Archive pour la catégorie 'LITURGIA'

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (23/04/2017) – DAL FATTO ALLA FEDE

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=39689

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (23/04/2017) – DAL FATTO ALLA FEDE

padre Gian Franco Scarpitta

Dopo la sua risurrezione Gesù esorta i suoi a rendergli testimonianza e a recare a tutti l’annuncio della sua vittoria sulla morte e la novità di salvezza che ne consegue. Sarà particolarmente dopo l’evento di Pentecoste che, animati dallo Spirito Santo, gli apostoli diffonderanno il lieto annuncio della resurrezione di Cristo « fino agli estremi confini della terra », cioè secondo la concezione di allora fino a Roma. E inizierà il cosiddetto Tempo della Chiesa. Anche adesso però, Gesù Risorto invita tutti i suoi alla testimonianza, cioè a recare agli altri la notizia gioiosa del fatto che lui è vivo e presente e non è per niente defunto. La fede e la testimonianza sono quindi lo scopo e la risultante delle apparizioni di Gesù. Giovanni ci racconta di questo duplice aspetto collocando l’episodio nella dimensione temporale del « primo giorno della settimana », lo stesso nel quale era avvenuta, la mattina presto, la visita di Maria di Magdala al sepolcro con la sorpresa della tomba vuota. Appare loro mentre le porte della casa dove erano riuniti erano sprangate per paura dei Giudei. Avviene questo singolare episodio nel quale Gesù compare loro nonostante l’inaccessibilità del locale nel quale sono riuniti. In questa circostanza reca loro la pace, cioè la serenità e la gioia che scaturiscono dall’avvento del Regno di Dio instauratosi dopo la morte e la Resurrezione di Gesù. Quindi, seppure Giovanni non lo mostra immediatamente, convince i suoi discepoli della veridicità della sua resurrezione e da ultimo li invita all’annuncio universale, alla testimonianza dell’evento di salvezza. Cosicché gli apostoli annunceranno in ogni angolo del mondo allora conosciuto, a partire da Gerusalemme, la novità della Resurrezione e del Regno di Dio che si è instaurato in Cristo stesso. Inizia il tempo della Chiesa, quello in cui lo Spirito (lo vedremo il giorno di Pentecoste) rende missionaria la Chiesa. Lo stesso Signore, seppure nella forma invisibile, sarà presente nella loro azione di annuncio secondo la sua promessa: « Io sono con voi fino alla fine del mondo ».
Man mano che la Chiesa è animata nella sua missione, organizza anche se stessa nella comunione e la strutturazione interna: i discepoli si mostrano motivati, zelanti, assidui nella concordia e nella carità e convengono tutti nello spezzare il pane e nelle preghiere. Quanto più la comunità accresce il numero dei suoi membri, tanto più emergono nuove necessità di organizzazione e si impongono nuovi ruoli e nuove suddivisioni di compiti e di ministeri; il tutto però fatto salvo il proposito dell’annuncio salvifico, che viene diffuso con rinnovato zelo e fondata intraprendenza.
Fedele al mandato del Salvatore, la Chiesa si prodiga tuttora nella comunicazione del messaggio di salvezza e della lieta notizia del Cristo Risorto e lo fa’ attraverso tutti i mezzi, adoperando tutti gli strumenti e facendosi forte di ogni espediente atto a realizzare tale apostolato. Anche noi siamo inviati. Non solo i successori degli apostoli (Papa e Vescovi) si incaricano di comunicare la lieta notizia, ma tutti i battezzati, ciascuno nel suo ambito e secondo la propria vocazione specifica, contribuiscono alla comunicazione della lieta notizia del Risorto. La Chiesa non sarebbe tale se non si configurasse come Comunione e Missione, e lo stesso Signore unitamente allo Spirito Santo garantiscono tuttora queste prerogative.
Ma prima ancora di codeste caratteristiche, il Risorto ci chiede la radicalità e la convinzione della fede in lui. Se la fede deriva dall’annuncio (Paolo), siamo invitati in primo luogo all’accettazione in prima persona del messaggio di salvezza che ci è stato annunciato dagli apostoli e che viene promulgato dai loro successori. Occorre pertanto che innanziuttto ci affasciniamo del Risorto e aderiamo incondizionatamente e senza riserve alla sua presenza silente ma operosa, accogliendo l’annuncio che legittimamente altri ci hanno fatto di Lui. La fede si realizza nel pieno coinvolgimento di noi stessi al mistero di Dio e nel fascino dell’adesione all’assoluto. Nella misura in cui si mostra fede nel Risorto, tanto più si accresce in noi la gioia e l’entusiasmo di appartenere a lui e di renderci suoi testimoni.
Fede, comunione e missione costituiscono la Chiesa. Ma il famoso episodio di Tommaso ci ragguaglia sulle side che anche al giorno d’oggi è costretta ad affrontare la nostra fede, a motivo della freddezza, della vacuità e dell’indifferenza del cuore.
L’errore di Tommaso non è poi così unico e singolare se consideriamo che anche Pietro era stato definito da Gesù « uomo di poca fede » e addirittura luogo di tentazione satanica perché pensava secondo gli uomini e non secondo Dio. E del resto neppure lo stesso Pietro e l’altro discepolo, arrivati al sepolcro dalla pietra ribaltata, avevano immediatamente creduto, ma solo dopo aver visto le bende per terra e il sudario piegato Pietro « vide e credette ». E anche le donne, giunte al sepolcro, avevano constatato la sparizione del cadavere di Gesù pensando a un cambiamento di loculo. Piuttosto, assente la sera della prima apparizione di Gesù, Tommaso sbaglia nell’essere refrattario alla testimonianza dei suoi fratelli, che pure non potevano non essere credibili, poiché gli avevano raccontato un evento che certo aveva impresso ulteriormente nella loro vita. Il discepolo incredulo reagisce alle loro parole con l’atteggiamento di ripulsa tipicamente umano, il quale non si accontenta di testimonianze o di racconti, ma pretende verifiche e sottili dimostrazioni. Cosicché oseremmo affermare che il vero colpevole di siffatta mancanza non è Tommaso, ma la concezione sofista ed empirista di cui è vittima, cioè la cultura imperante anche ai nostri giorni per la quale nulla è reale se non è dimostrabile.
La fede è invece la reale prova delle cose che non si vedono (Eb 11, 1 e ss) e consiste nell’affidarsi, nel concedersi e nell’accogliere anziché opporre resistenza e recalcitrare di fronte a qualcosa che siamo chiamati a concepire come Dono. Il Cristo Risorto ad essa ci scuote e verso di essa ci incoraggia.
Currently /5

 

IL DINAMISMO PASQUALE (PAOLO GIANNONI, CAMALDOLESE)

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=642:il-dinamismo-pasquale-paolo-giannoni-camaldolese&catid=45:spiritualita&Itemid=81

IL DINAMISMO PASQUALE (PAOLO GIANNONI, CAMALDOLESE)

PER VIVERE CON MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA IL TEMPO FORTE LITURGICO PASQUALE

La forza della pasqua non va pensata come realtà che si manifesterà solo alla fine dei tempi, perché essa penetra e trasforma già oggi la storia del cristiano, della chiesa e del mondo. I « cieli nuovi e la terra nuova » sono già iniziati, i segni della risurrezione sono presenti tra noi. Quando parliamo di risurrezione, noi parliamo di una energia che trasfigura l’intera vita ed ogni creatura. La « memoria » che lo Spirito di Dio compie degli eventi della salvezza nella via liturgica continua il metodo dell’incarnazione e della pasqua. Una glorificazione della condizione umana, che viene assunta nella sua concretezza. È questo che fa di ogni tempo liturgico un’esperienza antica nella perennità del dono e un’esperienza nuova nella concretezza sempre diversa della vicissitudine storica.
Nei fatti l’attuale cammino storico è segnato da profondi disagi di varia natura. La crisi economica che porta impoverimento in molte famiglie (e a fronte di questo sta insopportabile il lusso di altri); l’oscurità delle prospettive dei prossimi mesi; una crisi evidente sul piano della validità e dell’orientazione vitale delle persone e della società; un politica persa nei luoghi del potere, degli interessi particolari e delle menzogne senza vergogna; la difficoltà di una chiesa che sembra voler seguire sempre più una chiusura conservatrice perdendo la sua funzione di lievito e di speranza concreta per gli uomini e le donne di oggi; la precarietà dell’ecumenismo ridotto spesso ai convenevoli dei pasticcini e delle parole retoriche.
È un quadro pesante. Può essere alleggerito in uno sguardo al futuro possibile e alla certezza escatologica? Ma, in questa maniera, non lasciamo questi giorni al serpente? Non facciamo della pasqua un lusso alienante? Dinanzi a questo, è opportuno vivere il tempo grande di quaresima-pasqua, la santa decima dell’anno e il cinquantenario della gloria, collocandoli dentro una prospettiva che assuma la difficoltà attuale portandola dentro la luce pasquale senza alienarsi dalla durezza delle sue oscurità, anzi portandole dentro la luce del risorto Signore. La risurrezione non è un evento che avverrà alla fine, perché è un evento già avvenuto e illumina il cammino dei giorni e delle opere. La luce della pasqua è ora e qui.

Che s’intende per « risurrezione »?
La quaresima prende luce e ragione dalla pasqua, come suggerisce in modo così bello s. Benedetto: «Attendere la santa pasqua nella gioia di un più intenso desiderio spirituale» (RM 49,7). Lo Spirito «che dà la vita»è questo istinto vitale che ci porta verso la vita vincente sulla morte. Egli « fa memoria », rende attuale la risurrezione aiutandoci a compiere un cammino di verifica della sorgente e delle ragioni della vita che viviamo e che siamo.
Questa luce illumina la creazione, che è un discorso della fede non sulle origini ma sul progetto di pienezza con il quale Dio vuole le creature: la creazione è di suo escatologica e Tertulliano parlando della creazione dell’uomo afferma: «Quando il fango assumeva la sua forma veniva configurato Cristo, l’uomo futuro», e il Cristo risorto, l’èschatos Adàm (1Cor 15,45), è la pienezza dell’uomo.
Quando parliamo di escatologia non intendiamo semplicemente parlare delle « cose ultime », perché vengono alla fine della vita, ma di quella « realtà di pienezza » che già intride la vita presente. E questa realtà di pienezza trova anticipazione nella storia. Nel presente la pienezza finale, anche se in passi poveri, trova realizzazione (se Dio asciugherà ogni lacrima, un anticipo avviene ogni volta che si asciuga una lacrima, anche con una politica seria di giustizia verso i poveri). Perciò la risurrezione vive nei nostri giorni, soprattutto quando l’abisso vorrebbe ingoiare la luce, il che avviene ogni volta che la nostra finitudine viene attentata dal nulla che la segna nel profondo: tanto il nulla che si esprime nel limite, nelle impotenze, nel fallimento, nel dolore, nella malattia, nella decadenza e, infine, nella morte, quanto il nulla che vince in ogni peccato. Quando la speranza vince la rinunzia che viene dal limite e dall’impotenza, quando il perdono vince il peccato, è pasqua e ne sperimentiamo la gioia. Forse tutti abbiamo ammirato il dono della risurrezione farsi presente nella pace serena, anche se dolorosa, e nella forza capace di fratelli e sorelle particolarmente feriti dalla vita: sono stati e sono vincenti come frutto vivente della risurrezione del Signore.

Partecipare al Risorto
La prima istanza pasquale è il senso della risurrezione, il senso di una vita così forte che vince la morte (e con lei la disperazione e il peccato), sicché essa appare un’attrice che sulla scena realizza un evento, ma è finto. Ma forse questa interpretazione di S. Kierkegaard nasce da una fede troppo sbrigativa. Occorre più veracemente congiungere la fede della pasqua con la difficoltà concreta della morte e del morire.
Questo è possibile se il senso della fede nell’invincibilità della vita, assicurato dalla risurrezione del Signore, ha un impatto personale profondo in noi, congiungendosi a quel desiderio di vita che tutti siamo.
Ora, avviene che il desiderio della vita per molti diventa il tema dell’immortalità dell’anima. In questa prospettiva si perde troppo del prezioso essere umano. Si trascura l’entità profonda della corporeità, come realtà in sé, ricca e viva, e come atto e capacità di relazione e di vivere nella storia, di fare la storia. La vita cristiana santifica il corpo, solo che si pensi all’acqua battesimale, al crisma, all’eucaristia, all’unzione confortante nella malattia, all’onore al corpo defunto che non è un cadavere e lo si incensa come un corpo santo. La pienezza della vita riguarda l’uomo per intero.
Inoltre, il fatto che il desiderio di vita sia segnato da un’inevitabile finitudine può far ripiegare in un interesse su di noi che rischia di impoverirci. Il senso della pasqua, infatti, ci assicura che la « cornice » della nostra esistenza non è solo la finitudine, ma l’apertura all’oltre, all’altro, al Dio santo. Senza questa apertura, si rischia di camminare nella proiezione di un desiderio invece di vivere una realtà visitata dalla grazia.
Per questo emerge e ha da emergere in noi la luce della risurrezione, anzi del Risorto. Se il riferimento a Cristo per la nostra fede è cosa di sempre, nel caso della risurrezione si ha il massimo del verismo del rapporto con il Verbo della vita. Nel rapporto con lui noi viviamo la continuità fra il suo prendere la nostra carne fino a partecipare alla nostra morte (con un’espressione potente dice s. Gregorio: «Si è fatto più profondo dell’abisso della morte, perché la trascese portandola sulle sue spalle», Moralia in Job 10,9) e la sua risurrezione. Tutto si stabilisce nel verismo di una unità vitale per la quale noi partecipiamo di lui: «sepolti con Cristo nel battesimo, in lui anche risuscitati» (Col 2,12).
Certamente il riferimento al Risorto comporta una difficoltà perché chiede la fede in un evento che apre oltre la storia, mentre il pensiero della risurrezione si trova coinvolto nel profondo desiderio della vita che è ogni persona e riguarda la storia dell’umanità. E tuttavia esso ha una potenza che attrae con forza perché inserisce nella nostra persona il riferimento ad un evento nel quale la storia reale e la nostra singolare e reale storia si trasformano in un « oltre storia », cioè nel compimento che risponde alla stoffa umana e storica, ma anche la trasforma.
Qui si tocca il grave problema dell’evento reale della risurrezione. La stessa liturgia nella gloria pasquale sa di essere davanti ad una realtà che nessuno ha visto e paradossalmente canta la luce di una notte: l’evento lo ha visto solo la notte («O notte beata, tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagl’inferi!»). Questo grido ha l’umiltà della verità e lo stupore di un’eccedenza che nessuno ha visto accadere. Ci resta (e ci basta) alzare la lode della notte «di cui è stato scritto: la notte splenderà come il giorno e sarà fonte di luce per la mia delizia».
Se si insiste sull’esperienza della risurrezione, si rimane nella « notturnità ». Infatti, se noi non abbiamo rapporto di verifica sulla risurrezione (ma lo abbiamo forse della sua incarnazione? è forse un caso che la nascita sia avvenuta nell’altra notte santa?), noi abbiamo rapporto col Risorto. Così fu per gli apostoli e noi ne accogliamo la testimonianza.
La risurrezione non è un tema che rimanda solo ad un futuro, ma raggiunge l’esperienza umana, vi si colloca all’ interno, diventando non solo l’aspettativa di un futuro escatologico, ma una realtà sempre presente e operante. La risurrezione è insieme storia (è una realtà che avviene all’interno della storia) e trapasso nell’oltre della storia come sua pienezza.
È chiaro che tutto questo vive ed è in un ambito di fede. Ma la fede è un dato divino e insieme umano ed ha la possibilità di portare un beneficio esperienziale importante, perché la risurrezione non è una luce oltre le tenebre, ma una luce che si fa presente nella fragilità creaturale.

Vita trasfigurata e trasfigurante
Se leggiamo i vangeli – come in realtà sono – come un racconto che è stato composto a partire dalla luce trasfigurante del Risorto e se siamo convinti della densità del termine « corpo di Cristo » con il quale viene indicata la chiesa, e della « ricapitolazione » che interessa l’intero creato, noi arriviamo a cogliere il vangelo come un commento liberatore della vita nella sua integralità. La risurrezione infatti è non solo una verità che riguarda il Signore, ma una verità che riguarda la comunità dei credenti e tutta la storia e il cosmo intero (la cui materia vediamo accomunata al destino del corpo di Gesù). In verità, noi comprendiamo che quando parliamo di risurrezione, noi parliamo di una energia che trasfigura l’intera vita ed ogni creatura.
Questo non diventa un criterio di retorica vuota, perché tutto parte dal realismo nel quale Dio assume la carne nella sua fragilità e le dà amore: l’incarnazione porta la risurrezione nel tessuto vivente dell’umanità, del cosmo, di ogni vita.
Questo determina la possibilità di un annunzio che fa della proclamazione del Risorto un’esperienza di liberazione, nell’incontro con la libertà umana nella storia concreta (era l’ispirazione della teologia della liberazione). In questo sta la fedeltà di Dio alla carne nella sua debolezza: egli l’ha esperita e segnata nella morte del Signore, vivificato dallo Spirito.
Nella vita della fede
Dinanzi a questa prospettiva di gloria, la fede accetta senza sviamenti la fragilità umana, ma non come umiliazione o destino di entropia, di inarrestabile declino verso la morte e il nulla, bensì come fonte di quell’affidamento motivato dalla potenza del Risorto che si proclama nella beatitudine della povertà. Il povero è beato solo perché c’è la risurrezione e si apre alla potenza di vita che si dischiude nel Risorto. Così si apre un modo diverso, nuovo, di vita e di esperienza.
Il «non conformarsi alla mentalità di questo secolo» (Rom 12,2) non è un invito ad una snobistica forma alternativa e non si inscrive in un ambito di obblighi che nascono da un’appartenenza, perché indica che la vita quotidiana ha da essere resa coerente con la luce trasfigurante. Questa non apre un percorso di ostentazione o di trionfo, non di sicurezze né di presunzione, perché è un cammino che porta e vive il segreto di una certezza di gloria nell’umiltà dei giorni feriali con la loro fatica, durezza, creatività. La fedeltà di Dio alla fragilità della carne porta in noi e sostenta la fedeltà alla vita ordinaria. Pasqua così diventa una pro-vocazione, una chiamata dell’intera esistenza nella piccola e preziosa opera e presenza di ogni uomo/donna. Si parla non solo di « opera », ma anche di « presenza », perché la trasfigurazione impedisce di cogliere qualsiasi persona come scarto, come un nulla che appesantisce il cammino degli altri: nessuna persona è più trascurabile, tutti siamo una gloria di Dio.
Di più: la trasformazione in « corpo spirituale » per l’opera del Cristo risorto divenuto « Spirito datore di vita » (1Cor 15,45) porta una specie di transustanziazione, mai di alienazione. L’ombra del nulla che sta dietro ogni creatura è come vinta dalla gloria dell’intenzione creativa di Dio che, come suo principio, ha voluto la creatura per la sua pienezza. In conseguenza di questo, il mondo e la sua esistenza, l’umanità e l’esistenza dei singoli si capiscono superando la limitazione di uno sguardo che si posa soltanto sulla loro origine, per cogliere l’universo nella luminosità della sua verità escatologica. La loro pienezza di vita trova il primo compimento nella risurrezione del primogenito della creazione che è anche primogenito dei risorti da morte (Col 1,15-18).
Questa è la profonda ricchezza della fede. Essa ci rende coscienti che la visione cristiana dell’uomo non è secondo una « natura » concepibile solo a livello di ragione. Il discorso paolino sulla risurrezione (1Cor 15) ci fa capire che « la natura » è la decadenza del « corpo di polvere » e l’insufficienza del « corpo psichico ». Essa ha da essere trasformata nella potenza del « corpo spirituale » (1Cor 15,42-46).
La fede apre la speranza, e qui ritorna l’espressione bella e determinante del vescovo Dionigi di Milano: «La speranza per la vita porta l’intelligenza della vita», un’espressione profondamente e fondatamente pasquale. Il Risorto è sorgente di una vita intrinsecamente, veracemente risorta, e questo porta la luce su ogni forma di vita. Apre anche la preoccupazione e l’impegno a che la vita sia più grande possibile. Qui si collocano l’impegno politico e l’impegno ecologico (e si coglie la contraddizione di un’ecologia che non ha orrore dell’aborto).
In questa luce l’amore è conoscenza e la conoscenza è amore. L’amore prende questa forma particolare e diventa un riconoscimento relazionale che coglie l’intensa profondità ed essenzialità di vita vincente in ogni creatura e la vuole, la mette in atto nella storia con gesti forse poveri ma veri di risposta al desiderio vitale di pienezza. Sempre si ama non un/a morituro/a ma un vivente. Questo porta ad una forza di volere incondizionato che conduce o almeno tenta di organizzare il reale non secondo il principio della morte, perché la morte e il nulla non sono più condizioni che bloccano il vivere e l’impegno.
Se la vita non ha il gusto della vita, ma ha il gusto della morte, nasce l’angoscia che determina la ricerca – vana – del potere, di ogni forma di potere, come vano surrogato di esistenza e di potenza, che trasforma la storia in un processo di competizioni e la relazione in un contesto di paure, perché l’altro – nella fosca ombra del niente -è un non-me, un attentato al mio essere. Inoltre, si scambia la gioia col piacere, come un disperato risarcimento in frammenti che non conoscono l’arte di essere posti come tessere nell’intero di un mosaico di vita.
L’esistenza nel Risorto fa cessare ogni istinto di potere, perché l’eredità del Risorto porta il senso « signorile » (Rom 6,5-9) della propria vita, dal momento che egli, Spirito vivificante, è il segreto del corpo che è sotto la luce del suo essere.
Noi abitiamo un tempo trasfigurato, come anticipo che non sogna un « al di là », ma vive con fedeltà il « qui-ora » come veracità della verità risorta di tutto il cosmo e la storia (qui tutta la forza di Rom 8,19-25) e che avrà compimento « lassù » (Col 3,1-4), quando si manifesterà Cristo nostra vita.

Memoria passionis e promissionis
Quando dallo sguardo al mistero passiamo allo sguardo sul mondo e sulla storia, la prima cosa che abbiamo da compiere è la memoria passionis: nella liturgia celeste l’agnello che « sta » nella posizione del Risorto resta sempre immolato (Ap 5). In lui resta il segno della passione e della morte, per ricordarci che la fede nella risurrezione, anzi nel Risorto, contiene dentro di sé e sancisce il criterio dell’ »autorità dei sofferenti ». Di qui la chiamata ad un «ecumenismo della compassione» (J.B. Metz) che porta dentro di sé una speranza che si basa sulla memoria della promessa (quale forza in Cristo assume anche la « grande compassione » buddista!).
La memoria che lo Spirito realizza in noi (Gv 14,26) non è un ricordo, ma l’attualizzazione della promessa di Dio attraverso l’opera nostra, come chiesa e come singoli. L’escatologia chiede che la storia sia un anticipo della pienezza finale, attraverso gesti forse poveri ma realizzatori della pienezza.
In concreto, qui l’affermazione conclusiva della storia che Dio dà in Ap 21,4 (che riprende la promessa di Is 25,8: «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi»), diventa la necessità di coloro che vivono la caparra della risurrezione ad essere asciugatori di lacrime, dal gesto maternale della carezza fino all’impegno in una politica, come arte di costruire una polis dove pace, giustizia, verità non siano parole ma stoffa della vita, non gioco di potere ma potenza di servizio (e tutti sappiamo quanto questo sia manchevole e necessario). Quanto avviene nella gloria che il cuore vive nella celebrazione della pasqua, nella luminosa notte pasquale, ha da muovere le mani nei giorni feriali della storia.
Di questo sono testimoni la teologia della speranza e la teologia della liberazione, che non sono episodi culturali, ma presenze necessarie nel vivere dei cristiani.

Uomo e cosmo
Se ricordiamo la Contra gentiles di s. Tommaso nei capitoli 15-19 del terzo libro, noi comprendiamo che il destino della pienezza riguarda non solo l’uomo, ma tutte le creature e l’intero cosmo: «conseguire Dio ognuno nella propria maniera». Lasciamo nell’enigma il tema dei « cieli nuovi » e della « terra nuova » (2Pt 3,13), ma teniamo di conto la bellezza della comunanza del desiderio e della promessa che riguarda tutte le creature. L’antico cuore della chiesa ha sentito questo quando nell’Exultet, dopo gli angeli, per prima viene invitata alla gioia non la chiesa ma «la terra inondata da così grande splendore». Ora si adempie la promessa di Gen 8,21-22 e l’arco delle saette degli dèi è stato trasformato nell’iride dell’alleanza di Dio con ogni « carne » (Gen 9, 11-17). Questa promessa raggiunge la verità del compimento nel corpo risorto di Gesù. In lui l’intera materia e l’intera basar-carne diventano glorificate. E questo ha il suo acme nel mistero dell’ascensione, che porta la materia e l’universo nel cuore stesso di Dio mediante il corpo dell’Agnello immolato e risorto che sale nel fastigio della gloria.
Nasce un nuovo modo di procedere, quello di un cuore largo come la spiaggia del mare che accoglie ogni onda e ogni relitto. In esso l’operosità di carità di una fede ricca di speranza vive la feconda intesa insieme a tutte le creature, in ogni nuova via verso la verità (GS 44).
La fede sente sorelle e sodali le scienze e la cultura creativa umana. La coscienza della risurrezione intride il quotidiano e porta motivazione ad una tecnica che chiede una risposta di senso. E anche se non la chiede – ma ce l’ha dentro di sé! – noi la portiamo e la doniamo, non come colonizzazione delle scienze, ma come offerta fraterna di un servizio di gioia.

Paolo Giannoni

MARIA E L’ASCESA DI CRISTO AL GOLGOTA TRA LETTERATURA E TRADIZIONE – RAVASI

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/084q04a1.html

MARIA E L’ASCESA DI CRISTO AL GOLGOTA TRA LETTERATURA E TRADIZIONE

Volti di donne in un vociante corteo

di Gianfranco Ravasi

« Anche noi, povere donne senza più lacrime, lasciammo il Calvario con Giovanni, che da quel momento mi prese con sé. E nei giorni del pianto, per confortarmi mi raccontò molte cose di lui. Anch’io gli raccontai quelle cose che, dalla sua prima infanzia, mi erano accadute per causa di lui, e che io conservavo diligentemente nel cuore. E il contarcele e il ricontarcele era un modo di continuare a vivere con lui, a vivere di lui ». Sono le parole finali di una delicata autobiografia immaginaria di Maria stesa poco prima della sua morte dallo scrittore e sacerdote pavese Cesare Angelini e pubblicata nel 1976 con il titolo La vita di Gesù narrata da sua Madre.
Anche noi abbiamo pensato – sia pure in modo non « letterario », ma esegetico – di raccogliere il filo dei ricordi che partono da quel tardo pomeriggio di un venerdì primaverile di una data imprecisata degli anni 30 dell’era cristiana, quando Maria e il discepolo amato scesero da un piccolo sperone roccioso della periferia di Gerusalemme, chiamato « Golgota », in aramaico « cranio », ribattezzato dai romani « Calvario ». Di quelle ore tragiche, iniziate in un giardino della valle del Cedron, il torrente orientale di Gerusalemme, nella notte del giovedì, abbiamo un ricco resoconto offerto da tutti gli evangelisti, un resoconto che è anche meditazione e teologia, contrassegnato dalla memoria storica e dalla fede degli scrittori sacri. Ebbene, noi sfoglieremo quelle quattro narrazioni con una finalità ben precisa e circoscritta, ossia la ricerca del volto della Madre del condannato Gesù di Nazaret. Ma ecco, subito, una sorpresa.
Da secoli la pratica popolare della Via Crucis, sorta probabilmente all’epoca delle crociate tra il XII e il XIV secolo ci ha abituati a incrociare Maria lungo quella strada di Gerusalemme che porta ancor oggi il nome di Via dolorosa. Il corteo vociante avanza sotto la guida e la responsabilità del cosiddetto exactor mortis, il centurione romano incaricato dell’esecuzione della condanna per crocifissione. Il condannato è scortato da quattro soldati armati di lance, dietro e ai lati si ammassa la folla dei curiosi. Dalle case e dai negozi si affacciano i cittadini di Gerusalemme, un po’ come avviene ancor oggi quando per questa stessa strada si muove la processione dei pellegrini che è diretta al Santo Sepolcro pregando e cantando. Soste per cadute del condannato o per piccoli incidenti di percorso sono scontate e alcune sono registrate dagli stessi vangeli: pensiamo, per esempio, a Simone di Cirene, un ebreo della diaspora residente a Gerusalemme, che, rientrando dalla campagna, è costretto a portare per un tratto la croce del Cristo.
La Via Crucis, però, ci ha abituati a una sosta tutta particolare: è la quarta stazione, quella in cui gli occhi di Gesù velati dalla sofferenza si incontrano con quelli, velati di lacrime, di sua madre. Tuttavia Marco, Matteo, persino Luca e Giovanni, più attenti a segnalare la presenza di Maria accanto a Gesù, tacciono. Forse si potrebbe ipotizzare che il volto di Maria si nasconda, quasi anonimamente, tra quelle donne che Luca ritaglia tra la folla dei curiosi. Erano « donne che si battevano il petto e facevano lamenti su Gesù. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli! Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato! (…) Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco? » (Luca, 23, 27-31).
Le parole di Gesù sono piuttosto aspre: il legno secco a cui si appicca il fuoco è il simbolo del peccato che verrà incenerito dal giudizio di Dio, mentre il legno verde è segno dell’uomo giusto, Cristo stesso, che si tenta ora di eliminare col giudizio umano. Ma è difficile pensare che tra quelle donne ci sia Maria. Esse, infatti, altro non sono che le caratteristiche lamentatrici professionali « che si battevano il petto e facevano lamenti » in occasione dei riti funebri. Forse erano alcune pie donne assistenti dei condannati a morte, una specie di « confraternita della buona morte ». Cristo non ha bisogno di compianto e di pie consolazioni e, pur non rifiutando quel gesto di solidarietà, lancia a loro un messaggio di penitenza invitandole piuttosto a pensare alla loro imminente tragedia. Quella tragedia che, dopo pochi decenni, nel 70, spazzerà via la città santa e ne annienterà gli abitanti sotto l’incombere delle armate romane di Vespasiano e Tito.
Certo è che alla fine ritroveremo Maria sulla cima del Golgota. È per questo, allora, che i vangeli apocrifi non hanno esitato a colmare liberamente e un po’ fantasticamente quel vuoto alla narrazione evangelica canonica offrendo in tal modo la fonte per quella stazione della Via Crucis. Così, nel Vangelo di Gamaliele, giunto a noi in una versione etiopica del v-vi secolo, ma di origine più antica, Maria è ripetutamente in scena durante la passione. È lei che consola l’apostolo Giovanni scoraggiato per il tradimento di Pietro. Ed è lei che con altre donne che avevano seguito Gesù fin dalla Galilea si incammina dietro a quel lugubre corteo. Anzi, secondo questo testo popolare, scoppia anche un piccolo alterco con alcune spettatrici della scena, cioè con le madri degli innocenti trucidati da Erode al tempo della nascita di Gesù. « C’erano là delle donne: Giovanna, moglie di Cusa, Maria Maddalena e Salome. Esse abbracciarono la Vergine nostra signora e la sostennero. Un lamento interiore serpeggiava nella cerchia di tutte queste sante donne che piangevano pronunziando commoventi parole. Ma altre donne ebree, udendo il pianto, ingiuriavano Maria dicendo: È giunta per noi oggi la vendetta contro di te e contro tuo figlio. Per colpa tua il nostro grembo rimase senza figlio, due anni dopo che tu generasti il tuo! ».
Il corteo della crocifissione esce finalmente dalle mura della città e sale sul Calvario. Qui finalmente il silenzio dei vangeli riguardo a Maria si rompe. A tutti è noto che l’evangelista Giovanni racconta un episodio molto essenziale, ma segnato da intense allusioni spirituali. Gesù ormai è stato innalzato da terra ed è alle soglie dell’agonia in croce. È a questo punto che Giovanni aggiunge: « Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù, allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo; Ecco tua madre! E da quel momento il discepolo la accolse con sé » (19, 25-27). Qual è il valore di questo atto estremo di Cristo? È solo una raccomandazione, piena di amore filiale, indirizzata al discepolo più caro perché si incarichi del sostentamento e della protezione di Maria? Oppure nei dati realistici del racconto si nascondono ulteriori significati simbolici spirituali?
Le parole di Gesù sono solo un « testamento domestico », come scriveva sant’Ambrogio, o sono la rivelazione di una nuova maternità spirituale di Maria, come ha dichiarato lo stesso vescovo di Milano e come hanno ripetuto Pio xii nell’enciclica Mystici Corporis e Giovanni Paolo ii nella Redemptoris Mater? L’affidamento di Maria a Giovanni è ricordato solo per ribadire la verginità di Maria, priva di altri figli a cui essere affidata, come volevano i primi vescovi e scrittori della Chiesa, da Atanasio a Ilario, da Girolamo ad Ambrogio? Oppure, secondo quanto scriveva un altro di questi padri della Chiesa, Efrem siro (iv secolo), come Mosè incaricò Giosuè di prendersi cura del popolo ebraico in sua vece, così Gesù incaricò Giovanni di prendersi cura di Maria, cioè della Chiesa, popolo di Dio?
Ai piedi della croce sono presenti quattro donne: di tre conosciamo i nomi, Maria madre di Gesù, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala, della quarta è riferita solo la parentela, è la sorella di Maria e quindi la zia di Gesù, il cui nome forse non era stato conservato sino al momento della tarda stesura del quarto vangelo. Gli altri evangelisti, però, introducono anche altre donne: Maria, madre di Giacomo, la madre dei figli di Zebedeo, Salome, Giovanna. Spesso si permetteva ai parenti, agli amici e ai nemici di una persona crocifissa di seguire le ultime ore di quell’atroce agonia. Sappiamo, per esempio, che un infame re ebreo della dinastia degli Asmonei, Alessandro Janneo, discendente dei grandi Maccabei, che regnò dal 102 al 76 prima dell’era cristiana, aveva fatto crocifiggere i capi farisei di una rivolta contro il suo regime. Egli aveva voluto che attorno alle croci fossero raccolte le famiglie dei singoli condannati perché assistessero al supplizio e i crocifissi vedessero il pianto disperato delle loro mogli e dei bambini, mentre il re, sotto un lussuoso padiglione, banchettava con le sue concubine.
L’obiettivo di Giovanni si fissa, però, solo su due visi. Il primo, naturalmente, è quello di Maria, il secondo è quello del « discepolo che Gesù amava ». Si è discusso a lungo sull’identità di questo discepolo che è citato soltanto sei volte nel quarto vangelo e solo a partire dalla passione (vedi Giovanni 13, 23-26). Alcuni hanno pensato persino a Lazzaro a cui Gesù « voleva molto bene », anzi, era « colui che egli amava » (Giovanni, 11, 3-5). Altri sono ricorsi a Giovanni Marco, il cristiano discepolo di Paolo e di Pietro, che aveva una casa a Gerusalemme (Atti, 12, 12) e che la tradizione identifica con l’evangelista Marco. Più semplice è il riferimento tradizionale all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo. Tuttavia l’espressione usata dall’evangelista sembra avere una risonanza ulteriore: in Giovanni di Zebedeo si vuole quasi certamente rappresentare anche il ritratto del perfetto discepolo, il titolo acquista anche un valore simbolico. Il teologo Max Thurian nel suo libro Maria, Madre del Signore e figura della Chiesa definiva questa figura come « la personificazione del discepolo perfetto, del vero fedele del Cristo, del credente che ha ricevuto lo Spirito ». Il quarto evangelista, allora, in questa scena ai piedi della croce vuole ricamare un’immagine ulteriore che supera i semplici connotati storici.
Decisiva in questa linea è la doppia dichiarazione di Gesù. Non si tratta di una formula d’adozione, come è stato ipotizzato da qualche studioso, perché non ne ricalca lo schema giuridico: « Tu sei mio figlio… » (Salmi, 2, 7). È, invece, una formula di rivelazione, simile a quella celebre del Battista: « Ecco l’agnello di Dio! ». Non siamo, quindi, di fronte a un semplice atto sociale che sfocia in un incarico del tipo: « Io ti lascio mia madre perché te ne prenda cura ». Siamo, invece, davanti a una duplice parola solenne che svela il mistero e il significato ultimo di una persona. La prima « rivelazione » è indirizzata a Maria interpellata con un inatteso vocativo: « Donna! ». Questo termine, usato normalmente nel mondo ebraico e greco e anche da Gesù nei confronti delle donne – la cananea della zona di Tiro e Sidone a cui guarisce la figlia, la samaritana, la donna curva guarita in giorno di sabato, l’adultera, Maria di Magdala – è piuttosto strano se usato nei confronti della propria madre. Eppure Gesù si era già rivolto a sua madre con questo appellativo agli inizi della sua missione, proprio come ora lo fa alla fine. A Cana, durante il pranzo nuziale, riferendosi idealmente al momento che si sta adesso compiendo – quello che Giovanni chiama « l’ora » per eccellenza -, aveva detto a Maria: « Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora » (Giovanni, 2, 4).
Il titolo solenne « Donna » vuole alludere, secondo il gioco dei rimandi simbolici caro al quarto vangelo, alla « donna » che sta alla radice della storia umana e a quel celebre passo della Genesi: « Io porrò inimicizia tra il serpente e la donna, tra il suo seme e quello della donna (…) L’uomo chiamò la donna Eva perché essa fu la madre di tutti i viventi » (3, 15.20). La prima donna era stata l’inizio e la madre dell’umanità intera; ora Maria diventa l’inizio e la madre di tutti i credenti nel Figlio suo. Maria appare ora nella sua funzione materna, quella di essere la madre di tutti i fedeli, segno della Chiesa che genera nuovi figli a Dio e li protegge dal drago del male, come si dirà anche in un famoso passo dell’Apocalisse: « Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bimbo appena nato. Essa partorì un figlio maschio » (12, 4-5).
La « donna » Maria, nuova Eva, sta quindi vivendo l’ »ora » del suo Figlio come sua « ora »: come il Cristo, soffrendo e morendo, genera la salvezza, così Maria, soffrendo e perdendo tutto, diventa madre della Chiesa. Infatti, la seconda dichiarazione di Gesù presenta al discepolo amato, simbolo dei credenti, la sua madre spirituale: « Ecco tua madre! ». È curioso notare che nella trentina di parole che compongono l’originale greco del brano per ben cinque volte si ripete il vocabolo mèter, « madre ». Già sant’Ambrogio vedeva in Maria ai piedi della croce il mistero della Chiesa e nel discepolo amato il cristiano figlio della Chiesa. A questo punto Maria e il discepolo lasciano il Calvario; il cadavere di Gesù sta per essere deposto nel sepolcro nuovo di un uomo benestante di Arimatea, Giuseppe. Ma Giovanni ci lascia un’ultima, piccola indicazione: il discepolo accoglie con sé Maria.
Questa annotazione è stata spesso interpretata come una semplice notizia di cronaca: il termine greco usato per descrivere questo avere « con sé » Maria è ìdia e può significare anche « casa, proprietà, patria ». E possibile certamente intendere, come fa qualche versione della Bibbia, che il discepolo amato « prese nella sua casa » Maria. È nata da qui la tradizione popolare secondo cui Maria avrebbe seguito Giovanni in Asia Minore (Turchia) e sarebbe morta a Efeso. Ancor oggi a otto chilometri dalle celebri rovine di Efeso su un monte in un paesaggio verdeggiante, si leva una chiesetta collegata idealmente alla residenza efesina di Maria e Giovanni. Tuttavia, se noi continuiamo a seguire il filo dei rimandi a cui il quarto vangelo ci ha abituati, ci accorgiamo che quella parola greca è carica di altri significati. Nel prologo del vangelo, per esempio, il termine greco ìdia/ìdioi indica « i suoi », la sua gente, cioè il popolo a cui Gesù apparteneva: « Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto » (1, 11). E alle soglie della morte di Gesù, Giovanni scriverà questa bellissima frase: « Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi (ìdioi) che erano nel mondo, Gesù li amò sino alla fine » (13, 1). La frase che chiude la scena del Calvario è, allora, carica di una risonanza ulteriore: Maria e il discepolo non solo avranno la stessa residenza ma saranno in comunione di fede e di amore proprio come il cristiano che accoglie e vive in comunione profonda con la Chiesa, sua madre.
Questa scena del Calvario che abbiamo ora rammentato è ormai nella mente, nel cuore e nella fantasia di tutti, anche perché a partire dal vii secolo la raffigurazione della crocifissione è entrata trionfalmente nell’arte cristiana – prima si preferiva rappresentare solo il Cristo risorto, glorioso coi segni della passione. Anche la scena successiva della deposizione dalla croce ha avuto infinite presentazioni artistiche: chi non conosce la Pietà di Michelangelo della basilica di San Pietro e chi non si commuove di fronte all’altra, meno nota, ma altrettanto straordinaria, Pietà di Michelangelo, quella cosiddetta « Rondanini » del Castello Sforzesco di Milano, in cui il Cristo morto sembra quasi ritornare nel grembo di Maria? Ma è col Settecento che inizia ad avere grande successo la figura della Mater dolorosa, sulla scia della festa della Madonna Addolorata, che si celebra il 15 settembre. Maria è raffigurata col cuore trafitto da sette spade, simbolo del dolore supremo, per evocare quella misteriosa profezia che le aveva indirizzato il vecchio Simeone durante la presentazione di Gesù bambino al Tempio: « Anche a te una spada trafiggerà l’anima » (Luca, 2, 35). È come se simbolicamente la lancia che aveva trafitto il costato del Figlio morto trapassasse ora anche la Madre.
Ed è davanti a questa figura di donna e madre « addolorata », segno e sintesi di tutte le donne e le madri addolorate, che si scioglieranno i canti più noti della pietà cristiana e mariana. Tra queste voci, la più celebre è certamente lo Stabat Mater, il bellissimo lamento attribuito a Jacopone da Todi (xiii secolo) ed entrato anche nella liturgia. Lo si potrebbe ascoltare con tutte le sue appassionate sfumature umane e spirituali in una delle numerosissime rese musicali: da quella del Palestrina (1525-1594), che ne stese due rispettivamente a 8 e a 12 voci, a quella di Alessandro Scarlatti (1660-1725) che scrisse anche due oratori dedicati ai Dolori di Maria sempre Vergine (1703) e alla Vergine addolorata (1717); dallo Stabat Mater che Pergolesi (1710-1736) compose per una confraternita napoletana nel convento cappuccino di Pozzuoli, ove si era ritirato per curarsi la tisi e ove morirà giovanissimo, « un divino poema di dolore », come lo definirà Bellini, a quello sontuoso e laborioso di Rossini che lo iniziò, lo interruppe e lo completò solo anni dopo, nel 1841; da quello mirabile di Verdi (1897) fino a quello, molto suggestivo, del musicista ceco Antonín Dvorák che lo compose a Praga nel 1877, lo propose nel 1880 per dirigerlo di persona con un vero trionfo nel 1884 a Londra.
Ma prima di concludere il nostro viaggio con Maria lungo la Via dolorosa sorge spontanea una domanda: Maria incontra suo Figlio risorto? Negli scritti canonici il Cristo risorto appare a Maria di Magdala, alle donne che accorrono al sepolcro la mattina di Pasqua, agli apostoli, ai due discepoli di Emmaus. Ma su Maria non c’è una sola parola dopo la grande scena del Calvario. La tradizione popolare si è, invece, affidata ancora una volta al terreno piuttosto insicuro degli apocrifi, col citato Vangelo di Gamaliele. Secondo questo testo Maria, prostrata dalla prova, rimane in casa, ed è Giovanni che le riferisce della sepoltura del Cristo. Maria, però, non si rassegna a restare lontana dalla tomba di suo figlio e dice tra le lacrime a Giovanni: « Anche se la tomba di mio figlio fosse l’arca di Noè, io non ne riceverei nessun conforto se non la vedo e vi possa versare sopra le mie lacrime. Giovanni le rispose: Come possiamo andarci? Davanti alla tomba stanno quattro soldati dell’esercito del governatore! (…) La Vergine, però, non si lasciò trattenere e la domenica, di buon mattino, si recò al sepolcro. Giunta di corsa, si guardò intorno e fissò lo sguardo sulla pietra: era stata rotolata via dal sepolcro. Allora esclamò: questo miracolo è avvenuto a favore di mio figlio! Si sporse in avanti, ma non vide all’interno del sepolcro il corpo del figlio. Quando il sole spuntò, mentre il cuore di Maria era abbattuto e triste, si sentì penetrare nella tomba dall’esterno un profumo aromatico: sembrava quello dell’albero della vita. La Vergine si voltò e in piedi, presso un cespuglio di incenso, vide Dio vestito con uno splendido abito di porpora celeste ».
Maria, però, non riconosce in questa figura gloriosa suo figlio e allora inizia un dialogo con l’essere misterioso simile a quello che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) riferisce tra Maria Maddalena e il Cristo, scambiato per il custode del cimitero. Alla fine, però, ecco lo scioglimento dell’enigma: « Non smarrirti, Maria, osserva bene il mio volto e convinciti che io sono tuo figlio! Io sono il Gesù che consola la tua tristezza, io sono il Gesù per la cui morte hai pianto, io sono il Gesù per il cui amore hai versato lacrime. Ma ora sono vivo e ti consolo con la mia risurrezione prima di tutti gli altri. Nessuno ha portato via il mio cadavere, ma sono risorto per volere del Padre, o madre mia! Udite queste parole, il cuore della Vergine si colmò di consolazione, cessò di piangere e di essere smarrita ed esclamò: Sei dunque risorto, mio Signore e mio figlio! Felice risurrezione! E si inginocchiò a baciarlo ». Ma non è questa l’unica testimonianza tradizionale dell’incontro del Cristo risorto con sua madre. Ne vogliamo citare un’altra, molto fastosa e solenne, tratta dalla pietà popolare della comunità cristiana d’Egitto, i Copti. Si tratta appunto di un frammento copto del v-vii secolo, traduzione di testi più antichi.
« Il Salvatore apparve sul grande carro del Padre di tutto il mondo e, nella lingua della sua divinità, gridò: Maricha, marima, Thiath! – che significa: « Mariam, madre del Figlio di Dio! ». Mariam ne capiva il senso, perciò si volse e rispose: Rabboní, Kathiath, Thamioth! – che significa: « Figlio di Dio onnipotente, mio Signore e mio figlio! ». Il Salvatore le disse: Salve a te che hai portato la vita a tutto il mondo! Salve, madre mia, mia santa arca, mia città, mia dimora, mio abito di gloria del quale mi sono vestito venendo nel mondo! Salve, mia brocca piena d’acqua santa! (…) Tutto il paradiso gioisce per merito tuo. Ti assicuro, Maria, mia madre: colui che ti ama, ama la vita. Poi il Salvatore aggiunse: Va’ dai miei fratelli e di’ loro che sono risorto dai morti e che andrò al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (…) Maria disse a suo figlio: Gesù, mio Signore e mio figlio unico, prima di andare nei cieli da tuo Padre, benedicimi perché io sono tua madre, anche se vuoi che io non ti tocchi! E Gesù, vita di tutti noi, le rispose: Tu sarai assisa con me nel mio regno. Il Figlio di Dio si innalzò, allora, sul suo carro di Cherubini mentre miriadi di angeli cantavano: Alleluia! Il Salvatore stese la mano destra e benedisse la Vergine ». A noi che preferiamo stare solo sulla solida base della tradizione neotestamentaria basterà suggellare il nostro itinerario nelle ore della Passione in compagnia di Maria ricorrendo alla nota del capitolo di apertura degli Atti degli Apostoli, quando tutta la comunità cristiana attende il dono dello Spirito, unita attorno a Maria: « Erano tutti assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e coi fratelli di lui » (1, 14).

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA 2013 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130330_veglia-pasquale.html

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA 2013 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Sabato Santo, 30 marzo 2013

Cari fratelli e sorelle!

1. Nel Vangelo di questa Notte luminosa della Vigilia Pasquale incontriamo per prime le donne che si recano al sepolcro di Gesù con gli aromi per ungere il suo corpo (cfr Lc 24,1-3). Vanno per compiere un gesto di compassione, di affetto, di amore, un gesto tradizionale verso una persona cara defunta, come ne facciamo anche noi. Avevano seguito Gesù, l’avevano ascoltato, si erano sentite comprese nella loro dignità e lo avevano accompagnato fino alla fine, sul Calvario, e al momento della deposizione dalla croce. Possiamo immaginare i loro sentimenti mentre vanno alla tomba: una certa tristezza, il dolore perché Gesù le aveva lasciate, era morto, la sua vicenda era terminata. Ora si ritornava alla vita di prima. Però nelle donne continuava l’amore, ed è l’amore verso Gesù che le aveva spinte a recarsi al sepolcro. Ma a questo punto avviene qualcosa di totalmente inaspettato, di nuovo, che sconvolge il loro cuore e i loro programmi e sconvolgerà la loro vita: vedono la pietra rimossa dal sepolcro, si avvicinano, e non trovano il corpo del Signore. E’ un fatto che le lascia perplesse, dubbiose, piene di domande: “Che cosa succede?”, “Che senso ha tutto questo?” (cfr Lc 24,4). Non capita forse anche a noi così quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti? Ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo. La novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede. Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio. Cari fratelli e sorelle, nella nostra vita abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre! Il Signore è così.
Fratelli e sorelle, non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela. Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui.
2. Ma torniamo al Vangelo, alle donne e facciamo un passo avanti. Trovano la tomba vuota, il corpo di Gesù non c’è, qualcosa di nuovo è avvenuto, ma tutto questo ancora non dice nulla di chiaro: suscita interrogativi, lascia perplessi, senza offrire una risposta. Ed ecco due uomini in abito sfolgorante, che dicono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24, 5-6). Quello che era un semplice gesto, un fatto, compiuto certo per amore – il recarsi al sepolcro – ora si trasforma in avvenimento, in un evento che cambia veramente la vita. Nulla rimane più come prima, non solo nella vita di quelle donne, ma anche nella nostra vita e nella nostra storia dell’umanità. Gesù non è un morto, è risorto, è il Vivente! Non è semplicemente tornato in vita, ma è la vita stessa, perché è il Figlio di Dio, che è il Vivente (cfr Nm 14,21-28; Dt 5,26; Gs 3,10). Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, Gesù è l’«oggi» eterno di Dio. Così la novità di Dio si presenta davanti agli occhi delle donne, dei discepoli, di tutti noi: la vittoria sul peccato, sul male, sulla morte, su tutto ciò che opprime la vita e le dà un volto meno umano. E questo è un messaggio rivolto a me, a te, cara sorella, a te caro fratello. Quante volte abbiamo bisogno che l’Amore ci dica: perché cercate tra i morti colui che è vivo? I problemi, le preoccupazioni di tutti i giorni tendono a farci chiudere in noi stessi, nella tristezza, nell’amarezza… e lì sta la morte. Non cerchiamo lì Colui che è vivo!
Accetta allora che Gesù Risorto entri nella tua vita, accoglilo come amico, con fiducia: Lui è la vita! Se fino ad ora sei stato lontano da Lui, fa’ un piccolo passo: ti accoglierà a braccia aperte. Se sei indifferente, accetta di rischiare: non sarai deluso. Se ti sembra difficile seguirlo, non avere paura, affidati a Lui, stai sicuro che Lui ti è vicino, è con te e ti darà la pace che cerchi e la forza per vivere come Lui vuole.

3. C’è un ultimo semplice elemento che vorrei sottolineare nel Vangelo di questa luminosa Veglia Pasquale. Le donne si incontrano con la novità di Dio: Gesù è risorto, è il Vivente! Ma di fronte alla tomba vuota e ai due uomini in abito sfolgorante, la loro prima reazione è di timore: «tenevano il volto chinato a terra» – nota san Luca -, non avevano il coraggio neppure di guardare. Ma quando ascoltano l’annuncio della Risurrezione, l’accolgono con fede. E i due uomini in abito sfolgorante introducono un verbo fondamentale: ricordate. «Ricordatevi come vi parlò, quando era ancora in Galilea… Ed esse si ricordarono delle sue parole» (Lc 24,6.8). Questo è l’invito a fare memoria dell’incontro con Gesù, delle sue parole, dei suoi gesti, della sua vita; ed è proprio questo ricordare con amore l’esperienza con il Maestro che conduce le donne a superare ogni timore e a portare l’annuncio della Risurrezione agli Apostoli e a tutti gli altri (cfr Lc 24,9). Fare memoria di quello che Dio ha fatto e fa per me, per noi, fare memoria del cammino percorso; e questo spalanca il cuore alla speranza per il futuro. Impariamo a fare memoria di quello che Dio ha fatto nella nostra vita!
In questa Notte di luce, invocando l’intercessione della Vergine Maria, che custodiva ogni avvenimento nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), chiediamo che il Signore ci renda partecipi della sua Risurrezione: ci apra alla sua novità che trasforma, alle sorprese di Dio, tanto belle; ci renda uomini e donne capaci di fare memoria di ciò che Egli opera nella nostra storia personale e in quella del mondo; ci renda capaci di sentirlo come il Vivente, vivo ed operante in mezzo a noi; ci insegni, cari fratelli e sorelle, ogni giorno a non cercare tra i morti Colui che è vivo. Amen.

 

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE (2011)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110420.html

BENEDETTO XVI – TRIDUO PASQUALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 20 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle,

siamo ormai giunti al cuore della Settimana Santa, compimento del cammino quaresimale. Domani entreremo nel Triduo Pasquale, i tre giorni santi in cui la Chiesa fa memoria del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù. Il Figlio di Dio, dopo essersi fatto uomo in obbedienza al Padre, divenendo in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr Eb 4,15), ha accettato di compiere fino in fondo la sua volontà, di affrontare per amore nostro la passione e la croce, per farci partecipi della sua risurrezione, affinché in Lui e per Lui possiamo vivere per sempre, nella consolazione e nella pace. Vi esorto pertanto ad accogliere questo mistero di salvezza, a partecipare intensamente al Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico e momento di particolare grazia per ogni cristiano; vi invito a cercare in questi giorni il raccoglimento e la preghiera, così da attingere più profondamente a questa sorgente di grazia. A tale proposito, in vista delle imminenti festività, ogni cristiano è invitato a celebrare il sacramento della Riconciliazione, momento di speciale adesione alla morte e risurrezione di Cristo, per poter partecipare con maggiore frutto alla Santa Pasqua.
Il Giovedì Santo è il giorno in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale. In mattinata, ciascuna comunità diocesana, radunata nella Chiesa Cattedrale attorno al Vescovo, celebra la Messa crismale, nella quale vengono benedetti il sacro Crisma, l’Olio dei catecumeni e l’Olio degli infermi. A partire dal Triduo pasquale e per l’intero anno liturgico, questi Oli verranno adoperati per i Sacramenti del Battesimo, della Confermazione, delle Ordinazioni sacerdotale ed episcopale e dell’Unzione degli Infermi; in ciò si evidenzia come la salvezza, trasmessa dai segni sacramentali, scaturisca proprio dal Mistero pasquale di Cristo; infatti, noi siamo redenti con la sua morte e risurrezione e, mediante i Sacramenti, attingiamo a quella medesima sorgente salvifica. Durante la Messa crismale, domani, avviene anche il rinnovo delle promesse sacerdotali. Nel mondo intero, ogni sacerdote rinnova gli impegni che si è assunto nel giorno dell’Ordinazione, per essere totalmente consacrato a Cristo nell’esercizio del sacro ministero a servizio dei fratelli. Accompagniamo i nostri sacerdoti con la nostra preghiera.
Nel pomeriggio del Giovedì Santo inizia effettivamente il Triduo pasquale, con la memoria dell’Ultima Cena, nella quale Gesù istituì il Memoriale della sua Pasqua, dando compimento al rito pasquale ebraico. Secondo la tradizione, ogni famiglia ebrea, radunata a mensa nella festa di Pasqua, mangia l’agnello arrostito, facendo memoria della liberazione degli Israeliti dalla schiavitù d’Egitto; così nel cenacolo, consapevole della sua morte imminente, Gesù, vero Agnello pasquale, offre sé stesso per la nostra salvezza (cfr 1Cor 5,7). Pronunciando la benedizione sul pane e sul vino, Egli anticipa il sacrificio della croce e manifesta l’intenzione di perpetuare la sua presenza in mezzo ai discepoli: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato. Durante l’Ultima Cena, gli Apostoli vengono costituiti ministri di questo Sacramento di salvezza; ad essi Gesù lava i piedi (cfr Gv 13,1-25), invitandoli ad amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati, dando la vita per loro. Ripetendo questo gesto nella Liturgia, anche noi siamo chiamati a testimoniare fattivamente l’amore del nostro Redentore.
Il Giovedì Santo, infine, si chiude con l’Adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Lasciato il cenacolo, Egli si ritirò a pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Gesù sperimentò una grande angoscia, una sofferenza tale da fargli sudare sangue (cfr Mt 26,38). Nella consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli sente una grande angoscia e la vicinanza della morte. In questa situazione, appare anche un elemento di grande importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi: rimanete qui e vigilate; e questo appello alla vigilanza concerne proprio questo momento di angoscia, di minaccia, nella quale arriverà il proditore [traditore], ma concerne tutta la storia della Chiesa. E’ un messaggio permanente per tutti i tempi, perché la sonnolenza dei discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è il problema di tutta la storia. La questione è in che cosa consiste questa sonnolenza, in che cosa consisterebbe la vigilanza alla quale il Signore ci invita. Direi che la sonnolenza dei discepoli lungo la storia è una certa insensibiltà dell’anima per il potere del male, un’insensibilità per tutto il male del mondo. Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo. E non è soltanto insensibilità per il male, mentre dovremmo vegliare per fare il bene, per lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio: questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di Dio che ci rende insensibili anche per il male. Non sentiamo Dio – ci disturberebbe – e così non sentiamo, naturalmente, anche la forza del male e rimaniamo sulla strada della nostra comodità. L’adorazione notturna del Giovedì Santo, l’essere vigili col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci riflettere sulla sonnolenza dei discepoli, dei difensori di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non vogliamo vedere tutta la forza del male, e che non vogliamo entrare nella sua passione per il bene, per la presenza di Dio nel mondo, per l’amore del prossimo e di Dio.
Poi, il Signore comincia a pregare. I tre apostoli – Pietro, Giacomo, Giovanni – dormono, ma qualche volta si svegliano e sentono il ritornello di questa preghiera del Signore: “Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”. Che cos’è questa mia volontà, che cos’è questa tua volontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l’abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza. E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l’abisso del male. Sente, con la morte, anche tutta la sofferenza dell’umanità. Sente che tutto questo è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso, accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile, l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi; trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L’uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell’umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell’amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l’autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l’umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c’è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l’amore.
Un ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra importante. I tre testimoni hanno conservato – come appare nella Sacra Scrittura – la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre, lo ha chiamato: “Abbà”, padre. Ma questa formula, “Abbà”, è una forma familiare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di Dio. Qui vediamo nell’intimo di Gesù come parla in famiglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e redime l’umanità.
Ancora un’osservazione. La Lettera agli Ebrei ci ha dato una profonda interpretazione di questa preghiera del Signore, di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di Gesù, questa preghiera, queste grida di Gesù, questa angoscia, tutto questo non è semplicemente una concessione alla debolezza della carne, come si potrebbe dire. Proprio così realizza l’incarico del Sommo Sacerdote, perché il Sommo Sacerdote deve portare l’essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze, all’altezza di Dio. E la Lettera agli Ebrei dice: con tutte queste grida, lacrime, sofferenze, preghiere, il Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr Eb 5,7ss). E usa questa parola greca “prosferein”, che è il termine tecnico per quanto deve fare il Sommo Sacerdote per offrire, per portare in alto le sue mani.
Proprio in questo dramma del Getsemani, dove sembra che la forza di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di obbedienza, cioè di conformazione della volontà naturale umana alla volontà di Dio, viene perfezionato come sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo Sacerdote dell’umanità e apre così il cielo e la porta alla risurrezione.
Se riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche vedere il grande contrasto tra Gesù con la sua angoscia, con la sua sofferenza, in confronto con il grande filosofo Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti alla morte. E sembra questo l’ideale. Possiamo ammirare questo filosofo, ma la missione di Gesù era un’altra. La sua missione non era questa totale indifferenza e libertà; la sua missione era portare in sé tutta la nostra sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la missione dell’Uomo-Dio. Egli porta in sé la nostra sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza. Queste alcune osservazioni per il Giovedì Santo, per la nostra celebrazione della notte del Giovedì Santo.
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore; adoreremo Cristo Crocifisso, parteciperemo alle sue sofferenze con la penitenza e il digiuno. Volgendo “lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cfr Gv 19,37), potremo attingere dal suo cuore squarciato che effonde sangue ed acqua come da una sorgente; da quel cuore da cui scaturisce l’amore di Dio per ogni uomo riceviamo il suo Spirito. Accompagniamo quindi nel Venerdì Santo anche noi Gesù che sale il Calvario, lasciamoci guidare da Lui fino alla croce, riceviamo l’offerta del suo corpo immolato. Infine, nella notte del Sabato Santo, celebreremo la solenne Veglia Pasquale, nella quale ci è annunciata la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sulla morte che ci interpella ad essere in Lui uomini nuovi. Partecipando a questa santa Veglia, la Notte centrale di tutto l’Anno Liturgico, faremo memoria del nostro Battesimo, nel quale anche noi siamo stati sepolti con Cristo, per poter con Lui risorgere e partecipare al banchetto del cielo (cfr Ap 19,7-9).
Cari amici, abbiamo cercato di comprendere lo stato d’animo con cui Gesù ha vissuto il momento della prova estrema, per cogliere ciò che orientava il suo agire. Il criterio che ha guidato ogni scelta di Gesù durante tutta la sua vita è stata la ferma volontà di amare il Padre, di essere uno col Padre, e di essergli fedele; questa decisione di corrispondere al suo amore lo ha spinto ad abbracciare, in ogni singola circostanza, il progetto del Padre, a fare proprio il disegno di amore affidatogli di ricapitolare ogni cosa in Lui, per ricondurre a Lui ogni cosa. Nel rivivere il santo Triduo, disponiamoci ad accogliere anche noi nella nostra vita la volontà di Dio, consapevoli che nella volontà di Dio, anche se appare dura, in contrasto con le nostre intenzioni, si trova il nostro vero bene, la via della vita. La Vergine Madre ci guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Figlio divino la grazia di poter spendere la nostra vita per amore di Gesù, nel servizio dei fratelli. Grazie.

OMELIA DOMENICA DELLE PALME – PERÒ SIA FATTO COME VUOI TU

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=39614

OMELIA DOMENICA DELLE PALME – PERÒ SIA FATTO COME VUOI TU

mons. Roberto Brunelli

Domenica delle Palme (Anno A) (09/04/2017)

Con la processione delle Palme (o con il suo sostituto, il ritiro in chiesa di un rametto di ulivo) e poco dopo, con la lettura durante la Messa del vangelo della Passione (quest’anno, quello di Matteo, capitoli 26 e 27), la liturgia di oggi celebra due momenti della vita di Gesù, tra loro vicinissimi eppure contrastanti come più non si potrebbe: dapprima il suo trionfale ingresso a Gerusalemme tra la folla osannante; qualche giorno dopo, la sua indicibile passione. Basterebbe questo a ricordare la precarietà delle sorti umane, l’inaffidabilità del successo, la necessità di riporre la propria vita in mani più sicure di quelle degli uomini.
? Ricordato il primo momento, l’attenzione si concentra sul secondo, con la sconvolgente narrazione di quanto Gesù ha potuto soffrire. E ricordando che egli sapeva a che cosa andava incontro, sorge drammatico un interrogativo: perché? Perché non si è sottratto a tanto strazio, a una fine così ignominiosa? La risposta, si sa, sta nella parola amore. Il Crocifisso, di cui la civiltà cristiana ha fatto il proprio emblema, è l’attestazione di quanto sia grande l’amore di Dio per gli uomini.
? Il « sì » ad un amore autentico è sempre anche fonte di sofferenza, perché comporta un’espropriazione del proprio io; l’amore vero non può esistere senza rinunce anche dolorose, altrimenti diventa egoismo e dunque si annulla. Ma bisogna considerare davvero importante la persona amata, per essere disposti a soffrire per lei: il Crocifisso dimostra quanto gli uomini siano importanti per Dio. Di natura sua Dio non può patire; ma ha considerato l’uomo di un valore tale da essersi Lui stesso fatto uomo per poter compatire, cioè « patire con », e per, l’uomo. E non a belle parole, ma in carne e sangue, con una concretezza da capogiro.?
Due segni di questa concretezza, tra i tanti attestati dal resoconto della Passione. Durante la sua agonia spirituale nella notte del Getsèmani, l’ « orto degli ulivi », Gesù rivolge al Padre una breve preghiera, con cui manifesta la sua consapevolezza, e insieme l’umanissima paura alla prospettiva di quanto sta per accadere: « Padre mio, se è possibile passi via da me questo calice! »; ma subito dopo aggiunge la sua disponibilità alla prova e la sua fiducia nei disegni divini: « Però non come voglio io, ma come vuoi tu ». Se ci si mette per un momento al posto suo, si può intuire quanto dev’essere stato terribile sapere a che cosa andava incontro, potervisi sottrarre, eppure restare!?
Un secondo segno è del giorno dopo, quando le torture di processi iniqui e di inaudite violenze fisiche si concludono col suo corpo trafitto dai chiodi per fissarlo al legno. Ogni vangelo tramanda qualcuna delle parole da lui pronunciate durante la sua agonia fisica; Matteo riporta un grido: « Elì, Elì, lemà sabactàni? », che tradotto dall’ebraico significa: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » Questa espressione è stata spesso equivocata: già qualcuno dei presenti ha pensato che egli invocasse il profeta Elia; altri, anche di recente, l’hanno voluta interpretare come un segno della sua disperazione, che annullerebbe il valore del suo sacrificio. Invece il senso corretto sta nella Bibbia stessa; Gesù cita, applicandolo a sé, il Salmo 21, che comincia proprio con quelle parole e prosegue anticipando in modo impressionante quanto poi è davvero accaduto: « Si fanno beffe di me quelli che mi vedono… Mi assedia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa… Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte… » E però il Salmo prosegue esprimendo la piena fiducia in Dio, il quale « non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero; al suo grido d’aiuto lo ha esaudito. E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza; al popolo che nascerà diranno: Ecco l’opera del Signore ».?
« Vivrò per lui »: nel buio di quella morte già si annuncia la luce della risurrezione.

2.4 IL PERDONO IN SAN PAOL0 (STRALCIO DI UNA TESI DI LAUREA)

http://www.collevalenza.it/Riviste/2003/Riv0803/Riv0803_03.htm

2.4 IL PERDONO IN SAN PAOL0 (STRALCIO DI UNA TESI DI LAUREA)

P. Sante Pessot fam

Il perdono e il suo valore educativo

Estratto dalla Tesi di Laurea presso la UNIVERSITA’ PONTIFICIA SALESIANA

Facoltà di Teologia – Dipartimento di Pastorale Giovanile e Catechetica

Roma 2002

A questo punto del nostro lavoro riteniamo opportuno inserire un capitolo riguardante la riflessione paolina sul perdono. Essa ci dà uno sguardo d’insieme sulla riflessione che hanno fatto la prime comunità sul perdono e le modalità di realizzarlo. Notiamo innanzitutto che il termine perdono non è molto presente nel vocabolario paolino. Paolo usa il verbo aphie¯mi – il verbo usato normalmente nel Nuovo Testamento per “perdonare” – solo cinque volte, e in quattro di esse non significa perdonare ma “rilasciare”, solo due volte il sostantivo aphesis, mentre più usato è il verbo charizomai, che significa dare liberamente e gratuitamente o rimettere, perdonare, scusare. Probabilmente l’uso di questo termine è dovuto alla sua assonanza con il concetto di grazia charis, e perché egli fa riferimento, soprattutto alle persone, piuttosto che ai peccati. A proposito di un individuo castigato, scrive ai Corinzi, che quell’uomo è stato punito abbastanza e che ora dovreste perdonarlo e confortarlo (cfr.: 2Cor 2,6-7). A mano a mano che la sua argomentazione procede Paolo afferma che il perdono è parte fondamentale della vita cristiana. “A chi voi perdonate perdono anch’io; perché quello che io ho perdonato, se ebbi qualcosa da perdonare, l’ho fatto per voi davanti a Cristo” (2Cor 2,10). È nello stile del mondo alimentare il rancore per le offese ricevute, è invece nello stile di coloro che sono stati perdonati da Cristo, perdonare con liberalità le offese ricevute. La motivazione di un simile comportamento è enunciata esplicitamente da Paolo, quando scrive ai Colossesi: “Perdonatevi scambievolmente… come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Paolo esprime lo stesso concetto in Efesini: “perdonatevi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi ” (Ef 4,31). In questo caso si sottolinea l’importanza dell’opera di Cristo, per il processo del perdono. Il perdono in Cristo significa perdono a causa di quello che Cristo è e fa(1). C’è un altro testo in cui Paolo usa il verbo charizomai, ma lo fa in riferimento al perdono divino. L’apostolo parla dello stato di morte dei peccatori e prosegue: “Con lui (Cristo) Dio ha dato vita anche a voi, …perdonandoci tutti i peccati” (Col 2,13) Ciò significa chiaramente che è l’opera di Cristo che causa il perdono, anche se non ci viene detto in che maniera. Infine Paolo fa molto uso del concetto di remissione. Lo considera tuttavia importante e parla di Cristo “nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia” (Ef 1,7). Così si vede che il perdono dei peccati deriva dalla morte espiatrice del salvatore.
Per Paolo, dunque, il perdono è importante, anche se non vi fa spesso riferimento con una terminologia fissa. Ma lo considera tanto importante che, grazie a quello che Cristo ha fatto, i peccati dei credenti non sono più messi a loro carico. E lo considera tanto importante che i credenti devono tradurlo nel loro modo di vivere, perdonando le offese che ricevono dagli altri. Cosa ancora più importante, il perdono rivela qualche elemento del carattere di Dio: è un Dio che manda suo Figlio a morire su una croce per realizzare il perdono. Il che significa lo stabilirsi di una calda relazione personale con il Dio che perdona(2).
Non si può dire che Paolo trascuri questo tema, ma sicuramente ne tratta meno di quanto ci si potrebbe aspettare. Diversamente, invece, per quanto riguarda il tema della riconciliazione, che noi abbiamo detto essere una conseguenza del perdono. L’ espressione migliore che san Paolo usa per esprimere la redenzione operata da Gesù Cristo e dalla sua morte in croce è costituita dalla parola “riconciliazione”, nella quale l’iniziativa parte da Dio, ma nello stesso tempo, l’uomo, prigioniero di se stesso e della propria colpa, è invitato ad accettare l’offerta divina di amore e a riconciliarsi con Dio. Dio non ha bisogno di riconciliarsi con l’uomo. Infatti egli è sempre il Dio che ama e che propone la riconciliazione. Non è stato Dio ad allontanarsi dall’uomo: è stato invece l’uomo ad allontanarsi da Dio. Nella morte di Gesù, Dio ha invitato gli uomini ad abbandonare il loro distacco e il loro isolamento e a rivolgersi di nuovo all’amore e quindi anche alla vita, guardando all’amore infinito di Dio, reso visibile sulla croce. È Dio che agisce. Tuttavia, la riconciliazione non si limita a ricostituire in modo puramente esteriore la comunità con noi: nella riconciliazione Dio trasforma e rinnova l’uomo nella sua totalità. San Paolo ce lo dimostra nel famoso brano della seconda Lettera ai Corinzi: “Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con se mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,17-18).
E così che san Paolo descrive la situazione in 2Cor 5,19-20: “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. Il messaggio cristiano è essenzialmente servizio della riconciliazione e annuncio della riconciliazione. È la supplica insistente agli uomini: “Rinunciate alla vostra vita senza senso, abbandonate la vostra chiusura e il vostro accecamento e rivolgetevi a Dio, che vi ha dimostrato il suo amore in Cristo e che oggi vi invita a rinnovarvi grazie al suo amore”.
Paolo ha interpretato il proprio ruolo come quello di servitore della riconciliazione. Egli implora un atteggiamento di riconciliazione da parte dei Corinzi, che avevano litigato tra di loro e con lui. E’ nella riconciliazione che si ha la prova se essi considerano seriamente Cristo e il suo amore, così come è stato loro rivelato nella sua morte in croce(3).

2.5 Conclusione
A questo punto vorremmo dare una sintesi di quanto emerso, nel corso di questa seconda parte del nostro capitolo, riguardante la radicale novità del perdono di Cristo.
Cristo ha descritto il perdono come l’elemento centrale della comunità cristiana, come si nota chiaramente nella sua formulazione del Padre Nostro. In esso l’autenticità della nostra preghiera viene subordinata alla nostra disponibilità a perdonarci a vicenda. “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori… Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,12.14-15).
La disponibilità a perdonare richiesta dal Padre non è un tratto felice del nostro carattere o una disposizione psicologica acquisita. Al cuore c’è un atteggiamento religioso radicato di un Dio sommamente capace di perdonare. Per questo il Nuovo Testamento continua a rapportare il nostro perdono al perdono di Dio. Ora il nostro perdono non è più una condizione per meritare il perdono di Dio, è un paradigma per esso o piuttosto qualcosa di concomitante ad esso. Ma nel suo commento alla preghiera, che segue immediatamente, Matteo parla specificamente della richiesta di perdono, ponendola in rilievo, e la riformula “se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; me se voi non perdonerete agli uomini neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15). Invece nella lettera ai Colossesi capovolge il discorso. Essa fa del perdono la conseguenza del perdono che abbiamo ricevuto da Gesù, il cui perdonare deve essere un modello per noi: “Anche voi dovete perdonare come il Signore vi ha perdonato” (Col 3,13). Ci chiediamo quindi: Il perdono umano e il perdono divino come si rapportano?
Le formulazioni del Nuovo Testamento alquanto confuse e piuttosto conflittuali, indicano, credo un rapporto di mutua interdipendenza dialettica radicato nel perdono illimitato di Dio.
Ogni perdono, come ogni Amore, di cui il perdono è una forma particolare, ha origine da Dio, che ha amato e ci ha perdonato per primo (1Gv 4,7.21; Lc 7,47; Mt 18,23-35). Quando amiamo (e perdoniamo) il prossimo, l’amore di Dio (e il suo perdono) è reso perfetto in noi. La nostra esperienza di amare e di perdonare è aumentata e intensificata. Se ci rifiutassimo di perdonare il prossimo, non potremmo più fare esperienza dell’amore di Dio, non perché Dio smetta di amare o di perdonare (non lo può fare perché è l’amore perdonante), ma perché la nostra mancata risposta al suo perdono, ci chiude al suo perdono e al suo amore. Il perdono umano, che ha origine dall’esperienza perdonante di Dio, si nutre di questa esperienza, creando nuove possibilità di perdono. Il perdono umano è così, sia una conseguenza del nostro essere perdonati da Dio, sia una condizione per esso(4).
Perdonarci a vicenda non è dover compiere una prestazione eccessiva, che Gesù ci domanda, ma è invece espressione della riconoscenza, per il perdono infinito che riceviamo da Dio. In questa parabola Gesù doveva mettere a confronto, in modo così chiaro il debito infinito, che abbiamo nei confronti di Dio e quel poco di cui noi siamo debitori gli uni verso gli altri, per mostrarci che non vi è motivo per non perdonarci a vicenda. Non potremo mai rifondere a Dio ciò che gli dobbiamo.
Giorno dopo giorno diventiamo debitori nei confronti di Dio. Ci ribelliamo a lui, lo dimentichiamo e ci rivolgiamo ad altri dèi: il denaro, la fama, la carriera. E nonostante tutto Dio non ci abbandona. Chi vive il perdono di Dio con il cuore non può non perdonare chi lo ha ferito. Il perdono non è per lui una richiesta da adempiere per obbligo, ma una risposta al perdono vissuto in prima persona.
Secondo Matteo il perdono è l’espressione concreta di una comunità umana e cristiana. Senza perdono si ha soltanto un atteggiamento di calcolo reciproco, si ha un circolo vizioso di vendetta e risposta alla vendetta. Così anche la Lettera ai Colossesi interpreta il perdono come il fondamento della comunità cristiana: “Sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Il perdono che i cristiani hanno ricevuto da Cristo deve plasmare anche la loro vita in comune. Soltanto in questo modo possono amarsi come Cristo li ha amati: “Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3,14). L’amore unisce in noi le diverse parti, facendo di noi persone che possono accettare completamente se stesse. E collega i gruppi in contrasto all’interno di una comunità portandoli all’unità. Non esiste amore senza perdono.
E non può esistere una comunità se i suoi componenti non sono sempre disposti a perdonarsi vicendevolmente.
In base alla prospettiva cristiana in cui ci muoviamo, l’esperienza del perdono si muove su due ambiti: perdonare è prima di tutto un dono: il fatto del perdono ci rivela Dio come evento di misericordia. Inoltre perdonare comporta un impegno: i gesti di perdono si attualizzano e concretizzano nella chiesa, come testimone di perdono e al servizio della riconciliazione(5).
Gesù scatena la dinamica del processo di conversione. L’esperienza del perdono è un’esperienza dinamica. Quando Gesù perdona, mobilita la persona, suscita in essa un ritorno all’autenticità nell’universo relazionale dell’uomo con se stesso, con gli altri uomini, col mondo e con Dio. Ci sembra di poter dire che Gesù punta su una nuova logica interrelazionale: L’orizzonte valutativo in cui Gesù si muove, fa piazza pulita dei presupposti della normale logica interumana. Molte volte risulta sconcertante. Gesù non viene compreso: la logica che regola le relazioni interumane si regge con la legge del più forte o, nel migliore dei casi, con la legge della reciprocità, dell’equivalenza, come norma di giustizia. Gesù invece, ci guida con una logica di sovrabbondanza. Si pone con ciò in risalto che il suo modo di essere giusto, consiste nella misericordia.

1 MORRIS L., “Perdono” in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, Cinisello Balsamo, Paoline, 1999, pp. 1171-1173 [a cura di Romano Penna].
2 Ibidem, 173.
3 GRUN, L’arte…, 19-21.
4PRABHU G. – S., “Come noi perdoniamo i nostri debitori”, in “Concilium” 2 (1986), pp.249.
5RUBIO MIGUEL, La virtù cristiana del perdono, in “Concilium” (1986) , p. 107.

12345...33

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01