Archive pour octobre, 2010

festa di Tutti i santi

festa di Tutti i santi dans immagini sacre 14

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Filippesi 2,6-11 – « lectio »

dal sito:

http://www.adonaj.net/old/preghiera/lectio9.htm

LECTIO DIVINA 9 
 
“CRISTO GESU’, PUR ESSENDO…”

Filippesi 2,6-11

Introductio:   Preghiamo la Madonna, con l’Ave Maria, perché ci assista nell’accogliere Lo Spirito Santo.

“Vieni, Spirito Santo, nei nostri cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
E donaci per intercessione di Maria che ha saputo
Contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora più
Grande; quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”. Amen.

Lectio:     leggiamo il testo con attenzione

La lettera fu scritta a Roma, quando la prigionia di Paolo stava per finire ed egli prevedeva di essere nuovamente libero entro poco tempo: dunque, verso la metà dell’anno 63, dopo le lettere ai Colossesi, a Filemone.
La cristianità di Filippi, importante città della Macedonia, era stata la prima fondata da Paolo in Europa, allorché durante il suo secondo viaggio missionario era sbarcato in Macedonia tra la fine dell’anno 50 e gli inizi dell’anno 51. A questi suoi primogeniti europei egli rimase sempre attaccatissimo, e concesse loro un privilegio non concesso ad altri: e fu che, mentre Paolo nella sua fierezza non accettava mai soccorsi materiali dai suoi neofiti, li accettò invece più di una volta dai Filippesi. Ciò avvenne anche durante la prigionia romana degli anni 61-63. Quando i Filippesi seppero che il loro amatissimo maestro si trovava in tale stato, inviarono a Roma Epafrodito, uno dei membri più autorevoli della loro comunità, con l’incarico sia di assistere Paolo sia di reali soccorsi materiali da parte loro. Ma, durante la sua permanenza  aRoma, il buon Epafrodito fu colto da grave e lunga malattia, tantoché la notizia della malattia giunse a Filippi e di là si rispose a Roma che tutta la comunità era in trepidazione per il malato; più tardi, come Dio volle, Epafrodito guarì completamente e si preparò al ritorno.
In questa occasione Paolo gli affidò la presente lettera. In essa l’Apostolo risponde alle buone notizie recategli da Epafrodito, e mostra la sua riconoscenza per i soccorsi ricevuti; ma soprattutto egli intavola una serena ed affettuosa conversazione con quei suoi figli amatissimi, che sperava rivedere assai presto. Ma è anche una conversazione cristiana, di evangelizzatore ed evangelizzati: e perciò contiene, fra altri punti dottrinali, insegnamenti cristologici di particolare importanza.

Meditatio.

Paolo rileva la prima e fondamentale virtù sociale, l’umiltà, e canta il più luminoso esempio che ci è fornito dal capo stesso del corpo mistico: le membra perciò non possono fare a meno di nutrire “gli stessi sentimenti” del loro capo: Gesù Cristo.
Tuttavia, convinto di quanto difficile fosse il programma spirituale e morale proposto ai fedeli, Paolo vuol dimostrare che però è possibile, se imiteremo “l’esempio” di Cristo: infatti, lo stato di umiltà assunto da Cristo presuppone una rinuncia infinitamente più grande di quella che noi cristiani dobbiamo fare nei confronti dei nostri fratelli. “Pur essendo nella forma di Dio”(v.6), Cristo rinunciò a tutto lo splendore e alla gloria che competevano a questa sua condizione, per assumere l’ordinaria “forma di servo, diventando (in tutto) simile agli uomini” (v.7). Nella sua umanità, esclusa la parentesi della trasfigurazione, mai rifulse lo “splendore”, accecante della divinità; anzi, questo apparve come eclissato, cancellato, addirittura “svuotato” (v.7). E ciò non bastò a Cristo: dopo l’umiliazione dell’incarnazione, ecco l’umiliazione della morte di croce, accettata in piena “obbedienza” alla volontà del Padre (v.8).
Come ricompensa però di questa catena d’umiliazioni, Dio “sovraesaltò” (v.9) la “umanità” di Cristo nella resurrezione, dandole una dignità, una gloria e uno splendore (“nome”) che la pone sopra d’ogni essere creato (v.9), umano, angelico o demoniaco (v.10. Cifr. Efes.1,21; Ebr.1,4; 1Pt. 3,22). E questo perché è la “umanità” dello stesso Verbo di Dio, che tutti gli esseri ragionevoli finalmente proclameranno a piena voce “Signore”, Dio eterno e immutabile, dominatore dei secoli e “giudice dei vivi e dei morti” (2 Tim.4,1). Tale “confessione” di fede costituirà  la “gloria” più grande che si potrà dare al “Dio Padre” (v.11), perché implica la piena accettazione del suo disegno d’amore e di saggezza. Notiamo che manca una espressa conclusione di carattere ascetico-morale, tuttavia essa è implicata nel contesto: come Cristo dalla sua “umiliazione” ha ricavato la massima “gloria”, anche noi cristiani ritrarremo dalle nostre rinunce una grande gloria e ricompensa per noi stessi e per tutto il corpo mistico, il quale, proprio dai buoni sentimenti di tutti, crescerà più splendente e vitale.
Ne conviene che i vv. 6-11, del capitolo 2 della lettera sono dunque di una eccezionale importanza teologica. Non solo il contenuto è altamente poetico e come percorso da un fiotto di commozione, ma anche la forma esterna è poetica, un vero “inno” con un certo ritmo melodioso che ci eleva a vette spirituali immense.
Dal punto di vista teologico vi si afferma la preesistenza del Verbo e la sua divinità ( ricordiamo il prologo del Vangelo di Giovanni, 1,1-11), l’incarnazione e la morte di croce, la glorificazione di Gesù e il suo dominio universale come ricompensa dell’abbassamento della sua umanità. Dal punto di vista ascetico è la gran lezione dell’umiltà e dell’obbedienza che è proposta a tutti i credenti d’ogni tempo, perciò tali virtù non possono essere marginali nel cristianesimo, se costituiscono l’essenza della vita e dell’opera di Gesù.
La prima parte dell’inno (vv.6-8) tratta più direttamente di alcuni argomenti che ci riguardano più da vicino (come ai Filippesi), poiché vi troviamo un ritratto di Gesù, il quale non si è attaccato egoisticamente alla sua elevata condizione di vita “di natura divina”.
Gesù è colui che fece tutto il contrario di Adamo che, uomo, volle diventare Dio e, creatura, ardì ribellarsi e disobbedire al suo Creatore (Gn.3,5 il serpente dice: “ diventerete come dei”).
Rigettando il peccato di Adamo, Gesù liberamente rinuncia alla sua posizione elevata e assume la condizione di Adamo di schiavitù al peccato e alla corruzione; egli ha accettato “la condizione di servo”. Trovandosi in questa corrotta situazione umana, di cui noi siamo tutti partecipi, Gesù ha portato a compimento il cammino di Adamo umiliando maggiormente se stesso in obbedienza al Padre fino a patire la morte in croce ( “non c’è amore più grande, che dare la vita per i propri amici”). Esempio luminoso d’altruismo e, poniamo l’accento ancora, di umiltà, che indica la morte stessa. La morte di “croce”, per Paolo, non è simbolo d’infamia, ma di gloria.
Sebbene egli possa essere stato più specificatamente interessato alla prima parte dell’inno, la seconda (vv.9-11) è altrettanto espressiva, perché ciò che è accaduto a Gesù Cristo, il quale si è umiliato e morto e risorto, è importante come esempio di ciò che accadrà a noi (come ai Filippesi), che umiliandoci e, forse, subiremo la morte rendendo testimonianza al Vangelo. Come Dio Padre ha esaltato Gesù, il secondo Adamo, così anche noi cristiani che soffriamo e moriamo con la fede possiamo sperare di essere risuscitati a nuova vita quando il Signore glorioso tornerà (1 Ts.4,13-18). Il resto dell’inno esamina l’esaltazione di Gesù e la sua unicità: gli è stato dato un nome che è al di sopra di ogni nome, così che quando è pronunciato il cosmo risponde genuflettendosi e glorificando Dio Padre, confessando e pregando che “Gesù Cristo è il Signore”. La frase è allo stesso tempo un’invocazione e una professione di fede della sua identità.

Contemplatio.

Signore, noi ti lodiamo, ti adoriamo, ti benediciamo, ti glorifichiamo e ti rendiamo grazie per averci rivelato la tua persona divina. Se c’è uno che potrebbe a buon diritto chiudersi in se stesso e accontentarsi della propria autosufficienza, se c’è uno che potrebbe conservare gelosamente il “tesoro” inestimabile della propria esistenza, senza avere bisogno di entrare in rapporto con niente e  nessuno al di fuori di sé, questi sei tu Signore. L’aspetto sconvolgente e “scandaloso” della nostra fede cristiana è proprio questo: tu, uomo Gesù Cristo, sei Dio per natura, eppure tutta la tua vita è stata un uscire da te, un curare la prossimità con noi uomini peccatori. Senza l’affermazione della tua uguaglianza col Padre la tua vicenda sarebbe magari commovente e potrebbe essere esaltante, ma non più di quanto lo fossero le vicende di tanti eroi e benefattori dell’umanità. E l’immagine del Padre resterebbe un enigma insolubile, un mistero occulto e incomprensibile: Dio Padre potrebbe ancora essere un geloso custode della propria inarrivabile divinità.
Gesù ti sei “svuotato” della tua divinità e non ti sei accontentato di condividere la nostra condizione umana, ma ti sei spinto fino ad assumere la condizione di servo. Su questa strada sei andato sino in fondo: ti sei consegnato nelle mani dei peccatori; hai offerto liberamente la tua vita, in obbedienza al Padre, affrontando la più meschina e infamante delle morti per amore nostro. Dall’incarnazione alla crocifissione il tuo progetto è stato un atto d’obbedienza alla volontà divina che ti chiedeva di manifestare a tutta l’umanità l’abissale amore del Padre per i suoi figli. Questo è l’unico modello cui anche noi dobbiamo ispirarci Signore nostro. E’ il modello assoluto. Su di esso e solo su di esso saremo misurati, perché come tutti siamo stati chiamati ad essere perfetti come tu Gesù, fin da prima della creazione del mondo.
Gesù crocefisso e risorto noi ti proclamiamo Signore della voce del Padre. Il tuo nome è destinato ad essere ripetuto da ogni lingua, perché ogni creatura sia condotta a riconoscere la tua signoria, piegando il ginocchio di fronte alla tua regalità sul mondo. Noi non intendiamo tutto questo come una rivincita o un “pareggio dei conti”. Tu, Signore, non prendi una posizione di dominio e di prevaricazione che hai abbandonato solo nel fugace momento della morte in croce. Una volta per tutte, Gesù uomo Dio, ti manifesti proprio nella dedizione incondizionata di te, nell’amore sconfinato con cui ti sei posto al servizio della salvezza di tutti. Tu “regni” proprio dalla croce: questo è il segno tracciato sulla storia. Nella carità divina espressa attraverso il segno della croce vediamo insieme la gloria del Padre e il significato pieno d’ogni vicenda umana. Grazie, Gesù. Lode e gloria a te, sempre!

Conclusio.

Gesù, mio Signore, tu sei la sorgente della vita, venuto sulla terra per comunicare questa vita a tutti gli uomini. Tu mi porti la vita vera: spirituale, soprannaturale, divina. Tu mi dai la vita della grazia; mi rendi partecipe della vita della S.S. Trinità. La vita che mi porti è l’unica cosa che conta realmente. Coloro che la possiedono regnano per essa. Coloro che non l’hanno o l’hanno perduta, sono come morti, come se si trovassero nella Geenna. Ti sono veramente riconoscente e grato, Gesù mio, per il dono meraviglioso che mi consacra al mio Dio e fa di me un erede del Regno. “A fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap.1,6).
Gesù mi doni questa vita di grazia per mezzo dei sacramenti. Entro in essa col battesimo: “Dovete nascere dall’alto”. Questa vita si sviluppa grazie all’Eucaristia, la carne che vivifica: “Io sono il pane di vita”. Nella Messa, l’acqua mescolata al vino per il sacrificio eucaristico, perde la sua identità e si confonde col vino. Così, quando ricevo te Signore, io prendo parte alla tua divinità e possiedo la tua vita.
Tu mi dai la vita, o Signore. Io l’accolgo e la faccio sviluppare in me. Tu sei la vita e io sono il tralcio. La tua linfa penetra in me e mi spinge a dare frutto. Tu mi hai esortato a non trascurare né sprecare i benefici di Dio. La grazia di Dio che è destinata a me personalmente dovrebbe essere ricevuta con rispetto, conservata con gelosa cura e assecondata. Devo riflettere sull’avvertimento che lo Spirito Santo fece dare all’angelo della Chiesa di Laodicea: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap.3,15-16).
Gesù, mio Signore, se è necessario, scuotimi dalla mia autosufficienza. La vita è breve. Non permettere che ne sprechi una parte. Concedimi piuttosto di ricavare il massimo profitto dalle grazie che mi metti a disposizione.
Con te “abbiamo in abbondanza”. Signore Gesù, tu dai senza misurare. Tu vuoi che io viva pienamente la mia vita spirituale. “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv.1,16). La tua grazia non viene a me come un rivoletto, ma come l’onda abbondante e possente dei grandi fiumi che danno vita e prosperità. Quando procurasti il vino alle nozze di Cana, tu Signore, non ne desti qualche brocca, ma sei grandi giare riempite fino all’orlo ed erano i recipienti più grandi della casa. Quando moltiplicasti i cinque pani, tutti quelli che erano presenti mangiarono a sazietà e furono raccolti dodici canestri d’avanzi. Quando ordinasti agli Apostoli di gettare la rete al lato destro della barca, essa si riempì immediatamente di tale quantità di pesci, che i pescatori non riuscirono più a sollevarla e la dovettero trascinare a riva. Quando donasti il pane di vita – l’Eucaristia – tutti gli uomini furono invitati a mangiare di questo cibo celeste quanto più spesso volessero. Tu, Signore, dai sempre grazie abbondanti, nella misura in cui io le possa portare.
La grazia è venuta per mezzo tuo Gesù. Signore, che la tua grazia inondi l’anima mia fino a che io ti appartenga totalmente.

Tu sia benedetto in ogni istante della giornata, Signore Gesù. Amen. 

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Filippesi |on 31 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Festa di tutti i santi – 1 novembre 2003 – Mons. Tarcisio Bertotne

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=227

Tarcisio Card. Bertone

Genova, Cattedrale di S. Lorenzo,
1 novembre 2003

FESTA DI TUTTI I SANTI
 
1. Foto di gruppo con il Signore

La scena nella visione dell’Apostolo Giovanni: « apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Stavano davanti all’Agnello (cioè davanti al Signore Gesù Risorto), avvolte in candide vesti, e portavano palme nelle mani ».
Sono tutti gli amici di Dio (i santi sono gli amici di Dio), collocati nel futuro del tempo, nel futuro dell’umanità. La festa di oggi trova – per usare un’espressione moderna –la sua « foto di gruppo » proprio in questa grandiosa panoramica finale, che l’apostolo Giovanni ci ha tramandato nella fede.
E’ questa foto di gruppo con il Signore ci interessa personalmente, perché siamo autorizzati a vedere nella moltitudine anche i nostri cari, i nostri amici, e – nella speranza – noi stessi. Noi ci mettiamo ora con umiltà di fronte a Dio, alla vita e al futuro, per capire.

2. L’uomo immagine e somiglianza di Dio
Questa situazione finale era già tutta racchiusa nel piano iniziale di Dio Creatore, che nel racconto della Genesi ci è presentato con le parole: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza ». Ecco:
l’uomo intelligente perché Dio è intelligenza;
l’uomo capace di amore perché Dio è amore;
l’uomo libero perché Dio è suprema libertà;
l’uomo chiamato alla santità perché Dio è santo.
Come i bambini assomigliano ai loro genitori., così anche l’uomo, uscito dalle mani di Dio Creatore è destinato ad assomigliargli.
Questo dunque è un primo dato confortante: l’uomo visto in tutto il suo splendore di creatura uscita splendidamente dalle mani di Dio.
3. La fragile libertà umana
Ma subito ci proviene – dall’esperienza di ogni giorno – un secondo dato meno confortante, meno entusiasmante. La libertà umana risulta fragile, conosce sbandamenti, incoerenze, contraddizioni, deliri, e quella follia che è il peccato.
Sappiamo bene che questa possibilità di smarrirsi e fallire fa parte del nostro essere liberi, essere persone. Non occorre che riandiamo alle grandi tragedie umane, alle follie della storia, ai campi d sterminio nazisti, alle stragi dell’atomica. Basta che frughiamo nella memoria delle nostre vicende personali, per trovare le nostre cattiveria, ingiustizie, fragilità.
E’ la nostra condizione di creature finite. Dio ci rispetta come persone: anche nelle nostre follie. Dio rispetta la nostra libertà.
4. Dio non si rassegna: l’incarnazione del verbo di Dio
Ma ecco – ad arricchire il quadro che stiamo tracciando – un’altra verità che ci è stata rivelata con nostro Signore Gesù: l’Incarnazione. Dio ci ama, Dio non si rassegna che noi sue creature ci smarriamo, che subiamo lo scacco del peccato e della morte. Sarebbe, insieme con il nostro fallimento, anche il suo fallimento.
L’avventura di Dio alla ricerca dell’uomo ha avuto nella storia umana un nome e un momento precisi: si chiama Incarnazione. Il Verbo di Dio si è fatto carne, è venuto a piantare la sua tenda in mezzo alle tende e alle case degli uomini, le nostre case.
E l’Incarnazione continua anche ora, nel tempo. Ogni chiesa con il suo tabernacolo e il lumino rosso acceso viene a dirci che l’Incarnazione si prolunga nell’Eucaristia, che Dio è ancora e sempre con noi.
Così il disegno iniziale di Dio creatore, sull’uomo, ci è stato riproposto nella storia nella storia di Cristo Gesù. Gesù è venuto a rivelarci l’amore del Padre, a ricordarci che Egli si attende da noi sue creature una risposta di amore. E infine ci attende tutti nella sua casa. In quella moltitudine, nella foto di gruppo, ciascuno con la sua storia e la sua personalità.
5. Le vie della santità
- C’è un camino straordinario – doni straordinari (possibile ma raro; non cercherò la presenza di Dio solo nel miracolismo, nelle apparizioni,…).
- Ma c’è anche un cammino normale, della preghiera intrecciata con la vita: pregare la vita, vivere la preghiera. Un salesiano, don Filippo Rinaldi, diceva: « Noi lavoriamo contemplando. Don Bosco era così: l’esercizio dell’unione con Dio nella pienezza della vita attiva.
- Il terzo modo di farsi santi è vivere la Volontà di Dio, cioè lasciare che Dio viva in noi, che la legge di Dio prenda possesso delle nostre azioni. Madre Teresa diceva: « Sia fata la tua volontà, nel silenzio e senza dire nulla. Perché il silenzio produce la preghiera. La preghiera produce la fede. La fede produce l’amore. L’amore produce il servizio. Il servizio produce la pace ». E’ questa volontà non può che volere il nostro bene, cioè essere santificante.
6. L’esempio e la vita di Gesù: le Beatitudini
Che cosa dobbiamo fare in concreto, Gesù ce lo ha detto con le parole, con l’esempio, con la sua vita.
Egli si è posto in prima fila, a capo dell’umanità, e si è messo in marcia per ricondurci al Padre. Ci ha dato l’esempio di uno stile di vita irreprensibile: fino ala donazione totale sulla Croce.
Inoltre ha organizzato quella realtà spirituale e sociale che chiamiamo Chiesa, e di cui siamo lieti di far parte.
Infine ci ha spiegato come dobbiamo comportarci, che cosa dobbiamo fare. Una sintesi del suo insegnamento, il testo base, fondamentale, lo abbiamo sentito nel Vangelo: le Beatitudini. Questa specie di statuto, di costituzione della Chiesa, di regolamento di vita per il cristiano.
Chi sono i santi? I santi sono gli uomini delle Beatitudini: vissuti sull’esempio di Gesù, che per primo le ha praticate. E Gesù si attende anche che anche noi viviamo lo Spirito delle Beatitudini. Così si ripristina il progetto iniziale di Dio Creatore.
San Pietro nella prima lettera che si trova nella Bibbia sotto il suo nome, diceva ai primi cristiani: « Siate pronti a rendere ragione della speranza che è in voi.
E’ la speranza di quella realtà descritta da Giovanni, quella moltitudine immensa che sta davanti all’Agnello. I santi ci hanno preceduti. Quelli grandi, famosi, canonizzati dalla Chiesa. Ma anche gli altri, modesti, che sono vissuti accanto magari con qualche difetto, ma orientati al bene. E magari sono a noi molto cari, che ci hanno voluto bene e per i quali preghiamo. Così la festa di Tutti i santi è anche la festa dei nostri cari, è la festa della speranza cristiana.

buona notte e buona domenica

buona notte e buona domenica dans immagini...buona notte...e rainbow-lorikeet-_mg_2050nf

Rainbow Lorikeet
(Trichoglossus haematodus)
Australia – October 2008

http://www.naturephoto-cz.com/birds/parrots.html

 

Publié dans:immagini...buona notte...e |on 30 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia 31 ottobre 2010 – 2 Tessalonicesi 1,11 – 2,2 : Il ritardo della parusia

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi2.asp?ID_festa=252

2 Tessalonicesi 1,11 – 2,2

Il ritardo della parusia

La lettera si apre con un prescritto (2Ts 1,1-2) a cui fa seguito il ringraziamento tipico delle lettere paoline (2Ts 1,3-12). A questo punto si situa il brano centrale riguardante la venuta del Signore (2,1-12). Vengono poi alcune esortazioni (2,13 – 3,15) e il postscritto (3,16-18). Il brano liturgico abbraccia i due versetti finali del ringraziamento iniziale e i due iniziali del brano centrale.

Nel ringraziamento epistolare (1,3-12) l’autore esprime la sua soddisfazione perché i destinatari sopportano coraggiosamente persecuzioni e tribolazioni, nella certezza che un giorno, al momento della venuta del Signore, le posizioni si riverseranno: i giusti saranno premiati e gli empi duramente puniti. Il linguaggio è quello dell’apocalittica giudaica. In chiusura, nel testo ripreso dalla liturgia, appare il motivo della supplica: «Per questo preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo» (1,11-12). Nella prospettiva della venuta di Cristo, giudice ultimo, si fa opportuna l’intercessione per i destinatari. Non basta la loro buona volontà, si richiede che Dio stesso li renda degni della sua chiamata e sostenga i loro sforzi, affinché possano attuare i desideri di bene a cui li spinge la loro fede. Il sostegno della grazia di Dio e di Cristo è necessario ai credenti perché il nome di Cristo, cioè Cristo stesso, sia glorificato in loro ed essi possano partecipare alla glorificazione del Signore Gesù Cristo.

Con 2,1 inizia il brano più importante della lettera, nel quale l’autore intende correggere le attese escatologiche della comunità: «Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente» (2,1-2). Lo scopo esortativo appare subito in apertura: «Vi preghiamo … ». Il tema di questa esortazione è quello della «venuta» (parousia) del Signore e della nostra riunione (episynagôgê) con lui (v. 1). I tessalonicesi non devono lasciarsi portare fuori strada da nessuna «ispirazione» (pneuma, spirito), «parola» (logos) o «lettera» (epistolê) fatte passare come sue, in base alle quali si afferma che il giorno del Signore, cioè cioè l’avvenimento glorioso della sua venuta finale, sia «imminente» (enestêken, ormai incombente) (v. 2). Di fronte all’entusiasmo sognatore di alcuni è urgente richiamare tutti alla realtà del presente e alle responsabilità concrete di ciascuno. Indirettamente però il brano corregge anche la prospettiva escatologica della Prima lettera ai Tessalonicesi che accentuava l’imminenza della venuta futura di Cristo. È interessante che al momento della stesura della lettera venivano fatti circolare detti e lettere attribuiti falsamente all’apostolo. Anche questa è probabilmente una lettera non scritta da Paolo, ma l’autore pensa di rappresentare il genuino pensiero dell’apostolo.

Termina qui il testo liturgico. Nel seguito del brano si afferma che prima della fine dovrà manifestarsi «l’uomo iniquo, il figlio della perdizione», il quale farà di tutto per mettersi al posto di Dio (2,3-4; cfr. Dn 11,36-39). Sebbene il mistero dell’iniquità sia già in atto, la manifestazione dell’uomo iniquo però è ancora lontana, perché è impedita da un misterioso ostacolo (2,6-8). Quando esso sarà tolto di mezzo l’uomo iniquo si manifesterà, ma sarà subito eliminato dal Signore Gesù nel momento stesso della sua venuta. Circa l’identità di questo ostacolo sono state fatte le ipotesi più diverse: alcuni vi hanno visto l’impero romano, altri la preghiera della Chiesa, altri ancora un decreto divino, oppure lo Spirito Santo, o l’arcangelo Michele oppure infine la predicazione del vangelo. Nessuna di tali ipotesi si è dimostrata pienamente soddisfacente: perciò si può supporre che l’ostacolo non sia altro che la volontà divina che governa le vicende di questo mondo.

Linee interpretative

Nel periodo successivo alla scomparsa di Paolo le comunità che si rifacevano alla sua predicazione hanno dovuto affrontar situazioni nuove, che l’apostolo non aveva personalmente preso in considerazione. Nel tentativo di trovare una soluzione la “scuola paolina” ha selezionando, tra i tanti tentativi di elaborare anche in forma di lettera il messaggio di Paolo, quelli che sembravano più coerenti con il suo insegnamento.

L’attesa impaziente della venuta imminente del Signore aveva provocato numerosi problemi nella vita delle comunità. Senza dubbio l’effetto più grave era quello di un disimpegno a tutti i livelli, soprattutto nella vita sociale, dove si manifestava un parassitismo sostenuto anche da tensioni tipiche della società di allora. In questo contesto era dunque necessario riprendere l’insegnamento di Paolo per mostrare che in esso non era contenuta la dimensione specifica di imminenza che tanti vi leggevano. La stesura in nome di Paolo di una lettera che portasse le sue indicazioni per risolvere il problema era lo strumento più facile da usare. Da questa preoccupazione ha origine la seconda lettera ai Tessalonicesi.

L’autore, che si presenta come l’apostolo Paolo, non entra in discussione sui temi specifici delle attese dei cristiani, ma afferma che le sofferenze e i disastri attuali non devono essere visti come segno di una fine imminente. Quando questo momento verrà, non sarà difficile rendersene conto. Per ora era importante affrontare la crisi senza fughe in avanti, senza dare spazio a illusioni che potevano tagliare le gambe alla comunità. Perciò l’autore, proprio dicendo qualcosa che non collima con l’insegnamento esplicito dell’apostolo, è sicuro di essere fedele al suo pensiero. Questo intervento mantiene in vigore l’attesa apocalittica, anzi la rinforza, mettendo in discussione solo l’aspetto di imminenza. Tuttavia concorre a far sì che la prospettiva escatologica venga meno, offuscando anche l’attesa del regno di Dio così fortemente inculcata da Gesù e con essa l’impegno per un mondo migliore.

Omelia (31-10-2010) – Missione e dialogo: ritorniamo a « far vedere Gesù »

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/20143.html

Omelia (31-10-2010) 
don Alberto Brignoli

Missione e dialogo: ritorniamo a « far vedere Gesù »

Non è infrequente incontrare persone che hanno come hobby personale quello del « mugugno », del « mormorio », del « chiacchiericcio »: persone abituate a parlare (ma soprattutto a « sparlare ») di tutto e di tutti, persone a cui non va bene mai nulla, persone che si lamentano se qualcuno fa qualcosa, e che si lamentano allo stesso modo se questo « qualcuno » fa l’esatto contrario. Così… forse solo per un po’ di spirito di contraddizione o magari perché non trovano di meglio da fare nella vita. A me hanno dato sempre l’impressione di essere persone profondamente infelici e incapaci di accogliere in sé qualsiasi elemento di ottimismo che li possa portare a guardare la realtà con occhi diversi, e quindi anche a offrire opportunità di riscatto a situazioni umane che – in apparenza – sembravano totalmente compromesse. Hanno da ridire su tutti, ma ovviamente è pane per i loro denti parlare male di chi si comporta male. E anche di chi cerca di aiutare coloro che si comportano male a dare una svolta alla loro vita.
Insomma, qualcosa di simile alla Gerico dei tempi di Gesù, dove « tutti » mormoravano: « È entrato in casa di un peccatore! ». L’iniziativa di Gesù che va a casa di Zaccheo per poter imprimere una svolta alla sua vita è giudicata negativa così come era giudicata negativa (può darsi anche a ragion veduta) la condotta poco onesta del capo dei pubblicani. Colpisce il fatto che « tutti » in quella città mormoravano contro l’atteggiamento di Gesù, quasi a dire che questo modo di fare è tanto diffuso quanto difficile da scalfire.
All’interno della Chiesa stessa, i tentativi di andare incontro alle persone che fanno grande difficoltà a vivere in maniera onesta i valori morali e la stessa fede sono spesso guardati quantomeno con sospetto da molti « giusti » che si ritengono migliori degli altri, come diceva il Vangelo di domenica scorsa. E allora, se un sacerdote avvicina qualche soggetto socialmente a rischio viene considerato connivente con lui (ma verrebbe accusato di non fare nulla per lui, se non cercasse di avvicinarlo…); se una persona con una situazione familiare difficile cerca di reinserirsi nella comunità in maniera attiva viene considerato un « irregolare » che non può certo dare buoni esempi; se qualche persona dal passato poco chiaro mostra segni di conversione viene stigmatizzato come « il lupo che perderà il pelo ma non il vizio », e così via.
Personalmente, sono convinto che la dimensione missionaria della nostra fede come testimonianza del Vangelo ad ogni uomo debba tener conto anche – e oserei dire soprattutto – di questa dimensione dell’accoglienza, del dialogo, della riconciliazione, di un annuncio della salvezza che aiuti le persone, per quanto possano essersi sentite lontane da Dio, a sentirsi poi accolte da lui, per continuare a proclamare, come Gesù a Zaccheo: « Oggi per questa casa è venuta la salvezza ».
Il nostro essere missionari non può farci dimenticare che siamo chiamati prima di tutto ad andare in cerca di chi fa fatica, di chi è e si sente perduto. Predicare il Vangelo ai « nostri », ai « vicini », a quelli « che sono sempre con noi » è facile, e pure gratificante: molto più impegnativo, ma certamente più missionario, è andare ad annunciare il Vangelo a chi non è « dei nostri », è « lontano », ci rifiuta e magari anche ci osteggia. Dio non dispera mai di potersi riconciliare con chi si è allontanato da lui, perché – come ci ricorda la prima lettura – egli « ha compassione di tutti, chiude gli occhi sui peccati degli uomini, non prova disgusto per nulla di ciò che ha creato, altrimenti non l’avrebbe nemmeno creato ». Ed egli si comporta così, in fondo, perché è « amante della vita ». Chi – come Dio – ama la vita non lascia nulla d’intentato perché possa rinascere vita anche da apparenze di morte.
Capisco che chi abbia sperimentato sofferenza o sopruso da parte degli uomini abbia spesso perduto fiducia nell’uomo e nelle sue azioni. Penso a donne o uomini traditi dai rispettivi partner e che perdono fiducia nei confronti dell’amore di coppia; penso a donne che hanno subito violenza e che non vogliono più sentire parlare di gesti d’affetto; penso a bambini lasciati a se stessi che non vogliono sentire parlare di famiglia; penso a persone ingannate da presunti amici che non credono più all’amicizia, e via dicendo. Ma credo che sia compito di noi cristiani dimostrare di essere missionari anche in questo: nell’aiutare ogni uomo e ogni donna a riconciliarsi con se stessi, con Dio e con gli altri, creando in loro la forza necessaria a ridare e a ridarsi una possibilità di riscatto.
Dobbiamo aiutare ogni Zaccheo a trovare il proprio sicomoro sul quale salire per vedere Gesù; dobbiamo aiutarlo ad accogliere nuovamente Gesù nella sua casa, un Gesù che a volte si manifesta con il volto della persona che soffre e a volte, paradossalmente, con quello della persona che ci fa soffrire, ma che è pur sempre un fratello a cui lasciare aperta la porta del cuore. Ciò che conta – al di là di ciò che abbia compiuto nella sua vita e del male che anche noi abbiamo potuto ricevere da lui – è che anche grazie a noi possa incontrare nuovamente il Signore e compiere gesti che pongano rimedio a tutto ciò che è stato il suo passato.
Oggi la Chiesa – laddove è veramente missionaria – è chiamata in diverse parti del mondo a svolgere questa funzione di dialogo, di riconciliazione, di accompagnamento alla riscoperta del volto misericordioso di Dio, soprattutto verso quegli uomini che hanno visto per tanto tempo solo violenza e segni di morte.
Penso alla Chiesa di quei paesi dell’Africa dove – in un recente passato – tremendi genocidi e guerre civili senza fine hanno alimentato odi etnici anche tra i membri di una medesima Chiesa Diocesana o di una congregazione religiosa.
Penso alla Chiesa di quei paesi dell’America Latina dove la parola d’ordine per rimettere a posto le cose dopo anni di soprusi e tirannie è « giustizialismo », con un desiderio di vendetta talmente forte per cui si cerca di far pagare ad ogni costo qualcosa a qualcuno, commettendo a volte ingiustizie peggiori di quelle che si vorrebbero condannare.
Penso alla Chiesa in Medio Oriente, recentemente riunitasi in sinodo, dove la parola « dialogo » viene mal interpretata, dai più aperti come « qualunquismo religioso », dai più conservatori come « perdita di un’identità » ma soprattutto dei privilegi acquisiti, dando così spazio a chi come unico interesse ha quello di un’economia basata sulla guerra.
Ma penso anche a situazioni di pace: alla nostra Chiesa italiana, che oggi fa fatica ad essere missionaria non solo « ad extra » (perché ci sono meno missionari che partono), ma anche e soprattutto « ad intra », al suo interno, nel quotidiano di una pastorale carica di attività e povera di spirito, bravissima a pensare iniziative ma incapace a « perdere tempo » ad ascoltare i problemi della gente, pronta ad essere maestra ma pigra nell’essere serva dell’umanità, disposta ad andare a braccetto con i grandi e molto poco disponibile nei confronti dei piccoli che, come Zaccheo, vogliono vedere Gesù ma spesso viene loro impedito.
Il decennio che si apre – come segnala il Documento presentato dai Vescovi Italiani in questi giorni – nel segno del rilancio della funzione educativa della Chiesa stimola noi missionari a rilanciare l’educazione alla missionarietà come dimensione essenziale dell’annuncio della Chiesa: perché nessun uomo, mai, venga escluso dall’incontro salvifico con Cristo a causa del mormorio dei benpensanti o del chiacchiericcio dei buontemponi di turno. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 30 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

DOMENICA 31 OTTOBRE 2010 – XXXI DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 31 OTTOBRE 2010 - XXXI DEL TEMPO ORDINARIO dans BIBLE SERVICE (sito francese)

Zaccheo

http://www.psgna.org/vangelo/arch0607/05Ord/31OrdC.htm

DOMENICA 31 OTTOBRE 2010 – XXXI DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinC/C31page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  2 Ts 1,11 – 2,2
Sia glorificato il nome di Cristo in voi, e voi in lui.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.
Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.

http://www.bible-service.net/site/377.html

2 Thessaloniciens 1,11 – 2,2
Ce texte se présente comme une charnière entre la prière de l’Apôtre pour la communauté et un appel exhortatif à ne pas se laisser alarmer. Paul débute toutes ses lettres par une action de grâce. Ici, elle est motivée par les progrès dans la foi et la charité vécus par les chrétiens de Thessalonique. Sa prière culmine dans une intercession, une prière continuelle pour les communautés qu’il a fondées. Le but devient la glorification du Christ comme celle des chrétiens. La vie de foi de la communauté fait resplendir la gloire du Christ, et en retour la communauté participe à la gloire du Christ. Mais cette glorification, si elle est déjà commencée, n’est pas encore manifesté ; les chrétiens n’ont rien à craindre de la venue du Seigneur, ils n’ont pas à se laisser troubler par de fausses révélations qui renaissent sans cesse à chaque époque de l’histoire. Ce jour du Seigneur est à attendre dans la foi, non dans l’agitation et la peur.
 
2 Tessalonicesi 1,11-2,2
Il testo suona come una cerniera tra la preghiera dell’Apostolo alla comunità e un invito esortativo per evitare di essere spaventati. Paolo inizia la sua lettera con una azione di grazie. Qui è motivata dai progressi nella fede e la carità vissuta dai cristiani di Tessalonica. La sua preghiera culmina con una intercessione, una preghiera continua per le comunità da lui fondate. Lo scopo è la glorificazione di Cristo, come i cristiani. La vita di fede della comunità fa brillare la gloria di Cristo, e in cambio la comunità partecipa alla gloria di Cristo. Ma questa glorificazione, se già iniziata, non è ancora manifestata; i cristiani non hanno nulla da temere dalla venuta del Signore, non devono essere turbati da false rivelazioni che continuano ad emergere in ogni tempo della storia. Il giorno del Signore si deve attendere con fede, non in in agitazione e paura.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel
mondo contemporaneo (Nn. 78)

Promuovere la pace
La pace non è semplicemente assenza di guerra, né si riduce solamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti e neppure nasce da un dominio dispotico, ma si definisce giustamente e propriamente «opera della giustizia» (Is 32,17). Essa è frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo fondatore. È un bene che deve essere attuato dagli uomini che anelano ad una giustizia sempre più perfetta.
Il bene comune del genere umano è regolato nella sua sostanza dalla legge eterna, ma, con il passare del tempo, è soggetto, per quanto riguarda le sue esigenze concrete, a continui cambiamenti. Perciò la pace non è mai acquisita una volta per tutte, ma la si deve costruire continuamente. E siccome per di più la volontà umana è labile e, oltre tutto, ferita dal peccato, l’acquisto della pace richiede il costante dominio delle passioni di ciascuno e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia questo non basta ancora. Una pace così configurata non si può ottenere su questa terra se non viene assicurato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi in tutta libertà e fiducia le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. Per costruire la pace, poi, sono assolutamente necessarie la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli, l’impegno di ritener sacra la loro dignità e, infine, la pratica continua della fratellanza. Così la pace sarà frutto anche dell’amore, che va al di là di quanto la giustizia da sola può dare.
La pace terrena, poi, che nasce dall’amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo che promana da Dio Padre. Infatti lo stesso Figlio di Dio, fatto uomo, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l’unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha distrutto nella sua carne l’odio (cfr. Ef 2,16; Col 1,20.22). Nella gloria della sua risurrezione ha diffuso nei cuori degli uomini lo Spirito di amore.
Perciò tutti i cristiani sono fortemente chiamati a vivere secondo la verità nella carità» (Ef 4,15) e a unirsi con gli uomini veramente amanti della pace per implorarla e tradurla in atto.
Mossi dal medesimo Spirito, non possiamo non lodare coloro che, rinunziando ad atti di violenza nel rivendicare i loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono del resto alla portata anche dei più deboli, purché questo si possa fare senza ledere i diritti e i doveri degli altri o della comunità.

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