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17 LUGLIO 2011 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

17 LUGLIO 2011 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A16page.htm

Seconda Lettura   Rm 8, 26-27
Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 1, 1-14

Rendimento di grazie in mezzo alle tribolazioni
Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell’intera Acaia: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione.
Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti.
Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio. Non vi scriviamo in maniera diversa da quello che potete leggere o comprendere; spero che comprenderete sino alla fine, come ci avete già compresi in parte, che noi siamo il vostro vanto, come voi sarete il nostro, nel giorno del Signore nostro Gesù.

Responsorio    Sal 93, 18-19; 2 Cor 1, 5
R. La tua grazia, Signore, mi ha sostenuto; * oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato.
V. Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la consolazione:
R. oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato.

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai cristiani di Magnesia» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Intr.; Capp. 1, 1 5, 2; Funk 1, 191-195)

Non basta essere chiamati cristiani, ma bisogna esserlo davvero
Ignazio, detto anche Teoforo, alla chiesa benedetta dalla grazia di Dio Padre, in Cristo Gesù nostro Salvatore: in lui saluto questa chiesa che è a Magnesia sul Meandro e le auguro di godere ogni bene in Dio Padre e in Gesù Cristo.
Ho appreso che la vostra carità è perfettamente ordinata secondo Dio. Ne ho provato grande gioia e ho deciso di rivolgere a voi la parola nella fede di Gesù Cristo. Insignito di un’altissima onorificenza, cioè delle catene che porto ovunque con me, canto le lodi delle chiese e auguro loro l’unione con la carne e lo spirito di Gesù Cristo, nostra vita eterna, nella fede e nella carità, più desiderabile e preziosa d’ogni bene. Auspico per loro soprattutto l’unione con Gesù e il Padre. In lui resisteremo a ogni assalto del principe di questo mondo, sfuggiremo dalle sue mani e giungeremo a Dio.
Ho avuto la grazia di vedervi nella persona del vostro vescovo Damas, uomo veramente degno di Dio, dei santi presbiteri Basso e Apollonio e del diacono Sozione, mio compagno nel servizio del Signore. Possa io trarre profitto dalla presenza di Sozione, perché è sottomesso al vescovo come alla grazia di Dio e al collegio dei presbiteri come alla legge di Gesù Cristo.
Non dovete approfittare della giovane età del vescovo, ma avere per lui ogni rispetto, considerando l’autorità che gli è stata conferita da Dio Padre. So che fanno così anche i venerandi presbiteri, che non abusano della sua evidente età giovanile, ma, da uomini prudenti in Dio, gli stanno soggetti vedendo in lui non la sua persona, ma il Padre di Gesù Cristo, vescovo di tutti. Ad onore di colui che ci ama conviene ubbidire senza ombra di finzione perché altrimenti non si inganna questo vescovo visibile, ma si cerca di ingannare quello invisibile. Qui non si tratta di cose che riguardano la carne, ma Dio, che conosce i segreti dei cuori.
Non basta essere chiamati cristiani, ma bisogna esserlo davvero. Ci sono alcuni che hanno sì il nome del vescovo sulle labbra, ma poi fanno tutto senza di lui. Mi pare che costoro non agiscano con retta coscienza, perché le loro riunioni non sono legittime, secondo il comando del Signore.
Tutte le cose hanno fine, e due termini ci stanno davanti la vita e la morte. Ciascuno andrà al posto che gli spetta. Vi sono, per così dire, due monete, quella di Dio e quella del mondo, e ciascuna porta impresso il proprio contrassegno. I non credenti hanno l’impronta di questo mondo, ma i fedeli che sono nella carità portano impressa l’immagine di Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo. Se noi, con la grazia sua, non siamo pronti a morire per partecipare alla sua passione, la sua vita non è in noi.

Responsorio    1 Tm 4, 12. 16. 15
R. Sii esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza; * così facendo, salverai te stesso e coloro che ti ascoltano.
V. Abbi premura di queste cose, dedicati ad esse interamente
, e tutti vedano il tuo progresso.
R. Così facendo, salverai te stesso e coloro che ti ascoltano.

MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2011 – III SETTIMANA DI PASQUA

MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2011 – III SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura    At 8, 1-8
Andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola.

Dagli Atti degli Apostoli
In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria.
Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione.
Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio.
Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande gioia in quella città.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Prima Apologia a favore dei cristiani» di san Giustino, martire
(Cap. 61; PG 6, 418-422)

Il lavacro della rigenerazione
Esporremo come noi, rinnovati per mezzo di Cristo, ci siamo consacrati a Dio. Coloro, che arrivati alla certezza, hanno creduto alle verità da noi insegnate e proclamate e hanno promesso di vivere in modo ad esse conforme, vengono guidati a pregare, e a domandare a Dio il perdono dei peccati. Noi insegniamo loro ad accompagnare la preghiera con il digiuno, ma anche noi preghiamo e digiuniamo in piena solidarietà con essi.
Quindi li conduciamo al fonte dell’acqua e là vengono rigenerati allo stesso modo con cui siamo stati rigenerati anche noi. Infatti allora ricevono il lavacro dell’acqua nel nome del Creatore e Dio Signore di tutte le cose, del Salvatore nostro Gesù Cristo e dello Spirito Santo.
Gesù infatti ha detto: Se non rinascerete, non entrerete nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 3). Non si tratta, ovviamente, di rientrare nel grembo materno, perché la nascita di cui parliamo è spirituale.
Il profeta Isaia ha spiegato in quale modo si liberano dai peccati coloro che li hanno commessi e fanno penitenza: Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre anime. Imparate a fare il bene, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, li renderò bianchi come la neve. Ma se non ascolterete, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato (cfr. Is 1, 16-20).
Questa dottrina l’abbiamo ricevuta dagli apostoli. Nella nostra prima nascita siamo stati messi al mondo dai genitori per istinto naturale e in modo inconscio. Ora non vogliamo restare figli della semplice natura e dell’ignoranza, ma di una scelta consapevole. Vogliamo ottenere nell’acqua salutare la remissione delle colpe commesse. Per questo su chi desidera di essere rigenerato e ha fatto penitenza dei peccati, si pronunzia il nome del Creatore e Signore Dio dell’universo. E’ questo solo nome che invochiamo su colui che viene condotto al lavacro per il battesimo.
Il lavacro si chiama illuminazione, perché coloro che imparano le verità ricordate sono illuminati nella loro mente. Colui che viene illuminato è anche lavato. E’ illuminato e lavato nel nome di Gesù Cristo crocifisso sotto Ponzio Pilato, è illuminato e lavato nel nome dello Spirito Santo, che ha preannunziato per mezzo dei profeti tutte le cose riguardanti Gesù.

Responsorio   Cfr. Gv 3, 5-6
R. Disse Gesù a Nicodemo: In verità, in verità ti dico, * chi non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio, alleluia.
V. Quel che è nato dalla carne è carne; quel che è nato dallo Spirito, è Spirito;
R. chi non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio, alleluia.

DOMENICA 8 MAGGIO 2011 – III DI PASQUA

DOMENICA 8 MAGGIO 2011 – III DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/pasqA/PasqA3Page.htm

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni, apostolo 6, 1-17

L’Agnello apre il libro di Dio
Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: «Vieni». Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.
Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.
Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati».
Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce:
«Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e verace,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?».
Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.
Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

Responsorio    Cfr. Ap 6, 9. 10. 11
R. Vidi sotto l’altare di Dio le anime di coloro che furono immolati. Gridarono a gran voce: Fino a quando non vendicherai il nostro sangue? * E fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro fratelli, alleluia.
V. Venne data a ciascuno di essi una veste candida.
R. E fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro fratelli, alleluia.

Seconda Lettura
Dalla «Prima Apologia e favore dei cristiani» di san Giustino, martire
(Cap. 66-67; PG 6, 427-431)

La celebrazione dell’Eucaristia
A nessun altro è lecito partecipare all’Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.
Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l’intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.
Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro.
Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell’universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.
E nel giorno, detto del Sole, si fà l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette.
Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle.
Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.
Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.
Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del Sole, sia perché questo è il primo giorno in cui Dio, volgendo in fuga le tenebre e il caos, creò il mondo, sia perché Gesù Cristo nostro Salvatore risuscitò dai morti nel medesimo giorno. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l’indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione.

MARTEDÌ 2 GIUGNO 2010 – IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 2 GIUGNO 2010 – IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dagli «Atti del martirio» dei santi Giustino e Compagni
(Cap. 1-5; cfr. PG 6, 1366-1371)

Ho aderito alla vera dottrina
Dopo il loro arresto, i santi furono condotti dal prefetto di Roma di nome Rustico. Comparsi davanti al tribunale, il prefetto Rustico disse a Giustino: «Anzitutto credi agli dèi e presta ossequio agli imperatori».
Giustino disse: «Di nulla si può biasimare o incolpare chi obbedisce ai comandamenti del Salvatore nostro Gesù Cristo».
Il prefetto Rustico disse: «Quale dottrina professi?». Giustino rispose: «Ho tentato di imparare tutte le filosofie, poi ho aderito alla vera dottrina, a quella dei cristiani, sebbene questa non trovi simpatia presso coloro che sono irretiti dall’errore».
Il prefetto Rustico disse: «E tu, miserabile, trovi gusto in quella dottrina?». Giustino rispose: «Sì, perché io la seguo con retta fede».
Il prefetto Rustico disse: «E qual è questa dottrina?». Giustino rispose: «Quella di adorare il Dio dei cristiani, che riteniamo unico creatore e artefice, fin da principio, di tutto l’universo, delle cose visibili e invisibili; e inoltre il Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che fu preannunziato dai profeti come colui che doveva venire tra gli uomini araldo di salvezza e maestro di buone dottrine. E io, da semplice uomo, riconosco di dire ben poco di fronte alla sua infinita Deità. Riconosco che questa capacità è propria dei profeti che preannunziano costui che poco fa ho detto essere Figlio di Dio. So bene infatti che i profeti per divina ispirazione predissero la sua venuta tra gli uomini».
Rustico disse: «Sei dunque cristiano?». Giustino rispose: «Sì, sono cristiano».
Il prefetto disse a Giustino: «Ascolta, tu che sei ritenuto sapiente e credi di conoscere la vera dottrina; se dopo di essere stato flagellato sarai decapitato, ritieni di salire al cielo?». Giustino rispose: «Spero di entrare in quella dimora se soffrirò questo. Io so infatti che per tutti coloro che avranno vissuto santamente, è riservato il favore divino sino alla fine del mondo intero».
Il prefetto Rustico disse: «Tu dunque ti immagini di salire al cielo, per ricevere una degna ricompensa?». Rispose Giustino: «Non me l’immagino, ma lo so esattamente e ne sono sicurissimo».
Il prefetto Rustico disse: «Orsù torniamo al discorso che ci siamo proposti e che urge di più. Riunitevi insieme e sacrificate concordemente agli dèi». Giustino rispose: «Nessuno che sia sano di mente passerà dalla pietà all’empietà».
Il prefetto Rustico disse: «Se non ubbidirete ai miei ordini, sarete torturati senza misericordia». Giustino rispose: «Abbiamo fiducia di salvarci per nostro Signore Gesù Cristo se saremo sottoposti alla pena, perché questo ci darà salvezza e fiducia davanti al tribunale più temibile e universale del nostro Signore e Salvatore».
Altrettanto dissero anche tutti gli altri martiri: «Fa’ quello che vuoi; noi siamo cristiani e non sacrifichiamo agli idoli».
Il prefetto Rustico pronunziò la sentenza dicendo: «Coloro che non hanno voluto sacrificare agli dei e ubbidire all’ordine dell’imperatore, dopo essere stati flagellati siano condotti via per essere decapitati a norma di legge».
I santi martiri glorificando Dio, giunti al luogo solito, furono decapitati e portarono a termine la testimonianza della loro professione di fede nel Salvatore.

Responsorio   At 20, 21. 24; Rm 1, 16
R. Non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare il Signore nostro Gesù Cristo. * Questo è il servizio che mi fu affidato: rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio.
V. Io non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco.
R. Questo è il servizio che mi fu affidato: rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio.

San Giustino: « Credo la risurrezione della carne » (Credo)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100602

Mercoledì della IX settimana delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 12,18-27
Meditazione del giorno
San Giustino (circa 100 -160), filosofo, martire
Trattato sulla risurrezione, 2.4.7-9

« Credo la risurrezione della carne » (Credo)

        Coloro che sono in errore dicono che non c’è risurrezione della carne, che è impossibile che essa, dopo esser stata distrutta e ridotta in polvere, ritrovi la sua integrità. Ancora, secondo loro, la salvezza della carne sarebbe non soltanto impossibile, ma pure nociva; biasimano la carne, denunciando i suoi difetti, la rendono responsabile dei peccati; dicono quindi che se questa carne dovesse risuscitare, anche i suoi difetti risusciterebbero… Inoltre, il Salvatore ha detto: «Quando risusciteranno dai morti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.» Ora, dicono, gli angeli non hanno carne, né mangiano né si uniscono. Dunque, dicono, non ci sarà risurrezione della carne…

        Quanto sono ciechi gli occhi del solo intelletto! Non hanno visto infatti sulla terra «i ciechi ricuperare la vista, gli storpi camminare» (Mt 11,5) grazie alla parola del Salvatore…, allo scopo di farci credere che, alla risurrezione, l’intera carne risusciterà. Se sulla terra, egli ha guarito le infermità della carne e ha reso al corpo la sua integrità, quanto più lo farà al momento della risurrezione, affinché la carne risusciti senza difetto, integralmente… Questa gente mi sembra ignorare l’operare divino nel suo insieme, all’origine della creazione, quando l’uomo è stato plasmato; ignorano il motivo per il quale le cose terrene sono state fatte.

        Il Verbo ha detto: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza (Gen 1,26)… È ovvio che l’uomo, pur plasmato a immagine di Dio, era di carne. Quanto è assurdo allora considerare disprezzabile e senza alcun merito, la carne plasmata da Dio secondo la sua immagine! Che la carne sia preziosa agli occhi di Dio, questo è evidente, poiché essa è opera sua. E poiché proprio in questo si trova il principio del suo progetto per il resto della creazione, essa è ciò che c’è di più prezioso agli occhi del creatore.

Chi sono i Padri Apologisti

dal sito:

http://www.sanroccoso.altervista.org/storia-della-chiesa/storia%20della%20chiesa%20apologisti%2003.pdf

GLI APOLOGISTI
 
Chi sono i Padri Apologisti
 
Gli apologisti prendono il nome dalla parola greca “apologhia” che significa “difesa”; essi hanno
scritto per difendere la nuova religione cristiana d alle accuse, mosse contro di essa, dalla società pagana. Gli scrittori convertiti, con le loro opere apologetiche, hanno offerto le motivazioni della loro conversione  e le ragioni  delle loro scelte morali. Ma perché fu necessario difendere il cristianesimo? Da quali accuse?
 
Le accuse contro i cristiani
Il pregiudizio popolare diffondeva  calunnie volgari e superficiali contro i fedeli; veniva insultata la dottrina eucaristica e alimentato il disprezzo perché i cristiani rifiutavano le divinità tradizionali pagane. Erano visti come turbatori dell’opinione pubblica e considerati una presenza di disturbo della politica e nell’economia.
 
La polemica contro i pagani
Gli apologisti, per contrastare questo ambiente  così avverso alla pr esenza cristiana, fanno sentire i propri argomenti portati a difesa della verità d el cristianesimo, della sua validità umana e sociale. Tra i diversi scrittori dei primi secoli, ricordiamo Giustino.
 
Giustino apologista completo
Il filosofo Giustino, diventa il più grande apologista di questo periodo (secondo secolo).
In contra un a persona che gli fa conoscere come l’unica, ver a, definitiva filo sofia che salva l’uomo,   la filosofia incarnatasi  in Gesù di Nazareth. A Roma, capitale del mondo antico, Giustino apre una scuola di filosofia e scrive un’“Apologia” cio è un’opera che lui indirizza all’imperatore Antonino Pio. In essa descrive la religione cristiana, la struttura della comunità, i riti e la liturgia come una forma di espressione della fede. Giustino, come filosofo, evidenzia nel suo pensiero alcuni legami col pagan esimo antico, dove Socrate e Platone, hanno intravisto parziali verità della dottrina cristiana.  Con questa opera, (Apologia) l’autore, getta un ponte tra  cristianesimo e  civiltà greca; rivolgendosi all’imperatore, assicura che i cristiani si  presentano come i veri garanti dell’ordine stabilito e i migliori sudditi dell’imperatore, a patto che non pretenda di ricevere onori divini dai discepoli del Signore.  Per l’invidia del filosofo pagano Crescente, Giustino finirà col pagare nel martirio la fedeltà alla religione cristiana.
 
Lettera a Diogneto : “i cristiani anima del mondo”
È doveroso fare un  cenno alla “perla dell’antichità cristiana”; una breve opera di cui non si conosce l’autore, scritta nella seconda metà del secondo secolo, conosciuta come i lettera a Diogneto, forse uno dei maestri dell’epoca. Dopo aver criticato l’idolatria pagana, l’autore spiega la vera natura della religione cristiana con riferimenti in particolare  alle lettere di San Paolo e agli scritti di San Giovanni.
 
Conclusione  
Apologisti sono gli scrittori che, dal primo al terzo secolo, hanno difeso il cristianesimo nei confronti del mondo pagano. Diversa  è la posizione che vengono a prendere altri autori a riguardo delle “eresie”. Si tratta di errori dottrinali ch e provocano divisioni nelle comunità cristiane; sono causa di lacerazione  e perdita dell’unità  all’interno stesso della Chiesa cattolica.
 
[Libro consultato: (P.F. Beatrice, I Padri della Chiesa, ed. LDC 2009)]

Publié dans:PADRI APOLOGISTI |on 1 juin, 2010 |Pas de commentaires »

1° giugno – San Giustino, filosofo e martire († Roma 166)

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/06-Giugno/San_Giustino_martire.html

1° giugno – San Giustino, filosofo e martire († Roma 166)

“Ho provato tutte le filosofie, poi…”
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Negli “Atti del Martirio”, di San Giustino, al capitolo 1, troviamo queste parole autobiografiche che sono un ottimo biglietto da visita per descrivere la sua personalità e la vita intera. Non una esistenza trascinata in nome del quieto vivere, saturo delle certezze raggiunte, ma una continua ricerca non di verità ma della Verità, per la quale valesse la pena anche di morire. Leggiamo insieme: “Ho tentato di imparare tutte le filosofie, poi ho aderito alla vera dottrina…
Quella di adorare il Dio dei Cristiani, che riteniamo unico creatore e artefice, fin da principio, di tutto l’universo, delle cose visibili e invisibili; e inoltre il Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che fu preannunciato dai profeti come colui che doveva venire tra gli uomini di salvezza e Maestro di buona dottrina”. Sono queste parole (assieme alle altre “Io sono Cristiano”) la sua professione di fede: la sintesi delle cose che lo avevano sostenuto nel vivere e gli davano la forza di morire. Parole dette negli ultimi istanti della sua vita, davanti al prefetto di Roma Rustico che lo condannerà a morte.
Per questo suo aspetto di instancabile cercatore della verità intera, non possiamo definire Giustino un uomo “post moderno”. Oggi spesso si dice che una verità vale l’altra, una religione vale l’altra, che non c’è bisogno di “scannarsi”, dialetticamente parlando. Tanto tutto è relativo: ai tempi che ognuno vive, ai parametri culturali, al carattere della personalità del credente, alle proprie paure e desideri inconsci, alla pressione del gruppo, ai condizionamenti sociali, al contesto familiare ecc. ecc. Si afferma inoltre anche che il processo di globalizzazione, irreversibile e irresistibile, toccherà e trasformerà il concetto di religione.
La verità religiosa generata da questo processo, secondo alcuni sociologi e politologi, non sarà certo monolitica: si avrà una specie di sincretismo religioso, teorico e pratico, un cocktail ben miscelato di credenze e valori presi dalle varie religioni. Si arriverà così ad una “verità globale”, sintesi di tutte le verità necessariamente parziali. Gesù Cristo, per esempio, in questa miscela religiosa perderà i connotati della divinità, e diventerà semplicemente uno dei grandi dell’umanità, un maestro di verità, non la Verità, e il portatore del messaggio definitivo e insuperabile da parte di Dio all’umanità. Senza dimenticare che il regista ultimo della scelta di quali elementi religiosi o filosofici e del loro grado di miscelazione spetterà fondamentalmente all’uomo post moderno, al singolo individuo, “misura di tutte le cose”.
San Giustino sarebbe così irriso non solo da questi “religiosi post moderni”, ma anche da tutto quella vasta tipologia di religiosi indifferenti alla… religione. Questi gli direbbero di lasciar perdere, di non affannarsi, di vivere la propria vita, giorno per giorno, lasciandosi guidare dalle piccole verità quotidiane, senza grandi risposte (che non ci sono) e senza grandi sogni. Accontentarsi insomma delle piccole verità “deboli” sì (ma le uniche possibili) senza inseguire le grandi verità delle religioni di salvazione (o anche delle grandi narrazioni onnicomprensive o ideologie) dell’età moderna. La vita di Giustino è la sconfitta di questa post modernità strisciante, e dell’ipotesi neo religiosa portata dal vento inarrestabile della globalizzazione.
Si dice anche che l’uomo post moderno deve vivere la sua vita e progettare la sua esistenza senza certezze. Perché non ci sono più (erano infatti il retaggio della modernità). Del resto sembra che le stesse religioni di salvazione, per definizione portatrici di certezze metafisiche, sono in crisi. Sembrano non più certe delle proprie certezze. Ed inoltre, per un profeta della post modernità Nietzsche, la realtà ultima non è accessibile (“Dio è morto” aveva gridato uno dei suoi personaggi). Se Dio, che è il garante della realtà ultima, anzi la Realtà Ultima per eccellenza, non c’è più, allora l’uomo rimane nella sua limitatezza, nella sua solitudine, nella morsa della morte, preludio del niente. Da questo l’ineluttabilità del nichilismo come sistema di vita: cioè la negazione di ogni certezza, e di ogni possibilità di raggiungerla. Si annuncia il naufragio della filosofia come via di ricerca e conoscenza di Dio. Proprio la sconfessione di ciò in cui credeva Giustino. Tra i suoi colleghi filosofi post moderni, si troverebbe a disagio.

Cercare una verità di cui vivere e per cui morire

Giustino nacque all’inizio del II secolo nella Samaria, non lontano dall’antica Sichem. Era, sembra, di famiglia romana, sicuramente agiata. La prova viene dai suoi viaggi e dagli studi o scuole di filosofie frequentate. Quella di Giustino, filosofo cristiano e martire, è una figura complessa e difficile da definirsi, anche perché vissuto in un’epoca caratterizzata dal primo vero impatto culturale del cristianesimo col mondo circostante, greco e romano (oggi si direbbe il primo tentativo di vera inculturazione).
Giustino è un giovane filosofo impegnato nella ricerca ardente della verità, dotato di una intelligenza pronta, acuta e sufficientemente critica da percepire i punti deboli dei sistemi filosofici allora per la maggiore. Ce li descrive lui stesso nella sua opera Dialogo con l’ebreo Trifone: “Dopo aver frequentato abbastanza a lungo un maestro stoico senza arricchire le mie conoscenze su Dio – egli stesso non lo conosceva e non riteneva necessario conoscerlo – mi allontanai da lui e mi recai presso un altro uomo, un cosiddetto peripatetico (cioè un seguace di Aristotele) che si considerava ricco d’ingegno.
Costui fu paziente con me solo un giorno, poi pretese che fissassi il pagamento, perché il nostro rapporto non fosse privo di utilità. Fu questo il motivo per cui abbandonai anche lui, che a mio parere non era affatto un filosofo”. Già due delusioni. Ma la sua ricerca continuò. Avvicinò un famoso filosofo pitagorico “un uomo che si vantava molto della sua sapienza”. E puntuale arrivò la terza delusione. Prima di fare filosofia, costui pretendeva da Giustino che studiasse musica, astronomia, geometria (e certamente anche la “tabella pitagorica”). Lo abbandonò perché ciò che lo assillava era il problema teologico, cioè la verità su Dio, non le altre scienze interessanti ma periferiche a questo, per lui, il problema dei problemi.
Quarto tentativo con i platonici: “Nella mia sconsideratezza decisi di ascoltare anche i platonici; anch’essi infatti avevano una buona fama. Dato che nella nostra città dimorava un dotto che godeva di grande considerazione tra i platonici, lo frequentai più che potei. Feci progressi e mi andai perfezionando giorno per giorno. Mi interessava molto la spiritualità dell’incorporeo e la visione delle idee diede ali al mio pensiero. In breve tempo credetti di essere sapiente e nella mia limitatezza nutrivo la speranza di vedere direttamente Dio. Questo infatti è il fine della filosofia di Platone”. La sua ricerca sembrava terminata, la sua navicella sembrava essere in vista del porto della tranquillità e della verità definitiva. Proprio perché non fosse disturbato da niente, si ritirò in un luogo solitario presso Efeso, in riva al mare. E qui gli capitò un incontro casuale: un vecchio saggio gli aprì gli occhi sulla verità cristiana.
Dopo averlo ascoltato a lungo il vecchio saggio gli disse: “Ma tu sei un amante del bel parlare, non certo un amico di chi vuol agire secondo verità”. Parole profonde e fulminanti. Seguì il consiglio del vecchio e cominciò a leggere i profeti che preparavano la venuta del salvatore Gesù Cristo. Scrive ancora nel Dialogo che seguendo questo consiglio e ammirando la coerenza dei cristiani che sapevano affrontare persino il martirio per testimoniare la verità, ben presto si convinse che il cristianesimo era “la sola vera e utile filosofia”. Ecco la sua conversione culturale ed esistenziale: avrebbe difeso con le armi della ragione e dello studio quella fede che spesso era calunniata e disprezzata dalle persone colte.
La parabola di questa vita fatta di ricerca della verità gli ha fatto guadagnare una citazione nell’Enciclica “Fides et Ratio” di Giovanni Paolo II (1998). Ha scritto il Papa: “Quale pioniere di un incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel segno di un cauto discernimento, va ricordato San Giustino: questi pur conservando anche dopo la conversione grande stima per la filosofia greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel Cristianesimo «l’unica sicura e proficua filosofia»” (n. 38).

Dopo la ricerca, la difesa della verità fino al martirio

Arrivato alla verità trovata nel Cristianesimo e in particolare in Gesù Cristo, il Logos supremo, Giustino ha vissuto il resto dei suoi giorni di questa Verità e per questa Verità. Non gli bastava averla trovata, sentiva la missione ed il compito di farla conoscere agli altri. Da qui la sua opera di apologeta e di insegnante in una scuola che egli stesso fondò a Roma. In questo egli si atteneva alle norme della legge. Lo stesso Marco Aurelio non seguiva una filosofia, quella di Epicuro? Perché ai cristiani doveva essere impedito di seguire e di predicare il Cristo? Proprio per rivendicare questo diritto egli aveva diretto agli ultimi due imperatori e alle persone più ragguardevoli di Roma due Apologie in favore del Cristianesimo.
La dottrina di Giustino si concentra sul progetto unitario di Dio (l’economia di Dio): articolato storicamente nei due testamenti dell’unica Rivelazione, ma compresente a tutta la storia degli uomini. Perno centrale di tutta questa economia divina è la figura di Gesù Cristo, Verbo incarnato e Redentore. Cristo è per Giustino il Logos eterno (ricordiamo il famoso prologo del Vangelo di Giovanni), la ragione prima ed ultima di tutto l’esistente, la Luce dalla quale deriva ogni piccola luce presente nei filosofi e anche nei semplici uomini di ogni tempo. Non c’è verità se non fondata su questa Verità del Logos, non c’è il più piccolo gesto di bontà in questo mondo che non abbia in lui il suo oggetto e finalità e spiegazione totali. La storia dell’umanità si può descrivere come “la storia di Cristo”, schierata pro o contro Cristo, cioè secondo ragione o contro ragione. La presenza di Cristo nella storia non è quindi incominciata in una data storica, per cui si può dire che il Cristianesimo non è un sistema recente. C’erano cristiani già prima di Cristo (“Semina Verbi”) e sono quelli che sono vissuti istruiti per vie misteriose a Cristo, e sono vissuti seguendolo. Giustino affermò con forza che solo in Cristo l’Antico Testamento ha il suo senso compiuto, perché in esso sono adombrate tutte le tappe del suo evento storico-salvifico.
In questa grande prospettiva dell’Incarnazione, egli ha dato anche grande rilievo a Maria di Nazaret. Essa è vista come protagonista nel momento centrale della storia salvifica: l’incarnazione del Logos eterno, il Cristo. Tra le profezie si concentrò particolarmente su quella di Isaia (7,14). La Vergine che partorisce il Figlio. Giustino, attraverso Maria, la “donna –vergine-che-partorisce”, enunciò il principio della riconciliazione dell’umanità con Dio: da una donna era arrivata la disobbedienza e la morte (Eva) attraverso un’altra donna era arrivata la vita, Maria. L’Annunciazione quindi diventava così l’inizio della salvezza, antitetico alle scene della caduta dell’Eden della Genesi. È il famoso parallelo antitetico Eva-Maria, che appare per la prima volta nei suoi scritti, e che avrà tanta fortuna negli altri Padri della Chiesa. Si intuisce da questi piccoli cenni l’influsso sulla mariologia futura da parte di questo filosofo convertito.
Ma si sa che la verità ha avuto sempre dei nemici. Non dimentichiamo che il Diavolo è definito nella Bibbia il “padre di ogni menzogna”. Anche l’apostolato della verità, attraverso la sua scuola, incontrava delle difficoltà e anche ostilità aperte. I nemici c’erano e si fecero ben presto sentire. E in maniera decisiva. Giustino fu denunciato ufficialmente come cristiano. Dovette presentarsi davanti al giudice. E fu condannato. Gli atti del suo martirio si sono conservati e hanno grande valore storico. Quella Verità che Giustino aveva cercato con tanta insistenza e coraggio gran parte della vita, chiedeva da lui la suprema testimonianza, quella del proprio sangue. Per Giustino quella verità trovata era la Verità, era Cristo, per cui valeva la pena vivere e anche morire. Correva l’anno 166
MARIO SCUDU SDB

Publié dans:PADRI APOLOGISTI |on 1 juin, 2010 |Pas de commentaires »

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