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SAN CHARBEL MAKHLUF – (MF 24 LUGLIO)\

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SAN CHARBEL MAKHLUF – (MF 24 LUGLIO)

(c’è poco, quasi tutto in francese)

Presbitero
Nascita Bkaakafra, 1828
Morte Annaya, 24 dicembre 1898
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Basilica di San Pietro in Vaticano, 5 dicembre 1965 da papa Paolo VI
Canonizzazione Basilica di San Pietro in Vaticano, 9 ottobre 1977 da papa Paolo VI
Ricorrenza 24 luglio
Attributi Cappuccio nero, lunga barba bianca
Charbel Makhluf (o Sciarbel Makhlouf), al secolo Youssef Antoun (Giuseppe Antonino), (in arabo: ??? ?????; Bkaakafra, 8 maggio 1828 – Annaya, 24 dicembre 1898) è stato un monaco e presbitero libanese, proclamato santo da Paolo VI nel 1977.

Cattolico, monaco dell’Ordine Antoniano Maronita (Baladiti), definito il « Padre Pio » del Libano, taumaturgo, la sua fama è legata ai numerosi miracoli attribuitigli dopo la sua morte[1][2][3].

Indice [nascondi]
1 Biografia
2 Beatificazione e canonizzazione
3 Miracoli attribuiti a san Charbel Makhluf
4 Note
5 Bibliografia
6 Voci correlate
7 Altri progetti
8 Collegamenti esterni
Biografia[modifica | modifica wikitesto]
Nato nel villaggio di Bkaakafra (distretto di Bsharre, Libano settentrionale), l’8 maggio 1828, quinto figlio di Antun e di Brigitte Chidiac, entrambi contadini, fin da piccolo Youssef parve manifestare grande spiritualità. Durante la sua primissima infanzia rimase orfano di padre e sua madre si risposò con un uomo molto religioso, che successivamente ricevette il ministero del diaconato. Fu proprio la figura del patrigno a indirizzare Youssef a una vita ascetica e alla preghiera quotidiana[1].
Fin dall’età di 14 anni Youssef Makhluf si dedicava alla cura del gregge di famiglia, ma a 22 anni, senza informare nessuno della sua vocazione, si recò al monastero di Nostra Signora di Mayfouq, a Mayfouq, dove si ritirò in preghiera ed entrò in noviziato scegliendo il nome di Charbel, che significa « storia di Dio ».. Trasferitosi al monastero di San Marone, ad Annaya, emise i voti perpetui nel 1853. Nello stesso anno si trasferì al monastero di San Cipriano di Kfifen dove studiò filosofia e teologia sotto la guida – tra gli altri – di Nimatullah Youssef Kassab Al-Hardini, canonizzato nel 2004[1].
Dopo essere stato ordinato sacerdote (il 23 luglio 1859), Charbel fu rimandato dai suoi superiori al monastero di Annaya. Qui maturò in lui la volontà di ritirarsi in totale solitudine e di vivere in un eremo, permesso che gli fu accordato il 13 febbraio 1875.
Morì nel suo eremo la vigilia di Natale del 1898.
Beatificazione e canonizzazione[modifica
Alcuni testimoni riferirono di aver visto una luce abbagliante intorno alla tomba di Charbel Makhluf pochi mesi dopo la sua sepoltura. Inoltre, il corpo avrebbe inspiegabilmente trasudato sangue misto ad acqua; a seguito di ciò esso fu trasferito in una speciale bara. In ragione di tali supposti fatti, iniziò un primo intenso pellegrinaggio presso la salma di Makhluf, a opera di fedeli che chiedevano la sua intercessione[1].
Nel 1925 Pio XI avviò la causa di beatificazione di Charbel Makhluf. Nel 1950 la tomba fu aperta in presenza di una commissione ufficiale composta da medici, che verificarono lo stato del corpo. In coincidenza dell’apertura e ispezione della tomba si ravvisò un aumento di episodi di guarigione; ciò suggerì l’ipotesi di evento miracoloso. Nuovamente una moltitudine di pellegrini di differenti religioni iniziarono ad adunarsi presso il monastero di Annaya chiedendo l’intercessione di Charbel.[1]
Nel 1954 Pio XII firmò un decreto che accettava la proposta di beatificazione di Charbel Makhluf l’eremita, che fu celebrata domenica 5 dicembre 1965 da Paolo VI, alla vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II, avvenuta tre giorni dopo. Nel 1976 sempre Paolo VI firmò il decreto di canonizzazione di Charbel, che fu proclamato ufficialmente santo nel corso della celebrazione in San Pietro il 9 ottobre 1977[2]
Miracoli attribuiti a san Charbel MakhlufStatua di san Charbel Makhluf situata presso la Cattedrale di Città del Messico
A san Charbel Makhluf sono attribuiti vari miracoli.
Tra quelli più famosi figura quello riferito da Nohad El Shami, una donna all’epoca dei fatti cinquantacinquenne, affetta da emiplegia (paralisi parziale) con doppia occlusione della carotide[1]. La donna raccontò di avere sognato, il 22 gennaio 1993, due monaci maroniti fermi accanto al suo letto, uno dei quali le impose le mani sul collo e la operò chirurgicamente finché la sollevò dal dolore mentre l’altro monaco teneva un cuscino dietro di lei. Quando si svegliò si accorse di avere due ferite sul collo, una su ciascun lato. Nohad fu completamente guarita e recuperò la capacità di camminare; inoltre identificò Charbel Makhlouf nel monaco che l’aveva operata, benché incapace di riconoscere l’altro monaco che nel sogno era con Makhluf. Nohad El Shami riferì, inoltre, che la notte seguente lo stesso Makhluf le apparve nuovamente in sogno dicendole: «Ti ho operato perché tutti ti vedano e la gente torni alla fede. Molti si sono allontanati da Dio, dalla preghiera, dalla Chiesa. Ti chiedo di partecipare alla Messa presso l’eremo di Annaya ogni 22 del mese; le tue ferite sanguineranno il primo venerdì e il 22 di ogni mese». La donna, successivamente, ritenne di identificare il secondo monaco come san Marone[1]. Da allora i fedeli si radunano alla celebrazione della Messa nell’eremo di san Charbel il 22 di ogni mese[3][4].
A Phoenix, in Arizona, una donna ispano-americana di trent’anni, Dafné Gutierrez, madre di tre figli – alla quale era stata diagnosticata a tredici anni la sindrome di Arnold-Chiari – aveva sviluppato un edema papillare alla fine del nervo ottico e, dopo essere stata anche operata senza risultati, aveva perso nel 2014 l’uso dell’occhio sinistro, e nel 2015 anche l’uso dell’occhio destro, rimanendo completamente cieca. Il 16 gennaio 2016 si era recata presso la locale chiesa di san Giuseppe, che è una delle 36 parrocchie maronite degli Stati Uniti, dove era esposta temporaneamente una reliquia di san Charbel, consistente in un frammento osseo conservato in una teca di legno di cedro. Il parroco della chiesa, Wissam Akiki, aveva posto una mano prima sulla testa e poi sugli occhi della donna, chiedendo a Dio di guarirla con l’intercessione di san Charbel. Verso le cinque del mattino di domenica 18 gennaio, la Gutierrez aveva avvertito un intenso prurito agli occhi, accompagnato da una forte pressione sulla testa e sugli occhi e, accesa la luce sul comodino, si era accorta stupita di poter vedere il marito con entrambi gli occhi. Tre giorni dopo, un esame oftalmico aveva constatato la guarigione, confermata in seguito da altri medici, che non erano riusciti a trovare una spiegazione scientifica di quanto accaduto[5].
Ai fini della causa di beatificazione furono prese in esame le guarigioni ritenute miracolose di una religiosa, suor Mary Abel Kamari, e di Iskandar Naim Obeid di Baabdat; ai fini della canonizzazione, invece, quella di Mariam Awad di Hammana[1][2].

GIOVANNI PAOLO II – CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO – OMELIA (1996)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1996/documents/hf_jp-ii_hom_19960921_morte-san-martino.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

SANTA MESSA IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Base aerea 705 di Tours – Sabato, 21 settembre 1996

Cari Fratelli e care Sorelle,

1. “Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 88, 2). In Francia da sedici secoli la Chiesa canta l’inno alla carità. Attraverso la testimonianza di uomini vivi la Chiesa canta l’inno alla carità scritto da san Paolo nella lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 13, 1-13). Questo inno si eleva da numerose regioni del vostro Paese. San Martino di Tours è un importante testimone della carità evangelica. Ogni anno, l’11 novembre, la liturgia ci ricorda la sua nobile figura. La sua vita è la narrazione delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Gli eventi che la compongono sono diventati, per così dire, simbolici: legati alla figura di questo santo, prima soldato e poi Vescovo, sono stati conosciuti in tutta la Chiesa. La città in cui fu Vescovo accoglie oggi il Vescovo di Roma, garante dell’unità della Chiesa per la quale Martino operò. Ringrazio di cuore Monsignor Jean Honoré, Arcivescovo di Tours e successore di san Martino, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto e saluto di tutto cuore i Cardinali e i Vescovi della Francia e degli altri Paesi che si sono uniti a noi, vi saluto tutti, cari fedeli di questa Diocesi e delle Diocesi vicine. L’anno martiniano in corso è per voi un’occasione privilegiata per riaffermare la parte migliore del vostro patrimonio spirituale. Penso in particolare ai cristiani di Blois e del Loir-et-Cher, la cui Diocesi è stata fondata tre secoli fa. Porgo il benvenuto ai membri dell’Ufficio del Consiglio delle Chiese cristiane in Francia, che oggi hanno voluto unirsi alla nostra preghiera. Saluto di cuore le personalità civili che partecipano a questa celebrazione in onore di una grande figura della vostra nazione. 2. Nato a centinaia di chilometri da qui, in Pannonia, vale a dire in Ungheria, Paese che ho appena visitato, san Martino percorse distanze considerevoli per “annunciare la Buona Novella ai poveri”. Oggi ringrazio il Cardinale László Paskai per aver intrapreso lo stesso cammino. Per amore di san Martino. Il suo culto si diffuse non solo in Francia, ma in tutta l’Europa. La forza duratura della sua influenza svolse un ruolo importante nella conversione di re Clodoveo e nella vita del popolo francese. Migliaia di chiese e di parrocchie presero il suo nome. Conosciamo tutti il famoso evento della vita di san Martino, che ebbe luogo il giorno in cui, ancora soldato, egli incontrò un povero, nudo e tremante per il freddo. Martino prese il suo mantello, lo divise a metà e con esso coprì l’infelice. È proprio questo che dice il Vangelo secondo Matteo che abbiamo appena ascoltato: “(ero) nudo e mi avete vestito” (Mt 25, 36). Durante il giudizio universale, Gesù rivolgerà queste parole a coloro che porrà alla sua destra, a quanti avranno fatto del bene. Essi allora domanderanno “Signore, quando mai ti abbiamo veduto . . .? Quando ti abbiamo visto . . . nudo e ti abbiamo vestito?” (Mt 25, 38). E Cristo risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Donando al povero di Amiens la metà del suo mantello, Martino ha tradotto in un gesto concreto le parole di Gesù che annunciano il giudizio universale: quando alla presenza del Figlio dell’uomo si riuniranno “tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25, 32-33). Egli dirà a coloro che sono alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Contemplando la vita di san Martino, e soprattutto il suo ardore nel praticare l’amore verso il prossimo, la Chiesa è giunta subito alla conclusione che il Vescovo di Tours si trovava nel novero degli eletti. 3. Per riconoscere il Cristo presente in ognuno dei suoi “fratelli più piccoli” (Mt 25, 45) bisogna avere percepito la sua presenza nel raccoglimento interiore. Uomo di preghiera, Martino si lasciò completamente prendere da Cristo. Poté affermare, come san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). La sua esistenza fu contrassegnata dalla ricerca della semplicità. Chiamato suo malgrado all’episcopato, conservò il suo senso d’umiltà e rimase il monaco che aveva voluto essere fin dalla sua adolescenza. Lui, che fu uno dei fondatori del monachesimo d’Occidente, si preoccupò di avere al suo fianco, vicino a Tours, una comunità monastica per condurre una vita di lode alla gloria di Dio e praticare le virtù cristiane, in particolare il perdono ricevuto e concesso. 4. Evangelizzatore dei villaggi e delle campagne, Martino fu un fondatore la cui opera sussiste ai nostri giorni come appello a diffondere il Vangelo fino ai confini della terra (cf. Mt 28, 20). Cari Fratelli e care Sorelle, l’edificazione della Chiesa prosegue. Animate le vostre parrocchie e le vostre comunità con tutta la forza della speranza! Occorre chiedersi: come può la comunità cristiana proporre e difendere i valori evangelici in un mondo che spesso li ignora? Lasciatevi prendere dalla parola di Cristo e mettetela in pratica nella vita di ogni giorno! Ascoltate la parola che la Chiesa trasmette a nome del Signore, sappiate comprenderla e trasmetterla in modo chiaro! Avete ricevuto doni diversi ma in un unico Spirito (cf. 1 Cor 12, 4). Alcuni si dedicano all’animazione della comunità insieme ai loro Pastori, in primo luogo per rendere la liturgia viva e bella; altri si pongono più spontaneamente al servizio umile e generoso dei poveri, degli stranieri, dei malati; altri ancora sapranno meglio portare ai propri fratelli e alle proprie sorelle la Buona Novella, per dire loro come Cristo illumina le vie della vita. Che ognuno accolga nella preghiera ciò che lo Spirito gli suggerisce, che ogni battezzato, di qualsiasi età, si assuma la sua parte di responsabilità e di servizio, in seno a comunità ecclesiali unite, aperte e amichevoli! Avanzerete così lungo il cammino tracciato da san Martino: egli aveva compreso che Cristo vuole raggiungere tutti gli uomini e dire loro che sono amati da Dio e chiamati a conoscerlo. Gesù ha dato la vita per amore di tutta l’umanità. E voi, che siete configurati a Cristo attraverso il battesimo, come risponderete al suo amore? 5. San Martino rimase un buon Pastore fino alla fine. Il racconto della sua morte ci è stato tramandato. Egli fece sue le parole di san Paolo: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia” (Fil 1, 20). Ciò che leggiamo nella Lettera ai Filippesi costituisce, in un certo modo, il modello al quale si è conformato. Come san Paolo, poteva dire: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne” (Fil 1, 21-24).Prossimo alla morte Martino, come l’Apostolo, espresse il suo desiderio di morire per essere con Cristo e accettò di continuare a servire come Pastore se gli uomini avevano bisogno di lui. Questo atteggiamento simboleggia tutta la verità dell’esistenza cristiana. 6. Il Vangelo è la via che conduce a Cristo e, attraverso di Lui, alla casa del Padre. Tutti i suoi discepoli vogliono raggiungere questa casa; essi desiderano essere con Cristo. Una tale prospettiva tuttavia non dispensa coloro che professano Cristo dall’impegnarsi nella vita quotidiana. Seguendo Cristo, gli uomini della tempra di san Martino sono consapevoli che il cammino passa per le molteplici forme di servizio del prossimo, incominciando dalla prima di esse, l’annuncio della salvezza operata da Cristo. Tale servizio vi farà avanzare verso la casa del Padre lungo le vie aperte da Cristo. Fratelli e Sorelle, san Martino vi lascia una testimonianza eccezionale di appartenenza a Cristo. La sua totale disponibilità è per voi un modello e un incoraggiamento: continuate ad annunciare il Vangelo, proprio come fece lui, “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2Tm 4,2)! Offrite la vostra vita a Cristo con fiducia e serenità: egli la prenderà e le permetterà di dare il meglio di sé. San Martino è stato un apostolo ammirevole, ma non è sufficiente ricordarlo. Nelle diverse condizioni presenti, siate a vostra volta membri vivi della Chiesa viva, comunità unite e accoglienti, che sappiano rendere conto della speranza che è in loro (cf. 1 Pt 3, 15). Solo pochi anni ci separano ancora dal terzo millennio: siate puntuali all’appuntamento! San Martino di Tours vi accompagna. Beati siete voi, cristiani di Francia, che avete meritato di ricevere un tale Patrono agli albori della vostra storia! Grazie Chiesa di Tours. Che il sole ti accompagni oggi come ieri a Sainte-Anne-d’Auray! Auguri!

Copyright 1996 – Libreria Editrice Vaticana

SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE – APOSTOLO ED EVANGELISTA

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SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE – APOSTOLO ED EVANGELISTA

BIOGRAFIA

La chiamata…
Leggiamo nel Vangelo il racconto che San Matteo ci fa della sua conversione. L’Epistola descrive la celebre visione nella quale sono mostrati ad Ezechiele quattro animali simbolici nei quali, sin dai primi secoli, si vollero vedere i quattro Evangelisti. San Matteo è rappresentato dall’animale con la faccia umana, perché comincia il suo Vangelo con la serie degli antenati dai quali discendeva Gesù come uomo. Lo scopo che egli ebbe nello scrivere questo libro, pieno di sapienza divina (Intr.), fu di provare che Gesù, avendo realizzato gli oracoli relativi al Liberatore d’Israele è dunque il Messia. Il nome di San Matteo si trova nel Canone della Messa nel gruppo degli Apostoli.

MARTIROLOGIO
Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, l’asciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.

DAGLI SCRITTI…
Dalle « Omelie » di san Beda il Venerabile, sacerdote
Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse.
Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: « Seguimi » (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: « Seguimi ». Gli disse « Seguimi », cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita. Infatti  » chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato  » (1 Gv 2, 6).
 » Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì  » (Mt 9, 9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali, era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
« Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli » (Mt 9, 10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede, attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice:  » Ecco sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me  » (Ap 3, 20).Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.

Le reliquie del santo Apostolo
Nella ricognizione effettuata il 24 maggio 1924 all’altare della chiesa inferiore dei Ss. Cosma e Damiano fu rinvenuta una cassetta d’argento contenente alcune reliquie dell’Apostolo. Provenienti da Salerno, dove si venera il corpo, vennero portate a Roma dal futuro papa Vittore III e donate a Cencio Frangipane nel 1050, come viene affermato dalla scritta che corre lungo il reliquiario. Una parte di un suo braccio, probabilmente donato da Paolo V, è in S. Maria Maggiore. Roma possiede altre reliquie dell’Apostolo a S. Prassede, a S. Nicola in Carcere e ai Ss. XII Apostoli.

 

21 GENNAIO : SANT’ AGNESE VERGINE E MARTIRE

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21 GENNAIO : SANT’ AGNESE VERGINE E MARTIRE

BIOGRAFIA
Fra le innumerevoli vergini che hanno sacrificato la vita per le fede di Gesù Cristo, emerge S. Agnese. Nacque a Roma da genitori cristiani, appartenenti ad illustre famiglia patrizia, verso la fine del III secolo. Giovanetta consacrò al Signore la sua verginità e riuscì a portare il giglio intatto dinanzi al suo Sposo Divino. In piena persecuzione, quando molti fedeli e il clero stesso s’abbandonavano in massa alla defezione, ella rimase fedele a Cristo e gli sacrificò la sua giovane vita. Morì martire a Roma più probabilmente all’inizio del IV secolo. S. Ambrogio e S. Damaso hanno esaltato il suo esempio. Il suo nome è scritto nel canone della messa. La sua fama volò alta e lontana, come il suo culto fu grande e continuo.

MARTIROLOGIO
Memoria di sant’Agnese, vergine e martire, che, ancora fanciulla, diede a Roma la suprema testimonianza di fede e consacrò con il martirio la fama della sua castità; vinse, così, sia la sua tenera età che il tiranno, acquisendo una vastissima ammirazione presso le genti e ottenendo presso Dio una gloria ancor più grande; in questo giorno si celebra la deposizione del suo corpo.

DAGLI SCRITTI…
Dal Trattato « Sulle vergini » di sant’Ambrogio, vescovo
E’ il giorno natalizio per il cielo di una vergine: seguiamone l’integrità. E’ il giorno natalizio di una martire: offriamo come lei il nostro sacrificio. E’ il giorno natalizio di sant’Agnese! Si dice che subì il martirio a dodici anni. Quanto é detestabile questa barbarie, che non ha saputo risparmiare neppure un’età così tenera! Ma certo assai più grande fu la forza della fede, che ha trovato testimonianza in una vita ancora all’inizio. Un corpo così minuscolo poteva forse offrire spazio ai colpi della spada? Eppure colei che sembrava inaccessibile al ferro, ebbe tanta forza da vincere il ferro. Le fanciulle, sue coetanee, tremano anche allo sguardo severo dei genitori ed escono in pianti e urla per piccole punture, come se avessero ricevuto chissà quali ferite. Agnese invece rimane impavida fra le mani del carnefici, tinte del suo sangue. Se ne sta salda sotto il peso delle catene e offre poi tutta la sua persona alla spada del carnefice, ignara di che cosa sia il morire, ma pur già pronta alla morte. Trascinata a viva forza all’altare degli dei e posta fra i carboni accesi, tende le mani a Cristo, e sugli stessi altari sacrileghi innalza il trofeo del Signore vittorioso. Mette il collo e le mani in ceppi di ferro, anche se nessuna catena poteva serrare membra così sottili.
Nuovo genere di martirio! Non era ancora capace di subire tormenti, eppure era già matura per la vittoria. Fu difficile la lotta, ma facile la corona. La tenera età diede una perfetta lezione di fortezza. Una sposa novella non andrebbe si rapida alle nozze come questa vergine andò al luogo del supplizio: gioiosa, agile, con il capo adorno non di corone, ma del Cristo, non di fiori, ma di nobili virtù. Tutti piangono, lei no. I più si meravigliano che, prodiga di una vita non ancora gustata, la doni come se l’avesse interamente goduta. Stupirono tutti che già fosse testimone della divinità colei che per l’età non poteva ancora essere arbitra di sé. Infine fece sì che si credesse alla sua testimonianza in favore di Dio, lei, cui ancora non si sarebbe creduto se avesse testimoniato in favore di uomini. Invero ciò che va oltre la natura é dall’Autore della natura. A quali terribili minacce non ricorse il magistrato, per spaventarla, a quali dolci lusinghe per convincerla, e di quanti aspiranti alla sua mano non le parlò per farla recedere dal suo proposito! Ma essa: « E’ un’offesa allo Sposo attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo. Carnefice, perché indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo voglio ». Stette ferma, pregò, chinò la testa. Avresti potuto vedere il carnefice trepidare, come se il condannato fosse lui, tremare la destra del boia, impallidire il volto di chi temeva il pericolo altrui, mentre la fanciulla non temeva il proprio. Avete dunque in una sola vittima un doppio martirio, di castità e di fede. Rimase vergine e conseguì la palma del martirio.Lib. 1, cap. 2. 5. 7-9; PL 16, 189-191)

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 20 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

27 AGOSTO: VITA DI SANTA MONICA – VISSE PER AGOSTINO

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27 AGOSTO: VITA DI SANTA MONICA – VISSE PER AGOSTINO

Non è facile esagerare l’importanza che il rapporto con sua madre Monica ha avuto nel percorso esistenziale di Agostino. Senza la sua costanza, le sue lacrime, le sue preghiere, la sua passione per il figlio, la Chiesa e l’umanità oggi non avrebbero quel genio e quel santo che è il figlio. Monica era una donna semplice, ma dotata di una grande fede e di un carattere estremamente volitivo e tenace. Nata nel 331 in una famiglia profondamente cattolica e andata sposa a Patrizio, che era pagano, si trovò a vivere i problemi e le gioie quotidiane, i momenti più esaltanti e quelli più angoscianti di una donna: l’amore e la maternità (ebbe due figli e una figlia); le ansie connesse al sublime e difficile della loro educazione; le infedeltà coniugali del marito, uomo tenero e sensibile, ma volubile e facile all’ira; la fierezza e la preoccupazione per la “carriera” del figlio Agostino; la morte del marito (Patrizio muore nel 371, un anno dopo essersi convertito al cristianesimo); il dovere di sostenere con il suo lavoro la famiglia; gli interrogativi della fede personale e della fede da trasmettere ai propri figli; la constatazione amara del proprio fallimento di mamma cristiana, quando si vede ritornare a casa il figlio Agostino, professore sì, ma che ha rinunciato alla fede cristiana… Agostino traccia un ritratto della vita vedovile di Monica: un’esistenza sobria e austera, caratterizzata da un’intensa preghiera e da attività caritative. Alle preghiere e alle lacrime, Monica aggiunse l’impegno costante di restare vicino al figlio. In un primo momento, in verità, il suo atteggiamento fu diverso. Quando lo vide tornare da Cartagine laureato – il sogno lungamente vagheggiato da Monica e dal defunto Patrizio – la sua gioia fu distrutta dal saperlo lontano dalla Chiesa cattolica e manicheo. In più aveva con sé una donna che non era la sua legittima moglie. Monica ebbe uno scatto di fierezza e lo cacciò di casa. Il giovane professore dovette rifugiarsi presso l’amico e mecenate Romaniano. Non si pensi che il gesto fosse dettato dalla presenza della donna: la società di allora non era così puritana, e del resto, una volta che Agostino avesse ricevuto il Battesimo, la situazione poteva essere sanata. Il vero motivo era l’eresia. Ora che in casa tutti erano cattolici, il figlio maggiore, su cui riponeva tante speranze, la deludeva così profondamente. Ma un sogno contribuì a farle cambiar decisione. Un giovane sorridente le si avvicina chiedendole il motivo della mestizia e delle sue lacrime. Alla spiegazione del suo pianto per la perdizione del figlio, il giovane le dice: “Perché piangi? Non vedi che dove sei tu, là c’è anche lui?” e così scorge il figlio vicino a lei. Di fatto decise di riprenderlo in casa e di dividere con lui la sua mensa. Si era convinta, in altre parole, che il metodo della contrapposizione aperta non serviva. Con quel figlio – ma forse vale per tutti i figli – l’amore sarebbe stato più efficace della fierezza, al metodo della severità era preferibile quello della dolcezza, della persuasione, della pazienza. E da quel momento non si separò più da lui. Lo seguì a Cartagine e poi ovunque, appena poté, senza temere, lei umile donna, i pericoli del mare, le fatiche e i disagi di lunghi viaggi, le incognite di terre e persone straniere. Il momento più doloroso per Monica fu quando Agostino, con l’inganno, non le permise di seguirlo alla sua partenza per Roma. Tuttavia lo raggiunse a Milano nel 385, fece parte del gruppo che con il figlio si ritirò in una villa in Brianza, in una località chiamata Cassiciacum, per riflettere e meditare. In questo luogo Agostino scrisse le sue prime opere: i dialoghi. Monica assistette pure al battesimo del figlio e con lui si diresse poi verso Roma per tornare in Africa.

L’estasi di Ostia Tiberina
In attesa dell’imbarco si fermarono ad Ostia. Di questo soggiorno Agostino racconta nelle Confessioni l’episodio noto come estasi di Ostia.
“… Accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa? Si diceva dunque: “Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: “Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente”; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’”entra nel gaudio del tuo Signore”? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?”. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”, (Conf IX, 10.23-26).

La morte di Monica
Monica morì pochi giorni dopo questo colloqui con il figlio, che così ci racconta gli ultimi istanti della vita della madre. Era l’autunno del 387: “… Entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: “Dov’ero?”; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: “Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre”. Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: “Vedi cosa dice”, e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: “Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore” (Conf. IX, 11.27).

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 26 août, 2014 |Pas de commentaires »

SANTA CHIARA DI ASSISI: ALLA SEQUELA DI CRISTO POVERO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/07-Luglio/Santa_Chiara_di_Assisi.html

SANTA CHIARA DI ASSISI: ALLA SEQUELA DI CRISTO POVERO

Ha destato molta sorpresa nel marzo scorso la decisione di Giovanni Paolo II di avviare subito il processo di beatificazione di Madre Teresa di Calcutta a nemmeno due anni dalla scomparsa. Quanta fretta, avrà pensato qualcuno. E poi la Chiesa ne ha già tante di sante e santi: lasciamo maturare i tempi (anche quelli burocratici dell’apparato della Chiesa, lunghi per definizione).
È umanamente comprensibile la “santa fretta” di Giovanni Paolo II di vedere presto santa una donna che lui conosceva e stimava molto.
Ancora “peggiore” il caso di Chiara di Assisi. Morta nel 1253, dopo soli due anni fu proclamata santa da Alessandro IV e proposta all’imitazione di tutta la Chiesa.
Chiara nacque ad Assisi nel 1194. Non solo è compaesana di San Francesco, ma la sua vita è stata grandemente influenzata da lui. Non pensiamola però completamente all’ombra, seppure santa, di Francesco. Anche lei aveva una forte personalità: la manifestò nel portare avanti la sua decisione di consacrarsi a Cristo nonostante le molte difficoltà.
Chiara aveva tutti gli ingredienti per vivere una vita agiata e felice. Era una bella ragazza, di famiglia benestante con genitori di nobile casato. Poteva quindi aspirare ad un matrimonio di alto rango. Niente di tutto questo.
All’età di 18 anni Chiara fuggì da casa per coronare il suo sogno di consacrarsi a Cristo. Una decisione improvvisa, frutto di una incosciente fretta adolescenziale o di una precoce esaltazione spirituale? No, sapeva quello che faceva.
Sua madre, Ortolana, buona e molto religiosa, l’aveva educata cristianamente. Ma l’esempio decisivo le venne dalla scelta di Francesco di vendere tutte le proprie sostanze per seguire Cristo povero. Chiara aveva approvato il gesto del suo compaesano, e aspettava il momento giusto per imitarlo. Ricordo un brevissimo colloquio tra i due, nel famoso film di F. Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna”. Francesco, dopo la scelta radicale di seguire Cristo, le disse: “La gente non mi ha capito.
Ora tutti credono che sia diventato pazzo”. E Chiara di rimando: “Per me eri pazzo prima non adesso”.

Nella domenica delle Palme del 1212 Chiara fuggì da casa
e andò alla Porziuncola presso Francesco e i suoi amici. Probabilmente anche lei, poco tempo prima aveva venduto i propri beni, rompendo con la famiglia. Di qui anche l’ostilità dei parenti. Francesco l’accolse, e dopo averle tagliato i capelli e rivestita di un saio, per simbolizzare il nuovo stato di vita, la condusse in un monastero benedettino. Qui subì il tentativo dei parenti di ricondurla a casa con la forza. Chiara resistette e dopo poco tempo fu raggiunta da alcune sue amiche e dalla stessa sorella Agnese, fuggita anch’essa di casa. In seguito arrivarono l’altra sorella Beatrice, ed infine dopo alcuni anni sua madre. Tutte affascinate dalla predicazione e dall’esempio di Francesco, dei suoi frati, e dalla decisione coraggiosa di Chiara. La piccola comunità aveva ormai un posto sicuro, presso la chiesa di san Damiano, in Assisi. Per questo furono chiamate Damianite dal popolo, Povere Dame da Francesco e in seguito Clarisse. Chiara e le sue amiche non “fuggivano dal mondo”, non si imboscavano lontano dalle difficoltà quotidiane della gente. Volevano vivere ritirate sì, ma sostenute dal proprio lavoro, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, ponendosi al servizio della chiesa, preoccupandosi davanti a Dio della salvezza di tutti.
La sistemazione sicura e stabile a San Damiano diventò per Chiara anche l’inizio della seconda tappa della sua vita. Dopo il periodo della “conversio ad Deum”, della ricerca di Dio, cominciava la seconda parte: quella della “conversatio cum Deo”, cioè del “dialogo con Dio” nella sua vita religiosa.

Alla sequela del Cristo povero
A San Damiano è presente sì lo spirito di Francesco, ma è Chiara che dà l’impronta decisiva alla sua comunità. Sarà lei stessa con coraggio a “resistere” alle pressioni del papa Gregorio IX, che insisteva nel persuaderla a possedere qualche proprietà proponendo una dispensa dal voto di povertà. Lei stessa gli dirà con decisione “Santo Padre, a nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo”. Il Cristo di Chiara era quello povero, da seguire integralmente, anche se lei stessa scriveva ad Agnese di Praga che “non abbiamo un corpo di bronzo né la nostra è la robustezza del granito”. Il papa in seguito le concederà il “privilegio della povertà”.
Questo le arrivava a due anni dalla morte del grande Francesco. Per lei aveva grande importanza. “La difesa dell’ideale pauperistico ed il mantenimento a pieno titolo dell’Ordine Damianita nell’alveo del movimento francescano, stelle polari dell’esistenza di Chiara, furono dunque motivo di tenaci e prolungati confronti con la Sede Apostolica… Nel contesto della tradizione monastica, la scelta di povertà era per Chiara l’unico modo per preservare una sua specifica identità” (S. Brufani).
Grandi la fede e la devozione di Chiara a Gesù nell’Eucaristia. Confinata a letto per tanti anni a causa di una malattia, ricamò con maestria finissimi corporali per adornare gli altari di varie chiese di Assisi e dintorni. Famoso poi è rimasto l’episodio, narrato da un testimone, dell’allontanamento dei Saraceni dal monastero. Quando arrivarono gli invasori chiamarono Chiara. Ella andò alla porta del refettorio e fece portare la cassetta contenente l’Eucaristia, si prostrò davanti e piangendo implorò: “Signore, guarda tu queste tue serve, perché io non le posso guardare”. Si udì una voce di grande soavità che disse: “Io ti difenderò sempre”. Poi Chiara implorò la stessa grazia per la città. La voce rispose: “La città patirà molti pericoli, ma sarà difesa”. Ed i Saraceni se ne andarono.
Chiara morì l’11 agosto 1253 dopo lunghi diciannove anni di malattia, due giorni dopo l’approvazione della sua Regola. Al funerale partecipò, in segno di grande stima e ammirazione, il papa e alti esponenti della Curia papale. Due anni dopo era già scritta nell’albo dei santi con la bolla pontificia “Clara claris praeclaris meritis”. Qui ella viene definita “una innamorata ed indefessa seguace della povertà”: la povertà per amore del vangelo viene quindi per la prima volta valutata ed esaltata come virtù determinante per una canonizzazione.
Un’ultima annotazione. Pochi sanno che nel 1958 il papa Pio XII la proclamò “Patrona della Televisione”. Questo per ricordare un miracolo di cui ella fu protagonista. Era la notte di Natale, essendo Chiara a letto perché malata, non poteva essere presente alla suggestiva liturgia nella Notte Santa. Tuttavia ella seguì miracolosamente la celebrazione che avveniva a grande distanza come fosse presente. Il giorno dopo la raccontò alle consorelle.

MARIO SCUDU

Pensieri di Santa Chiara
1. Sì, è ormai chiaro che l’anima dell’uomo fedele, che è la più grande di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande
del cielo.
2. Medita e contempla e brama di imitare Cristo. Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, ed il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita e diverrà famoso tra gli uomini.
3. Da quando ho conosciuto la grazia del Signore nostro Gesù per mezzo di quel suo servo Francesco, nessuna pena mi è stata molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura.
4. A se stessa morente: Va’, perché colui che t’ha creata, ti ha santificata, e sempre guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore.

S. DOMENICO DI GUZMAN 8 agosto – GEORGE BERNANOS

http://digilander.libero.it/avemaria78/san_domenico.htm

S. DOMENICO DI GUZMAN

GEORGE BERNANOS

SE SI INTERROGA per la prima volta la vita di un santo, e particolarmente d’uno dei santi fondatori d’ordini, le voci che ne escono sembrano sulle prime innumerevoli e diverse al punto da turbare lo spirito. Questa specie di vertigine crescerà ancora se si vorrà seguire passo passo l’ordine dei fatti, perché la loro successione insegna nulla o ben poco. Questi grandi destini sfuggono, più di tutti gli altri, a qualsiasi forma di determinismo: irraggiano, risplendono d’una sfolgorante libertà.
Sulle prime, sembra che soltanto il genio dia a certe vie eccezionali il medesimo carattere d’indipendenza, di spontaneità sovrana. Invece non è affatto cosi. Si potrebbe al contrario sostenere (e con quali illustri esempi!) che il genio ha sempre in sé qualcosa d’ostile e di irriducibile, quasi un principio di sterilità. Se egli attua quella maraviglia d’ispirazione e d’equilibrio che è l’opera d’arte compiuta, è il più sovente (quando la divina carità non vi collabora) per una sorta di mostruosa specializzazione che esaurisce tutte le potenze dell’anima e la lascia divorata d’orgoglio in un egoismo disumano. L’uomo di genio è così poco presente nella sua opera, che essa è quasi sempre una testimonianza spietata contro di lui. Invece l’opera del santo è la sua stessa vita, ed egli è tutto nella sua vita.
Tuttavia la difficoltà non è vinta: a questo punto della meditazione, appare, al contrario, quasi insolubile. L’esperienza degli uomini in­segna che per penetrare ben addentro nelle loro intenzioni basta il confronto, già troppo cru­dele, fra la vita pubblica e la privata. Non c’è atteggiamento, per quanto bene e pazientemen­te conservato, che non porti in sé la propria contraddizione, non c’è menzogna cosi compat­ta che non abbia una breccia, o almeno che non possa essere sorpresa. Come il chirurgo im­para la vita sulla morte, come il bíologo ana­lizza ì cascami organici per cercare di sorpren­dervi il segreto degli scambi e delle funzioni, il moralista sa di aver davanti a sé un personaggio artificioso e fraudolento, un cadavere camuffato di cui noi stessi siamo le vittime non meno raramente di altri, finché il primo sguardo del giudice, di là dalla morte, non lo faccia andare in frantumi. Il santo invece è davanti a noi ciò che sarà davanti al giudice. In lui giungiamo, abbagliati, non (come si vorrebbe farci credere) a una vita diminuita, di continuo limitata dalla mortificazione, mai alla vita nella sua pienezza, e come nello splendore del suo primo nascere, la vita stessa, quasi una sorgente ritrovata. Ri­trovata (infatti l’avevamo, smarrita e appena ri­trovata), la perdiamo ancora. Il povero nomade, nel cuore dei suoi deserti di sabbia, che ha im­parato a disputare al suolo, per sé e per le sue bestie, un sottile filo d’acqua torbida, stenta a credere che esista sempre un paese di fontane, e che vi sarà di nuovo per le sue labbra e le sue mani questo getto ghiacciato, questo slancio spumeggiante e azzurro.
Si pensa che un Benedetto, un Domenico, un Ignazio ci siano più vicini d’un Giovanni della Croce o d’una Caterina da Siena, perché sono anche legislatori e conquistatori. Ci dànno, è vero, lezioni che la prudenza umana è capace di capire. Ma come è miope questo punto di vista! L’ambizioso che sognerebbe di trovare in loro un metodo e ricette originali perderebbe il suo tempo. La santità non ha formule, o, per dir meglio, le ha tutte. Raccoglie ed esalta tutte le potenze, attua la concentrazione orizzontale delle più alte facoltà dell’uomo. Ma il riconoscerla esige da noi uno sforzo, esige che noi prendiamo parte, in certo qual modo, al suo ritmo, al suo immenso slancio. Senza dubbio pare più facile trascrivere, secondo il vocabolario comune, la storia della fondazione dei predicatori piuttosto che una illuminazione d’Angela di Foligno, e nondimeno, se fosse in nostro potere alzare sulle opere di Dio uno sguardo unico e puro, l’Ordine dei Predicatori ci apparirebbe come la stessa carità di san Domenico realizzata nello spazio e nel tempo, come la sua preghiera divenuta visibile.
Ecco perché in siffatta materia i metodi moderni della critica storica seguitano a ingannarci. Le vite guidate dalle grandi passioni umane hanno di là dal loro disordine apparente, una certa grossolana unità, che permette di trasporre le più illustri sul piano delle vite ordinarie, di trovare per loro, se si può dire, una specie di denominatore comune. Nulla di più monotono della passione, o che più di lei si ripeta così miseramente. Cesare ci fa comprendere quel tale ambizioso di capoluogo, e quel tale funzionario coloniale ci svela l’anima di Nerone. La passione prende tutto ciò che le cede e non rende nulla. Invece la carità dà tutto, ma le viene reso anche di più. Quale contabilità sovrumana potrebbe tener conto di questo magnifico scambio? Se lo storico si limita a una rigorosa esattezza, poco imparerà dall’esistenza d’un santo. Le vecchie leggende ne dicono assai di più, perché trascrivono in simboli realtà profonde. Esse hanno quel carattere ingenuo che sembra fatto apposta per sviare la nostra logica e la nostra esperienza. Come non l’avrebbero questo carattere? Ogni vita di santo è come una nuova fioritura, l’espansione, in un mondo che l’eredità del peccato rende schiavo dei suoi morti, d’una ingenuità da Paradiso Terrestre.
In questo senso, poco ci importa che Domenico appartenga o no all’illustre famiglia dei Guzman, e sia cosi parente degli antichi re di Spagna. Basti sapere che fu di sangue militare; e immaginare il bambino, con i capelli biondi, quasi fulvi, gli occhi celesti e la pelle bianca dei suoi avi visigoti, Ruodric, Wilhelm o Froila, mentre dalla vetta dell’umile torre feudale di Carleruega, dell’unico torreón rettangolare costruito dal suo antenato, alla frontiera del paese moro, guarda scorrere verso il mare le pallide acque del Douro. All’estremo orizzonte, molto di là dalle pianure grigie, striate dalle rocce rosse del trias, fiorite di eriche color rosa, di ginestre e di salicornie, con cespugli di spigo, d’issopo e di rosmarino, tra i quali pascolano i maialini neri, la sierra di Guadarrama innalza al cielo i suoi contrafforti oscuri, e dietro alla loro massa enorme Toledo, dove i capi castigliani lottano contro i mori. In una ripresa o due, aperta la breccia, i cavallini instancabili sarebbero sull’orlo del fiume, e si vedrebbero di nuovo agitarsi sulle sponde i lunghi mantelli bianchi e i giachi dorati… Non è tanto lontano il tempo in cui nei mercati mori si poteva avere una donna per un dirhem, e un bambino cristiano per un mezzo dirhem! Non una di queste capanne di argilla e di paglia ammucchiate ai piedi del torrione, dove non si narrino le meravigliose storie, solenni e sanguinose, proprie del genio di questa t razza formata nella sventura e nella povertà. Il pastore, coperto dai piedi alla testa di pelli di montone, e che sembra, in mezzo alle sue bestie, un’altra bestia gigante, ne alimenta i suoi sogni, col pugno stretto sul suo vincastro guarnito di ferro. Ma si parla anche a voce bassa dei propri parenti (padre, figlio o fratello) rapiti dai temerari ladri pagani, venduti come bestiame, e che muoiono d’una morte lenta nei supplizi e nei terrori della schiavitù, in fondo alle città misteriose, piene di sconosciute ricchezze e sotto un cielo incantato. A volte le donne, piangendo, si passano tra loro un messaggio portato da lontano da un catalano sospetto, probabilmente rinnegato o giudìo. Dopo aver ricordato disperatamente tutto ciò che non ritroverà mai più, il disgraziato enuncia timidamente il prezzo del suo riscatto: cifre favolose, miraggio straziante! “La prigionia, presso i mori, fu una delle piaghe della Spagna, più angosciosa della fame ”, scrive il padre Petitot. Ora, mentre quei duri contadini, o i loro signori tanto simili a loro, sognavano rappresaglie, eserciti disfatti e teste mozzate, non è permesso supporre che il piccolo Domingo, il quale, fino alla morte, fu un amico cosi tenero, sentisse, davanti a tali narrazioni, tremare il suo cuore per la compassione? Thierry d’Apolda ci riferisce che venti anni dopo il giovane canonico d’Osma decise un giorno di vendersi per riscattare il figlio d’una povera donna… Forse tocchiamo qui la molla segreta d’una infanzia di cui i cronisti poco ci insegnano. Questa immaginazione delicata fu presto crudelmente ferita. Molti altri giovani castigliani subirono nel medesimo tempo la medesima prova, e ne divennero soltanto più duri. Ma lui si apre d’istinto e tutto intero alla divina compassione e, sin d’allora, comincia senza dubbio il poema della sua carità.
La madre di Domenico, la beata Giovanna, era figlia dei signori d’Aza, e di nobiltà antica. Egli fu l’ultimo dei suoi figli, e forse il più teneramente amato, se possiamo credere alla tradizione, secondo la quale la futura gloria di suo figlio le fu annunciata in sogno. Ella lo tenne sette anni presso di sé, poi lo condusse da suo zio, l’arciprete di Gumiel d’Izan (ma Gumiel d’lzan è lontano soltanto quattro leghe da Carleruega). Là egli visse oscuramente e dedito agli studi sino all’età di quindici anni. Allora fu deciso di mandarlo alle scuole di Palencia, che più tardi saranno l’illustre università di Salamanca. Queste scuole erano celebri già in quei tempi; anzi tutta la Spagna, come il resto della cristianità, si sentiva presa nell’irresistibile movimento d’ascensione che fu il prodigioso tredicesimo secolo.
Secondo il venerabile programma carolingio, sei anni vennero consacrati allo studio della grammatica, della poetica, della logica, poi dell’algebra, dell’astronomia e della musica. Compiuto questo primo ciclo, Domenico aveva raggiunto il suo ventunesimo anno; però studierà o professerà la teologia a Palencia sino all’età di trentun anni. Allora, avendolo chiamato presso di sé, il priore del capitolo d’Osma, Diego de Azevedo, egli diventa canonico regolare di quel capitolo di cui sarà nominato sottopriore quando Diego stesso verrà chiamato al seggio episcopale d’Osma. Allora, Domenico avrà trentaquattro anni.
Quanti altri, non meno ben nati, non meno studiosi ed eloquenti, sono morti priori d’Osma! Nondimeno, all’insaputa di tutti e senza dubbio all’insaputa di lui stesso, la grande opera, già concepita, gli fremeva nel cuore. Quel giovane canonico dai capelli biondi, dalle belle mani, dalla voce forte e dolce, che va a leggere sulle sponde dell’Ucero e risponde ai saluti con quella specie di tenera urbanità che i suoi figli hanno tanto amata, è l’Ordine dei Predicatori, non formato in un calcolo, astratto, ma nella piena effusione della vita. Qui tutto è puro, tutto è nuovo, tutto tende all’alto, come l’universale ascensione dell’alba. L’Ordine dei Predicatori, questa grande avidità di scienza, come pure questo grande desiderio di instaurarla in Cristo. L l’Ordine dei Predicatori, quella sacra impazienza che, nella sua piccola cella, ai piedi del crocefisso, fa ruggire Domenico come un leone (a gemitu cordis sui rugitus solebat emittere). E’ l’Ordine dei Predicatori, il grido dell’apostolo il quale, in tempi di carestia, vende ciò che ha di più caro, i suoi libri: “Come potete studiare sopra pelli morte, mentre i vostri fratelli muoiono di fame?” A l’Ordine dei Predicatori infine, la sublime inquietudine dell’oscuro sottopriore il quale, nella piena fioritura della vita monastica, cerca invano una regola alla sua misura e non la trova. Così simile agli altri uomini e, agli occhi di Dio e dei suoi angeli, nuovo, creato espressamente, unico!
E’ povero, è solo, e il suo tempo è misurato: diciassette anni, duecentoquattro mesi! Inoltre, non sembra che abbia alcun piano, ignora sempre la sua strada. Però ha qualcosa di più d’un piano: il distacco fondamentale, la libertà interiore che attira senza dubbio lo Spirito dall’alto dell’aria, come un uccello incantato. E allora di improvviso un primo segno, del resto oscuro, gli viene dato. Il re di Castiglia invia Diego de Azevedo e Domenico in Danimarca perché vi negozino il matrimonio di suo figlio con una principessa di quel paese.
Che alla fine di questo lungo viaggio i due ambasciatori abbiano saputo della morte della piccola principessa, questo senza dubbio importa ben poco. L’avventura, un pochino burlesca, ha un altro senso. Domenico è ancora sottopriore d’Osma, e già i suoi vincoli si sono spezzati. Egli ha attraversato molti paesi, ha veduto la grande angoscia della Chiesa, i monaci appartati nei loro conventi, i vescovi inerti o sospetti, persi nelle cause e nei cavilli, il clero mantenuto in una ignoranza abietta in mezzo a un popolo che il progresso materiale e la facilità crescente della vita affinano ogni giorno, le parrocchie trascurate, abbandonate dai loro pastori legittimi a vicari mercenari, la predicazione ridotta a zero, limitata alla recita domenicale del Credo e del Pater o affidata ad associazioni laiche senza dottrina, a oratori da fiera; il papato impotente, sommerso, tradito, costretto a impegnare le sue ultime truppe, la suprema riserva cistercense… E in questo disordine spaventoso, come lupi attraverso una città saccheggiata, gli apostoli d’una dottrina strana, venuta d’Oriente, e che fanno del diavolo l’uguale e il rivale di Dio…. Vedete il vecchio vescovo, sulla lunga strada monotona, a tante leghe dalla sua povera cattedrale, e che non può credere che il mondo sia tanto cattivo, menire la famosa voce di bronzo ancora sconosciuta grida nella campagna deserta la sua collera e la sua speranza! Ed eccoli d’improvviso, il giovane e il vecchio, sazi di tristezza, che prendono una risoluzione, così bella, così commovente, così simile ai grandi sogni della fanciullezza! Si affrettano, corrono a Roma, si gettano ai piedi del Santo Padre, e sollecitano umilmente il permesso di evangelizzare ì cumani. Che cosa sono i cumani? Sono pagani nomadi della lontana Dacia, di cui hanno sentito parlare in Danimarca, e così crudeli e astuti che faranno presto a ucciderli, loro poveri servitori di Dio…
Innocenzo III, scrive il padre Petitot, era piccolo di statura, portava un berretto a punta, parlava con voce forte e brusca. Rimandò Diego nella sua diocesi.
Ogni uomo predestinato, almeno una volta in vita sua, ha creduto di andare a fondo, di toccare il fondo. L’illusione che tutto viene a mancarci in una volta, questo sentimento di completo abbandono, è il segno divino che al contrario tutto comincia. E’ verosimile che il vecchio vescovo, il quale, del resto, morrà poco dopo, e il suo giovane compagno abbiano conosciuto sulla strada del ritorno qualche cosa di questa amarezza. Seguirono la valle della Loira, poi quella del Rodano, attraversarono Lione, Avignone, Nimes. Da per tutto si respira aria di tradimento. Signori grandi e piccoli, avidi di mettere le mani sui beni della Chiesa, vescovi infami, monaci assediati nelle loro fortezze, popolino oggi già beffardo, domani feroce, sguardi sornioni, mani nascoste, piazze di paese rumorose come alveari, improvvisamente mute quando passano… La piccola carovana camminava lentamente attraverso la burrasca prossima a scoppiare. Come dovevano ridere le ragazze al loro passaggio! Durante le ore del giorno (perché la notte era soltanto un grande rumore confuso) incrociavano a volte la scorta d’un ricco abate, furtiva, armata sino ai denti, come in paese nemico. E quando la polvere si era posata di nuovo, si vedeva spesso uno di quei càtari perfetti, a piedi nudi, a testa nuda, la capigliatura ancora molle dell’ultimo acquazzone, sordido e severo nel suo saio, e le madri in ginocchio che gli presentavano i loro pargoli… Giunsero così vicino a Montpellier, a Castelnau.
Trovarono al castello una grande calca di uomini, di muli, di cavalli: erano i due cortei del potente abate di Citeaux, Arnald Amalric, e dei due legati del papa, Cháteauneuf e Raoul de Fontfroide, che li accolsero con onore. Sùbito il giorno successivo ebbe luogo una conferenza. I legati deplorarono amaramente il libertinaggio e la simonia dei preti, l’ambizione dei prelati, i loro intrighi coi signori, indegnità del vescovo di Narbona, l’insolente parzialità del conte di Tolosa e della sua nobiltà a favore dei rinnegati e dei ribelli. Con Amalric giudicarono che la ribellione sarebbe ben presto diventata generale, e che bisognava soffocarla nel sangue… poi domandarono onestamente il parere dei due forestieri. A quell’appello, come i due amici dovettero sentirsi saltare il cuore nel petto! Dichiararono insieme che bisognava congedare sull’istante scudieri, cavalli e muli, spogliarsi dei ricchi abiti, e andarsene a piedi per le strade, alla mercè di Dio, mendicando il pane giorno per giorno.
E fu in tale equipaggio che Diego de Azevedo, Domenico, i monaci cistercensi e i legati risolsero di prendere la strada di Béziers. Il medioevo ha dato lo scandalo di moltissimi vizi, ma non è mai stato volgare.
Ciò che bisogna ammirare in una proposta così audace, non è soltanto la generosità, ma la sua perfetta correttezza. Quando il mondo sfugge alla tirannia delle idee mediocri, cade preda delle idee audaci che diventano folli; infatti nulla è più raro del vero spirito pratico, nel quale san Tommaso vede, giustamente, un prolungamento dello spirito speculativo. Ma il pensiero di Domenico a questo punto si congiunge, senza saperlo, con quello dei grandi papi che, nella prima metà di questo secolo, getteranno nella mischia i predicatori e i mendicanti. I conventi erano rimasti quel che già erano nel colmo dell’anarchia feudale, asili e fortezze. Possono già esser paragonati a quei soldati armati cosi pesantemente che la leggera fanteria inglese distruggerà da lontano senza mai lasciarsi attaccare. Perché una tale rivoluzione fosse compiuta, vale a dire sanzionata da Roma, bisognava prima che san Francesco e san Domenico si sacrificassero, per dimostrare che era possibile. Infatti tale è la parte che Dio riserva ai suoi santi.
Forse è lecito immaginare che sin da allora Domenico seguisse un suo piano. Ma come deve essere lontana la verità da questa pigra ipotesi! Se la santità svolge una storia, dovrà essere piuttosto come un succedersi senza ripetizione di momenti, ognuno dei quali è unico. L’opera non è matura, ma la carità è pronta, l’essere vivificato dallo Spirito ha già attinto al punto più alto della sua eccellenza. Nulla lo arresterà, e l’ostacolo, crollato in anticipo, non è più se non una guida o un punto di riferimento. La volontà del grande uomo ha sempre in sé una certa rigidezza. Come è libera, docile e pura, invece, quella del santo! Che cosa volete opporre di saldo, o quale trappola volete tendere colui il quale, a ogni istante, è sempre pronto dare tutto?
In verità egli dà tutto. Il suo primo impulso è di gettarsi avanti. Questi magnifici eroi della speranza combattono sempre da disperati. La fortezza del signor Etienne, a Lervian, è un covo di rinnegati càtari, il più celebre dei quali è Thierry, antico decano del capitolo della cattedrale di Nevers. La piccola compagnia vi corre. Non bisogna credere che questi neo-manichei fossero gente stupida: l’erudizione biblica di alcuni di loro era inaudita, e ne sapevano trarre un vantaggio prodigioso alleando destramente la loro causa, da una parte, al movimento democratico, più potente in quell’epoca che in qualsiasi altro momento della nostra storia.
Lo schiudersi d’una eresia è del resto sempre un fenomeno assai misterioso. Quando nella Chiesa un vizio giunge a una certa maturazione, l’eresia germoglia da sé, getta sùbito i suoi mostruosi rami. Ha la sua radice nel corpo Mistico, è una deviazione, una perversione della sua vita stessa. L’eresia càtara è germogliata sull’ignoranza e sulla pigrizia del clero, come la valdese sulla sua avarizia e sulla sua lussuria. “ I vescovi ”, dirà solennemente il concilio del Laterano, “per via delle loro infermità, per non parlare della mancanza di scienza, la quale è assolutamente biasimevole e intollerabile, non sono più capaci di predicare la parola di Dio”. Se la carità di Domenico non ne avesse avuto il presentimento, l’esperienza glielo avrebbe insegnato durante il corso delle dure controversie che dovrà sostenere durante lunghi mesi a Lervian, a Béziers, a Carcassonne, a Tolosa, a Montréal.
Le leggi della dialettica sono anche quelle dell’azione. Il vero dialettico sdegna gli errori parassiti e si porta di slancio al centro stesso del ragionamento nemico. In modo simile noi ve diamo Domenico, come un capo in guerra, cercare di venire a contatto con l’avversario non per saggiarlo, ma per batterlo. Certo, egli poteva trovare fra i càtari ipocriti da smascherare, ambiziosi da umiliare, ignoranti da confondere. Io lo vedo sprezzante di questi facili trionfi; e senza dubbio non ci pensa nemmeno. Ma siccome i migliori fra i “ perfetti ” si trovano a Fanjeaux, in mezzo a un popolo fanatico, egli corre a chiudersi là, con gran pericolo della vita. E appena ha riportato a Dio nove dame della piccola nobiltà, egli fonda con loro la casa di Prouille: la sua prima e umile conquista.
Quasi sùbito il papa Innocenzo III chiamò il re di Francia, il duca di Borgogna, il conte di Sciampagna al soccorso della cristianità. Diciotto mesi dopo, Béziers cadde, poi Carcassonne. Per altri sei anni, la marea passa e ripassa sopra la misera terra. Quando si ritira, Prouille sta sempre in piedi, e Domenico, d’accordo col vescovo Foulques, s’è saldamente stabilito a Tolosa. Nondimeno, dopo dieci anni di predicazioni incessanti, il santo conta appena sei compagni. Più d’uno si sarebbe scoraggiato, o almeno avrebbe mostrato un po’ di fretta per riprendere il tempo perduto: lui manda tranquillamente la sua piccola compagnia dal maestro Stavensby, il quale professa, a Tolosa stessa, l’apologetica e la teologia. Un tale sangue freddo fa riflettere.
L’istituto dei “ missionari apostolici di Tolosa ” data dall’anno 1215. Domenico ha raggiunto l’età di quarantacinque anni, e morrà sei anni più tardi.
Il destino dei grandi uomini è sottomesso alla legge comune: sembra che la loro fortuna abbia una sua giovinezza, una sua età matura, un suo declino. A Marengo, tutto va bene; a Waterloo, tutto va a rovescio. Ma la vita d’un santo ha un altro ritmo. Gli inizi sono lenti, spesso fastidiosi; le contraddizioni vengono dall’esterno, e sembra spesso che vengano dall’interno. Poi, quando l’opera ha trovato il suo misterioso equilibrio, viene come strappata da terra e prende il volo.
Tutti gli storici di san Domenico consacrano allo studio dei suoi ultimi dieci anni più della metà delle loro pagine. Questo indugio forzato rischia di lasciare il lettore insensibile a uno slancio cosi prodigioso. La carta con la quale Innocenzo III prende sotto la sua immediata protezione il monastero di Prouille è dell’8 ottobre 1215. Domenico e Foulques si trovano allora a Roma. Nel gennaio 1215 ritroviamo il santo a Narbona, poi a Prouille. Una comunità di religiose è installata a Tolosa. Il progetto della prima regola è appena stabilito, che già spunta la innovazione più audace: la soppressione del lavoro manuale, che ha come corollario la rinuncia ai possessi territoriali. Il 28 agosto del medesimo anno, il maestro dei Predicatori prende possesso del priorato di San Romano, primo convento regolare dell’ordine. In dicembre, egli è di nuovo a Roma, dove ottiene dal successore d’Innocenzo, Onorio III, una approvazione solenne. Nella primavera del 1217 si trova di nuovo a Languedoc, e nonostante tutti i consigli, con una audacia inaudita, mentre la rivolta brontola nell’intera provincia. Egli sparpaglia i suoi frati, sette a Parigi, quattro a Madrid, e lui stesso torna a Roma con un solo compagno, per fondarvi quasi sùbito il convento di San Sisto. Ha già radunato una trentina di frati, ma, fedele alla sua stupefacente massima che “ il grano marcisce quando lo si accumula e fruttifica quando lo si semina ”, lancia una parte della sua truppa a Bologna, la cui università è rivale di quella di Parigi. Poi corre in Francia, dove viene a sapere la disastrosa morte di Simone di Montfort e la rovina della crociata. Le fondazioni di Prouille e di Tolosa sono in pericolo: bella occasione per prelevare, sugli effettivi ridotti, due frati, e siccome Lione è la capitale dell’eresia valdese, mandarli colà. Del resto non ha tempo per seguirli, poiché lui è già in Spagna, dove fonda, a Segovia, il convento di Santa Cruz; ripassa i Pirenei, si ferma a Prouille appena quanto basta per dare a ciascuna delle sue care figliole una bella posata 1 di ebano che ha gentilmente portata per loro nel suo zaino, e se ne va di volo a Parigi, prendendo con sé al passaggio frate Bertrand de Garrigue. Laggiù trova trentadue religiosi. Bastano per fondare, l’una dopo l’altra, le case di Reims, di Metz, di Orléans, di Poitiers, di Limoges; e parte cinque settimane dopo per l’Italia, dove arriva sempre a piedi, s’intende. Del resto ha molta fretta di finire, e si accusa ancora di essere troppo lento. Infatti s’è lasciato crescere la barba e si prepara a raggiungere finalmente, dopo tanto ritardo, quel leggendario paese dei cumani, senza dubbio in espiazione della sua pigrizia e per la remissione dei suoi peccati.
Nel settembre del 1219 si trova a Bologna, dove la predicazione del suo figliolo Reginaldo, dice la cronaca, è scoppiata come la folgore. La comunità di San Nicola è in piena prosperità: vi si attendono prodigi dal discepolo preferito del maestro. Ragione sufficiente per mandarlo a Parigi. “ E’ una cosa ben ammirevole ”, scrive il beato Giordano di Sassonia, “ vedere il servo di Dio sparpagliare i suoi frati con tanta sicurezza! ” L’apostolo incendiario ha contro di sé, un po’ da per tutto, i decani, i cancellieri, gli arcidiaconi, i vescovi, ma ha dalla sua parte il papa. Intraprende la riforma delle monache romane, fonda la comunità di San Siro con l’aiuto di qualcuna delle sue figliole di Prouille, chiamate in fretta. Le lettere e le bolle pontificie si succedono senza interruzione, spezzando tutte le resistenze a Parigi, a Prouille, a Tolosa, a Madrid, a Roma stessa. Nel febbraio del 1220, il vescovo di Cracovia porta a Roma quattro dei suoi preti. Domenico ne fa quattro predicatori e, due mesi dopo, li lancia all’assalto della Polonia. Si spingono molto lontano verso Oriente, dalla parte dei Carpazi, quasi sino alla frontiera del paese cumano. Ah, il beato padre conta di raggiungerli ben presto! Ma avanti vuol tener il primo capitolo generale dell’Ordine… Oramai gli restano undici mesi da vivere.
Con lo sguardo dell’anima, egli può contare i suoi sparsi conventi, già forti, rivali, senza dubbio domani, delle abbazie più antiche e più ricche. Tutti questi priori, qualcuno di schiatta illustre, istruiti nelle prime università del mondo, oratori celebri, teologi cosi sicuri che, per forza di cose e seguendo l’esempio del fondatore, si vedono da per tutto non soltanto predicare contro l’eresia, ma cercarne i promotori, convincerli e consegnarli al braccio secolare (tanto che i figli pieni di dolcezza dei sans-culottes terroristi riuniranno nello stesso onorevole odio i Predicatori e l’Inquisizione), ricevono a centinaia pii legati e donazioni. Dove non giungerà oramai la potenza del nuovo ordine?… E’ questo il momento scelto da Domenico per decidere di abbandonare i beni già acquisiti, domìni o decime, e far concludere dal suo primo capitolo generale una seconda e più solenne alleanza, questa volta indissolubile, con la Santissima Povertà. Egli strappa solennemente e simbolicamente le Chartes davanti ai padri capitolari riuniti. E siccome quella povera gente venuta da molto lontano, a prezzo di fatiche e stenti, potrebbe essere tentata di cedere a qualche debolezza lungo la strada del ritorno, egli decide di inserire nella regola il divieto di andare a cavallo e di portar danaro. Poi fa vendere all’asta cavalli e muli.
Lascia Roma nel maggio del 1221, se ne va per sempre. Due volte la febbre lo ha atterrato di sorpresa senza ancora riuscire a strappargli il suo ultimo segreto, la umile morte che Dio prepara in lui, e che già brilla con dolcezza nel suo cuore, come la fedele piccola lampada del santuario prima dell’aprirsi del mattino. Dopo un supremo colloquio a Venezia con il cardinale Ugolino, suo amico, egli ritorna al convento di Bologna, con l’ultimo volo delle sue grandi ali infaticabili. Vi giunge morente.
Le nostre agonie portano il segno del rimorso: testimoniano contro il passato, ne spezzano i vincoli, e, anticipando il giudizio ineffabile, denunciano in pieno la nostra onta. Ah! che il lenzuolo ricopra dopo un istante il corpo umiliato, vuoto, dove risplende, sola, l’Unzione! Ma la vita augusta del santo si lancia nell’agonia come in un abisso di luce e di soavità.
Stendono un grosso sacco per terra, ed egli vi si corica sopra.
Ecco l’uomo di cui certi forsennati vorranno fare un boia, e i meno fanatici una specie di ministro della polizia delle anime. Se egli li vede a quest’ora, con quello sguardo che già si tuffa nell’avvenire, il frate nero e bianco può bene alzare su di loro la sua grande mano dolce e dissolverli come una vampata di fumo! Lui, davanti al quale tutto si fa chiaro. non capisce nulla del loro odio, perché giustamente il loro odio non è nulla. Essi invocano contro di lui la scienza, ed egli l’ha amata più caramente di ciascuno di loro. La luce, ed egli sente che trabocca da lui. Il suo unico scrupolo, se ci fosse posto per uno scrupolo in un’anima cosi limpida, sarebbe piuttosto di aver troppo amato, troppo servito il primo rinascimento intellettuale, sino a sembrare di voler sacrificare allo studio quello stesso ufficio in coro che i suoi frati reciteranno oramai con una rapidità gioiosa, così diversa dalla tradizione benedettina. Il secolo si spaventava per una fonte di luce perduta, ritrovata a un tratto sotto le rovine del mondo antico, e, d’accordo con due ammirevoli pontefici, egli ha risollevato il suo secolo, l’ha mantenuto fremente nel fascio di luce che suo figlio Tommaso volgerà risolutamente verso la croce.
Intorno al moribondo, che finisce di vuotarsi del suo sangue mistico, di tutta la sua divina carità, in una effusione di lacrime austere, l’ordine ronza come un alveare con le sue centinaia di frati che domani saranno migliaia, le sue cinque province di Francia, Spagna, Lombardia, Roma, Provenza, e i suoi cinquanta conventi. La cristianità occidentale è salva, non soltanto dagli oscuri fanatici, il cui barbaro zelo condannava, col matrimonio, la vita stessa, ma dall’Islam, dallo scisma greco e dai furori di Federico II. Si, così com’è, questo uomo qui sdraiato è uno dei più grandi della storia, ed entra nondimeno nella morte, come ha traversato la vita, con lo stesso slancio, senza esitazioni, con lo sguardo di fanciullo. A larghi passi regolari, con la povera bisaccia sulle spalle, le tasche vuote, egli ha percorso diversi reami, e ora che è coricato per terra, ha lasciato la sua bisaccia, ma ha conservato le sue grosse scarpe. E’ pronto, se Dio lo suscita di nuovo. Non lascia nulla dietro a sé. I suoi figli bruceranno o dissemineranno le sue lettere; i libri annotati di suo pugno, il suo bastone da viaggio, i suoi abiti, la catena di ferro con cui su flagellava ogni notte con quel potente urlo la cui eco si ripercuoteva sino all’ultima cella dei frati che ascoltavano, atterriti. Dopo si avvolgeva tutto sanguinante nella sua cappa, e si stendeva sopra una panca o sopra un tavolo…
Questa volta si è disteso per sempre. Né il ricordo dei suoi ímmensi lavori, o delle mortificazioni durissime, delle predicazioni o dei miracoli, distoglie un solo istante il suo cuore. Egli teme soltanto che i suoi figliuoli si lascino, dopo la sua morte, trascinare verso una vita troppo comoda, e quando sa che i suoi frati ingrandiscono il convento e alzano il soffitto delle celle, lo vedono prima rompere in lacrime, poi scoppiare in imprecazioni terribili, invocando la maledizione di Dio sopra chiunque introdurrà l’uso della proprietà temporale nel suo ordine.
L’hanno trasportato sopra una collina dove l’aria è pura; ma egli teme che conservino lì il suo corpo. “ Dio non voglia ch’io venga sepolto altrove se non sotto i vostri piedi! ” Lo riportano sopra una lettiga fino al convento di San Nicola. Lo stendono per terra tutto sudato. Stefano di Spagna li segue con uno straccio di tela.
Ventura di Cremona ascolta la sua confessione generale. Quel debole soffio che il frate si sente passare sulla faccia è ormai tutto quanto resta della grande voce che sollevava tutta Roma, ed è anche la medesima voce che, nel ritiro della notte, chiamava Dio tante volte con un grido straziante, che ruggiva per gli infedeli, gli eretici, gli ebrei, e nell’ammirevole delirio d’una carità universale, che andava sino a voler far violenza alla stessa giustizia del Padre, pregava per i dannati (ad in infernos damnatos extendebat caritatem suam).
I fratelli sono adunati per raccogliere, se è possibile, qualche cosa della parola che si sta spegnendo. Domenico fa segno con la mano, essi si avvicinano. Dall’umile gesto del santo, capiscono che ha qualche riconoscimento pubblico da fare, e che pesa gravemente sul suo cuore. Colui che è parso al papa Innocenzo III in sogno portando la chiesa del Laterano sulle spalle, consigliere dei pontefici, consigliere dei principi, arbitro di tanti destini, maestro e legislatore di tante coscienze, scopre forse con sgomento, in quell’istante solenne, il carattere astratto, quasi terribile, della sua vocazione dottrinale? Quale scrupolo lo tormenta?
Egli alza sopra i fratelli i suoi occhi celesti, il suo sguardo intatto. “ Mi accuso ”, dice il maestro dei Predicatori, “ di aver sempre preferito, a quella delle vecchie, la conversazione delle donne giovani. ”
L’ordine di mio figlio Domenico è un delizioso giardino, immenso, gioioso e profumato ”, disse un giorno Nostro Signore a santa Caterina, che lo riferisce.

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 7 août, 2014 |Pas de commentaires »
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