Archive pour la catégorie 'Paolo – approfondimenti omiletici'

SAN PAOLO E MARIA

 http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=15337

SAN PAOLO E MARIA

(volevo mettere qualcosa per la memoria della Madonna di Lourdes, riguardo San Paolo ho trovato questa Omelia in data 13.5.2009, non riesco a ricostruire le letture della liturgia del giorno, ma mi sembra il commento a Galati 4,4 come è scritto sotto)

Quello che è stato proclamato come prima lettura è l’unico brano in san Paolo in cui si parla di Maria santissima. Le tredici lettere di san Paolo contano 2029 versetti, di essi solo uno è dedicato alla persona della Madre di Gesù, questo, il numero 4 del capitolo quarto della lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”. La madre del Signore non viene nemmeno chiamata per nome, ma solo menzionata come di passaggio. Stando così le cose, sembra che a san Paolo la figura di Maria interessi minimamente e che dunque sia inutile interrogarci sull’apporto dell’Apostolo delle genti alla nostra devozione per la Madre del Signore. Prima però di abbandonare delusi la nostra ricerca e di tirare della conclusioni indebite soffermiamoci un attimo almeno su questo frammento. Potremmo scoprirvi delle ricchezze inaspettate e rivalutare anche il messaggio di san Paolo a riguardo dell’umanità di Gesù e del mistero della sua venuta nel mondo. Anzitutto la frase citata del versetto quattro si conclude solo nel versetto seguente, il cinque: ”Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.” Notiamo subito che ci sono alcuni termini che ritornano. Si può stabilire un collegamento tra la prima parte della frase e l’ultima: “Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli.” Similmente sono parallele le due espressioni centrali: “(il Figlio di Dio…) nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge”. Resta in sospeso proprio l’espressione “nato da donna” che viene ad interrompere il collegamento fra figliolanza e sottomissione alla legge. In sintesi il ragionamento di san Paolo si può schematizzare così: nascendo in un mondo segnato dalla corruzione del peccato anche se frenato nella sua decadenza verso il male dalla legge ricevuta sul Sinai, il Figlio di Dio si sottopose volontariamente alle dure esigenze della legge di Mosè perché noi avessimo anche la gioia di sentirci figli di Dio. San Paolo aveva appena finito di dire che la Legge, anche la migliore possibile come quella dell’Antico Testamento, non è sufficiente per dare la salvezza. La funzione della legge è quella di un argine o di un paracarro: segnala un limite da non superare, ma non conduce alla mèta. Rende più difficile la trasgressione, ma non aiuta con nessuna spinta in avanti né attira con la forza della persuasione. Solo la fede in Gesù salva. La legge di Mosè dunque è servita come una preparazione e una guida in vista dell’incontro con Cristo. Riprendendo un esempio dei suoi tempi san Paolo dice anche che quando si entra nella maggiore età non si ha più bisogno di precettori e pedadoghi. Tutori e amministratori esercitano il loro ufficio finché uno non entra nel pieno possesso dei suoi diritti, poi essi devono cedere il campo. Alla stessa maniera non è più necessario seguire alla lettera le norme contenute nella legge di Mosè perché Gesù ci ha elevati alla dignità di figli di Dio con tutti i privilegi conseguenti. È un tema centrale nella predicazione di san Paolo, che egli svilupperà qualche anno più tardi nella lettera ai Romani. Per intanto ne traccia come un abbozzo, indotto a questo dal cambiamento di condotta intervenuto presso i Galati. Essi avevano aderito con entusiasmo al Vangelo di Gesù Cristo, ma dopo qualche tempo avevano lasciato spazio ad alcuni predicatori Giudei. Pensando di far bene si erano convinti così della necessità di osservare tutte le norme in uso presso gli Ebrei. San Paolo reagisce e ricorda ai Galati che la fede è immensamente superiore alle opere: “Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne (cioè con la materialità delle opere)? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?” È dunque in un contesto polemico che san Paolo cita la madre di Gesù, come un’oasi di pace, in mezzo a tante angustie. Anche se l’espressione “nato da donna” sembra qualcosa in più che interrompe la linearità del ragionamento, san Paolo inserisce lo stesso questo inciso a cui evidentemente attribuisce un valore particolare. Non c’è stata solo la Legge che ha accolto Gesù nel mondo, quella legge in nome della quale ad un certo punto sarebbe stato condannato. Gesù, il Figlio di Dio, è venuto nel mondo, nascendo da una donna. Il solo fatto di essere la Madre del Figlio di Dio rende questa donna particolare. Non ci dobbiamo meravigliare che san Paolo non approfondisca il punto e non aggiunga dettagli alla sua perentoria affermazione. Non dobbiamo cercare nelle lettere di san Paolo quello che troviamo contenuto così ampiamente nei Vangeli, ossia la descrizione della vita di Gesù. Non solo san Paolo omette il nome di Maria, ma non racconta di nessuna parabola, né miracolo del Signore. Se la nostra conoscenza fosse limitata a quello che ci ha lasciato per iscritto Paolo, ignoreremmo le beatitudini e quasi ogni altro detto del Signore. San Paolo non fu spettatore degli avvenimenti capitati nei tre anni della vita pubblica del Signore e perciò ne lascia il compito del resoconto ad altri, primi fra tutti al suo discepolo Luca. È interessante questa cosa, perché nel terzo Vangelo noi troviamo le informazioni più ampie che abbiamo nel Nuovo Testamento sulla figura di Maria; ma, come dice lui stesso, san Luca si decise a scrivere un racconto della vita di Gesù solo dopo avere fatto accurate ricerche in proposito e avere interrogato i testimoni diretti. L’espressione “nato da donna” dunque è come un concentrato di tutto quello che san Paolo ha da dire su Maria. Vale la pena di spiegarla seppure brevemente. Anzitutto l’attribuzione a Gesù della qualifica “nato da donna” serve a ribadire la concretezza dell’incarnazione del Figlio di Dio, che attraverso Maria diventa veramente compartecipe della nostra condizione umana, compresa la sua peculiare fragilità. Giobbe si esprime così: “L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce”. L’assenza di un padre umano per Gesù viene appena accennata, l’importante per san Paolo è che vi sia stata una madre. In quanto figlio di Maria Gesù appartiene al popolo eletto e alla discendenza del Re Davide. Essa assicura quindi il compimento delle promesse sul Messia salvatore. Non solo ma sviluppando l’intuizione contenuta nella lettera ai Romani in cui san Paolo stabilisce un confronto fra Adamo e Gesù è possibile stabilire un paragone fra Eva e Maria. La dicitura “donna” quindi richiamerebbe anche la prima donna. Come Eva fu la madre di tutti i viventi, così Maria a motivo del suo Figlio diventa la Madre di tutti i rendenti. Scrive san Paolo: “Come la disobbedienza di un solo uomo (Adamo) ha reso tutti peccatori, così l’obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) renderà tutti giusti » e sant’Ireneo fa eco: « Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede » Eva si lasciò sedurre e disobbedì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva. “Il nemico infatti” dice ancora sant’Ireneo “non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato un uomo nato da donna, poiché fin dall’inizio della storia il demonio ha dominato sull »uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere. Per questo si proclama Figlio dell’uomo, egli che ricapitola in sé l’uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l’umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte causa dell’uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell’uomo vittorioso.” Da San Paolo dunque possiamo imparare che la devozione a Maria è strettamente collegata alla fede nel suo Figlio e nostro Salvatore e che al contrario di essere una pratica confinata ai margini del nostro credo la nostra preghiera a Maria abbraccia l’intera storia del mondo, come anche la Madonna stessa apparendo a Fatima ci ha fatto capire…

Temi della predicazione paolina

dal sito:

http://www.homolaicus.com/storia/antica/atti_apostoli/commenti2/5.htm

Temi della predicazione paolina

In Paolo riviviamo la stessa contraddizione presente nelle tribolazioni di Gesù: ambedue furono infatti perseguitati per essere uccisi (anche se Paolo riesce a scampare davanti ai Giudei), sebbene portassero per strade e villaggi un messaggio di pace! Vediamo infatti quali erano i temi principali dei discorsi sociali di Paolo, al di là della sua dottrina teologica:
Riguardo all’amore fraterno […] vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno. (1Tessalonicesi 4:9-12)
[…] Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. (1Tessalonicesi 5:13-15)
Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, (Efesini 4:26)
Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. (Efesini 4:31-32)
La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. […] Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. […] Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male. (Romani 12:9-21)
Questo richiamo alla docilità del comportamento e alla pace in qualsiasi situazione viene fatto discendere dal volere e dalle caratteristiche proprie della divinità:
Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, (1Tessalonicesi 5:9)
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione […]. (1Tessalonicesi 5:23)
Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo […]. (2Tessalonicesi 3:16)
Divinità che sarebbe corsa poi a far giustizia dei patimenti dei suoi fedeli:
È proprio della giustizia di Dio rendere afflizione a quelli che vi affliggono (2Tessalonicesi 1:6)
Tribolazione e angoscia per ogni uomo che opera il male, per il Giudeo prima e poi per il Greco; gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo prima e poi per il Greco, perché presso Dio non c’è parzialità. (Romani 2:9-11)
Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. (Romani 12:19)
A queste esortazioni di vivere in pace e tranquillità si aggiungono quelle alla sottomissione sociale:
Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; […] E voi, mariti, amate le vostre mogli, […] Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. […] Schiavi, obbedite ai vostri padroni […] prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. […] Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, […]. (Efesini 5:21-6:9)
Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore. (Tito 2:9-10)
Ricorda loro di esser sottomessi ai magistrati e alle autorità, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona; di non parlar male di nessuno, di evitare le contese, di esser mansueti, mostrando ogni dolcezza verso tutti gli uomini. (Tito 3:1-2)
Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto. (Romani 13:1-7)
Gli incitamenti alla pace sociale si ripetono in molte Lettere e invitano i fedeli a rimanere docili gli uni verso gli altri e verso i superiori, per far rispettare l’ordine costituito. Com’era possibile che tali esortazioni guadagnassero a Paolo una condanna a morte da parte dei Romani, come ci viene tramandato dai primi padri della Chiesa?
[Eusebio] cita Dionisio di Corinto (ca. 170), il quale aveva affermato che Pietro e Paolo « furono martirizzati nello stesso tempo » […] La testimonianza di Eusebio relativa alla morte di Paolo durante la persecuzione di Nerone è generalmente accettata. [1]
Eppure Clemente di Roma, considerato collaboratore di Paolo, parla del martirio di Pietro ma non di Paolo di cui invece riferisce che:
Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. [2]
C’è qualcosa che non combacia con le evidenze storiche. Se di Gesù sappiamo che fu messo a morte dai Romani come sobillatore sociale, ora dobbiamo spiegare perché Paolo venne « perseguitato » dai Giudei mentre andava in giro a predicare la pace.
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[1] Cfr. AA.VV. ‘Grande Commentario Biblico’, Brescia, Editrice Queriniana, 1973. 46:44.
[2] Cfr. Monasterovirtuale

Omelia per la solennità dii San Giovanni Battista: L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15609.html

Omelia (24-06-2009) 
don Daniele Muraro

L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

Nella solennità del nostro santo Patrono e in conclusione dell’Anno Paolino consideriamo somiglianze e differenze tra la figura di san Giovanni Battista e quella di san Paolo Apostolo.
Non ci nascondiamo che Giovanni e Saulo furono molto diversi fra loro: Giovanni cugino del Signore ottenne la remissione del peccato originale fin dal seno di sua madre, Paolo persecutore della Chiesa di Dio fu fatto oggetto di misericordia da parte dal Signore ormai da adulto come esempio per quelli che in seguito avrebbero creduto.
Noi li onoriamo insieme nelle nostre chiesa, anche se molto difficilmente essi hanno potuto incontrarsi di persona nel corso delle loro vite. Giovanni muore decapitato al principio della missione di Gesù. La vocazione di san Paolo risale a qualche mese dopo la Pentecoste.
Se mai si fossero visti ciò sarebbe dovuto avvenire quando Giovanni non era ancora prigioniero di Erode e predicava liberamente sulle sponde del fiume Giordano. Ma allora Saulo di Tarso era uno studente rabbinico di belle speranze e sicuramente in cuor suo disprezzava quel profeta vestito di peli di cammello famoso, ma ignorante.
Non sapeva ancora Saulo che anch’egli affrontato la stessa morte del Battista, decapitato di spada e addirittura per gli stessi motivi, ossia la testimonianza resa a Gesù Cristo.
Un giorno Gesù se ne usci con questa esclamazione: “In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.”. Il rapporto tra il Battista e san Paolo si gioca all’interno di queste considerazioni.
Giovanni è grande perché egli porta a compimento l’Antico Testamento: “Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni.” Egli è “quell’Elia che deve venire.” Giovanni aveva una missione ed essa consisteva nel preparare la strada al Messia Salvatore.
Anche per san Paolo le strade sono importanti, ma non si tratta più delle vie interne alla coscienza, bensì delle concrete strade di comunicazione dell’Impero Romano. Egli le percorre instancabilmente per diffondere l’annuncio del Vangelo tra i pagani.
In questo senso egli è davvero un minimo nel Regno dei cieli che diventa grande. Minimo perché inizia la sua missione senza credenziali precedenti, anzi con dei trascorsi pesanti.
Minimo si considerava lui stesso Paolo in quanto aggregato al collegio degli Apostoli in un secondo tempo e quasi a viva forza. A riguardo delle apparizioni del Signore Paolo dichiara che prima “apparve a Cefa e quindi ai Dodici… Ultimo fra tutti apparve anche a me…”
Le differenze non finiscono qui. Fino alla discesa in campo di Gesù Giovanni Battista era da solo: predicava e battezzava. San Paolo invece non fu mai da solo: una Chiesa già strutturata fatta di persone molto diverse tra di loro lo sostenne fin dal principio. Barnaba lo introduce nella comunità di Gerusalemme e ancora prima i fratelli di notte lo calano giù dalle mura di Damasco per sottrarlo alla vendetta dei Giudei.
In una chiesa già ricca di ministeri e carismi Paolo riserva a sé il compito della predicazione e lascia ad altri l’amministrazione dei sacramenti. “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo” scrive infatti ai Corinti.
Se un tratto in comune possiamo ravvisare tra le personalità di Paolo e Giovanni Battista, questo è senz’altro il piglio deciso e la mancanza di esitazioni. Ad entrambi il coraggio non fa difetto anche quando devono dire cose spiacevoli, Giovanni Battista nel caso di Erodiade e san Paolo correggendo vari episodi di immoralità all’interno delle comunità da lui fondate, soprattutto quella di Corinto.
A questo proposito torna utile citare lo scambio epistolare fra Seneca, il famoso scrittore romano e precettore di Nerone, e san Paolo. Ritenute per lungo tempo leggendarie ultimamente queste lettere sono state rivalutate come verosimili. Pur non contenendo insegnamenti dottrinali, esse gettano una luce nuova sugli ultimi mesi di vita di san Paolo, quelli trascorsi a Roma.
Seneca si interessa della nuova dottrina e scrive all’Apostolo: “Desidero farti sapere che abbiamo letto e ci siamo nutriti del tuo scritto, una delle tante lettere da te indirizzate ad una città o capitale di provincia, che con dolcezza esorta a disprezzare la vita mortale. Non credo che quelle espressioni siano state dette da te, ma per mezzo di te…”
Paolo risponde: “Con piacere, ho ricevuto ieri le tue lettere. Avrei risposto subito, se avessi avuto a disposizione il giovane da mandarti. Tu sai, infatti, quando, da chi, in che tempo ed a chi si debba dare e affidare…” (Era il tempo delle persecuzioni.)
“Sono felice che le mie lettere, scritte a diversi, vi siano state gradite e che sia favorevole il giudizio di un uomo così grande. Né tu infatti, critico, filosofo e maestro di un principe così grande, ed anche di tutti, diresti questo se proprio non lo credessi. Ti auguro di vivere a lungo e bene.”
A questo punto Seneca legge qualche passaggio delle lettere di Paolo a Nerone e poi glielo riferisce: “E per non celarti nulla, o fratello, e non volendo essere in debito verso la mia coscienza, ti confesso che Augusto si è commosso alle tue espressioni…” .
C’erano già dei cristiani alla corte dell’Imperatore, ma la madre di Nerone Poppea aveva simpatie per la parte giudaica, avversa ai cristiani. San Paolo lo sapeva, tanto più che la donna non era un modello di virtù e infatti risponde: “So che il nostro Cesare ama le cose degne di ammirazione, e quando manca permette che lo si avverta, ma non permette che lo si offenda… Siccome egli venera gli dèi dei pagani, non comprendo come mai ti sia passato per la mente di volergli far conoscere questo: penso che tu l’abbia fatto per troppo amore verso di me. In futuro, te ne prego, non farlo più. Volendomi bene, ti devi guardare dal compiere qualcosa di offensivo verso la signora (la madre di Nerone)… In quanto regina non si indignerà, ma in quanto donna ne sarà offesa. Sta proprio bene!”
Anche il Battista ebbe a che fare con una regina (la moglie di Erode) e ne conosciamo le conseguenze. In ogni modo qualsiasi sia stato il motivo contingente della esecuzione capitale di Paolo, entrambi sia il Battista che l’Apostolo Paolo sono morti per Gesù, per dare testimonianza a Lui e da Lui aspettandosi il premio per il loro sacrificio.
Ed è per questo motivo che stasera noi li abbiamo ricordati insieme, uniti anche noi nella stessa fede e nel medesimo amore per il Signore

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