Archive pour la catégorie 'SANTI'

IL RAPIMENTO MISTICO DI SAN PAOLO NELL’INTERPRETAZIONE DI SAN BONAVENTURA E DEI SUOI MAESTRI

https://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/il-rapimento-mistico-di-san-paolo-nellinterpretazione-di-san-bonaventura-e-dei-suoi-maestri.html

IL RAPIMENTO MISTICO DI SAN PAOLO NELL’INTERPRETAZIONE DI SAN BONAVENTURA E DEI SUOI MAESTRI

Creato: 17 Giugno 2009

Pubblichiamo stralci di una delle relazioni tenute al 57 Convegno di studi bonaventuriani a Bagnoregio.
di Aleksander Horowski
Istituto Storico dei Cappuccini, Roma

Il rapimento di san Paolo al terzo cielo, testimoniato dallo stesso apostolo in modo piuttosto fugace nella Seconda lettera ai Corinzi (12, 1-4), affascinò i Padri della Chiesa e i teologi medievali in modo tale da diventare per loro non solo modello di ogni rapimento mistico, ma in qualche misura anche della visione beatifica e, in generale, della visione di Dio che l’uomo può avere nella vita terrena.
Le basi della riflessione su questo fenomeno furono poste – nell’ambito della teologia latina – da sant’Agostino, che dedicò gran parte del libro xii del De genesi ad litteram alla spiegazione di quelle poche righe in cui san Paolo svela la sua straordinaria esperienza.
Agli albori della grande scolastica medievale il rapimento di Paolo non trova ancora un posto fisso nei trattati di teologia, ma appare piuttosto nei commenti biblici. Tuttavia, all’inizio del xIII secolo appaiono ormai diverse questioni disputate dedicate ex professo a questo tema.
Nei commenti alle Sentenze il tema appare accidentalmente e non in tutti i teologi. Anche nel Commento di Bonaventura i riferimenti al rapimento sono pochissimi. Eppure, per il Dottor Serafico era un tema importantissimo, come dimostrano le Collationes in Hexaëmeron in cui intendeva presentare una visione globale della conoscenza umana, un vero e proprio cammino verso la sapienza cristiana, organizzato in sei gradi ascendenti, costituiti da sei visioni, corrispondenti ai sei giorni della creazione. Secondo il progetto, il rapimento mistico avrebbe costituito l’oggetto della sesta visione, sostenuta dai cinque gradi precedenti, inclusa la profezia (la visione del quinto giorno). Ma, conclusa la quarta visione, quella della contemplazione, Bonaventura – a causa della nomina cardinalizia e dell’incarico di preparare il secondo concilio di Lione – dovette interrompere i suoi discorsi, che rimasero incompiuti. Ciò nonostante le anticipazioni pertinenti il rapimento che il Dottor Serafico disseminò lungo le Collationes in Hexaëmeron sono molto importanti per lo studio di questo argomento, specie se lette alla luce di quanto afferma nelle altre opere mistico-spirituali.
Sembra inoltre che si possa attribuire a Bonaventura anche un documento autografo – conosciuto come manoscritto 186 del Sacro Convento di Assisi, Fondo Antico Comunale – contenente almeno due questioni disputate dal Dottor Serafico: una De prophetia e un’altra De raptu. Si è pensato così di poter quasi completare o ricostruire la sezione mancante delle Collationes in Hexaëmeron. Un tentativo fu compiuto in parte da Joseph Ratzinger, che si servì della questione De prophetia – o piuttosto di ampi brani di essa – nella trascrizione parziale di Bruno Decker. In seguito, però, la paternità bonaventuriana del manoscritto fu contestata.
Uno dei possibili campi di ricerca è quello dell’influsso dei primi maestri francescani sul concetto del raptus Pauli in Bonaventura. L’esplorazione del pensiero di Alessandro di Hales e di Giovanni de La Rochelle apre infatti la strada a una rilettura approfondita dei testi bonaventuriani sul rapimento mistico di Paolo.
Alessandro di Hales dedica alla straordinaria esperienza mistica di Paolo un’apposita questione disputata, anteriore al suo ingresso tra i francescani nel 1236. Altro materiale si trova sparso nella sua Glossa alle sentenze e in diverse questioni disputate (antequam e postquam) e testimonia non solo che tale tema non fu periferico o marginale per Alessandro, ma ci permette inoltre di intravvedere una certa evoluzione di alcuni aspetti del suo pensiero.
Nelle sue analisi il Doctor Irrefragabilis presta molta attenzione all’analisi psicologica del rapimento mistico, cercando di definire precisamente quale sia l’attività delle potenze dell’anima in questo fenomeno. L’argomento viene sviscerato a partire da diverse prospettive: il legame tra il rapimento e la visione; la relazione tra la visione nel rapimento e la visione beatifica; la distinzione tra la visione nel rapimento e gli altri fenomeni spirituali (la profezia, la contemplazione, il torpore e l’estasi); la sottolineatura dell’aspetto « violento » del raptus; l’inserimento della riflessione sul rapimento paolino nel contesto della storia della salvezza (il progresso della conoscenza); l’analogia tra la visione paolina e quella degli angeli della terza gerarchia; il rapporto tra il rapimento di Paolo e le teofanie concesse a Mosè.
Giovanni de La Rochelle (morto nel 1245) stese un ampio commento a tutto il corpus paulinum, che è conosciuto anche con il titolo: Summa super epistolas sancti Pauli. Di questa opera esegetica si sa ancora molto poco.
Il commento del rupellense adotta una struttura tipica per l’esegesi scolastica della sua epoca. I suoi elementi fondamentali, nel caso del dodicesimo capitolo della Seconda lettera ai Corinzi, sono: la divisio textus, la expositio e le quaestiunculae. Queste ultime sono ben diciassette nella parte relativa all’esposizione dei versetti 1-2 e soltanto due per i versetti successivi.
Entrando nel merito, si nota soprattutto che secondo Giovanni de La Rochelle Paolo sperimentò il rapimento per due volte e sulla base di questi due eventi mistici egli stabilì la fondamentale distinzione tra due tipi di rapimento. Il primo, avvenuto sulla via per Damasco (cfr. Atti, 9, 3-9), viene definito come rapimento al terzo cielo, pertinente all’estasi oppure all’eccesso della conoscenza. Esso è anche relazionato alla visione delle cose ignote e all’intelligenza della profondità delle realtà divine. Il secondo rapimento, realizzatosi nel tempio di Gerusalemme (cfr. Atti, 22, 17), viene definito come rapimento al paradiso, e sarebbe relativo a un altro tipo di estasi, ossia all’eccesso di affetto. Questo secondo tipo di rapimento si riferisce ai misteri che vengono svelati mediante le figure. I versetti 1-2 del capitolo XII della Seconda lettera ai Corinzi sarebbero quindi in relazione al primo rapimento di Paolo, mentre i versetti 3-4, al secondo. Il primo rapimento viene descritto, secondo il rupellense, sotto quattro aspetti: la condizione, il tempo, il modo e il luogo (terminus).
Si può dire che Bonaventura ereditò dai primi maestri della scuola francescana vari elementi della dottrina sul rapimento mistico di san Paolo. Di Alessandro di Hales, per esempio, utilizza gli approfondimenti sull’ancoraggio storico-salvifico della teologia. Nella teologia dell’halensis, infatti, il rapimento paolino viene inserito nel contesto della progressiva crescita della conoscenza umana su Dio, realizzatasi nella storia della salvezza scandita dalle rivelazioni concesse nel rapimento mistico ad Adamo, all’apostolo Paolo e all’evangelista Giovanni, corrispondenti ai tre stadi della Chiesa.
Queste intuizioni trovarono un meraviglioso sviluppo nel pensiero di Bonaventura, specialmente nelle sue successive sintesi sulla conoscenza mistica e spirituale: nel Breviloquium, nell’Itinerarium mentis in Deum, nelle Collationes in Hexaëmeron, Paolo diventa modello e maestro per eccellenza delle diverse forme della conoscenza di Dio, gerarchizzate come una scala che porta l’uomo verso l’unione con il suo Creatore.
Da Giovanni de La Rochelle il Dottor Serafico attinge alcune intuizioni sui due tipi di rapimento mistico, che gli permettono di elaborare una propria teoria del rapporto tra il raptus e l’extasis, tra l’aspetto intellettuale e affettivo della conoscenze mistica. Alla luce della dottrina dei suoi predecessori, il pensiero di Bonaventura apre di fronte agli studiosi nuove prospettive di lettura e di reinterpretazione.
(L’Osservatore Romano – 18 giugno 2009)

DAL « TRATTATO SULLA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI » – SANT’AGOSTINO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2009/Riv0509/Riv0509_03.htm

DAL « TRATTATO SULLA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI » – SANT’AGOSTINO

(VII, 1. 7. 9; PL 35, 2029. 2032. 2033. 2034)

Se non volete morire bevete la carità
Questo mondo appare a tutti i fedeli, che sono in cammino verso la patria, come appariva il deserto al popolo d’Israele. Se ne andavano vagabondi alla ricerca della patria; ma non potevano smarrirsi perché erano sotto la guida di Dio. La strada per loro fu il comando di Dio. Furono raminghi per quarant’anni, ma il loro viaggio si sarebbe potuto compiere in pochissime tappe, tutti lo sappiamo. Veniva rallentata la loro marcia, perché erano messi alla prova, non perché fossero abbandonati. Quello che Dio ci promette, è una dolcezza ineffabile, un bene, come dice la Scrittura e come sovente udiste dalle nostre parole, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9; Is 64, 4). Siamo messi alla prova dagli affanni terreni e riceviamo esperienza dalle tentazioni della vita presente.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato. (GV 13,34)
Ma se non vogliamo morire assetati in questo deserto, beviamo la carità. E’ la sorgente che il Signore volle far sgorgare quaggiù, perché non venissimo meno lungo la strada: ad essa attingeremo con maggiore abbondanza, quando saremo giunti alla patria. « In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi » (1 Gv 4, 9).
Siamo esortati ad amare Dio. Lo potremmo amare, se egli non ci avesse amati per primo? Se fummo pigri nell’intraprendere l’amore, non siamo pigri nel ricambiare l’amore! Egli ci ha amato per primo e in un modo tale come neppure noi sappiamo amare noi stessi. Amò dei peccatori, ma tolse il loro peccato: sì, amò dei peccatori, ma non li radunò in una comunità di peccato. Amò degli ammalati, ma li visitò per guarirli. « Dio, dunque, è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui » (1 Gv 4, 8. 9).
Allo stesso modo il Signore disse: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13); e, in quella circostanza, fu verificato l’amore di Cristo verso di noi, perché egli morì per noi. Ma l’amore del Padre verso di noi, in quale cosa ebbe la sua verifica? Nel fatto che mandò l’unico suo Figlio a morire per noi. L’Apostolo dice appunto: « Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32). « Egli ha mandato il suo Figlio, come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4, 10), quindi come espiatore, come sacrificatore. Offrì un sacrificio per i nostri peccati. Dove trovò l’offerta, dove trovò la vittima pura che voleva immolare? Non trovò altri all’infuori di sé, e si offerse. « Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri » (1 Gv 4, 11).
Da questo sappiamo d’aver conosciuto Cristo: se osserviamo i suoi comandamenti. (GV 13, 35)
Però, fratelli miei, quando parliamo di carità vicendevole dobbiamo guardarci dall’identificarla con la pusillanimità o con un’inerte passività. Avere la carità non significa certo essere imbelli e corrivi. Non pensate che la carità possa esistere senza una certa bontà o addirittura senza alcuna bontà. La carità autentica non è certo questo. Non credere di amare il tuo domestico unicamente per il fatto che gli risparmi la meritata punizione, o che vuoi bene a tuo figlio solo perché lo lasci in balia di se stesso, o che porti amore al prossimo solo perché non gli fai nessuna correzione. Questa non è carità, ma mollezza. La carità è una forza che sollecita a correggere ed elevare gli altri. La carità si diletta della buona condotta e si sforza di emendare quella cattiva. Non amare l’errore, ma l’uomo. L’uomo è da Dio, l’errore dall’uomo. Ama ciò che ha fatto Dio, non ciò che ha fatto l’uomo. Se ami veramente l’uomo lo correggi. Anche se talvolta devi mostrarti alquanto duro, fallo proprio per amore del maggior bene del prossimo.

Publié dans:SANT'AGOSTINO, Santi - scritti |on 5 mars, 2018 |Pas de commentaires »

SAN NICOLA DI BARI O DI MIRA – 6 DICEMBRE (M)

http://it.cathopedia.org/wiki/San_Nicola_di_Bari

SAN NICOLA DI BARI O DI MIRA – 6 DICEMBRE (M)

(Pàtara di Licia, 270 ca.; † Myra, 6 dicembre 343) è stato un vescovo turco di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatolica della Turchia), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane.
Noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno e san Niccolò, è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine alla moderna leggenda di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale[1].

San Nicola di Bari o di Mira (Pàtara di Licia, 270 ca.; † Myra, 6 dicembre 343) è stato un vescovo turco di Myra in Licia (oggi Demre, nella parte anatolica della Turchia), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane.
Noto anche come san Nicola di Myra, san Nicola Magno e san Niccolò, è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine alla moderna leggenda di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale[1].
Indice [nascondi]
1 Biografia
2 La traslazione delle spoglie a Bari
3 La traslazione veneziana
4 Iconografia
5 Culto e tradizione
6 Galleria fotografica
Biografia
San Nicola nacque probabilmente a Pàtara di Licia, tra il 260 ed il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti. Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che impiegò per aiutare i bisognosi. Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio.
Un’altra tradizione non fa riferimento alle figlie del ricco decaduto, ma narra che Nicola, già vescovo resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Anche per questo episodio san Nicola è venerato come protettore dei bambini.

San Nicola di Mira, protettore dell’Eparchia di Lungro
In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino I nel 313 e riprese l’attività apostolica. Non è certo se sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l’eresia dell’arianesimo, difendendo la fede cattolica, ma la tradizione ci tramanda che in un momento d’impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di sant’Andrea di Creta e di san Giovanni Damasceno ci confermano la sua fede ben radicata nei principi dell’ortodossia cattolica.
Nicola si occupò anche del bene dei suoi concittadini di Myra: ottenne dei rifornimenti durante una grave carestia e ottenne la riduzione delle imposte dall’Imperatore.
Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell’anno 343, forse nel monastero di Sion. Come si tramanda da secoli è descritto compiere miracoli in vita e in morte; tale tradizione si consolidò ulteriormente nel tempo, anche per il gran numero di eventi prodigiosi a lui imputati e che si diffusero ampiamente in Oriente, a Roma e nell’Italia meridionale. Le sue spoglie furono conservate con grande devozione di popolo, nella cattedrale di Myra fino al 1087. Grande è la venerazione a lui tributata dai cristiani ortodossi.
Quando Myra cadde in mano musulmana, Bari (al tempo dominio bizantino) e Venezia, che erano dirette rivali nei traffici marittimi con l’Oriente, entrarono in competizione per il trafugamento in Occidente delle reliquie del santo. Una spedizione barese di 62 marinai, tra i quali i sacerdoti Lupo e Grimoldo, partita con tre navi di proprietà degli armatori Dottula, raggiunse Myra e si impadronì delle spoglie di Nicola che giunsero a Bari il 9 maggio 1087.
Secondo la tradizione, le reliquie furono depositate là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono[2]. Si trattava in realtà della chiesa dei benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) sotto la custodia dell’abate Elia, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Bari. L’abate promosse tuttavia l’edificazione di una nuova chiesa dedicata al santo, che fu consacrata due anni dopo da Papa Urbano II in occasione della definitiva collocazione delle reliquie sotto l’altare della cripta. Da allora san Nicola divenne patrono di Bari e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell’arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città. Il santo era anche presente, fino al XIX secolo, sullo stemma della città tramite un cimiero.
La traslazione veneziana
I Veneziani non si rassegnarono all’incursione dei baresi e nel 1099-1100, durante la prima crociata, approdarono a Myra[3], dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano trafugato le ossa. Qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull’altare maggiore, ma in un ambiente secondario. Fu in tale ambiente che i veneziani rinvennero una gran quantità di frammenti ossei che i baresi non avevano potuto prelevare. Questi vennero traslati nell’abbazia di San Nicolò del Lido.[4] San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto. San Nicolò era infatti il protettore dei marinai, non a caso la Chiesa era collocata sul Porto del Lido, dove finiva la Laguna di Venezia e cominciava il mare aperto. A San Nicolò del Lido terminava l’annuale rito dello sposalizio del Mare.
Il suo attributo è il baculo pastorale, tre sacchetti di monete (o anche tre palle d’oro) queste in relazione alla leggenda della dote concessa alle tre fanciulle. Tradizionalmente viene quindi rappresentato vestito da vescovo con mitra e pastorale. L’attuale rappresentazione in abito rosso bordato di bianco origina dal poema « A Visit from St. Nicholas » del 1821 di Clement C. Moore, che lo descrisse come un signore allegro e paffutello, contribuendo alla diffusione della figura mitica, folkloristica, di Babbo Natale.
Nella Chiesa ortodossa russa san Nicola è spesso la terza icona insieme a Cristo e a Maria col bambino nell’iconostasi delle chiese.
Culto e tradizione
San Nicola è uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.
Il culto si diffuse dapprima in Asia Minore (nel VI secolo ben 25 chiese a Costantinopoli erano a lui dedicate), con pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Myra. Numerosi scritti in greco ed in latino ne fecero progressivamente diffondere la venerazione verso il mondo bizantino-slavo e in Occidente, a partire da Roma e dal Meridione d’Italia, allora soggetto a Bisanzio. Secondo la tradizione, Nicola aiutò tre ragazze che non potevano sposarsi per mancanza di dote, gettando sacchetti di denaro dalla finestra nella loro stanza, per tre notti. Per questo è venerato dalle ragazze e dalle donne nubili. Viene festeggiato il 6 dicembre.
Il santo oggi è patrono di marinai, pescatori, farmacisti, profumieri, bottai, bambini, ragazze da marito, scolari, avvocati nonché delle vittime di errori giudiziari. È patrono inoltre dei mercanti e commercianti e per questo la sua effigie figura nello stemma della Camera di Commercio di Bari.

Publié dans:SANTI, SANTI (MEMORIA) |on 5 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

PAOLO VI – CELEBRAZIONI DEL 750° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO – 1976

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1976/documents/hf_p-vi_spe_19760929_anniversario-morte-san-francesco.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER LE CELEBRAZIONI DEL 750° ANNIVERSARIO

DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO

Mercoledì, 29 settembre 1976

Pace a voi, in Gesù Cristo nostro Signore!

A voi Figli e Figlie di San Francesco, convenuti in Assisi per celebrare insieme presso la tomba del vostro serafico Padre il settecentocinquantesimo anniversario della beata sua morte, e per risvegliare in voi lo spirito della beata sua vita.
Noi abbiamo ricevuto con commossa riconoscenza l’invito a noi rivolto di partecipare a cotesto esaltante e fatidico incontro; ma impediti di corrispondervi con la nostra personale presenza, vogliamo tanto più essere tra voi col nostro spirito mediante questa nostra Benedizione Apostolica.
Sì, Fratelli Ministri Generali e Provinciali delle quattro Famiglie Francescane del primo Ordine, e voi tutte rappresentanti del secondo Ordine, Figlie di Santa Chiara, e voi esponenti del terzo Ordine Francescano, e quanti nel nome di San Francesco siete riuniti per riviverne lo spirito, studiarne la storia, seguirne gli esempi, invocarne la protezione; tutti, sì, siate benedetti!
Benedetti per cotesto raduno commemorativo, che professa un’esemplare fedeltà di memoria e di amore all’incomparabile Santo, che proietta su di voi il suo nome e qualifica la vostra religiosa professione! Benedetti per la fraterna armonia, che codesta convocazione dimostra e conferma fra le vostre diverse ramificazioni dell’unica radice francescana! Benedetti per l’esemplare concordia e per la mutua collaborazione con cui le vostre differenti denominazioni francescane intendono vittoriosamente testimoniare ormai ai vostri rispettivi aderenti, alla santa Chiesa, al mondo la medesima palpitante carità francescana. E benedetti ancora per le sapienti intenzioni spirituali, penitenziali, apostoliche, che hanno mosso i vostri passi a recarvi ad Assisi per aprire insieme le celebrazioni commemorative del vostro antico e sempre ispirante Fondatore.

Gloria, sì, a S. Francesco!
E benedetti voi che ne celebrate la memoria e ne perpetuate l’ardua e gioconda scuola evangelica. Ancora il paradosso della cristiana Povertà, Egli il Poverello, seguace del Signore d’ogni ricchezza che per noi si è fatto povero, ancora, ancora oggi lo presenta e lo attualizza, raddrizzando l’asse della nostra umana mentalità, curva sul primato dei beni temporali, e lo rivolge al regno dei cieli, alla economia della carità, alla dovizia dello spirito (Cfr. 2 Cor. 8, 9). Poi Francesco, libero come uccello che ritrova lo spazio del cielo, veda dall’alto la bellezza innocente delle creature, che non più insidiano, ma sostengono il suo slancio celeste; e tutte egli saluta cantando con amica poesia, grande come il cosmo fratello, umile come ogni cosa terrena sorella. E pellegrino se ne va, e cammina, e sale . . .
E benedetti voi, seguaci della sua ascensione, che arrivate al monte della visione, dove Cristo crocifisso stampa le sue stimmate dolorose e gloriose nel privilegiato contemplante discepolo, ormai emblema della vostra eroica scuola di penitente dolore e di infiammato amore.
Benedetti voi, Figli di così singolare famiglia, che da secoli accompagna appassionatamente la storia sempre più turbinosa e mutevole, e ne tiene il rapido passo, senza stancarsi, senza fermarsi.
«Comprendete la vostra vocazione»! (1 Cor. 1, 26) vivendola ed annunciandola! Voi non rappresentate un ascetismo anacronistico in questo mondo moderno, che aspira come a sommità dello sforzo civilizzatore di convertire le pietre della terra in cibo per l’umana esistenza; ma voi siete gli alunni del Vangelo eterno, affrancati nello spirito per la primaria e da voi preferita ricerca del regno di Dio, da cui ogni necessario e giusto alimento temporale può derivare nell’abbondanza della giustizia e della carità.
Voi benedetti, Figli e Figlie di San Francesco, nell’abbigliamento regale della vostra umiltà e nell’aureola popolare della vostra letizia, ancor oggi saprete discendere in mezzo alle folle del mondo del lavoro e ancora oserete farvi amici i Poveri, i sofferenti, i diseredati, gli orfani, i carcerati, i dispersi nei vicoli marginali degli splendidi ed infelici viali della ricchezza e del piacere. Voi benedetti, evangelisti della Parola di Cristo, voi maestri della sapienza cristiana, voi modelli delle virtù di preghiera e di sacrificio, che fanno santa la Chiesa, difendete il silenzio e l’isolamento dei vostri rifugi conventuali; e poi uscite ancora a salutare e a convertire il mondo annunciando ancora e sempre il vostro «Pace e bene», portando con voi l’immortale San Francesco, con Ia nostra Apostolica Benedizione.

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI -(CFR. 1 COR 2, 15)

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010206_thomas-aquinas_it.html

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI -(CFR. 1 COR 2, 15)

« Cristo scelse per sé genitori poveri e tut­tavia perfetti nella virtù, affinché nessuno si glori della sola nobiltà del sangue e delle ricchezze dei genitori. Condusse vita povera per insegnare a disprezzare le ricchezze. Visse in semplicità, senza ostentazione, allo scopo di tenere lontani gli uomini dalla disordinata brama degli onori. Sostenne la fatica, la fame, la sete e le afflizioni del corpo affinché gli uomini proclivi alle voluttà e delicatezze, a motivo delle asprezze di questa vita non si sottraessero all’esercizio della virtù. Infine sostenne la morte per impedire che il timore di essa facesse abbandonare a qualcuno la verità. E perché nessuno avesse paura di incorrere in una morte spregevole a causa della verità, scelse il più orribile genere di morte, cioè la morte in croce. Così dunque fu conveniente che il Figlio di Dio fatto uomo patisse la morte, per indurre col suo esempio gli uomini alla pratica della virtù, di modo che risulti vero ciò che Pietro dice: “Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme »(1 Pt 2,21).
Se infatti fosse vissuto ricco nel mondo e rivestito di potere e di qualche grande dignità, si sarebbe potuto credere che la sua dottrina e i suoi miracoli fossero accolti in forza del favore degli uomini e della potenza umana. Perciò, affinché fosse manifesta l’opera della divina potenza, scelse tutto ciò che nel mondo è vile e debole: una ma­dre povera, una vita indigente, discepoli e mes­saggeri incolti, il disprezzo e la condanna a morte da parte dei magnati della terra, onde apparisse chiaramente che l’accettazione dei suoi miracoli e della sua dottrina non erano opera di potenza umana ma divina.
A proposito di tutto questo c’è ancora un’altra cosa da tener presente. Secondo lo stesso piano provvidenziale per il quale il Figlio di Dio fatto uomo volle prendere su se stesso le debolezze umane, stabilì che anche i suoi discepoli – da lui costituiti ministri dell’umana salvezza – fossero essi pure disprezzati nel mondo. Perciò non li scelse dotti e nobili, ma senza cultura e di bassa condizione sociale, ossia poveri pescatori. E mandandoli a lavorare per l’umana salvezza, comandò loro di praticare la povertà, di accettare persecuzioni e ingiurie, e di subire anche la morte per la verità, cosicché la loro predicazione non apparisse esercitata per vantaggi terreni, e la salvezza del mondo non venisse attribuita alla sapienza e alla potenza dell’uomo, bensì soltanto a quella di Dio: per cui in essi – che secondo il giudizio del mondo sembravano spregevoli – non venne meno la potenza divina che opera cose mirabili.
Questo era necessario per l’umana salvezza, affinché gli uomini imparassero a non confidare orgogliosamente nelle proprie forze, ma solo in Dio. Infatti per la perfezione della santità umana è richiesto che l’uomo si sottometta in tutte le cose a Dio, da lui speri di poter conseguire il possesso di ogni bene e riconosca di averlo da lui ricevuto. »

Dagli “Opuscoli teologici” di san Tommaso d’Aquino, sacerdote. (De rationibus fidei, nell’ed. Leonina di Opera omnia, XL, Roma 1969, pp. 56 ss.)
Preparato dalla Pontificia Università Urbaniana,
con la collaborazione degli Istituti Missionari

Publié dans:Santi: San Tommaso d'Aquino |on 27 juillet, 2017 |Pas de commentaires »

SAN CHARBEL MAKHLUF – (MF 24 LUGLIO)\

https://it.wikipedia.org/wiki/Charbel_Makhluf

SAN CHARBEL MAKHLUF – (MF 24 LUGLIO)

(c’è poco, quasi tutto in francese)

Presbitero
Nascita Bkaakafra, 1828
Morte Annaya, 24 dicembre 1898
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Basilica di San Pietro in Vaticano, 5 dicembre 1965 da papa Paolo VI
Canonizzazione Basilica di San Pietro in Vaticano, 9 ottobre 1977 da papa Paolo VI
Ricorrenza 24 luglio
Attributi Cappuccio nero, lunga barba bianca
Charbel Makhluf (o Sciarbel Makhlouf), al secolo Youssef Antoun (Giuseppe Antonino), (in arabo: ??? ?????; Bkaakafra, 8 maggio 1828 – Annaya, 24 dicembre 1898) è stato un monaco e presbitero libanese, proclamato santo da Paolo VI nel 1977.

Cattolico, monaco dell’Ordine Antoniano Maronita (Baladiti), definito il « Padre Pio » del Libano, taumaturgo, la sua fama è legata ai numerosi miracoli attribuitigli dopo la sua morte[1][2][3].

Indice [nascondi]
1 Biografia
2 Beatificazione e canonizzazione
3 Miracoli attribuiti a san Charbel Makhluf
4 Note
5 Bibliografia
6 Voci correlate
7 Altri progetti
8 Collegamenti esterni
Biografia[modifica | modifica wikitesto]
Nato nel villaggio di Bkaakafra (distretto di Bsharre, Libano settentrionale), l’8 maggio 1828, quinto figlio di Antun e di Brigitte Chidiac, entrambi contadini, fin da piccolo Youssef parve manifestare grande spiritualità. Durante la sua primissima infanzia rimase orfano di padre e sua madre si risposò con un uomo molto religioso, che successivamente ricevette il ministero del diaconato. Fu proprio la figura del patrigno a indirizzare Youssef a una vita ascetica e alla preghiera quotidiana[1].
Fin dall’età di 14 anni Youssef Makhluf si dedicava alla cura del gregge di famiglia, ma a 22 anni, senza informare nessuno della sua vocazione, si recò al monastero di Nostra Signora di Mayfouq, a Mayfouq, dove si ritirò in preghiera ed entrò in noviziato scegliendo il nome di Charbel, che significa « storia di Dio ».. Trasferitosi al monastero di San Marone, ad Annaya, emise i voti perpetui nel 1853. Nello stesso anno si trasferì al monastero di San Cipriano di Kfifen dove studiò filosofia e teologia sotto la guida – tra gli altri – di Nimatullah Youssef Kassab Al-Hardini, canonizzato nel 2004[1].
Dopo essere stato ordinato sacerdote (il 23 luglio 1859), Charbel fu rimandato dai suoi superiori al monastero di Annaya. Qui maturò in lui la volontà di ritirarsi in totale solitudine e di vivere in un eremo, permesso che gli fu accordato il 13 febbraio 1875.
Morì nel suo eremo la vigilia di Natale del 1898.
Beatificazione e canonizzazione[modifica
Alcuni testimoni riferirono di aver visto una luce abbagliante intorno alla tomba di Charbel Makhluf pochi mesi dopo la sua sepoltura. Inoltre, il corpo avrebbe inspiegabilmente trasudato sangue misto ad acqua; a seguito di ciò esso fu trasferito in una speciale bara. In ragione di tali supposti fatti, iniziò un primo intenso pellegrinaggio presso la salma di Makhluf, a opera di fedeli che chiedevano la sua intercessione[1].
Nel 1925 Pio XI avviò la causa di beatificazione di Charbel Makhluf. Nel 1950 la tomba fu aperta in presenza di una commissione ufficiale composta da medici, che verificarono lo stato del corpo. In coincidenza dell’apertura e ispezione della tomba si ravvisò un aumento di episodi di guarigione; ciò suggerì l’ipotesi di evento miracoloso. Nuovamente una moltitudine di pellegrini di differenti religioni iniziarono ad adunarsi presso il monastero di Annaya chiedendo l’intercessione di Charbel.[1]
Nel 1954 Pio XII firmò un decreto che accettava la proposta di beatificazione di Charbel Makhluf l’eremita, che fu celebrata domenica 5 dicembre 1965 da Paolo VI, alla vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II, avvenuta tre giorni dopo. Nel 1976 sempre Paolo VI firmò il decreto di canonizzazione di Charbel, che fu proclamato ufficialmente santo nel corso della celebrazione in San Pietro il 9 ottobre 1977[2]
Miracoli attribuiti a san Charbel MakhlufStatua di san Charbel Makhluf situata presso la Cattedrale di Città del Messico
A san Charbel Makhluf sono attribuiti vari miracoli.
Tra quelli più famosi figura quello riferito da Nohad El Shami, una donna all’epoca dei fatti cinquantacinquenne, affetta da emiplegia (paralisi parziale) con doppia occlusione della carotide[1]. La donna raccontò di avere sognato, il 22 gennaio 1993, due monaci maroniti fermi accanto al suo letto, uno dei quali le impose le mani sul collo e la operò chirurgicamente finché la sollevò dal dolore mentre l’altro monaco teneva un cuscino dietro di lei. Quando si svegliò si accorse di avere due ferite sul collo, una su ciascun lato. Nohad fu completamente guarita e recuperò la capacità di camminare; inoltre identificò Charbel Makhlouf nel monaco che l’aveva operata, benché incapace di riconoscere l’altro monaco che nel sogno era con Makhluf. Nohad El Shami riferì, inoltre, che la notte seguente lo stesso Makhluf le apparve nuovamente in sogno dicendole: «Ti ho operato perché tutti ti vedano e la gente torni alla fede. Molti si sono allontanati da Dio, dalla preghiera, dalla Chiesa. Ti chiedo di partecipare alla Messa presso l’eremo di Annaya ogni 22 del mese; le tue ferite sanguineranno il primo venerdì e il 22 di ogni mese». La donna, successivamente, ritenne di identificare il secondo monaco come san Marone[1]. Da allora i fedeli si radunano alla celebrazione della Messa nell’eremo di san Charbel il 22 di ogni mese[3][4].
A Phoenix, in Arizona, una donna ispano-americana di trent’anni, Dafné Gutierrez, madre di tre figli – alla quale era stata diagnosticata a tredici anni la sindrome di Arnold-Chiari – aveva sviluppato un edema papillare alla fine del nervo ottico e, dopo essere stata anche operata senza risultati, aveva perso nel 2014 l’uso dell’occhio sinistro, e nel 2015 anche l’uso dell’occhio destro, rimanendo completamente cieca. Il 16 gennaio 2016 si era recata presso la locale chiesa di san Giuseppe, che è una delle 36 parrocchie maronite degli Stati Uniti, dove era esposta temporaneamente una reliquia di san Charbel, consistente in un frammento osseo conservato in una teca di legno di cedro. Il parroco della chiesa, Wissam Akiki, aveva posto una mano prima sulla testa e poi sugli occhi della donna, chiedendo a Dio di guarirla con l’intercessione di san Charbel. Verso le cinque del mattino di domenica 18 gennaio, la Gutierrez aveva avvertito un intenso prurito agli occhi, accompagnato da una forte pressione sulla testa e sugli occhi e, accesa la luce sul comodino, si era accorta stupita di poter vedere il marito con entrambi gli occhi. Tre giorni dopo, un esame oftalmico aveva constatato la guarigione, confermata in seguito da altri medici, che non erano riusciti a trovare una spiegazione scientifica di quanto accaduto[5].
Ai fini della causa di beatificazione furono prese in esame le guarigioni ritenute miracolose di una religiosa, suor Mary Abel Kamari, e di Iskandar Naim Obeid di Baabdat; ai fini della canonizzazione, invece, quella di Mariam Awad di Hammana[1][2].

IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO » – BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

http://disf.org/bonaventura-libro-natura-dio

IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO » – BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

Il libro della natura

Bonaventura da Bagnoregio
1273
da Collationes in Hexämeron, XII, 14-17 – XIII, 12

Rifacendosi implicitamente alla visione del libro in Ap 5,1 e forse di Ez 2,9, per Bonaventura la natura, ovvero la creatura sensibile, è un libro scritto fuori; le creature razionali, sono un libro scritto dentro, perché posseggono una coscienza; la Sacra Scrittura è un libro scritto sia dentro (significati impliciti da trarre), sia fuori (significati espliciti). Questi sono i tre “aiuti” mediante i quali la ragione e la fede ascendono alla contemplazione delle idee esemplari del Creatore

14. Sia la ragione sia la fede conducono alla considerazione di questi splendori esemplari, ma vi è anche un ulteriore triplice aiuto per raggiungere le ragioni esemplari; ed è l’aiuto della creatura sensibile, l’aiuto della creatura spirituale, e l’aiuto della Scrittura sacramentale, che contiene i misteri. Riguardo al mondo sensibile, tutto il mondo è ombra, via, vestigio; ed è il libro scritto di fuori. Infatti in ogni creatura rifulge l’esemplare divino; ma rifulge permisto alla tenebra; ed è come una certa opacità mista alla luminosità. Inoltre tutto il mondo è anche una viache conduce nell’esemplare. Come tu puoi osservare che un raggio di luce che entra attraverso una finestra viene diversamente colorato a seconda dei diversi colori delle diverse parti; così il raggio divino rifulge in modo diverso nelle singole creature e nelle diverse proprietà. È detto nella Sapienza: Nelle sue vie si manifesta [Sap 6,16]. Ancora, il mondo è vestigio della sapienza di Dio. Onde la creatura non è che un certo simulacro della sapienza di Dio, e quasi una certa scultura. E da tutto questo il mondo risulta come un libro scritto al di fuori.
15. Quando, dunque, l’anima mira queste cose, le sembra che si dovrebbe passare dall’ombra alla luce, dalla via alla meta, dal vestigio alla verità, dal libro alla vera scienza che è in Dio. Leggere questo libro è possibile solo agli uomini di altissima contemplazione; ma non è possibile ai filosofi naturali, che conoscono solo la natura delle cose; ma non la riconoscono come vestigio.
16. Altro aiuto per raggiungere l’esemplare eterno, è offerto dalla creatura spirituale, che è come lume, come specchio, come immagine, come libro scritto all’interno. Infatti, ogni creatura o sostanza spirituale è lume; onde è detto nel Salmo: Risplende su di noi, Signore, la luce del tuo volto [Sal 4,7]. Ma assieme a questo, la sostanza spirituale e anche specchio, perché accoglie e rappresenta in se stessa tutte le cose; ha poi anche la natura del lume, affinché giudichi anche intorno alle cose. Infatti tutto il mondo si descrive nell’anima. Inoltre, la sostanza spirituale è anche immagine dell’esemplare eterno; poiché, infatti, è lume e specchio che raccoglie le immagini delle cose, per questo è anche immagine. Infine, come conseguenza di tutto questo, la sostanza spirituale è anche il libro scritto all’interno. Onde nessuno e nessuna cosa può entrare nell’intimità dell’anima, tranne il semplice. Questo poi significa entrare nelle potenze dell’anima; perché, secondo Agostino [De Trinitate, XII, 1, 1], l’intimità dell’anima è la sua sommità; e quanto una potenza è più intima, tanto più è sublime. Questi aiuti li hanno anche i maghi del Faraone.
17, I maghi del Faraone non ebbero però il terzo aiuto, che è quello della Scrittura sacramentale. Ora, tutta la Scrittura è il cuore di Dio, la bocca di Dio, la penna di Dio, il libro scritto fuori e dentro. È detto nel Salmo: Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema. La mia lingua è stilo di scriba veloce [Sal 44,2]. Dove tutto viene indicato: il cuore è di Dio; la bocca è del Padre; la lingua è del Figlio; lo stilo è dello Spirito santo. Infatti, il Padre parla per mezzo del Verbo o della lingua; ma chi porta a compimento e lo affida alla memoria è lo stilo dello scriba. La Scrittura, dunque, è la bocca di Dio; onde Isaia rimprovera: Guai a voi!… Siete partiti per scendere in Egitto [Is 30,1-2]. Cioè, vi dedicate alle scienze mondane, e non avete interrogato la bocca di Dio [Is 30,2], cioè non interrogate la sacra Scrittura. Infatti, non deve taluno rifugiarsi e confidare nelle altre scienze per conoscere la verità con certezza, se non ha la testimonianza a monte; cioè la testimonianza di Cristo, di Elia, di Mosè; la testimonianza cioè del nuovo testamento, dei profeti e della Legge. Inoltre, la Scrittura è la lingua di Dio; onde si dice nel Cantico: C’è miele e latte sotto la tua lingua [Ct 4,11]; e nel Salmo: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole; più del miele per la mia bocca [Sal 118,103]. Questa lingua dà sapore ai cibi, onde questa Scrittura è paragonata ai pani, che hanno sapore e ristorano. Ancora, la Scrittura è la penna di Dio, e questi è lo Spirito santo. Poiché, come chi scrive può attualmente scrivere le cose passate, le cose presenti, e le cose future; così sono contenute nella Scrittura le cose passate, le cose presenti e le cose future. Onde la Scrittura è il libro scritto al di fuori, perché contiene belle narrazioni storiche e ammaestramenti sulle proprietà delle cose. Ed è anche il libro scritto all’interno, perché contiene misteri e letture diverse.
È certo che l’uomo non decaduto aveva cognizione delle cose create, e, mediante la loro rappresentazione si portava in Dio per lodarlo, venerarlo, amarlo. Per questo sono appunto le creature, e pertanto così si riconducono in Dio. Ma l’uomo, decadendo a causa del peccato, perdette questa cognizione e non vi era più chi riconducesse le cose in Dio. Onde questo libro, cioè il mondo, era come morto e cancellato. Si rese pertanto necessario un altro libro, mediante il quale il libro del mondo fosse illuminato, e che accogliesse le metafore delle cose. Ora la Scrittura è proprio questo libro che pone le similitudini, le proprietà e le metafore delle cose, scritte nel libro del mondo. Pertanto, il libro della Scrittura è restauratore di tutto il mondo, per conoscere, lodare e amare Dio.

Bonavenutura da Bagnoregio, Collationes in Hexämeron, tr. it.: La sapienza cristiana. Le collationes in Hexaemeron, a cura di V. Cherubino Bigi e I. Biffi, Jaca Book, Milano 1985, pp. 175-177, 183-184

12345...119

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01