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I PRIMI PASSI DELLA CHIESA – don Claudio Doglio

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio20.htm#A._I_PRIMI_PASSI_DELLA_CHIESA

L’IMPEGNO MISSIONARIO ALLA LUCE DELLA SACRA SCRITTURA

« Va’ e annunzia ciò che il signore ti ha fatto » don Claudio Doglio

I PRIMI PASSI DELLA CHIESA

Luca è il teologo della storia della salvezza: con le sue dotte qualità di letterato e storico ha saputo inquadrare la vicenda cristiana in uno schema teologico di storia a tre tempi. Gesù è il centro e il culmine della storia: Israele ne era la premessa e la Chiesa ne costituisce la continuazione. L’unica opera di Luca, in due volumi, costituisce dunque la presentazione del passaggio da Gesù alla Chiesa e dell’impegno di continuazione affidato alla comunità di Cristo. Gli Atti degli Apostoli, infatti, iniziano proprio là dove termina il Vangelo e, come nella teologia giovannea, il passaggio è operato dallo Spirito Santo, promesso e donato dal Risorto (cf G.Betori, « Lo Spirito e l’annuncio della Parola negli Atti degli Apostoli », in: Rivista Biblica Italiana 35 (1987) 399-441).
1) Gli apostoli rimasero a Gerusalemme!
Nell’ultimo capitolo del suo Vangelo Luca racconta gli incontri dei discepoli con il Cristo risorto: sottolinea con insistenza che egli « aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture » (Lc 24,45) e fece comprendere il senso della sua morte a quegli uomini « sciocchi e tardi di cuore » (Lc 24,25). Ma non racconta di un invio esplicito da parte di Gesù: egli afferma che « nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione dei peccati, cominciando da Gerusalemme » (Lc 24,47); ma non li manda in tutto il mondo, anzi li invita a rimanere in Gerusalemme (Una interessante lettura « narrativa » è offerta da J.N.Aletti, L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Brescia 1991).
Gli Atti iniziano con la medesima scena e le stesse raccomandazioni; viene esplicitato l’incarico: « Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1,8), ma non vengono spiegate le modalità della testimonianza, né presentato l’invito urgente a partire per il mondo. Infatti gli apostoli rimasero a Gerusalemme!
La missione, intesa come impegno a portare la fede oltre i propri confini, non inizia subito dopo Pasqua. E neanche subito dopo la Pentecoste. Luca narra la prodigiosa investitura degli apostoli e la discesa dello Spirito Santo, presentando l’evento come il punto decisivo di partenza: l’apertura delle porte del cenacolo coincide con l’apertura del piccolo gruppo apostolico al resto della gente presente nella capitale per la festa (cf J.Dupont, « La prima Pentecoste cristiana », in: Studi sugli Atti degli Apostoli, Roma 1975, pp.823-860). È vero che la folla raccolta intorno a Pietro e agli altri undici proveniva da ogni nazione che è sotto il cielo, ma è anche vero che sono tutti Giudei (At 2,5): ciò che li rende diversi è la varietà delle lingue parlate e proprio questo fatto permette al narratore di mostrare nell’episodio di Pentecoste una prefigurazione della missione apostolica. Il messaggio cristiano è destinato a tutte le lingue e tutte le culture (cf Pio XII: « La Chiesa cattolica non si identifica con nessuna cultura; la sua stessa essenza glielo impedisce. Tuttavia essa è pronta ad intrattenere rapporti con tutte le culture », 7 settembre 1955, AAS, 47, p.681): il dono dello Spirito rende possibile questa destinazione universale, ma per il momento gli apostoli si rivolgono solo agli Israeliti, alle persone di fede ebraica. Non escono dalla loro terra ed i pagani non li vanno a cercare.
Inizia tuttavia la predicazione e Luca la presenta come la prima fase della testimonianza, quella a Gerusalemme, di fronte al popolo e alle autorità di Israele. Ciò che caratterizza questo primo momento dell’evangelizzazione è la comprensione del ruolo decisivo, insostituibile ed universale del Cristo. Alle autorità religiose ebraiche che interrogano gli apostoli a riguardo della guarigione dello storpio, Pietro risponde: « Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta davanti sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,10-12). La primitiva comunità cristiana annuncia soprattutto questo: Gesù di Nazaret è il Cristo, risuscitato da Dio e da lui costituito capo e salvatore unico di tutta l’umanità.
Nonostante tale convinzione il gruppo apostolico rimane all’interno dell’ebraismo e resta legato alla visione religiosa del popolo eletto: il Vangelo è predicato solo ai Giudei. Dal racconto degli Atti si vede come l’apertura sia stata lenta e difficile, nata per l’intervento di Dio e non per calcoli umani.
2) Il caso significativo di Cornelio
La conversione ed il battesimo del centurione Cornelio e di tutti quelli della sua casa non fu iniziativa pastorale di Pietro: il narratore sottolinea con maestria come in quella vicenda tutto sia accaduto per volere di Dio e l’apostolo sia stato trascinato a quel passo quasi contro voglia (At 10,1-48). Un angelo di Dio appare a Cornelio e lo invita a cercare Pietro; mentre costui sta pregando ha una strana visione che gli insegna a non considerare impuro ciò che Dio ha purificato; quando giungono i messi di Cornelio, lo Spirito suggerisce a Pietro di seguirli, anche se non li conosce. Giunto in casa del centurione, l’apostolo comprende il senso della visione ed inizia l’annunzio cristiano (Il discorso di Pietro, At 10,34-43, come molti altri discorsi negli Atti, sono il modello sintetico della prima predicazione cristiana: contengono, cioè, il « kerygma », il contenuto essenziale del primo annuncio) e mentre egli sta ancora parlando lo Spirito Santo scende su tutti gli ascoltatori: l’intervento di Dio previene l’opera pastorale della Chiesa
I fedeli circoncisi venuti con Pietro si meravigliano del fatto ed i cristiani di Gerusalemme, quando vengono a sapere che il battesimo è stato concesso a dei pagani, contestano l’iniziativa e rimproverano Pietro: egli, per giustificarsi, deve raccontare tutta la storia e spiegare la volontà di Dio presente in quegli eventi. Pietro aiuta i confratelli a leggere i segni dei tempi: « Se Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio? » (At 11,17).
La prima missione apostolica fu dunque « involontaria » ed anche contestata. Un altro evento, provvidenziale, spinse il Vangelo fuori dal ghetto giudaico.
3) La comunità di Antiochia
Al tempo del martirio di Stefano, probabilmente nell’anno 36 d.C., « scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria » (At 8,1). La dispersione dei cristiani si rivelò una autentica semina, giacché « quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio » (At 8,4). Alcuni di questi giunsero fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia: in questa città, senza un particolare progetto missionario, qualche cristiano parlò della propria fede a dei Greci e la buona notizia di Gesù Cristo suscitò vivo interesse. I particolari di quegli eventi non ci sono noti; Luca spiega sinteticamente il fatto con una formula teologica: « La mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore » (At 11,21). La Chiesa di Antiochia nasce per l’apporto di missionari anonimi e per l’intervento personale ed efficace del Signore. I due aspetti vanno tenuti ovviamente insieme e possono essere considerati il segno distintivo di ogni futura iniziativa missionaria (cf J.Dupont, « La Chiesa di Antiochia: alle origini della missione », in: Parole di Vita 35 (1990) 261-268).
La notizia di questa insperata e inattesa apertura ai non-ebrei giunge presto a Gerusalemme e la Chiesa madre invia alla comunità appena nata il levita Giuseppe, soprannominato « Barnaba », cioè « figlio dell’esortazione »: tale espressione allude senz’altro alla sua capacità profetica, dice cioè che era capace di parlare di Dio alla gente e di saper cogliere negli eventi lo svolgimento del piano salvifico di Dio. Vero profeta, Barnaba, incontrando i greci convertiti, prova una grande gioia ed intuisce l’opera della grazia divina (At 11,23). Il primo grande passo ormai è compiuto: i pagani hanno aderito al messaggio cristiano e la comunità di Gerusalemme vede in questo fatto la volontà di Dio. Audacia e prudenza si sono rivelate ambedue necessarie: sono stati audaci i primi missionari nel rompere le barriere e fare ciò che non era mai stato fatto prima; sono stati prudenti quelli di Gerusalemme che non hanno subito approvato o condannato, ma hanno inviato un uomo di fiducia per vedere e provvedere, discernere e decidere; Barnaba, infine, sembra proprio riunire armonicamente nella sua persona questi due atteggiamenti. D’ora in poi tutta la storia della Chiesa procederà in questa direzione.
Barnaba, aiutato da Saulo, incoraggia la giovane Chiesa a perseverare e, per garantire una autentica crescita di fede, svolge con impegno un accurato lavoro di formazione ed istruzione (At 11,24.26): dopo la prima evangelizzazione (l’annuncio del kerygma) si rivela infatti indispensabile il momento dell’insegnamento (la didaché) che tende all’approfondimento del primo annuncio, alla assimilazione personale e comunitaria del dono del Vangelo e alla conseguente determinazione di tradurre la buona notizia in precisi e concreti gesti comunitari e missionari (cf L.A.Castro Quiroga, L’animazione missionaria secondo Atti degli Apostoli, Bologna 1991).
La « nuova » comunità di Antiochia dimostra presto di essere maturata nella fede con due scelte significative e decisive: si prende a cuore la situazione dei poveri ed interviene concretamente con l’invio di soccorsi (At 11,29); in modo analogo intende prendersi a cuore la situazione di altri poveri, coloro che non conoscono la gioia del Vangelo, ed organizzano la prima missione cattolica (At 13,1-3).
B. LA MISSIONE APOSTOLICA DI PAOLO
In questo momento decisivo per la Chiesa compare nella comunità cristiana un personaggio eccezionale, autentico ideatore e animatore della missione apostolica: Paolo di Tarso (Importante studio sul ruolo missionario di Paolo rimane l’opera di O.Kuss, Paolo. La funzione dell’Apostolo nello sviluppo teologico della Chiesa primitiva, Roma 1974). Con lui il messaggio del Cristo risorto arriva davvero fino agli estremi confini della terra (Gli Atti iniziano con questo incarico, At 1,8, e terminano con la predicazione di Paolo a Roma, At 28,30-31, significando in tal modo il compimento del mandato missionario).
1) Le « tre » vocazioni di Paolo
L’evento decisivo per il credente e rigoroso fariseo Saulo è stato l’incontro di Damasco (Tre volte gli Atti presentano questo episodio, evidentemente per sottolinearne l’importanza: At 9,1-19; 22,5-16; 26,9-18): per tutto il resto della sua vita egli si presenterà come uno che « ha visto » il Signore. L’esperienza personale e profonda del Cristo risorto ha cambiato la sua vita, lo ha reso di Cristo, lo ha fatto cristiano. Senza dubbio è questa la vocazione essenziale e determinante. Ma altri due momenti nella vita di Paolo possono essere considerati ulteriori interventi di vocazione e, anche, di conversione.
Dopo i fatti di Damasco. Paolo è andato incontro ad una serie di gravi difficoltà: vogliono ucciderlo a Damasco e deve fuggire (At 9,23-25); a Gerusalemme viene emarginato ed è oggetto di diffidenza e paura (At 9,26), finché deve scappare anche di lì per evitare di essere ucciso (At 9,29-30). Si ritira a Tarso, nella sua città d’origine, ed esce dalla scena. Che cosa abbia fatto in quegli anni ci è completamente oscuro. Né gli Atti, né le sue lettere ne fanno mai menzione.
Paolo compare di nuovo perché cercato e chiamato da Barnaba (At 11,25). Per il grande ed innovatore lavoro nella comunità di Antiochia Barnaba ha bisogno di collaboratori; ricorda che a Tarso si è ritirato qualche anno prima quello strano personaggio di fariseo convertito, molto dotto e preparato nel commento delle Scritture; decide di andarlo a cercare; lo trova e lo « chiama » al ministero pastorale nella Chiesa di Antiochia. Se sulla via di Damasco Paolo è stato chiamato a diventar cristiano, nell’incontro con Barnaba, per usare una terminologia posteriore, è stato chiamato a diventare prete.
Ma non basta. Il suo lavoro di animatore e formatore della comunità subisce un ulteriore cambiamento e si verifica quella che possiamo chiamare la terza vocazione di Paolo. Il libro degli Atti presenta l’episodio in modo sintetico e formulato con espressioni teologiche; ci è difficile ricostruire gli eventi, ma ne possiamo cogliere facilmente il senso. Narra Luca che, mentre i profeti e i dottori di Antiochia stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: « Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati ». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono (At 13,1-3). La comunità in preghiera sente la vocazione missionaria; l’autentica comunione con il Signore spinge alla diffusione del vangelo e fa nascere il desiderio irresistibile di comunicare agli altri il prezioso dono ricevuto. Paolo e Barnaba sono chiamati a diventare missionari: la Chiesa prega su di loro e li manda come propri ministri; il loro servizio ecclesiale continua perfettamente fra « quelli di fuori ». Da questo momento si può parlare chiaramente di « missione apostolica » o di « apostolato missionario » nel senso in cui lo intendiamo noi.
2) La sofferta decisione a favore della missione
Il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba, secondo il libro degli Atti (13,4-14,28), porta gli apostoli (è interessante notare che questo titolo non viene riservato ai Dodici mandati direttamente da Gesù, ma è applicato anche ai grandi « inviati » della Chiesa primitiva: cf At 14,4.14) in alcune cittadine dell’Asia Minore: in ognuna di esse si riproduce un analogo processo di evangelizzazione. Dapprima l’incontro con gli ebrei in sinagoga e la presentazione di Gesù come il Cristo partendo dal commento delle Scritture bibliche; di fronte all’abituale rifiuto di almeno una parte della comunità giudaica, gli apostoli si rivolgono ai pagani e scoprono, ogni volta con meraviglia, la grande disponibilità dei « lontani » ad accogliere la parola di Dio e la fede. In questi paesi nascono delle piccole comunità cristiane, non più legate al mondo giudaico, ma ormai autonome: si tratta di realtà nuove, i cui membri hanno le più disparate provenienze etniche e religiose. Ciò che li accomuna è la fede di Gesù Cristo.
Una simile situazione preoccupa la Chiesa di Gerusalemme e fa nascere una violenta controversia sulle condizioni da imporre ai pagani per la loro ammissione nella Chiesa. Paolo e Barnaba chiedevano loro solo di credere in Cristo, di pentirsi dei loro peccati e di ricevere il battesimo. A Gerusalemme, invece, un buon numero di giudeo-cristiani riteneva necessario diventare ebrei prima di poter essere cristiani, cioè ricevere la circoncisione e sottomettersi alla legge di Mosè. Una tale imposizione significava, nel ragionamento di Paolo, riconoscere che la fede nel Cristo non era sufficiente per essere salvi e significava inoltre forzare i convertiti ad isolarsi dal loro ambiente di origine per chiudersi in un sistema sociologico diverso. Una tale posizione avrebbe fatto della Chiesa cristiana semplicemente una setta giudaica.
A Gerusalemme, dopo il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba, si riunì un’assemblea per dibattere questo problema (At 15,1-6) e, con l’appoggio di Pietro (At 15,7-12) e di Giacomo (At 15,13-21), fu deciso di non imporre ai convertiti la legge di Mosè. Non bisogna vedere in questa decisione il fatto determinante dell’apertura missionaria cristiana: semplicemente essa ha confermato nell’esistenza la « missione apostolica » e l’ha incoraggiata, riconoscendo la fede cristiana come l’unico fondamento della salvezza. Luca ha posto l’assemblea di Gerusalemme al centro degli Atti proprio per presentarla come la chiave di volta nell’impostazione della Chiesa primitiva.
3) Lo stile missionario di Paolo
L’unica testimonianza personale diretta dell’antica missione cristiana è quella dell’apostolo Paolo: dello stile e del metodo da lui seguito nel lavoro missionario ne parlano gli Atti degli Apostoli e soprattutto le sue stesse Lettere, autenteci strumenti di evangelizzazione. Ne risulta una figura altamente significativa, il modello apostolico per tutta la Chiesa (cf P.Iovino, « Paolo: esperienza e teoria della missione », in: Ricerche storico bibliche 2 (1990) 155-183; C.Ghidelli, « Lo stile e il metodo missionario di Paolo », in: Parole di Vita 35 (1990) 278-285).
Paolo rivela nei suoi scritti la chiara coscienza di essere stato chiamato da Dio per divenire l’ »apostolo delle genti » (Rm 11,13; tale convinzione è espressa costantemente all’inizio delle sue lettere: Rm 1,1.5; 1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Gal 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; 1Tim 1,1; 2Tim 1,1; Tt 1,1-3), l’incaricato di portare ai pagani il Vangelo di Gesù Cristo. Egli sa che Cristo ha operato per mezzo suo per condurre i pagani all’obbedienza della fede (Rm 15,18); è cosciente che il suo vangelo non è modellato sull’uomo, giacché lo ha ricevuto per rivelazione diretta di Gesù Cristo (Gal 1,11-12); ed è inoltre consapevole di essere stato scelto fin dal seno di sua madre e di aver ottenuto la rivelazione del Figlio di Dio allo scopo di annunziarlo in mezzo ai pagani (Gal 1,15-16): come a Pietro è stato affidato l’annuncio del Vangelo ai circoncisi, lo stesso Signore ha affidato a Paolo la missione verso i non circoncisi (Gal 2,7-9). L’operato di Paolo corrisponde perciò esattamente all’immagine che danno della missione apostolica le finali dei Vangeli di Matteo e di Marco: si tratta di un incarico affidato direttamente dal Cristo risorto e rivolto a tutte le genti.
Lo stile missinario di Paolo è esplicito nei suoi gesti personali che ne rivelano l’animo. All’inizio della missione è caratteristica la sua docilità a Colui che gli chiede di cambiare strada: unita al silenzio e alla fiduciosa attesa, questa docilità attiva e coraggiosa segnerà tutte le tappe del suo ministero. Una volta inserito nella missione, Paolo manifesta uno stile forte e deciso, resistente ad ogni attacco avversario, abile nell’evitare gli ostacoli, fiero delle sue prerogative umane messe al servizio del Vangelo. Pur nella sua fermezza, lo stile di Paolo è segnato dalla massima generosità e dalla massima disponibilità: si è fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero (1Cor 9,19).
Paolo si è messo in atteggiamento di ricerca e, come il suo Maestro, è andato a cercare gli uomini là dove vivevano; a tutti quelli che ha avvicinato ha sempre rivolto la stessa proposta della vita nuova in Cristo e dell’esperienza ecclesiale di questa novità possibile e gioiosa. Ma il suo metodo è stato segnato dal dialogo e dalla disponibilità ad incontrare i suoi ascoltatori nel modo e coi mezzi a loro più congeniali. Sempre però il suo annuncio è stato innovativo e talvolta anche dirompente: voleva portare qualcosa di nuovo nella mentalità e nella vita dei suoi interlocutori; la novità di Cristo che aveva sconvolto la sua esistenza irrompe continuamente nella sua predicazione ed entra nella vita degli uditori e li coinvolge.
Il contenuto della sua grandiosa opera missionaria è proprio la condivisione della propria fede al di là di ogni barriera nazionale e di ogni struttura ideologica o religiosa: la novità di Cristo che lo ha trasformato lo ha reso capace di trasformare.
Conclusione
Ritornano a questo punto molto appropriate le parole di Giovanni Crisostomo: « Non dire: mi è impossibile trascinare gli altri; se sei cristiano, è impossibile che questo non succeda ». Come Paolo, infatti, il cristiano è una persona conquistata da Cristo (Fil 3,12) e, come l’indemoniato guarito da Gesù, finalmente libero e sano, contento del grande dono ricevuto, sente forte e insistente l’invito del Maestro: « Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato » (Mc 5,19).
Tutta la comunità cristiana di oggi, come la primitiva assemblea di Gerusalemme, ripete con coraggio e creatività agli uomini di oggi: « Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato » (At 4,20). La fede si rafforza donandola ed è urgente per la nostra Chiesa moderna continuare a vivere con rinnovato entusiasmo l’evangelizzazione dei tanti « lontani » che abitano vicino a noi: « Non è infatti un vanto per me predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! » (1Cor 9,16).

Publié dans:BIBLICA NUOVO TESTAMENTO |on 20 juin, 2019 |Pas de commentaires »

LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: (Lc 4,16-39)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/1999_00/199912.htm

LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: (Lc 4,16-39)

IL GIUBILEO TEMPO DI GRAZIA

Stella Morra – 20 dicembre 1999

Monastero Cistercense – Fossano
La libertà in Cristo: la redenzione
Commento a Lc 4,16-39

Proseguiamo il cammino incominciato nei precedenti incontri sul tema del Giubileo, ma soprattutto sui contenuti del Giubileo. Nei primi due incontri ci siamo mossi sui testi del libro del Levitico, sul breve testo di istituzione del Giubileo, sul capitolo 19 del libro del Levitico “Siate santi perché io sono santo”. Questi due brevi percorsi ci consentivano di avere uno sfondo, che è lo sfondo dell’antica Alleanza, del patto con il popolo d’Israele dentro cui si radica l’idea del Giubileo. L’idea della libertà che il Giubileo porta con sé prende una forma concreta e l’esperienza dell’Esodo diventa l’esperienza, del popolo, della liberazione che Dio porta.
Questa sera (e viene bene perché siamo vicino al Natale) vorremmo fare un piccolo passo avanti, perché questo percorso di libertà e di riconoscimento che il tempo e la terra sono di Dio, cioè non appartengono a noi, trova in Cristo una svolta fondamentale.
Da questa sera in poi ci muoveremo su testi del Nuovo Testamento per cercare di raccogliere, da una parte, tutta l’eredità che viene dalla storia antica, ma anche rivisitarla dentro alla novità portata da Cristo.
Esamineremo una parte del cap. 4 del vangelo di Luca che è, in un certo senso, una sorta di manifesto di questa libertà.
Nella liturgia, normalmente, questo testo viene letto diviso: la prima parte, quella di Gesù che si alza nella sinagoga e legge il rotolo del profeta Isaia e dice: “Oggi questa parola si è adempiuta…”. Poi si legge, a volte, il pezzo in cui la folla vuole gettare Gesù dalla rupe, e poi si leggono le guarigioni.
E’ invece molto significativo il fatto che Luca ci presenti tutto questo come un quadro unitario, in qualche modo. Anche solo ad ascoltarlo si sentono le differenze di tono, di genere. Mi pare che in questa struttura noi possiamo vedere la qualificata differenza segnata da Gesù in questo annuncio di liberazione. C’è una prima parte in cui, leggendo Isaia, Lui dice: “Si è adempiuta questa parola” e dice: “Io sono questa buona notizia”. Poi c’è la reazione degli essere umani di fronte a questo; c’è poi l’azione di Gesù che segue la sua parola: le sue guarigioni. Sono guarigioni tipiche, tipologiche, due guarigioni che individuano un male molto preciso, guariscono da “quel” male, non da un male qualsiasi. Mi sembra bello vedere tutto il “movimento” del testo. Troppo spesso infatti leggiamo la prima parte e crediamo che Gesù è la lieta notizia data ai poveri, ma resta forse un’affermazione teorica perché non ci sono gli altri “pezzi”, la reazione: che cosa succede a noi, agli essere umani, a quelli che stavano davanti a Gesù, a noi, ogni volta che Gesù proclama questa libertà sulla nostra esistenza? E quali sono le opere che dobbiamo cercare intorno a noi, le azioni che mostrano la libertà che Gesù annuncia?

Proviamo a seguire il percorso passo a passo.
Innanzi tutto questo testo inizia a Nazareth dove Gesù era stato allevato: “…ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga”. In una riga e mezza fa il riassunto della vita di un buon adulto ebreo normale, nel posto dove era cresciuto, dove era stato bambino. Questo mi ha molto colpito perché riflettevo su come questo testo, tutto centrato sull’annuncio della grande libertà di Cristo, comincia con il racconto di un’abitudine e di legami con la storia del passato; racconta innanzi tutto la continuità di Gesù rispetto al posto dov’era stato allevato, il suo essere lì, ( tornato addirittura lì: era già andato via, ma era anche tornato lì, dove era stato allevato) e il suo agire normale, quindi in modo abitudinario, secondo una consuetudine che non era solo sua, ma era di tutto il popolo ebreo: entrare di sabato nella sinagoga.
Poi gli viene dato il rotolo del profeta e Lui legge, ed è un’altra azione tipica della vita religiosa di un buon ebreo: tutti i maschi adulti possono e devono leggere, a turno, i rotoli della Torah, pubblicamente, nella sinagoga. E’ l’azione tipica del maschio adulto, cioè è ciò che solo il maschio adulto può fare e deve fare, e il cui dover fare è un privilegio. Ovviamente maschio adulto vuol dire la pienezza del soggetto di fronte a Dio, per l’ebraismo. Si può discutere quanto questa cosa culturalmente sia per noi comprensibile, ma comunque quello che si dice è: colui che, a tutti gli effetti è un soggetto adulto, responsabile di fronte a Dio, fa questo.
Mi sembra che questo sia uno scenario tipico per ciascuno di noi, che ci accomuna tanto a questa storia, a questo annuncio di libertà, quanto ci provochi rispetto a noi stessi, perché dice ciò che, ci piaccia o no, siamo: gente che ha delle radici, che ha un passato, una storia (e ognuno sa la sua), una incrostazione di bene o di male, ricevuto o fatto, di cose che altri ci hanno insegnato e di cui siamo grati, di mali che altri ci hanno inflitto e di cui, per sforzandoci di perdonare, ancora portiamo qualche segno, di beni che abbiamo fatto ad altri e di cui conserviamo ancora un piccolo ricordo felice, di mali che abbiamo fatto e che vorremmo aver cancellato, di ferite aperte che non si rimarginano, di ferite rimarginate che fanno ancora un po’ male. Anche noi, in fondo, torniamo sempre lì dove siamo nati, dove siamo stati allevati. In qualche modo, ci piaccia o no, siamo, o siamo chiamati ad essere, dei soggetti adulti di fronte a Dio dentro una tradizione, che comporta delle regole, della abitudini, da: bisogna andare a messa la domenica a… tutto quello che possiamo immaginare.
Raramente noi pensiamo a tutto questo come all’inizio di una storia di libertà. Molto più facilmente, tutto ciò, a volte, ci sembra un carico, un fardello non particolarmente piacevole. Istintivamente, sentimentalmente, se pensiamo a una “botta” di libertà, pensiamo a una “botta” di novità, di qualcosa che interrompa, cambi, che renda discontinuo. Mi colpisce moltissimo che questo testo, questo grande annuncio di libertà che Gesù fa leggendo il profeta Isaia e questa parola che si dimostrerà efficace nelle opere che poi compie,nasca sotto questo segno.
E allora la domanda numero uno, mi pare, è: tutto ciò che fa di noi ciò che siamo è per noi un’esperienza, un annuncio di libertà, o no? E’ semplicemente un dato di fatto nel novanta per cento del tempo e una fatica nel restante dieci per cento del tempo?
Viene dato a Gesù il rotolo del profeta Isaia e Lui vi legge il passo che dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a..” e individua una serie di azioni: mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore. E’, in qualche modo, il manifesto del Giubileo. Questo versetto “predicare un anno di grazia del Signore” è citato sempre in tutti i testi che riguardano il Giubileo, perché è la definizione, una delle definizioni più grandi del Giubileo. Questo testo di Isaia individua, disegna il Regno messianico.
La volta scorsa padre Cesare parlava del ritorno alle origini, del Giubileo che fa tornare al disegno di Dio, ma non è un disegno di nostalgia, che sta nel passato, ma un disegno di attesa, che ci sta di fronte. E’ interessante che i cristiani siano sempre costretti a questo meccanismo strano di ritorno al futuro, perché il disegno originario di Dio che ci ha generati nella sua pienezza, nella storia non è mai stato vissuto: lo vivremo nell’ultimo giorno. E allora dovremo sempre fare questo avanti-indietro dal disegno originario per essere attirati da un futuro.
Il Regno messianico disegna questa realtà: è la meta del santo viaggio. Questo era molto chiaro per un ebreo: è la Gerusalemme celeste, quella in cui i poveri sono lieti, i prigionieri sono liberati, i ciechi vedono, gli oppressi sono rimessi in libertà e c’è un anno di grazia del Signore.
Provocata dai primi versetti di cui vi dicevo prima, mi chiedo: qual è la qualità del nostro desiderio? Verso dove stiamo andando? Con quale bagaglio? Qual è il contorno di quello che per noi sarebbe un anno di grazia? Questa è un’altra questione qualificante perché possano agire le opere della libertà.
Si sente molto parlare, in bene ed in male, delle manifestazioni esteriori del Giubileo, ma in fondo che cosa ognuno di noi si aspetta da questo Giubileo? Forse questa è una domanda da farsi. Innanzi tutto per sé e poi per tutti. Altrimenti rischiamo di essere delusi e di pensare che non è servito a niente, perché, in fondo, non desideriamo niente. Qual è l’anno di grazia del Signore che ci attendiamo? Col nostro fardello con cui ci arriviamo: adulti con delle abitudini, con dei doveri, nel luogo dove siamo stati allevati, con ciò che siamo, con la nostra storia. Arrivando con tutto questo, che domanda facciamo all’anno di grazia del Signore?
Gesù arrotola il volume, lo rende all’inserviente e Luca annota: “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavani fissi sopra di Lui”.
Nel testo di Isaia l’unica menomazione fisica cui si fa cenno è la cecità. Ci sono altri testi nei quali il Regno messianico viene legato a: i sordi odono, i muti parlano…
In questo testo l’unica cosa che si dice è: “I ciechi riavranno la vista”. E la reazione immediata della prima parte del racconto è: “Gli occhi di tutti stavano fissi su di Lui”. In qualche modo è come se Luca ci dicesse che già la Parola si è adempiuta: quelli che stanno lì, vedono, vedono Gesù. Ci sarà forse un problema dopo, in quanto forse non è quello che desideravano vedere, o forse non sapevano della loro cecità e quindi non hanno potuto rallegrarsi di “tenere gli occhi fissi su di Lui”.
Gesù dice: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Mi pare che anche qui Luca “gioca” abbastanza: gli altri lo guardano e Lui parla delle orecchie; mostra come, in fondo, c’è uno spostamento. La Scrittura è la risposta a questi che lo guardano. Sto spiegando in modo letterario per dire una cosa che a me sembra importante: mi sembra che uno dei problemi più grandi che abbiamo nello sperimentare, nel ricevere, la libertà che il Signore ci dà, è l’essere sempre un po’ sfasati nel tempo, avere una grande difficoltà a metterci sul ritmo del Signore, sul fatto che regolarmente, quando Lui ci propone una cosa, noi ne stiamo cercando un’altra, che quando guardiamo ci sarebbe da sentire e quando sentiamo ci sarebbe da guardare; quando uno è sempre un po’ sfasato, alla fine si confonde.
Questo è molto comune, accade spesso nelle relazioni umane, negli affetti, negli amori: si sbaglia ritmo, si ha voglia di parlare quando l’altro non ha parole; ci vuole una grande intimità, una grande consuetudine per riuscire a trovare dei ritmi che non siano fatti di regole stabilite dall’esterno, ma di un respiro comune, per cui ci si conosce così tanto e si sa così tanto star vicino.
Nasce la terza questione per noi: con quello che siamo, e soprattutto aspettandoci qualcosa, desiderando qualche tipo di libertà, forse la nostra questione è trovare una familiarità tale con il Signore, per cui troviamo il Suo ritmo e riusciamo a sentire quando c’è da sentire e a guardare quando c’è da guardare, a riconoscere il gesto e la misura di Dio nei nostri confronti. La Sua misura è immensa, la libertà che ci offre costante, ma molto spesso noi siamo così concentrati su dei pezzi della nostra vita che ci perdiamo tutto ciò che succede intorno. E allora la condizione di tutto questo è la familiarità.
Mi pare che sia una buona domanda: come si trova la familiarità con il Signore? Una consuetudine con Lui?
C’è poi un versetto strano che dice: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.Il versetto è strano perché non si capisce a che cosa rendono testimonianza. Che cosa significa? Si capisce quando nei Vangeli si dice che qualcuno rende testimonianza dopo aver visto un miracolo, si capisce quando Gesù richiede la testimonianza e dice: “Tu credi?”.
Ma qui, che cosa vuol dire: “Tutti gli rendevano testimonianza”?
La questione è seria. Gesù dice: “Ora si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito”. E tutti gli rendono testimonianza: che ha ragione, che davvero si è adempiuta questa Scrittura; eppure non hanno visto niente, Lui ha solo parlato, Lui ha solo detto.
La familiarità con Gesù fa rendere testimonianza che la Sua Parola è vera, e non c’è bisogno di provarla: è la storia di un rapporto, di un incontro serio. Nel nostro linguaggio comune noi diremmo: “Io mi fido di lui”.
Tutti gli rendono testimonianza e tutti sono meravigliati: è il segnale che Luca mette dopo la sfasatura dei tempi per dire che c’è un modo: è stare vicini; la Parola è compiuta quando si sta vicini al Signore, quando si ha questa familiarità con Lui che consente di trovare il Suo ritmo. Paolo dice: “Tutto coopera al bene di coloro che credono”. Tutto diventa una prova, una testimonianza.
Poi c’è un improvviso cambio di tono, una frattura. Letterariamente qui si tratta di due brani attaccati insieme, ma nella lettura che noi abbiamo, nel testo, così come è, non è senza logica. C’è la storia di adulti, c’è questo annuncio di libertà la cui condizione è la familiarità e poi c’è una frattura durissima: dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Anche Gesù assume un tono polemico e dice: “Forse mi direte: medico cura te stesso…”. Si passa dal tono della familiarità all’altra possibile reazione: dentro un rapporto questa parola è compiuta, fuori da un rapporto, questa parola non si capisce, non c’è una logica.
Lontani da Gesù, si dice di Lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, non c’è via d’uscita.
Gesù è molto duro, dice: “C’erano molte vedove al tempo di Elia, eppure fu scelta una vedova di Sarepta in Sidone; c’erano molti lebbrosi al tempo di Eliseo, eppure fu scelto per essere guarito Naaman il siro”.
Gesù dice ai suoi che dentro la storia c’è questa ambiguità. In fondo qui per gli ebrei il tema era: chi appartiene al popolo ebraico e chi no, chi è il bravo maschio adulto che può leggere la Torah e invece… la vedova di Sidone, Naaman il siro, i pagani, che non potevano nemmeno entrare nella sinagoga.
E’ come se Gesù dicesse: la familiarità non è data da un’appartenenza; non basta “stare lì”, non basta dirsi bravi cattolici, non basta stare semplicemente dentro questa storia; la familiarità è data dallo spazio possibile per le opere che liberano, che salvano, e da questo incontro con Lui. Dunque, attenzione alle ambiguità: non scegliete troppo in fretta chi è vicino e chi no, chi ha ragione e chi ha torto, chi è buono e chi è cattivo.
Ma anche, e ancora di più c’è un tema molto forte di ambiguità dei segni. Una domanda per noi: dentro la storia quali segni cerchiamo? Quali sono le cose che ci confermano o che ci mettono dubbi sulla libertà che Dio ha portato?
I segni sono ambigui, perché possono riguardare i pagani, perché possono non essere dati in un posto come questo, la città della sua nascita, la sinagoga, il sabato: il massimo del “giusto” del “tutto ben sistemato”.
Il tema è grande: la nostra storia di adulti, con tutto quello che ci portiamo dietro, la domanda su qual è l’anno di grazia che ci aspettiamo, la questione della familiarità con Dio, tutto ciò sta sotto il segno di un’ambiguità, dell’impossibilità di tracciare confini precisi, di decidere una volta per tutte, di sapere esattamente come vanno le cose, chi ha ragione e chi ha torto, dove stanno le cose giuste e quelle sbagliate, della necessità di interrogare i segni. Mi pare che anche qui l’esperienza del Giubileo è un’esperienza piena di segni: il pellegrinaggio, la porta santa, la visita alle basiliche; è una storia di segni e c’è una grande sapienza nel farci periodicamente rifare l’esperienza che ci sono dei segni e che i segni vanno letti, guardati, pensati. Ma c’è anche l’ambiguità dei segni quotidiani che sono segni dati per spiegare, dunque sono segni “chiari”. Nella nostra vita quotidiana non sappiamo mai se la soglia che stiamo per attraversare è una porta santa o una porta di perdizione, non sappiamo mai bene se il luogo verso cui stiamo pellegrinando è un luogo “segno” della presenza del Signore o no, se la persona che incontriamo ci sta mostrando la povertà di Cristo o che cosa.
Questo tema dell’ambiguità della storia è un tema tipico dell’adultità credente. Usciamo dall’entusiasmo giovanile che sa sempre chi ha ragione e chi ha torto e cominciamo ad essere un po’ più pensosi, a sapere qualcosa di più di noi stessi, della nostra vita, ad essere un po’ più cauti nel decidere chi ha ragione e chi ha torto.
Questa ambiguità è qualcosa che Gesù ripropone: l’anno di grazia è proclamato, ma nella storia sta sotto spoglie ambiguamente interpretabili; come Lui, che è il Figlio di Dio incarnato e di cui si può dire: “Non è forse costui il figlio di Giuseppe?”. La frase non è casuale, non è un insulto qualsiasi, la frase è: è Lui stesso un segno ambiguo, è qualcuno che può essere chiamato con il nome del suo padre in terra che è Giuseppe, e Lui invece è il Figlio del Padre.
“All’udire queste cose tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno. Si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero sulla cima del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Anche qui Luca si dimostra buon conoscitore degli esseri umani. Possiamo essere meravigliati di un annuncio di libertà e anche ammirarlo, ma l’annuncio dell’ambiguità ci angoscia. Quindi si arrabbiano molto e vogliono buttarlo giù da un monte. Cioè vogliono negare il dovere di discernere nei segni che invece viene messo nelle loro mani. Credo che capiti anche a noi così: molto spesso preferiremmo che gli annunci di libertà ci fossero dati preconfezionati; se qualcuno mi dice che cosa devo fare, posso poi decidere se farlo o no, il fatto è che viene rimessa in mano a ciascuno di noi la nostra esistenza, che sarà ancora la stessa cosa che il Risorto farà (pensiamo all’incontro tra il Risorto e Maria di Magdala, nel quale lei, quando lo riconosce, lo chiama maestro e Lui la chiama Maria, cioè le restituisce il suo nome, le ridà la sua vita). L’incontro con Gesù nei Vangeli è sempre raccontato sotto questo segno: chi ha fede in Lui, chi lo incontra gli domanda qualcosa e Lui rende sempre a se stessi, ti rimette in mano tutta la tua vita.
C’è chi, come i vari pubblicani, dice: “ho sbagliato”, c’è chi, come il giovane ricco se ne va triste. Le reazioni sono molto diverse: c’è chi, come Pietro si agita moltissimo, ma l’operazione di grande libertà, la parola adempiuta della grande libertà, è che ognuno è reso a se stesso, che significa anche reso alla propria ambiguità, alla fatica che noi facciamo a sapere di noi, dei nostri desideri, di quello che ci accade, di quello che vogliamo.Ma questa è la parola compiuta della libertà: essere resi a noi stessi.
Gli uditori di Gesù, secondo Luca, si arrabbiano molto: vogliono buttarlo giù dal monte. “… ma Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.” Moltissime volte, nel Vangelo, c’è questa espressione. Gesù scatena la discussione, ma poi non vi partecipa. Tutte le volte che c’è una reazione è come se desse questo segnale: da quel punto in poi il problema è loro, non è più suo. Dunque Lui passa in mezzo e se ne va. E’ qualcosa che, in qualche modo, non lo riguarda più, non è più un dato suo, ha fatto ciò che doveva fare, Lui l’ha fatto. Questa dunque è la prima parte: l’annuncio della libertà e la reazione.

Poi ci sono i due racconti di guarigione.
“Discese a Cafarnao…”: va in un’altra città e comincia a compiere le opere delle quali ha annunciato nella lettura del testo di Isaia.
A Cafarnao “insegna”, ammaestra la gente, che rimane colpita dal suo insegnamento, e c’è lo scontro con il demonio, lo spirito immondo che gli dice: “so chi sei, il Santo di Dio”. Gesù gli dice: “Taci, vattene”. E tutti sono presi da paura e dicono: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”.
E’ chiaro che Luca sta dicendo che la parola che Gesù ha detto nella prima parte “ora si è compiuta..”, che è una parola efficace, una parola che opera, e opera su due cose: sullo spirito immondo e sulla febbre della suocera di Simone.
Il grande annuncio è che la prima libertà che ci viene data è la libertà dalle invisibili forze che ci abitano, la libertà da tutte quelle parti di noi o da quella esperienza di noi che facciamo e che è così difficilmente governabile e che in realtà è la più grande schiavitù che abbiamo: quasi mai sono le cose esterne, o comunque solo in situazioni limite, che ci rendono schiavi; la nostra esperienza quotidiana è che, in fondo, abbiamo un margine di manovra piuttosto ampio, ma è la nostra esperienza interiore che fa di noi, in qualche modo, degli schiavi.
La seconda guarigione, la guarigione della suocera di Simone ci racconta la guarigione da qualcosa che ci viene dall’esterno, che nella vita può accadere. Questa è molto più semplice, non è scenografica come la prima, è banale: qualcun altro chiede per lei la guarigione e Gesù guarisce. La cosa svanisce, ma il risultato è che “lei cominciò a servirli”. Come se ciò che ci libera dal di dentro ci rendesse capaci di “stare”, di “essere”, ciò che ci libera dal di fuori provoca gratitudine e capacità di servizio.
Riflettiamo su queste due dimensioni di libertà: se non siamo liberi dentro, liberi da noi stessi, dalle prigioni che ci costruiamo, non siamo nemmeno persone, ma è vero che poi le mille cose dell’esterno fanno spazio e allora possiamo servire il Signore, cioè possiamo avere lo spazio di cuore, di anima, di energia, di desiderio per fare ciò che serve al Suo Regno.
Questo testo disegna bene questa novità portata da Gesù: è la novità di una parola di libertà incarnata, che non dice solo più i valori, ma libertà incarnata nella storia di Gesù e, dunque, nella nostra storia; l’annuncio di libertà ha i colori e i sapori dei nostri percorsi di vita, di quello che siamo, si fa carico dell’ambiguità e della fatica, ma anche della potenza di risposta della nostra vita quotidiana.

LA PENITENZA NEL NUOVO TESTAMENTO – Paolo VI

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_d.htm

LA PENITENZA NEL NUOVO TESTAMENTO

 Paolo VI *

Cristo, che nella sua vita fece sempre ciò che insegnò, prima di dare inizio al suo ministero, trascorse quaranta giorni e quaranta notti nella preghiera e nel digiuno. Inaugurò poi la sua missione pubblica con un messaggio colmo di gioia: Il regno di Dio è vicino; ma aggiunse subito il comando: Fate penitenza e credete al Vangelo (Mc. 1,15). Si può dire che queste parole sono come il compendio di tutta la vita cristiana. Non si può accedere al regno di Cristo se non per mezzo della metànoia, cioè attraverso quell’intimo e totale cambiamento e rinnovamento dell’uomo, dei suoi pensieri, giudizi, modi di vivere. Questo rinnovamento si attua nell’uomo alla luce della santità ‘e dell’amore di Dio, che negli ultimi tempi si sono manifestate e comunicate a noi in pienezza nel Figlio. L’invito del Figlio di Dio alla metànoia ci stimola in modo più incalzante, in quanto egli non solo ce la predica, ma ce ne offre l’esempio in se stesso. Cristo infatti è modello supremo per coloro che fanno penitenza, lui che volle portare la pena non per il suo peccato, ma per quello degli altri. Dinanzi a Cristo, l’uomo viene illuminato da una luce nuova e, riconoscendo la santità di Dio, prende coscienza della gravità del peccato. La parola di Cristo gli trasmette il messaggio che invita a ritornare a Dio, e gli concede il perdono dei peccati. L’uomo riceve in pienezza questi doni nel battesimo, che lo configura alla passione, alla morte e alla risurrezione del Signore. Tutta la vita del battezzato si pone così sotto il sigillo di questo mistero. Dunque ogni cristiano, seguendo il Maestro, deve rinnegare se stesso, prendere la sua croce e partecipare alle sofferenze di Cristo. Trasformato così ad immagine della sua morte, è reso capace di meritare la gloria della risurrezione. Sempre al seguito del Maestro, deve vivere non più per sé, ma per Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per lui; deve vivere anche per ,i suoi fratelli «per completare nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a vantaggio del suo corpo che è la Chiesa» (Cfr. Col. I, 24). Inoltre, poiché la Chiesa è legata a Cristo con un vincolo strettissimo, la penitenza del singolo cristiano ha un suo intimo rapporto con tutta la comunità ecclesiale. Infatti non solo per mezzo del battesimo egli riceve nella Chiesa il dono fondamentale della metànoia, ma sempre nella Chiesa, questo dono viene rinnovato e rafforzato, per mezzo del sacramento della penitenza, in quelle membra del corpo di Cristo che sono cadute in peccato. «Coloro che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono dell’offesa che gli hanno fatto e, nello stesso tempo, si riconciliano con la Chiesa che è stata ferita dal loro peccato e che coopera alla loro conversione con l’amore, l’esempio e la preghiera» (Cfr. Lumen Gentium, n. 11). E’ nella Chiesa infine che la piccola opera penitenziale, imposta ad ognuno nel sacramento, viene resa partecipe in modo speciale dell’infinita espiazione di Cristo. Il penitente poi, per una disposizione generale della Chiesa, può intimamente unire alla soddisfazione sacramentale tutto ciò che fa, soffre e sopporta. Così, il dovere di portare sempre la morte del Signore nel corpo e nell’anima, investe in ogni momento e in ogni aspetto tutta la vita del cristiano.

* Constitutio Apostolica « Paenitemini» – A.A.S. LVIII, 1966 pp. 179-180.

SO A CHI HO CREDUTO” (1 TM 1, 12): CHE COSA SIGNIFICA ‘MISTERO’ NELLA FEDE CRISTIANA?

http://www.gliscritti.it/approf/2008/papers/lonardo010608.htm

SO A CHI HO CREDUTO” (1 TM 1, 12): CHE COSA SIGNIFICA ‘MISTERO’ NELLA FEDE CRISTIANA?

di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito l’articolo che don Andrea Lonardo ha scritto il 16/5/2008 per la rubrica In cammino verso Gesù (la rubrica pubblica ogni due settimane un breve articolo di approfondimento sul Gesù storico e la rilevanza del suo vangelo) del sito Romasette di Avvenire

Il Centro culturale Gli scritti (17/5/2008)

«Sia a un dio, sia a una dea consacrato, Caio Sestio, figlio di Caio Calvino pretore, per decreto del senato rifece». Così recita l’iscrizione di un altare romano della fine del II secolo a.C. che è ora custodito nel Museo Palatino, all’interno dell’area archeologica del Palatino, dove Augusto ed i suoi successori hanno avuto la loro residenza. Anche san Paolo, giunto ad Atene, dichiara di aver trovato “un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto” (At 17, 23). Questi due documenti, l’uno epigrafico e l’altro letterario, testimoniano della consapevolezza dell’uomo pagano di allora di non essere in grado di svelare il mistero del volto di Dio. L’ellenismo e la romanità imperiale non credevano più nei loro dei o, almeno, essi non riscaldavano più i loro cuori. Un velo di mistero impenetrabile circondava il divino. L’uomo, mentre si interrogava se gli dei esistessero veramente, non riusciva a vederne il volto. Era un dio od era una dea? Era un unico dio o esistevano diverse divinità? Esisteva un dio del bene ed uno del male? E, se ne esisteva uno solo, poteva agire con gli uomini in maniera personale? Era benefico o pericoloso? E che relazione poteva intercorrere tra la vita divina e quella umana? Potevano esse parlarsi, comunicare, amarsi? Iscrizioni come le due sopracitate esprimevano la religiosità che cercava di venerare il divino senza poterlo conoscere. Il culto, la pietas, aveva così il compito di tenere a bada questo ‘mistero’, di ottenerne i favori quale che fosse il suo volto indecifrabile. ‘Mistero’ voleva dire inconoscibilità: all’uomo non era dato di sapere, in fondo, nulla del mondo di Dio. L’annuncio del vangelo incontrò questa consapevolezza dell’uomo antico. Anche con una seconda accezione del termine “mistero” dovette misurarsi il cristianesimo. Infatti nel II secolo, quando il cristianesimo si era già diffuso nel Mediterraneo ed era giunto da tempo fino a Roma, i soldati dell’impero romano importarono nel mondo latino una nuova religione, il culto misterico di Mitra; avevano combattuto in Oriente ed alcuni di loro ne erano stati conquistati. Qui, all’accezione precedente del termine “mistero” se ne aggiungeva una seconda: Dio era misterico, misterioso, perché non era per tutti, non era per ogni uomo, ma solo per gli iniziati. Quel poco che si riteneva di conoscere di Dio non poteva essere donato indiscriminatamente, ma doveva essere rivelato solo dopo un complesso sistema rituale di iniziazione. Alle donne, ad esempio, era vietato l’accesso al culto mitraico; solo gli uomini potevano parteciparvi. Il culto di Mitra era così qualificabile come mistero in un doppio senso, perché sapeva di non poter giungere a rivelare pienamente il volto di Dio, ma anche perché quel dio non era Dio di tutti, ma solo di alcuni. Ecco, invece, la novità cristiana: Paolo, durante il discorso all’Areopago che abbiamo citato, subito aggiunge: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (At 17, 23). In tredici passi dell’epistolario paolino, per indicare questo annunzio che svela il volto di Dio, troviamo il termine ‘mistero’; esso non è più inconoscibile, impenetrabile, lontano ed imperscrutabile e neanche riservato a pochi eletti, ma è “il mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche per ordine dell’eterno Dio a tutte le genti” (Rm 16, 25-26). Paolo, cresciuto nella familiarità con le Scritture, sa bene che l’uomo non può elevarsi sino a conoscere Dio con le proprie forze. Era stato, infatti, Dio stesso nel libro dell’Esodo ad insegnare a Mosè, a colui cioè che più di tutti era stato suo amico e suo messaggero: “Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”. Perché, allora, adesso i discepoli di Gesù annunciano che il ‘mistero’ è stato infine conosciuto? Perché è accaduto l’inaudito, ciò che non era possibile per mano d’uomo: a Dio è piaciuto rivelarsi agli uomini. “Placuit Deo revelare se ipsum”, afferma il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum (DV 2). Analogamente ai rapporti umani, nei quali nessuno può dire veramente di aver conosciuto il cuore di un altro se questi non lo mette a parte dei suoi segreti –“Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?” (1Cor 2, 11)- ma ben di più, poiché Dio supera realmente ogni possibilità di essere compreso: Egli ha voluto che noi potessimo conoscerLo e così amarLo ed ha reso possibile questo nel dono dell’Incarnazione. È per questo che tale ‘mistero’ non può più essere tenuto nascosto, non può essere condiviso solo da una ristretta cerchia di eletti, bensì deve essere predicato nelle piazze e sui tetti, perché tutti possano entrare nella comunione con Lui. Ecco che la chiesa concorda, da un lato, con l’ebraismo e l’islam nella coscienza che la trascendenza di Dio impedisce che si possa pretendere di vedere il Suo volto, ma, d’altro lato, annuncia che l’onnipotenza di Dio è tale che Egli si è potuto fare liberamente piccolo per giungere a comunicare con noi. A noi è impossibile conoscerlo con le nostre forze, non a Lui farsi da noi conoscere. La scoperta alla venuta del Cristo che tutta la storia è un disegno di Dio, che aveva preparato “in tanti e diversi modi” (Eb 1, 1) la sua completa rivelazione, svela così che il tempo che è passato e che passa non è una successione cronologica senza senso, ma che anzi esiste una ‘economia’ della salvezza. È ancora Paolo a far uso di questo straordinario termine greco (Ef 1, 10; 3, 9; 1 Tm1, 4) che ad uno orecchio moderno sembra riservato all’ambito produttivo e commerciale. “Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà… per realizzare l’economia (il disegno) di ricapitolare tutte le cose in Cristo” afferma la lettera agli Efesini (Ef 1, 10): qui il termine ‘oikonomia’ ha ancora il suo significato originario di “legge della casa” (cfr. i termini greci “oikos”, “casa” e “nomos”, “legge”): l’universo intero, cioè, e tutta la storia sono come una casa governata da Dio padre che la dirige secondo il suo disegno di benevolenza, perché tutti i figli vi trovino pienezza di vita. In Cristo si manifestano così sia il volto di Dio ed il suo amore personale, sia il significato dell’intera storia che è la Sua ‘casa’, la realtà che Egli conduce perché giunga alla comunione con Lui. Ecco perché la fede cristiana può affermare: “Io so a chi ho creduto” (2Tim 1, 12)! Il ‘mistero’ impenetrabile di Dio e della storia umana ora in Cristo è svelato. Ed anche l’insistenza dell’arte cristiana non solo sulla possibilità, ma addirittura sull’obbligo di rappresentare Dio in immagini, testimonia questo ‘mistero’. Se, prima di Cristo, la raffigurazione di Dio poteva essere considerata bestemmia, ora che Dio si è manifestato in ‘forma’ d’uomo la negazione delle immagini equivarrebbe all’affermazione blasfema che Egli non si è incarnato e non si è reso visibile. Il Concilio secondo di Nicea (787 d.C.) dichiarando solennemente e per sempre che l’iconoclastia è contraria alla fede cristiana spalanca così la strada alla pittura ed alla scultura di modo che, in forme diverse, Giotto come Michelangelo, Rublev come Caravaggio, l’arte paleocristiana come la cappella di Matisse a Vence, ci pongono innanzi al ‘mistero’ di Dio che è uscito dal ‘mistero’ ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

« DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE… »

http://www.finesettimana.org/pmwiki/?n=Db.Sintesi?num=161

« DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE… »

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio Verbania Pallanza, 18 gennaio 2003 Propongo l’analisi di alcuni testi, due dei quali molto famosi. Sono testi che non offrono grandi prospettive sull’impegno politico oggi, in quanto riflettono condizioni sociali e politiche molto diverse, ma, poiché sono ampiamente utilizzati, è opportuno coglierne potenzialità e limiti.

« date a Cesare quel che è di Cesare… »

È un testo molto noto, che si trova in Marco 12,13-17, ripreso in termini sostanzialmente identici da Matteo e Luca: « Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio ». Meno noto è il brano in cui il detto è inserito. Di solito, secondo la critica storica, quando un detto è inserito in un racconto, ha molte probabilità di essere attribuibile a Gesù, mentre la cornice narrativa è spesso degli evangelisti. Nel vangelo di Marco, nella sezione che precede i racconti della passione, vengono riportati diversi conflitti tra Gesù e i rappresentanti della aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme (la discussione sul divorzio, sulla resurrezione dei morti…). Alcuni farisei ed erodiani si avvicinano a Gesù in modo capzioso e gli chiedono se sia lecito pagare la tassa all’imperatore e se la si deve pagare. Si tratta del denarius che tutti gli ebrei dovevano pagare ogni anno al fisco romano. Il denarius era una moneta d’argento che riportava su una faccia l’immagine dell’imperatore Tiberio, con la scritta Tiberius Augusti filius Augustus, e sull’altra la scritta Summus Pontifex. L’imperatore assommava in sé il potere politico e il potere religioso. « Cesare », inoltre, sta per imperatore. La domanda si inquadra nella situazione del tempo, circa il 30 d.C.. Nel 6 d.C., in occasione del censimento di Quirino che aveva imposto la tassa, c’era stata una ribellione capeggiata da Giuda il Galileo, che riteneva per motivi religiosi che non la si dovesse pagare: gli ebrei devono riconoscere come unico Signore Dio. Da questa fede monoteistica (Non avrai altro Dio…) si faceva discendere la conseguenza politica di non riconoscere il potere dell’imperatore, ritenuto alternativo a quello di Dio. Il problema di pagare la tassa si poneva anche al tempo della chiesa primitiva, ed ecco perché ci si rifà a quanto avvenuto ai tempi di Gesù. Gesù si fa portare un denaro e chiede di chi sia l’immagine e l’iscrizione. Sentito che si tratta dell’imperatore, pronuncia il detto, a lui attribuibile: « Quello che è dell’imperatore, restituitelo all’imperatore ». Dice non « datelo », ma « restituitelo », perché è suo, c’è la sua immagine e iscrizione. Gesù quindi ritiene legittimo il pagamento del testatico all’imperatore romano. Ma non si ferma qui e manifesta ciò che più gli sta a cuore: « Ma quello che è di Dio, restituitelo a Dio ». In un pronunciamento doppio come questo, l’accento cade sul secondo: Quello che appartiene all’Imperatore, restituiteglielo pure, ma la cosa più importante è che voi restituiate a Dio quello che è di Dio. Questo testo è stato utilizzato nella storia come legittimazione del potere, ponendo l’accento sulla prima parte, prefigurando i rapporti tra chiesa e stato, il riconoscimento dello stato da parte della chiesa. Nella storia della ricerca sul Gesù storico ci sono stati dei tentativi per fare di Gesù un personaggio impegnato politicamente. Per Reimarus, lo studioso che ha dato origine alla ricerca storica su Gesù, Gesù era un agitatore politico, che ha combattuto, perdendo, i romani, finendo quindi crocifisso. I discepoli, non accettando questa fine ingloriosa, trafugarono il cadavere e proclamarono la sua resurrezione. Recentemente anche altri hanno rinverdito questa posizione (Brandon). La stragrande maggioranza degli studiosi invece ritiene che Gesù non aveva interessi politici. Tutto il suo interesse era orientato alla regalità di Dio, che riteneva che iniziasse a realizzarsi nella storia attraverso i gesti di guarigione e di accoglienza dei peccatori. Gesù condivide la convinzione dei suoi contemporanei secondo la quale la storia è alle prese con le forze del male e della distruzione che hanno carattere demoniaco, e ingaggia una lotta per poterle sconfiggere. La sua lotta non è contro l’impero romano, ma contro le forze demoniache del male. « ogni autorità viene da Dio » (Rom 13,1-17) Anche il testo di Romani 13, 1-7 è stato spesso male interpretato, a sostegno di una dottrina dei rapporti tra chiesa e stato. Paolo scrive ai cristiani di Roma e li vuole esortare. In questo caso si rivolge ai cristiani non in quanto cristiani, ma in quanto esseri viventi: « Ogni essere vivente stia sottomesso alle autorità costituite… ». Paolo esorta i cristiani di Roma in quanto cittadini. Si parla in questo brano di sottomissione non all’imperatore, ma alle autorità costituite (autorità amministrative). La società romana, a differenza della nostra, non prevedeva nessuna mobilità sociale: chi nasceva senatore rimaneva senatore, chi nasceva schiavo, schiavo. Gli unici cambiamenti avvenivano per cooptazione da parte di chi stava sopra. Il motivo della sottomissione è: Perché ogni autorità viene da Dio. Non è una motivazione propriamente cristiana, ma è una concezione filosofica allora comune secondo la quale l’autorità viene da Dio. È una concezione teocratica. Di qui la conseguenza: Cosicché chi va contro l’autorità, va contro al comando di Dio. Il dovere politico della sottomissione all’autorità equivale al dovere della sottomissione a Dio. E Paolo afferma, proseguendo, che chi agisce bene non deve aver paura dei magistrati, mentre deve temerli chi agisce male. Il bene e il male sono qui il bene e il male civico: è chiamata bene la sottomissione e male la ribellione. Ora per quale motivo l’autorità è stata costituita da Dio? Per premiare i buoni, i sottomessi, e per punire i malvagi, i ribelli. Quindi l’autorità è a servizio di Dio. « Per questo infatti pagate le tasse ». Con tutta probabilità l’interesse di Paolo è volto alla questione delle tasse, e vuole vincere i malumori presenti tra i cristiani sul pagare le tasse ritenute eccessive. Però a giustificazione del dovere di pagare le tasse espone la concezione propria dell’ambiente giudaico e greco che Paolo condivide, secondo la quale il potere viene da Dio. « Restituite a tutti ciò che è dovuto: a chi riscuote la tassa, la tassa, a chi riscuote il testatico, un testatico… » Questo testo riguarda i credenti come cittadini, ed è una pagina di lealismo civico. Siamo in presenza di una concezione teocratica che non fa più parte della nostra mentalità. Potremmo dire che questo testo invita ad essere dei buoni cittadini. Non c’è una dottrina del potere e dello stato, non sono indicati i diritti e i doveri delle autorità. Noi oggi, in democrazia, riteniamo che il potere viene dal popolo e non è legato per sempre ad alcune persone. In democrazia poi è legittima la critica della minoranza verso la maggioranza. Inoltre nello stato moderno il civismo non consiste solo nel pagare le tasse (anche se sarebbe già una gran cosa nel nostro paese), ma anche nel partecipare attivamente alla costruzione della polis. Il testo di Paolo non dice nulla sui rapporti tra chiesa e stato, sui rapporti propriamente politici. È importante cogliere portata e limiti di questi testi, utilizzati in modo improprio nel passato. Altri testi delle Scritture sia ebraiche che cristiane si collocano all’interno di questa corrente legittimista del potere costituito, riconosciuto di origine divina, come in 1Pietro 2,13-17, in cui si introduce il motivo specificamente cristiano della fratellanza e in cui si parla del potere politico e non solo amministrativo. la corrente apocalittica contestatrice All’interno degli scritti cristiani si trova anche una corrente contestatrice del potere politico: la corrente apocalittica. Gli apocalittici danno un giudizio radicalmente negativo sul presente, visto dominato in tutto e per tutto dalle forze del male, e ripongono tutta la speranza in Dio che interverrà per sostituire questo mondo con uno nuovo. Nell’Apocalisse di Giovanni troviamo una contestazione radicale del potere. Il linguaggio apocalittico è oscuro, procede per simboli, per metafore. Nel capitolo 13 vi è la famosa metafora della bestia, in cui si dice che sorge dal mare e che riceve da satana il potere. Tutta la terra è in adorazione della bestia (non solo sottomissione, ma adorazione). La bestia è il potere, il potere romano che domina il mondo e che per l’apocalittico rappresenta il potere autodivinizzante, idolatrico, da combattere. L’apocalittica vuole infondere speranza ai fedeli, invitandoli alla perseveranza, perché alla fine il potere della bestia sarà sconfitto da Dio. Nella stagione dei martiri (persecuzione alla fine del primo secolo sotto Domiziano) nascono gli apocalittici. Anche il teso apocalittico di Daniele nasce nella stagione della dominazione di Antioco IV Epifane e del martirio dei fedeli ebrei perseguitati dal potere. È una corrente diversa da quella di Paolo. Paolo invece non vive la stagione del martirio, ma la stagione dell’impero romano come ambiente ordinato in cui ci si può muovere come missionari. La contestazione del potere idolatrico nasce dalla fede che l’unico che ha il potere è il proprio Dio. I credenti sono chiamati a non cedere all’idolatria. Il riconoscimento di un unico Dio libera dalla tentazione di diventare schiavi dei padroni su questa terra. Oscar Culmann sostiene che la confessione cristiana è una confessione che preserva i confessanti dalla idolatria, dalla idolatria del potere, della stare sotto ai signori. Questo non comporta il rifiuto del potere, ma del potere idolatrico, del potere autodivinizzante, presente in molte forme anche nella nostra società (adorazione del denaro, delle apparenze, del potere…). I testi analizzati non sono particolarmente ricchi per inquadrare il tema dell’impegno politico oggi, ma aiutano anzitutto a fare un’opera di ripulitura sull’uso distorto di brani famosissimi e a cogliere nella confessione cristiana un potente antidoto per non essere sedotti dalla società delle apparenze e dalla divinizzazione delle cose.

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