natura la prerogativa della « unibilità » a un corpo, ma di fatto ne sia priva, « non compete né il nome né la definizione di persona » (Summa Theologiae, I, 29, 1, 5m).
Ecco perché, prima della risurrezione dei morti, l’anima beata « è attraversata dal desiderio che la sua stessa fruizione di Dio si riversi e ridondi anche sul corpo » (Summa Theologiae, I-II, 4, 5, 4m).
Vi è però un’eccezione e riguarda la Vergine Maria. La fede della Chiesa, solennemente definita da Pio XII, professa che « l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo »: in Maria, con la glorificazione del suo corpo, già ora la redenzione è perfetta, ed è compiuta la sua conformità con Cristo risorto.
E non fa meraviglia. La grazia della croce aveva attratto e pervaso Maria, prima ancora che il Figlio vi salisse, quando fu concepita immune dalla colpa originale e collocata « più su del perdono ».
Destinata, quale favorita di Dio (« Hai trovato grazia presso Dio » Luca, 1, 30), a essere la madre del Signore, Maria – « la madre del mio Signore », la saluta Elisabetta, prevenendo il concilio efesino (Luca, 1, 43) – appare da subito segnata dall’impronta della santità di Cristo e a lui intimamente congiunta.
L’esistenza della Madonna si svolgerà tutta dentro il mistero del Figlio di Dio, che si è fatto carne in lei. Dichiarandosi « serva del Signore », essa accoglie in totale adesione di fede la maternità verginale, opera dello Spirito Santo che scende su di lei – com’è detto nell’annunciazione – e miracolo dell’onnipotenza dell’Altissimo che la copre della sua ombra, come l’antica nube luminosa, a indicare la presenza di Dio (cfr. Luca, 1, 30-38).
I misteri di Gesù si rifletteranno in Maria, tutta volta a meditarne, nello stupore e nel silenzio, il senso profondo. Non ci sono noti i particolari di questa presenza di Maria accanto al Figlio di Dio, venuto alla luce come uomo dal suo grembo e da lei educato e fatto crescere con sapienza materna.
Certamente la guidava una fede docile, salda e perseverante, fondata sulla divina Parola: ma quella fede neppure per lei equivaleva alla visione, bensì, crederemmo, a un insieme di chiarore e di oscurità. Del resto, più uno è prossimo a Dio, più ne sperimenta la vicinanza e ne patisce le tenebre; ora, nessuno più di Maria ha sperimentato e vissuto la comunione e la convivenza con Dio.
Gesù è nato da poco, ed ecco già Simeone, sollevando profeticamente il velo del futuro, le fa lampeggiare, come in uno squarcio, il destino di passione che le sarà riservato: « Anche a te una spada trafiggerà l’anima » (Luca, 2, 35).
Maria seguirà da vicino le vicissitudini di Gesù.
Sale con lui dodicenne per la festa di Pasqua al tempio di Gerusalemme, dove conosce l’angoscia per la sua scomparsa e le restano avvolte di enigma le parole sul suo doversi « occupare delle cose del Padre ». Anche questi eventi, come le parole dei pastori a Betlemme (Luca, 2, 18-19), la Vergine depone e custodisce, in meditazione, nel cuore (Luca, 2, 51).
La incontriamo a Cana, premurosa fino ad accelerare, con libertà e confidenza materna, l’avvento dell’Ora di Gesù, al quale orienta tutta l’attenzione dei discepoli. L’ »inizio dei suoi segni », l’esordio della fede in lui e la prima manifestazione della sua gloria portano così l’impronta dell’iniziativa di Maria (cfr. Giovanni, 2, 1-11).
La troviamo alla fine, « presso la croce di Gesù » (Giovanni, 19, 25), « Compagna del suo gemito ». Manzoni lo dice della Chiesa, ma vale prim’ancora per Maria.
Dall’alto del legno, con la solennità di un testamento, il Crocifisso affida alla Madre, come suo nuovo figlio, il discepolo che egli amava; e al medesimo discepolo consegna, come nuova Madre, Maria (Giovanni, 19, 25-27). Viene, allora, avverata la figura di Eva. Questa fu « madre di tutti i viventi » (Genesi, 3, 20); Maria sul Calvario è fatta madre di tutti i credenti: Gesù estende, così, a tutta la Chiesa il dono di essere stato figlio di Maria.
Potremmo dire che è Cristo stesso l’autore e l’iniziatore della mariologia e che Paolo VI fu ben più illuminato dei suoi critici, che non mancarono di mugugnare, quando attribuì a Maria il titolo di Madre della Chiesa.
Fedele al mandato di Gesù « da quell’ora il discepolo l’accolse con sé » (Giovanni, 19, 27), così prefigurando l’accoglienza che, proclamandola beata, le avrebbero riservato « tutte le generazioni » (Luca, 1, 48). A partire dalla prima generazione cristiana: ecco, infatti, unita agli apostoli, « perseveranti e concordi nella preghiera », « Maria, la madre di Gesù » (Atti, 1, 14), che rappresenta ai loro occhi l’immagine più connessa e più somigliante al loro Maestro e Signore, la memoria più intensa, o la sua icona vivente.
Considerando la pienezza di grazia, di cui fu arricchita Maria, e il singolare legame che la congiunse col Figlio di Dio, non sorprende che questi l’abbia sottratta a qualsiasi segno o strascico di peccato e subito, al termine dei suoi giorni, l’abbia resa partecipe della sua stessa gloria di Signore risorto, asceso alla destra del Padre.
Per questo, a venerare Maria, non dobbiamo recarci a un sepolcro in cui si siano corrotte le sue spoglie, e attendere anche per lei la redenzione del corpo.
L’istinto spirituale della Chiesa non tardò a intuirlo: il dogma – lo dichiara il Papa che l’ha definito – non ha fatto che coronare « il concorde insegnamento del magistero ordinario della Chiesa e la fede concorde del popolo cristiano ».
Lo stesso popolo che, proprio grazie all’assunzione della Vergine al cielo, ne può sentire l’amore materno più immediatamente vicino. Dal momento che – lo insegna ancora Tommaso d’Aquino – non è il tempo a includere la gloria, ma è la gloria a contenere il tempo.

IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA (letture e commento)

dal sito:

http://www.parrocchiacamigliatello.it/8_dicembre_immacolata_concezione_di_maria-1.html

IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA

Fin dai primi secoli la Chiesa ha formulato nella preghiera “ Santa Maria, Madre di Dio “ l’essenza della sua fede intorno alla Madre di Gesù, espressa solennemente in particolare nel concilio di Efeso, l’anno 431. Sant’Ireneo aveva come preconizzato l’immacolata concezione della vergine Maria quando salutava in lei “la nuova Eva”. Soltanto nel XV secolo la Chiesa l’ha dichiarata formalmente nella liturgia fin che fu definita come dogma da Pio IX.

I Lettura
Gn 3,9-15.20
Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.
Allora il Signore Dio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”.
Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”.
All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finchè tornerai alla terra, perchè da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”.
L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

II Lettura
Ef 1, 3-6.11-12
Fratelli, benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

Vangelo
Lc 1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.

Commento di P. Vittorino Elio Vivacqua

Mentre ci avviciniamo alla festa del Natale, la liturgia ci presenta la figura di Maria, Madre di Cristo, sotto il titolo di Immacolata Concezione. Una prerogativa suggerita già dal Concilio di Basilea nel 1438 e proclamata quale domma di fede da Pio IX nel 1854. Con questo titolo la Chiesa ci presenta Maria come unica creatura al mondo che è nata senza peccato originale.
Le tre letture che ci aiutano a comprendere questo mistero sono: Genesi, 3,9-15-20, Lettera di Paolo agli Efesini 1,3-6 – 11-12 e il celebre passo del vangelo di Luca 1,26-38 che ci parla dell’ Annunciazione. Queste letture ci presentano alcuni tratti essenziali che delineano efficacemente la figura di Maria.
Cosa vuol dire “Immacolata Concezione”?
Il termine “concezione” nel linguaggio biblico significa la totalità dell’ esistenza. Nessuno viene al mondo senza esservi chiamato, senza un nome, senza un volto, senza un progetto di vita. Il profeta Geremia dichiara di “essere conosciuto da Dio prima di essere formato nel grembo materno”. Concetto che l’ apostolo Paolo nella lettera ai Galati riferisce a se stesso. E nel brano della Lettera agli Efesini che oggi viene proclamata. l’ apostolo ci ricorda che in Cristo Dio “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità”. Se è così per tutti noi, l’ intera esistenza di Maria, prescelta a diventare la Madre di Dio, è in modo singolarissimo sotto il segno particolare di Dio, in ogni istante della sua vita, incluso il suo concepimento.
Maria non è stata mai soggetta ad alcun peccato, neppure a quello originale. La sua vita è tersa, limpida, immacolata nella sua totalità.
E’ importante approfondire il concetto di “peccato originale”, che proviene dalla riflessione sapienziale del brano del capitolo 3° della Genesi. In esso si racconta con linguaggio simbolico, un genere letterario proprio di quelle antiche civiltà, il peccato che sta all’ origine dei mali dell’ uomo. Esso è descritto come un’ autonoma decisione di voler “conoscere il bene e il male”, attraverso l’ immagine del “mangiare il frutto dell’ albero della conoscenza del bene e del male”. Nella Bibbia il verbo “conoscere” vuol dire appropriarsi, possedere, avere dominio su qualcosa o qualcuno.
“Bene e male” comprendono tutto l’ ambito morale dell’ esistenza umana. Per cui l’ espressione “Conoscere il bene e il male”, significa decidere da soli quello che è bene e quello che è male, contro il progetto di Dio.
Il serpente che tenta l’ uomo, era presso gli antichi una divinità della fecondità e della forza; quindi il simbolo dell’ antagonista del vero Dio. Nella tradizione biblica posteriore questi verrà identificato con il diavolo.
Sotto il simbolo della tentazione del serpente, l’ uomo esprime la sua volontà di costruire un progetto alternativo a quello di Dio, provocando così tutti i mali del mondo.
Questo è il peccato originale, che purtroppo caratterizza la nascita di tutti gli uomini della terra, esclusa la Madre di Colui, che “schiaccerà la testa del serpente”. La madre di Gesù Cristo, vincitore del peccato, non poteva essere soggetta al peccato originale.
Con Maria invece inizia una nuova storia, che non nasce nel paradiso terrestre, ma in un oscuro villaggio della Galilea: Nazareth.
Il vangelo di Luca è l’ unico a riportare l’ episodio fondamentale dell’ Annunciazione. Egli scrive che “L’ angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine… la vergine si chiamava Maria”. La verginità è dunque la prima caratteristica della figura evangelica di Maria. Questa specificazione ha un alto valore teologico, perché, come ci dice l’ evangelista Giovanni, Cristo è generato “non da sangue, né voleri di carne, né da volere di uomo, ma da Dio” (Prologo) Gesù infatti non nasce secondo i meccanismi della biologia umana, ma per opera dello Spirito che depone Gesù nel grembo verginale di Maria.
L’ angelo, a differenza di altre apparizioni bibliche, è il primo a salutare Maria, e non la chiama per nome: “Ti saluto, piena di grazia, il Signore è con te”. Ella, secondo l’ espressione originale greca, è colei che è “ricolma” della benevolenza di Dio, fin da sempre e dunque fin dal primo istante del suo concepimento, è il tempio di Dio.
Maria si turba ad udire un tale saluto ed in questo modo si inserisce in quella schiera di grandi uomini religiosi di Israele, che alla presenza di Dio o dei suoi angeli, si gettano con la faccia a terra: Mosè, i profeti, tutti i destinatari delle apparizioni divine. L’angelo però la rassicura: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un Figlio.. Sarà chiamato Figlio dell’ Altissimo”.
Ma il turbamento della vergine aumenta e perciò chiede: “Com’ è possibile? Non conosco uomo”. E l’ angelo di rimando: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’ Altissimo”. Finalmente consapevole della volontà di Dio risponde: “Eccomi, sono la serva del Signore”. La parola “serva” è tutt’ altro che sinonimo di umiltà. “Servo del Signore” è il titolo che tuttora l’ Islam riserva ai primogeniti dei principi; ed è il titolo di Abramo, di Mosè, dello stesso Cristo. Maria si inserisce in questo filone ed in quel momento esprime la coscienza della sua vocazione e così diventa docile strumento nella mani di Dio.
L’ Immacolata Concezione è la storia di una donna che aderisce pienamente al piano di salvezza tracciato da Dio e che in ogni momento della sua vita dirà “sì” al Signore. Nessun’ ombra di peccato,
nessuna imperfezione macchia la sua anima. Perciò potrà cantare nel Magnificat: “Grandi cose ha fatto in me l’ Onnipotente”.
Certamente noi, impastati di peccato, non possiamo avere l’innocenza di Maria. Ma, come dice Paolo nella lettura odierna, dobbiamo ricordarci che il Signore ci ha chiamati per essere “santi i immacolati al suo cospetto nella carità”. Anche noi dunque, come Maria, dobbiamo dire sempre sì al Signore. In questo modo non ci macchieremo mai di peccato

DONNE BIBLICHE: FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio6.htm#I%20riferimenti%20alla%20Madre

DONNE BIBLICHE: FIGURE FEMMINILI NELLE SACRE SCRITTURE

Don Claudio DOGLIO

5. LA MADRE DEL MESSIA: le profezie bibliche applicate a Maria 

I riferimenti alla Madre del Messia nell’Antico Testamento

In questo ultimo incontro prenatalizio concentriamo la nostra attenzione sulla Madre del Messia domandandoci, anzitutto, se se ne parla nell’Antico Testamento: non possiamo dire di cercare la figura di Maria nell’Antico Testamento – Maria è un personaggio del Nuovo Testamento -, però è la Madre di Gesù riconosciuto come « il Messia » e, dato che nell’Antico Testamento sono molti i testi messianici, è probabile che vi siano anche dei testi relativi alla Madre del Messia. Se ne possono trovare tre e noi cercheremo di studiarli, consapevoli che la materia che stiamo per prendere in esame è impegnativa e, a differenza del libro di Ester trattato la volta scorsa, questi testi sono strani, complessi e di non facile interpretazione.

Iniziamo con l’elencazione dei tre testi per avere il quadro della situazione:
il primo testo è Genesi 3, 15: « Io porrò inimicizia fra te e la donna »,
il secondo testo è Isaia 7, 14: « Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio »,
il terzo testo è Michea 5, 2: « Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà ».

Non ne esistono altri esplicitamente relativi alla Madre del Messia, ancorché si possano trovare molti riferimenti femminili. Infatti, nella tradizione patristica, cioè degli antichi interpreti cristiani, sono stati riletti in chiave mariologica molti particolari di questo genere, come ad esempio la figura di Ester o di Giuditta o di altre donne, oppure altri particolari come la Sapienza personificata alla stregua di una donna saggia, o la sposa del Cantico dei Cantici, applicando a Maria tutto ciò che in questi esempi è femminile. Si tratta senza dubbio di un’esagerazione che non corrisponde al senso primario dei testi e quindi non li consideriamo; parlando di Giuditta, nel prossimo incontro, vedremo i possibili riferimenti a Maria che tuttavia non riguardano la « Madre del Messia ». Al contrario, i tre testi sopra riportati sono proprio intenzionalmente orientati a parlare della generazione del Messia.

Esamineremo questi testi non tanto in ordine biblico, secondo il testo, quanto in ordine cronologico, cioè in ordine di composizione.

   Il riferimento nel libro della Genesi

Il libro della Genesi, al capitolo 3, contiene un testo arcaico appartenente alla tradizione comunemente chiamata jahvista – la tradizione teologica che usa il nome proprio Jahveh per indicare Dio –, nata alla corte di Gerusalemme; si tratta di una tradizione sapienziale, legata alla città di Gerusalemme ed alla dinastia di Davide, sorta in un periodo di benessere e di ottimismo con l’intenzione di formare le nuove generazioni. Di questa tradizione abbiamo già parlato nel corso del primo incontro quando abbiamo affrontato la figura della prima madre, Eva, e infatti questo versetto si colloca proprio in quel contesto; siamo nell’ambito delle « punizioni », che vengono sancite dopo avere scoperto il delitto della disobbedienza.
La prima punizione è inflitta al serpente: Dio maledice il serpente, lo condanna a mangiare la polvere e fa poi la promessa « Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra il tuo seme e il suo seme; questo ti schiaccerà il capo e tu gli insidierai il calcagno ».
Facciamo bene attenzione a non interpretare subito il testo nel senso delle immagini dell’Immacolata; abbiamo appena celebrato questa festa e, nella liturgia eucaristica, abbiamo letto proprio questo brano.
Il punto nevralgico del testo sta nell’identificazione di chi sia il soggetto che schiaccia la testa; la traduzione italiana adopera la parola « stirpe » al posto di « seme » e conclude: « questa ti schiaccerà la testa ». Sembra così che il riferimento sia alla donna, mentre invece è alla stirpe; l’equivoco è venuto da uno sbaglio di trascrizione in latino dei codici della Vulgata in epoca medievale, quando è stato riportato il femminile « ipsa » nell’espressione « ipsa conteret caput tuum », mentre nei testi antichi della traduzione in latino si trovava il maschile « ipse », corrispondente al maschile del testo greco « autòs » e al maschile ebraico « hû’ ».
Su questo fatto non c’è ombra di dubbio, specialmente nel testo ebraico dove, come in tutte le lingue semitiche, c’è differenza nella coniugazione del verbo e si hanno desinenze diverse fra la terza persona maschile e la terza femminile. È quindi chiarissimo che il riferimento è maschile, ovvero « colui che schiaccerà il capo del serpente » è il « seme della donna », il suo discendente; l’applicazione deve quindi essere fatta con intelligenza.
Questo testo è stato definito dalla tradizione cristiana « protovangelo », cioè primo annuncio di salvezza; infatti, nella Bibbia questa è la prima promessa salvifica: « Io porrò inimicizia ». Nel momento in cui viene condannato il serpente, Dio condanna il male nella sua immagine simbolica, non condanna cioè il serpente in quanto animale, bensì condanna il male nella sua figura diabolica; si tenga tuttavia presente che in quel contesto antico non c’è ancora l’idea del demonio come di un angelo decaduto, c’è invece l’idea di una forza malefica.
Nell’espressione di condanna del male, « mangiare la polvere » significa essere schiacciato e umiliato, essere abbattuto e ridotto all’impotenza.
La promessa dell’inimicizia vuol dire che si verificherà uno scontro continuo, cioè che, nonostante Dio abbia lasciato questa situazione di peccato nell’umanità, promette un combattimento, un’inimicizia volta allo scontro « fra la donna e il serpente », che è come dire fra l’umanità e il male: la « donna », infatti, non va interpretata come una donna in carne ed ossa, ma come il genere umano, analogamente all’interpretazione appena data al « serpente ». C’è quindi la promessa di uno scontro e di una permanente inimicizia fra l’umanità e il male, nel senso che l’umanità non soggiace al male passivamente, ma sente un’istintiva ribellione nei suoi confronti: anche se è inclinata al male, l’umanità continua a riconoscerlo come male, non lo ama e porta dentro di sé il desiderio di eliminarlo. Come istintivamente si è inclinati al male, altrettanto istintivamente il male provoca insofferenza e si vorrebbe superarlo e vincerlo. Questa idea di contrapposizione non riguarda solo la fase arcaica, ma le generazioni future; ecco quindi l’idea del « tuo seme » e del « suo seme » – i discendenti del serpente e i discendenti della donna -, come se in ogni generazione si rinnovassero le situazioni di male al rinnovarsi delle persone ed al mutamento delle situazioni storiche, come se di generazione in generazione si rinnovasse questa condizione di inimicizia e questa situazione di scontro, come in realtà avviene, fino a quando ci sarà una soluzione: un discendente della donna che schiaccerà il capo del serpente.
Il serpente, quando ha sul capo un piede che lo sta per schiacciare, si rivolta e tenta di mordere l’unico punto a cui può arrivare, il calcagno; tenta di rivoltarsi, ma viene schiacciato. Il testo ebraico è molto difficile e adopera due volte lo stesso verbo che, con una sfumatura di significato, sta fra « insidiare » e « osservare »: c’è la differenza fra la testa e il piede, fra la parte bassa e la parte alta, la parte infima e la parte nobile. C’è una differenza di risultato: lo scontro si concluderà con la vittoria dell’umanità; un figlio della donna – il seme della donna – schiaccerà la testa. L’insidia c’è ed è tale che il figlio della donna ne avrà un danno: il serpente insidia il calcagno, morde e può arrecare danno, ma finirà per lasciarci la testa. Questa immagine è poetica e profetica, nel senso che l’autore antico non sa bene cosa sia e cosa intenda dire, ma ha questa intuizione: non racconta semplicemente gli elementi arcaici, iniziali, ma descrive anche quello che sarà in futuro.
Nella tradizione ebraica questo testo era letto in chiave messianica, cioè la tradizione giudaica precristiana interpretava questo versetto come una profezia del Messia. Ne siamo sicuri perché abbiamo il « targum », cioè la traduzione aramaica, in lingua popolare e corrente, che veniva letta in sinagoga per spiegare al popolo il testo biblico quando non veniva più capito bene; queste traduzioni popolari erano molto più ricche del testo ufficiale, aggiungevano delle spiegazioni e delle interpretazioni oggi per noi preziosissime, perché ci dicono il modo in cui a quel tempo il testo veniva interpretato. Noi possiamo quindi sapere che quando Gesù e gli apostoli andavano in sinagoga e veniva letto questo testo, lo sentivano leggere in chiave messianica. A questa stregua, la parafrasi di tipo rabbinico farisaico del testo che stiamo esaminando può essere questa: « Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra i discendenti del serpente e i discendenti dell’umanità. Quando i figli della donna osserveranno la legge ti schiacceranno il capo; se invece non osserveranno la legge tu li insidierai al calcagno, ma mentre essi saranno guariti per te non ci sarà guarigione, perché sarai distrutto nei giorni del Re Messia ». Il testo in questi termini veniva letto in sinagoga, secoli prima di Cristo, quindi quel brano era spiegato dai maestri giudei come messianico; il testo non ha ombra di dubbio: è un discendente della donna che schiaccerà il capo del serpente e nella tradizione ebraica questo discendente non può essere altri che il Messia, il Re Messia, il Re Consacrato.
L’alternativa espressa nella parafrasi è, come detto, di impronta farisaica: se i figli della donna osservano la legge sono forti e vincono il male, mentre se non la osservano sono deboli e il male li vince; questo combattimento sarà continuo, ma ad un certo punto per il serpente non ci sarà più via di uscita perché il Re Messia lo distruggerà.
È logico che, nel momento in cui gli apostoli riconoscono che Gesù è il Messia, tutti i testi messianici siano applicati a lui, cosicché Gesù viene presentato come « il discendente della donna che schiaccia il capo del serpente ». È un’immagine mitica per indicare la vittoria sul male: il Cristo ha vinto il male; nel Vangelo di Giovanni questo diventa evidente: il principe di questo mondo è gettato fuori, ora è il giudizio e il principe del mondo – appunto, il potere del male – viene gettato fuori, è vinto, è sconfitto.
Pur tuttavia il male produce un danno: l’immagine del serpente che si rivolta e morde il calcagno è proprio legata alla morte di Gesù, il male ha fatto morire il Messia per cui, apparentemente, ha vinto il serpente uccidendo « il figlio della donna ». In realtà invece non ha vinto: proprio lo sconfitto è colui che trionfa, colui che è stato eliminato diventa il vincitore e, con la resurrezione di Cristo, il potere del diavolo è definitivamente stroncato.
Nella formulazione arcaica troviamo un particolare molto interessante. Ritengo che sia significativo tradurre letteralmente il « seme », del serpente e della donna, perché con questo termine si esprime il testo ebraico. Lo ritengo importante perché è paradossale parlare di « seme della donna » che, in sé, è un controsenso, la donna non ha seme; è un’immagine forzata per dire « un discendente » e si afferma espressamente che « il seme della donna » schiaccerà il capo del serpente. Questa apparente contraddizione diventa chiara con il concepimento verginale di Gesù là dove c’è una persona che è generata senza seme, non da seme umano, per cui è « il seme della donna » come espressione paradossale per indicare il parto verginale: intervento creatore di Dio che dà inizio ad una nuova umanità. Il parto verginale di Maria non è né un giochetto di prestigio né tanto meno un’espressione contro la sessualità; è invece l’intervento di Dio che crea un’umanità nuova: la generazione di Gesù, nel parto verginale, è l’intervento direttamente creatore di Dio che dà origine ad un nuovo tipo di umanità. Non è legato al ciclo normale delle nascite, ma lo interrompe e inizia nuovamente, viene data origine al nuovo Adamo, alla nuova umanità.
È allora logico riconoscere nella madre di colui che schiaccia il capo del serpente la « nuova Eva », la « nuova madre di tutti i viventi », « colei che ha mutato il nome di Eva » come dicono i poeti medievali notando che « Ave » è l’inverso di « Eva »: c’è il capovolgimento della situazione, dalla disobbedienza all’obbedienza.
Il motivo per cui questo testo viene letto nella festa dell’Immacolata Concezione sta nel fatto che in quella occasione celebriamo la vittoria sul male; il discorso sulla verginità di Maria non è attinente con l’oggetto della celebrazione, anche se purtroppo non di rado si riscontra confusione interpretativa ritenendo che « immacolata » sia da intendersi come  » vergine », che abbia concepito in modo immacolato e sia diventata madre in quanto vergine. Si tratta di interpretazione del tutto errata: è lei che è stata concepita senza peccato originale, quindi il concepimento di cui si parla in questa festa è nel seno di Sant’Anna ed è avvenuto con un normale rapporto sessuale; tuttavia, nel concepimento c’è stato un intervento di Dio che ha salvato pienamente Maria fin dall’inizio in forza della redenzione operata da Cristo: Maria è stata salvata prima di nascere, ma anche lei ha avuto bisogno di essere salvata. Tutti abbiamo bisogno di salvezza e Maria non fa eccezione, solo che a lei la salvezza è stata applicata da subito per grazia di Dio perché la potenza della morte e resurrezione di Cristo, in lei, ha vinto totalmente il male, da sempre, in modo definitivo. Quindi, nella persona di Maria noi ammiriamo la potenza di Dio che ha vinto il male.
L’immagine mitica di Maria Immacolata con il serpente ai piedi intende dire che nella sua persona, concretamente, Dio ha vinto il male. Tale immagine è mitica perché il concepimento di Maria parla di una cellula fecondata iniziale che non è rappresentabile con una donna adulta; Maria è rappresentabile come donna una volta che è nata e cresciuta. L’Immacolata e l’Assunta sono due immagini teologiche che celebrano, appunto, la teologia e non Maria in quanto donna storica; l’Immacolata infatti è Maria prima della nascita e l’Assunta è Maria dopo la morte, per cui tali celebrazioni riguardano ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo, e sono le due feste dell’umanità redenta: il male è vinto alla radice e, di conseguenza, l’umanità può raggiungere il vertice del cielo.
Non esiste quindi alcun problema nell’applicazione anche delle immagini, una volta che si riconosca che chi vince il serpente è il Messia; la Madre gode pienamente i benefici dell’opera realizzata dal Figlio ed è la prova concreta che il Figlio ha vinto il male.

   Il riferimento nel libro di Isaia

L’argomento è altrettanto difficile del precedente e gli eventi a cui si riferisce si collocano a Gerusalemme verso l’anno 730 A.C., al tempo del re Acaz.
La situazione storica è brutta, Gerusalemme sta vivendo un momento di difficoltà soprattutto perché hanno tentato di coinvolgere il re Acaz e il suo regno di Giuda in una guerra contro gli Assiri.
Isaia, uomo di corte e potente ministro, si è opposto, non vuole questo tipo di alleanza; di conseguenza, alcuni staterelli che vivono intorno a Giuda muovono guerra a Gerusalemme con l’intenzione di abbattere la dinastia di Davide, togliere dal trono il re Acaz e sostituirlo con un altro, in modo tale che il nuovo re sia d’accordo con loro per fare la guerra.
L’avere ascoltato Isaia che non voleva la guerra ha portato Gerusalemme in guerra e la città si trova assediata da questi eserciti in una situazione di estremo pericolo.
Il re è in rotta con Isaia e addirittura – raccontano i libri storici – ha tentato una carta estrema: ha fatto un sacrificio umano nella valle di Hinnon immolando il proprio figlio ad una divinità cananea per ottenere aiuto nella guerra. Questo fatto denota che a Gerusalemme si praticava abbondantemente l’idolatria se addirittura il re, discendente di Davide, arriva a sacrificare il proprio figlio rimanendo così senza erede in un momento in cui ci sono degli eserciti che vogliono abbattere la dinastia.
A quel punto, racconta Isaia al capitolo 7, il profeta si presenta al re e gli offre la possibilità di un segno: « «Chiedi un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto» » (Is 7, 11). Acaz rifiuta il segno; è un atteggiamento prepotente e arrogante, che mostra strafottenza e disinteresse, non è un atteggiamento devoto. Sono infatti possibili due eccessi di fronte al segno proposto da Dio: uno è la pretesa del segno da Dio, l’altro è il rifiuto del segno che Dio offre, atteggiamenti entrambi sbagliati.
Il profeta propone quella linea sapiente dell’equilibrio: di fronte ad una proposta di un segno l’uomo deve accoglierlo e verificarlo. Questo è proprio l’atteggiamento di Maria quando l’angelo le dice che la cugina Elisabetta attende un figlio, lei che tutti credevano sterile; Maria si alza e va a trovarla, si fida ed accetta il segno, ma nello stesso tempo va anche a verificare se è proprio vero che Elisabetta è al sesto mese e, nello stesso tempo, che proprio lei è stata scelta per essere la madre del Messia. Proprio nell’incontro con Elisabetta ha la conferma quando si sente dire: « «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» » (Lc, 1, 43). Viene fatto di domandarsi come faccia Elisabetta a sapere che Maria è madre, dato che è un segreto assoluto non ancora confidato a nessuno: quindi, il segno non solo è stato verificato, ma è stato anche confermato e nell’atteggiamento di fiducia di Maria il segno accolto produce altri segni di conferma.
Acaz invece è prepotente ed arrogante: « Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore» » (Is. 7, 12). Adopera cioè una formula ipocritamente devota, ma il tono della voce e l’atteggiamento danno fastidio e indicano che in realtà il segno non gli interessa, tant’è vero che Isaia reagisce in modo duro: « Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! (cioè il casato, tutta la famiglia regnante) Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio?» » (ib. 7, 13); che è come dire che Isaia aveva già perso la pazienza da tempo con il re, ma adesso la sta perdendo anche Dio e allora, anche se Acaz non lo vuole, il Signore darà ugualmente il segno: « «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re» » (ib. 7, 14-16). Il Signore dà quindi la garanzia che prima ancora che il bambino sia cresciuto saranno annientati i due tizzoni fumosi che provocano tanta paura. Ci chiediamo allora quale sia il segno annunciato; il segno sarà la nascita di un figlio ad Acaz e, prima che questo bambino raggiunga l’età della ragione, quei problemi che adesso angosciano la città non ci saranno più e la situazione sarà risolta.
Resta tuttavia l’interrogativo circa il termine « vergine » di cui si parla a proposito del segno; in realtà nel testo ebraico questo termine esplicito non c’è, c’è invece il termine ‘almah, che significa genericamente « ragazza » o « giovane donna ». Nel linguaggio antico era molto comune chiamare « vergini » le giovani donne a prescindere dall’effettiva condizione fisica; abbiamo come esempio la parabola delle dieci vergini, nella quale non si intende la verginità propriamente detta, ma si parla semplicemente di dieci giovani ragazze non ancora sposate che, proprio in quanto tali, partecipano al corteo nuziale. Il termine ‘almah ricorre molte volte nella Bibbia e se si fa una verifica nella versione della CEI si trova che in tutti gli altri casi questo termine è tradotto semplicemente con « ragazza »; quindi, anche in questo caso, l’interpretazione deve essere in questo senso.
Tornando all’annuncio del segno e del suo significato attuale, teniamo presente che il profeta sta parlando al re riferendosi alla situazione di estrema difficoltà che stava attraversando la città di Gerusalemme, senza alcun riferimento a ciò che sarebbe accaduto oltre settecento anni dopo – la nascita di Gesù – e che, oltre tutto, non sarebbe stato di interesse alcuno per gli attuali abitanti della città. Occorre interpretare correttamente il modo di agire del profeta, che non è un mago che preveda l’avvenire, bensì è una persona ispirata che legge in modo appropriato i segni del presente proiettandosi nel futuro.
Quindi, il testo è chiaro e il segno sta in questo: il Signore garantisce al re che avrà un figlio, del quale al momento è del tutto inconsapevole, e nel giro di poco tempo, prima che il bambino abbia raggiunto l’età della ragione – sei o sette anni – tutto sarà risolto; le cose infatti andranno proprio in questo senso.
Isaia aveva una preferenza per i nomi simbolici, tanto che ai suoi figli diede nomi molto particolari: uno si chiamava Sear-iasub che significa « ne resta solo un resto », l’altro si chiamava Mahèr-salàl-cash-baz che significa « pronto bottino, preda veloce ». Per fortuna, quando propose un nome simbolico per il figlio del re fece una scelta decisamente più gradevole: Emmanuele. Per i propri figli aveva scelto nomi simbolici di un tono pesante e configuranti una minaccia: « ne resta solo un resto » fa pensare che tutto il rimanente finirà distrutto, mentre « pronto bottino, preda veloce » richiama l’idea di un saccheggio rapido e totale. Si tratta delle sue speranze, è la raffigurazione del futuro espressa in modo drammatico con una prosa molto corposa e con immagini forti; i nomi dati ai figli indicano ciò che egli teme e prospetta per la situazione e denotano questa concretezza di linguaggio. Analogamente, proponendo un nome simbolico per il figlio del re vuole garantire la presenza del Signore: ‘Immanu vuol dire « con noi » e El è il nome generico di Dio, quindi il nome Emmanuele significa « Dio è con noi ».
Il re non lo ascolta, ma il figlio nasce; non verrà chiamato Emmanuele, ma Ezechia, che vuol dire « Dio aiuta » e quindi con un significato abbastanza vicino a quello proposto.
Effettivamente Isaia aveva ragione perché nel giro di pochi anni non solo l’assedio viene smantellato, ma i due re che avevano mosso guerra a Gerusalemme vengono eliminati; questi due re sono vittima degli assiri mentre Gerusalemme è salva e sicuramente Isaia potrà affermare di avere dato un segno, che conferma come egli parli a nome di Dio e quindi come debba essere ascoltato.
Quel testo fu conservato nella tradizione, fu riscritto e tramandato, ma non fu mai interpretato in senso messianico, per cui l’interpretazione corrente che ne davano i maestri giudei era riferita al figlio di Acaz, Ezechia, quindi come una promessa legata semplicemente a quel momento. Quando gli ebrei tradussero la Bibbia in greco, al posto di ‘almah tradussero « parthénos » che in greco ha un significato molto più cogente e significa « vergine » in senso vero e proprio; ciò significa che almeno ad Alessandria d’Egitto la comunità giudaica di lingua greca aveva una vaga interpretazione messianica del testo. Il testo fu interpretato seriamente nella luce del Messia solo dopo la nascita di Gesù dalla vergine Maria; non era stato capito prima ed è stato interpretato dopo. Matteo infatti scrive: « Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi » (Mt, 1 22-23). Facendo l’avvocato del diavolo, si potrebbe dire che Matteo si è inventato il concepimento verginale di Gesù per poter affermare che la profezia si è realizzata. Quest’ipotesi non regge in quanto nessun ebreo si aspettava un concepimento verginale del Messia, eventualità che non faceva parte dell’immaginario comune proprio perché quel testo di Isaia non veniva letto in chiave messianica, per cui non c’era alcun motivo di inventare il dato del concepimento verginale; è invece avvenuto il contrario: il concepimento verginale di Gesù ha prodotto un dubbio circa il motivo per cui ciò è accaduto ed una ricerca per verificare se le Scritture ne parlavano. Matteo allora trovò quel testo di Isaia e lo capì alla luce di quanto era accaduto con la nascita di Gesù; dopo che gli apostoli ebbero avuto la notizia del parto verginale, capirono quel testo di Isaia.
Noi potremmo allora dire che nella mente di Isaia c’era semplicemente una promessa per il momento che stava vivendo, ma nella mente di Dio che ispirava il profeta c’era una promessa molto più avanti nel tempo, che riguardava oltre settecento anni dopo: Isaia non sapeva questo, ma Dio sì, e quella parola profetica aveva un senso che si realizzerà non perché gli uomini manomettono i testi, ma perché in essi scoprono con meraviglia un progetto che Dio sta guidando.

   Il riferimento nel libro di Michea

Quest’ultimo riferimento si presenta più semplice e meno problematico dei due precedenti; inoltre, in questo testo si parla veramente della Madre del Messia.
Negli altri due testi esaminati la figura della Madre è implicita, sullo sfondo, se ne parla, ma non è rilevante; in quest’ultimo testo, invece, il riferimento è esplicito: « E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele » (Mic, 5 1-2).
Questa è un’autentica profezia messianica che parla della Madre del Messia, ma proprio perché è una profezia non dice niente di particolare. Parla di un paesino sperduto, Betlemme, nel quale era nato Davide che poi era diventato re. Quando viene scritto questo testo di Michea è caduta la monarchia ed è caduto lo stato di Israele, c’è una situazione di grande depressione e di sconfitta generale e il profeta lancia una profezia di speranza dando una garanzia: il paesino piccolo e insignificante una volta ha dato origine a colui che sarebbe diventato re, da Betlemme più avanti nel tempo ne verrà fuori un altro che sarà il dominatore.
Si noti che in questo secondo caso non si parla più di re, ma di « moshel », che significa la guida, il capo, il dominatore appunto, che ha origine dall’antichità, cioè è pensato da Dio, è progettato da sempre, dai giorni più remoti – l’autore non ha il concetto dell’eternità -, quindi nascerà in futuro, ma le sue origini sono antiche e Dio, per il momento, metterà gli israeliti in potere altrui e lascerà che altri comandino – infatti sono sotto i persiani, poi arriveranno i greci, infine i romani – fino a quando « colei che deve partorire partorirà ». Vediamo quindi che non c’è alcun preciso riferimento temporale, perché la profezia autentica non è una previsione magica, è invece una parola di speranza che garantisce, ma non chiarisce.
Nella versione ebraica si legge « la partoriente partorirà », dove la partoriente è l’immagine della Madre del Messia, è la donna, per cui il significato è « fino al momento in cui la donna partorirà l’uomo » e « il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele », cioè ci sarà una conversione universale ed Egli starà là. « Egli (il partorito) starà là e pascerà (sarà il Pastore) con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace … » (Mic, 5 3-4a). È l’annuncio del Messia che guiderà un popolo riunito e garantirà la pace, anzi dice di più: « et erit iste pax », cioè Egli in persona sarà la pace; quando San Paolo dice: « Cristo è la nostra pace, lui che ha fatto dei due un popolo solo » fa riferimento a questo testo. Qui abbiamo la profezia che offre speranza: ci sarà quel figlio, quel discendente della donna che eliminerà una situazione negativa.

   Conclusioni

Da questi tre testi la liturgia cristiana ha preso i riferimenti fondamentali ed ha capito, dopo avere riconosciuto Gesù e chiarito i particolari della sua nascita, che il progetto di Dio veniva dall’antichità e noi, che abbiamo conosciuto la vicenda della vergine Maria, riconosciamo che l’Antico Testamento parlava di lei: il seme della donna ha schiacciato il serpente, lei è la vergine che ha partorito l’Emmanuele – Dio con noi, è proprio Dio quel bambino partorito, con noi perché ha condiviso l’umanità molto di più di quanto immaginasse Isaia – e lei è la partoriente che ha partorito la pace.
Natale vuol dire riconoscere che il progetto di Dio si è realizzato e si sta realizzando, sta nascendo la pace, sta risolvendo la situazione negativa del nostro mondo: colui che regna, il dominatore che viene dal piccolo borgo di Betlemme adesso domina; non solo è nato, ma è morto ed è risorto, siede alla destra del Padre e il suo regno non avrà fine.

La Chiesa «diventa madre… accogliendo con fedeltà la parola di Dio». (una traccia paolina: Gal 4, 19)

dal sito:

http://www.mariedenazareth.com/15348.0.html?&L=4

Maria, Vergine e Madre, modello della Chiesa (Giovanni Paolo II)

(una traccia paolina)

La Chiesa «diventa madre… accogliendo con fedeltà la parola di Dio».

Come Maria che ha creduto per prima, accogliendo la parola di Dio a lei rivelata nell’annunciazione, e rimanendo ad essa fedele in tutte le sue prove fino alla Croce, così la Chiesa diventa madre quando, accogliendo con fedeltà la parola di Dio, « con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio ».  
Questa caratteristica «materna» della Chiesa è stata espressa in modo particolarmente vivido dall’Apostolo delle genti, quando scriveva:

«Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi!» (Gal 4, 19)

In queste parole di san Paolo è contenuta una traccia interessante della consapevolezza materna della Chiesa primitiva, legata al suo servizio apostolico tra gli uomini.  
Tale consapevolezza permetteva e permette costantemente alla Chiesa di vedere il mistero della sua vita e della sua missione sull’esempio della stessa Genitrice del Figlio, che è il «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
Si può dire che la Chiesa apprenda da Maria anche la propria maternità: essa riconosce la dimensione materna della sua vocazione, legata essenzialmente alla sua natura sacramentale, «contemplando l’arcana santità di lei, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre».
Se la Chiesa è segno e strumento dell’intima unione con Dio, lo è a motivo della sua maternità: perché, vivificata dallo Spirito, «genera» figli e figlie dell’umana famiglia a una vita nuova in Cristo. Perché, come Maria è al servizio del mistero dell’incarnazione, così la Chiesa rimane al servizio del mistero dell’adozione a figli mediante la grazia.
Al tempo stesso, sull’esempio di Maria, la Chiesa rimane la vergine fedele al proprio sposo:
«Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo». (Lumen Gentium 64).
La Chiesa è, infatti, la sposa di Cristo, come risulta dalle Lettere paoline (Ef 5,21); (2Cor 11,2) e dall’appellativo giovanneo: «la sposa dell’Agnello» (Ap 21,9). Se la Chiesa come sposa «custodisce la fede data a Cristo», questa fedeltà, benché nell’insegnamento dell’apostolo sia divenuta immagine del matrimonio (Ef 5,23), possiede anche il valore di tipo della totale donazione a Dio nel celibato «per il Regno dei cieli», ossia della verginità consacrata a Dio (Mt 19,11); (2Cor 11,2).

Proprio tale verginità, sull’esempio della Vergine di Nazareth, è fonte di una speciale fecondità spirituale: è fonte della maternità nello Spirito Santo.
Ma la Chiesa custodisce anche la fede ricevuta da Cristo: sull’esempio di Maria, che serbava e meditava in cuor suo (Lc 2,19) tutto ciò che riguardava il suo Figlio divino, essa è impegnata a custodire la Parola di Dio, ad indagarne le ricchezze con discernimento e prudenza, per dame in ogni epoca fedele testimonianza a tutti gli uomini.
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Papa Giovanni Paolo II,

Lettera enciclica  Redemptoris Mater, 25 marzo 1987, n°43

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