Archive pour la catégorie 'LITURGIA'

DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (SERM. 231, 5)

https://www.augustinus.it/varie/pasqua/pasqua.htm

TEMPO PASQUALE CON SANT’AGOSTINO

« Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Io vado a prepararvi un posto;
quando sarò andato e vi avrò preparato un posto,
ritornerò e vi prenderò con me,
perché siate anche voi dove sono io ».
(Gv 14, 1-3)

INTRODUZIONE

Il segreto della felicità è in un semplice gesto: alzare lo sguardo e fissarlo in Cristo, nella sua risurrezione vittoriosa che passa attraverso il vilipendio della croce. « Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto… Pensate al valore di queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore ». (De s. virg. 54.55ss) Chi aderisce a Cristo si stacca da ogni dipendenza terrena, da ogni ricerca di una felicità materiale. La felicità ha una sua regione, che non è però sulla terra: qui neppure Cristo l’ha trovata! La vera beatitudine, che non avrà fine perché eterna, è altrove, là dove può condurci Cristo stesso: il Regno del Padre. Il premio della vita eterna sarà Dio stesso: « Lui stesso possederai; Egli si dona in premio a coloro che lo onorano ». (Sermo 19, 5)

DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (SERM. 231, 5)

La garanzia della vita futura
Vuoi essere felice? Se lo vuoi, ti mostrerò la via per esserlo. Dice [il Salmo]: Fino a quando avrete il cuore intorpidito? Perché amate la vanità e andate in cerca di ciò che è falso? e poi continua: Sappiate. Cosa dobbiamo sapere? Che il Signore ha glorificato il suo Santo (Ps 4, 4). Incontro alle nostre miserie è venuto Cristo; il quale ha voluto aver fame e sete, stancarsi e dormire. Egli, pur avendo compiuto miracoli, si sottopose al dolore: fu flagellato, coronato di spine, sputacchiato, schiaffeggiato, sospeso ad una croce, trafitto da una lancia e deposto in un sepolcro. Da lì però risorse il terzo giorno, ponendo fine alla sofferenza, uccidendo la morte. Lì pertanto, cioè nella sua resurrezione, fissate lo sguardo, poiché Dio ha tanto glorificato il suo Santo da risuscitarlo da morte e da accordargli il privilegio di sedere alla sua destra nel cielo. Ti ha mostrato le cose a cui devi aspirare se desideri essere beato, essendo scontato che quaggiù non puoi esserlo. Nella vita presente infatti non potrai certo raggiungere la felicità: nessuno ha questo potere. Tu cerchi, è vero, una cosa buona, ma questa terra non è il luogo dove alligni la cosa da te cercata. Cosa cerchi? La vita felice. Purtroppo non è di quaggiù. Fa’ conto che ti metta a cercare l’oro in un posto dove non c’è. Se arriva uno che sa non essere quello il posto dove si trova l’oro non ti direbbe forse: Ma che stai scavando? perché smuovi la terra? Fai una buca dove potresti cadere, non dove si trovano le cose che cerchi. Cosa replicheresti a chi ti dà questi suggerimenti? Sto cercando l’oro. E l’altro: Non ti dico che sia cosa da nulla quello che cerchi; tu cerchi una cosa buona, ma non è dove la cerchi. Così quando tu dici: Voglio la felicità. Cerchi una cosa buona, ma non è cosa di questo mondo. Se in questo mondo fu felice Cristo, lo sarai anche tu. Venendo nella regione dove tu giaci morto, cosa vi trovò Cristo? Notalo bene! Egli proveniva da una regione diversa: ebbene, quando venne quaggiù, cosa vi trovò se non quelle cose che quaggiù abbondano? Tribolazioni, dolori, morte: ecco quello che si trova quaggiú, che quaggiú abbonda. Mangiò insieme con te i cibi che in abbondanza erano riposti nella dispensa della tua miseria. Bevve l’aceto, gli fu dato il fiele. Ecco cosa trovò nella tua dispensa. In cambio, egli ti invitò alla sua grande tavola imbandita, alla mensa celeste, alla mensa degli angeli dove pane è lui stesso. Scese dunque e nella tua dispensa trovò le cose ributtanti sopra accennate; eppure non ricusò di sedersi a una tal mensa qual era la tua, promettendo la sua. E cosa ci dice? Abbiate fede, abbiate fede! Voi verrete da me e gusterete i beni della mia mensa, com’è vero che io non ho ricusato d’assaporare i mali della mensa vostra. Ha preso su di sé il tuo male, e ti darà il suo bene? Ma certo che te lo darà! Ci ha promesso la sua vita, anzi ha fatto una cosa ancora piú inaudita: come anticipo ci ha elargito la sua morte, quasi volesse dirci: Ecco, io vi invito a partecipare della mia vita. È una vita dove nessuno muore, una vita veramente beata, che offre un cibo incorruttibile, un cibo che ristora e mai vien meno. La meta a cui vinvito, ecco, è la regione degli angeli, è l’amicizia con il Padre e lo Spirito Santo, è la cena eterna, è la comunione con me. Di piú: vi invito a [godere di] me stesso, a partecipare della mia vita. Stentate a credere che io vi darò la mia vita? Ebbene, ve ne sia pegno la mia morte, che già è in vostro possesso. Se quindi al presente ci tocca vivere nella carne soggetta a corruzione, moriamo con Cristo cambiando condotta, e viviamo con Cristo amando la santità. Ricordiamoci che non conseguiremo la vita beata se non quando saremo giunti là dove è colui che è disceso in mezzo a noi e quando cominceremo a vivere totalmente uniti a colui che è morto per noi

In breve…
Se tanto ci esaltano questi giorni che se ne vanno, nei quali con devota solennità ricordiamo la passione e la resurrezione di Cristo, come ci renderà beati quello eterno, in cui vedremo Lui e rimarremo con Lui, del quale il solo desiderio e la speranza ci rendono fin da adesso beati? (Serm. 229/D, 2)

Inizio settimana

III Domenica di Pasqua (Anno B) (15/04/2018)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43007

Gesù il catechista dei suoi discepoli

padre Antonio Rungi

III Domenica di Pasqua (Anno B) (15/04/2018)

La terza domenica di Pasqua ci presenta una nuova apparizione di Gesù agli apostoli. Si tratta dell’apparizione successiva a quella identificativa del Maestro, operata dai discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù nello spezzare il pace. Chiaro riferimento alla celebrazione eucaristica che era ed è il segno distintivo di comunità cristiana all’inizio dell’attività apostolica della Chiesa, che nasce dalla Pasqua di Cristo.
L’evangelista Luca ci descrive esattamente come avvenne questo nuovo incontro tra gli sperduti discepoli e Gesù. Loro non aveva ancora compreso nulla di quanto era successo, dopo la morte di Gesù. Non erano pronti a capire il mistero della risurrezione. E Gesù si erge a formatore dei suoi apostoli, ricordando loro quanto già aveva detto in precedenza prima di morire sulla croce. La coscientizzazione della risurrezione di Gesù non ancora c’era stata nella mente e nel cuore degli apostoli, al punto tale che non riconoscono Gesù quando appare loro, hanno paura, pensano di trovarsi di fronte ad un fantasma. Ma Gesù disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi”. A questo punto di convincono tutti che e Gesù. Egli per consolidare questo loro atto di fede e di riconoscimento della sua persona come Risorto, Gesù chiede qualcosa da mangiare. I discepoli gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Pane e pesce, i due segni distintivi della celebrazione della Pasqua dei primi cristiani. Segni che sono arrivati a noi con un significato preciso e attinente al mistero dell’eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore.
Poi Gesù cerca di far recuperare la memoria delle cose dette agli apostoli prima che salisse al Calvario: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Solo dopo questo affettuoso e tenero richiamo al loro passato di apostoli vicino a loro maestra, “si aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
Dopo la Pentecoste, gli Apostoli fecero esattamente quello che il Signore aveva detto loro, come ci attestano gli Atti, scritti dallo stesso san Luca, in cui sono riportati i primi impegni missionari del gruppo dei Dodici. Ne ascoltiamo una breve relazione nel brano di oggi, prima lettura, di questa terza domenica di Pasqua. E’ Pietro, il capo del collegio apostolico a prendere la parola e ad evangelizzare. Segno evidente che l’autorevolezza di Pietro rimane certa nella chiesa e di conseguenza tutti i suoi successori che sono i Romani Pontefici. Nel Vangelo è Gesù stesso che istruisce gli Apostoli, negli Atti e Pietro che trasmette alla gente che lo ascolta il nucleo essenziale e principale dell’annuncio della buona novella, consistente nella morte e risurrezione di Gesù. Da questo mistero deve nascere un impegno per tutti coloro che sono già cristiani o che lo desiderano diventare: bisogna convertirsi e cambiare vita per ottenere la remissione dei propri peccati. Chiaro appello alla conversione dei singoli e della comunità dei credenti.
Una conversione che passa attraverso il cambiamento di mentalità e di stile di vita, come è esplicitato nel breve brano della lettera di San Giovanni, seconda lettura di oggi, nel quale ci viene raccomandato di non peccare. Purtroppo, sappiamo che non è così, in quanto tutti pecchiamo. E allora bisogna disperarsi? Assolutamente no. Ci viene ricordato che “se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”.
La morte e risurrezione di Gesù è avvenuta per la remissione dei nostri peccati, per riprendere un dialogo con il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, un Dio che è amore e misericordia. A questo Dio dobbiamo manifestare il nostro amore, con un modo semplice: osservando i suoi comandamenti. Siccome l’amore è conoscenza, è relazione, chi dice di conoscere Dio e poi non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”.
Lo stretto rapporto tra conoscenza, amore e corrispondenza nella vita è delineato con parole molto semplici ed efficaci.
Non abbiamo altre scusanti, quando diciamo di amare Dio, di avere fede, di essere cristiani, cattolici, se poi non osserviamo con esattezza la legge di Dio, da quella impresa nella creazione e nella natura umana, a quella rivelata nel corso delle varie teofanie che hanno interessato il popolo di Dio e poi la Chiesa, nata dal costato squarciato del Cristo morto sulla Croce e poi risorto e asceso al cielo. Con tutta la Chiesa sparsa nel mondo e che oggi, giorno del Signore, celebra la Pasqua settimanale, vogliamo pregare con questa orazione della colletta: O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore.

DOMENICA DELLA MISERICORDIA – ANNO “B” – OMELIA

http://www.pasomv.it/omelie/testiomelie/pasqua/#PB2

DOMENICA DELLA MISERICORDIA – ANNO “B” – OMELIA

“Pace a voi!”

Carissimi fratelli e sorelle,

ogni anno in questa Domenica dell’ottava pasquale ci incontriamo con questa pagina stupenda di Giovanni che ci racconta le prime due domeniche della cristianità in cui il Risorto appare agli Apostoli nel Cenacolo, la prima volta assente Tommaso, la seconda presente anche lui. È una pagina ricchissima di contenuti spirituali, cerchiamo, aiutati dallo Spirito Santo, di coglierne alcuni che possano fecondare di Vangelo vivo la nostra esistenza quotidiana. Vi propongo essenzialmente due punti di riflessione.

1. Primo punto: La Pace.
In così pochi versetti per tre volte il Risorto si rivolge ai suoi con l’augurio della sua pace.
La pace è il dono per eccellenza del risorto il quale è morto appunto perché ci fosse pace, anzi “Egli stesso è la nostra pace” e che ha realizzato la nostra pace sulla croce dove ha riconciliato in sé l’umanità e il Padre, “Egli è venuto ad annunziare la pace” (cfr. Ef 2,14-18).
Ma, attenti, come tutte le parole umane, anche questa, la pace, è soggetta ad equivoci e frainten-dimenti. Lui stesso ci aveva messo in guardia quando disse: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). La sua è una pace diversa, particolare, spirituale che solo le persone spirituali la capiscono, l’apprezzano, la amano, la custodiscono. Paolo parla dell’“uomo naturale” e dell’“uomo spirituale” (cfr. 1Cor 2,14), l’uomo naturale è quello i cui criteri di vita sono naturali, terra terra, l’uomo spirituale è l’uomo che innalzato dallo Spirito Santo alla figliolanza con Dio vede le cose con una luce diversa, spirituale che l’uomo naturale non ha perché l’uomo naturale non ha la fede, noi sì, quella fede di cui ci parla oggi Giovanni nella seconda lettura, fede “che vince il mondo”(1Gv 5,4), che vince cioè anche i giudizi del mondo, i falsi valori del mondo, le illusioni e le vanità dell’uomo naturale che confida e fonda la sua esistenza solo sulle cose materiali.
La pace del mondo è l’effimera pace identificata con la soddisfazione e l’appagamento delle proprie voglie e desideri, è la pace psichica risultante dall’armonia di una esistenza totalmente protesa a ricercare e soddisfare se stessi, a perseguire ogni piccolo desiderio della propria affettività e sensualità. È una specie di appagamento sensuale-affettivo che spinge la persona a fuggire ogni sacrificio, ogni impegno pesante e scomodità per scegliere sempre il più facile e comodo. Quando la persona si trova tutta orientata a soddisfare se stessa in tutte le sue dimensioni, sia intellettiva che affettiva che sensuale, vive così un’armonia, certamente si tratta di un’armonia falsa, negativa, ma la persona trova in quell’armonia una certa unificazione di sé che le dà pace, è una pace psichica, sentimentale, è un senso di quiete e di benessere che non ha nulla a che vedere con la pace di Gesù che viene appunto a distruggere questa falsa armonia, falsa pace. Infatti la pace di Gesù passa attraverso la lotta, l’impegno faticoso, lo sforzo, tutti elementi ripudiati dalla pace falsa che gode nel disimpegno e nella soddisfazione di sé. Sotto questa particolare angolazione possiamo quindi anche leggere Mt 10, 34: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”.
La pace di Gesù non è quella del mondo, non è neanche lontanamente paragonabile a quella del mondo, la pace di Gesù è il dono dello Spirito strettamente legato alla remissione dei peccati, che ci perdona i peccati. La persona umana non può avere pace, pace in profondità, pace vera senza il perdono dei propri peccati. Il perdono dei peccati non è una riconciliazione della persona che si basa sulla cancellazione del ricordo del peccato, né si tratta di uno scusare il peccato minimizzandolo e coprendolo come fa una povera mamma nei confronti delle mancanze del figlio viziato. No, Dio non è una mamma che copre i nostri sbagli con la sua bontà. Il perdono di Dio è un atto creatore, si tratta di una nuova creazione, di una nuova, assolutamente nuova creatura che nasce come frutto del perdono, per cui il passato non gli appartiene più: “Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (Is 43,18-19; Ap 21,4). Per questo la domenica di Pasqua apparendo ai suoi apostoli Gesù Risorto “alita” su di loro, gesto che chiaramente richiama l’atto creatore di Dio che creò l’uomo alitando sul fango (cfr. Gen 2,7). Questo dunque è un gesto solenne, cosmico, ricchissimo di significato.
Gli Apostoli quindi ricevono questo dono dei doni da amministrare: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” e con questo dono frutto della sua morte e risurrezione il Risorto dona agli Apostoli la capacità di edificare la Chiesa, l’insieme dei riconciliati, di coloro che hanno ricevuto il dono della pace e che quindi vivono una dimensione diversa di vita, quella dei figli di Dio. Ecco perché il S.P. Giovanni Paolo II volle che questa domenica fosse la Domenica della Misericordia, quella misericordia che in questi ultimi tempi aveva trovato in s. Faustina uno piccolo, ma efficacissimo strumento, per farla conoscere al mondo

2. Secondo punto: L’incredulita’ di Tommaso
Alcuni flash.
Tommaso non era con gli altri e quando gli dissero che era venuto il Signore, non credette. L’allontanamento dalla comunità porta sempre come conseguenza un decadere della fede. La nostra fede ha bisogno per sostenersi della testimonianza degli altri.
Dov’era Tommaso quando venne Gesù? Cosa stava facendo di così importante? quante volte la storia di Tommaso si ripete nelle nostre vite, nelle nostre assenze che ci fanno perdere l’espe-rienza dell’incontro con il Risorto.
Tommaso vuole vedere per credere, non gli basta la testimonianza degli altri, vuole l’esperienza personale di mettere il suo dito nelle piaghe, l’avrà, il Signore gli concederà quest’esperienza e si mostrerà a lui, si manifesterà a lui perché possa credere. Quanto è vicino a noi questo Tommaso!
Gesù lo rimprovera dolcemente perché ha chiesto un segno e proclama beata la fede che non chiederà di vedere! Siamo “beati” quindi se non chiediamo “segni” e ancor più lo saremo se non andremo a caccia di segni strabilianti, ci basti il segno della Chiesa, la Chiesa è il vero segno di Gesù. Quanto più la Chiesa si rifà al suo modello apostolico che risplende nella prima lettura di oggi tratta dagli Atti degli Apostoli (4,32ss) e si edifica come comunità di fratellanza e di amore, quanto più essa è segno di Gesù Risorto.
Attenti però a sottovalutare la professione di fede di Tommaso. Pur avendo visto, la sua è una vera professione di fede, anzi è la più alta del Nuovo Testamento. Infatti in questa vita non ci è dato di vedere Dio senza morire (cfr. Es 33,20). La divinità non possiamo vederla in questa vita se non con la fede. Ed era sempre la fede quello che Gesù pretendeva dai suoi discepoli (cfr. Mc 4,40; 5,36; Gv 14,1; Lc 8,25; Gv 6,29). “Filippo, chi vede me vede il Padre, credi tu questo?” (cfr. Gv 14,8ss). Gli Apostoli non vedevano il Padre, vedevano Lui il Figlio, vedevano Gesù e venivano invitati a credere che vedendo Lui vedevano il Padre. L’umanità del Verbo incarnato è il segno visibile della sua divinità, ma la divinità in sé non si vede, non si vede, non si può vedere: neanche Tommaso vide la divinità di Gesù, vide il suo corpo risorto, non la sua divinità. La fede è vedere Dio senza vederlo, toccarlo senza toccarlo, per questo è sempre dono e lotta. Dono di Dio e lotta continua contro l’incredulità. Una fede che crede tranquillamente non esiste: la fede è sempre lotta contro l’incredulità.
Tommaso vede il Risorto, ma non vede Dio, Dio non si può vedere, per questo la sua è la più alta testimonianza di fede del Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio!”
Tommaso riconosce il Figlio di Dio nella fede vedendo il segno del suo Corpo Risorto. Gesù loda la fede di chi non ha bisogno di segni, ma questi segni sono un suo dono d’amore che viene incontro alla nostra debolezza e a tutti vengono dati segni sufficienti per credere.
Ognuno di noi se legge la propria vita troverà diversi momenti in cui ha potuto mettere “la sua mano nel costato e il suo dito nel posto dei chiodi”, dobbiamo custodire gelosamente quei momenti nella nostra memoria e nel continuo ricordo per poterci rinnovare nella stessa professione di fede di Tommaso: “Mio Signore e Dio della mia vita!”.
La Vergine Maria, Donna della Fede, che conservò integra la fede della Chiesa nelle ore buie del sepolcro e mai dubitò, venga in soccorso della nostra poca fede perché anche noi possiamo con Tommaso e tutti i credenti proclamare e acclamare il suo Figlio Gesù come nostro Signore e nostro Dio.

Amen.

j.m.j.

 

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (11). – L’IMPORTANZA DELLA CRISTOLOGIA: LA DECISIVITÀ DELLA RISURREZIONE

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081105.html

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (11). – L’IMPORTANZA DELLA CRISTOLOGIA: LA DECISIVITÀ DELLA RISURREZIONE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 5 novembre 2008

Cari fratelli e sorelle,

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,14.17). Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù. In tale evento infatti sta la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell’assurdità dell’essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso “è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15,4) – così attesta la tradizione protocristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L’intero insegnamento dell’apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma previo (cfr 1 Cor 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l’immenso amore di Dio per l’uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.
E’ importante cogliere il legame tra l’annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane prepaoline. Qui davvero si può vedere l’importanza della tradizione che precede l’Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra “ricevere” e “trasmettere”. San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: “Sia io che loro così predichiamo” (1 Cor 15,11), mettendo con ciò in luce l’unità del kerigma, dell’annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo. La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s’esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa. E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del “Dio con noi”, quindi la realtà della vera vita.
E’ qui opportuno precisare: san Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica – non vuol scrivere quasi un manuale di teologia – ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta. Vi si riscontra una concentrazione sull’essenziale: noi siamo stati “giustificati”, cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò – come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell’annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è essere testimone della risurrezione. Vorrei citare solo un testo: Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: “Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti” (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).
Ma possiamo domandarci: qual è, per san Paolo, il senso profondo dell’evento della risurrezione di Gesù? Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni? L’affermazione “Cristo è risorto” è attuale anche per noi? Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante? Paolo dà solennemente risposta a questa domanda all’inizio della Lettera ai Romani, ove esordisce riferendosi al “Vangelo di Dio … che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti” (Rm 1,3-4). Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall’umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio “con potenza”. Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). E’ realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra”. Perciò con la risurrezione comincia l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli – comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della verità e dell’amore. La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l’autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio! Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell’incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione. Mentre il titolo di Cristo, cioè di ‘Messia’, ‘Unto’, in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l’intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell’evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).
Tutto questo è gravido di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell’intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l’Apostolo: siamo “morti con Cristo” e crediamo che “vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E’ ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: “Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12). La teologia della Croce non è una teoria – è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui. Sant’Agostino dice: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po’ di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall’altro, l’urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un’ardita immagine: come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell’attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione (cfr Rm 8,18-23).
In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede “tocca” il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione e alla morte, va trasformandosi nell’ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli. Sorretti da questa speranza proseguiamo con coraggio e con gioia.

Saluti:

OMELIA IN COENA DOMINI – di ENZO BIANCHI (2011)

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2011/04/giovedi-santo-omelia-di-enzo-bianchi.html

Bose, 21 aprile 2011

Giovanni 13,1-15
1Corinti 11,23-32

OMELIA IN COENA DOMINI – di ENZO BIANCHI (2011)

Carissimi,
questa sera siamo commensali alla tavola del Signore, la nostra comunità, le nostre sorelle di Cumiana, le sorelle della chiesa etiopica copta che sono con noi, e voi amici e ospiti. Siamo tutti invitati dal Signore per celebrare la Pasqua, la Pasqua in cui il Signore è passato da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), la Pasqua in cui il Signore ha voluto riassumere tutta la sua vita, per quanto umanamente possibile, in due gesti accompagnati da pochissime parole.
Il gesto della lavanda dei piedi, che noi ricorderemo dopo questa omelia, come gesto che narra l’azione di Gesù, non l’azione di chi presiede, ma l’azione, l’atteggiamento di Gesù nei confronti dei suoi discepoli, dunque nei nostri confronti. Un gesto che è un invito a che noi ci laviamo i piedi gli uni gli altri, ma un gesto che trova il suo canone, la sua forma nel gesto di Gesù, di cui noi cerchiamo di narrare tutta la portata attraverso un segno.
Il gesto eucaristico, ringraziamento di Gesù al Padre, benedizione di Gesù verso tutta la creazione e tutta la storia, ma anche risposta agli eventi che incombevano su di lui nella sua vicenda, eventi che lo avrebbero portato alla fine, alla passione e alla morte.
Quest’anno la nostra meditazione sarà su questo secondo gesto di Gesù, dunque sull’eucaristia, la cui narrazione abbiamo ascoltato nelle parole dell’Apostolo Paolo, che riferisce alla comunità di Corinto una memoria viva, vissuta dalla chiesa di Antiochia (cf. 1Cor 11,23-32), una memoria che era ormai celebrata in tutte le comunità cristiane come memoria del gesto compiuto da Gesù alla vigilia della sua passione e anche come rivelazione della sua Pasqua. Cerchiamo dunque semplicemente di ascoltare le Scritture sante e di comprendere l’eucaristia attraverso di esse.

Gesù è salito a Gerusalemme con la sua comunità, i Dodici, e l’evangelista Luca ci dice che nella consapevolezza di quella Pasqua che incombeva su di lui, Gesù ha assunto un viso duro, una faccia dura e decisa (cf. Lc 9,51), quasi a dire che ormai le parole non erano più assolutamente necessarie e che bisognava tutto riassumere nella semplicità, con gesti elementari, con poche parole. Gesù sa – certo, con la sua coscienza umana, soltanto umana, ma vigilante, una coscienza non sonnolenta, una coscienza esercitata a comprendere la necessitas umana e le esigenze della volontà di Dio – che ormai si avvia verso la morte. L’ostilità nei suoi confronti è cresciuta, l’autorità religiosa legittima e istituzionale lo vuole far tacere e lo vuole eliminare, e i suoi discepoli mostrano sempre di più di non essere capaci né di comprendere né di reggere un coinvolgimento con la sua vita. Gesù sa che i più dormiranno, sa che addirittura colui che egli aveva chiamato Pietro, la roccia, preso da paura sarà più debole di una canna incrinata, e sa che tra i suoi, nella sua comunità c’è anche chi lo consegna per facilitare la sua fine. Ma Gesù legge tutto questo con una coscienza umana e come una necessità umana: Gesù sa che non c’è un destino che pesa su di sé, non c’è un fato, ma sa che c’è una necessità umana nella storia, perché le cose in questo mondo vanno così, seguono una logica ferrea per cui l’innocente il giusto, può solo essere rigettato, perseguitato e abbandonato ai suoi nemici (cf. Sap 1,16-2,20). La banalità del male di questo mondo – che non è umiltà del male, parola troppo nobile per essere applicata al male –, la banalità del male sta proprio in questo quotidiano avvenire delle cose.
Gesù però non conosce solo la necessità umana, conosce anche le attese di Dio; si potrebbe anche parlare di una necessitas divina, ma per comprendere bene e non lasciare posti a equivoci preferisco dire che Gesù conosce le attese di Dio. Gesù ha una grande assiduità con Dio, lo prega intensamente, in particolare nella notte, legge le Scritture per trovarvi come fare la sua volontà, ha soprattutto la parola del Signore nel suo intimo, come tante volte ha ripetuto pregando il Salmo 40: «La tua legge, Signore, è nel mio intimo» (Sal 40,9). C’è dunque di fronte a Gesù, in quei giorni di Pasqua, l’attesa di Dio suo Padre, e ci sono delle precise azioni, responsabilmente fatte dagli uomini. Gesù deve rispondere alle attese di Dio e alle azioni dell’uomo: e ciò che è straordinario, e che per questo sarà proprio il cuore di tutta la nostra fede e della nostra vita cristiana, è che Gesù risponde con l’eucaristia. Eucaristia è veramente la parola migliore per identificare i gesti di Gesù, perché è la parola che dice un ringraziamento: «eukaristésas» (Mc 14,23; Mt 26,27; Lc 22,17.19; 1Cor 11,24), ossia «avendo ringraziato, innalzando a Dio una lode, dicendo a Dio un “amen” convinto e un grazie», un ringraziamento che scaturiva dalla sua fede incrollabile e dal suo fedele amore del Padre.
Ma questo ringraziamento era anche una risposta ai suoi avversari, a Giuda e ai suoi discepoli, risposta che viene data Gesù da con quel gesto sul pane e sul vino, accompagnato da pochissime parole. È significativo, Gesù non fa lunghi discorsi quella sera: sappiamo che nel quarto vangelo i discorsi di addio (cf. Gv 14,1-16,33) sono la memoria di sue parole, ma parole rivelate da un Kýriosglorioso e risorto alla sua chiesa, non parole dette da Gesù prima della sua passione. Gesù fa semplicemente un gesto, dice solo che quel gesto, quella Pasqua tanto desiderata (cf. Lc 22,15), sarebbe stata l’ultima con i suoi, e dice che quel calice del frutto della vite, quel vino della convivialità, quel vino che rappresentava tutto il possibile amore vissuto da un uomo sulla terra, sarebbe stato l’ultimo della sua vita. Chiarito il momento, resi consapevoli dell’ora i discepoli – l’abbiamo ascoltato, lo ascoltiamo sempre al cuore della nostra eucaristia, del nostro ringraziamento fatto con lui – «Gesù prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo per voi”» (Lc 22,19; 1Cor 11,24). Poi allo stesso modo disse: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,20; 1Cor 11,25), oppure: «Questo è il mio sangue dell’alleanza versato per le moltitudini» (Mc 14,24; Mt 26,28). Il gesto è chiarissimo, vuole essere una prefigurazione di quello che Gesù sta per vivere, la sua passione, la sua morte; ma vuole anche essere una sintesi di tutto ciò che fino ad allora Gesù ha vissuto. Ecco la risposta al Padre, all’attesa di Dio, che può essere espressa veramente dalle parole del Salmo: «Ecco, Padre, io vengo per fare la tua volontà (cf. Sal 40,8-9), il corpo che tu mi hai preparato ora accetto che sia spezzato, che sia dato, è un corpo per i discepoli, è un corpo per la comunità, è un corpo per la chiesa; e il sangue versato attraverso una morte violenta, è versato per le moltitudini di tutti gli uomini, di tutte le epoche e di tutta la terra».
Perché corpo spezzato e sangue versato? Il Padre cosa attendeva da Gesù? Il Padre attendeva da Gesù quello che aveva atteso da tutti i giorni della sua vita terrena. Attendeva che Gesù, quale Figlio, non assumesse nessun atteggiamento contrario alla giustizia, che Gesù non assumesse nessun atteggiamento contraddicente l’amore, non conforme alla sua infinita misericordia. Gesù risponde al Padre ringraziando, e in quel ringraziamento c’è un ringraziamento per la vita che il Padre gli aveva dato, perché Gesù sapeva, e sapeva più di noi, che la sua vita, come la vita di ciascuno di noi, l’aveva voluta Dio in un disegno preciso e in un amore preciso. Gesù ringrazia il Padre per il dono di essere un uomo, per il dono di essere un uomo, per la grazia di essere stato terreno, mortale come noi; ringrazia il Padre per aver potuto amare questa terra; ringrazia il Padre perché gli è dato di avere del pane e di avere del vino, di muoversi in quella logica del bisogno e della gratuità, nella quale ogni uomo cerca ogni giorno di vivere e di fare vivere gli altri accanto a sé; ringrazia benedicendo il Padre, ma soprattutto la vera benedizione al Padre il vero ringraziamento è offrire la propria vita, offrire se stesso. Ecco la risposta di Gesù a Dio. Dio si attendeva solo questo, non si attendeva né la morte di Gesù, né la violenza che egli ha subito, ma si attendeva che Gesù restasse fino all’ultimo fedele ai suoi sentimenti, che Gesù sapesse narrare fino all’ultimo l’amore di Dio agli uomini. Se Gesù moriva, era per una necessità umana, non perché Dio lo voleva.
Ma attraverso l’eucaristia Gesù dà anche una risposta ai sacerdoti e agli scribi, che lo accusavano di bestemmiare Dio. Lasciando che i sacerdoti e gli scribi, che l’autorità legittima del suo popolo disponga di lui, che lo catturi, che lo dichiari maledetto, che lo consegni a una morte infame, proprio facendo questo e permettendo questo, egli mostra di poter davvero ringraziare Dio, perché Dio gli ha concesso di narrarlo in questo mondo e di narrarlo senza venire meno. Ecco perché Gesù non fa nulla per contrastare il piano degli avversari, ecco perché non risponde con le armi da loro usate. A un certo punto addirittura tacerà (cf. Mc 14,61; Mt 26,63): ha parlato, ha anche attaccato quei sacerdoti e quegli scribi, ha anche lanciato loro dei «guai» (cf. Mt 23,1-36), ma, giunto il momento, resta un agnello afono, non risponde (cf. Is 53,7). Quel pane spezzato e dato: ecco ciò che vuole essere Gesù; quel sangue versato: ecco ciò che suggella chi era Gesù, cosa veramente voleva e come non tenesse alla propria vita ma tenesse soprattutto a che Dio potesse essere narrato agli uomini e gli uomini potessero conoscere che cos’è l’amore.
Ma Gesù dà anche una risposta a Giuda. Giuda è terribilmente presente in questi racconti: lo abbiamo sentito nel quarto vangelo, ma Giuda è presente anche nei sinottici, e sappiamo dell’annuncio che Gesù, parlando di Giuda, ha dato in stretto legame con l’eucaristia (cf. Mc 14,17-21 e par.). Giuda è uno dei Dodici, che lo consegna e lo tradisce, e Gesù dà il boccone eucaristico anche a lui, dà il suo corpo e il suo sangue anche a Giuda. Lo scandalo va assunto nella comunità cristiana: i vangeli non stanno ad analizzare le cause psicologiche per cui Giuda ha tradito, non lo scusano e lasciano lo scandalo intatto, scandalo, inciampo per tutti. Se ci sono ragioni in Giuda per essere giunto fino alla consegna, quelle ragioni le sa solo Dio, non dobbiamo essere noi a investigarle, perché, quando lo facciamo, in realtà cerchiamo solo delle attenuanti per noi stessi. Ciò che veramente va preso in considerazione è lo scandalo del tradimento, ma anche la risposta di Gesù con l’eucaristia: «Giuda» – dice Gesù – «ecco il mio corpo, te lo do». E significativamente al momento della consegna, al Getsemani, il saluto che Gesù gli rivolge è: «Amico» – amico, perché questo era il rapporto che Gesù aveva instaurato con Giuda – «per questo sei qui!» (Mt 26,50). Non solo, Gesù ha accettato anche il bacio da Giuda (cf. Mt 26,49), lo ha accettato senza rifiutarlo, senza vendicarsi, senza difendersi e senza condannare un bacio (tutti noi sappiamo che il bacio è l’atto più essenziale all’amore, e forse solo quelli che lo danno unicamente al vangelo o all’altare sanno che cos’è il bacio nella carne di un uomo…).
Infine, Gesù con l’eucaristia risponde ai suoi discepoli, a Pietro e agli altri, a chi è pieno di paura e si mostra una canna incrinata, e agli altri che dormono e non sanno vegliare. Anche qui Gesù «non spezza la canna incrinata, non spegne lo stoppino dalla fiamma smorta», come annunciava il primo canto del Servo di Isaia (cf. Is 42,3; Mt 12,20); dice addirittura ai discepoli: «Dormite pure!» (cf. Mc 14,41 e par.). Ma a tutti questi suoi discepoli – che siamo noi, perché i discepoli di Gesù non erano differenti dalla comunità cristiana di oggi, e da ciascuno di noi, paurosi come «la roccia» o sonnolenti come gli altri dieci –, Gesù ha dato il suo corpo e il suo sangue, così come li dà a noi.
L’eucaristia è la sola e definitiva risposta di Gesù a Dio e all’umanità intera, e ogni volta che la celebriamo dovremmo essere presi davvero da timore – il vero timor Domini, l’unico principio di una sapienza umana (cf. Sal 111,10; Pr 1,7) –, nell’accogliere nelle nostre mani e nell’accogliere in noi la vita di Gesù, la vita di Gesù raccolta in un gesto, il corpo del Signore per noi, il sangue per la moltitudine degli uomini. Ciò che celebriamo con il gesto del pane e del vino, ora lo celebriamo in memoria di Gesù anche con il gesto della lavanda. Sono due memorie di Gesù in cui non è possibile nessun protagonismo né di chi presiede, né del presbitero che presiede l’azione eucaristica: è il Signore che ci lava i piedi, è il Signore che ci dà il suo corpo e il suo sangue.
ENZO BIANCHI, priore di Bose
Fonte: monasterodibose

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2013

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20121015_lent-2013.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2013

Credere nella carità suscita carità «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16)

Cari fratelli e sorelle,

la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.
1. La fede come risposta all’amore di Dio.
Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva… Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un ”comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell’amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai “concluso” e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell’«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore – «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all’amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.
«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! … La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore. Esso è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).
2. La carità come vita nella fede
Tutta la vita cristiana è un rispondere all’amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).
Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).
La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).
3. L’indissolubile intreccio tra fede e carità
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l’atteggiamento di chi mette in modo così forte l’accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista.
L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, è l’annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).
In sostanza, tutto parte dall’Amore e tende all’Amore. L’amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l’annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell’Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.
A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l’iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.
4. Priorità della fede, primato della carità
Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all’azione dell’unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l’unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell’amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).
Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l’Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l’Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall’umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore!

Dal Vaticano, 15 ottobre 2012

BENEDICTUS PP. XVI

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

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Il deserto e il « quadrinomio »

padre Gian Franco Scarpitta

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

Figura molto significativa quella di Giovanni il Battezzatore, che mentre procede nel deserto geografico che separa la Palestina da Babilonia, invita tutti ad abbandonare il proprio deserto di immondezza peccaminosa e di perversione ostinata al male. L’aspetto di Giovanni è quello di un penitente irsuto e sciatto nel vestire, la cui sopravvivenza neurovegetativa è garantita da cibi precari come locuste e miele selvatico. Potremmo paragonarlo a uno degli anacoreti delle origini della vita eremitica in Egitto, i cosiddetti Padri del deserto. Il suo messaggio e le sue esortazioni richiamano quelli dell’Antico Testamento, in modo particolare i profeti della novità di una « strada nuova che attraversa il deserto » (Is 43, 19), rendendo questo luogo solitario e desolato un territorio percorribile. Il deserto è il luogo dell’assoluta mancanza e anche nell’accezione latina (de – serere) indica il vuoto, lo svuotamento, ciò che è stato tolto. Come si diceva, nell’ottica di Giovanni non ha solamente un significato topografico, ma si configura come la perdizione personale dell’uomo in conseguenza del suo peccato, lo stato di inopia spirituale e di aridità, la lontananza dell’uomo da se stesso per il rifiuto di Dio. Sulla scia del profeta Isaia, Giovanni ci si presenta come la « voce » di Colui che invita gli uomini a preparare la strada del Signore in una situazione di « deserto », cioè di peccato: « Raddrizzate i vostri sentieri ». Il che significa predisporre se stessi alla novità del Verbo che entra a far parte di questa condizione di bruttura morale per poterla radicalmente capovolgere. Preparare la via del Signore significa infatti optare per la conversione decisa, per il mutamento interiore e il rinnovamento radicale di se stessi in direzione di nuovi costumi e di nuove mentalità. Occorre insomma convertirsi, convincersi della vacuità a cui il peccato ci ha sempre condotti, della miseria e dell’inconsapevole insoddisfazione che apporta la via del male e dell’ingiustizia, convincersi dell’amore di Dio e della sua salvezza. Convertirsi vuol dire di conseguenza conformare la propria condotta secondo Dio, fermi nella deliberazione piena di dover fare esclusivamente la Sua volontà. Questo è il messaggio del Battista che ricalca le parole del profeta Isaia: nella solitudine e nello smarrimento, convertitevi e cambiate forma mentis e convinzioni personali, aprite il cuore a Dio. Se farete questo, Dio potrà avere il dovuto spazio in voi e « ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». L’episodio, che presenta un Battista quasi coetaneo di Gesù (secondo la cronologia) è meglio pertinente in tempo di Quaresima, visto che esalta appunto la necessità della conversione per il conseguimento della gloria pasquale cristiana, ma anche il presente tempo di predisposizione al Natale (l’Avvento) ci invita al mutamento radicale di noi stessi perché la bellezza e il fascino del Dio Bambino non possono che richiedere conversione e radicalità da parte nostra. Preparare la strada del Signore e spianare il suo ingresso nella nostra vita è un’allegoria per cui siamo chiamati a predisporre il Natale mentre percorriamo gli spazi e i tempi dell’Avvento: Colui che viene è Colui verso il quale si va incontro.
Nella sua attività di predicazione, Giovanni amministra un Battesimo, che è solamente un rito esteriore di infusione di acqua su quanti, pentiti, confessano i propri peccati per ottenere il perdono di Dio. Il bagno in acqua ipotizza il pentimento sincero ma impegna l’adepto a cambiare vita e a farla finita con il peccato, senza comportare automaticamente l’estinzione di esso. Il Battesimo amministrato da Gesù avverrà non soltanto in acqua ma soprattutto in Spirito Santo e sarà esso stesso a lavare ciò che è sordido nell’uomo, mondando interamente il soggetto dalla putredine del peccato. Il battesimo di Giovanni prepara e annuncia quello del Signore Gesù Cristo e attesta alla necessità di conversione e di ravvedimento. Ma soprattutto, costituisce un invito alla trasformazione e al ravvedimento di noi stessi in vista della novità del Dono che in Cristo Dio farà di se stesso.
Ammettere le proprie colpe responsabilizzandosi davanti a Dio è davanti agli uomini è l’inizio del processo di conversione; esso però non ha luogo se non in conseguenza di una virtù preventiva che si rende capaci di dissolvere davvero noi stessi in Dio: l’umiltà e la mansuetudine. Esse allontanano presunzione e orgoglio, scongiurano il pericolo di nefaste autoesaltazioni e inani attitudini alla superbia e per ciò stesso conducono a che il concetto di noi stessi non sia talmente esagerato da metterci al centro dell’attenzione. Senza l’umiltà non vi è conversione, senza conversione non avrà mai luogo la fede e la salvezza sarà una meta irraggiungibile.
Umiltà – Conversione – Fede – Salvezza. E’ questo il quadrinomio che leggiamo nell’invito che ci viene rivolto dal Battista, che mentre ci addita il Signore di cui egli è il Precursore ci dischiude anche un irrinunciabile itinerario in direzione di noi stessi e degli altri. Che cosa ci consegue infatti questo quadrinomio se non la pace interiore e la serenità di spirito, la costanza e la fiducia nella prova e nelle avversità? Che cosa comporta se non la gioia che sperimenteremo nel dare anziché ne ricevere (At 20, 21), il coraggio e la forza per trovare in Dio la felicità che invano cerchiamo in noi stessi e nelle nostre presunte prerogative. Cogliamo allora l’Avvento come una ricca opportunità che verte a vantaggio di noi stessi, purché ci decidiamo a uscire dal deserto che caratterizza da sempre la nostra vita.

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