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BANCHETTO PASQUALE E ANTICHE ANAFORE CRISTIANE*

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BANCHETTO PASQUALE E ANTICHE ANAFORE CRISTIANE*

La liturgia cristiana della Parola non ha dimenticato fino ad oggi le sue origini, tanto che possiamo ancor oggi ritrovare in essa alcune tracce dell’antica liturgia sinagogale, che è essenzialmente liturgia della Parola. Non possiamo dire altrettanto per quel che riguarda la seconda parte della Messa, il Sacrificio, che – almeno nel rito romano, sul quale si sono venuti stratificando elementi diversi durante i secoli – non presenta assomiglianze con il rito ebraico, che ha servito di sfondo all’Ultima Cena. Tuttavia se risaliamo nei secoli, o se allarghiamo lo sguardo oltre la liturgia romana, prendendo in esame le preghiere cristiane che inquadrano il momento centrale della Messa, la Consacrazione (preghiere dette anafore), vi possiamo riscontrare uno schema comune, che possiamo sintetizzare come segue :

la lode a Dio per la creazione; e per la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, e che culmina nella sua passione e morte; il racconto dell’istituzione dell’Eucarestia, che riproduce la passione, morte e risurrezione di Gesù; frequentemente l’attesa del ritorno finale di Cristo; una dossologia finale. Le anafore quindi si presentavano formate essenzialmente di due parti, la prima a carattere rimemorativo di avvenimenti passati, la seconda costituita dalla riattualizzazione di essi in un avvenimento, che li porta a compimento, e che a sua volta si proietta verso il futuro. Se consideriamo questo schema alla luce di quello del banchetto pasquale ebraico, non possiamo non riscontrare tra di essi delle assomiglianze strutturali e teologiche che colpiscono. Prendiamo in esame l’anafora di Ippolito, dottore della Chiesa di Roma del III sec., dove i temi sono trattati con la sobrietà propria della liturgia romana e appaiono quindi in tutta la loro chiarezza: « Noi ti rendiamo grazie, o Dio, per il prediletto Tuo Servo, Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai mandato per salvarci, redimerci ed evangelizzarci la Tua volontà, lui che è il Tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale hai fatto ogni cosa e l’hai trovata buona; che hai inviato dal cielo nel seno della Vergine; che nel suo seno si è incarnato, e si rivelò come Tuo Figlio nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine; che adempiendo la Tua volontà e acquistandoti un popolo santo, stese le sue mani nella passione, per liberare dal castigo coloro che hanno creduto in Te.

Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione, per distruggere la morte, per spezzare le catene del diavolo, per calpestare l’inferno, per illuminare i giusti, per stringere la (nuova) alleanza, e manifestare la risurrezione,

prese del pane e rendendo grazie, disse: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo che per voi sarà spezzato’; similmente (disse) sul calice: ‘Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso. Quando fate questo, fatelo in mia memoria’. …Per il Quale sale a Te e al Figlio, nell’unità dello Spirito Santo, gloria e onore nella Tua santa Chiesa, ora e per tutti i secoli dei secoli. Amen » (1).

La preghiera presenta all’inizio una breve sintesi della storia della salvezza, nella quale tuttavia riscontriamo una differenza di prospettiva di fronte a quella narrata nel banchetto ebraico: se nel testo cristiano, la storia della salvezza comincia con la creazione del mondo, considerato come primo atto salvifico di Dio, il testo ebraico inizia con la « creazione » del popolo eletto, chiamato dal Signore nella persona del suo capostipite, il patriarca Abramo, quando ancora non era che « un arameo errante ». La liturgia ebraica resta fedele alla formulazione delle più antiche sintesi della storia della salvezza che si trovano nella Bibbia, mentre quella cristiana si dimostra qui erede dello spirito profetico; è presso i profeti – in particolare presso Isaia, che la storia della salvezza subisce un cambiamento di prospettiva e, rotto il cerchio della storia d’Israele, comprende in sé anche la creazione, la creazione che è la prima manifestazione della potenza di Dio e della Sua bontà che vuole gli uomini salvi. Il cerchio della storia d’Israele più che rotto viene allargato e assume proporzioni cosmiche, per cui la creazione alle origini non è che il primo atto di un lungo sviluppo, che condurrà alla vocazione di Abramo e arriverà alla liberazione d’Israele e alla conquista della Terra, e infine all’avvento del Messia. La concezione cristiana vede nella redenzione per opera di Cristo quel compimento che la creazione primigenia attendeva e di cui essa quasi portava in se l’esigenza. Quel compimento si attualizza nel banchetto eucaristico, che riproduce il Sacrificio di Cristo, e ripetendo l’atto centrale della storia della salvezza, la sintetizza in se stesso. La redenzione è già qui, la redenzione messianica, attesa per la fine dei tempi. Nelle stringate parole della dossologia finale ritroviamo, in forma essenziale e teologicamente perfetta, quella lode a Dio che l’ebreo, con ridondanza prettamente orientale, esprimeva con i salmi di lode e con la « benedizione del canto ». Uno schema simile si ritrova nella liturgia siro-caldaica o persiana, quella conosciuta sotto il nome di Addeo e Maris, che si ritengono essere stati discepoli di Tommaso apostolo ed evangelizzatori della regione di Edessa; si tratta di una liturgia assai antica, anche se redatta non prima degli inizi del VII seco, diffusa nella Siria nord-orientale e ancora viva presso alcuni piccoli gruppi cattolici. La mentalità orientale, diversa da quella occidentale, si rivela qui nella forma dossologica più ampia e ridondante, al disotto della quale tuttavia ritroviamo lo stesso schema della storia della salvezza: « Degno di essere lodato da ogni bocca e di essere glorificato da ogni lingua, degno di essere adorato e glorificato da ogni creatura è l’adorabile e glorioso Nome, poiché Tu creasti il mondo con la Tua grazia e i suoi abitanti con la Tua bontà, e salvasti il mondo con la Tua misericordia, concedendo la Tua grazia ai mortali »… Esposti così i due momenti essenziali della storia della salvezza, segue il Sanctus, che si ritiene essere qui un’interpolazione, e si continua: « Noi Ti ringraziamo, o Signore, anche noi Tuoi servi, deboli, fragili e miserabili, perché ci hai elargito un aiuto grande oltre ogni dire, vivificando la nostra umanità con la Tua divinità, esaltando il nostro basso stato e restaurandolo caduto, e innalzando la nostra umanità dimenticando le nostre colpe, giustificando i nostri trascorsi, illuminando le nostre menti »… Ma il più grande atto che Dio ha compiuto per gli uomini è stato il Sacrificio di Cristo, attualizzato nella celebrazione eucaristica: « E noi pure, o mio Signore, noi Tuoi deboli, fragili e miserabili servi, i quali si sono radunati insieme nel Tuo Nome e stanno dinanzi a Te, e hanno ricevuto per tradizione l’esempio che ci hai dato »… La « riunione nel Nome di Dio » è la sinassi eucaristica, che anche se solo accennata con scarne parole costituisce il centro di tutta l’anafora, dopo della quale si passa a una preghiera, con cui si implorano i benefici effetti della Comunione: «Venga, o mio Signore, il Tuo Santo Spirito e si posi su questa offerta dei Tuoi servi, la benedica e la consacri perché serva a noi, o mio Signore, per il perdono delle offese e per la remissione dei peccati e per la grande speranza della risurrezione dai morti e per la nuova vita nel Regno dei Cieli con coloro che sono stati accetti al Tuo cospetto »; e si conclude come d’abitudine con una dossologia: …« Per tutta questa meravigliosa dispensazione (di doni fatta) a noi, Ti ringraziamo e Ti lodiamo incessantemente nella Tua Chiesa, redenta dal prezioso sangue del Tuo Cristo, con aperta bocca e faccia elevata, innalzando lode, onore, adorazione, confessione al Tuo vivente e vivificante Nome, ora e sempre e per tutti i secoli ». Se passiamo a considerare un altro filone della stessa liturgia orientale, quella siriaca di Giacomo, che rispecchia l’antico rito gerosolomitano, diffuso anch’esso nella Siria nord-occidentale, vediamo che le linee generali non cambiano: si parte dalla lode di Dio creatore, si ricorda la caduta dell’uomo, in occasione della quale il Signore si mostrò Padre misericordioso, aiutando l’umanità peccatrice per mezzo della Legge e dei profeti prima e mandando poi il Figlio, perché rinnovasse negli uomini la Sua immagine; il Figlio poi « quando stette per accettare volontariamente la sua morte vivificante per mezzo della Croce, senza peccato, a vantaggio di noi peccatori, nella notte in cui fu tradito, o piuttosto consegnò se stesso per la vita e la salvezza del mondo, prese il pane »… Mentre però nelle anafore di Ippolito e di Addeo e Maris, l’attesa del ritorno glorioso di Cristo non è espressa chiaramente, qui, nella preghiera che segue immediatamente la consacrazione, leggiamo: « E noi peccatori ricordando le sue sofferenze vivificatrici, la sua Croce salvatrice, la sua morte e sepoltura e la risurrezione il terzo giorno dalla morte, la sua sessione alla destra Tua, suo Dio e Padre, e il suo secondo e glorioso e terribile avvento, quando egli verrà a giudicare i vivi e i morti, quando rinnoverà ogni uomo secondo le sue opere, offriamo a Te, o Signore »… L’attesa del ritorno di Cristo, quando « Dio sarà tutto in tutti » è qui esplicita e, insieme con gli atti salvifìci compiuti da Gesù durante la sua prima venuta, costituisce l’oggetto per cui l’uomo offre al Padre il sacrificio di lode. Le cose non sono molto diverse nella tradizione siro-antiochena documentata nelle Costituzioni Apostoliche (IV sec.), in cui, come abbiamo detto, tutti gli studiosi sono d’accordo nel riconoscere un evidente carattere ebraico. La storia della salvezza parte anche qui dalla creazione e viene presentata in forma ampia e dettagliata, menzionandone i personaggi più rappresentativi; essa arriva a un momento cruciale, che si riattualizza nel banchetto eucaristico, e a sua volta il momento presente si proietta verso il futuro: « Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annuncerete la mia morte, fino a che io venga. Perciò ricordando la sua passione e morte, la risurrezione dai morti e il ritorno in cielo, così pure il suo futuro secondo avvento, nel quale con gloria e potenza verrà a giudicare i vivi e i morti e a dare a ciascuno secondo le proprie opere, offriamo a Te, re e Dio, questo pane e questo calice »… La storia della salvezza, anche se arrivata al suo momento culminante, è tuttora storia in cammino, fino a che « egli venga ». Se abbiamo riportato per lo più brani di antichi rituali, non dobbiamo per questo pensare che lo schema che siamo venuti tracciando sia un bel pezzo da museo, relegato in alcune liturgie, cadute da lungo tempo in disuso. Se la liturgia di Addeo e Maris – come abbiamo detto – è tuttora in uso, anche se presso gruppi ristretti, anche la liturgia siriaca di Giacomo ad es., è viva ancor oggi, e i siro-maroniti che in parte si ricollegano ad essa, dopo la Consacrazione, esprimono ancor oggi la loro attesa del ritorno di Cristo: « Ricordiamo, o Signore, la tua morte, confessiamo la tua risurrezione e aspettiamo la tua se- conda venuta; da te imploriamo misericordia e pietà e domandiamo il perdono dei peccati. Abbracci noi tutti la tua misericordia » ( trad. P. Sfair) . A differenza del banchetto ebraico, che attende per « quel giorno » -secondo l’espressione profetica – l’avvento del Messia, quello cristiano, di ieri e di oggi, si volge verso l’attesa di un avvenimento che ha già avuto inizio e che deve soltanto arrivare al suo momento conclusivo. Ambedue messianici, ambedue dinamicamente volti verso l’avvenire, banchetto ebraico e cristiano si differenziano però per quel che riguarda l’oggetto della loro attesa e della loro speranza; l’uno attende il realizzarsi di un avvenimento, l’altro ne ricorda l’inizio nel passato e attende che si compia: il Messia è già venuto e se ne attende il glorioso ritorno. Potremmo così sintetizzare le assomiglianze e le differenze che siamo venuti osservando nella struttura del banchetto pasquale e delle anafore:

banchetto pasquale ebraico anafore cristiane 1) lode a Dio per la « creazione » del popolo d’Israele al tempo di. Abramo; 1) lode a Dio per la creazione del mondo; 2) lode a Dio per la redenzione d’Israele, per mezzo di Mosè; 2) lode a Dio per la redenzione dell’umanità mezzo di Cristo; 3) riattualizzazione della salvezza d’Israele in ciascun ebreo che partecipa al banchetto; 3) riattualizzazione della salvezza nell’Eucarestia; 4) attesa della venuta del Messia; 4) attesa del ritorno del Messia; 5) salmi di lode. 5) dossologia finale.

Se le analogie tra banchetto pasquale e anafore cristiane fossero dovute solo a cause accidentali, sarebbero limitate ad alcuni casi particolari, ma il fatto che esse si ritrovino in ambienti diversi non può non indurci a pensare che le due istituzioni siano legate tra loro da concezioni teologiche simili, anche se viste in prospettive diverse: la concezione cioè di un Dio attivo artefice della storia del Suo popolo, nel corso della quale interviene continuamente e in modo particolare in alcuni momenti decisivi, di un Dio che guida la storia verso una meta precisa, verso il giorno in cui la conoscenza del Signore riempirà tutta la terra « come le acque riempiono il mare », il giorno in cui nel mondo ci sarà il « Signore unico e il Suo Nome unico ». Una simile concezione teologica, fondamentale presso i cristiani e presso gli ebrei, non poteva mancare di imprimere la sua impronta anche sulla prassi cultuale. E a noi interessa qui sottolineare come, anche nel momento essenziale della sua vita di fedele, il cristiano possa sentire che le radici di essa affondano nella vita religiosa ebraica, costituendo un legame che è determinato certamente dall’eredità comune dell’Antico Testamento, ma anche da una affinità di prassi liturgica, che persiste attraverso i secoli.

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(1) Trad. Righetti, o.c. [*] Fonte: Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.XI, Editrice Studium – Roma, 1966  

L’ASSEMBLEA SANTA E LO SPAZIO LITURGICO – DI ENZO BIANCHI (O.R.)

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L’ASSEMBLEA SANTA E LO SPAZIO LITURGICO

OSSERVATORE ROMANO, 26 LUGLIO 2008

DI ENZO BIANCHI

L’assemblea celebrante genera lo spazio liturgico solo perché essa è generata dalla parola di Dio. Non è l’assemblea il dato originario, ma Dio che attraverso la sua Parola costituisce un popolo in assemblea santa

In questi ultimi anni, soprattutto in Italia ma anche in altri paesi europei, si è assistito a una rinnovata consapevolezza del ruolo fondamentale dell’architettura liturgica e a una vera e propria riappropriazione dei significati e dei valori dello spazio liturgico. A questo, si è recentemente aggiunto un inaspettato ma quanto mai auspicato rinnovo di interesse per la liturgia: a ogni livello della chiesa oggi si prende coscienza che la qualità della vita cristiana è intimamente congiunta alla qualità della liturgia che i cristiani ordinariamente vivono. La liturgia da sempre è stata e ancora oggi è il luogo fondamentale e per certi versi discriminante nella trasmissione della fede: ne consegue che le scelte più rilevanti e le priorità nodali che l’attuale generazione indicherà circa la vita liturgica della Chiesa, incideranno profondamente sullo stile e la forma del cristianesimo di domani. A ben guardare, tutto conduce a pensare che nei prossimi decenni la liturgia sarà il criterio decisivo per la trasmissione della fede cristiana, e più esattamente di quale esperienza di fede trasmettere e quale stile di cristianesimo tramandare. Per tutti i credenti, con responsabilità ecclesiali e competenze specifiche diverse, si tratta di una sfida e un compito grandi, di fronte ai quali a ciascuno è richiesto il massimo impegno.
In questo contesto prosegue anche la ricerca sul rapporto tra liturgia e architettura condotta dal 2003 nel contesto dei Convegni Liturgici Internazionali , promossi dal Monastero di Bose in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana, di cui si è svolta dal 5 al 7 giugno scorso la VI edizione sul tema: Assemblea santa. Forme, presenze, presidenza. Prosegue così un cammino di riflessione sui temi maggiori dello spazio liturgico cristiano, cammino teso a offrire un’adeguata e qualificata risposta alla crescente domanda di intelligenza dei significati dello spazio liturgico.
Mons. Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici della CEI ha ricordato come “il tema del convegno – Assemblea santa – mette in evidenza il carattere dell’edificio di culto cristiano, chiamato a rendere partecipe l’assemblea del dono della santità di Dio”. Trasmettendo ai partecipanti l’apostolica benedizione del Santo Padre Benedetto XVI, nel suo messaggio il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha assicurato che “il Sommo Pontefice rivolge un cordiale e beneaugurante saluto auspicando che l’importante assise susciti sempre una maggiore consapevolezza che la santa assemblea è l’epifania del mistero della Chiesa convocata dal Signore alla sua presenza”. Nel suo ampio messaggio, il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, ha evidenziato come “per la riflessione credente l’assemblea è una realtà di salvezza, perché la comunità che si raduna lo fa a seguito di una specifica convocazione divina. Da questo semplice rilievo comprendiamo che la riflessione sull’assemblea non può rispondere solo a problemi di carattere storico-organizzativo, ma tocca questioni che hanno a che fare con il mistero cristiano”.
Ai lavori del Convegno ha partecipato S. E. Mons. Felice Di Molfetta, vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano, Presidente della Commissione Episcopale per la Liturgia della CEI. Nel suo indirizzo di saluto Mons. Di Molfetta ha sottolineato come “il nostro convegno viene a fare ulteriore luce su un tema vitale della riforma liturgica, l’assemblea santa, visibilizzazione della Ecclesia, la quale, proprio perché è convocata è chiamata, sotto la guida dei pastori, a evocare i magnalia Dei invocando e lodando, ringraziando e supplicando la Santità del Padre”.
Il delegato ufficiale del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, l’archimandrita prof. Job Getcha dell’Institut de Théologie Orthodoxe Saint Serge di Parigi, ha rivolto ai presenti il messaggio di Sua Santità Bartholomeos I, mentre la delegazione del Santo Sinodo della Chiesa di Grecia e del suo Arcivescovo S. B. Hierònymos II era composta dal prof. Evánghelos Theodórou rettore emerito dell’Università di Atene e dal protopresbitero prof. Pávlos Koumarianós. La dimensione ecumenica è stata inoltre attestata dalla presenza di studiosi e di partecipanti cattolici, ortodossi, luterani, anglicani e riformati.
Oltre ai numerosi messaggi di adesione pervenuti, nel corso del convegno hanno portato il loro saluto S. E. Mons. Arrigo Miglio vescovo di Ivrea a nome della Conferenza Episcopale Piemontese e S. E. Mons. Gabriele Mana vescovo di Biella, diocesi di cui il Monastero di Bose fa parte. Hanno partecipato all’intera durata del convegno S. E. Mons. Piero Marini, Presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, S. E. Mons. Sebastiano Dho, Presidente della Commissione Liturgica CEP, il Rev. P. Abate Dom Michael John Zielinski OSB Oliv., vice-presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Mons. Domenico Falco direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI e don Giuseppe Russo responsabile del Servizio Nazionale per l’Edilizia di Culto della CEI. A conclusione della seduta inaugurale è stato ufficialmente presentato il volume {link_prodotto:id=793}, Edizioni Qiqajon, Magnano 2008, atti del V Convegno Liturgico Internazionale di Bose dello scorso anno.
Di particolare rilievo è stata la dimensione internazionale del convegno, grazie alla presenza di partecipanti provenienti da diciotto paesi.
Nella prolusione di apertura dei lavori del convegno ho ricordato come “la scelta compiuta cinque anni or sono di assumere l’altare come punto di partenza della nostra riflessione sullo spazio liturgico, per poi proseguire con l’ambone, l’orientamento e il battistero, ha fin dall’inizio voluto affermare che tanto l’assemblea dei fedeli quanto lo spazio liturgico si costituiscono a causa e in rapporto ai tre poli fondamentali, l’altare, l’ambone e il battistero. A giusto titolo, la Nota pastorale L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica della Commissione Episcopale per la Liturgia della CEI afferma che “è l’assemblea celebrante che ‘genera’ e ‘plasma’ l’architettura della chiesa” (n. 11), e che “il dato permanente e originario della tradizione cristiana considera l’assemblea […] come matrice irrinunciabile di ogni ulteriore definizione spaziale, momento generatore e unificante dello spazio in vista dell’azione cultuale” (n. 12). Tuttavia, mi pare non di meno decisivo ricordare che l’assemblea celebrante genera lo spazio liturgico solo perché essa è generata dalla parola di Dio. Non è l’assemblea il dato originario, ma Dio che attraverso la sua Parola costituisce un popolo in assemblea santa. L’assemblea santa di Israele come quella del nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è da lui convocata per l’ascolto della sua Parola e per la celebrazione dell’Alleanza. Nei termini dell’architettura liturgica questo significa che l’altare e l’ambone “convocano” l’assemblea e dunque sono gli elementi costitutivi dello spazio liturgico. Lo costituiscono non solo perché lo spazio liturgico si organizza in relazione ad essi ma soprattutto perché senza altare e senza ambone non vi è spazio liturgico cristiano.
La riflessione introduttiva del monaco benedettino p. Frédéric Debuyst, il maggiore esperto europeo della relazione tra liturgia e architettura, ha tracciato il quadro di fondo dei lavori del Convegno con la relazione dal titolo “L’assemblea vivente: una pienezza sempre incompiuta”. Il liturgista Mons. Giuseppe Busani, presidente dell’Associazione Italiana dei Professori di Liturgia, ha mostrato come, dal punto di vista antropologico, l’assemblea è anzitutto fatta di corpi chiamati a formare un solo corpo. L’approccio storico di don Giuliano Zanchi, direttore del Museo diocesano di Bergamo, ha permesso di cogliere le diverse tipologie dell’assemblea a partire dalle diverse topografie dell’aula liturgica sviluppatesi nel succedersi dei secoli. A sua volta, la riflessione dell’ecclesiologo prof. Gordon Lathrop del Lutheran Theological Seminary di Philadelphia ha indicato come i diversi modelli di assemblea corrispondano a precisi modelli di chiesa. Particolare attenzione è stata riservata alla singolare configurazione dello spazio liturgico delle antiche chiese siriache, grazie all’intervento del prof. Sebastià Janeras della Facultat de Teologia de Catalunya di Barcelona, uno dei massimi esperti della liturgia e dell’architettura dell’antica chiesa siriaca.
Il tema dell’assemblea santa come epifania di presenze è stata introdotta dalla riflessione del prof. Jean-Yves Lacoste del College of Blandings attraverso la presentazione della categoria al tempo stesso filosofica e teologica di “presenza” nel pensiero antico e contemporaneo. Il biblista belga prof. André Wénin dell’Université Catholique di Louvain-la-Neuve, ha offerto una rilettura del dato biblico circa l’evoluzione della presenza di Dio nella storia. All’interno del tema della presenza è stata collocata un’ampia riflessione sulla riserva eucaristica. Lo statunitense prof. Nathan Mitchell dell’University of Notre Dame, ha ripercorso la storia del tabernacolo come forma particolare con la quale la tradizione cattolica custodisce e venera le specie eucaristiche, mentre il liturgista prof. Robert Taft s.j. ha presentato le forme della custodia e della venerazione dell’eucaristia nelle tradizioni ortodosse. Nella pluralità di presenze la presidenza liturgica è un elemento costitutivo ed essenziale dell’assemblea eucaristica cristiana. Il teologo e liturgista francese prof. Louis-Marie Chauvet de l’Institut Catholique di Parigi ha condotto un’ampia analisi del significato del ministero della presidenza liturgica, mentre il prof. Albert Gerhards, docente di liturgia presso l’Università di Bonn, ha indicato le implicazioni teologiche della collocazione della cattedra episcopale e della sede presbiterale. Al termine dei lavori il prof. Paul De Clerck dell’Institut Catholique di Parigi ha offerto una sintesi delle principali acquisizioni del convegno.

Tutte le relazioni del convegno di quest’anno, com’è consuetudine, saranno pubblicate nella serie annuale degli Atti , nel desiderio di offrire un contributo alla riflessione ecclesiale sullo spazio liturgico come luogo teologico di trasmissione della fede.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Osservatore Romano

GIOVANNI PAOLO II E IL CORPUS DOMINI

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GIOVANNI PAOLO II E IL CORPUS DOMINI

di don Mariusz Frukacz

6 giugno 2012

CZESTOCHOWA, (ZENIT.org)- Un giorno alla Solennità del Corpus Domini, una ricorrenza cui il beato Giovanni Paolo II era molto legato. Sull’argomento Zenit ha intervistato monsignor Stanislaw Nowak, arcivescovo di Czestochowa.
Eccellenza, come ricorda il giorno in cui Giovanni Paolo II ha rinnovato la tradizione della processione del Corpus Domini a Roma?
Mons. Stanislaw Nowak: Ricordo sempre quanto si parlava a Cracovia dei primi giorni del pontificato di Giovanni Paolo II e di quanto succedeva a Roma dopo l’elezione del cardinale Wojtyla sul Trono di San Pietro.
Soprattutto ricordo che si parlava tanto del fatto che Giovanni Paolo II avrebbe rinnovato la processione del Corpus Domini a Roma. Si diceva che il Santo Padre aveva voluto compiere questo gesto perché amava infinitamente questa processione, di cui era molto coinvolto anche in quanto vescovo di Cracovia.
Va detto, infatti, che, già come vescovo di Cracovia, Karol Wojtyla attribuiva una grande importanza nella processione Corpus Domini in quanto “professione di fede in Dio sulla strada”, al centro della città. Aveva sofferto molto quando, ai tempi del comunismo, fu interrotta la grande tradizione di Cracovia – risalente a prima della seconda guerra mondiale – di svolgere la processione eucaristica fino alla piazza principale della città.
Il grande arcivescovo di Cracovia suo predecessore, Adam Sapieha, aveva guidato questa processione fino alla piazza principale, attraversando con il Santissimo Sacramento le strade della centro storico. Durante la dura era comunista, purtroppo, non fu possibile organizzare tutto questo: la processione aveva luogo soltanto sulla collina del castello di Wawel ed era vietato andare per le strade della città.
Da cardinale, quindi, Karol Wojtyla lottò tanto per riportare la processione del Corpus Domini per le strade.
Perché, dunque, la processione del Corpus Domini sulle strade della città è stata così importante per il cardinale Wojtyla?
Mons. Stanislaw Nowak: In Polonia esisteva la grande tradizione dei quattro altari durante la processione pubblica del Corpus Domini e come cardinale di Cracovia, il beato Wojtyla ha predicato la parola di Dio con grande attualità in ciascuno dei quattro altari.
Egli parlò di libertà, chiedendo il rispetto da parte dello Stato per le tradizioni cattoliche e del ripristino della Facoltà di Teologia a Cracovia. La processione del Corpus Domini, quindi, all’epoca di Wojtyla era, da un lato, una grande confessione di fede e, dall’altro, un richiamo alle autorità dello Stato a ristabilire la giustizia in Polonia.
Alla luce di questo, possiamo dire che esiste una relazione interessante fra il rinnovamento della processione del Corpus Domini a Roma e quella di Cracovia. Quando l’allora cardinale Karol Wojtyla fu eletto Papa, rinnovando e celebrando la prima processione a Roma, allo stesso tempo le autorità comuniste diedero il permesso cha la processione del Corpus Domini tornasse nella piazza principale di Cracovia. E questo, per noi polacchi fu una grande gioia.
*Mons. Stanislaw Nowak è nato l’11 luglio 1935 in Jeziorzany. Ordinato sacerdote il 22 giugno 1958 dall’Arcivescovo di Cracovia Eugeniusz Baziak, iniziò il ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Cracovia – come un vicario – in Choczni vicino a Wadowice, in Ludzmierz e Rogoznik Podhale.
Negli anni 1963-1979 è stato il padre spirituale del Seminario di Cracovia e, allo stesso tempo, ha proseguito gli studi specializzati in teologia negli anni dal 1967 al 1971 presso l’Istituto Cattolico di Parigi.
Dal 1971 è stato, poi, docente alla cattedra di Teologia della vita interiore della Pontificia Facoltà di Teologia a Cracovia e, dal 1981, alla Facoltà di Teologia della Pontificia Accademia di Teologia. Nei anni 1984-1992 mons. Nowak è stato il quarto ordinario vescovo della diocesi di Czestochowa e, dal 1992 è il primo Metropolita di Czestochowa.
Durante i miei studi a Roma ho potuto partecipare per tre volte alla processione del Corpus Domini, guidata da Giovanni Paolo II, negli anni 2001-2003, dunque nell’ultimo periodo del suo grande Pontificato.
Il Santo Padre era già un uomo che aveva patito molte sofferenze; allo stesso tempo, però, era un uomo di straordinaria forza spirituale, e per questo posso dire che, durante la processione del Corpus Domini, il beato Wojtyla ha dato una grande testimonianza dell’amore di Cristo presente nel Santissimo Sacramento.
Ricordo che una volta andai molto vicino al Santo Padre e avvertii subito la sua grande fede e il profondo amore che da lui traspariva. Quando guardò Cristo fu davvero un’emozione unica, perché amava veramente Cristo: lo ha portato con sé fino alla fine, con la Sua croce, quando, nonostante la sofferenza, guidò la processione del Corpus Domini.
Questa processione, infatti, è stata per me un’esperienza profonda, una lezione di fede, di amore e di umiltà. Credo che quando Giovanni Paolo II ha seguito Cristo per le strade della Città Eterna, dalla Basilica di San Giovanni in Laterano fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore, ha insegnato a tutti a rivolgere il nostro sguardo a Cristo, imparando quindi a guardare con amore, ma anche con umiltà e pace, dentro il cuore di ogni persona che incontriamo sul cammino della nostra vita.
La solennità del Corpus Domini risale al 1264, per volontà di Papa Urbano IV che istituì la festa «affinché il popolo cristiano riscoprisse il valore del mistero eucaristico». A distanza di più di 700 anni la tradizione continua ininterrotta: Benedetto XVI, infatti, presiederà, questo giovedì, la Santa Messa sul sagrato di San Giovanni in Laterano, per poi guidare la processione del Corpo di Cristo fino alla basilica di Santa Maria Maggiore.
“Un momento importante per la fede dei cristiani e per la vita ecclesiale della Diocesi di Roma” ha dichiarato il cardinale Vicario, Agostino Vallini. Soprattutto un’occasione “per ringraziare il Signore del dono inestimabile dell’Eucaristia, per testimoniare pubblicamente la nostra fede e l’unità della Chiesa di Roma intorno al suo Vescovo”.
In vista di tale evento, ZENIT ha incontrato padre Giuseppe Midili, O.Carm., direttore dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma, che ci ha raccontato la storia e il significato di questa festa in cui “la Chiesa si manifesta come Corpo unico e unitario”.
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Il Corpus Domini celebra l’Eucarestia, fulcro della fede cristiana. Qual è il significato di questa solennità?
Padre Midili: Eucaristia significa rendimento di grazie. Ogni giorno – specialmente la domenica – la Chiesa si raduna per celebrare i santi misteri e rendere grazie al Padre per il dono del Figlio, che ha offerto la sua vita in sacrificio per noi e ci ha meritato la salvezza. La solennità del Corpo e del Sangue del Signore è l’occasione liturgica di un ringraziamento speciale. La comunità cristiana si raduna per prendere coscienza che solo nell’Eucaristia trova il culmine e la fonte di tutta la sua vita. Ogni atto di fede, ogni forma di pietà, di devozione, ogni forma di autentica carità non può prescindere mai da questo sacramento, che è costitutivo del cristiano.
A quando risale la nascita di tale ricorrenza?
Padre Midili: La solennità del Corpo e del Sangue del Signore fu istituita nel 1264 da papa Urbano IV, perché il popolo cristiano potesse partecipare con speciale devozione alla Santa Messa e alla processione e così testimoniasse la fede in Gesù, che ha voluto rimanere presente sotto le specie del pane e del vino consacrati. Nel corso dei secoli questa solennità ha costituito il punto più alto di devozione eucaristica, perché ha unito l’adorazione devota a quell’evento originante imprescindibile che è la celebrazione della Messa.
La celebrazione del Corpus Domini a san Giovanni in Laterano è entrata nella tradizione della diocesi di Roma grazie a Giovanni Paolo II. Perché il beato Papa ha voluto dargli una così grande
importanza?
Padre Midili: Sin dall’anno 1979 Papa Giovanni Paolo II volle che a Roma la solennità del Corpo e Sangue del Signore si celebrasse il giovedì, perché proprio il giovedì santo Gesù radunò i suoi discepoli e durante la cena istituì il nuovo ed eterno sacrificio, il convito nuziale dell’amore. Mentre nella sera del giovedì santo si rivive il mistero di Cristo che si offre nel pane spezzato e nel vino versato, nella ricorrenza del Corpus Domini questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio.
Il Papa volle celebrare nella Cattedrale di Roma, insieme con tutti i sacerdoti e i fedeli della città, perché l’Eucaristia è mistero di comunione con Dio, ma anche tra le persone. La migliore immagine di Chiesa, infatti, è quella che si costituisce intorno al Vescovo, per celebrare i divini misteri, mangiare e bere del Corpo e Sangue del Signore, rendere grazie e così testimoniare la comunione e l’amore che Gesù ha insegnato.
Qual è il senso di celebrare questa festa nella piazza antistante la Basilica di San Giovanni?
Padre Midili: Piazza S. Giovanni è allo stesso tempo il sagrato della Basilica Cattedrale di Roma, ma è anche il luogo delle manifestazioni pubbliche per la città e per l’Italia; spesso è teatro di concerti, di eventi politici e purtroppo anche di scontri; è l’agorà degli antichi. È diventata un simbolo del nostro paese, è un sagrato-piazza.
Celebrare la Santa Messa in un luogo così significativo nel giorno della festa dell’Eucaristia ribadisce che Gesù è in mezzo al suo popolo in ogni momento della vita. Con la sua presenza egli santifica la quotidianità, vede e risana la sofferenza, è per tutti un segno di speranza. Gesù non è lontano da noi e dalla nostra vita, ma è sempre presente, si è fatto vicino. Possiamo incontrarlo nell’Eucaristia celebrata e nel pane consacrato. Egli ci viene incontro.
Il Corpus Domini è un momento fondamentale per il popolo cristiano. Soprattutto la processione, guidata dal Santo Padre, è un evento di grande impatto la cui idea centrale è che “Cristo cammina in mezzo a noi”….
Padre Midili: La Santa Messa e la processione nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore sono un unico evento, che manifesta la Chiesa come Chiesa. É la festa della comunità radunata. I credenti si ritrovano insieme per celebrare il sacrificio di Cristo e nella celebrazione rendono grazie a Dio per tutto quello che hanno ricevuto. La migliore immagine di Chiesa è quella che si raduna intorno al suo Vescovo per celebrare i santi misteri, mangiare e bere del Corpo e del Sangue del Signore, rendere grazie e così testimoniare la comunione e l’amore che Gesù ci ha insegnato.
L’adorazione è prosecuzione dell’Eucaristia celebrata, testimonianza d’amore e di fede verso Gesù, prolungamento del ringraziamento dopo ogni S. Comunione. La processione è cammino di sequela. Ancora una volta la Chiesa si identifica con il popolo in cammino, che segue il suo maestro. Si ripete l’esperienza dei discepoli di Emmaus, che percorrono un tratto di strada con Gesù e lo ascoltano mentre li istruisce. Nella processione eucaristica la comunità cammina con Gesù, ma non lo riconosce più mentre spezza il pane. Noi riconosciamo il Maestro presente in quel pane.

LA LITURGIA DELL’EUCARESTIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Attualit%E0/04-05/9-Liturgia_dell_Eucarestia.html

LA LITURGIA DELL’EUCARESTIA

(l’articolo è del sito Don Bosco di Torino, sempre valido)

Il centro della liturgia cosmica
L’Incarnazione del Signore e la sua Ascensione hanno reso possibile la comunicazione tra cielo e terra, adombrata nella visione della scala di Giacobbe (cf. Gn 28,12) e preannunciata da Cristo stesso (cf. Gv 1,51). L’Apocalisse, con l’altare dell’Agnello al centro di Gerusalemme che scende dal cielo sulla terra, è l’archetipo del culto cristiano: esso è adorazione di Dio da parte dell’uomo e comunione dell’uomo con Dio. Il Canone Romano nell’invocazione Ti supplichiamo, Dio Onnipotente, menziona “l’altare del cielo”, perché di là scende la grazia di Colui che è il Risorto e il Vivente e si compie il meraviglioso scambio che salva l’uomo.
Cristo è il sacerdote universale del Padre, attraverso la cui umanità, lo Spirito Santo trasmette la vita divina al creato e all’uomo e la porta a perfezione. La natura umana di Cristo è fonte di salvezza, egli è il sommo liturgo e sacerdote.
Secondo gli orientali, la presenza della Trinità conferisce all’Eucaristia la qualità di convegno della terra e del cielo: “la tenda di Dio con gli uomini” (Ap 21,3). Dice San Dionigi l’Areopagita che Dio: “è chiamato bellezza … perché chiama (kaleí) a sé tutte le cose … e tutte le raccoglie (synagheí) insieme”. I termini greci sono sinonimi della convocazione ecclesiale. La presenza di Cristo là dove si riuniscono i fedeli per l’Eucaristia rende la terra cielo: “Questo mistero trasforma per te la terra in cielo… Ti mostrerò infatti, sulla terra ciò che nel cielo esiste di più venerabile… Ti mostro non gli angeli, non gli arcangeli, ma il loro stesso Signore…”.
Dunque si può “sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato”.

Quando l’Eucaristia è validamente celebrata
Il sacramento è “un segno sensibile della realtà sacra e forma visibile della grazia invisibile”. Questa definizione del Concilio di Trento, serve a ricordare gli elementi di cui si compone necessariamente anche il sacramento eucaristico: il ministro, i riceventi e il gesto sensibile.
Quanto agli elementi, il gesto dell’Eucaristia è possibile solo col pane, col vino e alcune gocce d’acqua che esprimono l’unione del popolo santo col sacrificio di Cristo, anche se, per la validità del gesto, l’acqua non è necessaria.
Quanto alla formula, per la fede cattolica, sono essenziali e necessarie solo le parole della consacrazione. Il ministro è il sacerdote validamente ordinato. In modo valido possono ricevere l’Eucaristia solo i battezzati, per i quali, secondo la tradizione latina, è richiesto l’uso di ragione, onde conoscere per quanto è possibile i Misteri della fede e accostarvisi con retta intenzione e devozione. È richiesto anche lo stato di grazia, che dopo il peccato mortale, si ottiene con la confessione sacramentale.
Da tutto questo si comprende che la liturgia non è una proprietà privata da sottoporre alla propria creatività per le celebrazioni comunitarie come anche per quelle con pochi o senza fedeli.

La preparazione alla Comunione
L’Eucaristia è la presenza vivente di Cristo nella Chiesa. L’umiliazione del Signore, lo ha portato a trasformarsi in nutrimento per l’uomo (cf 1 Cor 10,16; 11,23s).
Uno dei simboli tradizionali di questo mistero è il pesce: “… m’imbandì per cibo il pesce di fonte … incontaminato, che la vergine pura prende e ogni giorno porge agli amici perché ne mangino, con vino eccellente che offre mescolato al pane”, come riferisce la celebre epigrafe di Sant’Abercio, vescovo del II secolo, la più antica di contenuto eucaristico.
Un altro simbolo della donazione di sé è il pellicano: “Pie pellicane Jesu Domine…” esclama San Tommaso d’Aquino nell’inno Adoro te devote. Il mistero dell’incarnazione del Verbo continua nel Corpo eucaristico, pane dell’uomo. Gesù lo ha preannunciato nel discorso di Cafarnao: “Io sono il pane disceso dal cielo…” (Gv 6,41). La sua carne è vero cibo, il suo sangue è vera bevanda (cf Gv 6,55). Nella Comunione eucaristica si alimenta la comunione ecclesiale, la Comunione dei santi; infatti “poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Cor 10,17).
L’Eucaristia è il convito pasquale dell’Agnello immolato, Cristo Signore. La piena partecipazione dei fedeli alla S. Messa si compie nella Santa Comunione, ricevuta con le dovute disposizioni esterne ed interne.
Quindi, come non è accettabile l’astensione prolungata per eccesso di scrupolo, così non va incoraggiata la frequenza indiscriminata.
L’esclusione dalla Comunione a causa di peccati gravi è attestata dalle parole stesse dell’istituzione: “sangue versato … in remissione dei peccati” (Mt 26, 28) e dalle antiche anafore. Ben presto la Chiesa ha richiesto un itinerario per catecumeni e per penitenti; questi ultimi potevano partecipare alla Messa come akoinônetôi (privi di Comunione); per i peccati gravi bisognava ricorrere alla penitenza canonica. Il fatto che molti Padri insistano sulla necessità d’essere degni prova che la richiesta della remissione dei peccati, anche nell’epiclesi postconsacratoria, non è un invito, rivolto ai rei di peccati gravi, ad accostarsi all’Eucaristia senza la previa penitenza. Anche se alla Messa si può partecipare validamente anche senza la Comunione, che è parte integrante del sacrificio, ma non essenziale, tuttavia si afferma che la partecipazione piena al corpo di Cristo non avviene senza una buona disposizione.
La preparazione personale si perfeziona attraverso i riti di Comunione:
– Padre nostro: in esso c’è la domanda del pane quotidiano, che è anche il pane eucaristico, mentre “si implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi Doni vengano dati ai santi”. Domandando di essere perdonati, chiediamo di saper perdonare, perché il Regno e la volontà di Dio si compiano in noi e siamo fatti degni di ricevere il Sacramento.
– Il rito della pace: lo scambio o saluto della pace, cioè del perdono, che nelle liturgie orientali e in quella ambrosiana si fa prima dell’anafora, nel rito romano avviene prima della Comunione. Il Signore risorto apparve in mezzo ai suoi e offrì la sua pace, approntò, dice San Giovanni Crisostomo, “la mensa della pace”.
L’Eucaristia dona la pace e la salvezza delle anime che è Cristo stesso (cf Ef 2,13-17); egli è stato immolato per pacificare le realtà celesti e terrestri, per vivere in pace con i fratelli. Perciò l’Eucaristia è il vincolo della pace (cf Ef 4,3): “Come la pace stabilisce l’unità tra il molteplice, così l’agitazione divide l’uno in molti”. Infatti “pace… è la Chiesa di Cristo”. Il cristiano, chiedendo la pace, in realtà chiede Cristo: “Chi cerca la pace cerca Cristo poiché egli è la pace”. La liturgia è il mistero con cui la pace di Cristo giunge di nuovo a tutta la creazione.
Le Costituzioni Apostoliche descrivono così il rito del gesto di pace: “I membri del clero salutino il vescovo e, tra i laici, gli uomini salutino gli uomini e le donne le donne”. Il bacio dei fedeli è un’azione sacra, esperienza dell’unità che unisce i fedeli tra loro e con il Verbo. Perciò la pace innanzitutto si implora con una preghiera che chiede anche l’unità per la Chiesa, per la famiglia umana ed esprime l’amore vicendevole con un breve dialogo tra sacerdote e fedeli. Il rito, comunque, non obbliga allo scambio del gesto di pace, che si compie secondo l’opportunità.
In tal caso, come nello stile sobrio della liturgia romana e in quello ricco del rito bizantino, ciascuno lo dà a quelli immediatamente vicini, evitando di lasciare il proprio posto e creare distrazione. Sarebbe opportuno, quindi, disciplinare questo rito per il decoro della liturgia.
Pace è un nome che i primi cristiani davano all’Eucaristia, perché essa significa radunare, superare le barriere, condurre gli uomini in una nuova unità. Con il raduno eucaristico i cristiani, perdonandosi l’un l’altro prima di fare la Comunione, hanno creato condizioni di pace in un mondo senza pace.
– Frazione del Pane: questo rito significa che, pur essendo molti, nella comunione del pane spezzato diventiamo un corpo solo. Dice San Giovanni Crisostomo: “Ciò che Cristo non ha patito sulla croce lo patisce nell’oblazione a causa tua e accetta di essere spezzato per poter saziare tutti”. Ma il Cristo pur spezzato non si divide. Dopo la frazione ogni particola del santo pane è Cristo intero. Tutti coloro che si accostano alla Comunione ricevono tutto il Cristo, che riempie totalmente. Nessuna comunità può ricevere Cristo se non con tutta la Chiesa.
– Unione delle specie: è un gesto semplice nel rito romano ma dal grande significato, che esalta l’opera dello Spirito, dall’Incarnazione alla Risurrezione del Signore. La liturgia bizantina lo spiega come ‘Pienezza di Spirito Santo’; poi, nel singolare rito dello zéon, versando acqua calda, si dice: ‘Fervore di Spirito Santo’. Ora Cristo risuscita!
– Preparazione personale: è fatta dal sacerdote con preghiere molto belle recitate sottovoce e anche da qualche attimo di silenzio che anticipa quello più disteso dopo la Comunione. È un esempio per aiutare i fedeli nella loro preparazione.

La Santa Comunione
Il sacerdote eleva l’Ostia consacrata come il Corpo di Cristo fu elevato sulla croce, dicendo nella liturgia latina: “Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”; nella bizantina: “Le cose sante ai santi”. Inoltre “Poiché la comunione ai Misteri non è permessa indifferentemente a tutti, il sacerdote non invita tutti… invita a comunicarsi quanti sono nella condizione di parteciparvi degnamente: Le cose sante ai santi… Egli qui chiama «santi» quelli che sono perfetti nella virtù, e anche quanti tendono a quella perfezione, pur mancandone ancora. Nulla infatti impedisce a costoro, partecipando ai santi Misteri, di esserne santificati”.
L’Eucaristia è il sacramento dei riconciliati, offerto dal Signore a coloro che sono una cosa sola con lui. Per questo fin dall’inizio il discernimento precede l’Eucaristia (cf 1 Cor 11,27s) sotto pena di sacrilegio. La Didaché riprende questa tradizione apostolica e fa pronunciare al sacerdote, prima della distribuzione del sacramento, queste parole: “Se uno è santo, venga; se non lo è, si penta!”. La liturgia bizantina contiene ancora quest’invito. Nella liturgia romana il sacerdote rivolge l’invito alla Comunione e con i fedeli recita “Signore, non sono degno” per esprimere sentimenti di umiltà; la risposta è l’Amen personale di ogni comunicando.
Dalle fonti antiche si evince che la Comunione non si prende ma si riceve, quale simbolo di ciò che significa, cioè Dono ricevuto in atteggiamento di adorazione. Nei casi previsti di Comunione sotto le due specie, nel rito latino,va ricordata la dottrina cattolica riguardo ad essa. Per i riti orientali va osservata
la tradizione secondo i canoni.
Si raccomanda la vera devozione nell’accostarsi a ricevere la Comunione. San Francesco d’Assisi ardeva “di amore in tutte le fibre del suo essere, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Si comunicava con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri”. E Cabasilas invita a riflettere che “mentre comunichiamo ad una carne e ad un sangue umano, riceviamo nell’anima Dio: corpo di Dio non meno che d’uomo, sangue e anima di Dio, mente e volontà di Dio non meno che d’uomo”.
La realtà del Corpo di Cristo è la sua persona e la sua vita, mistero e verità salvifica da abbracciare, come San Tommaso d’Aquino, con la fede e la ragione.
Infine, la preghiera dopo la Comunione chiede i frutti del mistero celebrato e ricevuto, poiché al conseguimento di essi la Santa Messa è ordinata. ***

RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2004-9

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - EUCARESTIA |on 18 juin, 2014 |Pas de commentaires »

IL CORPO DELLA NOSTRA UMILIAZIONE

http://www.ilcristiano.it/articolo.asp?id=116

(credo Chiesa Evangelica)

IL CORPO DELLA NOSTRA UMILIAZIONE

L’opera di redenzione dell’uomo peccatore, perfettamente compiuta da Gesù sulla croce, sarà totalmente adempiuta in noi quando, al suo ritorno, il corpo della nostra umiliazione sarà trasformato in un corpo conforme a quello della sua gloria. In questa attesa dobbiamo essere consapevoli non soltanto delle notevoli potenzialità del nostro corpo, ma anche dei suoi limiti.
“Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa” (Fl 3:20-21)

Un “vaso di terra” e una “tenda”
Non si può dire quanta speranza e consolazione si trovano nelle parole sopracitate, scritte dall’apostolo Paolo mentre era in carcere (Fl 1:13). Ogni figlio di Dio trova forza nel sapere che tutta la sofferenza che vive, tutte le miserabili esperienze conosciute nel corpo non solo avranno fine, ma lasceranno spazio ad una eternità che vivremo con un corpo glorioso!
Questa consapevolezza ci rallegra e ci dà un sano realismo per il presente, tenendoci lontano da illusioni di trionfalismi prematuri.
Infatti l’apostolo Paolo, unitamente all’atteso ritorno del Signore Gesù dal cielo, vedeva il momento in cui i corpi dei credenti saranno trasformati.
Dichiara che aspettiamo “il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore” (v. 20). Questo chiarisce il fatto che la nostra salvezza sarà completa e manifestata quando “il Salvatore” redimerà anche il nostro corpo (Eb 10:28; Ro 8:23b), mentre per ora la nostra vita “è nascosta con Cristo in Dio” (Cl 3:3).
Quindi, come “cittadini del cielo” abbiamo in vista un meraviglioso appuntamento, nel frattempo però siamo“nel corpo” e in esso non c’è gloria.
Al “corpo naturale” (1Co 15:44) si addicono infatti aggettivi quali: “corruttibile” (v. 42), “ignobile”, “debole” (v. 43),“mortale” (v. 53).
Una prima immagine in linea con questi termini è quella del “vaso di terra” (2Co 4:7), che illustra bene la natura del nostro corpo.
Richiamando infatti la medesima figura del vaso, l’apostolo afferma che i vasi di legno e di terra sono per un uso ignobile, mentre per un uso nobile si scelgono vasi d’oro e d’argento (2Ti 2:20). Anche noi metteremmo nel posto più in vista della casa un vaso pregiato, non un vaso di terra! E il nostro corpo è… un vaso di terra!
Altra immagine: tanto l’apostolo Paolo come l’apostolo Pietro (2Co 5:1-10, 2P 1:13-14) scrivono paragonando il corpo ad una tenda, cioè ad una dimora temporanea alla pari di quella che un pellegrino sposta in continuazione fino a quando, disfatta, la dovrà lasciare. Mentre una casa è solida e duratura, la tenda esprimeprecarietà.
È “il corpo della nostra umiliazione”: il termine medesimo, “umiliazione”, ci ricorda la parola “humus”, che significa proprio terra.
Dunque niente di glorioso, ma bassezza e pochezza.
Si tratta di una umiliazione non cercata né da cercare (a differenza di quella interiore): il nostro corpo manifesta “la nostra umiliazione” a prescindere da quello che noi vorremmo, e questo sottolinea ancora meglio che non ci possono essere per il corpo terreno, così com’è, innalzamento e gloria.
Dobbiamo tuttavia considerare che il nostro corpo non è di per sé qualcosa di negativo da disprezzare.Se pensassimo questo, disprezzeremmo l’opera del nostro Creatore, al quale Davide si rivolgeva così:
“Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo” (Sl 139:14).
Qualunque sia la realtà del nostro corpo, esso è una stupenda creazione di Dio.
La dimostrazione che Dio non disprezza i nostri corpi la vediamo anche nell’averli fatti diventare il tempio dello Spirito Santo:
“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio?”(1Co 6:19).
Questo è il segnale che la redenzione non riguarderà soltanto spirito e anima, ma anche il corpo del credente.
Ogni cosa a suo tempo, però.
In quello che segue vorrei cercare di approfondire il significato della frase riportata nel titolo dell’articolo vedendo nella Scrittura quali sono le manifestazioni dell’umiliazione che al momento ci riguarda.

Esposizione al peccato
Fino a che vivremo in questo corpo dovremo fronteggiare il pericolo di cadere nel peccato. Infatti, anche se come credenti, in quanto “morti con Cristo” non siamo più “nella carne” ma siamo “nello Spirito” (Ro 8.9) – in altre parole: la posizione di legittimo comando spetta ora esclusivamente allo Spirito Santo! – pur nondimenonon siamo ancora insensibili ai richiami della carne, che continua a manifestare i suoi desideri e far sentire i suoi richiami.
Se nel nostro cammino daremo retta ai suggerimenti della carne, il nostro corpo eseguirà azioni di peccato. Occorre qui precisare che il corpo non equivale alla “carne”, anche se in alcuni versetti il termine “carne”significa proprio corpo fisico, materia (ad esempio in Romani 8:3b o in 1Timoteo 3:16). Infatti, mentre la“carne” ha una connotazione solo negativa, per il corpo fisico le cose sono diverse.
Per spiegare questo concetto, ci viene in aiuto un esempio: il nostro corpo è come uno strumento (Ro 6:13), di per sé neutro, ma potenzialmente sia esecutore di male sia esecutore di bene a seconda di chi lo comanda.
Possiamo dire che, se è vero che anche con la propria interiorità, con la mente ed il cuore, l’uomo può commettere peccato, il corpo fisico è il più noto agente esecutore di azioni condannate dal Signore.
Tra le cose che “odia il Signore” (Pr 6:16-19) ci sono peccati compiuti con gli occhi (alteri), la lingua (bugiarda), le mani (che spargono sangue innocente), i piedi (che corrono frettolosi al male).
Anche Paolo, dimostrando l’universalità del peccato, cita la partecipazione di ogni parte del corpo nel fare il male, come espresso in vari passaggi dell’Antico Testamento ripresi in Romani 3:13-18. Ci sono peccati quali gozzoviglie e ubriachezze, e i peccati di natura sessuale: fornicazione, adulterio, orge, impurità, sodomia (Ro 13:13; 1Co 6:9, 13-18; Ga 5:19-21; Ef 5:3-5; Cl 3:5; 1Te 4:3-5; 1P 4:3).

Quant’è miserabile e deplorevole un simile uso del corpo!
Per questo, coloro i quali sono “risuscitati con Cristo” devono camminare “in novità di vita” (Ro 6:4) prestando le proprie membra non più “al peccato, come strumenti d’iniquità” ma “come strumenti di giustizia a Dio” (Ro 6:13).
Dunque, con lo strumento “corpo” posso fare cose gradite a Dio, cose giuste, posso servirlo.

Tutti i giorni, tutte le ore c’è da scegliere.
La decisione giusta è di “presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale” (Ro 12:1).
Per farlo convintamente c’è bisogno di una mente rinnovata, che darà al corpo l’input di fare la volontà di Dio (Ro 12:2).
Il corpo farà il bene se comandato da una mente che fa propri i pensieri di Dio, farà il male se sarà diretto da una mente allineata ai ragionamenti del mondo.
Un giorno avremo il corpo della gloria, che non potrà più essere prestato al peccato, perchè il peccato non ci sarà più!
Perciò la redenzione splenderà con forza perchè questo corpo di oggi, di cui abbiamo fatto in passato un uso sbagliato (non sia più così ora!) avrà un sostituto che lo farà dimenticare completamente.

Fatica e stanchezza
Con l’ingresso del peccato nell’esperienza umana, è arrivata anche la fatica nell’adempimento dei nostri impegni:
“Mangerai il pane con il sudore del tuo volto” (Ge 3:19).
Ci spendiamo per svolgere attività, per spostarci, per studiare… ma arriviamo ad un punto in cui avvertiamo che tutto questo diventa pesante, e poi insostenibile, perchè le nostre energie si esauriscono. Quindi ci sentiamo stanchi e ci dobbiamo fermare, riposare, dilazionare le cose da fare.
Dio invece non è soggetto a queste limitazioni: “Egli non si affatica e non si stanca” (Is 40:28), “…non sonnecchierà né dormirà” (Sl 121:4).
Eppure, questo Dio “è stato manifestato in carne” (1Ti 3:16): nella persona del Signore Gesù Cristo si è fatto uomo con un corpo simile al nostro, con l’unica differenza che quel corpo non fu mai prestato al peccato e di conseguenza non doveva subire la morte quale “salario” del peccato stesso.

Le domande di Giobbe a Dio:
“Hai tu occhi di carne? Vedi tu come vede l’uomo? Sono i tuoi giorni come i giorni del mortale, i tuoi anni come gli anni degli esseri umani…?” potevano avere risposta affermativa da parte di Gesù, Dio incarnato.
Il nostro Salvatore ha conosciuto le limitazioni di questo “vaso di terra”, e i Vangeli ce ne rendono testimonianza: passando per la Samaria, vicino al pozzo di Giacobbe, Gesù fu “stanco del cammino” (Gv 4:6).
Tutto quello che il Signore Gesù sperimentò nella sua incarnazione fa sì che egli ci possa comprendere e possa simpatizzare con noi “nelle nostre debolezze” (Eb 4:15).
Chi di noi non ha sospirato desiderando che in un attimo finisse la stanchezza avvertita, quando proprio non ce la facevamo più?
In momenti simili dobbiamo ricordare che il nostro Signore ci è vicino e ci capisce.
Lo stress è uno dei problemi più comuni del nostro tempo. Troppo spesso chiediamo a noi stessi uno sforzo così intenso che mette a dura prova non solo il nostro corpo, ma anche la nostra emotività che ad esso è intimamente connessa.
Abbiamo bisogno di saggezza per selezionare le cose da fare, eliminando quelle dannose e inutili, dando priorità alle cose davvero importanti. Siamo sicuri che non ci stiamo procurando da soli delle ansie inutili, che ci spingono a fatiche non necessarie?
«Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?” (Mt 6:25)
Chiediamoci altresì: stiamo dando spazio all’impegno per la Chiesa? Al servizio?
Saranno energie ben spese quelle destinate all’opera di Dio e a compiere le buone opere (1Co 15:58; 1Te 2:9).
In questo corpo siamo soggetti a numerose limitazioni, perciò è importante avere chiare le giuste priorità per spenderci in ciò che davvero vale.

Malattie e dolore
Questo è l’aspetto che probabilmente ci impressiona di più e ci fa sentire più marcatamente l’umiliazione nel nostro fisico.
Il nostro corpo è soggetto ad una infinità di patologie, di malesseri e di dolori.
L’essere umano è addirittura dato alla luce in mezzo al dolore, quello del parto!
Inoltre il nostro corpo, pur essendo adattabile ad una gamma di situazioni diverse a seconda del luogo e della stagione, risente sensibilmente della condizione ambientale in cui si trova: caldo, freddo, umidità, arsura, inquinamento ecc…
Di solito, a parlare di dolori e malanni sono gli anziani, che conoscono quelli dovuti all’età, eppure le malattie colpiscono tutti, e spesso capiamo quanto dovremmo essere riconoscenti per un corpo in salute solo di fronte alla perdita di quest’ultima.
Con le malattie l’umiliazione è chiaramente riscontrabile, talvolta lasciandoci del tutto impotenti ad osservare il decorso di mali per i quali non ci sarà guarigione.
Non è piacevole ammalarsi e non poter più fare le cose di prima. Non è facile aspettare una guarigione che non è sicuro arrivi. Non è per niente bello convivere con dolori e malesseri per anni e anni. La mente diventa un campo minato in cui dubbi e ribellione potrebbero far vacillare la nostra fede in Dio.
Certo, le malattie non sono una passeggiata, sono una prova ed una afflizione.
Ma quando vengono accettate da chi le vive come circostanze permesse dal Signore, esse diventanostrumento nelle sue mani per produrre “pazienza, esperienza, speranza” (Ro 5:3-4) e “costanza” (Gm 1:3).

Ci sono molte occasioni in cui Dio interviene e ci guarisce.
Per Davide, Dio era degno di lode anche perché “risana tutte le tue infermità” (Sl 103:3). Del resto, il Signore Gesù ha compiuto un’infinità di guarigioni, mostrando la potenza di Dio e anche una grande compassione nei confronti di chi è ammalato (Mt 4:23-25).
Uno dei segni che accompagnò i credenti dell’era apostolica fu la guarigione degli ammalati (Mc 16:18; At 3:1-8, 5:12-16).
Epafrodito, un compagno d’opera di Paolo, si ammalò gravemente ma Dio ebbe pietà di lui e lo guarì (Fp 2:25-30).
Eppure Dio non guarì in tutti i casi e non ci guarirà sempre. Infatti, è anche attraverso le malattie e le disabilità che Dio può trarsi gloria, come nel caso dell’uomo nato cieco (Giovanni 9) oppure formarci spiritualmente per conoscerlo meglio, come avvenne per Giobbe.
A dimostrazione di questo principio possiamo guardare non un credente additabile come mancante di fede o carnale, ma niente meno che l’apostolo Paolo (2Co 12:7-10).
Che cosa rispose il Signore all’apostolo che per tre volte gli chiedeva liberazione dalla sua dolorosa infermità?
“La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza”.
Il Signore portava avanti il suo piano con Paolo in un modo migliore lasciandogli quell’infermità piuttosto che togliendola.
La grazia del Signore era con Paolo anche con quella infermità, e la debolezza del suo essere era la condizione ottimale affinché la grazia si mostrasse.
Infatti, per quale ragione “noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra”?
Ecco la risposta:
“… affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2Co 4:7).
E questo non è tutto.
Guardiamo a quest’altro passo:
“Voi non mi faceste torto alcuno; anzi sapete bene che fu a motivo di una malattia che vi evangelizzai la prima volta; e quella mia infermità, che era per voi una prova, voi non la disprezzaste né vi fece ribrezzo; al contrario mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù stesso. Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia? Poiché vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati.” (Ga 4:13-15).

Paolo aveva un problema agli occhi. Proprio per questo riesce, sì, a scrivere di suo pugno la lettera ai Galati, ma con grossi caratteri (Ga 6:11). Però questo suo problema aveva generato due cose molto positive.
La prima era che, proprio a causa di questa malattia, Paolo aveva evangelizzato i Galati.
La seconda era stata l’affettuosa cura che i Galati avevano dimostrato per Paolo. Che cosa impariamo?
Dio ha un piano sempre migliore rispetto ai nostri progetti, in cui le malattie sono escluse. Senza quella malattia di Paolo, i Galati come avrebbero ricevuto il Vangelo?
Può darsi! Allora, anche se noi ci ritroviamo in un letto d’ospedale, il Signore ci userà per testimoniare di Cristo al nostro vicino!
Le malattie inoltre ci offrono l’occasione di assistere ed aiutare chi soffre, portando il peso insieme a chi è ammalato. Non dimentichiamo che uno dei doni spirituali definiti dalla Parola è proprio quello delle “assistenze”(1Co 12:28), e gli ammalati sono certamente una categoria molto numerosa tra i possibili assistiti.
Sarà nella gloria che il dolore non ci sarà più (Ap 21:4); per il momento malattia e dolore ci testimoniano con molta chiarezza l’umiliazione di questo corpo.

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA (1 COR 11, 23-27)

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L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA (1 COR 11, 23-27)

Il racconto più antico dell’istituzione dell’Eucaristia è quello che San Paolo fa nella sua prima lettera ai Corinti. Questo racconto si inserisce in un contesto di rimprovero per gli abusi contro la carità che i Corinti facevano nei riguardi dei più poveri e indigenti. Nei loro banchetti fraterni che precedevano l’Eucaristia e che avevano la finalità di ricordare le circostanze storiche in cui l’Eucaristia era stata istituita o di sovvenire alle necessità dei bisognosi della Comunità, si assisteva a divisioni e a comportamenti mancanti di carità verso i più poveri che non avevano niente di che mangiare, mentre i ricchi banchettavano. San Paolo richiama i Corinti, facendogli capire che quello non era il modo giusto per disporsi alla Cena del Signore e per ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo, cibo di vita eterna e scuola di carità. San Paolo narra ciò che è avvenuto durante l’ultima Cena del Signore, ricordando così ai Corinti la ragione del loro riunirsi: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso” (v. 23). Il binomio “ricevere-trasmettere”, desunto dal vocabolario della tradizione rabbinica, esprime la fedeltà ad un dato ricevuto: Paolo ha trasmesso quello che lui stesso, per primo, ha ricevuto e cioè che “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: « Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me ». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me ». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (vv. 23-26). La formula della consacrazione del pane: “Questo è il mio corpo, che è per voi” (v. 24) esprime bene l’aspetto sacrificale e redentivo del rito eucaristico e la presenza reale di Cristo. Per quanto riguarda la consacrazione del calice, San Paolo usa una formula diversa da quella utilizzata da Matteo (26,26ss.) e da Marco (14, 22ss.), dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”, ponendo così l’accento sull’alleanza nuova con la quale Cristo, nel suo sangue, sostituisce l’antica alleanza, anch’essa stipulata nel sangue, tra Dio e Israele. Sia dopo la prima formula, che dopo la seconda, a differenza del Vangelo di Luca (22, 19s.), San Paolo aggiunge: “fate questo in memoria di me” (vv. 24.25). In questo modo San Paolo sottolinea che il rito eucaristico è il memoriale dell’ultima Cena che differisce dal rito sacrificale dell’agnello dell’Antico Testamento, nel quale si ricordava la liberazione degli Ebrei dall’Egitto. Nell’Antico Testamento l’agnello pasquale era solo un ricordo simbolico ed evocativo, mentre la celebrazione dell’Eucaristia realizza e riproduce il sacrificio di Cristo. È una memoria non solo evocativa, ma creativa del fatto a cui si riferisce. Afferma Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Ecclesia de Eucharistia” che nella celebrazione eucaristica il sacrificio redentore di Cristo “ritorna presente, perpetuandosi sacramentalmente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato…. In effetti, «il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio»… l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo si rende sempre attuale nel tempo” (n. 12). Se si trattasse solo di una presenza simbolica, San Paolo non potrebbe dire che “chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1Cor 11, 27). Ora, perché il rito eucaristico sia vero memoriale, è necessario che chi lo compie sia stato investito da Cristo stesso di uno speciale potere di consacrazione. Le parole pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena: “Fate questo in memoria di me” erano dirette solo agli Apostoli che in quel preciso momento furono ordinati da Cristo stesso sacerdoti. È dunque il sacerdote ministeriale che «compie il Sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (Ecclesia de Eucharistia, n. 28). In persona di Cristo significa che il sacerdote, nel momento della consacrazione si identifica sacramentalmente “col sommo ed eterno Sacerdote, che è l’autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno” (Ecclesia de Eucharistia, n. 29). “Il ministero dei sacerdoti che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, nell’economia di salvezza scelta da Cristo, manifesta che l’Eucaristia, da loro celebrata, è un dono che supera radicalmente il potere dell’assemblea ed è comunque insostituibile per collegare validamente la consacrazione eucaristica al sacrificio della Croce e all’Ultima Cena”. Il Mistero eucaristico, dunque, “non può essere celebrato in nessuna comunità se non da un sacerdote ordinato” (Ecclesia de Eucharistia, n. 29). Ringraziamo il Signore per il “dono incommensurabile” dell’Eucaristia e preghiamoLo perché mandi santi sacerdoti alla sua Chiesa che perpetuino nei secoli il sacrificio eucaristico.

CORPUS DOMINI: LE ORIGINI DI UNA FESTA

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CORPUS DOMINI: LE ORIGINI DI UNA FESTA

Tag: Eucaristia

La festa del Corpus Domini ha avuto origine in un determinato contesto storico e culturale: è nata con lo scopo ben preciso di riaffermare apertamente la fede del Popolo di Dio in Gesù Cristo vivo e realmente presente nel santissimo Sacramento dell’Eucaristia.

Il Papa Benedetto XVI spiegò così la storia di questa festa, che inizia nel duecento:
Santa Giuliana di Cornillon ebbe una visione che «presentava la luna nel suo pieno splendore, con una striscia scura che la attraversava diametralmente. Il Signore le fece comprendere il significato di ciò che le era apparso. La luna simboleggiava la vita della Chiesa sulla terra, la linea opaca rappresentava invece l’assenza di una festa liturgica, per l’istituzione della quale era chiesto a Giuliana di adoperarsi in modo efficace: una festa, cioè, nella quale i credenti avrebbero potuto adorare l’Eucaristia per aumentare la fede, avanzare nella pratica delle virtù e riparare le offese al Santissimo Sacramento. (…)
Alla buona causa della festa del Corpus Domini fu conquistato anche Giacomo Pantaléon di Troyes, che aveva conosciuto la Santa durante il suo ministero di arcidiacono a Liegi. Fu proprio lui che, divenuto Papa con il nome di Urbano IV, nel 1264 istituì la solennità del Corpus Domini come festa di precetto per la Chiesa universale, il giovedì successivo alla Pentecoste.
Fino alla fine del mondo
Nella Bolla di istituzione, intitolata Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264) Papa Urbano rievoca con discrezione anche le esperienze mistiche di Giuliana, avvalorandone l’autenticità, e scrive: “Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che, almeno una volta l’anno, se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose infatti di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: «Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)”.
Il Pontefice stesso volle dare l’esempio, celebrando la solennità del Corpus Domini a Orvieto, città in cui allora dimorava. Proprio per suo ordine nel Duomo della Città si conservava – e si conserva tuttora – il celebre corporale con le tracce del miracolo eucaristico avvenuto l’anno prima, nel 1263, a Bolsena.
Un sacerdote, mentre consacrava il pane e il vino, era stato preso da forti dubbi sulla presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia. Miracolosamente alcune gocce di sangue cominciarono a sgorgare dall’Ostia consacrata, confermando in quel modo ciò che la nostra fede professa.

Testi che fanno vibrare le corde del cuore
Urbano IV chiese a uno dei più grandi teologi della storia, san Tommaso d’Aquino – che in quel tempo accompagnava il Papa e si trovava a Orvieto –, di comporre i testi dell’ufficio liturgico di questa grande festa. Essi, ancor oggi in uso nella Chiesa, sono dei capolavori, in cui si fondono teologia e poesia. Sono testi che fanno vibrare le corde del cuore per esprimere lode e gratitudine al Santissimo Sacramento, mentre l’intelligenza, addentrandosi con stupore nel mistero, riconosce nell’Eucaristia la presenza viva e vera di Gesù, del suo Sacrificio di amore che ci riconcilia con il Padre, e ci dona la salvezza. (…)

Una “primavera eucaristica
Vorrei affermare con gioia che oggi nella Chiesa c’è una “primavera eucaristica”: quante persone sostano silenziose dinanzi al Tabernacolo, per intrattenersi in colloquio d’amore con Gesù! È consolante sapere che non pochi gruppi di giovani hanno riscoperto la bellezza di pregare in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Penso, ad esempio, alla nostra adorazione eucaristica in Hyde Park, a Londra. Prego perché questa “primavera” eucaristica si diffonda sempre più in tutte le parrocchie, in particolare in Belgio, la patria di santa Giuliana. Il Venerabile Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, constatava che “in tanti luoghi […] l’adorazione del santissimo Sacramento trova ampio spazio quotidiano e diventa sorgente inesauribile di santità. La devota partecipazione dei fedeli alla processione eucaristica nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo è una grazia del Signore, che ogni anno riempie di gioia chi vi partecipa. Altri segni positivi di fede e di amore eucaristici si potrebbero menzionare” (n. 10).
Ricordando santa Giuliana di Cornillon rinnoviamo anche noi la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Come ci insegna il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, “Gesù Cristo è presente nell’Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo” (n. 282).
Cari amici, la fedeltà all’incontro con il Cristo Eucaristico nella Santa Messa domenicale è essenziale per il cammino di fede, ma cerchiamo anche di andare frequentemente a visitare il Signore presente nel Tabernacolo! Guardando in adorazione l’Ostia consacrata, noi incontriamo il dono dell’amore di Dio, incontriamo la Passione e la Croce di Gesù, come pure la sua Risurrezione.
Sorgente di gioia
Proprio attraverso il nostro guardare in adorazione, il Signore ci attira verso di sé, dentro il suo mistero, per trasformarci come trasforma il pane e il vino. I Santi hanno sempre trovato forza, consolazione e gioia nell’incontro eucaristico. Con le parole dell’Inno eucaristico Adoro te devote ripetiamo davanti al Signore, presente nel Santissimo Sacramento: “Fammi credere sempre più in Te, che in Te io abbia speranza, che io Ti ami!”. Grazie.»

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