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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER L’INAUGURAZIONE DI UNA MOSTRA SU SAN PAOLO

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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER L’INAUGURAZIONE DI UNA MOSTRA SU SAN PAOLO

Sabato, 8 ottobre 1977

Prima ancora di fermare lo sguardo sulla Mostra artistica, che abbiamo davanti, noi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione agli Artisti, che ne sono gli autori, e che meritano il nostro riverente, riconoscente e cordiale saluto, anche perché questa è ottima occasione di conoscerli di persona, e la persona primeggia sempre nella scala dei nostri interessi.
A voi, Artisti, autori delle opere che sono qui esposte, il nostro grato e riverente «benvenuto», come si offre a persone, che per la loro qualificante professione, sono nella nostra stima e nella nostra simpatia. Alcuni di voi ci sono già noti per precedenti incontri, o per la rinomanza che circonda l’opera vostra; e noi siamo lieti ed onorati che ci si offra una felice occasione per assicurarvi che l’antica e tradizionale simpatia umanistica, di cui gli Artisti hanno goduto in questa casa di San Pietro, dove l’Ineffabile ha domicilio (Cfr. 1 Petr. 1. 1-5), non è spenta, anzi è rianimata da nostalgico amore e da rinascente amicizia. Anche oggi ve ne è dato argomento; qui voi non siete del tutto forestieri, ma attesi, accolti, compresi anche (non sempre facile cosa!), e sempre con nostra segreta speranza che una nuova epifania di imprevista bellezza abbia una sua rivelatrice aurora.
Dunque, Signori, a voi il nostro omaggio, pieno di riconoscenza e di ammirazione.
Poi il nostro occhio, com’è naturale in un’esposizione d’opere d’arte, si rivolge ai vostri lavori, e ne subisce l’incanto, commosso da un duplice sentimento, di riconoscenza e di ammirazione. Non rinunceremo ad un altro sentimento, quello di critica, istintivo anche in noi che pur non abbiamo pretese di consumata competenza, e che noi rimandiamo al momento più tardo dopo la visione e dopo la riflessione.
Per comprendere questa singolare manifestazione artistica dobbiamo rifarci all’idea che le ha dato origine; idea il cui merito spetta ad un gruppo di amici, molto bravi ed appassionati circa i problemi artistici-spirituali, i quali, a nostra insaputa, si sono proposti d’onorare gli ottanta anni, che abbiamo testé compiuti, invitando appunto ottanta Artisti a concorrere, ciascuno con una propria opera, alla composizione d’una raccolta di lavori, tutti e ciascuno aventi per soggetto San Paolo, con l’intenzione di fare cosa grata alla nostra ottantenne persona, offrendole in venerazione una collezione d’immagini raffiguranti l’Apostolo, del quale, come indegnissimi, ma fedeli cultori, noi, pur senza abdicare in privato il nome battesimale del Precursore Giovanni Battista, sempre da noi veneratissimo, abbiamo assunto il nome per ottenerne la protezione, senza alcuna presunzione di saperne seguire a dovere gli insuperabili esempi; così che dobbiamo noi stessi essere lieti di questa preziosa e originale apoteosi, che voi Artisti, assecondando l’ardita proposta a voi fatta, avete reso all’Apostolo, dottore delle genti (1 Tim. 2, 7), seguace ed emulo e nel martirio, come poi nel culto, socio dell’Apostolo Pietro (Cfr. Gal. 1, 18; 2, 2. 8-9. 14; PRAT, St. Paul, pp. 56 ss.). Sappiamo che l’idea primitiva ha avuto un complemento nel voler illustrare un tema centrale della teologia Paolina quale quello di Cristo Crocifisso e Risorto con opere di altri artisti, di cui alcuni non più viventi.
Anche ai generosi donatori di queste opere vada il nostro più commosso e sincero ringraziamento.
Ed eccoci alla figura di San Paolo, la quale, com’essa doveva, non solo ha ispirato il vostro genio artistico, ma l’ha certamente tormentato. Vero che San Paolo stesso confessa la sua estetica umiltà, e forse il cambiamento stesso del suo nome ebraico, Saul, dalle risonanze maestose, in quello di Paulus, che richiama un concetto di piccolezza; cambiamento che Sant’Agostino pensa si possa attribuire ad un proposito di umiltà di San Paolo stesso: «Non ob aliud hoc nomen elegit, nisi ut se ostenderet parvum, tamquam minimus apostolorum» (S. AUGUSTINI De Spiritu et littera, VII, 12: PL 4, 207). Forse la sua presenza suggeriva questa autodefinizione, ricordando le parole di Paolo relative alla sua persona: «praesentia autem corporis infirma et sermo contemptibilis» (2 Cor. 10. 10).
Si vede che d’intorno a Paolo ferve una polemica che tende a discreditarlo ma che offre a lui l’occasione, per noi fortunata, di fare una propria apologia che ci lascia intravedere una grandezza incomparabile. È una pagina celebre della seconda lettera ai Corinti; essa dovrebbe essere letta e fissata in una precisa ricostruzione storica, di cui gli «Atti degli Apostoli» ci conservano solo fugaci frammenti; basti ora a noi rievocarne qualche frase per comprendere quale sia la statura del «piccolo» Paolo; scoppia la parola sotto la sua penna: «In quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. Sono Ebrei? Anch’io lo sono. Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una follia: io lo sono più di loro! Molto più nelle fatiche, molto più nelle prigionie, oltre misura di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso giorno e notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli sui fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte dei falsi fratelli, fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese. Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli sa che non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggii dalle sue mani. Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo .:. fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare . . . Per la grandezza delle rivelazioni mi è stata messa una spina nella carne . . . A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta infatti nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, affinché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor. 12).
Questa rievocazione drammatica e mistica insieme che San Paolo fa della sua biografia ci fa pensare al messaggio dottrinale che egli lasciò alla Chiesa ed ai secoli sopra Cristo e che diede conclusione all’economia religiosa dell’Antico Testamento e che portò contributo straordinario e decisivo alla formazione del Nuovo Testamento, cioè del rapporto ora vigente e duraturo fino alla fine del mondo presente fra Dio e l’umanità. Paolo, sebbene favorito da una rivelazione personale (Gal. 1, 12 Gal. 1, 12), è perfettamente nell’alveo del Vangelo apostolico, con Pietro e con gli altri apostoli e la prima comunità cristiana; ma egli più di tutti presenta alcuni aspetti essenziali della religione scaturita dalla tradizione ebraica, come l’assoluta ed esclusiva preminenza di Gesù Cristo, Salvatore e Mediatore, unico e necessario, del Quale egli si sa e si dichiara «praedicator et apostolus et magister gentium» (2 Tim. 1, 11); egli rompe più degli altri apostoli gli argini che contenevano Israele chiuso etnicamente in se stesso, e comincia risolutamente a diffondere la religione universale di Cristo per tutta l’umanità; è il primo missionario volontario e cosciente della Chiesa Cattolica (Cfr. Rom. 1, 14).
Accogliamo perciò con appassionata attenzione anche la testimonianza artistica di questa Mostra; essa ci avverte che non mai è esaurita la nostra ammirazione su questa apostolica figura e ringraziamo tutti quanti Artisti, donatori, promotori, e a tutti auguriamo che il motto di S. Paolo «in Cristo» sia luce e salvezza. Con la nostra Benedizione.

PAOLO E LE ETÀ DELLA VITA

https://letterepaoline.net/2008/10/03/le-eta-della-vita/

PAOLO E LE ETÀ DELLA VITA

[Tutto il mondo è teatro. / E gli uomini e le donne puri istrioni tutti: / hanno le loro entrate e uscite di scena, / e ognuno fa diverse parti nella vita, / che è un dramma in sette atti] (William Shakespeare, Come vi pare, atto II, scena 7; trad. it. di Cesare Vico Lodovici).

Chi non ricorda questi versi immortali del grande Shakespeare? Nella sua pregevole Vita di Paolo, l’esegeta domenicano Jerome Murphy O’Connor parte proprio da qui per calcolare, almeno approssimativamente, la data di nascita dell’apostolo. Paolo, infatti, nella lettera inviata all’amico Filemone definisce se stesso come presbytes, cioè “anziano”: ma a quale età poteva corrispondere, nel I secolo, questa parola? Murphy O’Connor, per risolvere il problema, si appoggia alla testimonianza del filosofo ebreo Filone di Alessandria, contemporaneo di Paolo, che distingue le età nella vita dell’uomo sulla base del numero 7 (secondo venerande tradizioni che giungeranno appunto fino a Shakespeare). Questo è il lungo passo citato dallo studioso, tratto dal De opificio mundi di Filone: «[Le] età dell’uomo […], dall’infanzia alla vecchiaia, si misurano nel modo seguente: durante i primi sette anni si ha lo spuntare dei denti; nel secondo settennio cade il momento della capacità procreativa [dagli 8 ai 14 anni]; nel terzo la crescita della barba [15-21] e nel quarto l’aumento della forza fisica [22-28]; nel quinto il tempo delle nozze [29-35]; nel sesto raggiunge il suo culmine la capacità di comprensione [36-42]; nel settimo si verifica il miglioramento e lo sviluppo insieme dell’intelletto e della parola [43-49]; nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra [50-56]; nel nono subentrano calma e pacatezza perché ormai le passioni si sono di molto pacate [57-63]; nel decimo infine giunge il termine desiderabile della vita, allorché gli organi del corpo sono ancora in buone condizioni: una lunga vecchiaia infatti di solito li fiacca e li distrugge l’uno dopo l’altro» (Opif., XXXV, § 103). Converrebbe a questo punto citare il famoso versetto dei Salmi (90,10), secondo il quale «Gli anni della nostra vita sono in sé settanta, ottanta per i più robusti», ma sarebbe troppo banale, e Filone infatti non lo fa. Il suo discorso prosegue invece con la citazione di alcuni versi del greco Solone (635-560 a.C.), e si conclude con alcune parole attribuite ad Ippocrate: «Queste età dell’uomo le descrisse anche Solone, il legislatore d’Atene, nei seguenti versi elegiaci: Il bimbo piccolino, cui ancora infante è spuntata la corona dei denti, li perde entro i primi sette anni di vita; quando poi il dio ha fatto scorrere il secondo settennio, egli manifesta i segni della pubertà incipiente; nel terzo settennio, mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde floridezza; nel quarto settennio ognuno eccelle in forza, ed è in questa che gli uomini riconoscono i segni del valore virile; nel quinto è tempo che l’uomo pensi alle nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro; nel sesto la mente dell’uomo giunge alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili; nel settimo e ottavo settennio è di estrema eccellenza quanto a intelletto e a parola, e questi due periodi assommano a quattordici anni; nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza, ma si fanno più deboli in lui, di fronte a manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere. Se poi qualcuno, compiuta la vita entro i giusti limiti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori tempo. Solone dunque suddivide la vita umana nei citati dieci settenni. Il medico [Pseudo] Ippocrate, invece, dice che le età sono sette: del bambino, del fanciullo, dell’adolecente, dell’uomo giovane, dell’uomo maturo, dell’anziano, del vecchio, e che queste età si misurano per periodi di sette anni, ma non in successione continua. Sono queste le sue parole: “Nella natura dell’uomo vi sono sette periodi, che io chiamo età, quelle del bambino, del fanciullo, dell’adolescente, dell’uomo giovane, dell’uomo maturo, dell’anziano, del vecchio. Si è bambini [il termine usato è paidion] fino alla caduta dei denti, a sette anni; fanciulli [pais] fino all’emissione del seme, a due volte sette anni; adolescenti [meirakion] fino a che il mento si copre di barba, a tre volte sette anni; giovani [neaniskos] fino alla crescita completa di tutto il corpo, a quattro volte sette anni; uomini maturi [aner] fino a quarantanove anni, cioè a sette volte sette anni; anziani [presbytes] fino a cinquntasei, ossia a sette volte otto anni; da quel momento si è vecchi [geron]”» (Opif., XXXV-XXXVI, §§ 104-105, trad. Clara Kraus Reggiani). La scansione delle età riportata da Filone e dalle sue auctoritates è certamente “ideale”, basata tutta com’è sul valore del numero 7. Per ottenere un quadro forse più aderente alla realtà dei circoli farisaici cui appartenne Paolo, ma cronologicamente posteriore a lui, ci si può rifare allora ai Pirqe’ Avot (le “Massime dei Padri”), il trattato che apre il corpus rabbinico della Mishnah, codificato tra la fine del II secolo e l’inizio del III. In esso (al paragrafo 5,27) si stabilisce il percorso ordinario dell’educazione farisaica, che comprendeva all’età di cinque anni lo studio delle Scritture, a dieci lo studio della legge orale, a tredici l’accettazione dei precetti (con l’ingresso ufficiale nell’Alleanza: il bar mitzvah); a quindici la discussione sopra la Mishnah, a diciotto il tempo buono per sposarsi, a venti quello per procurarsi da vivere, e così via, fino a considerare il traguardo dei sessanta anni (l’anzianità: ziqnah), dei settanta (quando spuntano i capelli grigi), degli ottanta (età di rinnovato vigore), dei novanta (età adatta «per ritirarsi») e persino dei cento (in cui «si è come già morti e fuori dal mondo»). Dalla narrazione degli Atti degli apostoli apprendiamo che, fra le altre cose, durante la lapidazione del proto-martire Stefano, avvenuta al più tardi allorché Marcello era procuratore della Giudea (anni 36-37), «i testimoni deposero le loro vesti ai piedi di un giovane (neanías) chiamato Saulo» (At 7,58): ma è un’indicazione che Murphy O’Connor non considera, preferendo appoggiarsi esclusivamente ai dati offerti o desumibili dall’epistolario paolino. Così, tutto dipende dalla sua datazione della lettera a Filemone: se la stesura di questo testo viene precocemente stabilita al 53, allora è da qui che andranno detratti gli anni che facevano di un uomo un presbytes, e che stando alle informazioni di Filone risultavano tra i 50 e i 56. Ma è proprio una tale datazione precoce, proposta da Murphy O’Connor, a creare più difficoltà di quante ne potrebbe risolvere.

1. LA LIBERTÀ SECONDO SAN PAOLO: DIVENTARE «NUOVA CREATURA»

http://www.toscanaoggi.it/Dossier/In-Quaresima-con-San-Paolo

IN QUARESIMA CON SAN PAOLO

Come ogni anno, Toscanaoggi propone ai suoi lettori durante le domeniche di Quaresima un itinerario di meditazione. In occasione dell’Anno Paolino, indetto dal Papa per il bimillenario della nascita di San Paolo, il percorso di quest’anno è incentrato intorno all’«Apostolo delle Genti». Ad illustrare, secondo alcune prospettive particolari, l’opera e la predicazione paolina è monsignor Benito Marconcini, noto biblista e docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale

25/02/2009 di Archivio Notizie

Come ogni anno, Toscanaoggi propone ai suoi lettori durante le domeniche di Quaresima un itinerario di meditazione. In occasione dell’Anno Paolino, indetto dal Papa per il bimillenario della nascita di San Paolo, il percorso di quest’anno è incentrato intorno all’«Apostolo delle Genti». Ad illustrare, secondo alcune prospettive particolari, l’opera e la predicazione paolina è monsignor Benito Marconcini, noto biblista e docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. di Benito Marconcini

1. LA LIBERTÀ SECONDO SAN PAOLO: DIVENTARE «NUOVA CREATURA»

Paolo sperimenta la libertà incontrando Cristo che gli «appare», lo «afferra», lo «ama e per lui si consegna». Da questa esperienza attinge le risposte per risolvere i problemi delle comunità di Tessalonica, Corinto, Galazia, Roma, Filippi e scopre verità capaci di liberare l’uomo dal male per farlo  camminare in una vita nuova. Il tema della liberazione è quasi un’esclusiva di Paolo, comparendo 24 volte nelle lettere autentiche, solo 2 volte in quelle di tradizione paolina e 12 negli altri scritti neotestamentari. I termini usati indicano sia il processo di liberazione, cioè il superamento di una situazione di schiavitù, sia il fine e la fine di questo sviluppo, cioè il godimento della libertà: il contesto aiuta a comprendere se prevale l’aspetto dinamico (liberazione) o finale (libertà). Alla parola libertà/liberazione Paolo dà un senso diverso da quello comune che intende abbattimenti di dittature, superamento di discriminazioni, acquisizione di diritti. Queste libertà, anche se ottenute, spariscono facilmente, senza la libertà interiore, la quale attraverso Cristo rende l’uomo «nuova creatura» (2Cor 5,17). Drammatica è la situazione della persona senza Cristo, incapace di fare il bene, rappresentata nell’«io» di Rm 7. «Io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo. Se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me». Il peccato rende schiavo l’uomo (Rm 6,17.20). È possibile ritrovare tre livelli di peccato nei diversi elenchi dell’epistolario. In superficie appaiono i sintomi del peccato, radicato nel cuore dell’uomo. Tra un elenco breve di manifestazioni qualificanti le persone (1Cor 6,9b-10: ne conta 10) e uno lungo e ampiamente spiegato (Rm 1,24-32: oltre 20 termini) riportiamo quelli che la lettera ai Galati (5,19-20) chiama «desideri o opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere». La spinta a queste azioni deriva da un duplice sentimento e cioè il desiderio interiore di agire egoisticamente, denominabile bramosia (o epithymia: Rm 1,24) e l’atto esterno che porta a compimento quanto desiderato, identificabile con cupidigia cattiva, la voglia di possedere di più, cose o persone che siano (Rm 1,29: pleonexia kakia). Bisogna scendere più in profondità, nel cuore per trovare la radice, l’origine di ogni male, il peccato nel senso più vero chiamato comunemente amartia: in Rm 7 il termine compare 14 volte e nell’intera lettera 45 volte. Amartia è capovolgimento dell’istinto religioso fino a servirsi di Dio, anziché servirlo e orientamento di fatti e persone a proprio vantaggio. È una situazione permanente che si contrappone alla giustizia (diakiosyne), dono di Cristo. È l’amore di sé fino al disprezzo di Dio: è un egoismo totale. Il peccato è come un tumore che sgretola l’organismo spirituale e porta all’incapacità di fare il bene. «È una forza personale, ma personificata, sopraindividuale e anteriore a ogni trasgressione, a cui l’uomo è tendenzialmente asservito» (R. Penna).   In presenza del peccato, anche la Legge (tôrah) osservata scrupolosamente non rende buono l’uomo. Essa certamente è «santa e santo, giusto e buono è il comandamento» (Rm 7,12). Dà la conoscenza del bene che, se non fatto, accresce la responsabilità dell’uomo. Anche quando le azioni appaiono buone non hanno da sé la capacità di salvare. Anzi, in presenza del peccato, possono condurre o all’esaltazione o alla depressione. La Legge comanda di fare il bene, ma non dà la forza per compierlo. In definitiva essa rende tutti colpevoli davanti a Dio: «quelli che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione» (Gal 3,10). La sua funzione di far conoscere il peccato contribuisce ad accrescerne la responsabilità: «la Legge sopravvenne, perché abbondasse la caduta» (Rm 5,20). La Legge è solo un pedagogo, conduce a Cristo che rende gli uomini figli di Dio mediante la fede (Gal 3,24). Anche attraverso la Legge il peccato conduce alla morte spirituale (thanatos), entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2,24). Essa ha regnato nella storia, finchè «per l’opera giusta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita» (Rm 5,18). Nasce così la vita secondo lo Spirito, oggetto del prossimo argomento.

2. La vera libertà viene dallo Spirito Lo Spirito è il mistero nel mistero di Dio. Non ha volto ed è descritto nella Bibbia, per la sua capacità trasformante, attraverso immagini quali il vento, l’acqua, il fuoco, la potenza, la colomba. Conosciuto dagli effetti, rende l’uomo suo tempio («naos»: 1Cor 6,19). La sua presenza nella persona rivela e qualifica la vita cristiana, distinguendola da ogni altra forma di vita religiosa o spirituale. La forte immagine secondo la quale l’uomo abitato dallo Spirito ne diventa tempio e casa, permette di individuare le quattro colonne di questa costruzione che è l’uomo nuovo. La prima è la giustizia che senza obbligo per Dio  trasforma il peccatore in  amico. Essa è pura gratuità, misericordia (Rm 5,9), amore (5,5; 8,39), grazia (3,24; 5,2) ed è offerta a tutti gli uomini. Ciò comporta la figliolanza che secondo la concezione giuridica dell’adozione, costituisce figli (Rm 8,15) con tutti i diritti degli altri membri della famiglia e rende la persona abitazione divina, luogo sacro o tempio. La seconda colonna dell’edificio spirituale, la speranza, considerata un tempo sorella minore della sacra triade, ha oltrepassato le altre. Essa «non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Fondata su Dio già definito «speranza di Israele» (Ger 14,8), questa virtù teologale (cioè che riguarda Dio) rende certi del compimento delle promesse divine, anche se la realtà attorno sembra smentire l’avveramento. Questo implica nell’oggi la certezza del superamento delle limitazioni e della trasformazione della sofferenza in gioia sulla base della morte di Cristo cambiata in vita e nel futuro la partecipazione alla sua gloria e al suo regno nella fase definitiva: ha i suoi luoghi nella preghiera, nella sofferenza e nella fiducia del superamento del giudizio finale. La speranza trova fondamento nella fede, in quello che Dio ha detto e fatto e si configura come «risposta integrale dell’uomo a Dio che si rivela come suo salvatore e include l’accettazione del messaggio salvifico e la fiduciosa sottomissione alla sua parola» (J. Alfaro). Questa fede quale coscienza dell’impossibilità di raggiungere la salvezza da soli e certezza di riceverla come dono è un atto libero e un voler fidarsi e affidarsi a Dio e trova compimento nell’amore/agape. Questo, brillantemente espresso nell’inno di 1Cor 13, è manifestazione dello Spirito, è vincolo di unione tra Dio e l’uomo e tra gli uomini, centro della rivelazione, segno efficace della presenza di Dio nel mondo: «chi ama l’altro ha adempiuto la legge» (Rm 13,8.10). Quest’amore divino permette a Paolo di delineare la vita diretta dallo Spirito in cinque momenti. «Quelli che da sempre Dio ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo [?] quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha anche giustificati, quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati» (Rm 8,29-30). L’azione dello Spirito che accompagna l’uomo dal momento in cui Dio lo pensa, nella fase terrena e nella gloria infonde una certezza: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). Le due considerazioni fatte donano alla persona un sentire profondo (phronema: Rm 8,6.7.27) che oltrepassa la razionalità, reso dalla Bibbia Cei prima come«desideri», ora come un «tendere», da altri «pensiero»: effetti sono la vita e la pace. Questo pensiero è presente attraverso la forma verbale (phronein) che introduce l’inno centrato su Cristo che «svuotò e umiliò se stesso, assumendo una condizione di servo [?] per cui Dio lo esaltò, perché ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore» (Fil 2,5-11). Lo Spirito fa sperimentare alla persona la realizzazione di sé attraverso il servizio, conducendola alla libertà (2Cor 3,17): risulta così capovolta una mentalità diffusa che spinge a dominare gli altri per riuscire nella vita. La quarta colonna dell’edificio spirituale è la percezione interiore e sicura che tutti i doni dello Spirito costituiscono solo un pegno (arrabon: 2Cor 1,22), una primizia (aparche: Rm 8,23). La certezza che il meglio deve ancora venire assume quasi la forma di un diritto donato che troverà compimento nell’eternità. Unità e varietà dei doni trovano qui una sintesi: «il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). La persona così costruita ha raggiunto la libertà e vive di libertà.

3. Dalla libertà alla «koinonia» La liberazione realizzata dal dono di Gesù nel mistero pasquale e partecipata nel battesimo svuota il cuore da ogni negatività e lo riempie dello Spirito, facendo emergere una «nuova creatura» (2Cor 5,17). Questa non vive da sola la ricchezza ricevuta, è spinta ad allacciare legami, a interessarsi, a partecipare alla comunità. Essa vive la koinonia o comunione, considerata una definizione dinamica della vita cristiana. Più di altri termini, koinonia pone in evidenza l’unione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli nelle 13 ricorrenze dell’epistolario autentico (compare 6 volte nel resto del NT).  Essa indica l’unione di mente, volontà, cuore dell’uomo. Cinque sono i testi più importanti sul duplice orientamento dell’essere con, del dare e ricevere partecipazione. «Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro» (1Cor 1,9). La comunità di Corinto, nota  per la dissolutezza dei costumi, la litigiosità e la presenza di partiti contrapposti, è rassicurata da Paolo che la fedeltà di Dio  prevarrà alla fine su tutte le divisioni: Dio realizzerà la vocazione dei Corinti a restare uniti a Gesù, Messia (Cristo), salvatore (Gesù), risorto, Signore glorioso o Kyrios. Ancora ai Corinti Paolo, all’interno di una formula trinitaria, augura, o meglio, rende certi dell’unione allo Spirito. «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo (sono) con tutti voi» (2Cor 13,13). La koinonia dello Spirito comporta sia l’unione realizzata dal frutto dello Spirito (cfr Gal 5,22), sia quella con la persona stessa dello Spirito. Koinonia è associata al Padre soltanto nella Prima Lettera di Giovanni (1,3), ma è equivalentemente presente quando la comunità è fonte per i credenti di ogni dono che unisce. «La chiesa è in Dio Padre» (1Ts 1,1), elargitore di «grazia e pace, misericordioso, fonte di ogni consolazione» (2Cor 1,2-3), desideroso di reciproca intimità e familiarità che autorizza i credenti a «gridare: ‘Abba! Padre!» (Rm 8,15), così come fece Gesù nel Getsemani (Mc 14,36) e per noi fa continuamente lo Spirito (Gal 4,6). L’autentica unione al Padre, Figlio e Spirito si allarga ai fratelli. È quanto afferma il discepolo di Paolo, Luca, negli Atti degli Apostoli, specialmente nei tre sommari di vita comunitaria (At 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16), il primo dei quali contiene la parola koinonia. «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). Qui «comunione» è chiave interpretativa di tutti gli episodi seguenti, non solo della prima parte degli Atti, dove guida è Pietro, ma anche della seconda parte, che presenta Paolo intento a fondare nuove comunità. «Comunione» infatti, assieme all’esperienza del Risorto, include l’elemento interiore, l’essere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32). Questa espressione racchiude il massimo grado di unione attraverso la formula greca (essere una sola anima) e quella biblica, evocativa dello ?ema’ (Dt 6,4) dell’amore di Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, esteso da Gesù al prossimo (Mt 22,39): Luca qui ha «fuso totalmente l’eredità veterotestamentaria ricevuta dai LXX col patrimonio greco» (E. Haenchen). Il passaggio dalla comunione con la Trinità all’unione con gli uomini e tra loro avviene per Paolo attraverso la presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia. «Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo;    tutti infatti partecipiamo all’unico pane»  (1Cor 10,16-17). La comunione reale con Gesù, efficacemente espressa come unione al sangue e al corpo di Cristo, si estende a tutti i credenti che formano il corpo totale di Cristo. Essi sono uniti non principalmente attraverso una solidarietà etnica, storica e culturale, ma per una necessaria estensione dell’unione a Gesù, presente e nascosto sotto le specie eucaristiche. È la chiesa che nasce dall’Eucarestia e vive dell’Eucarestia. «L’espressione ?un solo corpo? e ?un solo pane? non si riduce a una formula simbolica per tradurre in modo pregnante la comunanza di vita di quelli che condividono la commensalità? c’è una relazione strettissima tra il corpo di Cristo eucaristico e quello ecclesiale. Il primo non è solo segno, ma centro dinamico e vitale del secondo» (R. Fabris).   Quest’ultima affermazione pone una stretta relazione con 1Cor 11,23-30 che contiene il «vangelo dell’Eucarestia», ricco di due verità. I partecipati al banchetto eucaristico diventano un unico « corpo », sono la visibilità di quel « mistico » organismo di cui Gesù è il capo, gli uomini le membra (cfr 1Cor 12; Rm 12). Inoltre 1Cor 11,25 «questo calice è la nuova diatheke», cioè impegno solenne, nel mio sangue (cfr Lc 22,20; Ger 31,31-34) esprime  la volontà irreversibile del Padre e di Gesù di essere sempre compagnia dell’uomo: è il trionfo della divina misericordia.

4. La morale paolina: l’amore come dono La dimensione etica della vita cristiana scaturisce dalla  persona, divenuta «nuova creatura». Per questo spesso Paolo unisce strettamente la narrazione dell’evento Cristo e l’esortazione a viverlo quotidianamente nella fedeltà alle norme, quali segni del cambiamento interiore. La complementarietà tra motivazioni e impegni pratici risalta anche dai modi dei verbi, che alternano indicativo e imperativo. Fondamento della nuova etica è il mistero pasquale partecipato all’uomo nel sacramento del battesimo che rende figli di Dio e il dono dello Spirito propulsore dell’agire morale fino al compimento della storia. «Tutti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo [?] tutti quelli che sono guidati dallo spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Gal 3,27-28; Rm 8,14). «Senza il legame con il kerigma, l’etica cristiana rischia di livellarsi a semplice moralismo situazionale e senza l’etica, il kerygma del vangelo corre il pericolo di essere mutato in una forma di gnosi disincarnata: tra lo Scilla del moralismo e il Cariddi del agnosticismo transita l’attualità dell’etica paolina» (A. Pitta, Lettera ai Romani, Paoline, 494). La parte pratica  presente in elenchi di virtù da incrementare e vizi da sradicare, trova l’esempio più completo in Rm 12. Questo capitolo da una parte, attraverso l’espressione «vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio», conclude la densa dottrina centrata sulla «giustizia» riflessa nella vita di Abramo e sull’«agape» che osa sperare perfino nella conversione di Israele, e dall’altra inizia l’esposizione di un ampio progetto di vita (Rm 13,1-15,13). Ottimo per un esame di coscienza, Rm 12 si snoda in tre parti, paragonabili a un albero che affonda le radici nella «misericordia» presentata come «giustizia» (capp. 1-4) e «agape» (capp. 5-11) e si sviluppa nel tronco e nei rami e giunge a dare i frutti. «Vi esorto a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (12,1-2). Questa sintesi dei principi dell’agire morale o di morale generale è centrata su Dio, nominato due volte, come avveniva per il kerygma (1,16-17). Per esprimere il dono di sé a Dio, Paolo usa il linguaggio sacrificale e parla di offrire i «corpi», cioè la persona in quanto si manifesta, abolendo ogni sacrificio di animali non più gradito al Signore. Questa novità cristiana di rivolgersi in alto ha una sua logica, acquista senso davanti a Dio. «Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia» (Rm 6,13). Paolo ritorna su un pensiero precedente, parlando dei credenti come tempio (1Cor 3,16; 6,19), riallacciandosi a Gesù presentato come agnello pasquale (1Cor 5,7) e strumento di espiazione (Rm 3,25). Il dono di sé al Signore si esplica in un retto comportamento che esige di rifiutare il male presente in questo mondo, nell’ambiente cioè non ancora permeato dal vangelo e rinnovare la propria mentalità che si concretizza nel «discernere» (dokimazein). Ogni situazione racchiude un volete divino: per scoprirlo necessita un’attività mentale, una valutazione, una scelta. Anche quando la scelta di Dio è definitiva e convalidata dal tempo, il credente è chiamato ogni giorno a scegliere quel dettaglio per far crescere in sé un Cristo inedito. Tre aggettivi aiutano a fare la scelta giusta. Preferire ciò che è buono per gli altri, ciò che piace a Dio specialmente quando crea armonia e non dare occasione al diavolo di danneggiare, come avviene nella discordia e infine quanto facilita il proprio cammino verso la perfezione. Una seconda parte (12,3-8) invita ad avere un giusto concetto di sé (ripreso al v.16) e a svolgere il compito assegnato nella comunità con semplicità, diligenza, gioia, in modo che il cammino di perfezione diventi spedito nel tendere all’unità nella diversità. La terza parte (12,9-21) costituisce una dettagliata analisi dell’agape (v.9), nelle manifestazioni interne (vv.9-13) ed esterne alla comunità (vv.14-20) conclusa con un forte invito: «non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (12,21): utile sarebbe un confronto con l’inno all’agape di 1Cor 13. Rm 12 presenta una morale obiettiva che trova il suo modello nel dire e fare di Cristo; dinamica sia per il richiamo all’attività del credente, sia per la necessità di lasciarsi guidare dallo Spirito, come detto ampiamente in Rm 8; concreta perché lascia intendere un esercizio quotidiano; comunitaria per la verifica quale emerge dalla risposta dei fratelli; missionaria, perché si configura per i non credenti come proposta senza imposizione. Una frase di S. Agostino fa emergere la diversità tra persone e comunità che si ispirano a questa morale e altre che si lasciano guidare dall’egoismo. «Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri».

5.L’Attesa dei tempi ultimi L’escatologia o eventi ultimi è l’orizzonte nel quale Paolo considera la vita umana dell’individuo, della comunità e del cosmo; è la dimensione del futuro in tutti gli aspetti del credere e del riflettere; colta nella speranza  è il compimento di una storia che è un fine più che una fine: essa ha trovato il vertice e un senso nuovo in Cristo Risorto. La risurrezione di Gesù Cristo, fondata su molteplici testimoni che lo hanno «visto» (cfr 1Cor 15,3-8) e riflessa in titoli, quali Cristo Signore (cfr Fil 2,11; 1Cor 16,22), Figlio di Dio (Rm 1,9) è partecipata ai credenti nel battesimo. Attraverso questo «siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinchè, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova [?] anche voi consideratevi viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,4.11). L’essere in Cristo e con Cristo  è già esperienza di risurrezione e garanzia di giungere alla risurrezione dei morti (Fil 3,10-11). Per convincere i Corinti, che la ritengono impossibile (cfr At 17,32), Paolo dà qualche spiegazione su «come risorgono i morti» e «con quale corpo verranno» (1Cor 15,35). Intanto con il termine sôma, «corpo», diverso da sárx «carne», legata alla debolezza e alla peccaminosità (cfr 1Cor 15,50), Paolo indica l’uomo intero nel suo manifestarsi. Tra il corpo terreno e quello glorificato c’è diversità e continuità, da conservare in una tensione equilibrata. Si contrappongono (cfr 1Cor 15,42-44) corruzione e incorruttibilità, umiliazione e gloria, debolezza e potenza. Con forza è affermata l’identità della persona nella trasformazione del corpo, illustrata mediante l’immagine del seme (cfr 1Cor 15,43) e fondata sulla potenza divina. L’intervento di questa dà luogo a un evento ultimo, che pone fine al tempo presente e cioè la venuta gloriosa di Gesù Cristo: il ritorno sarà diverso dalla prima comparsa nel mondo. Il termine parousía compare 14 volte nell’epistolario paolino su un totale di 24 ricorrenze neotestamentarie. Nel primo scritto Paolo considera i tessalonicesi sua speranza, gioia, corona di gloria «davanti al Signore nostro Gesù Cristo alla sua parusia» (1Ts 2,19) e auspica che essi siano conservati irreprensibili davanti a Dio «nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1Ts 3,13). La speranza di incontrare Cristo rende i tessalonicesi sicuri dinanzi al giudizio finale (cfr 1Ts 1,10), riservato invece agli uccisori di Cristo (cfr 1Ts 2,16): i credenti saranno «irreprensibili per la parusia del Signore nostro Gesù Cristo» (1Ts 5,23). Questa certezza risolve il problema di quei fedeli che si preoccupavano per coloro che erano già morti. Alla parusia – si chiedevano – i morti potranno godere dell’incontro con il Signore? I viventi – risponde Paolo – non avranno alcun vantaggio in quel giorno rispetto ai già defunti (cfr 1Ts 4,15). Alla venuta finale ci sarà la risurrezione di quelli che sono di Cristo (cfr 1Cor 15,23). Ambedue gli eventi, parusia e risurrezione, costituiranno il compimento (télos) della storia. Questo comporterà anche l’annientamento di ogni negatività (principato, potestà, potenza, morte) e la consegna del regno al Padre (cfr 1Cor 15,24). La parusia pertanto può essere descritta come lo svelamento definitivo di una storia salvifica del singolo, dei popoli e del mondo al momento della venuta gloriosa di Gesù Cristo. Allora avrà compimento l’intero sviluppo della storia. È corretto allora parlare di «escatologia realizzata»? L’escatologia non è solo quella finale, ma inizia con la venuta sulla terra del Figlio di Dio che dà «pienezza» al tempo (Gal 4,4) e inaugura il regno definito «giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). È possibile già oggi vivere la koinonia (comunione) che caratterizza l’autentica vita cristiana. Il credente partecipe «della potenza della risurrezione» (Fil 3,10) diviene  «nuova creatura» (2Cor 5,17; cfr Rm 6,4; 7,6) vivendo ogni giorno in Cristo (Fil 1,21), finchè «Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28). È questa la «caparra» (2Cor 1,22; 5,5) e la primizia (1Cor 15,23) ricevuta dal cristiano nel tempo dell’«escatologia che si realizza» o del «già e non ancora». Questa certezza rende spedito e gioioso il cammino verso il futuro. «Niente e nessuno può togliermi l’amore di Cristo. È certezza di Paolo. Noi possiamo perderlo. Lui non ci perde mai. È questo il Patto sottoscritto con il Sangue della Croce. Un patto per sempre. Il che vuol dire che se lo perdiamo lo possiamo ritrovare. Egli viene sempre all’appuntamento. Per questo la fede diventa ogni giorno, dovunque e in ogni circostanza, speranza. Poter ricominciare senza aver mai finito di incontrarlo» (G. Pattaro).

 

TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

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TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo.La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare. DI CARLO LAPUCCI

Tradizioni, San Paolo e i serpenti velenosi 25/06/2009 di Archivio Notizie di Carlo Lapucci

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo. La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare, nella quale, a differenza di altre figure come San Pietro, San Giovanni Battista, compare solo per alcuni elementi, primo dei quali è la celebre caduta e folgorazione (Atti degli Apostoli IX, 1-9) sulla via di Damasco, per cui è patrono di coloro che usano una cavalcatura. La sua alta speculazione e la  riflessione sulla dottrina del Cristianesimo, la sua potenza speculativa, sfugge al pensiero concreto delle persone semplici. A differenza di lui San Pietro, dotato di umanità talvolta ingenua, ha inciso più decisamente nella fantasia della gente, diventando in moltissime profacole l’intermediario dell’umanità nel colloquio con Cristo. L’uomo, incapace di guardare il divino, guarda e si ferma sulle manifestazioni secondarie della sua potenza e del suo essere, come colui che è impossibilitato di guardare il sole vede e segue gli effetti della sua luce e della sua forza riflessi sulle cose naturali e spesso si ferma su questi dimenticandone l’origine e la fonte. Di Paolo nella devozionalità, oltre alla caduta, c’è la sua spada con la quale è raffigurato, strumento del suo martirio e simbolo della forza della sua parola. Proverbiale è anche la sua calvizie con il volto severo, la persona bassa e atticciata, che lo hanno fatto ritenere un santo forte, risoluto, volitivo e quindi da trattarsi con reverenza. Protegge gli operanti dei vari mestieri manuali che ha esercitato: cordai, cestai, conciatori, tappezzieri. È detto San Paolo dei Segni per il fatto che dai giorni precedenti alla sua festa del 25 di gennaio usava prendere i pronostici meteorologici per tutto l’anno e questo forse è dovuto al fatto che fu, come egli racconta, rapito in estasi fino al terzo cielo (Lettera ai Corinzi XII, 1-3). Il luogo della sua decapitazione a Roma sulla Via Ostiense, è detto Tre fontane, perché la testa cadendo dal ceppo fece tre rimbalzi: là dove toccò la terra scaturirono tre fontane, ancora oggetto di culto. L’aspetto che ha inciso di più nella cultura popolare è dovuto al naufragio durante il primo viaggio a Roma come prigioniero. Riparando nell’Isola di Malta insieme all’equipaggio e alle guardie (Atti degli Apostoli XXVIII, 1-6), furono accolti da gente della costa che stava attorno a un fuoco. Mentre gettava legna sulle fiamme l’Apostolo venne assalito da una vipera che gli si attaccò al dito, questi la scosse dentro il fuoco restando completamente illeso dal suo veleno e dopo un soggiorno di tre mesi poté proseguire il viaggio. Da qui derivarono numerose credenze che si sono moltiplicate raggiungendo una diffusione considerevole e una persistenza nel tempo altrettanto sorprendente. Tutte ruotano intorno alla figura mitica, simbolica e magica del serpente, ma forse si sovrappongono anche all’antico, locale e molto fiorente culto, già presente nell’isola, di Ercole, eroe e divino protettore pagano contro i serpenti: ne uccise due grandissimi mentre era ancora nella culla. Il culto antico di Pitone Fin dalle origini e per un lungo periodo nella civiltà il serpente è stato considerato il primo essere vivente, ovvero la prima creatura che ha preso forma. Non poteva che essere figlio della Terra nella quale abita e sulla quale striscia quasi ad indicare lo stretto contatto con questa. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo; animato da cieca vitalità allo stato puro ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide. Di fronte a questa forza dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo, restando lui nella sua primitività, ma non estraneo affatto a ogni manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale modalità: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo. Per questo spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con la quale gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie. In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Non meraviglia quindi che accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trovi la figura del serpente, in particolare è presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove si danno i responsi. In particolare Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro ed è collegato con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia, Delfi. Apollo, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura di Delfi e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume. Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse da se stesso o dal fango della Terra essere primordiale, come del resto appare anche nella tradizione cristiana: Lucifero, identificato nel serpente, è il primo degli angeli creati prima del mondo, il primo peccatore e ribelle. Per l’ambivalenza dei simboli il serpente è immagine di salute (caduceo), è il Serpente di rame (Numeri XXI, 9) degli Ebrei, è addirittura simbolo e prefigurazione di Cristo. Quindi questo animale non poteva non rientrare per qualche crepa nel mondo cristiano, pur rappresentando l’esecrando tentatore e causa della rovina dell’uomo. In modo negativo appare nella tradizione di Santa Verdiana a Castelfiorentino. L’episodio di San Paolo a Malta è stata la base per l’assunzione di elementi che spesso col religioso hanno poco a che fare, ma evidentemente soddisfacevano quel sostrato di paganesimo, di religione naturale, assai vivo nel passato, ma che permane ancora. La leggenda vuole che Paolo decise di liberare l’Isola di Malta da tutti i serpenti velenosi e stabilì che chi nasce nell’isola nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste che ricordano la morte e la conversione, sia indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e salvi da altre malattie. Nascono così i sampaolari che sono discendenti della famiglia di San Paolo e possono guarire con la saliva e altri mezzi i morsi più pericolosi e anche mortali dei serpenti. Sono detti anche Gente della famiglia di San Paolo, ovvero della casa di San Paolo, anche Uomini di San Paolo, e si considerarono addirittura discendenti di San Paolo, creando un certo imbarazzo nel trovare la linea di parentela. I sampaolari non solo sono immuni da qualunque morso o puntura di animali velenosi, ma li possono maneggiare senza che questi tentino di nuocere loro in qualche modo, entrando nel novero dei serpari, cacciatori di serpenti che sono sempre esistiti, anche per la fornitura dei veleni molto usati a scopo terapeutico e magico, e spesso ostentano ancora la loro immunità dai morsi dei serpenti velenosi, ottenuta forse con una opera di mitridatazione, ovvero lenta assuefazione al tossico. Le leggende non si curano di difficoltà pratiche, tanto meno logiche, una delle quali non è da poco: come hanno fatto i maltesi nati nelle feste di Paolo, o discendenti dalla sua famiglia, a scoprire le loro prerogative se l’Isola di Malta era del tutto priva di serpenti velenosi avendola liberata San Paolo? Il fatto è che la tradizione dei sampaolari si è sovrapposta col tempo ad altre numerose e più antiche, esistenti fino dai tempi preistorici e spesso collegate ai culti del serpente che nell’area mediterranea sono sempre stati diffusissimi, ma non mancano altrove come il serpente piumato in America.

Psilli, cirauli e gli storici L’antica esistenza del popolo misterioso degli Psilli viene testimoniata da Erodoto (484-406 a. C.) che ne Le storie (IV, 173) scrive: «Vicino ai Nasamoni c’è il paese degli Psilli [?] Spirando continuamente il vento Noto seccò i pozzi delle acque e la loro terra, che è all’interno della Sirte, era tutto senz’acqua. Essi allora, tenuto consiglio tra loro, decisero unanimemente e tutti insieme marciarono armati contro il vento (riferisco quello che si racconta tra i libici) e, quando furono entrati nel deserto, il Vento Noto soffiando con violenza, li seppellì tutti quanti». Varrone e Plinio riferiscono l’esistenza di una popolazione africana, detta Psilli, che aveva la capacità di guarire qualunque morso velenoso, in particolare di serpente, con lo sputo, sopra la ferita oppure sul capo del rettile che aveva morsicato. Plinio (Storia Naturale VII, 14) riferisce: «Una simile popolazione esisteva in Africa, quella degli Psilli, chiamata così dal nome del re Psillo, la cui tomba si trova nella zona della Grande Sirte. Nel loro corpo era congenito un veleno mortale per i serpenti, che erano condizionati dal loro odore». Si diceva che chi nasceva da una famiglia degli Psilli aveva in sé questa capacità che non perdeva mai, ma svaniva nella prole allorché uno psillo si sposa con una persona che non era tale. Era facile vedere se uno fosse di sangue spurio, dal momento che qualunque serpente fuggiva in presenza di uno psillo. Anche il popolo dei Marsi aveva una simile prerogativa. Il termine, oltre che «abitanti della Marsica» indica gl’incantatori di serpenti, i catturatori e anche coloro che annullano il veleno delle morsicature. Questo significato prende le mosse dall’antico popolo di stirpe sabellica stanziato nell’altipiano dell’Appennino centrale intorno al lago Fucino, tra i fiumi Aterno e Liri. Combatterono i Romani finché questi con il Bellum Marsicum non li soggiogarono definitivamente. Valorosi in battaglia, godettero fama di grandi conoscitori delle erbe salutari, abbondanti nelle loro terre, e dei rimedi che ne ricavavano per la cura delle malattie e per le arti magiche. Erano noti altresì per la loro arte di domare e incantare i serpenti. Plinio (Storia Naturale VII, 14) dice di loro: «In Italia si trova la popolazione dei Marsi. Si dice che essi discendano dal figlio di Circe e che perciò abbiano innata questa facoltà [d'incantare i serpenti]. Del resto tutti gli uomini possiedono un veleno che è un antidoto contro i serpenti. Sembra infatti che questi, toccati dalla saliva, fuggano come dall’acqua bollente». Marso sarebbe appunto il mitico figlio di Ulisse e della maga Circe, eroe che sarebbe stato il capostipite dei Marsi. Si diceva anche che i Marsi fossero stati ammaestrati da Medea nelle arti magiche e nella scienza delle erbe. La zona della Marsica è ancora rinomata per la presenza di stregoni e guaritori, nonché d’incantatori. I Cirauli sono una  misteriosa istituzione siciliana di guaritori, maghi, indovini presente in gran parte del Meridione, conosciuta un tempo dovunque, che costituisce il modello di famiglie o corporazioni dei guaritori. L’origine è antica e Niccolò Serpetro da Raccuia del Messinese già nel 1653, diceva: «Vivono sino al dì d’oggi in Militello di Sicilia, terra posta nella valle di Noto, alcuni d’una famiglia detta de’ Cirauli, ne’ maschi e femmine della quale per molti secoli s’è andata trasfondendo una meravigliosa virtù di guarire, non solo col tatto, con lo sputo e con le parole, ma ancora con la immaginazione, tutti i morsi velenosi d’ogni sorte, e di far morire ogni spezie di velenati quanto si voglia lontani». Pitrè, che ha studiato ritiene che la parola Ciraulo sia d’origine greca e s’intende «suonatore di tromba, trombettiere» e tale è colui che nasce nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste di San Paolo. Abbiamo dunque anche noi come gl’indiani l’incantatore del cobra nostrano, la vipera, che si serve del flauto e della musica.

La terra di Malta e le cosiddette terre sigillate Sbarcato nell’isola con gli altri naufraghi secondo la tradizione Paolo fece sgorgare presso al mare una fontana per dissetare i compagni e dopo essersi asciugato al fuoco e dopo essere stato punto dalla vipera, riparò in quella che si dice la Grotta di Rabat, o la Grotta di San Paolo, dove soggiornò un certo periodo prima di ripartire per Roma. Il luogo fu oggetto di particolare venerazione e divenne famoso per altri elementi sempre relativi ai serpenti. Il principale di questi oggetti è la Terra di Malta che fa parte delle cosiddette terre sigillate. Queste sono preparati che stanno tra il culto delle reliquie, dei luoghi e la superstizione, la ciarlataneria, la medicina fantastica. Vengono usati in modi diversi, ma in genere sono assunti per via orale. Le terre erano in pratica usate come talismani mascherati da reliquie, oppure come farmaci. Si tratta di terre prelevate in posti particolari: luoghi di martirio (nella zona del Colosseo), tombe, soggiorni, grotte di santi, terre in vicinanza di santuari, oppure semplicemente terre alle quali era riconosciuta una qualità curativa. Naturalmente la fiducia riposta in questi preparati dava largo spazio allo smercio e alle truffe dei ciarlatani che non avevano scrupolo nel raccogliere le terre in giardino o in un campo e spacciarle come originali. (Montinaro B., San Paolo dei serpenti ? Analisi di una tradizione, Sellerio, Palermo 1996). Prelevata, elaborata con aggiunte diverse, la terra era lavorata in palline, dischetti, o in forme varie: addirittura statuine devote, oggetti in miniatura. La caratteristica particolare era il sigillo che veniva impresso nell’impasto fresco che manteneva l’impronta una volta essiccato: poteva essere un’immagine sacra come negli Agnusdei, quella di un santo, ovvero una semplice croce o un simbolo relativo al luogo d’origine. Si chiama anche Pasta di reliquie. Insieme alla terra si trovano presso la grotta denti, ossa di animali fossilizzati che l’immaginazione popolare ha identificato nel modi più fantasiosi come se fossero gli occhi, le lingue, i denti dei serpenti impietriti dalla parola dell’Apostolo. Sono dette comunemente pietre di San Paolo, ma anche lingue di San Paolo, grazie di San Paolo, occhi di serpe, lingue di vipera. Anche qui l’uomo piuttosto che vedere la luce di San Paolo preferisce guardare le sue ombre.

San Domenico di Cocullo Il primo giovedì di maggio si tiene a Cocullo (Aquila) la processione dei Serpari nella quale si porta in trionfo la statua di San Domenico di Cucullo (Foligno), loro patrono. Nato probabilmente nel 951 a Colfonaro, presso Foligno e detto propriamente San Domenico di Foligno, fu monaco e abate benedettino e morì il 22 gennaio 1031. È patrono di Cocullo e riceve l’omaggio annuale dei serpari senza che si rintracci come questo possa essere giustificato da un fatto della sua vita. La processione che si svolge in suo onore raccoglie elementi disparati, mentre le pareti interne del santuario vengono nudate periodicamente dell’intonaco da parte dei devoti che portano a casa la polvere per esorcizzare i serpenti e guarire malattie. È probabile che il rito pagano dei serpari si sia combinato con la figura cristiana. Infatti i due aspetti della manifestazione sono chiaramente giustapposti, senza una fusione. Come riferisce Antonio De Nino («Tradizioni popolari abruzzesi», Japatre, L’Aquila 1970, I, pag. 250) la tradizione è assai complessa e la celebrazione inizia per tempo, quando coi primi tepori primaverili i serpari cominciano la caccia, catturando le serpi e conservandole in olle ben chiuse, con uno strato di crusca e opportunamente interrate il luoghi freschi. Sono colubridi, per nulla velenosi, ai quali i serpari comunque tolgono i denti con l’artificio di far loro mordere le falde del cappello e rompendoglieli con uno strattone. Le grosse serpi vengono allevate in particolare col latte e conservate per la festa. Si sa che in Africa la base del culto del serpente era la presenza dell’anima dei defunti nel suo corpo. Scrivono Pozzoli, Romani e Peracchi: «?credono che le anime degli uomini, i quali hanno ben vissuto, entrino nel corpo dei serpenti. Il culto del serpente è il più celebre e il più accreditato in tutto il paese, ignorasi però qual ne sia l’origine». I serpari quindi ricercano la forza generativa della terra a primavera, quando i serpenti-defunti escono dal buio del regno infero per perpetuare la loro specie, se ne appropriano e la diffondono ritualmente per il paese in una processione e quindi rimandano i corpi depauperati e le anime al loro luogo naturale: il regno sotterraneo dell’oltretomba.

 

LE PAROLE DI GESÙ DI NAZARETH ALL’APOSTOLO PAOLO

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LE PAROLE DI GESÙ DI NAZARETH ALL’APOSTOLO PAOLO

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Atti 9,4-6 – [Sulla via di Damasco, in Siria] 4. « Saulo, Saulo perché mi perseguiti? » 5. Rispose: « Chi sei, o Signore? » Ed Egli: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6. Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare ».
Atti 9,11-17 – [Il Signore prepara Anania di Damasco per incontrare Saulo]: 11. « [Anania] Su, va’ nella strada chiamata Diritta e cerca, nella casa di Giuda, un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando 12. e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché recuperasse la vista »… 15. Va’ perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle Nazioni, ai re e ai figli d’Israele; 16. e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome ». 17. Allora Anania andò, entrò nella casa (di Giuda), gli impose le mani e disse: « Saulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo ».

Atti 18,9 [a Corinto, una notte in visione], il Signore disse a Paolo: « Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso ».

Atti 20,18-35 [Paolo è ad Efeso e rivela]: 18. « Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19. ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; 20. non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21. testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. 22. Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. 25. E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. 26. Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, 27. perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio 28. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30. perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. 31. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. 32. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33. Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: Si è più beati nel dare che nel ricevere!.

Atti 22,6-21 [Paolo davanti ai Giudei del Sinedrio a Gerusalemme si difende] 6. Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; 7. caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perséguiti? ». 8. Io risposi: « Chi sei, o Signore? ». Mi disse: « Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti ». 9. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. 10. Io dissi allora: « Che devo fare, Signore? ». E il Signore mi disse: « Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia ». 11. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco.
12. Un certo Anania, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, 13. venne da me, mi si accostò e disse: « Saulo, fratello, torna a vedere! ». E in quell’istante lo vidi. 14. Egli soggiunse: « Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto (Gesù di Nazareth glorioso) e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, 15. perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. 16. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome ».
17. Dopo il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi 18. e vidi lui che mi diceva: « Affréttati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me ». 19. E io dissi: « Signore, essi sanno che facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; 20. e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano ». 21. Ma egli mi disse: « Va’, perché io ti manderò lontano, alle nazioni »".

Atti 23 [Paolo a Gerusalemme, nella notte, riceve una visita dal Signore che] 11. gli disse: « Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma » (vedi 19,21)

Atti 26 [Saulo ricorda davanti al re Agrippa l'apparizione di Gesù di Nazareth sulla via di Damasco e le parole in lingua ebraica di Gesù]: 14. « Saulo, Saulo perché mi perseguiti? E’ duro per te rivoltarti contro il pungolo » 15. E io dissi: « Chi sei, Signore? » E il Signore rispose: « Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16. Ma ora alzati e sta’ in piedi; io ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò. 17. Ti libererò dal Popolo e dalle Nazioni, a cui ti mando 18. per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me ».

Dalle Lettere

Seconda lettera ai Corinzi – cap. 12,1-10
1. Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4. fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7. e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9. Ed egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Lettera ai Galati Cap. 1,11-24
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12. infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14. superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16. di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17. senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 19. degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco. 21. Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22. Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23. avevano soltanto sentito dire: « Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere ». 24. E glorificavano Dio per causa mia.

IL BELLO DELLA BIBBIA: UNO STILE CHE È SOSTANZA – (PAOLO)

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IL BELLO DELLA BIBBIA

UNO STILE CHE È SOSTANZA – (PAOLO)

San Girolamo ha definito lo stile di Paolo con una battuta:
«Egli non si preoccupava più di tanto delle parole quando aveva messo al sicuro il significato».
L’Apostolo, allora, non dovrebbe avere spazio all’interno della nostra rubrica che è dedicata al « bello della Bibbia ».
In realtà c’è una bellezza che non è necessariamente formale, cioè estrinseca, espressa nell’aspetto stilistico di un testo, ma che sboccia nella sostanza del messaggio.
Inoltre oggi si è inclini, più di quanto suggerisse il celebre traduttore della Bibbia in latino, cioè Girolamo, ad apprezzare lo stile originale paolino.
La sua originalità appare soprattutto nel modo con cui manipola il vocabolario greco attribuendo a termini collaudati significati del tutto nuovi, rivelando così una creatività sorprendente.
È il caso di tre parole che appaiono nella lettera ai Romani che, come ricorderete, vogliamo proporre durante questa Quaresima.
Esse scandiscono soprattutto la prima parte della lettera, cioè i capitoli 1-5, aperti da quella celebre tesi che Paolo modella su una libera citazione del profeta Abacuc (2,4); «Il giusto mediante la fede vivrà» (Romani 1,17).
Queste parole sono negative, simili a tre stelle nere: con la loro tenebra accecante trafiggono l’orizzonte della storia umana.
La prima è sarx, « carne ». L’evangelista Giovanili usava questo vocabolo nel suo valore normale, per indicare l’esistenza fragile dell’uomo ed è per questo che affermava:
«Il Verbo (Cristo) si è fatto carne» (1,14).
Per Paolo, invece, sarx è un principio negativo deleterio che si annida nel nostro cuore. Immaginiamo la zizzania che pervade il terreno seminato a grano, come narrava Gesù nella famosa parabola (Matteo 13,24-30).
La sarx è, dunque, il terreno della vita e della coscienza devastato da una forza maligna.
E a questo punto che entra in scena la seconda parola, hamartìa, cioè il ‘peccato ».
Il terreno della sarx alimenta e fa crescere la zizzania, cioè quella forza maligna che si manifesta nel grappolo delle azioni cattive da noi compiute.
Eccoci, allora, alla terza parola, nómos, « legge ».
Di per sé la legge è santa ed è stata donata da Dio ma è l’uso perverso che ne fa l’uomo a portare alla sua degenerazione.
Ritorniamo ancora all’immagine del terreno: è come se, capitati su una distesa di sabbie mobili, tentassimo da soli – alzando le braccia – di venirne fuori.
Tentativo spontaneo ma vano; quanto più ti agiti per estrarti, tanto più affondi.
Questo è il destino di chi si illude di vincere la sarx-carne e l’hamartìa-peccato compiendo le opere del nómos-legge, cioè cercando di salvarsi con le sue forze e le sue azioni.
Per estrarlo da quel gorgo di melma è necessario che una mano sicura lo afferri e lo liberi.
Ed è proprio qui che dovremmo passare ad altre parole paoline, questa volta positive.
È ciò che faremo la settimana prossima.

SAN PAOLO (E I BAMBINI)

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SAN PAOLO (E I BAMBINI)

Basta aprire una Bibbia e guardare l’indice per rendersi conto che sui 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, 13, portano il nome di Paolo. Paolo è stato al contempo missionario, fondatore di comunità, autore di scritti, teologo, mistico nella sua unione profonda con Gesù Cristo ed è stato martire, ha dato la sua vita per Gesù.

Sabato scorso ero nella grande basilica di S. Paolo, dove mi avevano chiesto di celebrare una messa per i bambini delle elementari. Non è facile predicare ai bambini, e per raccontare loro qualcosa su S.Paolo ho detto: “Voi capite che senza i vostri genitori, senza papà e mamma non sareste qui. Allo stesso modo, senza S. Paolo, noi non saremmo cristiani!”. Sembra una frase esagerata e sicuramente in parte lo è, ma almeno non saremmo cristiani come lo siamo ora, non sappiamo come lo saremmo stati senza di lui. Questo ci può già introdurre alla figura di Paolo, alla sua grandezza straordinaria nell’ambito del cristianesimo delle origini. Basta aprire una Bibbia e guardare l’indice per rendersi conto che sui 27 libri che compongono il Nuovo Testamento, 13, portano il nome di Paolo. Paolo è stato al contempo missionario, fondatore di comunità, autore di scritti, teologo, mistico nella sua unione profonda con Gesù Cristo ed è stato martire, ha dato la sua vita per Gesù. In lui incontriamo una persona che è stata a contatto con tre diverse culture: nato a Tarso, in Turchia, un territorio che faceva parte dell’impero romano e nel quale si parlava greco, però da famiglia ebraica della diaspora, e in possesso dela cittadinanza romana che era un grande privilegio. Sicuramente viene istruito già da bambino alla religione dei Padri. Scrive Luca- ma anche Paolo stesso- che era stato educato secondo la dottrina dei farisei, una delle correnti religiose interne all’ebraismo che avevano un grande rispetto verso la Legge e le tradizioni dei Padri. Sempre Luca negli Atti ci racconta che S.Paolo è stato formato alla scuola di Gamaliele (At 22,3), uno dei più grandi rabbini del tempo. Ma c’è un incontro che gli sconvolge la vita, per cui oltre a essere erede delle culture ebraica, greca e romana, soprattutto quello che feconda il suo pensiero e il suo agire è l’incontro con la persona di Gesù Cristo.
Ma quali sono le fonti su Paolo? Sono essenzialmente due: i suoi scritti, sette lettere da tutti comunemente ritenute paoline (protopaoline), 1Ts, 1Cor, 2Cor, Fil, Gal, Rom, Fm. Le altre, dette deutero-paoline, Ef, Col, 2Ts, sono paoline per pensiero, tono, contenuti teologici, ma molto probabilmente sono di suoi discepoli, che portano avanti il suo pensiero. Anche queste ci permettono di conoscere Paolo e l’influsso del suo pensiero su queste prime comunità da lui fondate. L’altra fonte per conoscere Paolo è opera di un biografo d’eccezione, l’evangelista Luca, che ha scritto anche gli Atti degli Apostoli. Dal titolo potremmo pensare che gli Atti raccontino le vicende dei dodici Apostoli, invece se lo sfogliamo, ed è raccomandabile farlo almeno una volta dall’inizio alla fine, perché è un bellissimo libro, avvincente, avventuroso, ci rendiamo conto che non vi è descritta la storia dei Dodici, ma di fatto soltanto di due, cioè almeno fino al cap. 15 si parla prevalentemente di Pietro, e poi di Paolo, prima con un primo accenno nel capitolo 6, per continuare con il cap. 9 nel quale viene raccontata la cosiddetta conversione di Paolo, fino a quando diviene lui il protagonista principale. È interessante notare che Luca non usa mai l’appellativo di Apostolo per designare Paolo, ma solo per Pietro, perché nella Chiesa degli inizi gran parte dei credenti in Cristo ritenevano Apostoli soltanto coloro che avevano vissuto accanto a Gesù la sua attività pubblica e avevano assistito alla sua morte e resurrezione. Paolo non aveva queste caratteristiche, non aveva conosciuto il Gesù terreno, non era stato suo discepolo durante l’attività pubblica di Gesù.
Le due grandi fonti sono dunque gli Atti degli Apostoli e l’epistolario paolino, poi ci sono gli apocrifi che possono raccontarci qualche particolare, come gli Atti di Paolo e gli Atti di Tecla, una sua discepola. Per esempio le fonti che ci raccontano del martirio di Paolo alle Tre Fontane risalgono alla fine del V, inizio del VI secolo, mentre abbiamo fonti del III secolo sulla sepoltura di Paolo sulla via Ostiense.
Luca racconta per ben tre volte l’incontro di Paolo con Gesù sulla via di Damasco. La prima volta in At 9, poi in At 22 e infine in At 26, quando Paolo ne parla di fronte al governatore, dopo essere stato arrestato. Se questo evento viene raccontato tre volte, vuol dire che Luca gli riconosce un’importanza decisiva per il cristianesimo degli inizi.
Vorrei leggervi la fine degli Atti degli Apostoli, il cap. 28. Dopo aver raccontato tutte le vicende di Paolo, dopo aver raccontato nel capitolo 27 il viaggio da Cesarea, dove era prigioniero, fino all’Italia, passando per il Mediterraneo, facendo naufragio, poi l’approdo a Malta, poi Pozzuoli, l’arrivo alle Tre Taverne e infine a Roma, l’ultimo capitolo così continua:
At 28, 16-31
16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia. 17Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. 20Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». 21Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione».
La setta di cui si parla sono i cristiani. All’interno del giudaismo del tempo i giudei che avevano riconosciuto in Gesù il Messia venivano chiamati Nazorei, cioè i seguaci del Nazareno, era considerata una setta all’interno del giudaismo, e non era l’unica,
23E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio;
Paolo era agli arresti domiciliari
egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio, cercando di convincerli riguardo a Gesù, in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. 24Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere 25e se ne andavano discordi tra loro, mentre Paolo diceva questa sola frase: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri:
26Và da questo popolo e dì loro:
Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete;
guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete.
27Perché il cuore di questo popolo si è indurito:
e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi;
hanno chiuso i loro occhi
per non vedere con gli occhi
non ascoltare con gli orecchi,
non comprendere nel loro cuore e non convertirsi,
perché io li risani.
28Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno!». 29.
Questo rispecchia tutta la prassi paolina, l’annuncio nell’Asia Minore era rivolto in prima istanza ai giudei, dove Paolo andava a predicare di sabato nella sinagoga, essendo lui stesso giudeo, e predicando loro la venuta del Messia, Gesù Cristo. Solo dopo che, quasi dappertutto, veniva opposto un rifiuto a questa predicazione, Paolo si rivolgeva ai pagani, così farà anche a Roma.
30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, 31annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
Franchezza è qui la traduzione del termine greco parresia che esprime anche coraggio, verità, trasparenza.
Così finisce la storia di Paolo, non finisce con la sua morte, non finisce con il racconto del suo martirio. Sicuramente gli Atti degli Apostoli sono stati scritti intorno agli anni 80, molto probabilmente il martirio di Paolo è avvenuto a Roma intorno al 60, quindi quando Luca scrive sono passati almeno venti anni dall’evento. Tutti sapevano che Paolo era morto martire a Roma. Perché Luca finisce così gli Atti? Perché questo finale tronco, senza una vera conclusione? Queste domande hanno incuriosito gli studiosi e molte ipotesi sono state fatte per tentare di dare una risposta. Il libro finisce così probabilmente per un intento letterario, è un’opera che finisce, ma in modo aperto, senza realmente finire. Luca che ha raccontato continuamente la corsa di questa parola in tutti i luoghi nei quali veniva annunciata, dopo aver detto all’inizio degli Atti:

At 1,8
8ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra

alla fine del libro è come se ci mostrasse che Roma rappresenta i confini della terra, quindi l’intento iniziale del racconto è raggiunto, la parola ha compiuto la sua corsa fino al centro dell’impero, ma non viene arrestata, impedita. In qualche modo, e questa è l’interpretazione che danno diversi autori, e che mi sento di condividere, Luca vuol mostrare che questa parola non ha terminato la sua corsa, che in qualche modo Paolo è ancora vivo, che continua a predicare.
Luca negli Atti non nomina mai gli scritti di Paolo e se avessimo solo gli Atti non sapremmo nemmeno che Paolo ha scritto delle lettere. Questa è un’altra domanda alla quale non si è ancora data risposta: perché Luca non accenna mai agli scritti di Paolo? Questo messaggio molto bello, molto forte, è però che questa parola portata da Paolo continua a correre per annunciare il Regno di Dio, e questo Regno di Dio ha il suo centro in Gesù Cristo. Luca è il grande, entusiasta biografo, che racconta le vicende di Paolo, i suoi tre viaggi missionari, il primo negli anni 36-48, il secondo negli anni 50-52 e il terzo nel 52-55. Soltanto in base al racconto di Luca conosciamo questi viaggi, che attraverso le lettere di Paolo non potremmo mai ricostruire. L’ultimo viaggio verso Roma avviene negli anni 58-60. Le lettere di Paolo sono tutte state scritte negli anni 50. Tra la prima lettera scritta alla comunità di Tessalonica (Salonicco) e quella scritta ai Romani sono intercorsi meno di dieci anni. Sicuramente Paolo ha scritto altre lettere oltre a quelle che conosciamo, per esempio due lettere alla comunità di Corinto che sono andate perdute, a cui lui fa riferimento sia nella prima lettera ai Corinzi (che sarebbe in realtà la seconda) che nella seconda lettera ai Corinzi (che in realtà è la quarta).
È vero che il grande biografo di Paolo è Luca, ma se vogliamo conoscere ciò che Paolo dice di se stesso dobbiamo ricorrere ai suoi scritti. L’evento principale della sua storia è raccontato da Luca in tre brani come vi ho già detto, ma è raccontato da Paolo in Gal 1,11-2,14 e in Fil 3,1-11. Si parla spesso di conversione di Paolo, tra l’altro questo è l’evento simbolico per esprimere ogni conversione, quasi diventa il simbolo di ogni uomo che nel suo cammino cambia idea, si ricrede e abbraccia una nuova via che lo trasforma. Ebbene, Paolo non usa mai questo termine per descrivere quello che gli è successo sulla strada di Damasco, non usa la parola conversione in nessuna delle accezioni che abbiamo nel NT, per esempio quando Gesù dice: convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15), nel vangelo troviamo una parola greca, metànoia, che significa cambiate mentalità, ricredetevi. Questa parola o altre che vogliono dire volgersi da una vita di peccato ad una vita virtuosa, non c’è in Paolo. Quando lui racconta quello che gli è successo usa la parola rivelazione o illuminazione o, soprattutto, chiamata. In Gal 1,15-16 troviamo:
15Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo
questo è il linguaggio che usa Paolo per descrivere questo evento. Lo stesso vocabolario che incontriamo nella chiamata di Geremia (Ger 1) oppure nel canto del servo di Yahveh in Is 42,6
6Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano;
Quando Paolo scrive la lettera ai Galati (54 d.C.), sono passati venti anni dall’evento di Damasco (32-33), ma lui mantiene tutta la freschezza nel raccontare l’episodio che gli ha cambiato la vita, come se fosse appena successo, usa il tono che ci potremmo aspettare da un neoconvertito e nei termini con cui i profeti dell’AT avevano ricevuto la loro chiamata. Paolo rilegge la sua chiamata alla luce della storia della rivelazione, della salvezza nell’AT. Come questi profeti erano stati chiamati e avevano fatto obiezione alla chiamata di Dio, come vediamo per esempio in Is 6, 4-7
4Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
6Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7Egli mi toccò la bocca e mi disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua iniquità
e il tuo peccato è espiato».
o in Ger 1,6:
6Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare,
perché sono giovane».
anche Paolo si sente in questa condizione, di colui al quale Dio affida una grande missione malgrado sia uno strumento debole ed incapace. Tutto il pensiero paolino si sviluppa a partire da questo evento fondamentale. Anche se lui lo racconta pochissime volte, non racconta i dettagli ma solo in cosa è consistito questo evento. Il brano forse più forte è nella lettera ai Filippesi
1Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.
Questa comunità di Filippi era quella alla quale lo legava anche un affetto molto forte. Paolo nelle comunità che ha fondato non ha mai accettato dei compensi, non ha mai chiesto di essere mantenuto, per togliere ogni sospetto che la sua attività avesse come scopo l’interesse personale, l’unica comunità dalla quale ha avuto degli aiuti è questa di Filippi.
A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose:
Segue uno dei versetti più duri di tutte le lettere:
2guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!
Qui entriamo nel tema cruciale per cui ho detto all’inizio che senza Paolo noi non saremmo cristiani così come lo siamo adesso, perché la grande questione che agitava la Chiesa degli inizi era questa, la questione della Legge, della circoncisione, delle pratiche alimentari. In una parola per diventare cristiani, per entrare a far parte della comunità dei seguaci di Gesù bisognava o no passare attraverso l’ebraismo? Il primo concilio della storia, anche se non viene usata questa parola, si è svolto proprio su questa questione cruciale. Viene raccontato in At 15 ed è interessante mettere a confronto il punto di vista di Luca, che scrive a trenta anni da quell’evento e ciò che Paolo racconta di quello stesso evento, di questo confronto con gli Apostoli:
Gal 2,1-10
1Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano.
Qui vediamo il legame che Paolo ha con coloro che erano apostoli prima di lui ed il rispetto che ha nei loro confronti. A Gerusalemme c’erano Pietro, Giacomo e Giovanni, e Paolo si rivolge a loro per essere confermato nel Vangelo che lui va predicando.
3Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere.
Questo vuol dire che una nuova comprensione si era già impiantata nella Chiesa
4E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.
6Da parte dunque delle persone più ragguardevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non bada a persona alcuna – a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu imposto nulla di più. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani – 9e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. 10Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare.
Questa è la questione cruciale: bisognava chiedere ai pagani che si convertissero e passassero attraverso la Legge di Mosè sulla circoncisione, l’osservanza dei precetti alimentari, l’osservanza del sabato, oppure c’era un’altra via? Luca racconta la soluzione di questo grande problema ponendo in At 10 Pietro come primo tra gli apostoli che assiste alla conversione di un pagano, Cornelio, e lo battezza. Cornelio viene battezzato non da Paolo, ma da Pietro. Pietro deve infatti difendersi dall’accusa dei suoi confratelli giudeo-cristiani che lo accusavano di aver ammesso nella comunità dei seguaci di Gesù, dei salvati, dei pagani non circoncisi. Pietro racconta che neanche per lui è stato facile accettare questa idea, che ha avuto la visione di una tovaglia che scendeva dal cielo,
At 10,11-15
11Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. 12In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. 13Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!». 14Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». 15E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano».
Luca strategicamente racconta che è Pietro il primo a battezzare i pagani, a mostrare come lo Spirito Santo era sceso anche sui pagani.
Questo era il problema principale, ma c’erano altri problemi di questa Chiesa nascente che Gesù non aveva affrontato nel suo apostolato, Gesù non aveva predicato tante cose che si potevano applicare ai pagani, anzi di per sé lui non è mai uscito dalla terra di Israele, non ha parlato quasi mai con i pagani, tanto è vero che il mandato ai Dodici era di andare prima alle pecore perdute della casa di Israele. La Chiesa nascente si trova di fronte a cose nuove, delle quali Gesù non aveva parlato, a cui non aveva offerto soluzione, e che però la Chiesa nascente affronta ispirata dallo Spirito di Gesù. La questione principale è proprio questa, che i credenti in Gesù non devono passare per l’ebraismo in questo senso, e Paolo è il primo che fa questa esperienza su di sé. Se Paolo è così duro da chiamare cani quelli che spingono questi pagani di Filippi a osservare la legge mosaica e a farsi circoncidere, è proprio perché ne va del messaggio centrale del vangelo, è questione di vita e di morte per Paolo. Proseguiamo la lettura di Fil 2,3
3Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne,
Carne non è il corpo fisico, ma aver fiducia nelle prerogative umane, in quello che siamo, nella nostra discendenza, nei titoli di studio, nell’intelligenza umana. Tutto questo significa “fiducia nella carne”.
4sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: 5circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
Quello che Paolo descrive qui era tutta la gloria di un ebreo, fiero, consapevole di se stesso, con un grande attaccamento alla Legge e alla tradizione dei padri, tutte queste cose erano preziosissime agli occhi degli ebrei, e tutte queste cose facevano la gloria di Paolo, e aggiunge che lui non solo era un fariseo zelante, ma era talmente zelante che questo zelo lo aveva spinto ad opporsi e a fronteggiare qualsiasi minaccia. Una delle minacce era rappresentata per lui da questa nuova setta che metteva in dubbio il valore della Legge e il luogo più sacro per l’ebraismo, cioè il Tempio. Stefano, il primo martire, viene accusato proprio di questo:
12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. (At 6,12-13)
Per lo stesso motivo Paolo si trova ad avversare questa setta. Tra l’altro si racconta che coloro che lapidano Stefano depongono i loro mantelli ai piedi di un giovane che si chiama Saulo. Quindi lui ha assistito alla lapidazione e l’ha approvata interiormente. Paolo dice quindi di aver perseguitato la Chiesa, e se voi leggete il primo racconto che Luca fa al capitolo 9 degli Atti degli Apostoli, la voce che sente Paolo, caduto a terra, gli dice: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. È una frase strana perché Paolo avrebbe potuto rispondere che non stava perseguitando Gesù, ma i suoi seguaci, ma l’identificazione forte tra Gesù e i suoi seguaci è già un valore ecclesiologico, che poi troveremo molto forte nelle lettere di Paolo, la Chiesa è il corpo di Cristo. Lui ricorda che ha perseguitato Cristo e la sua Chiesa e per questo, ancor più, fa esperienza della Grazia, del dono immeritato di Dio, un dono che non è condizionato da nessun merito, da nessuna opera buona, anzi, visto che lui è stato persecutore della Chiesa e di Cristo stesso, Paolo aveva solo dei demeriti, delle colpe. Non era uno neutro, che per la prima volta conosceva Cristo, ma lo aveva perseguitato. In Gal 2,7 abbiamo la svolta:
7Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura,
Il termine spazzatura è abbastanza nobile nella traduzione italiana, ma in greco la parola peripsema significa quello che rimane attaccato nelle pentole dopo aver cucinato.
al fine di guadagnare Cristo 9e di essere trovato in lui,
Questa è un’espressione tipica paolina. Essere cristiani per Paolo è essere in Cristo, oppure essere trovati in Lui. Dove sei? Dove ti trovi? Vi ricordate la domanda di Dio ad Adamo nel Paradiso terrestre?
non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. 10E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, 11con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Tutto il mondo valoriale che Paolo aveva prima, il suo essere totalmente orientato, zelante, religioso, il suo obbedire alla Legge, tutte queste prerogative che erano preziose e in qualche modo restano tali, perché non è che queste cose in sé siano spazzatura, che non abbiano valore, ma tutte queste cose, con tutta la loro preziosità, se vengono messe a paragone con Cristo, diventano spazzatura. Non sono spazzatura in sé, ma lo divengono in questo caso, se messe a confronto con Cristo. Allora si capisce perché quando Paolo scrive le sue lettere, per affrontare i problemi concreti delle sue comunità, con i drammi, le disgrazie, ma anche gli errori e le eresie, Paolo non parte mai dal problema per arrivare alla soluzione, ma, come felicemente ha detto un suo studioso, Paolo parte sempre dalla soluzione per poi arrivare al problema. La soluzione che si staglia nettamente davanti ai suoi occhi è Cristo. Prima di tutto c’è Cristo, la sua morte e resurrezione, è il centro, per questo si dice che il pensiero di Paolo è cristocentrico.
Qui si accenna al grande tema della giustificazione in base solo alla fede, senza le opere della legge. Paolo è il grande teologo della Grazia, questo dono immeritato da parte di Dio si esplica soprattutto nella giustificazione del peccatore. C’è una frase in Rom 4,5
5a chi invece non lavora, ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia,
che non si era mai sentita, nemmeno nell’Antico Testamento. Non si era mai detto che Dio giustifica l’empio, semmai che Dio giudica l’empio, fino a condannarlo, qui si dice che l’amore di Dio precede ogni merito umano. Questo per Paolo è il vangelo più puro, e non è una sua invenzione, qualcosa che Gesù non ha detto, corrisponde al nucleo della bella notizia tramandataci da Gesù. Sarebbe una buona notizia se noi avessimo una religione per la quale, come in altre religioni, l’uomo viene amato e salvato da Dio solo se inizia a comportarsi bene, a rispettare i comandamenti? Non solo non sarebbe una buona notizia, non sarebbe nemmeno una notizia, nel senso di novità. La buona notizia è che Dio prende l’iniziativa, come vediamo in Rom 5,6
6Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito,
non quando siamo stati bravi, quando abbiamo iniziato una vita virtuosa, ma quando siamo peccatori. E qui capite quanto l’esperienza di Paolo sia stata decisiva per elaborare questo pensiero. Dio ha iniziato a volerci bene prima, anzi proprio il suo volerci bene, il suo venirci incontro ha reso possibile che noi potessimo fare esperienza della Grazia. Quindi giustificazione in base alla fede, che non è un’opera, ma un grande dono per accogliere il quale si possono soltanto aprire le braccia e, in base a questa esperienza, sentirsi in debito con tutti come fa Paolo, il suo debito è quello di proclamare questa bella notizia a tutti.
Domande:
Mi colpisce il rapporto di Paolo con la povertà. Il Cristo povero che posto ha?
In 2Cor 8 e 9, si tratta il tema della colletta e Paolo dà tutte le motivazioni, tocca tutti i registri rivolgendosi a questi destinatari di Corinto, perché capiscano il senso spirituale e teologico del fare elemosina. Non è semplicemente privarsi di qualcosa per aiutare gli altri, ma è motivato dall’agire di Cristo. Cristo nella sua incarnazione assume la condizione di servo (Fil 2,5-9 “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 6il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. 9Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”) . Oppure in Gal 4,4 quando si dice che si è fatto uomo (4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge), dove si nomina l’origine umana di Gesù, come quella di tutti gli altri. In Fil si dice che il figlio di Dio si è fatto schiavo, un grande paradosso. Paolo non dice che questo avviene per amore, ma lo fa capire. Ancora in Gal 3,13 si dice che:
Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno o in 2Cor 5,21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.
Un’espressione quasi scandalosa: Dio ha reso suo Figlio peccato perché noi ricevessimo la giustizia di Dio. I termini diventano paradossali proprio per esprimere quasi l’indicibile, per far capire che dietro questa azione di Dio in Gesù Cristo c’è un grandissimo amore. Tutto questo a favore dei meno meritevoli, tra cui i poveri, nel senso che sono coloro che hanno più bisogno. C’è poi un passo che potremmo paragonare alle Beatitudini, 1Cor 1,26-29
26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
Dio non è rimasto al di sopra delle parti, senza scegliere. Dio ha scelto da quale parte stare, è quello che è stato chiamato “opzione preferenziale” per i poveri, per i deboli, per gli emarginati. Preferenziale che non significa esclusiva, ma appunto che c’è un amore speciale di Dio per chi ha più bisogno e questo corrisponde esattamente alle Beatitudini: Beati i poveri. Dio ha scelto da quale parte stare, questo è un suggerimento per noi come Chiesa nel mondo di oggi, quale parte scegliere? Chi sono oggi i più svantaggiati, emarginati, messi da parte?
Un chiarimento sul titolo di Apostolo
Luca non chiama mai Paolo apostolo, ma Paolo quando si presenta nelle sue lettere si presenta come tale. Le lettere nell’antichità non erano come quelle di oggi, dove si inizia rivolgendosi al destinatario, si continua con il contenuto, i saluti e infine si scrive il mittente. Nell’antichità le lettere iniziano sempre con il mittente: Paolo, al quale segue la qualifica: apostolo di Cristo Gesù (appartenente a Lui, al suo servizio), per Grazia, per volontà di Dio, e poi troviamo i destinatari. Paolo non è un battitore libero, non è uno che ha avuto una rivelazione privata di Gesù ed è andato per conto suo. Lui riteneva indispensabile avere l’approvazione delle colonne della Chiesa, ma soprattutto Paolo trasmette e predica ciò che ha ricevuto, non solo da Cristo, ma dalle comunità nelle quali lui è stato anche educato, formato. La prima comunità che incontra è quella di Damasco, tramite Anania, e lì viene battezzato. O la comunità di Antiochia dove Paolo apprende il catechismo, cioè quello che ha ricevuto come intuizione iniziale lo ha poi appreso:

1Cor 15,1-9
1Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati
Questo è il nucleo dell’annuncio cristiano, il kerygma, il riassunto principale delle cose da credere
secondo le Scritture, 4fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
Lui si mette per ultimo, ma si colloca in questa lista di apostoli. Tra l’altro questo titolo di apostolo Paolo non lo riserva soltanto a sé, ma anche ai suoi collaboratori, addirittura lo applica ad una donna, in Rom 16,7 7Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo gia prima di me. Capite che questo è scandaloso, perché Paolo stesso quando fa l’elenco dei carismi, mette l’apostolato al primo posto.
Perché Paolo lo conosciamo poco?
Uno studioso di S.Paolo, Daniel Marguerat, lo definisce l’enfant terrible, in italiano potremmo tradurre con pestifero, perché in qualche modo Paolo è stato sempre uno che ha scombussolato, ha detto cose scomode. Già nel Concilio di Gerusalemme non è che sia stato applaudito, in Gal 2,11 racconta di aver criticato Pietro
11Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto.
Albert Schweitzer ha affermato che “Paolo ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare ». L’altro argomento è che le lettere di Paolo non sono facili da leggere, ma vale la pena faticarci un po’ perché ci permettono di andare alla freschezza del Vangelo. L’anno paolino avrà raggiunto il suo scopo se ciascuno di noi leggerà, mediterà e pregherà sulle lettere di Paolo.
La giustificazione per fede. Ci sono passi nei quali Paolo mostra il suo impegno come cristiano nella carità? Quale il rapporto tra Paolo e Giacomo che dice che la fede senza le opere è morta?
Giacomo probabilmente è già a conoscenza della dottrina paolina sulla giustificazione per fede e quindi esprime una visione del cristianesimo diversa su questo punto, difficilmente conciliabile. Innanzitutto emergono delle sfumature diverse sulla concezione di cristianesimo. Già il fatto che i vangeli siano quattro e non siano identici, ci fa capire che come il cristianesimo nasca già plurale, non monolitico, né uniforme, non tutti dicono la stessa cosa. Tutti riconoscono in Gesù l’essenziale, come Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza, ma il modo di vivere e concepire questo ha delle sfumature diverse, per esempio il vangelo di Giovanni, così come esprime la presenza di Gesù, è diverso dagli altri vangeli, ma non possiamo dire che uno è giusto e l’altro sbagliato, esprime una fede della comunità nascente in cui sono nati questi scritti, che aveva delle sfumature diverse, non che fossero in contrasto o in tensione fra loro, l’immagine che meglio descrive questa diversità è quella di un concerto di una grande orchestra, dove ognuno suona il suo strumento e l’insieme di queste diverse partiture alla fine compone un’armonia.
Per quanto riguarda la fede e le opere, Paolo non esclude le opere, soprattutto non esclude l’amore fraterno, fattivo. In Gal 5,6 Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità si sintetizza tutto questo. Paolo non dice mai che le opere non sono importanti, dice che non vengono mai prima, ma dopo. Qui possono conciliarsi la sua posizione e quella di Giacomo, come già aveva notato Sant’Agostino Paolo dice che la giustificazione, il perdono, la riconciliazione avvengono per fede, senza le opere della Legge, però dopo ci sarà anche il giudizio sulle opere, ed è a questo che si riferisce Giacomo. Sono due momenti distinti, uno è costituito dalla fede che ci giustifica, che ci inserisce in Gesù Cristo, che ci fa persone nuove, e comunque è rispondere ad una chiamata, ma non è che poi non ci sia nulla da fare, c’è da fare, c’è da vivere l’unità, l’amore fraterno, il perdono, la colletta, tutte opere concrete sulle quali saremo giudicati. La giustificazione è dono gratuito, ma poi il cristiano è chiamato a compiere le opere dell’amore.
Karl Barth, grandissimo teologo protestante, scrive: “Ci secca sentire che siamo salvati dalla grazia, e solo dalla grazia. Non apprezziamo il fatto che Dio non ci debba nulla, che la nostra vita dipenda solo dalla sua bontà, che non ci resta che una grande umiltà e gratitudine di un bambino a cui hanno fatto un mucchio di regali. In realtà non ci piace affatto distogliere lo sguardo da noi stessi, preferiremmo molto ritirarci nel nostro circolo chiuso e stare con noi stessi. Per dirla schiettamente: non ci piace credere”. Se voi prendete il messaggio di Gesù vi rendete conto di quanto questo sia vero. Pensate alla parabola degli operai dell’ultima ora, io non so che effetto vi faccia sentirla, se vi lascia tranquilli o vi suscita la sensazione che quello che vi si racconta sia ingiusto. È esattamente questo. All’ultimo arrivato che non ha faticato, viene dato lo stesso compenso ricevuto da quelli che hanno faticato dal mattino. Gesù risponde: “Forse il tuo occhio è cattivo? Mi rimproveri perché io sono buono?” Queste domande rimangono senza risposta. E se una cosa nel testo rimane senza risposta, vuol dire che dobbiamo rispondere noi, ognuno di noi deve dare la sua risposta.

(Testimoni della Fede) I 12 Apostoli e i 4 Evangelisti – autore: don Giuseppe Pulcinelli

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