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BANCHETTO PASQUALE E ANTICHE ANAFORE CRISTIANE*

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BANCHETTO PASQUALE E ANTICHE ANAFORE CRISTIANE*

La liturgia cristiana della Parola non ha dimenticato fino ad oggi le sue origini, tanto che possiamo ancor oggi ritrovare in essa alcune tracce dell’antica liturgia sinagogale, che è essenzialmente liturgia della Parola. Non possiamo dire altrettanto per quel che riguarda la seconda parte della Messa, il Sacrificio, che – almeno nel rito romano, sul quale si sono venuti stratificando elementi diversi durante i secoli – non presenta assomiglianze con il rito ebraico, che ha servito di sfondo all’Ultima Cena. Tuttavia se risaliamo nei secoli, o se allarghiamo lo sguardo oltre la liturgia romana, prendendo in esame le preghiere cristiane che inquadrano il momento centrale della Messa, la Consacrazione (preghiere dette anafore), vi possiamo riscontrare uno schema comune, che possiamo sintetizzare come segue :

la lode a Dio per la creazione; e per la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, e che culmina nella sua passione e morte; il racconto dell’istituzione dell’Eucarestia, che riproduce la passione, morte e risurrezione di Gesù; frequentemente l’attesa del ritorno finale di Cristo; una dossologia finale. Le anafore quindi si presentavano formate essenzialmente di due parti, la prima a carattere rimemorativo di avvenimenti passati, la seconda costituita dalla riattualizzazione di essi in un avvenimento, che li porta a compimento, e che a sua volta si proietta verso il futuro. Se consideriamo questo schema alla luce di quello del banchetto pasquale ebraico, non possiamo non riscontrare tra di essi delle assomiglianze strutturali e teologiche che colpiscono. Prendiamo in esame l’anafora di Ippolito, dottore della Chiesa di Roma del III sec., dove i temi sono trattati con la sobrietà propria della liturgia romana e appaiono quindi in tutta la loro chiarezza: « Noi ti rendiamo grazie, o Dio, per il prediletto Tuo Servo, Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai mandato per salvarci, redimerci ed evangelizzarci la Tua volontà, lui che è il Tuo inseparabile Verbo, per mezzo del quale hai fatto ogni cosa e l’hai trovata buona; che hai inviato dal cielo nel seno della Vergine; che nel suo seno si è incarnato, e si rivelò come Tuo Figlio nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine; che adempiendo la Tua volontà e acquistandoti un popolo santo, stese le sue mani nella passione, per liberare dal castigo coloro che hanno creduto in Te.

Quando fu consegnato, lui volendolo, alla passione, per distruggere la morte, per spezzare le catene del diavolo, per calpestare l’inferno, per illuminare i giusti, per stringere la (nuova) alleanza, e manifestare la risurrezione,

prese del pane e rendendo grazie, disse: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo che per voi sarà spezzato’; similmente (disse) sul calice: ‘Questo è il mio Sangue che per voi sarà sparso. Quando fate questo, fatelo in mia memoria’. …Per il Quale sale a Te e al Figlio, nell’unità dello Spirito Santo, gloria e onore nella Tua santa Chiesa, ora e per tutti i secoli dei secoli. Amen » (1).

La preghiera presenta all’inizio una breve sintesi della storia della salvezza, nella quale tuttavia riscontriamo una differenza di prospettiva di fronte a quella narrata nel banchetto ebraico: se nel testo cristiano, la storia della salvezza comincia con la creazione del mondo, considerato come primo atto salvifico di Dio, il testo ebraico inizia con la « creazione » del popolo eletto, chiamato dal Signore nella persona del suo capostipite, il patriarca Abramo, quando ancora non era che « un arameo errante ». La liturgia ebraica resta fedele alla formulazione delle più antiche sintesi della storia della salvezza che si trovano nella Bibbia, mentre quella cristiana si dimostra qui erede dello spirito profetico; è presso i profeti – in particolare presso Isaia, che la storia della salvezza subisce un cambiamento di prospettiva e, rotto il cerchio della storia d’Israele, comprende in sé anche la creazione, la creazione che è la prima manifestazione della potenza di Dio e della Sua bontà che vuole gli uomini salvi. Il cerchio della storia d’Israele più che rotto viene allargato e assume proporzioni cosmiche, per cui la creazione alle origini non è che il primo atto di un lungo sviluppo, che condurrà alla vocazione di Abramo e arriverà alla liberazione d’Israele e alla conquista della Terra, e infine all’avvento del Messia. La concezione cristiana vede nella redenzione per opera di Cristo quel compimento che la creazione primigenia attendeva e di cui essa quasi portava in se l’esigenza. Quel compimento si attualizza nel banchetto eucaristico, che riproduce il Sacrificio di Cristo, e ripetendo l’atto centrale della storia della salvezza, la sintetizza in se stesso. La redenzione è già qui, la redenzione messianica, attesa per la fine dei tempi. Nelle stringate parole della dossologia finale ritroviamo, in forma essenziale e teologicamente perfetta, quella lode a Dio che l’ebreo, con ridondanza prettamente orientale, esprimeva con i salmi di lode e con la « benedizione del canto ». Uno schema simile si ritrova nella liturgia siro-caldaica o persiana, quella conosciuta sotto il nome di Addeo e Maris, che si ritengono essere stati discepoli di Tommaso apostolo ed evangelizzatori della regione di Edessa; si tratta di una liturgia assai antica, anche se redatta non prima degli inizi del VII seco, diffusa nella Siria nord-orientale e ancora viva presso alcuni piccoli gruppi cattolici. La mentalità orientale, diversa da quella occidentale, si rivela qui nella forma dossologica più ampia e ridondante, al disotto della quale tuttavia ritroviamo lo stesso schema della storia della salvezza: « Degno di essere lodato da ogni bocca e di essere glorificato da ogni lingua, degno di essere adorato e glorificato da ogni creatura è l’adorabile e glorioso Nome, poiché Tu creasti il mondo con la Tua grazia e i suoi abitanti con la Tua bontà, e salvasti il mondo con la Tua misericordia, concedendo la Tua grazia ai mortali »… Esposti così i due momenti essenziali della storia della salvezza, segue il Sanctus, che si ritiene essere qui un’interpolazione, e si continua: « Noi Ti ringraziamo, o Signore, anche noi Tuoi servi, deboli, fragili e miserabili, perché ci hai elargito un aiuto grande oltre ogni dire, vivificando la nostra umanità con la Tua divinità, esaltando il nostro basso stato e restaurandolo caduto, e innalzando la nostra umanità dimenticando le nostre colpe, giustificando i nostri trascorsi, illuminando le nostre menti »… Ma il più grande atto che Dio ha compiuto per gli uomini è stato il Sacrificio di Cristo, attualizzato nella celebrazione eucaristica: « E noi pure, o mio Signore, noi Tuoi deboli, fragili e miserabili servi, i quali si sono radunati insieme nel Tuo Nome e stanno dinanzi a Te, e hanno ricevuto per tradizione l’esempio che ci hai dato »… La « riunione nel Nome di Dio » è la sinassi eucaristica, che anche se solo accennata con scarne parole costituisce il centro di tutta l’anafora, dopo della quale si passa a una preghiera, con cui si implorano i benefici effetti della Comunione: «Venga, o mio Signore, il Tuo Santo Spirito e si posi su questa offerta dei Tuoi servi, la benedica e la consacri perché serva a noi, o mio Signore, per il perdono delle offese e per la remissione dei peccati e per la grande speranza della risurrezione dai morti e per la nuova vita nel Regno dei Cieli con coloro che sono stati accetti al Tuo cospetto »; e si conclude come d’abitudine con una dossologia: …« Per tutta questa meravigliosa dispensazione (di doni fatta) a noi, Ti ringraziamo e Ti lodiamo incessantemente nella Tua Chiesa, redenta dal prezioso sangue del Tuo Cristo, con aperta bocca e faccia elevata, innalzando lode, onore, adorazione, confessione al Tuo vivente e vivificante Nome, ora e sempre e per tutti i secoli ». Se passiamo a considerare un altro filone della stessa liturgia orientale, quella siriaca di Giacomo, che rispecchia l’antico rito gerosolomitano, diffuso anch’esso nella Siria nord-occidentale, vediamo che le linee generali non cambiano: si parte dalla lode di Dio creatore, si ricorda la caduta dell’uomo, in occasione della quale il Signore si mostrò Padre misericordioso, aiutando l’umanità peccatrice per mezzo della Legge e dei profeti prima e mandando poi il Figlio, perché rinnovasse negli uomini la Sua immagine; il Figlio poi « quando stette per accettare volontariamente la sua morte vivificante per mezzo della Croce, senza peccato, a vantaggio di noi peccatori, nella notte in cui fu tradito, o piuttosto consegnò se stesso per la vita e la salvezza del mondo, prese il pane »… Mentre però nelle anafore di Ippolito e di Addeo e Maris, l’attesa del ritorno glorioso di Cristo non è espressa chiaramente, qui, nella preghiera che segue immediatamente la consacrazione, leggiamo: « E noi peccatori ricordando le sue sofferenze vivificatrici, la sua Croce salvatrice, la sua morte e sepoltura e la risurrezione il terzo giorno dalla morte, la sua sessione alla destra Tua, suo Dio e Padre, e il suo secondo e glorioso e terribile avvento, quando egli verrà a giudicare i vivi e i morti, quando rinnoverà ogni uomo secondo le sue opere, offriamo a Te, o Signore »… L’attesa del ritorno di Cristo, quando « Dio sarà tutto in tutti » è qui esplicita e, insieme con gli atti salvifìci compiuti da Gesù durante la sua prima venuta, costituisce l’oggetto per cui l’uomo offre al Padre il sacrificio di lode. Le cose non sono molto diverse nella tradizione siro-antiochena documentata nelle Costituzioni Apostoliche (IV sec.), in cui, come abbiamo detto, tutti gli studiosi sono d’accordo nel riconoscere un evidente carattere ebraico. La storia della salvezza parte anche qui dalla creazione e viene presentata in forma ampia e dettagliata, menzionandone i personaggi più rappresentativi; essa arriva a un momento cruciale, che si riattualizza nel banchetto eucaristico, e a sua volta il momento presente si proietta verso il futuro: « Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, annuncerete la mia morte, fino a che io venga. Perciò ricordando la sua passione e morte, la risurrezione dai morti e il ritorno in cielo, così pure il suo futuro secondo avvento, nel quale con gloria e potenza verrà a giudicare i vivi e i morti e a dare a ciascuno secondo le proprie opere, offriamo a Te, re e Dio, questo pane e questo calice »… La storia della salvezza, anche se arrivata al suo momento culminante, è tuttora storia in cammino, fino a che « egli venga ». Se abbiamo riportato per lo più brani di antichi rituali, non dobbiamo per questo pensare che lo schema che siamo venuti tracciando sia un bel pezzo da museo, relegato in alcune liturgie, cadute da lungo tempo in disuso. Se la liturgia di Addeo e Maris – come abbiamo detto – è tuttora in uso, anche se presso gruppi ristretti, anche la liturgia siriaca di Giacomo ad es., è viva ancor oggi, e i siro-maroniti che in parte si ricollegano ad essa, dopo la Consacrazione, esprimono ancor oggi la loro attesa del ritorno di Cristo: « Ricordiamo, o Signore, la tua morte, confessiamo la tua risurrezione e aspettiamo la tua se- conda venuta; da te imploriamo misericordia e pietà e domandiamo il perdono dei peccati. Abbracci noi tutti la tua misericordia » ( trad. P. Sfair) . A differenza del banchetto ebraico, che attende per « quel giorno » -secondo l’espressione profetica – l’avvento del Messia, quello cristiano, di ieri e di oggi, si volge verso l’attesa di un avvenimento che ha già avuto inizio e che deve soltanto arrivare al suo momento conclusivo. Ambedue messianici, ambedue dinamicamente volti verso l’avvenire, banchetto ebraico e cristiano si differenziano però per quel che riguarda l’oggetto della loro attesa e della loro speranza; l’uno attende il realizzarsi di un avvenimento, l’altro ne ricorda l’inizio nel passato e attende che si compia: il Messia è già venuto e se ne attende il glorioso ritorno. Potremmo così sintetizzare le assomiglianze e le differenze che siamo venuti osservando nella struttura del banchetto pasquale e delle anafore:

banchetto pasquale ebraico anafore cristiane 1) lode a Dio per la « creazione » del popolo d’Israele al tempo di. Abramo; 1) lode a Dio per la creazione del mondo; 2) lode a Dio per la redenzione d’Israele, per mezzo di Mosè; 2) lode a Dio per la redenzione dell’umanità mezzo di Cristo; 3) riattualizzazione della salvezza d’Israele in ciascun ebreo che partecipa al banchetto; 3) riattualizzazione della salvezza nell’Eucarestia; 4) attesa della venuta del Messia; 4) attesa del ritorno del Messia; 5) salmi di lode. 5) dossologia finale.

Se le analogie tra banchetto pasquale e anafore cristiane fossero dovute solo a cause accidentali, sarebbero limitate ad alcuni casi particolari, ma il fatto che esse si ritrovino in ambienti diversi non può non indurci a pensare che le due istituzioni siano legate tra loro da concezioni teologiche simili, anche se viste in prospettive diverse: la concezione cioè di un Dio attivo artefice della storia del Suo popolo, nel corso della quale interviene continuamente e in modo particolare in alcuni momenti decisivi, di un Dio che guida la storia verso una meta precisa, verso il giorno in cui la conoscenza del Signore riempirà tutta la terra « come le acque riempiono il mare », il giorno in cui nel mondo ci sarà il « Signore unico e il Suo Nome unico ». Una simile concezione teologica, fondamentale presso i cristiani e presso gli ebrei, non poteva mancare di imprimere la sua impronta anche sulla prassi cultuale. E a noi interessa qui sottolineare come, anche nel momento essenziale della sua vita di fedele, il cristiano possa sentire che le radici di essa affondano nella vita religiosa ebraica, costituendo un legame che è determinato certamente dall’eredità comune dell’Antico Testamento, ma anche da una affinità di prassi liturgica, che persiste attraverso i secoli.

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(1) Trad. Righetti, o.c. [*] Fonte: Sofia Cavalletti, Ebraismo e spiritualità Cristiana Cap.XI, Editrice Studium – Roma, 1966  

PROCLAMAZIONE DELL’ANNO PAOLINO: 1. UN’OCCASIONE PER RISCOPRIRE IL RUOLO DI PAOLO NELLA LITURGIA?

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EDITORIALE

(il titolo l’ho composto io dall’inizio dell’articolo e dalla prima parte…spero di non averlo messo…oramai è inutile che lo dico credo..)

PROCLAMAZIONE DELL’ANNO PAOLINO: 1. UN’OCCASIONE PER RISCOPRIRE IL RUOLO DI PAOLO NELLA LITURGIA?

La proclamazione dell’anno paolino ha sortito un’eco i cui risvolti ci auguriamo possano tornare di grande vantaggio per la Chiesa. E questo sarà sicuramente assicurato se si terrà presente che ogni anno liturgico torna ad essere anche l’anno di san Paolo. Era l’auspicio che già formulavamo nell’Editoriale di «Rivista Liturgica» 95/2 (2008).
La serie di convegni, simposi, studi e pubblicazioni di vario genere – a cominciare dall’International Magazine on Saint Paul: Paulus – ha dato finora contributi interessanti; altri sono in preparazione in questi mesi, e sicuramente faranno la loro comparsa sia prima che dopo la conclusione dello stesso anno giubilare.
In questo panorama si inserisce anche il contributo di «Rivista Liturgica». Non è frutto di uno specifico lavoro redazionale, ma della libera condivisione di colleghi che hanno fatto sì che potessimo giungere con il presente fascicolo a unirci a questo coro di voci e di adesioni. Ne è emerso un insieme di contenuti che – organizzati secondo una peculiare linea teologico-liturgica – permettono al lettore di confrontarsi con categorie che possono tornare oltremodo preziose nell’ambito liturgico e – in parallelo o di conseguenza – in vari altri contesti formativi e vitali.

1. Un’occasione per riscoprire il ruolo di Paolo nella liturgia?
 Le lettere di Paolo sono sempre state proclamate nelle liturgie di ogni rito, sia in Oriente che in Occidente.
Con la riforma del Lezionario, voluta dai padri del concilio Vaticano II, la lettura dei testi paolini ha avuto uno sviluppo ancora maggiore: nell’arco dei tre anni si proclama quasi completamente il testo paolino. Sommando il Lezionario festivo a quello feriale, aggiungendo poi quanto gli altri Lezionari propongono e quanto è racchiuso nella Liturgia delle Ore, possiamo affermare che viviamo in un tempo in cui la liturgia presenta tutto il pensiero dell’Apostolo, pur dispiegato in ritmi e momenti diversificati.
Quanto appena affermato non risponde però al bisogno oltremodo sentito di conoscere meglio e più profondamente gli scritti paolini. La liturgia, è vero, offre tante occasioni per proclamarne il pensiero, ma non si va oltre. A differenza del Vangelo che è commentato ogni volta che si attua un’omelia, il pensiero di Paolo viene appena sfiorato – quando va bene e a essere ottimisti! –. C’è dunque un bisogno di creare opportunità per una maggior conoscenza e approfondimento.
L’anno giubilare paolino, che si è posto in questa linea, tra breve terminerà; ma non termina mai – anzi ora diventa più impellente – il bisogno di confrontarsi con il suo pensiero, oltre che con il suo esempio. Da qui il senso di quanto contenuto in queste pagine e delle sfide che ci permettiamo di rilanciare attraverso lo stesso Editoriale.
Ci è venuto incontro un testo pronunciato da Benedetto XVI durante la «catechesi» di mercoledì 7 gennaio 2009. Il suo contenuto prettamente teologico-liturgico è sembrato la migliore premessa per aprire queste pagine, ma soprattutto per richiamare gli elementi portanti della lezione liturgica che Paolo rilancia a tutta la Chiesa.
Il testo che segue riprende in larga misura quanto è stato letto e poi pubblicato su «L’Osservatore Romano»(149, n. 5, 7-8 gennaio 2009, p. 1). Tre sono i punti evidenziati dal papa e qui di seguito riproposti da titoli paolini redazionali.

2. «… strumento di espiazione… nel suo sangue…»
 «In Rm 3,25, dopo aver parlato della “redenzione realizzata da Cristo Gesù”, Paolo continua con una formula per noi misteriosa: Dio lo “ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue”. Con questa espressione Paolo accenna al cosiddetto “propiziatorio” (hilastêrion) dell’antico tempio, cioè il coperchio dell’arca dell’alleanza, che era pensato come punto di contatto tra Dio e l’uomo, punto della misteriosa presenza di Lui nel mondo degli uomini. Questo “propiziatorio”, nel grande giorno della riconciliazione (yom kippur) veniva asperso col sangue di animali sacrificati: sangue che simbolicamente portava i peccati dell’anno trascorso in contatto con Dio e così i peccati gettati nell’abisso della bontà divina erano quasi assorbiti dalla forza di Dio, superati, perdonati. La vita cominciava di nuovo.
Questo rito era espressione del desiderio che si potessero realmente mettere tutte le nostre colpe nell’abisso della misericordia divina e così farle scomparire. Ma con il sangue di animali non si realizza questo processo. Eranecessario un contatto più reale tra colpa umana e amore divino. Questo contatto ha avuto luogo nella croce di Cristo. Cristo, Figlio vero di Dio, fattosi uomo vero, ha assunto in sé tutta la nostra colpa. Egli stesso è il luogo di contatto tra miseria umana e misericordia divina; nel suo cuore si scioglie la massa triste del male compiuto dall’umanità, e si rinnova la vita.
Rivelando questo cambiamento, san Paolo afferma: Con la croce di Cristo – l’atto supremo dell’amore divino divenuto amore umano – il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito. Questo culto simbolico, cultodi desiderio, è adesso sostituito dal culto reale: l’amore di Dio incarnato in Cristo e portato alla sua completezza nella morte sulla croce. Quindinon è questauna spiritualizzazione di un culto reale, maal contrario il culto reale, il vero amore divino-umano, sostituisce il culto simbolico e provvisorio. Già prima della distruzione esterna del tempio, per Paolo l’era del tempio e del suo culto è finita: Paolo si trova qui in perfetta consonanza con le parole di Gesù, che aveva annunciato la fine del tempio e annunciato un altro tempio “non fatto da mani d’uomo”: il tempio del suo corpo risuscitato (cf. Mc 14,58; Gv 2,19ss)».

3. «… sacrificio vivente, santo e gradito a Dio…»
 «“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”. In queste parole si verifica un apparente paradosso: mentre il sacrificio esige di norma la morte della vittima, Paolo ne parla invece in rapporto alla vita del cristiano. L’espressione “presentare i vostri corpi”, stante il successivo concetto di sacrificio, assume la sfumatura cultuale di “dare in oblazione, offrire”. L’esortazione a “offrire i corpi” si riferisce all’intera persona; infatti, in Rm 6,13 egli invita a “presentare voi stessi”. Del resto, l’esplicito riferimento alla dimensione fisica del cristiano coincide con l’invito a “glorificare Dio nel vostro corpo” (1Cor 6,20): si tratta cioè di onorare Dio nella più concreta esistenza quotidiana, fatta di visibilità relazionale e percepibile.
Un comportamento del genere viene da Paoloqualificato come “sacrificio vivente, santo, gradito a Dio”. È qui che incontriamo appunto il vocabolo “sacrificio” (thysia).Nell’uso corrente questo termine fa parte di un contesto sacrale e serve a designare lo sgozzamento di un animale, di cui una parte può essere bruciata in onore della divinità e un’altra consumata dagli offerenti in un banchetto. Paolo lo applica invece alla vita del cristiano. Infatti egli qualifica un tale sacrificio servendosi di tre aggettivi. Il primo – vivente – esprime una vitalità. Il secondo – santo – ricorda l’idea paolina di una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa dei cristiani. Il terzo – gradito a Dio – richiama la frequente espressione biblica del sacrificio “in odore di soavità” (cf. Lev 1,13.17; 23,18; 26,31; ecc.).
Subito dopo, Paolo definisce così questo nuovo modo di vivere: questo è “il vostro culto spirituale”. I commentatori del testo sanno bene che l’espressione greca (tèn logikèn latreían)non è di facile traduzione. La Bibbia latina traduce: rationabile obsequium. La stessa parola rationabile appare nella prima Preghiera eucaristica, il Canone Romano: in esso si prega perché Dio accetti questa offerta come rationabile.Non si tratta di un culto meno reale, o addirittura solo metaforico, ma di un culto più concreto e realistico; un culto nel quale l’uomo stesso – nella sua totalità di essere dotato di ragione – diventa adorazione, glorificazione del Dio vivente.
Questa formula paolina, che ritorna poi nella Preghiera eucaristica romana, è frutto di un lungo sviluppo dell’esperienza religiosa nei secoli antecedenti a Cristo. In tale esperienza si incontrano sviluppi teologici dell’Antico Testamento e correnti del pensiero greco. I Profeti e molti Salmi criticano fortemente i sacrifici cruentidel tempio. Si legge per esempio nel Salmo 50 (49), in cui è Dio che parla: “Se avessi fame a te non lo direi, mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode…” (vv. 12-14). Nello stesso senso dice il Salmo seguente, 51 (50): “… non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (vv. 18s). Nel Libro di Daniele, al tempo della nuova distruzione del tempio da parte del regime ellenistico (II secolo a.C.) troviamo un nuovo passo nella stessa direzione. In mezzo al fuoco – cioè alla persecuzione, alla sofferenza – Azaria prega così: “Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo essere accolti con cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori… Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito…” (Dan 3,38ss). Nella distruzione del santuario e del culto, in questa situazione di privazione di ogni segno della presenza di Dio, il credente offre come vero olocausto il cuore contrito, il suo desiderio di Dio.
San Paolo è erede di questi sviluppi, del desiderio del vero culto, nel quale l’uomo stesso diventi gloria di Dio, adorazione vivente con tutto il suo essere. In questo senso egli scrive ai Romani: “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente… è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Paolo ripete così quanto aveva già indicato nel cap. III: il tempo dei sacrifici di animali, sacrifici di sostituzione, è finito; è venuto il tempo del vero culto. Come dobbiamo dunque interpretare questo “culto spirituale, ragionevole”? Paolo suppone sempre che noi siamo divenuti “uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), che siamo morti nel battesimo (cf. Rm 1) e viviamo adesso con Cristo, per Cristo, in Cristo. In questa unione – e solo così – possiamo divenire in Lui e con Lui “sacrificio vivente”, offrire il “culto vero”. Gli animali sacrificati avrebbero dovuto sostituire l’uomo, il dono di sé dell’uomo, e non potevano. Gesù Cristo, nella sua donazione al Padre e a noi, non è una sostituzione, ma portarealmente in sé l’essere umano, le nostre colpe e il nostro desiderio; ci rappresenta realmente, ci assume in sé. Nella comunione con Cristo, realizzata nella fede e nei sacramenti, diventiamo, nonostante tutte le nostre insufficienze, sacrificio vivente: si realizza il “culto vero”.
Questa sintesi costituisce il sottofondo del Canone Romano in cui si prega affinché questa offerta diventi rationabile, cioè che si realizzi il culto spirituale. La Chiesa sa che nella Santissima Eucaristia l’autodonazione di Cristo, il suo sacrificio vero diventa presente. Ma la Chiesa prega che la comunità celebrante sia realmente unita con Cristo, sia trasformata; prega perché noi stessi diventiamo quanto non possiamo essere con le nostre forze: offerta rationabile che piace a Dio. Così la Preghiera eucaristica interpreta in modo giusto le parole di san Paolo. Sant’Agostino ha chiarito tutto questo in modo meraviglioso nel X libro della sua Città di Dio. Cito solo due frasi. “Questo è il sacrificio dei cristiani: pur essendo molti siamo un solo corpo in Cristo”… “Tutta la comunità (civitas) redenta, cioè la congregazione e la società dei santi, è offerta a Dio mediante il Sommo Sacerdote che ha donato se stesso” (10,6: CCL 47,27 ss)».

4. «… “liturgo” di Cristo Gesù…»
 «“La grazia che mi è stata concessa da parte di Dio di essere ‘liturgo’ di Cristo Gesù per i pagani, di essere sacerdote (hierourgein) del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo” (Rm 15,15s). Vorrei sottolineare solo due aspetti di questo testo meraviglioso e, quanto alla terminologia, unico nelle lettere paoline.
Innanzitutto, san Paolo interpreta la sua azione missionaria tra i popoli del mondo per costruire la Chiesa universale come azione sacerdotale. Annunciare il vangelo per unire i popoli nella comunione del Cristo risorto è un’azione “sacerdotale”. L’apostolo del vangelo è un vero sacerdote, fa ciò che è il centro del sacerdozio: prepara il vero sacrificio.
E poi il secondo aspetto: la meta dell’azione missionaria è la liturgia cosmica: che i popoli uniti in Cristo – il mondo – diventino gloria di Dio, “oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo”. Qui appare l’aspetto dinamico, l’aspetto della speranza nel concetto paolino del culto: l’autodonazione di Cristo implica la tendenza ad attirare tutti alla comunione del suo Corpo, di unire il mondo. Solo in comunione con Cristo il mondo diventa specchio dell’amore divino. Questo dinamismo è presente sempre nell’Eucaristia; questo dinamismo deve ispirare e formare la nostra vita».

5. Quale lezione per l’educatore?
 Nel leggere le riflessioni di Benedetto XVI ci siamo veramente rallegrati. Al di là dello stile tipico della «catechesi» del mercoledì, abbiamo ritrovato i contenuti essenziali che oggi vengono evidenziati quando si attraversa il trattato De Eucharistia soprattutto nella parte sistematica. Solo riconducendo la riflessione teologica a queste categorie bibliche – e paoline in particolare – è possibile cogliere lo specifico del linguaggio «simbolico» che la liturgia usa per esprimere la realtà che essa è chiamata a veicolare.
Sono le prospettive che in tempi recenti un grande maestro della teologia liturgica aveva sviluppato e che ora sono patrimonio diffuso nella Chiesa. Ci riferiamo all’abate Salvatore Marsili, al quale abbiamo dedicato l’intero fascicolo n. 3 dello scorso anno 2008; in questa linea si poneva il titolo del fascicolo: Attualità di una mistagogia. Ripercorrendo quelle pagine e le numerose altre segnalate nella bibliografia del maestro è possibile cogliere lo specifico per la comprensione del sacramento nella sua più adeguata prospettiva.
Tutto questo ci permette di offrire – nella sintesi propria che caratterizza un Editoriale – alcune linee per vedere in che modo è possibile rilanciare la «lezione» di un anno paolino per l’educatore. Ecco pertanto alcune prospettive a livello di:
di cultura: Paolo è un rabbino, ma è anche «romano», e si trova a operare principalmente all’interno di una cultura ellenistica; in tale contesto emerge il suo ruolo di maestro di dialogo tra fratelli di fedi e culture diverse.
formazione biblica: sia nei corsi istituzionali che nei tanti incontri promossi dall’apostolato biblico appare essenziale evidenziare e aiutare a cogliere la «lezione» liturgica che Paolo può mettere a punto; i riflessi per l’agire cristiano sono numerosi.
conoscenza dei Padri: la trasmissione del pensiero paolino attraverso le opere dei Padri sia di Oriente che di Occidente permette di raggiungere capitoli molto illuminanti anche per l’oggi, e di riflesso in vari ambiti della teologia come pure della liturgia.
approfondimento teologico: i temi paolini s’intrecciano in tutti i contesti teologici, a partire dal ruolo di Paolo come ermeneuta dell’alleanza stabilita con i Padri, alla categoria «corpo di Cristo» per comprendere la Chiesa, al tema della grazia, alla presentazione delle virtù, alla giustificazione per la fede, alla cristificazione e divinizzazione del fedele.
prassi liturgica: sia nei corsi di liturgia che nell’impegno di animazione emerge l’urgenza di rispondere al bisogno di conoscere meglio il pensiero di Paolo e quindi di valorizzarne la presenza così abbondante nel Lezionario, ma anche nella Liturgia delle Ore e nell’insieme dell’anno liturgico.
omelia e predicazione: se l’omelia può essere tessuta a partire da qualunque elemento della celebrazione e particolarmente ex textu sacro, perché non progettare un commento omiletico che privilegi soprattutto i testi paolini e realizzarlo almeno per un triennio?
comunicazione: la conoscenza della retorica paolina costituisce una lezione preziosa allo scopo di confrontarsi con un metodo pensato e attuato a servizio del messaggio; un’attualità che certamente può permettere di affrontare con maggior sicurezza anche i moderni aeropaghi.
formazione della coscienza: alcuni temi emergono con la loro urgenza: il rapporto tra legge e grazia; la fondazione di un’ecologia vista nell’ottica della creazione e redenzione, pur nella prospettiva dei «cieli nuovi e terra nuova»; il tema della coscienza tipico ed esclusivo di Paolo; la comprensione del vero ethos cristiano a partire dai cataloghi di virtù e vizi; il rapporto con il sociale; l’articolazione ecclesiale come armonia tra carismi e comunità.
spiritualità: alla vita nello Spirito è orientato tutto l’impegno oratorio e missionario di Paolo. L’essere offerto «in libagione» come sacrificio al Dio vivente costituisce la misura alta e piena di una donazione che fa di ogni momento dell’esistenza una loghiké thusía; si pensi a tutti quei termini caratterizzati dal prefisso syn- (circa una ventina) che Paolo usa per esprimere la progressiva conformazione al Cristo Signore.
educazione: educare alla fede di fronte alle sfide e alle attese di molteplici culture costituisce l’impegno forte per l’educatore di oggi in un tempo in cui la globalizzazione pone all’attenzione di tutti ciò che prima poteva essere riservato solo a una piccola parte. In questa ottica educativa si pone anche l’impegno del passaggio dalle forme paoline di «vocazioni» all’educazione della chiamata in Cristo per ogni persona che si lasci afferrare dalla sua luce e dalla sua grazia.
Queste e altre prospettive possono costituire occasioni preziose per far sì che il pensiero e l’esempio di Paolo tornino ad essere ancora più centrali nella vita cristiana. Un anno giubilare paolino, con tutto ciò che esso comporta, può costituire un vero «momento» di grazia i cui benefici effetti si possono rilanciare proprio all’inizio di questo terzo millennio.

6. Il presente fascicolo
 È in questa linea paolina che vanno accostati i contributi che costituiscono l’elemento portante della pubblicazione. Altri studi arricchiscono quanto prospettato nel titoloa proposito del sacrificio spirituale del fedele.
Studi. I cinque contributi aiutano ad approfondire la presenza di Paolo nella liturgia, soprattutto di rito romano. Uno studio in ambito ambrosiano permette di allargare l’orizzonte. Tutto è finalizzato alla comprensione e al compimento del culto spirituale.
Orizzonti.Due studi di genere diverso, ma di stringente attualità. La trasmissione della ritualità della messa impegna sempre su versanti diversificati. E l’approfondimento del linguaggio rituale viene ad essere un punto essenziale per esprimere il contenuto e la forma del sacrificio spirituale.
Actuositas. L’attenzione a quanto avviene per la formazione e il rinnovamento della vita liturgica questa volta è ricondotta a tre temi: anzitutto, al ruolo della traduzione della Bibbia per la liturgia; in secondo luogo, a un approfondimento del segno di pace in rapporto alla sua collocazione; e infine a una presentazione della varietà di forme con cui si può concludere la celebrazione e sciogliere l’assemblea.
È in questo orizzonte che «Rivista Liturgica» continua il proprio servizio all’inizio del 2009 che caratterizza il 96o anno delle sue pubblicazioni. Se l’anno centenario si avvicina a grandi passi, per il nostro lavoro non sono le scadenze dettate dai ritmi del tempo a doverci impegnare in modo diverso. Consapevoli di svolgere un servizio nella Chiesa, per noi la formazione non ha scadenze se non in rapporto alle urgenze sollecitate dal bisogno di comprendere quel mistero che ogni giorno, ogni settimana e ogni anno viene ripresentato perché il fedele ne faccia un’esperienza sempre più viva.
In questa linea domandiamo la solidarietà dei lettori e dei fedeli abbonati; e mentre ringraziamo ancora gli Enti promotori che assicurano la presente pubblicazione, procediamo nel nostro cammino in spe et semper pro Ecclesiae vita.

LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE – BENEDETTO XVI, DISCORSO NELLA VISITA ALL’ABBAZIA DI HEILIGENKREUZ, 9 SETTEMBRE 2007

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/insegnamenti/documents/ns_lit_doc_liturgia-cosmica-celeste_bxvi_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
DEL SOMMO PONTEFICE 

LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE

BENEDETTO XVI, DISCORSO NELLA VISITA ALL’ABBAZIA DI HEILIGENKREUZ, 9 SETTEMBRE 2007

Il vostro servizio primario per questo mondo deve quindi essere la vostra preghiera e la celebrazione del divino Officio. La disposizione interiore di ogni sacerdote, di ogni persona consacrata deve essere quella di “non anteporre nulla al divino Officio”. La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (cfr 1 Cor 2, 9).In ogni forma di impegno per la liturgia criterio determinante deve essere sempre lo sguardo verso Dio. Noi stiamo davanti a Dio -Egli ci parla e noi parliamo a Lui. Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei con Dio come specifico soggetto o non è. In questo contesto io vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini!

BENEDETTO XVI, OMELIA CELEBRAZIONE VESPRI, CATTEDRALE DI NOTRE-DAMEPARIGI, 12 SETTEMBRE 2008

Sia benedetto Dio che ci permette di ritrovarci in un luogo così caro al cuore dei Parigini, ma anche di tutti i Francesi! Benedetto sia Dio, che ci dà la grazia di offrirGli l’omaggio della nostra preghiera vespertina, per elevarGli la lode che Egli merita con le parole che la liturgia della Chiesa ha ereditato dalla liturgia sinagogale, praticata da Cristo e dai suoi primi discepoli! Sì, sia benedetto Dio che viene in nostro aiuto -in adiutorium nostrum -per aiutarci a far salire verso di Lui l’offerta del sacrificio delle nostre labbra!
Eccoci nella chiesa-madre della diocesi di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame, che s’innalza nel cuore della città come segno vivo della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Il mio Predecessore Alessandro III ne pose la prima pietra, i Papi Pio VII e Giovanni Paolo II l’onorarono della loro visita, ed io stesso sono lieto di mettermi al loro seguito, dopo esservi venuto un quarto di secolo fa per pronunciarvi una conferenza sulla catechesi. È difficile non rendere grazie a Colui che ha creato la materia come anche lo spirito, per la bellezza dell’edificio che ci riunisce. I cristiani di Lutezia avevano già costruito una cattedrale dedicata a santo Stefano, primo martire, ma essa divenne poi troppo piccola e fu progressivamente sostituita, tra il XII e il XIV secolo, con quella che ammiriamo ai nostri giorni. La fede del Medio Evo ha edificato le cattedrali, e i vostri antenati sono venuti qui per lodare Dio, affidarGli le proprie speranze e dirGli il loro amore. Grandi eventi religiosi e civili si sono svolti in questo santuario, dove gli architetti, i pittori, gli scultori e i musicisti hanno dato il meglio di se stessi. Basti ricordare, fra molti altri, i nomi dell’architetto Jean de Chelles, del pittore Charles Le Brun, dello scultore Nicolas Coustou e degli organisti Louis Vierne e Pierre Cochereau. L’arte, cammino verso Dio, e la preghiera corale, lode della Chiesa al Creatore, hanno aiutato Paul Claudel, qui giunto per assistere ai Vespri del giorno di Natale 1886, a trovare il cammino verso un’esperienza personale di Dio. È significativo che Dio abbia illuminato la sua anima precisamente durante il canto del Magnificat, nel quale la Chiesa ascolta il canto della Vergine Maria, santa Patrona di questi luoghi, che ricorda al mondo che l’Onnipotente ha esaltato gli umili (cfr Lc 1,52). Teatro di conversioni meno conosciute, ma tuttavia non meno reali, pulpito dove predicatori del Vangelo, come i Padri Lacordaire, Monsabré e Samson, hanno saputo trasmettere la fiamma della propria passione alle più svariate assemblee di ascoltatori, la Cattedrale di Notre-Dame resta a giusto titolo uno dei monumenti più celebri del patrimonio del vostro Paese. Le reliquie della Vera Croce e della Corona di spine, che ho appena venerato come è consuetudine da san Luigi in poi, vi hanno oggi trovato un degno scrigno, che costituisce l’offerta dello spirito degli uomini all’Amore creatore.
Sotto le volte di questa storica Cattedrale, testimone dell’incessante scambio che Dio ha voluto stabilire fra gli uomini e se stesso, la Parola è appena risuonata per essere la materia del nostro sacrificio della sera, sottolineato dall’offerta dell’incenso che rende visibile la nostra lode a Dio. Provvidenzialmente, le parole del Salmista descrivono l’emozione della nostra anima con una precisione che non avremmo osato immaginare: “Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!’” (Sal 121, 1). Laetatus sum in his quae  dicta sunt mihi: la gioia del Salmista, racchiusa nelle parole stesse del Salmo, si diffonde nei nostri cuori e vi suscita un’eco profonda. La nostra gioia è di recarci alla casa del Signore perché, come ci hanno insegnato i Padri, questa casa non è altro che il simbolo concreto della Gerusalemme dall’alto, quella che discende verso di noi (cfr Ap 21,2) per offrirci la più bella delle dimore. “Se vi soggiorniamo -scrive sant’Ilario di Poitier -siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, poiché è la casa di Dio” (Tract. in Psal. 121,2). E sant’Agostino rincara: “Questo Salmo aspira alla Gerusalemme celeste…È un cantico dei gradini, che non sono fatti per gente che discende, ma che sale…Nel nostro esilio sospiriamo,nella patria godremo; ma intanto durante l’esilio incontriamo dei compagni che hanno già visto la città santa e ci invitano a correre verso di essa” (Enarr. in Psal. 121, 2). Cari amici, durante questi Vespri noi ci uniamo col pensiero e nella preghiera alle innumerevoli voci di quanti, uomini e donne, hanno cantato questo Salmo proprio qui, prima di noi, nel corso di secoli e secoli. Ci uniamo a questi pellegrini che salivano verso la Gerusalemme e i gradini del suo Tempio, ci uniamo alle migliaia di uomini e donne che hanno capito che il loro pellegrinaggio sulla terra avrebbe trovato il suo traguardo nel cielo, nella Gerusalemme eterna, e che si sono fidati di Cristo per riuscire ad arrivarvi. Quale gioia, in realtà, il saperci attorniati in maniera invisibile da una tale folla di testimoni!
Il nostro cammino verso la Città santa non sarebbe possibile, se non lo si facesse nella Chiesa, germe e prefigurazione della Gerusalemme dall’alto. “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126,1). Chi altri è questo Signore, se non il Signore nostro Gesù Cristo? È Lui che ha fondato la Chiesa, che l’ha costruita sulla roccia, sulla fede dell’apostolo Pietro. Come dice ancora sant’Agostino, “è Gesù Cristo stesso, Signore nostro, ad edificare la sua casa. Molti si affaticano a costruire, ma se non interviene Lui a costruire, invano faticano i costruttori” (Enarr. in Psal. 126,2). Ora, cari amici, Agostino si pone la domanda su quali siano questi lavoratori; e lui stesso si dà la risposta: “Coloro che nella Chiesa predicano la Parola di Dio, tutti i ministri dei divini Sacramenti. Tutti corriamo, tutti lavoriamo, tutti edifichiamo”; ma è Dio soltanto che, in noi, “edifica, che esorta e incute timore, che apre l’intelletto e volge alla fede il vostro sentire”(ibid.). Quale meraviglia riveste la nostra azione al servizio della Parola divina! Siamo gli strumenti dello Spirito; Dio ha l’umiltà di passare attraverso di noi per diffondere la sua Parola. Diveniamo la sua voce, dopo aver teso l’orecchio verso la sua bocca. Poniamo la sua Parola sulle nostre labbra per darla al mondo. L’offerta della nostra preghiera è da Lui gradita e serve a Lui per comunicarsi a quanti incontriamo. In verità, come dice Paolo agli Efesini: “Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (1,3), poiché ci ha scelti per essere suoi testimoni fino all’estremità della terra e ci ha eletti prima ancora del nostro concepimento attraverso un dono misterioso della sua grazia.

BENEDETTO XVI, LUCE DEL MONDO, LIBRERIA EDITRICE VATICANA, CITTÀ DEL VATICANO 2010, P. 153.

“La liturgia non deve essere l’autorappresentazione della comunità –quando si dice che è importante che ognuno vi vetta dentro se stesso- e poi alla fine resta importante solo l’io stesso. Si tratta invece del fatto che noi entriamo in qualcosa di molto più grande; che in un certo qual modo usciamo da noi stessi per prendere il largo. Per questo è tanto importante che la liturgia non sia in qualche modo una nostra creazione.
La liturgia è in verità un processo attraverso il quale ci si lascia guidare nella grande fede e nella grande preghiera della Chiesa. Per questo motivo i primi cristiani pregavano rivolti ad Oriente, verso il sole che sorge come simbolo di Cristo risorto. Mostravano così che tutto il mondo va verso Cristo e che Egli lo abbraccia.
Questo rapporto con il cielo e con la terra è molto importante. Non a caso le prime chiese erano costruite in modo che il sole irradiasse la sua luce nella casa di Dio in un determinato momento. Proprio oggi che riscopriamo il significato degli effetti reciproci tra terra e cosmo, bisognerebbe anche riscoprire il carattere cosmico della liturgia, tanto quanto quello storico. È importante il fatto che questo carattere non sia stato semplicemente inventato da qualcuno e chissà quando, ma si sia invece sviluppato organicamente a partire da Abramo. Elementi del periodo antico sono presente nella liturgia.

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LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE

BENEDETTO XVI, OMELIA CELEBRAZIONE VESPRI, CATTEDRALE DI NOTRE-DAME – PARIGI, 12 SETTEMBRE 2008

Sia benedetto Dio che ci permette di ritrovarci in un luogo così caro al cuore dei Parigini, ma anche di tutti i Francesi! Benedetto sia Dio, che ci dà la grazia di offrirGli l’omaggio della nostra preghiera vespertina, per elevarGli la lode che Egli merita con le parole che la liturgia della Chiesa ha ereditato dalla liturgia sinagogale, praticata da Cristo e dai suoi primi discepoli! Sì, sia benedetto Dio che viene in nostro aiuto -in adiutorium nostrum -per aiutarci a far salire verso di Lui l’offerta del sacrificio delle nostre labbra!
Eccoci nella chiesa-madre della diocesi di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame, che s’innalza nel cuore della città come segno vivo della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Il mio Predecessore Alessandro III ne pose la prima pietra, i Papi Pio VII e Giovanni Paolo II l’onorarono della loro visita, ed io stesso sono lieto di mettermi al loro seguito, dopo esservi venuto un quarto di secolo fa per pronunciarvi una conferenza sulla catechesi. È difficile non rendere grazie a Colui che ha creato la materia come anche lo spirito, per la bellezza dell’edificio che ci riunisce. I cristiani di Lutezia avevano già costruito una cattedrale dedicata a santo Stefano, primo martire, ma essa divenne poi troppo piccola e fu progressivamente sostituita, tra il XII e il XIV secolo, con quella che ammiriamo ai nostri giorni. La fede del Medio Evo ha edificato le cattedrali, e i vostri antenati sono venuti qui per lodare Dio, affidarGli le proprie speranze e dirGli il loro amore. Grandi eventi religiosi e civili si sono svolti in questo santuario, dove gli architetti, i pittori, gli scultori e i musicisti hanno dato il meglio di se stessi. Basti ricordare, fra molti altri, i nomi dell’architetto Jean de Chelles, del pittore Charles Le Brun, dello scultore Nicolas Coustou e degli organisti Louis Vierne e Pierre Cochereau. L’arte, cammino verso Dio, e la preghiera corale, lode della Chiesa al Creatore, hanno aiutato Paul Claudel, qui giunto per assistere ai Vespri del giorno di Natale 1886, a trovare il cammino verso un’esperienza personale di Dio. È significativo che Dio abbia illuminato la sua anima precisamente durante il canto del Magnificat, nel quale la Chiesa ascolta il canto della Vergine Maria, santa Patrona di questi luoghi, che ricorda al mondo che l’Onnipotente ha esaltato gli umili (cfr Lc 1,52). Teatro di conversioni meno conosciute, ma tuttavia non meno reali, pulpito dove predicatori del Vangelo, come i Padri Lacordaire, Monsabré e Samson, hanno saputo trasmettere la fiamma della propria passione alle più svariate assemblee di ascoltatori, la Cattedrale di Notre-Dame resta a giusto titolo uno dei monumenti più celebri del patrimonio del vostro Paese. Le reliquie della Vera Croce e della Corona di spine, che ho appena venerato come è consuetudine da san Luigi in poi, vi hanno oggi trovato un degno scrigno, che costituisce l’offerta dello spirito degli uomini all’Amore creatore.
Sotto le volte di questa storica Cattedrale, testimone dell’incessante scambio che Dio ha voluto stabilire fra gli uomini e se stesso, la Parola è appena risuonata per essere la materia del nostro sacrificio della sera, sottolineato dall’offerta dell’incenso che rende visibile la nostra lode a Dio. Provvidenzialmente, le parole del Salmista descrivono l’emozione della nostra anima con una precisione che non avremmo osato immaginare: “Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!’” (Sal 121, 1). Laetatus sum in his quae  dicta sunt mihi: la gioia del Salmista, racchiusa nelle parole stesse del Salmo, si diffonde nei nostri cuori e vi suscita un’eco profonda. La nostra gioia è di recarci alla casa del Signore perché, come ci hanno insegnato i Padri, questa casa non è altro che il simbolo concreto della Gerusalemme dall’alto, quella che discende verso di noi (cfr Ap 21,2) per offrirci la più bella delle dimore. “Se vi soggiorniamo -scrive sant’Ilario di Poitier -siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, poiché è la casa di Dio” (Tract. in Psal. 121,2). E sant’Agostino rincara: “Questo Salmo aspira alla Gerusalemme celeste…È un cantico dei gradini, che non sono fatti per gente che discende, ma che sale…Nel nostro esilio sospiriamo,nella patria godremo; ma intanto durante l’esilio incontriamo dei compagni che hanno già visto la città santa e ci invitano a correre verso di essa” (Enarr. in Psal. 121, 2). Cari amici, durante questi Vespri noi ci uniamo col pensiero e nella preghiera alle innumerevoli voci di quanti, uomini e donne, hanno cantato questo Salmo proprio qui, prima di noi, nel corso di secoli e secoli. Ci uniamo a questi pellegrini che salivano verso la Gerusalemme e i gradini del suo Tempio, ci uniamo alle migliaia di uomini e donne che hanno capito che il loro pellegrinaggio sulla terra avrebbe trovato il suo traguardo nel cielo, nella Gerusalemme eterna, e che si sono fidati di Cristo per riuscire ad arrivarvi. Quale gioia, in realtà, il saperci attorniati in maniera invisibile da una tale folla di testimoni!
Il nostro cammino verso la Città santa non sarebbe possibile, se non lo si facesse nella Chiesa, germe e prefigurazione della Gerusalemme dall’alto. “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126,1). Chi altri è questo Signore, se non il Signore nostro Gesù Cristo? È Lui che ha fondato la Chiesa, che l’ha costruita sulla roccia, sulla fede dell’apostolo Pietro. Come dice ancora sant’Agostino, “è Gesù Cristo stesso, Signore nostro, ad edificare la sua casa. Molti si affaticano a costruire, ma se non interviene Lui a costruire, invano faticano i costruttori” (Enarr. in Psal. 126,2). Ora, cari amici, Agostino si pone la domanda su quali siano questi lavoratori; e lui stesso si dà la risposta: “Coloro che nella Chiesa predicano la Parola di Dio, tutti i ministri dei divini Sacramenti. Tutti corriamo, tutti lavoriamo, tutti edifichiamo”; ma è Dio soltanto che, in noi, “edifica, che esorta e incute timore, che apre l’intelletto e volge alla fede il vostro sentire”(ibid.). Quale meraviglia riveste la nostra azione al servizio della Parola divina! Siamo gli strumenti dello Spirito; Dio ha l’umiltà di passare attraverso di noi per diffondere la sua Parola. Diveniamo la sua voce, dopo aver teso l’orecchio verso la sua bocca. Poniamo la sua Parola sulle nostre labbra per darla al mondo. L’offerta della nostra preghiera è da Lui gradita e serve a Lui per comunicarsi a quanti incontriamo. In verità, come dice Paolo agli Efesini: “Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (1,3), poiché ci ha scelti per essere suoi testimoni fino all’estremità della terra e ci ha eletti prima ancora del nostro concepimento attraverso un dono misterioso della sua grazia.
La sua Parola, il Verbo, che da sempre era presso di Lui (cfr Gv 1,1), è nato da una Donna, è nato sotto alla Legge, -per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli- (Gal 4,4-5). Il Figlio di Dio ha preso carne nel seno di una Donna, di una Vergine. La vostra cattedrale è un inno vivente di pietra e di luce a lode di questo atto unico della storia dell’umanità: la Parola eterna di Dio che entra nella storia degli uomini nella pienezza dei tempi per riscattarli mediante l’offerta di se stesso nel sacrificio della Croce. Le nostre liturgie della terra, interamente volte a celebrare questo atto unico della storia, non giungeranno mai ad esprimerne totalmente l’infinita densità. La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita. Le nostre liturgie terrene non potranno essere che un pallido riflesso della liturgia, che si celebra nella Gerusalemme del cielo, punto d’arrivo del nostro pellegrinaggio sulla terra. Possano tuttavia le nostre celebrazioni avvicinarsi ad essa il più possibile e farla pregustare!

LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE

BENEDETTO XVI, LUCE DEL MONDO, LIBRERIA EDITRICE VATICANA, CITTÀ DEL VATICANO 2010, P. 153.

“La liturgia non deve essere l’autorappresentazione della comunità –quando si dice che è importante che ognuno si metta dentro se stesso- e poi alla fine resta importante solo l’io stesso. Si tratta invece del fatto che noi entriamo in qualcosa di molto più grande; che in un certo qual modo usciamo da noi stessi per prendere il largo. Per questo è tanto importante che la liturgia non sia in qualche modo una nostra creazione.
La liturgia è in verità un processo attraverso il quale ci si lascia guidare nella grande fede e nella grande preghiera della Chiesa. Per questo motivo i primi cristiani pregavano rivolti ad Oriente, verso il sole che sorge come simbolo di Cristo risorto. Mostravano così che tutto il mondo va verso Cristo e che Egli lo abbraccia.
Questo rapporto con il cielo e con la terra è molto importante. Non a caso le prime chiese erano costruite in modo che il sole irradiasse la sua luce nella casa di Dio in un determinato momento. Proprio oggi che riscopriamo il significato degli effetti reciproci tra terra e cosmo, bisognerebbe anche riscoprire il carattere cosmico della liturgia, tanto quanto quello storico. È importante il fatto che questo carattere non sia stato semplicemente inventato da qualcuno e chissà quando, ma si sia invece sviluppato organicamente a partire da Abramo. Elementi del periodo antico sono presenti nella liturgia.

QUANDO CELEBRARE?/4: LA LITURGIA DELLE ORE (CCC 1174-1178)

http://www.zenit.org/article-31179?l=italian

QUANDO CELEBRARE?/4: LA LITURGIA DELLE ORE (CCC 1174-1178)

Rubrica di teologia liturgica a cura di Don Mauro Gagliardi

di Mauro Gagliardi*

ROMA, mercoledì, 13 giugno 2012 (ZENIT.org).- La sezione liturgica del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), all’interno del paragrafo dedicato al «Quando celebrare?», dedica un certo spazio all’«Ufficio divino», oggi chiamato «Liturgia delle Ore» (LdO). La LdO è parte integrante del Culto divino della Chiesa, non una semplice appendice dei sacramenti. È sacra Liturgia in senso vero e proprio. Nella LdO, come in quella sacramentale (in particolare la Liturgia Eucaristica, di cui l’Ufficio è come il prolungamento), si incrociano due dinamiche: «dall’alto» e «dal basso».
Considerata «dall’alto», la LdO è stata portata sulla terra dal Verbo, quando si è incarnato per redimerci. Perciò l’Ufficio divino si definisce come «l’inno che si canta in Cielo per tutta l’eternità», introdotto «nell’esilio terreno» dal Verbo incarnato (cf. Pio XII, Mediator Dei: EE 6/565; ugualmente: Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium [SC], n. 83). Possiamo cantare le lodi di Dio perché Dio stesso ci abilita a ciò e ci insegna come farlo. In questo primo significato, la LdO rappresenta la riproduzione, operata dalla Chiesa pellegrinante e militante, del canto degli spiriti celesti e dei beati, che formano la Chiesa gloriosa del Cielo. È per questa ragione che il luogo in cui i monaci, i frati e i canonici si raccolgono per recitare l’Ufficio ha assunto il nome di «coro»: esso vuole riprodurre visibilmente gli ordini angelici e i cori dei santi, che incessantemente lodano la maestà di Dio (cf. Is 6,1-4; Ap 5,6-14). Pertanto, il coro è strutturato in forma circolare non per favorire il guardarsi gli uni gli altri mentre si celebra la LdO, bensì per rappresentare l’«affacciarsi del Cielo sulla terra» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 35) che avviene quando si celebra il Culto divino.
In secondo luogo, la LdO rispecchia una dinamica che «dal basso» va verso «l’alto»: è il movimento con cui la Chiesa terrena loda, adora, ringrazia il suo Signore e gli chiede favori, lungo l’intero arco del giorno. In ogni momento riceviamo benefici dal Signore, perciò è giusto che lo ringraziamo per essi ad ogni ora del giorno. È per questo che san Tommaso d’Aquino ritiene la preghiera un atto che, appartenendo alla virtù di religione, fa capo alla virtù della giustizia (cf. S. Th. II-II, 80, 1; 83, 3). Col «Prefazio» della S. Messa, possiamo dire che «è veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza» lodare il Signore in ogni momento del giorno.
Cristo per primo ha dato l’esempio di preghiera incessante, giorno e notte (cf. Mt 14,23; Mc 1,35; Eb 5,7). Il Signore ha poi raccomandato di pregare sempre, senza stancarsi mai (cf. Lc 18,1). Fedele alle parole e all’esempio del suo Fondatore (cf. 1Ts 5,17; Ef 6,18), sin dall’epoca apostolica la Chiesa ha sviluppato la propria preghiera quotidiana secondo un ritmo ordinato che coprisse l’intera giornata, assumendo in forma nuova le pratiche liturgiche del tempio di Gerusalemme. È certo che le due ore canoniche principali (Lodi e Vespri) sono sorte anche in relazione ai due sacrifici quotidiani del tempio: il mattutino e il vespertino. Anche le preghiere di Terza, Sesta e Nona corrispondono ad altrettanti momenti di orazione della prassi giudaica. Nel giorno di Pentecoste, gli apostoli erano riuniti in preghiera all’Ora Terza (cf. At 2,15). San Pietro ebbe la visione della tovaglia che scendeva dal cielo, mentre era in preghiera su una terrazza verso l’Ora Sesta (cf. At 10,9). In altra occasione, Pietro e Giovanni salivano al tempio a pregare all’Ora Nona (cf. At 3,1). E non dimentichiamo che Paolo e Sila, chiusi in carcere, pregavano cantando inni a Dio verso la mezzanotte (cf. At 16,25).
Non stupisce, allora, che già a fine I secolo, il Papa san Clemente potesse ricordare: «Dobbiamo fare con ordine tutto ciò che il Signore ci comandò di compiere nei tempi fissati. Egli ci prescrisse di fare le offerte e le liturgie e non a caso o senz’ordine, ma in circostanze e ore stabilite» (Ai Corinzi, XL, 1-2). La Didachè (cf. VIII, 2) raccomanda di recitare il Padre Nostro tre volte al giorno, cosa che attualmente la Chiesa fa alle Lodi, ai Vespri e nella S. Messa. Tertulliano così interpreta tale tradizione antica: «Noi preghiamo, come minimo, non meno di tre volte al giorno, dato che siamo debitori dei Tre: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (De oratione, XXV, 5). In Occidente, il grande ordinatore dell’Ufficio divino è stato san Benedetto da Norcia, che ha perfezionato l’uso precedente della Chiesa di Roma.
Da quanto detto, emergono almeno due considerazioni fondamentali. La prima è che la LdO, poiché essenzialmente cristocentrica, è profondamente ecclesiale. Ciò implica che, in quanto Culto pubblico della Chiesa, la LdO è sottratta all’arbitrio del singolo ed è normata dalla gerarchia ecclesiastica. Inoltre, essa rappresenta una lettura ecclesiale della Sacra Scrittura, perché i salmi e le letture bibliche sono interpretate dai testi dei Padri, dei Dottori e dei Concili, nonché dalle orazioni liturgiche composte dalla Chiesa stessa (cf. CCC, 1177). In quanto Culto pubblico, la LdO ha anche una componente visibile e non solo una interiore. Essa è l’unione di preghiera e gesti. Se è vero che «la mente deve concordare con la voce» (cf. CCC, 1176), è anche vero che il Culto non si celebra solo con la mente, ma anche col corpo (cf. S. Th., II-II, 81, 7). Perciò la Liturgia prevede canti, dizioni verbali, gesti, inchini, prostrazioni, genuflessioni, incensazioni, paramenti, ecc. Ciò si applica anche all’Ufficio divino. Inoltre, il carattere ecclesiale della LdO fa sì che per sua natura essa «è destinata a diventare la preghiera di tutto il popolo di Dio» (CCC, 1175). In questo senso, se resta vero che l’Ufficio appartiene soprattutto ai sacri ministri ed ai religiosi – e ad essi la Chiesa in particolare lo affida – esso coinvolge sempre tutta la Chiesa: i fedeli laici (per quanto ad essi è possibile parteciparvi), le anime del Purgatorio, i beati e gli angeli nelle loro diverse schiere. Cantando le lodi di Dio, la Chiesa terrena si unisce a quella celeste e si prepara a raggiungerla. Così, la LdO «è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera di Cristo, con il suo Corpo, al Padre» (SC, n. 84, cit. in CCC, 1174).
*Don Mauro Gagliardi è Professore ordinario presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”, Professore incaricato presso l’Università Europea di Roma, Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA STUDI |on 15 juin, 2012 |Pas de commentaires »

per Mercoledì delle ceneri: Quaresima. Alla ricerca della verità del proprio essere (Enzo Bianchi)

https://www.monasterodibose.it/index.php/content/view/182..

Quaresima. Alla ricerca della verità del proprio essere

di Enzo Bianchi

Mercoledì delle ceneri

Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.
La quaresima vuole riattualizzare i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente alla conoscenza di sé, cioè alla conoscenza di ciò che il Signore del credente stesso già conosce: conoscenza che non è fatta di introspezione psicologica ma che trova luce e orientamento nella Parola di Dio. Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie alla forza della Parola di Dio (cf. Mt 4,1-11), così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere, pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e, lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.
Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata alla resurrezione.
Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano, favorendo così l’evento della conversione.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.
Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno altro che riaffermare la loro fede di essere riconciliati con Dio in Cristo, la loro speranza di essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita eterna, la loro vocazione alla carità che non avrà mai fine. Il giorno delle ceneri è annuncio della Pasqua di ciascuno di noi.

Enzo Bianchi
Dare senso al tempo

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA: TI AMO QUANDO MI AMO

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/23721.html

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Omelia (23-10-2011)

don Marco Pedron

Ti amo quanto mi amo

Siamo ancora nel capitolo 22 di Mt. Domenica scorsa abbiamo sentito l’episodio del tributo a Cesare (Mt 22,15-22). Il vangelo iniziava dicendo: « I farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo » (Mt 22,15). I farisei ci provano ma non ci riescono.
Dopo quel vangelo, in Mt c’è un altro episodio dove i sadducei vanno da Gesù con una questione assurda. Questo vangelo noi lo leggiamo nell’anno C, nella versione di Lc (Lc 20,27-40): « Una donna sposa sette mariti e tutti questi muoiono senza lasciare discendenza ». C’era una legge che diceva: « Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza a suo fratello ». « Di chi dunque », gli chiedono, « questa donna, alla resurrezione, sarà moglie? » (Mt 22,28). La questione è assurda ma lo scopo non è imparare, capire: lo scopo è un altro. Infatti lo scopo dei sadducei è quello di metterlo in difficoltà, di trovare pretesti per accusarlo e condannarlo. Solo che neppure loro ci riescono.
Dunque: i farisei no, i sadducei no. Cosa fanno adesso? Fanno un ultimo tentativo (il vangelo di oggi). Così per non rischiare un altro insuccesso, i farisei scelgono una persona competente: un dottore della legge. Nel vangelo si dice chiaramente: « Avendo udito che aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme per metterlo alla prova » (Mt 22,34-35). Quindi, per non fare un’altra figuraccia, i farisei scelgono il meglio del meglio: un dottore della legge.
Il verbo « metterlo alla prova » è peirazo e vuol dire tentare: è lo stesso verbo che si usa per satana (Mt 4,1) quando tenta Gesù per tre volte. E’ incredibile come nel vangelo l’istituzione religiosa, qui come altrove, sia paragonata al diavolo e continui sempre a tentare e a mettere alla prova Gesù.

E cosa gli chiede il dottore: « Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? » (Mt 22,36).
Intanto osserviamo: lo chiama « maestro » (Mt 22,36). Ma se tu chiami uno maestro è perché vuoi imparare qualcosa da lui (tu sei il suo discepolo). Ma il dottore invece, non solo non vuole apprendere, lo vuole mettere alla prova.
Gesù era ascoltato da molte persone. C’era chi lo ascoltava per imparare: i discepoli (discepolo, in greco da manthano=colui che impara). C’era chi lo ascoltava per trovare motivi di accusa (i religiosi del tempo): qualunque pretesto, quindi, andava bene. Ed è chiaro che se questa è la tua intenzione, ti puoi attaccare a tutto. C’era chi lo ascoltava per trovare conferme alle proprie idee: Pietro vedeva Gesù come il Messia trionfante. Aveva la sua idea in testa e deformava, piegava, le parole di Gesù secondo ciò che lui voleva. C’era chi lo ascoltava per curiosità, chi per fama, chi per interessi personali, come quei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19) che volevano solo la guarigione fisica ma non la guarigione del cuore.
Con quale intenzione fai questa cosa? Perché l’intenzione ti dice già il risultato che avrai. Il dottore della legge ha un’intenzione ben chiara: trovare motivi di accusa. La verità non gli interessa.
La domanda non è una semplice curiosità ma una seria questione che inquieta le autorità religiose. Infatti si chiedono: « Ma che cosa pensa Gesù del Decalogo? Qual è l’atteggiamento di Gesù verso la Legge? ». Gesù infatti non solo aveva preso le distanze dai comandamenti ma li aveva pure trasgrediti.
Nel vangelo di Mt (5,21, ss) Gesù a più riprese dice: « Avete inteso che fu detto agli antichi? ma io vi dico… ». Gesù definisce « vecchi, sorpassati » i comandamenti che tutti consideravano validi (i Dieci Comandamenti che ancora noi a volte riteniamo come modello di esame di coscienza!).
Il dottore quindi si avvicina per controllare la sua ortodossia e per poterlo poi denunciare. Infatti lui la risposta la sa bene: « Qual è il più grande comandamento? ». « Ovvio, il sabato! ». Il comandamento più grande era il sabato, il comandamento che perfino Dio rispettava (Gen 2,3), visto che neppure lui di sabato lavorava. La trasgressione del sabato equivaleva all’adempimento di tutta la legge e la disobbedienza era punita con la morte. Es 31,14 è chiaro: « Osserverete dunque il sabato, perché lo dovete ritenere santo. Chi lo profanerà sarà messo a morte; chiunque in quel giorno farà qualche lavoro, sarà eliminato dal suo popolo ».
Ma che fa Gesù? Se ne frega di questo comandamento. E se deve fare qualcosa di importante, ad esempio guarire un ammalato, lui lo fa’, perché per lui l’amore è più importante della legge.
Se Gesù, quindi, avesse risposto ciò che tutti sapevano « il sabato », il dottore della legge gli avrebbe risposto: « Vero, giusto, maestro. E perché tu non lo rispetti, allora? ».
Se Gesù, invece, avesse risposto in maniera diversa, sarebbe stato passato come un ignorante e un non conoscitore della legge.

Il dottore della legge si rifà alla Bibbia: lui è un esperto e la conosce. Gesù risponde citandogli sempre la Bibbia (e così si mostra esperto in materia), ma non ciò che lui si aspetta (e così lo sorprende e gli fa vedere che la Bibbia non va presa alla singola lettera).
Infatti Gesù si rifà alla preghiera che gli ebrei recitavano due volte al giorno, il « Credo » degli ebrei (Dt 6,4-9): « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutto il tuo essere e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti » (Mt 22,38). Il dottore non può che essere d’accordo: fin qui, tutto va bene. « Amare Dio », in fin dei conti non è difficile, tanto non si può misurare e nessuno lo può sapere.

Il problema è adesso perché aggiunge: « E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18) ». Anche questo c’era scritto nella Bibbia. Quindi, a rigor di logica Gesù non fa niente di nuovo. Ma in realtà sì.
Gesù, infatti, lega l’amore di Dio all’amore del prossimo. Cioè:
1. Amare Dio senza amare veramente le persone è nullo, non è amore per Dio.
2. Quello che dite ogni giorno (visto che lo dite), praticatelo (io lo faccio!)!
Ed è chiaro che il dottore si trova spiazzato e sorpreso: « Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno da quel giorno in poi, osò interrogarlo » (Mt 22,46).

Osserviamo però che qui Gesù risponde ad un ebreo. Il dottore si rifà ai suoi comandamenti e Gesù gli dice: « Giusto! Risposta ortodossa. Ma fallo! Praticala! ». Perché questa risposta non è ciò che Gesù ha detto ma ciò che la Legge diceva. Quindi Gesù dice: « Già così è buono! ».
Ma Gesù non dirà di amare gli altri come se stessi ma come Lui ci ha amati (Gv 13,34). « Ama il prossimo tuo come te stesso è buono ma non è il modello di amore che Gesù ci ha portati ». Per tre motivi.
1. Il concetto di prossimo. Per un ebreo prossimo era un altro ebreo (Lv 19,18) o al massimo uno che abitava in Palestina. Quelli fuori o i non ebrei, quindi, non erano affatto considerati prossimi.
2. Il concetto di « come te stesso ». Perché se io mi amo poco, ti amerò poco. E se io non mi amo allora neppure ti amo. Se io non ho ricevuto amore allora te ne posso dare. Ma Gesù ci dirà: « Ama il prossimo non come te stesso ma come Dio ti ama, come io vi ho amati ». Il modello di amore passa da me a Dio. Ed è diverso! Poiché la maggior parte di noi non si ama e se amassimo il prossimo come ci amiamo, non ameremo nessuno!
3. Per un ebreo l’amore per Dio è radicale (« tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la tua mente », Mt 22,37) mentre quello per l’uomo no. Infatti non si dice di amare gli altri « con tutto il cuore, l’anima e la mente », ma solo come se stessi. Ciò che era fondamentale, per un ebreo, era l’amore per Dio. Quello per il prossimo veniva dopo. Infatti quello per Dio – e Gesù lo sa – viene prima, solo che Gesù dirà che il secondo (quello per il prossimo) è nient’affatto che lo stesso del primo.
Per Gesù amare l’uomo è amare Dio e amare Dio è amare l’uomo. Se ami Dio non si vede da quanto sei pio o religioso ma da quanto amore tu hai per l’uomo. Per Gesù il vero credente non è colui che obbedisce alle regole religiose ma che vive realmente l’amore.

Cosa vuol dire questo vangelo per noi? 1. L’amore è rendere vivo l’altro.
A-more=ciò che non (a) ti fa morire (mos-mortis): e ciò che non ti fa morire ti rende vivo, vitale.
Gesù non chiedeva ai guariti di seguirlo o di offrirgli qualcosa. Lui vedeva che soffrivano, che erano morti o ciechi, li guariva, li rimetteva in contatto con la vita e con la vista. Cioè: Gesù non voleva un ritorno da coloro che guariva (neanche la fama perché chiedeva sempre che non divulgassero la cosa, di non parlarne con nessuno), non aveva un interesse e non esercitava un potere (« Ti ho fatto questo, quindi tu mi devi qualcosa »).
Gesù non guariva neanche per convertire. Non diceva: « Ti guarisco ma tu devi credere in Dio; tu devi venire in chiesa; tu devi obbedirmi; tu mi devi? ». Lui vedeva uno che soffriva e il suo amore era liberarlo dalla sofferenza, dalla morte o dal suo disagio.
L’amore (di Gesù) è questo: chi ama rende vivo l’altro. Se ti amo voglio il meglio per te. E ciò che è meglio per te non è detto che sia ciò che io vorrei.
Un mio amico preferisce un altro a me: « Se questo è davvero il tuo bene, sia così! ».
Mio figlio potrebbe fare il liceo e invece sceglie un istituto tecnico perché ha l’hobby della musica e la musica lo fa vivere: se è così, sia così.
Un catechista: « Quest’anno non faccio catechismo perché sarebbe pesante per me e poi sono scarico e ho bisogno di ritrovare motivazioni ». Ci sarebbe bisogno, ma se questa cosa ti fa vivere, sia così.
Un ragazzo: « Vado a vivere a Londra perché qui non ce la faccio più ». Se per lui questo è una possibilità di ritrovarsi, di mettersi alla prova, di ricominciare, per amore gli dirò di sì, anche se so che vuol dire perderlo, anche se mi dispiace lasciarlo andare. Se ti fa vivere, sia così!
La vita di un prete è stare in mezzo ai giovani, riesce benissimo. Io vescovo avrei così tanto bisogno in una parrocchia, ma so che lo « ucciderei ». Se questo ti fa vivere, sia così!
Un anziano sta in una casa diroccata, sporca e senza riscaldamento. Ci sarebbe un posto per lui in pensionato, ma quella è la « sua vita e quelli sono i suoi animali ». A me verrebbe da dire: « Ma di là stai meglio! », ma lui la vive come una prigione.
Un uomo trovò una volpe. Era in fin di vita ferita da dei cacciatori. L’uomo se ne prese cura e dopo vari mesi miracolosamente la volpe guarì. La volpe era molto grata a quell’uomo: erano diventati amici. Anzi la volpe era diventata la migliore amica di quell’uomo. La volpe guardava ogni giorno fuori dalla finestra: era il richiamo del bosco, ma come poteva lasciare quell’uomo che le aveva dato la vita? In fin dei conti non stava male lì, anzi, ma la casa non era la « sua casa ». L’uomo vedeva la scena tutti i giorni e notava nella volpe la nostalgia del bosco. D’altra parte era molto affezionato a lei, ed erano molti mesi che vivevano insieme. Ma un giorno si decise: la portò nel bosco e gli disse: « Vai, segui il tuo richiamo! ». La volpe lo guardò un’ultima volta e se ne andò. Non la rivide mai più e soffrì molto di questa cosa. Quando raccontò il fatto ad un suo amico, questi gli disse: « Ma perché l’hai fatto? ». E lui rispose, semplicemente: « Per amore ».

2. Amarmi è volere il mio bene, cioè rendermi vivo.
Amarmi è lottare per ciò che è bene per me. Per noi l’amore è ciò che gli altri ci devono fare: ma il primo amore è ciò che noi facciamo per noi stessi.
Il mio collega mi prende in giro: perché voglio cambiare lui? Perché, invece, non cambio io? Tanto a questo mondo troverò degli altri che mi prenderanno in giro. Perché non imparo a difendermi, a far valere il mio valore? Amarmi è far sì che la mia persona sia rispettata.
Nessuno mi vuole. Perché continuo ad arrabbiarmi con gli altri che non mi invitano e che mi escludono sempre? Amarmi è cambiare il mio carattere e la mia persona: così sarò amabile, accettabile e ricercato.
Ho una paura che mi blocca (paura di provare, di sbagliare, di parlare, di tagliare, di fare una scelta, ecc.). Amarmi è affrontarla perché io merito di vivere senza paura, in tutta la mia pienezza, in tutte le mie possibilità, al meglio e al massimo di me.
In compagnia nessuno mi rivolge la parola. Invece di inveire col mondo che è cattivo e che ce l’ha con me, lavoro su di me. Amarmi è essere presentabile, farmi più magro, più bello; amarmi è avere un carattere meno irascibile e più estroverso; amarmi è essere più aperto, elastico e meno giudicante e pretenzioso; amarmi è diventare un uomo migliore. Non ho mai trovato nessuno che veramente si ami che non sia amato da un sacco di gente.
Non chiedere agli altri ciò che tu non sai fare per te: è parassitismo.
3. Ama il prossimo tuo come te stesso. Spesso noi cristiani abbiamo tradotto: « Ama il prossimo tuo contro te stesso », oppure » ama il prossimo tuo al posto di te stesso ». Così amarsi era egoismo, narcisismo, peccato: solo spendersi per gli altri e sacrificarsi era buono e santo. Veniva sempre citata la frase: « Se uno non rinnega se stesso e non prende la sua croce? »: e così la vita « doveva » essere sacrificio e solo se si era infelici e pieni di « rogne » Dio ci accettava. Peccato che quella frase voglia dire tutt’altro! Bisognava quindi amare gli altri, sopportare l’impossibile e obbedire a chi non aveva la minima intenzione di fare un passo o un cambiamento. Ma tutto questo non si può chiamare amore.
Ma come si può amare gli altri se non si ama neanche se stessi? Come posso insegnarti a suonare la chitarra se neppure io lo so fare? Come posso darti soldi se non ne ho neppure io? Non si può dare ciò che non si ha.
Oggi sappiamo cose che ieri, una volta non sapevamo. Ama il prossimo tuo come te stesso più che un invito definisce una realtà: l’altro lo ami come ami te. Lc 6,37-38 è chiarissimo a proposito: « Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi ».
Cioè: gli altri li ami esattamente come ti ami. Non si può dare di più di quello che si ha: ti amo esattamente e non di più di come mi amo.
Se io mi giudico, ti giudico. Amo te come amo me. Se il metro con cui mi misuro si chiama « giudizio » (« Questo va bene; questo non va bene; questo si fa così; così non si fa; non dovevi; te l’avevo detto; adesso hai sbagliato; sei sempre il solito; non capisci niente, ecc. »), il metro con cui ti misuro (visto che è lo stesso) si chiamerà « giudizio ».
Se io pretendo da me, pretenderò anche da te. Se io ho molte aspettative su di me (« Devo esser così; non devo fare quello; devo far sempre contenti gli altri; devo riuscire; non posso fallire, ecc. ») di certo avrò molte aspettative su di te. Perché il mio metro è « aspettativa » e va nei due sensi. Credo che gli altri si aspettino molto da me e io mi aspetto molto dagli altri.
Ma vale anche all’inverso. Come amo gli altri amo anche me. Se io sono razzista, di certo odierò (metterò al bando) alcune parti della mia persona (in genere le parti vulnerabili, piccole ed emotive). Se io sono inflessibile con i miei figli, alunni, di certo sarò inflessibile anche con alcuni aspetti miei. Se sono superficiale con gli altri, lo sarò anche verso alcune cose di me che non voglio vedere.
Ama il prossimo tuo come te stesso definisce una semplice verità. E’ un’equazione: l’amore per te è proporzionale all’amore per me e viceversa. Ti amo come mi amo; mi amo come ti amo.

4. Amare in pienezza. Il vangelo parla di « amare con tutto il cuore, l’anima e la mente ». Altrove si aggiunge « con tutte le forze » (Lc 10,27). L’amore cioè, avviene a tutti i livelli, con tutte le parti di noi, altrimenti non è amore.
Amarmi così. Il collega mi dice qualcosa dietro le spalle e la cosa mi ferisce.
Con tutto il cuore. Sento che merito amore e che non sono degno di essere calpestato.
Con tutta la mente. Non faccio pensieri distruttivi su di me: « Me lo merito; sono il solito incapace; nessuno pensa bene di me; forse ha ragione? ».
Con tutte le forze. Agisco in mio favore perché mi amo. Vado da lui e gli chiedo: « Ho sentito che hai detto questo? e questo? è vero? Perché hai detto così? ».
Amarti così. Sento un legame d’amore per te.
Con tutto il cuore. Sento dentro di me quanto sei importante nella mia vita e quanto sei benefico (sentimenti buoni).
Con tutta la mente. Penso bene di te e ti stimo, ti rispetto e voglio il tuo meglio (pensieri buoni).
Con tutte le forze. Ti scrivo, ad es.: « E’ una fortuna che tu ci sia nella mia vita » (azioni buone).
L’amore mente e forze senza cuore diventa volontarismo e azione, amore freddo e senza passione perché non c’è il sentimento.
L’amore mente e cuore senza forze diventa sentimentalismo perché non c’è azione.
L’amore cuore e forze senza mente, diventa istintivo, irrazionale, perché non c’è il pensiero, non c’è consapevolezza e lucidità.
L’amore pieno comprende mente, cuore e forze.

5. E l’amore di Dio?
Nell’Ultimo Giorno Dio, il gran Capo di tutto, ci chiamerà di fronte a Lui: « Si presenti il Tal dei Tali ». E tutti ci presenteremo davanti a Lui. Lui tirerà fuori il suo gran librone dove ci sarà scritto tutto quello che in vita abbiamo fatto e che non abbiamo fatto, ma non lo leggerà affatto.
Poi ci dirà: « Marco? Chiara? Francesco? vuoi vivere per sempre con me? ». E se lo vorrò, io risponderò: « Sì ». E Lui mi dirà: « E allora vivi per sempre con me! ». E sarà una gran festa.
Perché l’amore di Dio è incondizionato: senza condizioni, senza premi, senza meriti. E quando ameremo così, conosceremo il prezzo e la bellezza dell’amore.

Il re amava una ragazza del suo paese, molto povera ma molto molto bella. La ragazza era molto lusingata dal re e dall’incredibile possibilità di diventare la sua regina. Solo che il suo cuore era per il ragazzo suo vicino di casa, di condizione come la sua. Il re la chiamò a palazzo e la trattò come una regina. La donna era lusingata da tanto amore ma il suo volto aveva sempre un velo di tristezza. Qualunque cosa faceva per lei, lei lo accettava ma la tristezza non se ne andava dal suo volto. Il re allora un giorno chiamò il saggio di corte esponendogli la questione. « Sei disposto a tutto, o mio sire, per vederla felice? ». « Sì, a tutto! ». « Lasciala andare, allora! ». Il re non si aspettava questa risposta e ci pensò tutta la notte. La mattina dopo le parlò e lasciò andare? il volto della donna si illuminò. Qualche settimana dopo il re incontrò il saggio e gli disse: « Non ho mai sofferto così tanto, saggio mio, ma non ho mai amato così tanto ».
Pensiero della settimana

Non ti posso amare più di quanto mi amo.
Per vedere quanto amore ti posso dare guardo a quanto so amarmi.
E per vedere quanto amore mi puoi dare guardo a quanto ti ami.

LA STORIA DEL TABERNACOLO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27391?l=italian

LA STORIA DEL TABERNACOLO

ROMA, martedì, 12 luglio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), che apparirà prossimamente sulla rivista formativa Liturgia “culmen et fons”.

* * *
a. La conservazione, l’adorazione e la comunione alla santissima Eucarestia al di fuori della celebrazione del Sacrificio sono sempre state presenti nella prassi liturgica della Chiesa. Questa affermazione oggi potrebbe suscitare una immediata perplessità e reazione. Bisogna allora intendersi bene ed argomentare con precisione. Certamente la custodia pubblica e solenne, come i riti del culto eucaristico (esposizione, benedizione, processioni, ecc.) sono maturati nei secoli ed hanno uno sviluppo storico ben definito. Tuttavia il fatto che l’Eucarestia sia sempre stata conservata, intimamente adorata e frequentemente assunta anche fuori della celebrazione è inconfutabile. Conservazione, adorazione e comunione fuori della Messa, sono, quindi, elementi originali, insiti nelle radici stesse della liturgia e rilevabili nell’esperienza cultuale della Chiesa fino dalle sue prime manifestazioni. La santissima Eucaristia, infatti, veniva consegnata ai diaconi per gli assenti e i fedeli stessi, laici ed eremiti, la portavano con sé nelle loro dimore per cibarsene frequentemente. La custodia eucaristica nasce così nelle case dei cristiani per conservare con circospezione il Sacramento. è evidente che quella cura con la quale conservavano e ricevevano il Pane santo non poteva essere altro che quell’adorazione intima e profonda che già san Paolo esigeva – ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11, 28-29) – e che s. Agostino ribadiva – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo (Enarrationes in Psalmos 98, 9, CCL XXXIX, 1385). Ed ecco che i tre aspetti riserva, adorazione e comunione sono inscindibili in quanto l’uno è finalizzato agli altri: il sacramento è conservato perché con spirito adorante si possa assumere anche ogni giorno.
In analogia con le case anche le chiese dovevano avere un luogo di conservazione dell’Eucaristia, sempre più necessario nella misura in cui veniva a scomparire l’uso domestico. Il luogo veniva chiamato Pastoforio (in Oriente) o Sacrarium (in Occidente) (RIGHETTI, Storia liturgica, Ancora edizione anastatica, 1998, vol. I, p. 546), ed era attiguo al presbiterio. Conservare, adorare e comunicare alla santissima Eucaristia fuori della Messa, quindi, non sono sintomi di una corruzione intervenuta successivamente, ma, nella loro sostanza, sono aspetti connessi alla forma primitiva della celebrazione dei santi Misteri.
b. Nel secondo millennio il SS. Sacramento tende ad uscire dal segreto ed entrare progressivamente nelle chiese in modo pubblico e sempre più solenne. Ne sono testimonianza la piccola capsa, detta Propitiatorium, posta sulla mensa dell’altare o la Colomba eucaristica pendente sopra l’altare. è interessante osservare che, appena il Sacramento esce dalla sacrestia, subito individua l’altare come sua dimora, lì dove è “nato”. Ben presto le esigenze della sicurezza e lo sviluppo crescente del culto eucaristico portarono a forme monumentali, come le edicole eucaristiche, che dovettero di necessità lasciare l’altare per creare un loro spazio architettonico autonomo. Tuttavia il sacramento non rientrò più nel segreto del sacrario, ma iniziò la sua ascesa trionfale, confortata dallo sviluppo del dogma e della spiritualità eucaristica.
c. In seguito al Concilio Tridentino il tabernacolo, già monumentale, non teme di salire sull’altare stesso, quale suo luogo proprio: il tabernacolo, infatti, contiene ontologicamente quel medesimo Mistero vivo e vero che sull’altare si celebra. Se questa fu la norma più diffusa e raccomandata, tuttavia, la Chiesa, almeno nella liturgia pontificale, non volle lasciare l’antico costume, che distingueva l’altare dalla riserva eucaristica. Al contempo si doveva accettare il progresso dogmatico e le forme nuove del culto eucaristico, che imponevano ormai una custodia pubblica, visibile e solenne della SS. Eucaristia. In tal modo, nelle cattedrali e nelle collegiate, si eresse la cappella del SS. Sacramento che, pur distinta dalla navata ne era collegata e con la sua preziosità e sacralità veniva ad essere il Sancta sanctorum della chiesa stessa.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA STUDI |on 13 juillet, 2011 |Pas de commentaires »
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