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BENEDETTO XVI – L’ANNO DELLA FEDE. COME PARLARE DI DIO? (2012)

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BENEDETTO XVI – L’ANNO DELLA FEDE. COME PARLARE DI DIO? (2012)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 28 novembre 2012

Cari fratelli e sorelle,

La domanda centrale che oggi ci poniamo è la seguente: come parlare di Dio nel nostro tempo? Come comunicare il Vangelo, per aprire strade alla sua verità salvifica nei cuori spesso chiusi dei nostri contemporanei e nelle loro menti talvolta distratte dai tanti bagliori della società? Gesù stesso, ci dicono gli Evangelisti, nell’annunciare il Regno di Dio si è interrogato su questo: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?» (Mc 4,30). Come parlare di Dio oggi? La prima risposta è che noi possiamo parlare di Dio, perché Egli ha parlato con noi. La prima condizione del parlare di Dio è quindi l’ascolto di quanto ha detto Dio stesso. Dio ha parlato con noi! Dio non è quindi una ipotesi lontana sull’origine del mondo; non è una intelligenza matematica molto lontana da noi. Dio si interessa a noi, ci ama, è entrato personalmente nella realtà della nostra storia, si è autocomunicato fino ad incarnarsi. Quindi, Dio è una realtà della nostra vita, è così grande che ha anche tempo per noi, si occupa di noi. In Gesù di Nazaret noi incontriamo il volto di Dio, che è sceso dal suo Cielo per immergersi nel mondo degli uomini, nel nostro mondo, ed insegnare l’«arte di vivere», la strada della felicità; per liberarci dal peccato e renderci figli di Dio (cfrEf 1,5; Rm 8,14). Gesù è venuto per salvarci e mostrarci la vita buona del Vangelo.
Parlare di Dio vuol dire anzitutto avere ben chiaro ciò che dobbiamo portare agli uomini e alle donne del nostro tempo: non un Dio astratto, una ipotesi, ma un Dio concreto, un Dio che esiste, che è entrato nella storia ed è presente nella storia; il Dio di Gesù Cristo come risposta alla domanda fondamentale del perché e del come vivere. Per questo, parlare di Dio richiede una familiarità con Gesù e il suo Vangelo, suppone una nostra personale e reale conoscenza di Dio e una forte passione per il suo progetto di salvezza, senza cedere alla tentazione del successo, ma seguendo il metodo di Dio stesso. Il metodo di Dio è quello dell’umiltà – Dio si fa uno di noi – è il metodo realizzato nell’Incarnazione nella semplice casa di Nazaret e nella grotta di Betlemme, quello della parabola del granellino di senape. Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare nel lievito che penetra nella pasta e lentamente la fa crescere (cfr Mt 13,33). Nel parlare di Dio, nell’opera di evangelizzazione, sotto la guida dello Spirito Santo, è necessario un recupero di semplicità, un ritornare all’essenziale dell’annuncio: la Buona Notizia di un Dio che è reale e concreto, un Dio che si interessa di noi, un Dio-Amore che si fa vicino a noi in Gesù Cristo fino alla Croce e che nella Risurrezione ci dona la speranza e ci apre ad una vita che non ha fine, la vita eterna, la vita vera. Quell’eccezionale comunicatore che fu l’apostolo Paolo ci offre una lezione che va proprio al centro della fede del problema “come parlare di Dio” con grande semplicità. Nella Prima Lettera ai Corinzi scrive: «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (2,1-2). Quindi la prima realtà è che Paolo non parla di una filosofia che lui ha sviluppato, non parla di idee che ha trovato altrove o inventato, ma parla di una realtà della sua vita, parla del Dio che è entrato nella sua vita, parla di un Dio reale che vive, ha parlato con lui e parlerà con noi, parla del Cristo crocifisso e risorto. La seconda realtà è che Paolo non cerca se stesso, non vuole crearsi una squadra di ammiratori, non vuole entrare nella storia come capo di una scuola di grandi conoscenze, non cerca se stesso, ma San Paolo annuncia Cristo e vuole guadagnare le persone per il Dio vero e reale. Paolo parla solo con il desiderio di voler predicare quello che è entrato nella sua vita e che è la vera vita, che lo ha conquistato sulla via di Damasco. Quindi, parlare di Dio vuol dire dare spazio a Colui che ce lo fa conoscere, che ci rivela il suo volto di amore; vuol dire espropriare il proprio io offrendolo a Cristo, nella consapevolezza che non siamo noi a poter guadagnare gli altri a Dio, ma dobbiamo attenderli da Dio stesso, invocarli da Lui. Il parlare di Dio nasce quindi dall’ascolto, dalla nostra conoscenza di Dio che si realizza nella familiarità con Lui, nella vita della preghiera e secondo i Comandamenti.
Comunicare la fede, per san Paolo, non significa portare se stesso, ma dire apertamente e pubblicamente quello che ha visto e sentito nell’incontro con Cristo, quanto ha sperimentato nella sua esistenza ormai trasformata da quell’incontro: è portare quel Gesù che sente presente in sé ed è diventato il vero orientamento della sua vita, per far capire a tutti che Egli è necessario per il mondo ed è decisivo per la libertà di ogni uomo. L’Apostolo non si accontenta di proclamare delle parole, ma coinvolge tutta la propria esistenza nella grande opera della fede. Per parlare di Dio, bisogna fargli spazio, nella fiducia che è Lui che agisce nella nostra debolezza: fargli spazio senza paura, con semplicità e gioia, nella convinzione profonda che quanto più mettiamo al centro Lui e non noi, tanto più la nostra comunicazione sarà fruttuosa. E questo vale anche per le comunità cristiane: esse sono chiamate a mostrare l’azione trasformante della grazia di Dio, superando individualismi, chiusure, egoismi, indifferenza e vivendo nei rapporti quotidiani l’amore di Dio. Domandiamoci se sono veramente così le nostre comunità. Dobbiamo metterci in moto per divenire sempre e realmente così, annunciatori di Cristo e non di noi stessi.
A questo punto dobbiamo domandarci come comunicava Gesù stesso. Gesù nella sua unicità parla del suo Padre – Abbà – e del Regno di Dio, con lo sguardo pieno di compassione per i disagi e le difficoltà dell’esistenza umana. Parla con grande realismo e, direi, l’essenziale dell’annuncio di Gesù è che rende trasparente il mondo e la nostra vita vale per Dio. Gesù mostra che nel mondo e nella creazione traspare il volto di Dio e ci mostra come nelle storie quotidiane della nostra vita Dio è presente. Sia nelle parabole della natura, il grano di senapa, il campo con diversi semi, o nella vita nostra, pensiamo alla parabola del figlio prodigo, di Lazzaro e ad altre parabole di Gesù. Dai Vangeli noi vediamo come Gesù si interessa di ogni situazione umana che incontra, si immerge nella realtà degli uomini e delle donne del suo tempo, con una fiducia piena nell’aiuto del Padre. E che realmente in questa storia, nascostamente, Dio è presente e se siamo attenti possiamo incontrarlo. E i discepoli, che vivono con Gesù, le folle che lo incontrano, vedono la sua reazione ai problemi più disparati, vedono come parla, come si comporta; vedono in Lui l’azione dello Spirito Santo, l’azione di Dio. In Lui annuncio e vita si intrecciano: Gesù agisce e insegna, partendo sempre da un intimo rapporto con Dio Padre. Questo stile diventa un’indicazione essenziale per noi cristiani: il nostro modo di vivere nella fede e nella carità diventa un parlare di Dio nell’oggi, perché mostra con un’esistenza vissuta in Cristo la credibilità, il realismo di quello che diciamo con le parole, che non sono solo parole, ma mostrano la realtà, la vera realtà. E in questo dobbiamo essere attenti a cogliere i segni dei tempi nella nostra epoca, ad individuare cioè le potenzialità, i desideri, gli ostacoli che si incontrano nella cultura attuale, in particolare il desiderio di autenticità, l’anelito alla trascendenza, la sensibilità per la salvaguardia del creato, e comunicare senza timore la risposta che offre la fede in Dio. L’Anno della fede è occasione per scoprire, con la fantasia animata dallo Spirito Santo, nuovi percorsi a livello personale e comunitario, affinché in ogni luogo la forza del Vangelo sia sapienza di vita e orientamento dell’esistenza.
Anche nel nostro tempo, un luogo privilegiato per parlare di Dio è la famiglia, la prima scuola per comunicare la fede alle nuove generazioni. Il Concilio Vaticano II parla dei genitori come dei primi messaggeri di Dio (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 11; Decr. Apostolicam actuositatem, 11), chiamati a riscoprire questa loro missione, assumendosi la responsabilità nell’educare, nell’aprire le coscienze dei piccoli all’amore di Dio come un servizio fondamentale alla loro vita, nell’essere i primi catechisti e maestri della fede per i loro figli. E in questo compito è importante anzitutto la vigilanza, che significa saper cogliere le occasioni favorevoli per introdurre in famiglia il discorso di fede e per far maturare una riflessione critica rispetto ai numerosi condizionamenti a cui sono sottoposti i figli. Questa attenzione dei genitori è anche sensibilità nel recepire le possibili domande religiose presenti nell’animo dei figli, a volte evidenti, a volte nascoste. Poi, la gioia: la comunicazione della fede deve sempre avere una tonalità di gioia. E’ la gioia pasquale, che non tace o nasconde le realtà del dolore, della sofferenza, della fatica, della difficoltà, dell’incomprensione e della stessa morte, ma sa offrire i criteri per interpretare tutto nella prospettiva della speranza cristiana. La vita buona del Vangelo è proprio questo sguardo nuovo, questa capacità di vedere con gli occhi stessi di Dio ogni situazione. È importante aiutare tutti i membri della famiglia a comprendere che la fede non è un peso, ma una fonte di gioia profonda, è percepire l’azione di Dio, riconoscere la presenza del bene, che non fa rumore; ed offre orientamenti preziosi per vivere bene la propria esistenza. Infine, la capacità di ascolto e di dialogo: la famiglia deve essere un ambiente in cui si impara a stare insieme, a ricomporre i contrasti nel dialogo reciproco, che è fatto di ascolto e di parola, a comprendersi e ad amarsi, per essere un segno, l’uno per l’altro, dell’amore misericordioso di Dio.
Parlare di Dio, quindi, vuol dire far comprendere con la parola e con la vita che Dio non è il concorrente della nostra esistenza, ma piuttosto ne è il vero garante, il garante della grandezza della persona umana. Così ritorniamo all’inizio: parlare di Dio è comunicare, con forza e semplicità, con la parola e con la vita, ciò che è essenziale: il Dio di Gesù Cristo, quel Dio che ci ha mostrato un amore così grande da incarnarsi, morire e risorgere per noi; quel Dio che chiede di seguirlo e lasciarsi trasformare dal suo immenso amore per rinnovare la nostra vita e le nostre relazioni; quel Dio che ci ha donato la Chiesa, per camminare insieme e, attraverso la Parola e i Sacramenti, rinnovare l’intera Città degli uomini, affinché possa diventare Città di Dio.

BENEDETTO XVI – L’ANNO DELLA FEDE. LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 21 novembre 2012

L’ANNO DELLA FEDE. LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO

Cari fratelli e sorelle,

avanziamo in quest’Anno della fede, portando nel nostro cuore la speranza di riscoprire quanta gioia c’è nel credere e di ritrovare l’entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede. Queste verità non sono un semplice messaggio su Dio, una particolare informazione su di Lui. Esprimono invece l’evento dell’incontro di Dio con gli uomini, incontro salvifico e liberante, che realizza le aspirazioni più profonde dell’uomo, i suoi aneliti di pace, di fraternità, di amore. La fede porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo. Accade così che, mentre Dio si rivela e si lascia conoscere, l’uomo viene a sapere chi è Dio e, conoscendolo, scopre se stesso, la propria origine, il proprio destino, la grandezza e la dignità della vita umana. La fede permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere”, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, vincendo la solitudine che rende tristi. Questa conoscenza di Dio attraverso la fede non è perciò solo intellettuale, ma vitale. E’ la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze. La conoscenza di Dio è perciò esperienza di fede e implica, nel contempo, un cammino intellettuale e morale: toccati nel profondo dalla presenza dello Spirito di Gesù in noi, superiamo gli orizzonti dei nostri egoismi e ci apriamo ai veri valori dell’esistenza. Oggi in questa catechesi vorrei soffermarmi sulla ragionevolezza della fede in Dio. La tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione. Credo quia absurdum (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica. Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero. Il mistero, a sua volta, non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa. Così come quando gli occhi dell’uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce? La fede permette di guardare il «sole», Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all’uomo, si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione (cfr Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 13). Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e a mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E’ falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato. Sant’Agostino, prima della sua conversione, cerca con tanta inquietudine la verità, attraverso tutte le filosofie disponibili, trovandole tutte insoddisfacenti. La sua faticosa ricerca razionale è per lui una significativa pedagogia per l’incontro con la Verità di Cristo. Quando dice: «comprendi per credere e credi per comprendere» (Discorso 43, 9: PL 38, 258), è come se raccontasse la propria esperienza di vita. Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero. Sant’Agostino, insieme a tanti altri autori cristiani, è testimone di una fede che si esercita con la ragione, che pensa e invita a pensare. Su questa scia, Sant’Anselmo dirà nel suo Proslogion che la fede cattolica è fides quaerens intellectum, dove il cercare l’intelligenza è atto interiore al credere. Sarà soprattutto San Tommaso d’Aquino – forte di questa tradizione – a confrontarsi con la ragione dei filosofi, mostrando quanta nuova feconda vitalità razionale deriva al pensiero umano dall’innesto dei principi e delle verità della fede cristiana. La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana. Il Concilio Vaticano I, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, ha affermato che la ragione è in grado di conoscere con certezza l’esistenza di Dio attraverso la via della creazione, mentre solo alla fede appartiene la possibilità di conoscere «facilmente, con assoluta certezza e senza errore» (DS 3005) le verità che riguardano Dio, alla luce della grazia. La conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione. Il Beato Papa Giovanni Paolo II, infatti, nell’Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: «La ragione dell’uomo non si annulla né si avvilisce dando l’assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole» (n. 43). Nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé. Questa dottrina è facilmente riconoscibile in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sostiene, come abbiamo sentito: «Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,22-23). Dio, infatti, ha salvato il mondo non con un atto di potenza, ma mediante l’umiliazione del suo Figlio unigenito: secondo i parametri umani, l’insolita modalità attuata da Dio stride con le esigenze della sapienza greca. Eppure, la Croce di Cristo ha una sua ragione, che San Paolo chiama: ho lògos tou staurou, “la parola della croce” (1 Cor 1,18). Qui, il termine lògos indica tanto la parola quanto la ragione e, se allude alla parola, è perché esprime verbalmente ciò che la ragione elabora. Dunque, Paolo vede nella Croce non un avvenimento irrazionale, ma un fatto salvifico che possiede una propria ragionevolezza riconoscibile alla luce della fede. Allo stesso tempo, egli ha talmente fiducia nella ragione umana, al punto da meravigliarsi per il fatto che molti, pur vedendo le opere compiute da Dio, si ostinano a non credere in Lui. Dice nella Lettera ai Romani: «Infatti le … perfezioni invisibili [di Dio], ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (1,20). Così, anche S. Pietro esorta i cristiani della diaspora ad adorare «il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). In un clima di persecuzione e di forte esigenza di testimoniare la fede, ai credenti viene chiesto di giustificare con motivazioni fondate la loro adesione alla parola del Vangelo, di dare la ragione della nostra speranza. Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere, si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che – opponendosi al progetto originario di Dio – possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno. Ecco perché è decisivo per l’uomo aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo. Nel Vangelo viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica «grammatica» dell’uomo e di tutta la realtà. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La verità di Dio è la sua sapienza che regge l’ordine della creazione e del governo del mondo. Dio che, da solo, «ha fatto cielo e terra» (Sal 115,15), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella relazione con lui» (n. 216). Confidiamo allora che il nostro impegno nell’ evangelizzazione aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell’esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell’Eternità beata.

«La fede è fondamento delle cose…» – nell’anno della fede cosa dice la Scrittura

http://www.stpauls.it/vita/1307vp/bibbia-anno-della-fede.htm

LA BIBBIA NELL’ANNO DELLA FEDE: COSA DICE LA SCRITTURA

«La fede è fondamento delle cose…»

di Antonio Pitta

«Sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede» (Benedetto XVI, Porta fidei 13). Ovviamente ripartendo da capo, cioè dalla Sacra Scrittura, vista nell’attualizzazione dei nostri giorni e dei luoghi della vita…
Così prosegue la proposizione posta nel titolo: «…che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1b). La bella definizione introduce il più ampio elogio della fede nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Per questo nella lettera apostolica Porta fidei, Benedetto XVI ha scelto il leitmotiv che cadenza il capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei per introdurre l’Anno della fede. La catena ininterrotta dell’espressione « per fede… », che attraversa la storia della salvezza – da Abele sino ai martiri del periodo maccabaico – prosegue nella vita di Maria, degli apostoli, dei discepoli e di ogni credente del XXI secolo: «Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia» (PF 13). La storia della salvezza è un moto perpetuo o un costante pellegrinaggio della fede di uomini e donne che percorrono il loro esodo per raggiungere «colui che si trova all’origine e a compimento della fede» (Eb 12,2): Gesù Cristo, il sommo ed eterno sacerdote, divenuto tale per la fedeltà a Dio e la compassione verso gli uomini. Sono sufficienti questi accenni nella Lettera agli Ebrei e nel resto della Sacra Scrittura per rendersi conto che tale cognizione della fede è ben diversa dalla nostra e che, mediante la frequentazione della parola di Dio e la catechesi dovremmo assumere una nuova visione della fede. Cerchiamo allora di delineare come la fede che attraversa nell’Antico e nel Nuovo Testamento interpella il nostro modo di viverla e d’intenderla.

La fede della Scrittura e noi
Per quanti provengono dal patrimonio culturale occidentale la fede corrisponde alla convinzione personale e alla persuasione che scaturisce dall’adesione ad alcuni contenuti. Nel greco profano il termine pístis equivale principalmente a « convinzione » e a « persuasione ». Chi invece proviene dall’ambiente semitico sposta la percezione della fede verso le dinamiche che nascono dall’incontro con l’altro. Modello e padre della fede è Abramo che «credette a Dio e gli fu accreditato per la giustizia» (Gen 15,6). Prima di Abramo la Sacra Scrittura non accenna alla fede perché questa nasce in occasione della prima alleanza nella storia della salvezza.
Consequenziale è il diverso codice della fede: se per un occidentale la fede si relaziona a un insieme di cognizioni, per un orientale si radica in eventi che la manifestano e la rendono credibile. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei illustra la fede mediante le scansioni della storia della salvezza, cadenzata dalla testimonianza sino all’effusione del sangue. Una fede storica – nel senso che trova riscontri nelle vicende umane – è quanto accompagna le coordinate della fede ebraico-cristiana. Senza il suo radicamento storico, la fede rischia di non trovare testimoni che l’hanno vissuta nel passato prossimo e remoto.
La terza disparità concerne l’ambito della fede. Per un occidentale, la fede è anzitutto soggettiva, nel senso che ognuno la esprime in dipendenza delle proprie convinzioni. Al contrario per chi si abitua a frequentare la Sacra Scrittura è l’incontro con l’altro che si trova al centro della fede. Per questo la fede non è mai soltanto « mia » che non sia, nello stesso tempo, « nostra » e « vostra » dei credenti. In questo tratto la fede veicola un imprescindibile orizzonte ecclesiale ed è liberata da forme di arbitrio e di soggettivismo improduttive, tipiche di alcune nazioni europee, compresa l’Italia.
Una quarta dissonanza sulla fede concerne la sua origine: a una fede che nasce dalla volontà e dall’adesione del soggetto fa da contraltare una fede che nasce dall’ascolto e dalla relazione con la parola di Dio. Su questo versante è esemplare il percorso della fede delineato da Paolo nella Lettera ai Romani: «La fede nasce dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo » (Rm 10,17). Il contesto dell’affermazione spiega bene che « la parola di Cristo » non è altro che la parola di Dio, contenuta nella Sacra Scrittura: una Parola letta, creduta e vissuta mediante la relazione con Cristo.
Che il paradigma della fede nella Sacra Scrittura sia diverso dal nostro risalta anche per il rapporto con i suoi contenuti. Spesso riteniamo che sia sufficiente la conoscenza della verità perché si pervenga alla risposta umana della fede. In realtà perché s’innesti l’adesione della fede è insufficiente la conoscenza della verità, pur salvaguardandone l’importanza giacché è inconcepibile una fede nella menzogna. Tuttavia è necessaria la prossimità della verità e la sua capacità di arricchire quanti la cercano. Sotto questa più ampia cognizione si trova la fede intesa come « fedeltà », « affidabilità » e « credibilità »: è in gioco la ‘emunah e l’amen che declina in modo inscindibile verità e fedeltà. Per questo Gesù è non soltanto « la Verità », ma anche « la Via e la Vita » (cf Gv 14,6). Egli è la Verità che conduce, in quanto Via, alla fede;dona, in quanto Vita, la fede. Tuttavia perché la Verità raggiunga la condizione concreta di ogni persona, è necessario il dono dello Spirito che conduce alla Verità nella sua interezza (cf Gv 16,13).
Un’ultima distonia merita di essere segnalata poiché presenta notevoli ricadute dal versante pastorale. In contrasto con una fede intesa come semplice risposta dell’uomo a Dio, si delinea una che è e resta dono e grazia di Dio: dall’inizio alla fine. Forse è la barriera più massiccia e difficile da abbattere, ma che nella storia del cristianesimo ha procurato molti fraintendimenti. Prima e più che una virtù, la fede è una condizione che nasce dalla grazia; e come tale ha bisogno di restare, anche quando è convinta ed è vista come risposta del cuore umano.

Dalla professione alla confessione della fede
Se la fede si verifica dalle opere e non soltanto dalla sua espressione verbale, come sottolinea Giacomo (cf 2,14-26), le conseguenze di una fede così ripensata riguardano soprattutto la sua relazione con l’obbedienza, il suo prodursi nell’amore e la sua permanenza nella speranza. Anzitutto dall’ascolto della parola di Dio e/o di Cristo la fede si trasforma in obbedienza qualificata dalla fede (cf Rm 16,26). E anche su questo versante è opportuno precisare che l’obbedienza della fede non è mai soltanto di uno dei partner coinvolti, ma è sempre di entrambi: dell’uomo disponibile all’ascolto della Parola fedele di Dio e di questi in costante ricerca di coloro che ama. Tuttavia per cogliere questa dimensione bilaterale dell’ascolto obbediente è necessario abbandonare una visione statica e astratta di Dio e porsi in sintonia con il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. A sua volta, Paolo spiega bene che la fede autentica non è disancorata dall’amore, poiché da una parte «la fede è operante nell’amore» (cf Gal 5,6) e, dall’altra, l’amore «tutto crede» (cf 1Cor 13,7), non nel senso credulone dell’espressione, bensì perché è, di fatto, inconcepibile amare senza una reciproca fiducia. Quando la fiducia viene a mancare, l’amore si dilegua! Infine naturale è la capacità della fede di approdare nella speranza: sia per quella contingente e quotidiana, sia verso quella finale. Chi ha incontrato il Signore, all’inizio dell’esperienza della fede, non può che desiderare nuovamente d’incontrarlo per restare sempre con lui: «Secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla resterò deluso » (Fil 1,20). Questo è il banco di prova più decisivo della fede e che, purtroppo, dimentichiamo a più livelli: dall’omiletica alla catechesi.
La bimillenaria storia del cristianesimo rischia di affievolire e spesso demitizza l’orizzonte escatologico della fede, relegandola nel presente della vita personale e comunitaria. Una delle invocazioni più brevi ed essenziali della fede – maranatha – nel duplice significato di «il Signore viene» (cf 1Cor 16,22) e «vieni Signore Gesù» (cf Ap 22,20) lo ricorda ogniqualvolta partecipiamo alla frazione del pane o al pasto del Signore. Non è casuale che l’ultima icona dell’Apocalisse di Giovanni si concentri sull’invocazione che lo Spirito e la sposa (la Chiesa) rivolgono al Risorto: «Vieni Signore Gesù». Nuovamente è lo Spirito che trasforma i credenti in testimoni e la loro professione in confessione della fede. Se la professione può essere comunicata senza coinvolgimento personale, soltanto la confessione della fede è tale poiché coinvolge la bocca e il cuore (cf Rm 10,9-10), la parola e la mente, la contemplazione e l’azione. L’elogio della fede da cui siamo partiti, nella breve riflessione, inizia con l’accenno alle cose che si sperano e si chiude con la plastica metafora della corsa agonistica negli stadi: «Anche noi, dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1). Fondata sulla storia e sul sostegno dei testimoni del passato e del presente, la fede non ha tempo per forme di nostalgia, ma corre verso la mèta dell’incontro con il Signore, sospinta com’è dalla sua fedeltà.

Antonio Pitta
ordinario di Nuovo Testamento
presso la Pontificia università
lateranense, Roma

Vita Pastorale n. 7 luglio 2013

Publié dans:ANNO DELLA FEDE, Lettera agli Ebrei |on 17 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

«LA FEDE È FONDAMENTO DELLE COSE…» LA BIBBIA NELL’ANNO DELLA FEDE

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LA BIBBIA NELL’ANNO DELLA FEDE: COSA DICE LA SCRITTURA

«LA FEDE È FONDAMENTO DELLE COSE…»

di Antonio Pitta

«Sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede» (Benedetto XVI, Porta fidei 13). Ovviamente ripartendo da capo, cioè dalla Sacra Scrittura, vista nell’attualizzazione dei nostri giorni e dei luoghi della vita…
Così prosegue la proposizione posta nel titolo: «…che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1b). La bella definizione introduce il più ampio elogio della fede nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Per questo nella lettera apostolica Porta fidei, Benedetto XVI ha scelto il leitmotiv che cadenza il capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei per introdurre l’Anno della fede. La catena ininterrotta dell’espressione « per fede… », che attraversa la storia della salvezza – da Abele sino ai martiri del periodo maccabaico – prosegue nella vita di Maria, degli apostoli, dei discepoli e di ogni credente del XXI secolo: «Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia» (PF 13). La storia della salvezza è un moto perpetuo o un costante pellegrinaggio della fede di uomini e donne che percorrono il loro esodo per raggiungere «colui che si trova all’origine e a compimento della fede» (Eb 12,2): Gesù Cristo, il sommo ed eterno sacerdote, divenuto tale per la fedeltà a Dio e la compassione verso gli uomini. Sono sufficienti questi accenni nella Lettera agli Ebrei e nel resto della Sacra Scrittura per rendersi conto che tale cognizione della fede è ben diversa dalla nostra e che, mediante la frequentazione della parola di Dio e la catechesi dovremmo assumere una nuova visione della fede. Cerchiamo allora di delineare come la fede che attraversa nell’Antico e nel Nuovo Testamento interpella il nostro modo di viverla e d’intenderla.

La fede della Scrittura e noi
Per quanti provengono dal patrimonio culturale occidentale la fede corrisponde alla convinzione personale e alla persuasione che scaturisce dall’adesione ad alcuni contenuti. Nel greco profano il termine pístis equivale principalmente a « convinzione » e a « persuasione ». Chi invece proviene dall’ambiente semitico sposta la percezione della fede verso le dinamiche che nascono dall’incontro con l’altro. Modello e padre della fede è Abramo che «credette a Dio e gli fu accreditato per la giustizia» (Gen 15,6). Prima di Abramo la Sacra Scrittura non accenna alla fede perché questa nasce in occasione della prima alleanza nella storia della salvezza.
Consequenziale è il diverso codice della fede: se per un occidentale la fede si relaziona a un insieme di cognizioni, per un orientale si radica in eventi che la manifestano e la rendono credibile. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei illustra la fede mediante le scansioni della storia della salvezza, cadenzata dalla testimonianza sino all’effusione del sangue. Una fede storica – nel senso che trova riscontri nelle vicende umane – è quanto accompagna le coordinate della fede ebraico-cristiana. Senza il suo radicamento storico, la fede rischia di non trovare testimoni che l’hanno vissuta nel passato prossimo e remoto.
La terza disparità concerne l’ambito della fede. Per un occidentale, la fede è anzitutto soggettiva, nel senso che ognuno la esprime in dipendenza delle proprie convinzioni. Al contrario per chi si abitua a frequentare la Sacra Scrittura è l’incontro con l’altro che si trova al centro della fede. Per questo la fede non è mai soltanto « mia » che non sia, nello stesso tempo, « nostra » e « vostra » dei credenti. In questo tratto la fede veicola un imprescindibile orizzonte ecclesiale ed è liberata da forme di arbitrio e di soggettivismo improduttive, tipiche di alcune nazioni europee, compresa l’Italia.
Una quarta dissonanza sulla fede concerne la sua origine: a una fede che nasce dalla volontà e dall’adesione del soggetto fa da contraltare una fede che nasce dall’ascolto e dalla relazione con la parola di Dio. Su questo versante è esemplare il percorso della fede delineato da Paolo nella Lettera ai Romani: «La fede nasce dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo » (Rm 10,17). Il contesto dell’affermazione spiega bene che « la parola di Cristo » non è altro che la parola di Dio, contenuta nella Sacra Scrittura: una Parola letta, creduta e vissuta mediante la relazione con Cristo.
Che il paradigma della fede nella Sacra Scrittura sia diverso dal nostro risalta anche per il rapporto con i suoi contenuti. Spesso riteniamo che sia sufficiente la conoscenza della verità perché si pervenga alla risposta umana della fede. In realtà perché s’innesti l’adesione della fede è insufficiente la conoscenza della verità, pur salvaguardandone l’importanza giacché è inconcepibile una fede nella menzogna. Tuttavia è necessaria la prossimità della verità e la sua capacità di arricchire quanti la cercano. Sotto questa più ampia cognizione si trova la fede intesa come « fedeltà », « affidabilità » e « credibilità »: è in gioco la ‘emunah e l’amen che declina in modo inscindibile verità e fedeltà. Per questo Gesù è non soltanto « la Verità », ma anche « la Via e la Vita » (cf Gv 14,6). Egli è la Verità che conduce, in quanto Via, alla fede;dona, in quanto Vita, la fede. Tuttavia perché la Verità raggiunga la condizione concreta di ogni persona, è necessario il dono dello Spirito che conduce alla Verità nella sua interezza (cf Gv 16,13).
Un’ultima distonia merita di essere segnalata poiché presenta notevoli ricadute dal versante pastorale. In contrasto con una fede intesa come semplice risposta dell’uomo a Dio, si delinea una che è e resta dono e grazia di Dio: dall’inizio alla fine. Forse è la barriera più massiccia e difficile da abbattere, ma che nella storia del cristianesimo ha procurato molti fraintendimenti. Prima e più che una virtù, la fede è una condizione che nasce dalla grazia; e come tale ha bisogno di restare, anche quando è convinta ed è vista come risposta del cuore umano.

Dalla professione alla confessione della fede
Se la fede si verifica dalle opere e non soltanto dalla sua espressione verbale, come sottolinea Giacomo (cf 2,14-26), le conseguenze di una fede così ripensata riguardano soprattutto la sua relazione con l’obbedienza, il suo prodursi nell’amore e la sua permanenza nella speranza. Anzitutto dall’ascolto della parola di Dio e/o di Cristo la fede si trasforma in obbedienza qualificata dalla fede (cf Rm 16,26). E anche su questo versante è opportuno precisare che l’obbedienza della fede non è mai soltanto di uno dei partner coinvolti, ma è sempre di entrambi: dell’uomo disponibile all’ascolto della Parola fedele di Dio e di questi in costante ricerca di coloro che ama. Tuttavia per cogliere questa dimensione bilaterale dell’ascolto obbediente è necessario abbandonare una visione statica e astratta di Dio e porsi in sintonia con il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. A sua volta, Paolo spiega bene che la fede autentica non è disancorata dall’amore, poiché da una parte «la fede è operante nell’amore» (cf Gal 5,6) e, dall’altra, l’amore «tutto crede» (cf 1Cor 13,7), non nel senso credulone dell’espressione, bensì perché è, di fatto, inconcepibile amare senza una reciproca fiducia. Quando la fiducia viene a mancare, l’amore si dilegua! Infine naturale è la capacità della fede di approdare nella speranza: sia per quella contingente e quotidiana, sia verso quella finale. Chi ha incontrato il Signore, all’inizio dell’esperienza della fede, non può che desiderare nuovamente d’incontrarlo per restare sempre con lui: «Secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla resterò deluso » (Fil 1,20). Questo è il banco di prova più decisivo della fede e che, purtroppo, dimentichiamo a più livelli: dall’omiletica alla catechesi.
La bimillenaria storia del cristianesimo rischia di affievolire e spesso demitizza l’orizzonte escatologico della fede, relegandola nel presente della vita personale e comunitaria. Una delle invocazioni più brevi ed essenziali della fede – maranatha – nel duplice significato di «il Signore viene» (cf 1Cor 16,22) e «vieni Signore Gesù» (cf Ap 22,20) lo ricorda ogniqualvolta partecipiamo alla frazione del pane o al pasto del Signore. Non è casuale che l’ultima icona dell’Apocalisse di Giovanni si concentri sull’invocazione che lo Spirito e la sposa (la Chiesa) rivolgono al Risorto: «Vieni Signore Gesù». Nuovamente è lo Spirito che trasforma i credenti in testimoni e la loro professione in confessione della fede. Se la professione può essere comunicata senza coinvolgimento personale, soltanto la confessione della fede è tale poiché coinvolge la bocca e il cuore (cf Rm 10,9-10), la parola e la mente, la contemplazione e l’azione. L’elogio della fede da cui siamo partiti, nella breve riflessione, inizia con l’accenno alle cose che si sperano e si chiude con la plastica metafora della corsa agonistica negli stadi: «Anche noi, dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1). Fondata sulla storia e sul sostegno dei testimoni del passato e del presente, la fede non ha tempo per forme di nostalgia, ma corre verso la mèta dell’incontro con il Signore, sospinta com’è dalla sua fedeltà.

Antonio Pitta
ordinario di Nuovo Testamento
presso la Pontificia università
lateranense, Roma

Vita Pastorale n. 7 luglio 2013- Home Page

FEDE È FARE MEMORIA DELL’AGIRE DI DIO NELLA STORIA DELL’UOMO (Benedetto XVI) 2012

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FEDE È FARE MEMORIA DELL’AGIRE DI DIO NELLA STORIA DELL’UOMO

(Benedetto XVI) 2012

La storia di Israele insegna che è un “imperativo” per chi crede fare “memoria vivente” degli eventi che costituiscono la storia della salvezza. Lo ha affermato Benedetto XVI nella catechesi svolta questa mattina in Aula Paolo VI. Una memoria, ha proseguito, che per i cristiani ha il suo fulcro iniziale nell’Incarnazione di Gesù.

L’Anno della Fede. Le tappe della Rivelazione

Cari fratelli e sorelle,
nella scorsa catechesi ho parlato della Rivelazione di Dio, come comunicazione che Egli fa di Se stesso e del suo disegno di benevolenza e di amore. Questa Rivelazione di Dio si inserisce nel tempo e nella storia degli uomini: storia che diventa «il luogo in cui possiamo costatare l’agire di Dio a favore dell’umanità. Egli ci raggiunge in ciò che per noi è più familiare, e facile da verificare, perché costituisce il nostro contesto quotidiano, senza il quale non riusciremmo a comprenderci» (Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, 12).
L’evangelista san Marco – come abbiamo sentito – riporta, in termini chiari e sintetici, i momenti iniziali della predicazione di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Ciò che illumina e dà senso pieno alla storia del mondo e dell’uomo inizia a brillare nella grotta di Betlemme; è il Mistero che contempleremo tra poco nel Natale: la salvezza che si realizza in Gesù Cristo. In Gesù di Nazaret Dio manifesta il suo volto e chiede la decisione dell’uomo di riconoscerlo e di seguirlo. Il rivelarsi di Dio nella storia per entrare in rapporto di dialogo d’amore con l’uomo, dona un nuovo senso all’intero cammino umano. La storia non è un semplice succedersi di secoli, di anni, di giorni, ma è il tempo di una presenza che le dona pieno significato e la apre ad una solida speranza.
Dove possiamo leggere le tappe di questa Rivelazione di Dio? La Sacra Scrittura è il luogo privilegiato per scoprire gli eventi di questo cammino, e vorrei – ancora una volta – invitare tutti, in questo Anno della fede, a prendere in mano più spesso la Bibbia per leggerla e meditarla e a prestare maggiore attenzione alle Letture della Messa domenicale; tutto ciò costituisce un alimento prezioso per la nostra fede.
Leggendo l’Antico Testamento possiamo vedere come gli interventi di Dio nella storia del popolo che si è scelto e con cui stringe alleanza non sono fatti che passano e cadono nella dimenticanza, ma diventano “memoria”, costituiscono insieme la “storia della salvezza”, mantenuta viva nella coscienza del popolo d’Israele attraverso la celebrazione degli avvenimenti salvifici. Così, nel Libro dell’Esodo il Signore indica a Mosè di celebrare il grande momento della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, la Pasqua ebraica, con queste parole: «Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne» (12,14). Per l’intero popolo d’Israele ricordare ciò che Dio ha operato diventa una sorta di imperativo costante perché il trascorrere del tempo sia segnato dalla memoria vivente degli eventi passati, che così formano, giorno per giorno, di nuovo la storia e rimangono presenti. Nel Libro del Deuteronomio, Mosè si rivolge al popolo dicendo: «Guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (4,9). E così dice anche a noi: «Guardati bene dal dimenticare le cose che Dio ha fatto con noi». La fede è alimentata dalla scoperta e dalla memoria del Dio sempre fedele, che guida la storia e che costituisce il fondamento sicuro e stabile su cui poggiare la propria vita. Anche il canto del Magnificat, che la Vergine Maria innalza a Dio, è un esempio altissimo di questa storia della salvezza, di questa memoria che rende e tiene presente l’agire di Dio. Maria esalta l’agire misericordioso di Dio nel cammino concreto del suo popolo, la fedeltà alle promesse di alleanza fatte ad Abramo e alla sua discendenza; e tutto questo è memoria viva della presenza divina che mai viene meno (cfr Lc 1,46-55).
Per Israele, l’Esodo è l’evento storico centrale in cui Dio rivela la sua azione potente. Dio libera gli Israeliti dalla schiavitù dell’Egitto perché possano ritornare alla Terra Promessa e adorarlo come l’unico e vero Signore. Israele non si mette in cammino per essere un popolo come gli altri – per avere anche lui un’indipendenza nazionale -, ma per servire Dio nel culto e nella vita, per creare per Dio un luogo dove l’uomo è in obbedienza a Lui, dove Dio è presente e adorato nel mondo; e, naturalmente, non solo per loro, ma per testimoniarlo in mezzo agli altri popoli. La celebrazione di questo evento è un renderlo presente e attuale, perché l’opera di Dio non viene meno. Egli tiene fede al suo disegno di liberazione e continua a perseguirlo, affinché l’uomo possa riconoscere e servire il suo Signore e rispondere con fede e amore alla sua azione.
Dio quindi rivela Se stesso non solo nell’atto primordiale della creazione, ma entrando nella nostra storia, nella storia di un piccolo popolo che non era né il più numeroso, né il più forte. E questa Rivelazione di Dio, che va avanti nella storia, culmina in Gesù Cristo: Dio, il Logos, la Parola creatrice che è all’origine del mondo, si è incarnata in Gesù e ha mostrato il vero volto di Dio. In Gesù si compie ogni promessa, in Lui culmina la storia di Dio con l’umanità. Quando leggiamo il racconto dei due discepoli in cammino verso Emmaus, narratoci da san Luca, vediamo come emerga in modo chiaro che la persona di Cristo illumina l’Antico Testamento, l’intera storia della salvezza e mostra il grande disegno unitario dei due Testamenti, mostra la via della sua unicità. Gesù, infatti, spiega ai due viandanti smarriti e delusi di essere il compimento di ogni promessa: «E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). L’Evangelista riporta l’esclamazione dei due discepoli dopo aver riconosciuto che quel compagno di viaggio era il Signore: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (v. 32).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume le tappe della Rivelazione divina mostrandone sinteticamente lo sviluppo (cfr nn. 54-64): Dio ha invitato l’uomo fin dagli inizi ad un’intima comunione con Sé e anche quando l’uomo, per la propria disobbedienza, ha perso la sua amicizia, Dio non l’ha abbandonato in potere della morte, ma ha offerto molte volte agli uomini la sua alleanza (cfr Messale Romano, Pregh. Euc. IV). Il Catechismo ripercorre il cammino di Dio con l’uomo dall’alleanza con Noé dopo il diluvio, alla chiamata di Abramo ad uscire dalla sua terra per renderlo padre di una moltitudine di popoli. Dio forma Israele quale suo popolo, attraverso l’evento dell’Esodo, l’alleanza del Sinai e il dono, per mezzo di Mosè, della Legge per essere riconosciuto e servito come l’unico Dio vivo e vero. Con i profeti, Dio guida il suo popolo nella speranza della salvezza. Conosciamo – tramite Isaia – il “secondo Esodo”, il ritorno dall’esilio di Babilonia alla propria terra, la rifondazione del popolo; nello stesso tempo, però, molti rimangono nella dispersione e così comincia l’universalità di questa fede. Alla fine non si aspetta più solo un re, Davide, un figlio di Davide, ma un “Figlio d’uomo”, la salvezza di tutti i popoli. Si realizzano incontri tra le culture, prima con Babilonia e la Siria, poi anche con la moltitudine greca. Così vediamo come il cammino di Dio si allarga, si apre sempre più verso il Mistero di Cristo, il Re dell’universo. In Cristo si realizza finalmente la Rivelazione nella sua pienezza, il disegno di benevolenza di Dio: Egli stesso si fa uno di noi.
Mi sono soffermato sul fare memoria dell’agire di Dio nella storia dell’uomo, per mostrare le tappe di questo grande disegno di amore testimoniato nell’Antico e nel Nuovo Testamento: un unico disegno di salvezza rivolto all’intera umanità, progressivamente rivelato e realizzato dalla potenza di Dio, dove Dio sempre reagisce alle risposte dell’uomo e trova nuovi inizi di alleanza quando l’uomo si smarrisce. Questo è fondamentale nel cammino di fede. Siamo nel tempo liturgico dell’Avvento che ci prepara al Santo Natale. Come sappiamo tutti, il termine “Avvento” significa “venuta”, “presenza”, e anticamente indicava proprio l’arrivo del re o dell’imperatore in una determinata provincia. Per noi cristiani la parola indica una realtà meravigliosa e sconvolgente: Dio stesso ha varcato il suo Cielo e si è chinato sull’uomo; ha stretto alleanza con lui entrando nella storia di un popolo; Egli è il re che è sceso in questa povera provincia che è la terra e ha fatto dono a noi della sua visita assumendo la nostra carne, diventando uomo come noi. L’Avvento ci invita a ripercorrere il cammino di questa presenza e ci ricorda sempre di nuovo che Dio non si è tolto dal mondo, non è assente, non ci ha abbandonato a noi stessi, ma ci viene incontro in diversi modi, che dobbiamo imparare a discernere. E anche noi con la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità, siamo chiamati ogni giorno a scorgere e a testimoniare questa presenza nel mondo spesso superficiale e distratto, e a far risplendere nella nostra vita la luce che ha illuminato la grotta di Betlemme. Grazie.

FEDE E CULTURA NELL’ANNO DELLA FEDE

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FEDE E CULTURA NELL’ANNO DELLA FEDE

titoli proposti: 1 fede e secolarizzazione 2 fede e post-modernità 3 fede e scienza

LA MENTALITÀ SCIENTIFICA

Un ruolo molto importante, nel passaggio da un mondo sacrale a un mondo secolare, è stato svolto dallo sviluppo vertiginoso della scienza che ha caratterizzato gli ultimi secoli della nostra storia culturale.
Di per sé, lo sviluppo della scienza non dovrebbe interferire con il vissuto religioso e il mondo della fede. Scienza e fede si occupano infatti di due versanti radicalmente diversi della realtà: la scienza studia il mondo materiale, la fede illumina il senso ultimo della vita umana e orienta l’uomo a una speranza di eternità, realtà su cui la scienza non può mettere le mani.
Questa radicale distinzione di oggetto e di metodo avrebbero dovuto precludere al sapere scientifico ogni incursione nel campo della fede. E gli scienziati seri si sono attenuti in genere all’impegno di questa separazione di campi e di reciproca non interferenza.
Ma quello che non è avvenuto per la ricerca scientifica vera e propria, si è verificato per quel modo generale di pensare e di guardare alla realtà che potremmo chiamare mentalità scientifica.
I problemi che nascono dall’impatto della scienza con la fede non sono tanto di natura teorica, quanto di carattere psicologico; non sono dovuti alle scoperte scientifiche, ma al modo di pensare che esse un po’ alla volta vanno diffondendo, cioè appunto alla mentalità scientifica.
Dio non si rivela direttamente agli strumenti della scienza; tutto quello che avviene nel mondo può essere spiegato unicamente attraverso cause puramente mondane. Il cosmo non lascia più vedere Dio o almeno non lo lascia più vedere in modo diretto e immediato. Questo non porta necessariamente a negare l’esistenza di Dio, ma finisce per portare molte persone a spiegare il mondo come se Dio non esistesse.
La scienza studia il mondo prescindendo da Dio, perciò concepisce il mondo come una immensa e complicatissima macchina, in cui tutto si tiene, ma che non ha bisogno di Dio per funzionare. E la mentalità scientifica finisce per pensare che un Dio inutile è in realtà un Dio che non esiste.
L’uomo stesso non occupa più il centro di questo universo; per la scienza egli è soltanto uno dei tanti fenomeni che lo popolano, spiegabile attraverso leggi scientifiche, prodotto dalla evoluzione e dal caso.
La visione dell’uomo, propria della mentalità scientifica, non lascia molto spazio all’idea che l’uomo interessi in qualche modo a Dio.
L’uomo e la sua avventura nel mondo sono relegati nel dominio dei fenomeni fisici, Dio viene confinato in un mondo diverso, irrilevante. Lo sviluppo della scienza ha portato a dare importanza solo a ciò che è sperimentabile. La fede, per sua natura, esclude ogni possibilità di verifica o falsificazione sperimentale, perciò appare alla mentalità scientifica come un mondo separato, di opinioni personali, oggetto di scelte irrazionali, come la scelta della squadra per cui fare tifo: tu la tua, lui la sua, io nessuna. Tu credi perché vuoi credere, padrone di farlo, ma è cosa solo tua.
Nella scienza, ogni teoria è sempre provvisoria e rivedibile: pare vera oggi, domani magari sarà dimostrata falsa e abbandonata. Ma i dogmi della fede sono sempre quelli: la religione sembra arrogarsi una immutabilità e definitività che pare inconcepibile all’uomo della scienza.
Ancora: essenziale per lo sviluppo della scienza è l’esistenza di una «comunità mondiale degli scienziati» capace di verificare e convalidare tutte le nuove acquisizioni sperimentali e le nuove teorie. Il carattere universale di un simile sistema di controllo e di validazione scredita, al confronto, il disaccordo e la insuperabile litigiosità degli «esperti» del sapere religioso.
Ogni credo religioso, non esclusa le fede cristiana, costituisce per lo scienziato, una forma di sapere «confessionale», partico-laristico, cioè condiviso solo all’interno delle diverse chiese e sette, e sottratto a ogni forma di discussione aperta e di verifica pubblica.

Aggiornare la propria conoscenza della fede

II discredito della fede che caratterizza tanta parte del mondo della scienza, è accresciuto dal carattere elementare e spesso penosamente infantile della conoscenza del messaggio cristiano

posseduta dalla grande maggioranza dei credenti. Una conoscenza così sommaria e inadeguata della fede non può resistere alle difficoltà, alle obiezioni, ai problemi che la mentalità scientìfica suscita oggi inevitabilmente in tutte le persone adulte e colte.
Quelle forme elementari di conoscenza dei dati della fede che potevano bastare all’interno del mondo prescientifico, e che permettevano anche alla gente del popolo un vissuto cristiano di buon livello, non bastano più per far fronte alle difficoltà sempre nuove che la mentalità scientifica pone alla fede.
Il fatto di vivere in un mondo segnato profondamente dallo sviluppo della scienza esige, quindi, da ogni credente un impegno di conoscenza, approfondimento, ricomprensione della propria fede, che sia almeno proporzionato alla sua cultura. Ignorare queste esigenze di aggiornamento, equivale troppo spesso ad esporsi al rischio colpevole di perdere la propria fede.
Ugualmente importante sarà, per tutta la comunità di fede nel suo insieme, ma soprattutto per coloro che nella comunità di fede hanno compiti di magistero e di guida, l’impegno di liberare il messaggio rivelato dall’involucro prescientifico in cui ci è stato trasmesso in passato, ma che non appartiene alla sua vera essenza (pensiamo al dogma dell’ascensione al ciclo, del peccato originale, così come vengono spesso ancora troppo ingenuamente raccontati). Illudersi di poter continuare a trasmettere ai cosiddetti «semplici fedeli» un cristianesimo così rozzamente popolare, è una scelta che non premia. Coltivare una simile forma di cristianesimo nell’epoca della scienza è mancare di fiducia nel cristianesimo stesso, nella sua capacità di far fronte vittoriosamente e sul suo stesso terreno, al mondo del sapere scientifico.
La necessità di dover fare i conti con la mentalità scientifica dell’uomo contemporaneo, imporrà ai catechisti e ai predicatori una maggiore preoccupazione di serietà metodologica e di sobrietà ed essenzialità del linguaggio.
Certe forme di dilettantismo o addirittura di retorica deteriore tolgono credibilità alle nostre omelie e alla nostra catechesi. Le nostre omelie sono troppo spesso scontate, ingenue, noiose, screditate, inutili, e magari stupidamente lunghe, perché non teniamo conto dei tempi rapidi, propri della comunicazione massmediale, cui oggi sono invece abituati i fedeli.

Il dialogo con la scienza

D’altra parte, le scienze non si limitano a porre alla fede difficoltà e problemi; offrono anche preziose occasioni di migliore comprensione e di arricchimento, che possono facilitare il modo di incarnarla nel mondo in cui siamo chiamati a viverla. Il credente dovrà quindi evitare la tentazione della fuga dal mondo della scienza in nome di una difesa integralistica della sua fede.
È nostro dovere evitare di confinare la fede in una specie di ghetto, in cui sia precluso ogni accesso al mondo della scienza, ogni dialogo con essa.
Il «tutto è vostro» di S. Paolo ci impegna a coltivare, compatibilmente con la nostra professione e le condizioni del nostro stato sociale, un interesse profondo per le conoscenze scientifiche.
Del sapere scientifico fa oggi parte integrante lo stesso uomo: sono le cosiddette «scienze dell’uomo»: il sapere della fede è perciò chiamato a intessere un dialogo difficile ma arricchente, più ancora che con le scienze della natura, con le diverse e complementari scienze dell’uomo.
Le scienze dell’uomo possono offrirci una più chiara consapevolezza dei dinamismi della nostra vita psichica e sociale, illuminando meglio la dimensione psicologica della nostra stessa fede e della vita morale in cui essa è chiamata ad esprimersi ed autenticarsi.
Il dialogo della fede con la scienza potrà facilmente creare nei credenti un penoso sentimento di inferiorità e di frustrazione: da un punto di vista puramente umano, infatti, il sapere della fede e la sua elaborazione dotta (la teologia), se confrontati con l’organizzazione mondiale della ricerca scientifica, con la complessità e finezza degli strumenti di questa ricerca, con la massa e la qualità dei dati, delle teorie e delle ipotesi circolanti all’interno della comunità scientifica mondiale, appaiono sproporzionatamente deboli e poveri. È bene rendersene conto.

( Guido Gatti docente di teologia morale )

Chiesa di san Rocco D.Franco

Publié dans:ANNO DELLA FEDE |on 30 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: L’ANNO DELLA FEDE. DIO RIVELA IL SUO « DISEGNO DI BENEVOLENZA »

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20121205_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 5 dicembre 2012

L’ANNO DELLA FEDE. DIO RIVELA IL SUO « DISEGNO DI BENEVOLENZA »

Cari fratelli e sorelle,

all’inizio della sua Lettera ai cristiani di Efeso (cfr 1, 3-14), l’apostolo Paolo eleva una preghiera di benedizione a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci introduce a vivere il tempo di Avvento, nel contesto dell’Anno della fede. Tema di questo inno di lode è il progetto di Dio nei confronti dell’uomo, definito con termini pieni di gioia, di stupore e di ringraziamento, come un “disegno di benevolenza” (v. 9), di misericordia e di amore.
Perché l’Apostolo eleva a Dio, dal profondo del suo cuore, questa benedizione? Perché guarda al suo agire nella storia della salvezza, culminato nell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, e contempla come il Padre celeste ci abbia scelti prima ancora della creazione del mondo, per essere suoi figli adottivi, nel suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo (cfr Rm 8,14s.; Gal 4,4s.). Noi esistiamo, fin dall’eternità nella mente di Dio, in un grande progetto che Dio ha custodito in se stesso e che ha deciso di attuare e di rivelare «nella pienezza dei tempi» (cfr Ef 1,10). San Paolo ci fa comprendere, quindi, come tutta la creazione e, in particolare, l’uomo e la donna non siano frutto del caso, ma rispondano ad un disegno di benevolenza della ragione eterna di Dio che con la potenza creatrice e redentrice della sua Parola dà origine al mondo. Questa prima affermazione ci ricorda che la nostra vocazione non è semplicemente esistere nel mondo, essere inseriti in una storia, e neppure soltanto essere creature di Dio; è qualcosa di più grande: è l’essere scelti da Dio, ancora prima della creazione del mondo, nel Figlio, Gesù Cristo. In Lui, quindi, noi esistiamo, per così dire, già da sempre. Dio ci contempla in Cristo, come figli adottivi. Il “disegno di benevolenza” di Dio, che viene qualificato dall’Apostolo anche come “disegno di amore” (Ef 1,5), è definito “il mistero” della volontà divina (v. 9), nascosto e ora manifestato nella Persona e nell’opera di Cristo. L’iniziativa divina precede ogni risposta umana: è un dono gratuito del suo amore che ci avvolge e ci trasforma.
Ma qual è lo scopo ultimo di questo disegno misterioso? Qual è il centro della volontà di Dio? E’ quello – ci dice san Paolo – di «ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose» (v. 10). In questa espressione troviamo una delle formulazioni centrali del Nuovo Testamento che ci fanno comprendere il disegno di Dio, il suo progetto di amore verso l’intera umanità, una formulazione che, nel secondo secolo, sant’Ireneo di Lione mise come nucleo della sua cristologia: “ricapitolare” tutta la realtà in Cristo. Forse qualcuno di voi ricorda la formula usata dal Papa san Pio X per la consacrazione del mondo al Sacro Cuore di Gesù: “Instaurare omnia in Christo”, formula che si richiama a questa espressione paolina e che era anche il motto di quel santo Pontefice. L’Apostolo, però, parla più precisamente di ricapitolazione dell’universo in Cristo, e ciò significa che nel grande disegno della creazione e della storia, Cristo si leva come centro dell’intero cammino del mondo, asse portante di tutto, che attira a Sé l’intera realtà, per superare la dispersione e il limite e condurre tutto alla pienezza voluta da Dio (cfr Ef 1,23).
Questo “disegno di benevolenza” non è rimasto, per così dire, nel silenzio di Dio, nell’altezza del suo Cielo, ma Egli lo ha fatto conoscere entrando in relazione con l’uomo, al quale non ha rivelato solo qualcosa, ma Se stesso. Egli non ha comunicato semplicemente un insieme di verità, ma si è auto-comunicato a noi, fino ad essere uno di noi, ad incarnarsi. Il Concilio Ecumenico Vaticano II nella Costituzione dogmatica Dei Verbum dice: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso [non solo qualcosa di sé, ma se stesso] e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura» (n. 2). Dio non solo dice qualcosa, ma Si comunica, ci attira nella divina natura così che noi siamo coinvolti in essa, divinizzati. Dio rivela il suo grande disegno di amore entrando in relazione con l’uomo, avvicinandosi a lui fino al punto di farsi Egli stesso uomo. Il Concilio continua: «Il Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e vive tra essi (cfr Bar 3,38) per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (ibidem). Con la sola intelligenza e le sue capacità l’uomo non avrebbe potuto raggiungere questa rivelazione così luminosa dell’amore di Dio; è Dio che ha aperto il suo Cielo e si è abbassato per guidare l’uomo nell’abisso del suo amore.
Ancora san Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. E a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio» (2,9-10). E san Giovanni Crisostomo, in una celebre pagina a commento dell’inizio della Lettera agli Efesini, invita a gustare tutta la bellezza di questo “disegno di benevolenza” di Dio rivelato in Cristo, con queste parole: «Che cosa ti manca? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero, sei divenuto figlio, sei divenuto giusto, sei divenuto fratello, sei divenuto coerede, con Cristo regni, con Cristo sei glorificato. Tutto ci è stato donato e – come sta scritto – “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). La tua primizia (cfr 1 Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli […]: che cosa ti manca?» (PG 62,11).
Questa comunione in Cristo per opera dello Spirito Santo, offerta da Dio a tutti gli uomini con la luce della Rivelazione, non è qualcosa che viene a sovrapporsi alla nostra umanità, ma è il compimento delle aspirazioni più profonde, di quel desiderio dell’infinito e di pienezza che alberga nell’intimo dell’essere umano, e lo apre ad una felicità non momentanea e limitata, ma eterna. San Bonaventura da Bagnoregio, riferendosi a Dio che si rivela e ci parla attraverso le Scritture per condurci a Lui, afferma così: «La sacra Scrittura è […] il libro nel quale sono scritte parole di vita eterna perché, non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno realizzati tutti i nostri desideri» (Breviloquium, Prol.; Opera Omnia V, 201s.). Infine, il beato Papa Giovanni Paolo II ricordava che «la Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l’uomo non può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall’altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio, che la mente non può esaurire, ma solo accogliere nella fede» (Enc. Fides et ratio, 14).
In questa prospettiva, che cos’è dunque l’atto della fede? E’ la risposta dell’uomo alla Rivelazione di Dio, che si fa conoscere, che manifesta il suo disegno di benevolenza; è, per usare un’espressione agostiniana, lasciarsi afferrare dalla Verità che è Dio, una Verità che è Amore. Per questo san Paolo sottolinea come a Dio, che ha rivelato il suo mistero, si debba «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr 1,5; 2 Cor 10, 5-6), l’atteggiamento con il quale «l’uomo liberamente si abbandona tutto a Lui, prestando la piena adesione dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli da» (Cost dogm. Dei Verbum, 5). Tutto questo porta ad un cambiamento fondamentale del modo di rapportarsi con l’intera realtà; tutto appare in una nuova luce, si tratta quindi di una vera “conversione”, fede è un “cambiamento di mentalità”, perché il Dio che si è rivelato in Cristo e ha fatto conoscere il suo disegno di amore, ci afferra, ci attira a Sé, diventa il senso che sostiene la vita, la roccia su cui essa può trovare stabilità. Nell’Antico Testamento troviamo una densa espressione sulla fede, che Dio affida al profeta Isaia affinché la comunichi al re di Giuda, Acaz. Dio afferma: «Se non crederete – cioè se non vi manterrete fedeli a Dio – non resterete saldi» (Is 7,9b). Esiste quindi un legame tra lo stare e il comprendere, che esprime bene come la fede sia un accogliere nella vita la visione di Dio sulla realtà, lasciare che sia Dio a guidarci con la sua Parola e i Sacramenti nel capire che cosa dobbiamo fare, qual è il cammino che dobbiamo percorrere, come vivere. Nello stesso tempo, però, è proprio il comprendere secondo Dio, il vedere con i suoi occhi che rende salda la vita, che ci permette di “stare in piedi”, di non cadere.

Cari amici, l’Avvento, il tempo liturgico che abbiamo appena iniziato e che ci prepara al Santo Natale, ci pone di fronte al luminoso mistero della venuta del Figlio di Dio, al grande “disegno di benevolenza” con il quale Egli vuole attirarci a Sé, per farci vivere in piena comunione di gioia e di pace con Lui. L’Avvento ci invita ancora una volta, in mezzo a tante difficoltà, a rinnovare la certezza che Dio è presente: Egli è entrato nel mondo, facendosi uomo come noi, per portare a pienezza il suo piano di amore. E Dio chiede che anche noi diventiamo segno della sua azione nel mondo. Attraverso la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità, Egli vuole entrare nel mondo sempre di nuovo e vuol sempre di nuovo far risplendere la sua luce nella nostra notte.

 

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