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FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

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FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Venerdì, 2 Febbraio 2001

V Giornata della Vita Consacrata

Con questa invocazione, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale, la Chiesa, nel giorno in cui fa memoria della Presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme, esprime il desiderio di poterlo accogliere ancora nel presente della sua storia. La Presentazione è una festa liturgica suggestiva, fissata fin dall’antichità quaranta giorni dopo il Natale, sulla scorta di quanto prescriveva la Legge ebraica per la nascita di ogni primogenito (cfr Es 13, 2). Maria e Giuseppe, come risulta dal racconto evangelico, ne sono stati fedeli osservanti.
Tradizioni cristiane d’Oriente e d’Occidente si sono intrecciate arricchendo la liturgia di questa festa con una speciale processione, in cui la luce dei ceri e delle candele è simbolo di Cristo, Luce vera venuta ad illuminare il suo popolo e tutte le genti. In tal modo l’odierna ricorrenza si ricollega al Natale e all’Epifania del Signore. Ma contemporaneamente essa si pone come ponte verso la Pasqua, rievocando la profezia del vecchio Simeone, che in quella circostanza preannunciò il drammatico destino del Messia e di sua Madre.
L’evangelista ha ricordato il fatto anche nei dettagli: ad accogliere Gesù nel santuario di Gerusalemme vi erano due anziane persone piene di fede e di Spirito Santo, Simeone ed Anna. Esse impersonano il « resto d’Israele », vigilante nell’attesa e pronto ad andare incontro al Signore, come già avevano fatto i pastori nella notte della sua nascita a Betlemme.
2. Nella Colletta della liturgia odierna abbiamo chiesto di poter essere anche noi presentati al Signore « pienamente rinnovati nello spirito », sul modello di Gesù, primogenito tra molti fratelli. In modo particolare voi, religiosi, religiose e laici consacrati, siete chiamati a partecipare a questo mistero del Salvatore. E’ mistero di oblazione, in cui si fondono indissolubilmente la gloria e la croce, secondo il carattere pasquale proprio dell’esistenza cristiana. E’ mistero di luce e di sofferenza; mistero mariano, in cui alla Madre, benedetta insieme col Figlio, è preannunciato il martirio dell’anima.
Potremmo dire che oggi si celebra in tutta la Chiesa un singolare « offertorio », in cui gli uomini e le donne consacrati rinnovano spiritualmente il dono di sé. Così facendo aiutano le Comunità ecclesiali a crescere nella dimensione oblativa che intimamente le costituisce, le edifica e le sospinge sulle strade del mondo.
Vi saluto con grande affetto, carissimi Fratelli e Sorelle appartenenti a numerose Famiglie di vita consacrata, che allietate con la vostra presenza la Basilica di San Pietro. Saluto, in particolare, il Signor Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il quale presiede la celebrazione eucaristica odierna.
3. Celebriamo questa festa con il cuore ancora ripieno delle emozioni vissute nel tempo giubilare appena terminato. Abbiamo ripreso il cammino lasciandoci guidare dalle parole di Cristo a Simone: « Duc in altum – Prendi il largo » (Lc 5, 4). La Chiesa attende anche il vostro contributo, carissimi Fratelli e Sorelle consacrati, per percorrere questo nuovo tratto di strada secondo gli orientamenti che ho tracciato nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte: contemplare il volto di Cristo, ripartire da Lui, testimoniare il suo amore. E’ questo un apporto che voi siete chiamati a dare quotidianamente anzitutto con la fedeltà alla vostra vocazione di persone totalmente consacrate a Cristo.
Il vostro primo impegno, pertanto, non può non essere nella linea della contemplazione. Ogni realtà di vita consacrata nasce e ogni giorno si rigenera nell’incessante contemplazione del volto di Cristo. La Chiesa stessa attinge il suo slancio dal quotidiano confronto con l’inesauribile bellezza del volto di Cristo suo Sposo.
Se ogni cristiano è un credente che contempla il volto di Dio in Gesù Cristo, voi lo siete in modo speciale. Per questo è necessario che non vi stanchiate di sostare in meditazione sulla Sacra Scrittura e, soprattutto, sui santi Vangeli, perché si imprimano in voi i tratti del Verbo incarnato.
4. Ripartire da Cristo, centro di ogni progetto personale e comunitario: questo è l’impegno! Incontratelo, carissimi, e contemplatelo in modo tutto speciale nell’Eucaristia, celebrata e adorata ogni giorno, come fonte e culmine dell’esistenza e dell’azione apostolica.
E con Cristo camminate: è questa la via della perfezione evangelica, la santità a cui ogni battezzato è chiamato. E proprio la santità è uno dei punti essenziali – anzi, il primo – del programma che ho delineato per l’inizio del nuovo millennio (cfr Novo millennio ineunte, 30-31).
Abbiamo ascoltato poc’anzi le parole del vecchio Simeone: Cristo « è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori » (Lc 2, 34). Come Lui, e nella misura della conformazione a Lui, anche la persona consacrata diventa « segno di contraddizione »; diventa cioè, per gli altri, salutare stimolo a prendere posizione di fronte a Gesù, il quale – grazie alla mediazione coinvolgente del « testimone » – non resta semplicemente personaggio storico o ideale astratto, ma si pone come persona viva a cui aderire senza compromessi.
Non vi sembra questo un servizio indispensabile che la Chiesa attende da voi in quest’epoca segnata da profondi mutamenti sociali e culturali? Solo se persevererete nel seguire fedelmente Cristo, sarete testimoni credibili del suo amore.
5. « Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele » (Lc 2,32). La vita consacrata è chiamata a riflettere in modo singolare la luce di Cristo. Guardando a voi, carissimi Fratelli e Sorelle, penso alla schiera di uomini e donne di ogni nazione, lingua e cultura, consacrati a Cristo con i voti di povertà, verginità e obbedienza. Questo pensiero mi riempie di consolazione, perché voi siete come un « lievito » di speranza per l’umanità. Siete « sale » e « luce » per gli uomini e le donne di oggi, che nella vostra testimonianza possono intravedere il Regno di Dio e lo stile delle « Beatitudini » evangeliche.
Come Simeone ed Anna, prendete Gesù dalle braccia della sua santissima Madre e, pieni di gioia per il dono della vocazione, portatelo a tutti. Cristo è salvezza e speranza per ogni uomo! Annunciatelo con la vostra esistenza dedicata interamente al Regno di Dio e alla salvezza del mondo. Proclamatelo con la fedeltà senza compromessi che, anche di recente, ha condotto al martirio alcuni vostri fratelli e sorelle in varie parti del mondo.
Siate luce e conforto per ogni persona che incontrate. Come candele accese, ardete dell’amore di Cristo. Consumatevi per Lui, diffondendo dappertutto il Vangelo del suo amore. Grazie alla vostra testimonianza anche gli occhi di tanti uomini e donne del nostro tempo potranno vedere la salvezza preparata da Dio « davanti a tutti i popoli, / luce per illuminare le genti / e gloria del tuo popolo Israele ».

Amen.

2 FEBBRAIO, FESTA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ – Omelia

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2014/02/2-febbraio-festa-della-presentazione-al.html

2 FEBBRAIO, FESTA DELLA PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI GESÙ

(ci sono tre letture nel sito, nella stessa pagina  questa è la seconda, mi piacciono e le distribuisco nei miei blog)

Di seguito l’omelia pronunciata oggi pomeriggio  dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, in occasione del tradizionale pellegrinaggio al Santuario di San Luca.

***

1. Cari fratelli e sorelle, il mistero che oggi celebriamo è il mistero di un incontro: una persona anziana di nome Simeone con una persona, bambino di qualche settimana di vita, di nome Gesù. La narrazione che Luca fa di questo incontro è molto suggestiva, proprio per le due persone che si incontrano. Simeone è descritto come uno «che aspettava il conforto di Israele». È l’incarnazione dell’attesa che Dio visiti il suo popolo. Tutta la storia di Israele aveva come preso corpo in questo anziano. Era un uomo sula quale “era lo Spirito Santo”, che gli aveva donato una certezza: «che non avrebbe visto la morte prima di aver veduto il messia del Signore». Era, quello di Simeone, un tramonto non pieno di malinconia, ma pieno di speranza. E dove vede, in chi vede che la sua speranza non è andata delusa? In un bambino che egli può perfino prendere fra le braccia. Quale paradosso! Era convinzione comune che l’apparizione del Messia sarebbe stata accompagnata da segni miracolosi, sarebbe accaduto in un contesto di gloria. Dio conforta Israele con l’arrivo di un bambino. E’ un bambino la speranza, la salvezza d’Israele e di ogni popolo. E Simeone consegna alla memoria credente della Chiesa una delle più belle professioni di fede circa Gesù, una professione che la Chiesa recita ogni sera come preghiera che introduce nel sonno della notte. Questa professione di fede proclama la missione salvifica di Gesù, una missione universale. Essa consiste in una «luce» che illumina ogni uomo che viene in questo mondo . Ma le parole che Simeone dice a Maria ricordano quanto dice Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» [1, 5]. E Simeone a Maria: «egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori». La luce nel cuore dell’uomo, dono della presenza nel mondo di Gesù, può essere spenta dal potere delle tenebre. La speranza dono del Bambino può essere estinta. E così la persona del Bambino, la persona di Gesù scopre che cosa veramente alberga nel cuore dell’uomo; quale amore vi dimora, se della luce o delle tenebre. S. Paolo è esplicito. Egli denota lo stato di vita di chi rifiuta di credere, con le tenebre: «eravate tenebre». La profezia di Simeone dunque è chiara. Gesù, quel Bambino che tiene fra le braccia è il salvatore, ma lo è come segno di contraddizione, segno contestato che esige una decisione urgente e coraggiosa da parte degli uomini. Gesù è scandalo e rovina per quanti lo rifiutano, risurrezione e vita per quanto lo accolgono. È la decisione della fede o dell’incredulità che ultimamente qualifica la condizione esistenziale di una persona. 2. Questa pagina del Vangelo illumina profondamente il senso della Giornata per la Vita, che in questa prima domenica di febbraio la Chiesa in Italia celebra. È, come vi dicevo, la festa dell’incontro di un anziano con un bambino. È un anziano che serenamente chiede al Signore di porre fine alla sia vita ormai piena di anni, perché è nato un bambino che è la speranza del popolo. Mi tornano alla mente le parole di Agostino, secondo il quale Dio crea l’uomo perché il mondo sia continuamente rinnovato. Concepire e generare un bambino è il segno che nel cuore di un uomo e di una donna non si è spenta la speranza. Generando un bambino, hanno generato speranza. Ne deriva che l’attitudine di un popolo verso i concepiti non ancora nati, verso i bambini, è il segno di quale e quanta speranza dimora in esso. Se ha la capacità di generare futuro. Papa Francesco ha detto: «i figli sono la pupilla dei nostri occhi…che ne sarà di noi se non ci prendiamo cura dei nostri occhi…come potremo andare avanti?» [Cerimonia di apertura della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù. 22-7-2013]. C’è ancora nel nostro popolo la capacità di generare futuro? Dobbiamo purtroppo constatare che nei giovani sposi è presente un grande desiderio di generare, ma che esso viene non raramente mortificato dalla carenza di adeguate politiche familiari, dalla pressione fiscale ormai al limite del sopportabile, dalla mancanza e/o precarietà del lavoro. In una parola: in una cultura della disperazione. Vedete, miei cari fratelli e sorelle, come il mistero che oggi celebriamo abbia una grande eloquenza profetica: il Vangelo della speranza e della vita si contrappone alla minaccia della disperazione e della morte. Al centro di questo scontro sta Dio fattosi bambino; sta ogni bambino. O Dio della vita e fonte di speranza, libera il nostro popolo dall’incapacità di generare futuro: perché chi lo governa non comprende che fonte della speranza è la nascita di ogni bambino; perché a tanti bambini viene impedito di nascere; a tanti poveri di vivere nella dignità. Ridonaci la gioia della speranza; ridonaci la capacità di generare futuro. Amen.

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – PAPA BENEDETTO (2013)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2013/documents/hf_ben-xvi_hom_20130202_vita-consacrata.html

SANTA MESSA CON I MEMBRI DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E DELLE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA – NELLA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE IN OCCASIONE DELLA XVII GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato, 2 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle!

nel suo racconto dell’infanzia di Gesù, san Luca sottolinea come Maria e Giuseppe fossero fedeli alla Legge del Signore. Con profonda devozione compiono tutto ciò che è prescritto dopo il parto di un primogenito maschio. Si tratta di due prescrizioni molto antiche: una riguarda la madre e l’altra il bambino neonato. Per la donna è prescritto che si astenga per quaranta giorni dalle pratiche rituali, dopo di che offra un duplice sacrificio: un agnello in olocausto e una tortora o un colombo per il peccato; ma se la donna è povera, può offrire due tortore o due colombi (cfr Lv 12,1-8). San Luca precisa che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri (cfr 2,24), per evidenziare che Gesù è nato in una famiglia di gente semplice, umile ma molto credente: una famiglia appartenente a quei poveri di Israele che formano il vero popolo di Dio. Per il primogenito maschio, che secondo la Legge di Mosè è proprietà di Dio, era invece prescritto il riscatto, stabilito nell’offerta di cinque sicli, da pagare ad un sacerdote in qualunque luogo. Ciò a perenne memoria del fatto che, al tempo dell’Esodo, Dio risparmiò i primogeniti degli ebrei (cfr Es 13,11-16). E’ importante osservare che per questi due atti – la purificazione della madre e il riscatto del figlio – non era necessario andare al Tempio. Invece Maria e Giuseppe vogliono compiere tutto a Gerusalemme, e san Luca fa vedere come l’intera scena converga verso il Tempio, e quindi si focalizzi su Gesù che vi entra. Ed ecco che, proprio attraverso le prescrizioni della Legge, l’avvenimento principale diventa un altro, cioè la “presentazione” di Gesù al Tempio di Dio, che significa l’atto di offrire il Figlio dell’Altissimo al Padre che lo ha mandato (cfr Lc 1,32.35). Questa narrazione dell’Evangelista trova riscontro nella parola del profeta Malachia che abbiamo ascoltato all’inizio della prima Lettura: «Così dice il Signore Dio: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire … Egli purificherà i figli di Levi … perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia» (3,1.3). Chiaramente qui non si parla di un bambino, e tuttavia questa parola trova compimento in Gesù, perché «subito», grazie alla fede dei suoi genitori, Egli è stato portato al Tempio; e nell’atto della sua «presentazione», o della sua «offerta» personale a Dio Padre, traspare chiaramente il tema del sacrifico e del sacerdozio, come nel passo del profeta. Il bambino Gesù, che viene subito presentato al Tempio, è quello stesso che, una volta adulto, purificherà il Tempio (cfr Gv 2,13-22; Mc 11,15,19 e par.) e soprattutto farà di se stesso il sacrificio e il sommo sacerdote della nuova Alleanza.

Questa è anche  la prospettiva della Lettera agli Ebrei, di cui è stato proclamato un passo nella seconda Lettura, così che il tema del nuovo sacerdozio viene rafforzato: un sacerdozio – quello inaugurato da Gesù – che è esistenziale: «Proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). E così troviamo anche il tema della sofferenza, molto marcato nel brano evangelico, là dove Simeone pronuncia la sua profezia sul Bambino e sulla Madre: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te [Maria] una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34-35). La «salvezza» che Gesù porta al suo popolo, e che incarna in se stesso, passa attraverso la croce, attraverso la morte violenta che Egli vincerà e trasformerà con l’oblazione della vita per amore. Questa oblazione è già tutta preannunciata nel gesto della presentazione al Tempio, un gesto certamente mosso dalle tradizioni dell’antica Alleanza, ma intimamente animato dalla pienezza della fede e dell’amore che corrisponde alla pienezza dei tempi, alla presenza di Dio e del suo Santo Spirito in Gesù. Lo Spirito, in effetti, aleggia su tutta la scena della presentazione di Gesù al Tempio, in particolare sulla figura di Simeone, ma anche di Anna. E’ lo Spirito «Paraclito», che porta la «consolazione» di Israele e muove i passi e il cuore di coloro che la attendono. E’ lo Spirito che suggerisce le parole profetiche di Simeone e Anna, parole di benedizione, di lode a Dio, di fede nel suo Consacrato, di ringraziamento perché finalmente i nostri occhi possono vedere e le nostre braccia stringere «la sua salvezza» (cfr 2,30).

«Luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (2,32): così Simeone definisce il Messia del Signore, al termine del suo canto di benedizione. Il tema della luce, che riecheggia il primo e il secondo carme del Servo del Signore, nel Deutero-Isaia (cfr Is 42,6; 49,6), è fortemente presente in questa liturgia. Essa infatti è stata aperta da una suggestiva processione, a cui hanno partecipato i Superiori e le Superiore Generali degli Istituti di vita consacrata qui rappresentati, che portavano i ceri accesi. Questo segno, specifico della tradizione liturgica di questa Festa, è molto espressivo. Manifesta la bellezza e il valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la Vergine Maria, la Consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato, venuto a scacciare le tenebre dal mondo con l’amore di Dio. Cari fratelli e sorelle consacrati, tutti voi siete stati rappresentati in quel simbolico pellegrinaggio, che nell’Anno della fede esprime ancora di più il vostro convenire nella Chiesa, per essere confermati nella fede e rinnovare l’offerta di voi stessi a Dio. A ciascuno di voi, e ai vostri Istituti, rivolgo con affetto il mio più cordiale saluto e vi ringrazio per la vostra presenza. Nella luce di Cristo, con i molteplici carismi di vita contemplativa e apostolica, voi cooperate alla vita e alla missione della Chiesa nel mondo. In questo spirito di riconoscenza e di comunione, vorrei rivolgervi tre inviti, affinché possiate entrare pienamente in quella «porta della fede» che è sempre aperta per noi (cfr Lett. ap. Porta fidei, 1). Vi invito in primo luogo ad alimentare una fede in grado di illuminare la vostra vocazione. Vi esorto per questo a fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del «primo amore» con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il vostro cuore, non per nostalgia, ma per alimentare quella fiamma. E per questo occorre stare con Lui, nel silenzio dell’adorazione; e così risvegliare la volontà e la gioia di condividerne la vita, le scelte, l’obbedienza di fede, la beatitudine dei poveri, la radicalità dell’amore. A partire sempre nuovamente da questo incontro d’amore voi lasciate ogni cosa per stare con Lui e mettervi come Lui al servizio di Dio e dei fratelli (cfr Esort. ap. Vita consecrata, 1). In secondo luogo vi invito a una fede che sappia riconoscere la sapienza della debolezza. Nelle gioie e nelle afflizioni del tempo presente, quando la durezza e il peso della croce si fanno sentire, non dubitate che la kenosi di Cristo è già vittoria pasquale. Proprio nel limite e nella debolezza umana siamo chiamati a vivere la conformazione a Cristo, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo, la perfezione escatologica (ibid., 16). Nelle società dell’efficienza e del successo, la vostra vita segnata dalla «minorità» e dalla debolezza dei piccoli, dall’empatia con coloro che non hanno voce, diventa un evangelico segno di contraddizione. Infine, vi invito a rinnovare la fede che vi fa essere pellegrini verso il futuro. Per sua natura la vita consacrata è pellegrinaggio dello spirito, alla ricerca di un Volto che talora si manifesta e talora si vela: «Faciem tuam, Domine, requiram» (Sal 26,8). Questo sia l’anelito costante del vostro cuore, il criterio fondamentale che orienta il vostro cammino, sia nei piccoli passi quotidiani che nelle decisioni più importanti. Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cfr Rm 13,11-14) – restando svegli e vigilanti. San Cromazio di Aquileia scriveva: «Allontani da noi il Signore tale pericolo affinché mai ci lasciamo appesantire dal sonno dell’infedeltà; ma ci conceda la sua grazia e la sua misericordia, perché possiamo vegliare sempre nella fedeltà a Lui. Infatti la nostra fedeltà può vegliare in Cristo» (Sermone 32, 4). Cari fratelli e sorelle, la gioia della vita consacrata passa necessariamente attraverso la partecipazione alla Croce di Cristo. Così è stato per Maria Santissima. La sua è la sofferenza del cuore che forma un tutt’uno col Cuore del Figlio di Dio, trafitto per amore. Da quella ferita sgorga la luce di Dio, e anche dalle sofferenze, dai sacrifici, dal dono di se stessi che i consacrati vivono per amore di Dio e degli altri si irradia la stessa luce, che evangelizza le genti. In questa Festa, auguro in modo particolare a voi consacrati che la vostra vita abbia sempre il sapore della parresia evangelica, affinché in voi la Buona Novella sia vissuta, testimoniata, annunciata e risplenda come Parola di verità (cfr Lett. ap. Porta fidei, 6). Amen.

SAN JOSEMARÍA – QUELLA CROCE È LA TUA CROCE: QUELLA D’OGNI GIORNO

http://www.it.josemariaescriva.info/articolo/esaltazione-della-santa-croce-opus-dei

SAN JOSEMARÍA

TESTI DI SAN JOSEMARÍA

QUELLA CROCE È LA TUA CROCE: QUELLA D’OGNI GIORNO

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Lettera di San Paolo ai Filippesi, 2,6-11)

Intorno al 320 d. C, l’imperatrice Elena di Costantinopoli trovò la Vera Croce, la croce su cui morì Nostro Signore Gesù Cristo.
Molti anni dopo, nel 614, il re Cosroe II di Persia invase e conquistò Gerusalemme e portò via la Croce. Ma nel 628 l’imperatore Eraclio la recuperò e la portò di nuovo a Gerusalemme, il 14 settembre di quello stesso anno. La Croce fu portata attraverso la città dall’imperatore in persona. Da allora questo giorno è incluso nel calendario liturgico come festa dell’Esaltazione della Croce.
Nel celebrare la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, supplicasti il Signore, con tutte le fibre dell’anima, di concederti la sua grazia per “esaltare” la Croce Santa nelle tue facoltà e nei tuoi sensi… Una vita nuova! Un sigillo: per dare solidità all’autenticità del tuo messaggio…, tutto il tuo essere sulla Croce!
— Vedremo, vedremo.
Forgia, 517
Segno di vittoria
Nell’ambiente c’è una specie di paura della Croce, della Croce del Signore. Il fatto è che hanno incominciato a chiamare croci tutte le cose sgradevoli che accadono nella vita, e non sanno sopportarle con senso di figli di Dio, con visione soprannaturale. Tolgono persino le croci piantate dai nostri avi lungo le strade!
Nella Passione, la Croce ha cessato di essere simbolo di castigo, per divenire segno di vittoria. La Croce è l’emblema del Redentore: in quo est salus, vita et resurrectio nostra: lì è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione.
Via Crucis, II stazione, 5
Come una scultura
Ogni giorno un po’ di più — come quando si scolpisce una pietra o un pezzo di legno —, bisogna limare le ruvidezze, togliere i difetti della nostra vita personale, con spirito di penitenza, con piccole mortificazioni, che sono di due tipi: quelle attive — che noi cerchiamo, come piccoli fiori che raccogliamo durante la giornata —, e quelle passive, che vengono dall’esterno, e che ci costa accettare. Poi, Gesù provvede a ciò che manca.
— Che Crocifisso meraviglioso diventerai, se corrispondi con generosità, con gioia, completamente!
Forgia, 403
I veri ostacoli che ti separano da Cristo — la superbia, la sensualità…, si superano con la preghiera e la penitenza. E pregare e mortificarsi è anche occuparsi degli altri e dimenticarsi di se stessi. Se vivi così, vedrai che la maggior parte dei tuoi contrattempi spariranno.
Via Crucis, X stazione, 4
Una conquista
Questa accettazione soprannaturale del dolore è, al tempo stesso, la massima conquista. Gesù, morendo sulla Croce, ha vinto la morte: Dio suscita dalla morte la vita. Il contegno di un figlio di Dio non è quello di chi si rassegna a una tragica sventura, quanto piuttosto di chi si rallegra pregustando la vittoria. In nome dell’amore vittorioso di Cristo, noi cristiani dobbiamo percorrere tutti i cammini della terra per essere, con le parole e le opere, seminatori di pace e di gioia. Dobbiamo lottare in questa guerra di pace contro il male, l’ingiustizia, il peccato, proclamando che l’attuale condizione umana non è quella definitiva e che l’amore di Dio manifestato nel Cuore di Cristo otterrà il glorioso trionfo spirituale degli uomini.
È Gesù che passa, 168
Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso
Prima di cominciare a lavorare, metti sul tavolo o accanto ai tuoi attrezzi di lavoro, un crocifisso. Ogni tanto, lanciagli uno sguardo… Quando giungerà la fatica, i tuoi occhi si volgeranno a Gesù, e troverai nuova forza per proseguire nel tuo impegno. Perché quel crocifisso è più che il ritratto di una persona amata —i genitori, i figli, la moglie, la fidanzata…—; Egli è tutto: tuo Padre, il tuo Fratello, il tuo Amico, il tuo Dio, e l’Amore dei tuoi amori.
Via Crucis, XI stazione, 5
Con gioia
Ricordate le parole di Gesù: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Vedete? La croce ogni giorno. Nulla dies sine cruce!, non un giorno senza croce; non un giorno in cui non portiamo la croce del Signore, in cui non accettiamo il suo giogo. Proprio per questo, a suo tempo non ho mancato di ricordarvi che la gioia della Risurrezione è la conseguenza del dolore della Croce.
Tuttavia non abbiate timore, perché è lo stesso Gesù che ci dice: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero. San Giovanni Crisostomo commenta:”Venite a me, non perché voglia chiedervi conto delle vostre colpe, ma per liberarvi dai vostri peccati; venite a me, non perché io abbia bisogno della gloria che potete procurarmi, ma perché ho bisogno della vostra salvezza… Non abbiate timore se sentite parlare di giogo, perché esso è soave; non abbiate timore se vi parlo di peso, perché esso è leggero”.
Il cammino della nostra santificazione personale passa quotidianamente per la Croce: non è un cammino di infelicità, perché Cristo stesso ci aiuta, e lì dove è Lui non c’è posto per la tristezza. Mi piace ripetere: In laetitia, nulla dies sine cruce! Con l’anima penetrata di gioia, non un giorno senza croce.
È Gesù che passa, 176
La pazienza e la Croce
Nella seconda tentazione, quando il diavolo gli propone di gettarsi dall’alto del Tempio, Gesù rifiuta di nuovo di servirsi del suo potere divino. Egli non cerca la vanagloria, lo spettacolo, la commedia umana di chi pretende servirsi di Dio come scenario della propria eccellenza. Gesù vuole compiere la volontà del Padre senza affrettare i tempi né anticipare l’ora dei miracoli; vuole percorrere passo per passo il faticoso sentiero degli uomini, l’amabile cammino della Croce.
È Gesù che passa, 61
Quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine…
Possumus! [Mt 20, 22], possiamo vincere anche questa battaglia, con l’aiuto del Signore. Siate convinti che non è difficile trasformare il lavoro in un dialogo di preghiera (…). Perché ci pervade la certezza che Egli ci vede, mentre ci richiede continui superamenti: quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine, la perseveranza nel compimento del dovere quando sarebbe così facile interromperlo, il non rimandare a domani ciò che dobbiamo concludere oggi…, tutto per far piacere a Lui, a Dio nostro Padre! E magari, sul tavolo di lavoro o in un posto opportuno, che non richiama l’attenzione ma che a te serve da svegliarino dello spirito contemplativo, collochi il crocifisso, che per la tua anima e per la tua mente è il manuale da cui apprendi le lezioni di servizio.
Amici di Dio, n. 67
Perché tutti siano salvati
Dobbiamo far diventare vita nostra la vita e la morte di Cristo. Morire per mezzo della mortificazione e della penitenza, perché Cristo viva in noi per mezzo dell’Amore. E dunque seguire le orme di Cristo, con l’anelito di corredimere tutte le anime.
Dare la vita per gli altri. Soltanto così si vive la vita di Gesù Cristo e diventiamo una sola cosa con Lui.
Via Crucis, XIV stazione
Il Signore ci ha regalato la vita, i sensi, le facoltà, innumerevoli grazie: e noi non abbiamo il diritto di dimenticare che siamo degli operai fra i tanti, nel podere in cui egli ci ha collocati, per collaborare nel compito di procurare alimento agli altri. Il nostro posto è questo, entro questi limiti; qui dobbiamo spendere la vita ogni giorno con Lui, aiutandolo nella sua opera di redenzione.
Amici di Dio, 49
Se ti decidi ad avviarti per questi cammini contemplativi, ti sentirai immediatamente amico del Maestro, con il divino incarico di aprire i sentieri divini della terra a tutta l’umanità
Se ti decidi — senza singolarità, senza abbandonare il mondo, nel bel mezzo delle tue occupazioni abituali — ad avviarti per questi cammini contemplativi, ti sentirai immediatamente amico del Maestro, con il divino incarico di aprire i sentieri divini della terra a tutta l’umanità. Sì: con il tuo concreto lavoro contribuirai ad estendere il regno di Cristo in tutti i continenti. Una dopo l’altra si succederanno le ore di lavoro offerte per le nazioni lontane che si aprono alla fede, per i popoli orientali ai quali è barbaramente impedito di professare liberamente la religione, per i paesi di antica tradizione cristiana in cui sembra che la luce del Vangelo si sia offuscata e che le anime si dibattano nelle tenebre dell’ignoranza… in questo modo, che grande valore assume un’ora di lavoro, perseverare con impegno costante ancora per un po’, qualche minuto ancora, per terminare tutto bene! Stai trasformando, in modo semplice e pratico, la contemplazione in apostolato, come un’imperiosa necessità del cuore che batte all’unisono con il dolcissimo e misericordioso Cuore di Gesù, Signore nostro.

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO, Maria Pia Pagani, Bruno Forte, Vincenzo Bertolone, Blandina Schlömer

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/TEOLOGIA%20SIMBOLICA/VoltonascostoetrasfiguratodiCristo-Vcongresso.htm

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO

Atti dal V Congresso Internazionale sul Volto di Cristo
Pontificia Università Urbaniana
Roma 20-21 OTTOBRE 2001

IL VOLTO DI CRISTO NEL VOLTO DEI « FOLLI » DELLA RUSSIA CRISTIANA
Prof. Maria Pia Pagani

Nessuna nazione cristiana venera tanti santi cosiddetti « folli », come Russia. Nonostante le apparenze potessero facilmente trarre in inganno, l’anima dei santi ‘folli’ non era folle. Agli occhi dei devoti ortodossi essi erano i semplici di spirito che nella vita quotidiana rivelavano, nella dolorosa esperienza della malattia, della solitudine, dell’abbandono, dell’incomprensione e dello scherno, la costante presenza del Salvatore, il cui Volto si rifletteva sfumato nel volto di questi suoi testimoni sui generis. Casti e innocenti, avevano deciso di affrontare l’ardua prova della vita di stultus propter Christum conducendo un’esistenza nell’eccesso, nella provocazione, nel paradosso e nello scandalo – un ruolo assai complesso, questo, che li vide protagonisti di un’eccezionale spettacolo sacro nei monasteri, nelle corti, nelle piazze del paese. Liberi dagli istinti e dalle ambizioni terrene, essi proclamavano la beatitudine della povertà e della rassegnazione, il rifiuto del mondo del peccato e delle tentazioni. Nella loro assoluta indigenza essi volevano essere icone viventi del Volto nascosto di Cristo, trasfigurato da penitenza, stenti, insania – tutte caratteristiche che la pietà popolare considerava virtuosi segni di inequivocabile santità.
I santi ‘folli’ della Russia Cristiana testimoniarono in modo autentico e sincero il loro essere ‘in Cristo’ accettando con animo lieto di essere considerati degli insensati agli occhi del mondo, consapevoli di ottenere in tal modo il dono della vera fede e della totale libertà dello spirito. La loro demenza, infatti, era considerata uno stato di grazia, il segno della loro eccezionale vicinanza al Regno dei Cieli. Tuttavia il problema della distinzione tra follia e normalità è delicato e ricco di insidie che rendono difficile stabilire un ben delineato confine di distinzione tra il malato mentale, l’istrione e il santo.
La nudità dei santi « folli » era ambigua, agli occhi delle alte gerarchie ecclesiastiche ortodosse, poiché poteva alludere sia alla purezza dei semplici che alla tentazione diabolica.
Il fatto che il patronato dei santi « folli » e dei « giullari di Dio » della Russia Cristiana fosse affidato a due donne – S. Anastasia e S. Parasceve -, nel cui volto, secondo l’iconografia, si celavano i tratti del Volto di Cristo, apre una significativa riflessione su quella che, nella tradizione cristiana, fu la imitatio Christi femminile.
Uno dei primi santi « folli » della Russia Cristiana canonizzati dal metropolita Makarij nel sinodo del 1547 fu Maksim, che era particolarmente venerato a Mosca, la città in cui trascorse tutta la vita. La lezione presenta numerose altre figure di santi « folli ».

FACCIAMO QUI TRE TENDE. LA TRASFIGURAZIONE, BELLEZZA CHE SALVA IL MONDO
Mons. Bruno Forte
La Trasfigurazione è la porta della bellezza che non tramonta, entrata nella storia per essere per chiunque creda nella Parola fatta carne la bellezza che salva nel tempo e per l’eternità: « Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia » (Mt 17,4).
Un duplice dato evangelico aiuta a comprendere in che senso la bellezza rivelata sul Tabor e constatata nello stupore e nella gioia dall’Apostolo Pietro sia la via nuova e vivente che Cristo è venuto ad aprirci per andare al Padre. Il primo dato consiste nel fatto che il Pastore, che raccoglie le pecore nell’unità del Suo gregge, è presentato come il « bel Pastore », secondo l’esatta traduzione del testo greco evangelico. L’ora pasquale rivelerà il volto di questa bellezza nell’Uomo dei dolori che si consegna alla morte per amore nostro.
C’è però anche un altro dato evangelico che aiuta a riconoscere nella bellezza la via del Vangelo: la testimonianza, via preziosa per l’annuncio del Vangelo, è inseparabile dallo sfolgorio della bellezza negli atti del discepolo interiormente trasfigurato dallo Spirito: dove la carità si irradia, lì s’affaccia la bellezza che salva, lì è resa lode al Padre celeste, lì cresce l’unità dei discepoli dell’Amato, uniti a Lui come discepoli del Suo amore crocifisso e risorto. Alcuni testi del teologo russo Florenskij illuminano in maniera straordinaria questa lettura dell’episodio della trasfigurazione.
È dunque la rivelazione del Tabor che insegna a cogliere nella bellezza la via della salvezza donata dall’alto: essa educa a cogliere nella morte del Figlio di Dio nella tenebra del Venerdì Santo e nel Suo risorgere alla vita il frammento dove si è compiuta una volta per sempre l’irruzione del Tutto.

Il Volto Trasfigurato di Cristo
Dalla « VIA AMORIS » alla « VIA TRANSFIGURATIONIS »
P. Vincenzo Bertolone
Intento della lezione è ricordare le modalità per le quali l’uomo – creato ad immagine di Dio – è capax Dei e per mezzo della conoscenza dell’amore può realizzare questa metamorfosi trasfigurativa fino al punto di sentirsi « immortale, divino ed eterno ». È’ questa la sola dimensione che può dare un senso alla vita dell’uomo. L’uomo si eternizza e si divinizza perché tale è il sogno su di lui di Dio?Padre?Amore, rivelato in Cristo Gesù. E’ fondamentale cogliere il significato del termine amore perché l’uomo naufrago nel mare della pura possibilità vive in una società senza padre, senza memoria, senza senso della storia, senza dialogo, in pieno smarrimento nonostante la sete di autenticità, di spontaneità, di vera fede e di vero « amore ».
Dopo aver richiamato la terminologia attinente all’amore nelle varie sfumature, dalla cultura greca al mondo ebraico veterotestamentario e alla romanità cristiana, l’Autore si chiede: è possibile « semplificare » tutto ciò e tradurre con poche, umili ed essenziali parole, che cosa è « questo » amore divino? Mettendo al posto della parola « carità » la persona umano?divina di Gesù, tutto coincide perfettamente. Gesù è amore, è carità; Dio è amore, è carità. Cristo è l’icona di questo amore. Cristo Gesù è la « fotografia », la rappresentazione storica e visibile di questo amore. La carità?amore è Lui stesso.
Se l’agàpe è la risorsa, la via ed il « tèlos » della Chiesa e si identifica con Cristo stesso, Gesù, facendosi carne in noi attraverso il sacramento eucaristico, arriva a coinvolgere il nostro amore umano e il nostro cuore di carne e a convertirlo sempre più in amore verso i fratelli, nel cui volto ed attraverso gli occhi del nostro volto trasfigurato in Cristo, noi vediamo il Volto di Dio.
Il Volto di Cristo è icona trasparente di mistero, tanto in direzione della profondità di Dio, quanto in direzione antropologica.

LA BELLEZZA DEL VOLTO DI GESU’ O L’EVENTO DAL NOME « VERONICA »
Suor Blandina Schlömer
La studiosa del Volto di Manoppello descrive innanzitutto l’esperienza che, sin dall’infanzia, l’ha spinta a cercare l’immagine, non solo esteriore ma anche interiore, del Volto di Cristo, poi trovata nel Volto della Sindone, vera risposta alla sete di bellezza.
Dopo aver illustrato la parte avuta nella propria ricerca dall’esperienza mistica delle sante donne di Hefta Santa Matilde e Santa Gertrude – della quale cita significativi testi -, Suor Blandina richiama i lunghi studi condotti sul Volto Santo di Manoppello, da considerarsi la celebre « Veronica » romana che, dal 1527, non si conserva più nella basilica vaticana. Resasi conto che le proporzioni del Volto della Sindone e del Volto di Manoppello sono effettivamente equivalenti, ha cercato di individuarne i lineamenti interiori che ella ravvisa nella semplicità, nella riverenza e nell’innocenza. La sua conclusione è che, come autore della sua creazione e utilizzando le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia uno splendido capolavoro di questa « arte », non come opera delle sue mani, bensì, per così dire, nel suo ultimo passaggio, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale. Tutti noi, che crediamo esclusivamente come Tommaso, quando apriamo gli occhi sui Volti della Sindone e di Manoppello, possiamo effettivamente vedere il Signore.
Avvalendosi anche di richiami anche alla Novo Millennio Ineunte, nonché ai testi evangelici, Suor Blandina è convinta che il doppio Volto, della Sindone e della Veronica, da cui, in un certo senso, traspare il sorriso di Dio, possano anche esserci d’aiuto a ritrovare un nuovo accesso al cuore ed alla bellezza di Dio. Se veramente siamo i suoi figli, anche secondo la parola dell’Apostolo « …saremo chiamati figli di Dio, e lo siamo », così la sua bellezza sarà la nostra bellezza e sulla trama della nostra vita sarà visibile il Volto di Gesù.

“ LA (DOMENICA DELLA) TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE “

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/205/2015-02/28-150/altri104.doc.

(Catechesi mistagogica della II Domenica di Quaresima / B)

“ LA DOMENICA DELLA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE “

L’antifona d’ingresso (sal 26/27,8-9) ci invita a fissare il nostro sguardo sul volto del Signore, cercando rifugio presso di lui. Nelle prove e nei pericoli non perdiamoci d’animo, perché il Signore ci sostiene e ci infonde coraggio. Di fronte agli assalti dei nostri nemici spirituali non temiamo alcun male, perché i nostri cuori sono rivolti al Signore, luce, salvezza e difesa della nostra esistenza. Cerchiamo il Signore mentre si fa trovare; invochiamo il suo santo nome per essere salvati. Ricerchiamo il volto del Signore nostro Gesù Cristo nelle sacre scritture, nei divini misteri, nei suoi fratelli più piccoli, nell’attesa di vederlo così com’è (cf. 1 Gv 3,3) in paradiso. Rallegriamoci ed esultiamo nel riconoscere che siamo stati creati a immagine e somiglianza del volto di Dio. In questa quaresima contempliamo il volto di Cristo nella preghiera, “fondamento assoluto di ogni nostra azione pastorale” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 15).
La Colletta evidenzia la chiamata che il Padre ci rivolge ad ascoltare il suo amato Figlio (cf. Mc 9,7b), nutrendo la nostra fede con la sua Parola (cf. Rm 10,17), collirio spirituale che purifica gli occhi del nostro cuore (cf. Ap 3,18c), perché possiamo godere la visione beatifica della sua gloria (cf. 1 Cor 13,12b).
La Colletta alternativa sottolinea la bontà misericordiosa del Padre che non ha risparmiato il suo Figlio unigenito, ma lo ha dato per la nostra salvezza (cf. Rm 8,32). A Lui chiediamo di farci progredire nel pellegrinaggio della fede, che è ubbidienza alla sua rivelazione (cf. Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6; Dei verbum, 5), – sull’esempio di Abramo e di Maria (cf. Lumen gentium, 58) – perché seguiamo fedelmente le orme del suo Figlio ( cf. 2 Pt 2,21) per essere con lui trasfigurati nella luce della sua gloria (cf. Fil 3,21). Cristo, infatti, vuole condividere la sua gloria con noi battezzati nella sua morte e resurrezione.
L’autore del libro della Genesi (22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18) ha presentato il sacrificio di Isacco, figura della passione di Gesù, il Figlio unico del Padre. Abramo, nostro padre nella fede, si è reso disponibile alla divina chiamata con il suo “eccomi”. Dio gli chiede una prova di amore. Abramo, che già si era allontanato dalla sua casa e dalla sua terra, ora è invitato ad esprimere la sua fiducia in Dio distaccandosi dal possesso egoistico di Isacco, il figlio della promessa, dono divino avuto nella vecchiaia. Abramo è messo alla prova con la richiesta di sacrificare il figlio – unica possibilità per la discendenza promessa – sul monte Moira, identificato col monte di Gerusalemme, ove è costruito il tempio (cf. 2 Cr 3,1). Alla divina richiesta Mosè risponde salendo sul monte, immagine del cammino della fede, che conosce incertezze, dubbi, fallimenti, peccati. Come Abramo, abbiamo fiducia in Dio nelle vicende lieti e tristi o contraddittorie della vita, credendo fermamente nella sua Parola che è spirito e vita, parola che non delude. Abramo nella fede accoglie il misterioso progetto divino e per la sua obbedienza gli viene risparmiato il figlio. Il patriarca è veramente animato dal timore di Dio, che gli ridona il figlio Isacco, ricevuto di nuovo con riconoscenza, senza più considerarlo “proprietà privata”. Ora ha imparato a relazionarsi nel modo corretto col suo unico figlio, che rimanda al Dio amante della vita. Non a caso, egli, invece dell’agnello – simbolo del figlio – , offre in olocausto un ariete impigliato con le corna in un cespuglio – “simbolo della sua paternità bloccata” (S. Carotta). Si tratta di un sacrificio sostitutivo, al quale Dio stesso provvede. Il racconto genesiaco esprime la condanna del sacrificio umano ed esalta la fede ubbidiente di Abramo, che Dio benedice con una discendenza numerosa. Contempliamo la sapiente pedagogia di Dio che ci chiede di abbandonarci completamente nelle sue mani, riconoscendo che cose e persone sono dono gratuito del suo amore. L’amore compassionevole di Dio, che non permise al patriarca di sacrificare Isacco, si è manifestato in pienezza quando ha inviato il suo Figlio unigenito per la nostra salvezza.
Il salmo 115/116, 10.15-19 è una preghiera di ringraziamento, un rendimento di grazie al Signore che ci salva nelle afflizioni. Anche nelle tribolazioni e nella tristezza crediamo nel Signore, ai cui occhi è preziosa la morte dei suoi fedeli, i martiri, “perché la sua grazia vale più della vita” (sal 63,4). Riconosciamoci servi liberati dal Signore Gesù, che ha spezzato le catene del peccato e della morte con la sua beata passione. Pertanto, come Chiesa offriamo continuamente a Dio Padre il rendimento di grazie per eccellenza, il sacrificio eucaristico del Corpo e del Sangue del suo Figlio. Nutrendoci dell’Eucarestia, noi siamo in comunione con il Corpo e il Sangue di Gesù, che ci salva e ci colma di ogni grazia e benedizione celeste (cf. Prima Preghiera eucaristica, Anamnesi e offerta). Con tutto il popolo santo di Dio aderiamo a Lui in atteggiamento eucaristico, nell’attesa di cantare pienamente le sue lodi nella Gerusalemme del cielo.
L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani (8,31b-34) canta un inno all’amore di Dio verso di noi, che si è realizzato con il dono del suo Figlio Gesù. Dio è per noi, è dalla nostra parte e ci rende partecipi della sua fortezza. Colui che vorrebbe essere contro di noi – l’accusatore, l’avversario, il nemico infernale – è reso impotente. Gesù Cristo, che è morto e risorto per la nostra riconciliazione – salvezza – giustificazione, è il nostro avvocato (cf. 1 Gv 2,1-2) che intercede per noi peccatori presso il Padre, mediatore e garante della perenne effusione dello Spirito Santo, che è la remissione dei nostri peccati. Ringraziamo il Padre che con il suo Figlio ci ha elargito la pienezza del suo amore che ci salva.
L’evangelista Marco (9,2-10) narra la trasfigurazione dopo aver presentato la professione di fede di Pietro (8,27-30), il primo annuncio della passione (8,31-33) e le condizioni per seguire Gesù (8,34-38). Dopo che Pietro ha riconosciuto in Gesù il Cristo (8,29), Gesù si rivela come Messia sofferente, che “doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere” (8,31). Successivamente spiega le regole per essere suoi seguaci – discepoli: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (8,34). Dopo questo evento Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni – che staranno con lui nel Getsemani, alla vigilia della Passione – e li portò con sé su un alto monte, il Tabor, secondo la tradizione. Da soli, stanno in disparte. Gesù fu trasfigurato davanti a loro, ovvero la sua umanità lasciò trasparire in sé la sua gloria eterna e divina, anticipando la sua risurrezione. Qui rimbalza sulla sua umanità quella gloria che gli spettava di diritto, che possedeva nella sua preesistenza (cf. Gv 17,5), di cui volle privarsi per riceverla dal Padre come ricompensa per il sacrificio della sua croce (cf. Fil 2,6-11). Le vesti di Gesù trasfigurato diventano sfolgoranti di luce, bianchissime. Il colore bianco è proprio degli esseri celesti. Il riferimento dell’evangelista ai lavandai sottolinea la natura straordinaria della visione.
Appaiono Mosè – che rappresenta la legge – ed Elia – che rappresenta i profeti. Gesù viene a portare a compimento la legge e le profezie dell’AT. Mosè ed Elia conversano con Gesù della “sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Essi avevano visto la gloria del Signore sul monte (cf. Es 34,29-30; 1 Re 19,1-14), preannunciando le sofferenze del Messia (cf. Lc 24,27). Pietro prende la parola chiedendo a Gesù Maestro di rendere eterno questo momento di gloria per impedirgli l’ora della passione nella città santa. E’ davvero bella e dolce l’esperienza del Tabor e Pietro vorrebbe fare tre capanne, una per Gesù, una per Mosè e una per Elia. Questo indizio ci fa comprendere che la trasfigurazione avvenne durante la festa delle capanne; nel settimo giorno (cf. v.2) tutti si vestivano di bianco e il tempio si illuminava a festa. Gesù si manifesta, dunque, come la vera tenda e il tempio vero della divina presenza. Pietro è smarrito: non sapeva che cosa dire. Gli apostoli erano spaventati, provando timore dinanzi all’esperienza divina. Sopraggiunge una nube che li coprì con la sua ombra. E’ il segno della manifestazione di Dio (cf. Es 16,10; 40,38).
Per san Tommaso d’Aquino la nube è il simbolo dello Spirito Santo. Dalla nube esce la voce di Dio Padre che nel Battesimo aveva detto: “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,11). Ora il Padre accredita il Figlio dinanzi agli apostoli. Gesù è il Figlio prediletto del Padre che va ascoltato, il Vangelo, la Parola, l’inabitazione di Dio, la Verità e la Vita, la nostra potenza e sapienza.
L’identità di Gesù sarà riconosciuta ai piedi della sua croce dal centurione: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). La fede, che precede dall’ascolto della Parola di Dio, ci fa riconoscere il Messia in Gesù di Nazaret (cf Mc 8,29), il Figlio di Dio in colui che è stato messo in croce. Ascoltando e seguendo Gesù, entriamo in comunione con il Padre grazie al dono dello Spirito che ci fa riconoscere figli e fratelli in Gesù e con Gesù (cf. Rm 8,15). “Ascoltatelo “ è la via che porta alla gloria. Il Risorto ci illumina e ci trasfigura con la sua Parola, che ci dà forza nei giorni più bui del nostro pellegrinaggio terreno. In Gesù troviamo il Padre e ritroviamo noi stessi (cfr. GS 22a). Crediamo in Gesù ascoltandolo ogni giorno, perché in lui c’è la pienezza dell’amore divino che, rivelatosi sulla croce, viene effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Seguiamo Gesù trasfigurato, “luce da luce” (Credo), per camminare nella luce da figli della luce (cf. Rm 13,11-14). Improvvisamente gli apostoli rimangono soli con Gesù.
Ci basta Gesù! E’ ”il mediatore e la pienezza di tutta intera la rivelazione” (Dei verbum 2), la parola ultima e definitiva comunicata dal Padre all’umanità.
E’ terminata la visione del Signore trasfigurato, preludio pasquale, concessa agli apostoli perché comprendessero che “solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione” (Prefazio proprio: “La trasfigurazione, annuncio della beata passione” ). Gesù ordina agli apostoli di non riferire a nessuno l’esperienza vissuta, se non dopo la risurrezione dai morti. Essi custodiranno il segreto, interrogandosi sul senso della risurrezione dai morti. Lo Spirito Santo ci conduce alla comprensione del mistero pasquale di Gesù, la Vita che vince la morte, la Luce che vince le tenebre, il datore della vita nuova nello Spirito elargita ai credenti in Lui.
Gesù rimane in compagnia dei suoi apostoli, che sono chiamati a seguirlo e a disporsi “a vivere con Lui il momento doloroso della Passione, per giungere con Lui alla gioia della Risurrezione e a una vita trasfigurata dallo Spirito Santo” (Giovanni Paolo II, Rosarium virginis Mariae, 21).
Alla soglia della vita pubblica di Gesù ci fu il battesimo (Mc 1,9-11), che manifestò il mistero della nostra pasqua battesimale; alla soglia della Pasqua ci fu la trasfigurazione, la quale ci ricorda che “la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,20-21), evidenziando anche la necessità di “attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (At 14,22). La trasfigurazione, in sintesi, intende rafforzare la fede degli apostoli nell’imminenza della passione del Divino Maestro. La salita sul Tabor prepara la salita sul Calvario. “Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo Corpo contiene e irradia nei sacramenti: <<la speranza della gloria>> (Col 1,27)” [CCC 568].
Ringraziamo Gesù per i momenti di Tabor che ci concede, cioè per le ore di grazia che ci danno la forza per non smarrirci nell’ora del nostro Calvario. L’Eucarestia è il nostro Tabor, il luogo in cui Gesù ci conduce per farci contemplare la sua gloria sotto le specie eucaristiche del pane e del vino consacrati (cf. SC, 7). Accostandoci al convito eucaristico del Corpo e del Sangue di Cristo, il Padre ci trasforma a immagine della sua gloria mediante l’effusione dello Spirito Santo (cf. 2 Cor 3,18; Prefazio II dell’Eucarestia).
San Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta le sorgenti cristologico – trinitarie della vita consacrata a partire dall’icona di Cristo trasfigurato (nn. 14-19). Gesù ha stabilito un rapporto particolare con alcuni suoi discepoli, rendendoli partecipi della sua stessa forma di vita (VC 14) per essere nella Chiesa e nel mondo memoria vivente del suo modo di esistere e di agire di fronte al Padre e di fronte ai fratelli (VC 22). A fondamento della vocazione alla vita consacrata c’è “un’ esperienza singolare della luce che promana dal Verbo incarnato” (VC 15). Afferrati, toccati e conquistati dalla divina bellezza, i consacrati possono esclamare con Pietro: “Signore, è bello per noi stare qui!” (Mt 17,4), dedicandosi a Lui, che diventa il tutto della loro esistenza. E’ il Padre che prende l’iniziativa di attirare al suo Figlio “una sua creatura con uno speciale amore e in vista di una speciale missione” (VC 17).
Dicendo “ascoltatelo”, egli invita i consacrati ad accogliere il mistero di Cristo (VC 16) per riprodurne in sé i tratti caratteristici – la verginità, la povertà, l’ubbidienza – e conformare a Lui la propria vita. Le persone consacrate, chiamate dal Padre, si pongono sulle orme di Cristo “per vivere in intimità con Lui e seguirlo dovunque Egli vada” (VC 18). La vita consacrata comporta una speciale vocazione e un particolare dono dello Spirito Santo (VC 14), che rende i consacrati persone cristiformi, “prolungamento nella storia di una speciale presenza del Signore Risorto” (VC 19). Lo Spirito Santo fa sentire l’attrazione dell’amore divino, suscitando nei consacrati il desiderio di rispondere pienamente alla chiamata del Padre, “configurandoli a Cristo casto, povero e obbediente e spingendoli a far propria la sua missione” (VC 19).
“A questa «icona» si riferisce tutta un’antica tradizione spirituale, quando collega la vita contemplativa all’orazione di Gesù «sul monte». Ad essa possono inoltre ricondursi, in qualche modo, le stesse dimensioni «attive» della vita consacrata, giacché la Trasfigurazione non è solo rivelazione della gloria di Cristo, ma anche preparazione ad affrontarne la croce. Essa implica un «ascendere al monte» e un «discendere dal monte»: i discepoli che hanno goduto dell’intimità del Maestro, avvolti per un momento dallo splendore della vita trinitaria e della comunione dei santi, quasi rapiti nell’orizzonte dell’eterno, sono subito riportati alla realtà quotidiana, dove non vedono che «Gesù solo» nell’umiltà della natura umana, e sono invitati a tornare a valle, per vivere con lui la fatica del disegno di Dio e imboccare con coraggio la via della croce” (VC 14) .
L’orazione sulle offerte ci fa chiedere al Padre misericordioso di concederci in virtù dell’offerta del sacrificio eucaristico il perdono dei nostri peccati (cf. Mt 26,28), la santificazione del corpo e dello spirito (cf. 1 Ts 5,23), perché possiamo celebrare le feste pasquali in maniera degna.
Nell’antifona alla Comunione l’assemblea dei fedeli – che si accosta processionalmente alla mensa eucaristica – canta le parole che il Padre rivolge ai discepoli, udite nella proclamazione del Vangelo: “Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Mt 17,5). Ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore, prendiamo parte all’evento di grazia vissuto dai tre discepoli prediletti che odono il Padre e contemplano il Cristo trasfigurato sul Tabor.
Nell’orazione dopo la Comunione ringraziamo Dio che nella partecipazione ai suoi gloriosi misteri “a noi ancora pellegrini sulla terra fa pregustare i beni del cielo”. I discepoli quaggiù videro la gloria della Divinità che sfolgorò sul volto di Cristo. Noi quaggiù riconosciamo Cristo nel pane eucaristico, pane del cammino e farmaco dell’immortalità, ascoltando la voce del Padre che nell’intimità del cuore continua a indicarci il suo Figlio prediletto – che agisce come suo Servo nella Passione – perché lo ascoltiamo, essendo l’oggetto del suo compiacimento (cf. Direttorio omiletico n. 68).

Publié dans:FESTE DEL SIGNORE |on 6 août, 2015 |Pas de commentaires »

PAOLO DI TARSO E MARIA DI NAZARET – STEFANO DE FIORES, SMM

http://www.stpauls.it/madre/1003md/1003md08.htm

PAOLO DI TARSO E MARIA DI NAZARET

STEFANO DE FIORES, SMM

Si affronta in questo testo, un vero saggio, la dottrina dell’Apostolo per la mariologia.

È raro trovare l’accostamento di Paolo di Tarso a Maria di Nazaret, due figure bibliche senza evidente legame o necessario richiamo. Basti consultare il Dizionario di Paolo e delle sue lettere (G.F. Hawthorne, C.R. Martin e D. Reid, a cura di R. Penna, San Paolo 2000, pp. 1.886, € 61,97), per accorgersi che il nome di Maria è completamente ignorato, anche come donna che ha generato il Figlio di Dio (Gal 4,4), passo saltato perfino nella voce Lettera ai Galati.
A prima vista sembra che in realtà non ci sia niente di comune tra i due personaggi di rilievo nella Chiesa delle origini. Paolo è il missionario teologo, l’apostolo delle genti e il rappresentante di un cristianesimo libero dalla legge di Mosè e aperto all’ellenismo; Maria è una donna tenuta in grande considerazione come madre di Cristo, ma professante come Pietro e Giacomo un giudeo-cristianesimo fedele alle prescrizioni legali in seno alla comunità di Gerusalemme.
Eppure il legame tra Paolo e Maria esiste, dal momento che dobbiamo all’Apostolo il primo testo del Nuovo Testamento dove si parla di Cristo come «nato da donna» (Gal 4,4). Riflettendo sul piano della salvezza e in particolare sull’incarnazione, Paolo non può fare a meno di riferirsi a quella donna d’Israele che ha generato il Messia.
Il quadro normativo per l’annuncio di Maria nella Chiesa. Come è risaputo, i discorsi kerigmatici di Pietro (At 2,14-39; 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32; 10,34-46) e di Paolo (At 13,16-30; 17,22-31), mirano a comunicare il contenuto essenziale della storia della salvezza: Cristo morto e risorto. Solo una volta si fa riferimento all’attività sanatrice ed esorcistica di Gesù dopo il battesimo di Giovanni (At 10,38) e solo una volta si menziona la discendenza davidica di Cristo: «Dalla discendenza di lui [Davide], secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore» (At 13,23).
In questa prima fase non si nomina mai Maria. La ragione di questo silenzio sulla Madre di Gesù è comprensibile: essa rientra nel più vasto silenzio circa l’intero arco della vicenda storica di Cristo (che sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti), perché il centro d’interesse degli apostoli è l’annuncio del mistero pasquale.
Paolo rompe il silenzio su Maria offrendo in Gal 4,4 la più antica testimonianza mariana del Nuovo Testamento, che risale al 49 o al massimo al 57 dopo Cristo, cioè una ventina d’anni dopo l’Ascensione.
Occasione della lettera ai Galati è l’infiltrazione nelle comunità della Galazia in Asia Minore (attuale Turchia) di alcuni cristiani giudaizzanti, che insegnavano la validità della legge giudaica per nulla abolita da Cristo. A questi Paolo oppone il suo Vangelo, ossia la salvezza mediante la fede in Cristo. Da autentico teologo, Paolo pone il dilemma: chi ci salva, Cristo o la legge? Se la salvezza viene dalla legge, allora «Cristo è morto invano» (Gal 2,21). Ma se Cristo è il salvatore, allora la legge perde la sua funzione e necessità, sicché le genti possono credere ed essere battezzate senza passare dall’obbedienza alle prescrizioni mosaiche. Con questa soluzione, che raccoglie l’accordo degli apostoli e comunità, il cristianesimo cessa di essere un semplice gruppo ebraico (pur mantenendone la fede monoteistica e la profonda spiritualità), e diviene una comunità universale.
In tale contesto polemico contro i giudaizzanti, Paolo introduce il testo di alto interesse cristologico in cui si fa menzione «tangenzialmente e in forma anonima» di Maria, la «donna» dalla quale nacque Gesù: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4).
Nonostante la sua laconicità, tale testo è considerato di altissimo interesse mariano, quasi «una mariologia in germe», in quanto «nucleo germinale» aperto «alle successive acquisizioni del Nuovo Testamento».
Lo storico dei dogmi mariani Georg Söll giunge ad affermare: «Dal punto di vista dogmatico l’enunciato di Gal 4,4 è il testo mariologicamente più significativo del NT, anche se la sua importanza non fu pienamente avvertita da certi teologi di ieri e di oggi. Con Paolo ha inizio l’aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediante l’attestazione della divina maternità di Maria e la prima intuizione di una considerazione storico-salvifica del suo significato».
L’importanza del testo paolino è data dal fatto che esso ha una struttura trinitaria ed insieme storico-salvifica.
Paolo ricorre chiaramente allo schema di invio. Il soggetto della frase è il Padre, che determina la pienezza del tempo, cioè il tempo propizio alla salvezza dopo il periodo di sudditanza e di maturazione (Gal 4,1-2), e decide l’invio di suo Figlio. Questi, che preesiste per poter essere inviato, viene nel tempo secondo due modalità e finalità intimamente connesse e contrapposte: nasce in condizione di fragilità (nato da donna) edi schiavitù (nato sotto la legge) in vista della liberazione dalla schiavitù (per riscattare coloro che erano sotto la legge) e del dono della figliolanza divina reso possibile dallo Spirito (perché ricevessimo l’adozione a figli, Gal 4,6).
Maria è la donna che inserisce il Figlio di Dio nella storia in una condizione di abbassamento, ma ella è situata nella pienezza del tempo e si trova coinvolta nel disegno storico-salvifico della trasformazione degli uomini in figli di Dio.
Nei due versetti (Gal 4,4-6) sono presenti le persone della Trinità in un orizzonte storico-salvifico, sicché si può giustamente osservare che la donna da cui nasce Cristo è incomprensibile al di fuori della sua relazione con le tre persone divine e con la storia della salvezza.
Il «mistero» della donna in Gal 4,4ss è totalmente inserito in un disegno cristologico-trinitario-ecclesiale e posto a garanzia dell’effettiva libertà dei figli di Dio.
La donna, di cui non si menziona neppure il nome, è interamente al servizio dell’evento salvifico che impegna la Trinità intera ed è a vantaggio di tutti gli uomini.
Potremmo dire che Maria è coinvolta nel «complotto» di Dio, meglio nel suo misterioso e sorprendente «disegno», per la salvezza degli esseri umani: «[Maria] è colei che porta in sé Gesù Cristo; ma non vuole conservarlo per sé, perché infine è colei che lo porta al mondo: in questo senso partecipa – come la Chiesa – a quello che si potrebbe chiamare il « complotto » di Dio per salvare il mondo, e si può celebrarla come quella che ha introdotto segretamente tra gli uomini il Cristo, nel quale il regno di Dio è presente».
Il genere paradossale per parlare della Madre di Cristo. Nello stesso breve passo di Gal 4,4 Paolo ricorre al genere paradossale, a lui caro (1Cor 1,21-31; 2Cor 5,21; 8,9; Rm 8,3-4), mettendo insieme realtà contrastanti (paradosso, dal greco pará dóxa = a lato dell’opinione): schiavitù-redenzione, fragilità-figliolanza divina. Esiste in realtà un rapporto antitetico tra la modalità con cui il Figlio di Dio si presenta al mondo e la finalità della stessa sua venuta.
In pratica Paolo applica all’invio del Verbo nella condizione umana la legge storico-salvifica dell’abbassamento-esaltazione che lega la prima alleanza al definitivo Testamento.
Il ribaltamento delle sorti è il messaggio del libro di Ester, dove questa è intronizzata e Vasti ripudiata, Mardocheo è esaltato e Amman ucciso. Soprattutto nel Servo di JHWH si realizza l’antitesi abbassamento-esaltazione: egli è umiliato con la persecuzione e la sofferenza, ma poi viene «esaltato e molto innalzato» (Is 50,6; 52,13).
Quando la comunità cristiana cerca un principio che renda comprensibile la vicenda di Gesù, lo trova nello schema del giusto sofferente ed esaltato. In questa linea si svolge il celebre inno cristologico pre-paolino di Fil 2,6-11, dove si passa dalla fase di umiliazione che raggiunge il climax nella morte di croce all’esaltazione di Gesù come Signore.
Di fronte al testo di Paolo sorgono spontaneamente alcuni interrogativi: come può Cristo «sottomesso alla legge» liberare quanti attendono di esserne affrancati? E come può un «nato da donna» come tutti gli esseri umani conferire la dignità di figli di Dio?
Paolo non scioglie questi enigmi, ma lascia aperto il discorso circa il modo con cui Cristo viene al mondo (per es. verginalmente e nella potenza dello Spirito, come specificheranno i Vangeli dell’infanzia) o è sottoposto alla legge (cioè volontariamente, senza essere obbligato). Il discorso rimane aperto anche circa il tempo, quando si passerà dall’umiliazione all’esaltazione; tale passaggio avverrà sicuramente per Paolo nel mistero pasquale, ma nel passo di Gal 4,4 esso rimane implicito.
Maria è accomunata alla kenosi del Figlio, cioè alla sua incarnazione in stato di svuotamento e di debolezza, di cui lei diviene elemento indispensabile.
Quattro secoli più tardi Agostino riconoscerà in Maria la madre della «debolezza» di Cristo, «non della sua divinità», avendolo generato nella condizione umana. Del resto gli studi biblici e teologici nel Novecento contestualizzeranno la Vergine di Nazaret nella storia spirituale del suo popolo piccolo, disprezzato e calpestato dalle grandi potenze. Ella fa parte dei «poveri di JHWH», apice spirituale d’Israele, come donna in ascolto di Dio che si rivela, al quale fa il dono totale di sé.
Pur avendo generato il Signore dell’universo, ella conduce una vita senza privilegi terreni, in situazione di povertà e di assenza di qualsiasi potere e influsso. La sua suprema kenosi è raggiunta sul Calvario quando sperimenta la spada del dolore. Tuttavia il principio kenotico «sarebbe monco e incompleto qualora non venisse attribuita alla Madre di Gesù anche la sua necessaria conseguenza che è l’esaltazione».
La kenosi di Cristo, cui partecipa Maria, non è che il primo pannello di un dittico che contempla anche la condizione glorificata di entrambi. Il theologumeno storico-salvifico dell’abbassamento-esaltazione che la Vergine applica alla sua vicenda nel Magnificat (Lc 1,47-48), può tradursi oggi con emarginazione-promozione, passività-inserimento attivo nella storia, vuoto di valori-pienezza di significato: Dio ha trasformato la sua insignificanza in momento di salvezza messianica. L’immagine kenotica di Maria controbilancia la tendenza glorificatrice di lei, che la privava della sua consistenza concreta di donna inserita nella storia dell’ebraismo, giungendo ad una certa disumanizzazione della sua figura.

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