Archive pour novembre, 2014

Sant’Andrea Apostolo, Chiesa di Sant’Andrea della Valle (era a pochi passi da casa mia, dalla casa dove sono nata, molte foto sul sito)

Sant'Andrea Apostolo, Chiesa di Sant'Andrea della Valle (era a pochi passi da casa mia, dalla casa dove sono nata, molte foto sul sito) dans immagini sacre 1419a

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Publié dans:immagini sacre |on 30 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – ANDREA, IL PROTOCLITO – 30 NOVEMBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060614_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 giugno 2006

ANDREA, IL PROTOCLITO – 30 NOVEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due catechesi abbiamo parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea, anch’egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all’interno delle prime comunità cristiane.
Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l’appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l’Apostolo fu crocifisso.
Le tradizioni evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con sé cinque pani d’orzo e due pesci: ben poca cosa – egli rilevò – per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr Gv 6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta gente?” (ivi) – e si rese conto della insufficienza delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle bastare per la moltitudine di persone venute ad ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme. Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra. Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc 13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a leggere con accortezza i segni del tempo e a restare sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli ci offre.
Nei Vangeli è, infine, registrata una terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di Pasqua – racconta Giovanni – erano venuti nella città santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù. La risposta del Signore alla loro domanda appare – come spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima greca, col mondo greco, si realizzerà a quella profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano che attira a sé le forze della terra e del cielo e diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.
Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.
Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant’Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: “Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te … O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! … Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c’è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.
L’apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte.

Image: (Raphael) Raffaello Santi – God the Father Blessing

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Publié dans:immagini sacre |on 28 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

ISAIA 63,16-17.19; 64,1-7 – COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2063,16b-17.19b;%2064,1c-7

ISAIA 63,16-17.19; 64,1-7

16 Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. 17 Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.
19 Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.
64,1 Davanti a te tremavano i popoli, 2 quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, 3 di cui non si udì parlare da tempi lontani. Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. 4 Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.
5 Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono tutti I nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. 6 Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità. 7 Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

COMMENTO
Isaia 63,16b-17.19b; 64,1c-7
Preghiera per la salvezza del popolo
La terza parte del libro di Isaia (cc. 56-66) contiene una raccolta di oracoli che si differenziano non solo da quelli della prima, ma anche da quelli della seconda parte del libro. In essi infatti il profeta, chiamato Terzo Isaia si rivolge non più agli esiliati, ma ai giudei residenti in Gerusalemme; il suo centro di interesse non è più il nuovo esodo, ma il ristabilimento delle istituzioni teocratiche, le quali sono minacciate non da agenti esterni, ma dall’infedeltà degli stessi rimpatriati. Probabilmente il libretto è una raccolta di piccole collezioni preesistenti, dotate ciascuna di una certa unità tematica: 1) Una salvezza a disposizione di tutti (cc. 56-57); 2) Digiuno e giustizia sociale (cc. 58-59); 3) Gerusalemme e il suo profeta (cc. 60-62); 4) Profezie apocalittiche (cc. 63-66). All’interno dell’ultima parte del Terzo Isaia si situa una lunga meditazione sulla storia di Israele che sfocia in una preghiera accorata (63,7-64,11) che assume la forma di una lamentazione collettiva. Questa si divide in due brani: 1) Lode a Dio per le misericordie passate (63,7-14); 2) Richiesta di aiuto nelle difficoltà presenti (63,15-64,11). Dal secondo di questi due brani è ricavato, con qualche omissione, il testo liturgico che a sua volta si divide in tre parti: invocazione a Dio Padre (63,16b-17); ricordo degli interventi prodigiosi del passato (64,1c-4a); confessione di peccato e richiesta di perdono (64,4b-7).

Invocazione a Dio Padre (63,16b-17)
Il testo inizia con un’accorata invocazione: «Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità». Il profeta si rivolge direttamente Dio con accenti di grande intensità (cfr. Sal 80,15) facendo proprio il grido di tutta la comunità. In contrapposizione all’ostilità e alla presunta indifferenza di Abramo e di Israele (cfr. v. 16a) Dio viene invocato come «Padre». Sebbene la descrizione di Israele come «figlio» sia comune a tutta la tradizione (cfr. Is 1,2; Dt 32,5), il riferimento a Dio «padre» si fa più frequente solo nel tardo periodo post-esilico. È possibile che la riluttanza ad usare il nome di «padre» per Dio nei tempi precedenti derivasse dall’originaria associazione con il mondo mitologico delle divinità cananaiche, così come appare a Ugarit.
JHWH è chiamato «redentore» (go’el): con questo termine si indica il parente prossimo che interviene in soccorso di chi si trova in una situazione di grande pericolo o necessità. Sia nel momento dell’uscita dall’Egitto, sia in quello del ritorno dall’esilio JHWH ha assunto nei confronti di Israele il ruolo del go’el, liberandolo e acquistandolo per sé con le sue azioni prodigiose (cfr. Es 6,6; Is 41,14; 44,22). Il profeta rivolge a Dio un rimprovero velato perché permette ai suoi servi di allontanarsi da lui, di indurire il loro cuore in modo tale che essi non lo temano. E gli chiede di ritornare per amore loro e delle tribù che sono la sua eredità, che gli appartengono. Questi «servi» sono i seguaci del servo sofferente del Secondo Isaia (cfr. 50,10): questo appellativo viene loro dato per la prima volta in 56,6 e diventa poi usuale nel Terzo Isaia.
Nei successivi vv. 18-19a, il profeta mette in evidenza con una intensità crescente la disperazione di Israele: non solo è stato distrutto il suo santuario, distrutto dai babilonesi nel 587, ma Israele ha la sensazione di essere stato abbandonato completamente da Dio. Infine torna la richiesta pressante perché Dio intervenga direttamente dall’alto: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (v. 19b). I cieli chiusi sono un’immagine per indicare la mancanza di comunicazione tra Dio e il suo popolo. La richiesta di un nuovo intervento di Dio evoca le immagini tipiche della teofania, quando JHWH era disceso sul Sinai e il monte era stato scosso dal terremoto (Es 19,18).

Interventi di Dio nel passato (64,1c-4a)
La preghiera prosegue con il ricordo degli interventi prodigiosi di Dio in favore di Israele. Anzitutto il profeta esalta le opere di JHWH: «Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, di cui non si udì parlare da tempi lontani» (vv. 1c-3a). Di fronte alla manifestazione di JHWH le nazioni tremano perché egli compie cose terribili e inaudite. Ciò suggerisce una professione di fede nell’unicità di Dio: «Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui» (v. 3b). Anche qui si può notare un riferimento alla tradizione del Sinai dove l’unicità di JHWH è affermata non in chiave filosofica ma esistenziale: egli è l’unico che ha dimostrato una potenza così grande da liberare Israele (Es 20,3; Dt 6,4). Da queste esperienze viene ricavato un principio generale circa il comportamento di Dio: «Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie» (v. 4). Nel contesto sembra questo il significato della frase che di per sé potrebbe anche significare: «tu colpisci (pg’) colui che pratica volentieri la giustizia», con riferimento alla sofferenza del giusto.

Penitenza e richiesta di perdono (64,4b-7)
Nell’ultima parte della preghiera il profeta confessa a nome del popolo: «Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento» (vv. 4b-5). L’ira è una metafora per indicare la frattura che si pone tra Dio e il popolo peccatore, il quale attira su di sé tutta una serie di tragedie e sofferenze. Stando al testo ebraico si dovrebbe però leggere: «È perché tu eri adirato che noi abbiamo peccato». Questa lettura però ribalta radicalmente la sequenza teologica tradizionale secondo cui prima si ha il peccato e poi il giudizio divino. Per questo motivo la maggior parte delle traduzioni combinano insieme le due frasi rimuovendo il nesso causale e conservando così, implicitamente, la sequenza tradizionale. Ma forse la forza del versetto consiste proprio nella formulazione imprevista, che costituisce una forte protesta nei confronti di Dio.
L’ipotesi che sia stato Dio stesso a precipitare il popolo in tale situazione di peccato sembra trovare conferma nel seguito della lamentazione: «Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità» (v. 6). Se nessuno invoca il nome di JHWH e aderisce a lui dipende dal fatto che JHWH ha nascosto il suo volto, cioè ha interrotto il suo rapporto vitale col suo popolo e lo ha abbandonato a se stesso. Da questo lamento appare che Dio non ha bisogno di punire il peccatore, basta che lo lasci fare, perché il peccato, in quanto perturba l’ordine sociale, porta già con sé la sua punizione.
La preghiera non termina però con espressioni così disperate. Alla fine ritorna il tema della fiducia: «Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (v. 7). Come si era aperta, così la preghiera termina con l’attribuzione a JHWH della qualifica di «Padre». Questa gli compete perché è stato lui a plasmare Israele. Perciò il popolo è per lui come l’argilla su cui è intervenuto per dargli la vita: su questo rapporto originario e indissolubile si basa la fiducia del popolo in un avvenire migliore.

Linee interpretative
La forza di questa preghiera consiste nel contrasto tra quanto JHWH ha fatto per il suo popolo nel passato e la situazione terribile in cui esso si trova nel presente. Non solo Dio un giorno ha salvato il suo popolo, ma è stato lui stesso a plasmarlo e a dargli la vita, al punto che Egli può essere invocato dal popolo come suo Padre. D’altro canto le sventure che si abbattono sul popolo sono viste come un segno della sua ira. Dio è adirato perché il popolo è caduto nel peccato: resta però nell’orante il dubbio che sia stata proprio la lontananza di Dio a causare il peccato del popolo con le disgrazie che esso ha provocato. In questo testo il vero peccato di Israele è la sua rottura con Dio e il castigo consiste nel fatto che Dio abbandona il popolo alle conseguenze disastrose dei suoi peccati.
In questa situazione l’unica soluzione veramente efficace è un ritorno di Dio in mezzo al suo popolo. Perciò la preghiera si concentra sulla richiesta di una nuova manifestazione di Dio, quasi una nuova teofania simile a quella del Sinai. Certo la venuta di JHWH dovrebbe comportare l’allontanamento non solo del peccato, ma anche delle sue conseguenze disastrose che ha provocato. Ma ciò che interessa maggiormente all’orante è il ristabilimento della comunione con lui. Le sventure materiali sono dolorose non in se stesse, ma perché sono viste come il segno della lontananza di Dio. Se Dio dà un segno della sua presenza in mezzo al popolo, allora anche le prove non saranno più così intollerabili. Ciò che importa non sono i doni di Dio, ma Dio stesso in quanto Padre e principio di vita per il suo popolo.

30 NOV. 2014 | 1A DOMENICA DI AVVENTO : « SE TU SQUARCIASSI I CIELI E SCENDESSI! »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/1-Avvento-B/12-1a-Domenica-Avvento-B-2014-SC.htm

30 NOV. 2014 | 1A DOMENICA DI AVVENTO B| APPUNTI PER LECTIO DIVINA

« SE TU SQUARCIASSI I CIELI E SCENDESSI! »

Ritorna l’Avvento e con esso quella struggente nostalgia di qualcosa di « nuovo », d’inaudito, che riecheggia perfino nelle commosse movenze del canto gregoriano di questo periodo di tempo.
Ma il « nuovo », l’inaudito è già avvenuto e noi dobbiamo volgere il cuore e la mente verso il passato per riappropriarcelo e riesperimentarlo, oppure ci sta davanti, pronto ad esplodere al momento giusto stabilito da Dio e preparato anche dalla nostra ansia e dai nostri desideri? Direi che il « nuovo » è disseminato lungo tutto l’arco del tempo, in cui si protende la presenza di Cristo: perché il « nuovo » è proprio lui, e non c’è « da attendere nessun’altra novità dopo di lui » (sant’Ireneo).

Tutta la storia è « Avvento »
Ed è per questo che tutta la storia, per chi ha fede, è un « continuo » Avvento.
È Avvento tutto il tempo di attesa che ha preceduto Cristo: il Natale, in un certo senso, chiude ed esaurisce quell’attesa. La Liturgia vuole aiutarci a rivivere quell’evento con tutta la pienezza di desiderio, di supplica, di spasimo dei profeti dell’Antico Testamento, ed anche con la trepidante, delicata, materna attesa di Maria. Più immediatamente e concretamente, infatti, il periodo di Avvento intende introdurci, prepararci e disporci a vivere il mistero della nascita di Gesù nel tempo, vuol farci peregrinare come i pastori e come i magi verso la culla di Betlemme per « adorare » il Salvatore del mondo.
Però l’Avvento non si chiude nella rievocazione di un fatto, sia pure il più grandioso e commovente della storia, che per noi si situa ormai nel passato. Noi camminiamo verso l’avvenire, la storia non si arresta. Orbene, che cosa potrà esserci di nuovo per noi nel futuro, se non Cristo stesso, dato che la « novità », come abbiamo appena detto, è soltanto lui? Il Cristo, infatti, non si esaurisce nella prima venuta: c’è anche la sua venuta « ultima » e definitiva, quando egli verrà a « giudicare » il mondo e a introdurci nel suo regno di gloria. È verso questo Avvento che volano gli aneliti del nostro cuore quando gridiamo nella Liturgia: « Proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della tua venuta ».
A questo Avvento ultimo, d’altra parte, non possiamo preparaci se non vivendo momento per momento le istanze del Vangelo, prevenendo e direi quasi propiziandoci il « giudizio » benevolo del Cristo venturo. Il che significa una piena apertura alla sua luce, alle sue sollecitazioni, ai suoi richiami, al suo messaggio, da vivere in « ogni momento ». Allora vuol dire che il Cristo viene « sempre » nella nostra vita, in quella della Chiesa e del mondo.
E il suo Avvento è sempre « nuovo », non solo nel senso che sono sempre nuove e diverse le situazioni in cui veniamo a trovarci e dobbiamo riempire della presenza di Cristo, ma anche nel senso che purtroppo mancherà sempre qualcosa alla nostra testimonianza di amore e di fedeltà a lui, e perciò c’è sempre spazio per una sua più profonda immersione nella nostra realtà quotidiana.
In questo senso si può dire che l’Avvento trascende il periodo liturgico che lo ha motivato, per diventare una componente essenziale della nostra struttura di fede. Avvento è sempre, perché Cristo è « sempre », lui che « ricapitola » in sé il passato, il presente e l’avvenire, come dice mirabilmente la lettera agli Ebrei: « Christus heri, et hodie: ipse et in sæcula » (Eb 13,8). Egli è l’ »oggi » eterno del mondo!

« Da sempre ti chiami nostro Redentore! »
Mi sembra che tutte queste variazioni « polisemantiche » dell’Avvento cristiano siano espresse, in maniera ricca ed armonica, sia dalle orazioni della Liturgia odierna che dalle diverse letture bibliche.
Si veda, ad esempio, la colletta: « O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli ». I motivi vengono ripresi nella orazione dopo la comunione: « La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni ».
Pur muovendosi verso il Natale, il cristiano sa che il « Natale » più vero è quello della « rinascita » costante di tutta la vita in attesa della « palingenesi » definitiva, di cui parla Gesù nel suo Vangelo.
La prima lettura, ripresa da una accorata « lamentazione » di Isaia che medita sulle sventure passate e recenti d’Israele, l’ultima delle quali la distruzione del tempio nel 587 (cf Is 63,18), esprime in forma dolente, ma fiduciosa, l’attesa di qualche nuovo gesto di potenza e di salvezza da parte di Dio. Non è forse lui da sempre il « padre » del suo popolo, cioè colui che lo ha come « generato » per una scelta di amore? Non è forse lui il « redentore » (in ebraico go’èl), cioè colui che, per diritto e dovere di « parentela », deve vendicare le offese fatte a qualcuno dei suoi e difendere i deboli e gli oppressi?
« …Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità… Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti » (Is 63,16-17.19). L’ultima espressione è bellissima: dice tutta l’intensità dell’attesa e il senso di « sorpresa » e di meraviglia che susciterà il nuovo intervento di Dio: perfino la « creazione » ne sarà come scossa.
La sorpresa deriva soprattutto dal fatto che, se Dio non interviene, Israele non potrà essere salvato da nessun altro, e tanto meno da se stesso. Il suo male infatti non è tanto e solo esterno e politico, quanto interiore e spirituale, come si dice nel seguito della lamentazione. Ma chi potrà « guarire » Israele dal suo peccato, restituendogli un « cuore » nuovo, se non Dio solamente?

« Siamo diventati tutti come cosa impura »
È questo il grande prodigio che il profeta supplica accoratamente dalla onnipotenza e dalla misericordia del Signore.
« …Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo diventati tutti come cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento… » (Is 64,4-7).
Le immagini sono efficacissime, talvolta addirittura crude. L’idea fondamentale, però, è la forza dissolvente del peccato, che sbriciola l’interiorità dell’uomo, togliendogli ogni volontà di resistenza: « Le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento » (v. 5). Di qui la necessità che Dio intervenga: senza di lui niente si rinnova nel cuore degli uomini. Ed anche se si ricostruissero le mura di Gerusalemme, che senso avrebbe una città nuova con gli uomini dal cuore vecchio? Sarebbe di nuovo condannata alla distruzione.
Come si vede, è il rinnovamento del cuore che il mistero dell’Avvento deve operare in noi.

« State attenti, vegliate… »
Le altre due letture bibliche sono orientate piuttosto a cogliere la dimensione « escatologica » dell’Avvento del Signore.
Questo è evidente nella pericope evangelica, che contiene la parte conclusiva del discorso così detto « escatologico » di Marco, molto più breve che negli altri Sinottici. Esso sembra aver conservato maggiormente l’orientamento primitivo, che riguarda esclusivamente la rovina di Gerusalemme: ma questi sono problemi che per il momento non ci riguardano.
Dopo aver ricordato, nel versetto immediatamente precedente, che « quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre » (Mc 13,32), Gesù invita alla vigilanza (13,33-37): è l’unico modo per non farsi cogliere impreparati!
Quello che impressiona di più in questo tratto di Vangelo è l’insistenza sul dovere di « vigilare »: il termine vi ricorre per ben tre volte all’imperativo (vv. 33.35.37); una volta poi ricorre nella piccola parabola del padrone che è partito ed « ha ordinato al portiere di vigilare » (v. 34).
A proposito di questa parabola, c’è da notare il maggiore sviluppo che essa ha avuto in quella dei talenti in Matteo (25,14-30) e in quella delle mine in Luca (19,12-27). Però rimane anche vero che Marco, nella sua brevità, è più incisivo e crea un maggior clima di attesa: vengono ricordate le quattro « veglie » della notte (« sera », « mezzanotte », ecc.) per dare più senso di indeterminatezza al sicuro, ma altrettanto improvviso, « ritorno » del padrone.
« Questa insistenza sulla vigilanza, a causa della incertezza circa la venuta del Signore, dà una prospettiva pratica a tutto il discorso escatologico. Le parole di Gesù, come sembra suggerire Marco ai cristiani, non intendono dare informazioni circa la fine e i segni della fine, ma inculcare ai credenti un atteggiamento di vigile responsabilità. La vigilanza responsabile esclude sia il fanatismo apocalittico che progetta il futuro almanaccando su un fantastico calendario del mondo, sia la narcosi o alienazione mondana che perde di vista il compito e la meta di un progetto storico a misura d’uomo. In altri termini, la tensione escatologica della comunità cristiana che attende il Signore è una forza critica nei confronti della fuga nell’utopia e nei confronti di un congelamento della situazione ».

« Mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo »
Il brano della lettera di san Paolo ai Corinzi riprende il tema dell’ »attesa » del ritorno del Signore, però coestendendola, anche più esplicitamente, ad ogni momento della vita. Proprio perché il Signore verrà, io devo attenderlo sempre: ogni momento diventa così un incontro di fedeltà e di amore a lui, mettendo a frutto tutti i « doni » che egli ha fatto ad ogni uomo, così come li aveva dati in abbondanza alla comunità di Corinto.
« Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni… La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro! » (1 Cor 1,4-9).
Il trovarci « irreprensibili nel giorno del Signore » (v. 8) significa che abbiamo vissuto costantemente sotto i suoi occhi, alla luce della sua « grazia ». Quella « comunione » (v. 9), che ci salderà per sempre al Cristo risorto nel regno della sua gloria, deve iniziare fin dal tempo presente: il « grande » Avventi » di ogni giorno.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

St. Francis is the patron of pets and animals

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Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

LA « PARUSÌA » NELLA PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI DI PAOLO DI TARSO

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TEOLOGIA BIBLICA DEL NUOVO TESTAMENTO

LA « PARUSÌA » NELLA PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI DI PAOLO DI TARSO

di Francesco Cuccaro

Premessa
A partire dal 29 giugno ha inizio l’anno paolino. Quale migliore occasione per meditare sulla vita, letteratura e teologia dell’Apostolo delle Genti ?
In quest’articolo illustriamo la ‘Parusìa’ così come é stata affrontata nella Prima Lettera ai cristiani di Tessalonica.
Consideriamo ora il contesto nel quale é maturata la decisione di Paolo di scrivere questa epistola.

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Seguendo la narrazione lucana degli Atti degli Apostoli, Paolo, intorno al 49 EV, intraprende un secondo viaggio missionario che lo conduce non tanto a fondare nuove comunità cristiane nell’Asia Minore, quanto a consolidare, sul piano della fede, quelle già esistenti.
Proprio a Listra conosce un giovane nel quale riporrà tutte le sue speranze nell’attività evangelizzatrice. Il suo nome é Timoteo, tra l’altro figlio di padre greco e di madre giudea. Non sappiamo se Timoteo, prima della conversione al Cristianesimo, sia stato un pagano oppure un timorato di Dio. E’ certo che non era circonciso. Inconveniente presso i Giudei di quel posto, del cui superamento provvede lo stesso Paolo ( At. 16,3 ).
Raggiunta la città di Troade, Paolo beneficia di una visione soprannaturale durante una notte : “…..gli stava davanti un macedone e lo supplicava : ‘Passa in Macedonia e aiutaci !’” ( At. 16,9 ). L’Apostolo si convince che -dietro quest’apparizione così insolita- ci sia un ordine divino. Dopo esser partito da Troade, con Sila e Timoteo, raggiunge Neapolis e, da qui, Filippi, citata negli Atti come “colonia romana e città del primo distretto di Macedonia” ( At. 16,12 ) , divenendo il primo centro urbano d’Europa a conoscere il Vangelo.
Dopo la conversione di Lidia, una donna benestante che simpatizza per la religione giudaica (“credente in Dio”, At. 16,14), subisce una disavventura ma senza tragiche conseguenze.
Per aver guarito una donna posseduta da uno “spirito di divinazione” (At. 16,16), si trova al centro di un conflitto di interessi che gli fa, assieme a Sila, assaggiare i rigori delle percosse e del carcere, ma per breve tempo ( At. 16,19-40 ).
Una volta liberati, Paolo e Sila si dirigono a Tessalonica, seguendo la via di Anfipoli e di Apollonia (At. 17,1). Questa città, fondata ( nel 315 prima EV ) dal generale macedone Cassandro in onore della moglie Thessalonike, sorella di Alessandro il Grande, é situata sulla punta nord del Golfo Termico. Durante l’occupazione turca prende il nome di Salonicco, per poi riassumere quello originario nel 1937.
Tessalonica é la capitale della provincia romana di Macedonia, ricchissimo centro commerciale, tanto da divenire cosmopolita, solcata dalla Via Egnatia che la congiunge a Roma attraverso Durazzo. Non vi può mancare in essa una fiorente colonia ebraica.
Paolo, come sua consuetudine, inizia a predicare nelle sinagoghe di questa città, per tre sabati consecutivi ( At. 17,2 ), cercando di dimostrare che Gesù é il Messìa e che é risorto. Sebbene alcuni suoi connazionali, assieme ad alcuni Greci proseliti oppure timorati di Dio, si convertano alla nuova fede, la sua attività suscita un’opposizione così violenta, in modo tale che il Nostro decide di abbandonare la città e rifugiarsi a Berea, dove il frutto delle conversioni risulta essere copioso, perfino presso gli Ebrei di questo luogo ( At. 17,10-12 ).
I Giudei di Tessalonica non demordono dal perseguitare Paolo. Accecati dall’invidia e da uno spirito di competizione, cercano di aizzargli contro il popolino di Berea, mostrandolo come un sovvertitore della tranquillità pubblica e come un sedizioso ( At. 17,7 ).
Per tutelare meglio l’incolumità dell’Apostolo, i neoconvertiti di Berea lo convincono a lasciare la città, mentre vi restano Sila e Timoteo. Paolo si dirige ad Atene e di lì a Corinto, permanendovi circa un anno e mezzo ( At. 18,11) .

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L’ Apostolo si sente onorato di aver fondato la Chiesa di Tessalonica ( più o meno intorno al 50 EV ), per le maggiori soddisfazioni che, in termini di conversioni e accrescimento nella fede, i neofiti gli hanno offerto. E di questo ringrazia Dio ( 1Tess. 1,1-3 ). I fedeli aumentano in numero e qualità, “in virtù di parola, ma anche di prodigi, di Spirito Santo e di abbondante forza di persuasione” ( 1 Tess. 1,5 ). Una comunità-modello ( 1 Tess. 1,7 ), per intenderci, nata nell’arco di un breve periodo e senza riservare le più grandi preoccupazioni di carattere dottrinale o pastorale che, invece, l’Apostolo ha dovuto subire in altre circostanze e in altri luoghi.
Ciò non toglie che si tratta di una comunità fortemente discriminata e combattuta, soprattutto dall’esterno. Quale l’avversario principale ? I Giudei ortodossi del posto che non hanno perdonato a Paolo la “defezione” dalla religione mosaica di tanti loro compatrioti e, per giunta, l’adesione al Vangelo di un buon numero di pagani.
Ovviamente sussiste, in questo contesto, un clima di persecuzione. Le autorità civili riescono appena a controllare l’eccitazione delle masse, scongiurando gli effetti perversi di rancori e di polemiche accese, tanto più che il Cristianesimo nascente non incontra ancora l’ostilità degli Imperatori.
Paolo se ne rende conto di ciò trovandosi a Corinto, dove scrive due Lettere a questi fedeli macedoni, ritenuti da lui un modello per gli altri cristiani, proprio nella tribolazione come Gesù e come lo stesso Paolo a causa dell’ostilità dei Giudei (1 Tess. 2,14).
E’ indubitabile la presenza di un orientamento antigiudaico in queste due epistole e nel quale sarà intesa la prospettiva escatologica dell’Apostolo.
Per stornare possibili accuse che potrebbero ravvisarlo come un avventuriero o un soggetto malato di protagonismo, l’Apostolo rivendica, a suo carico, la testimonianza propria di questi credenti che possono attestare come, durante il suo soggiorno a Tessalonica, “non fu di aggravio a nessuno” ( 1 Tess. 2,9 ), lavorando con le proprie mani per l’autosostentamento, comportandosi in modo irreprensibile (1 Tess. 2,10), non volendo ricercare “motivi di gloria dagli uomini” ( 1 Tess. 2,6 ). Soprattutto manifestando amore sincero e disinteressato, paragonabile a quello di una madre per i suoi figli (1Tess. 2,7).
Nella Prima Lettera, tuttavia, sostiene che l’impegno per la propria santificazione personale si deve accompagnare all’astinenza dalla fornicazione e al rifiuto dei costumi pagani connessi ad essa ( 1 Tess. 4, 1-3 ), raccomandando inoltre la promozione ( superflua, occorre dirlo, visti i lodevoli risultati dei cristiani tessalonicesi ) della carità.

La ‘Parusìa’ secondo Paolo
L’Apostolo delle Genti espone il tema del ‘ritorno glorioso di Cristo’, confermando questo dato della tradizione apostolica, indicandolo con il termine greco di ‘parousìa’ che significa ‘presenza’. Anche Platone aveva messo in risalto questa parola per sottolineare la sussistenza di un ideale intelligibile nelle cose sensibili.
Paolo la utilizza, invece, per esprimere la seconda venuta di Gesù, con la quale si conclude la storia umana secondo una concezione lineare prettamente biblica.
“Non é chiara la derivazione del termine, come per molti altri vocaboli del N.T. Si discute se provenga dalle descrizioni degli incontri dei re dei cerimoniali greco-romani o dalla letteratura escatologica giudaica o addirittura dall’una o dall’altra fonte” (1). E’ certo che viene designato per denotare una solenne apparizione di un esercito, di un generale o di un sovrano (2).
Visto il breve soggiorno a Tessalonica, é probabile che Paolo abbia trascurato di approfondire alcune importanti questioni di escatologia cristiana, dal momento che si sente autorizzato, nell’una e nell’altra lettera, a dissipare alcune preoccupazioni sorte tra i neoconvertiti circa il destino dei defunti, compresi i propri cari, tra i quali coloro che hanno creduto in Cristo, soprattutto nel momento della Parusìa, e sulla prossimità o meno di un tale evento.
Per prima cosa Paolo cita i morti con il termine di “dormienti” che, senza alcun dubbio, acquista un valore metaforico. Volendo andare, però, al di là di esso, il Nostro intende la morte non come l’ultima realtà che sopraggiunge nell’esistenza di un individuo, bensì come uno stato di assopimento ( e di sospensione delle funzioni vitali e delle attività connesse ) che dovrà, un giorno, essere superato. E’ facile presentare la ‘resurrezione dei morti’ come un ‘risveglio’ da questo stato. Anche se poi più tardi, Paolo preciserà, nella Prima Lettera ai Corinti, le modalità di quest’evento ( 1 Cor. 15, 35-55 ).
Quindi, non c’é motivo di “rattristarsi” come fanno i pagani senza alcuna speranza ( 1 Tess. 4,13 ). Del resto, é inedita l’idea di un ritorno dall’ aldilà nel mondo ellenistico – romano, se riflettiamo su alcuni versi del poeta latino Catullo (3), vissuto nel I secolo prima EV. :
“Soles occidere et redire possunt / nobis cum semel occidat brevis lux / mors est perpetua una dormiendi” ( Cat. V, 4-6 ).
“I soli possono tramontare o sorgere / per noi una volta tramontata questa breve vita / resta solo il perpetuo sonno della morte”.
Analogamente a Cristo morto e risorto, anche gli altri risorgeranno e saranno riuniti con lui ( 1 Tess. 4,14 ). E nella Parusìa del Signore non ci sarà una precedenza dell’ultima generazione vivente rispetto ai morti. Questo evento sarà caratterizzato da due fasi : prima risorgeranno i morti (Paolo utilizza immagini desunte dalla letteratura apocalittica giudaica con i suoi elementi descrittivi come “voce dell’Arcangelo”, “( segnale del )la tromba di Dio”, 1 Tess. 4,16, ecc.); dopo, i viventi saranno “rapiti insieme a loro nelle nuvole per andare incontro al Signore nell’aria” ( 1 Tess. 4,17 ).
Occorre fare una precisazione su quest’ultimo punto. “L’essere rapiti insieme a loro per andare incontro al Signore nell’aria” non racchiude una notizia circa le modalità relative al processo della trasformazione del vivente durante la seconda venuta di Gesù. Ma non possiamo fare una concessione ai bultmanniani insistendo troppo sul lato dell’allegorìa o dell’immagine letteraria, per poi rigettare questo evento solo perché l’Apostolo ha espresso un dato, come questo, in una concezione cosmologica vigente presso gli Ebrei contemporanei. La stessa vaghezza, come sembra indicare la frase, sembrerebbe suggerire un effetto di fantasìa. Risulta chiara questa convinzione di Paolo : nel momento della Parusìa l’ultima generazione umana non vivrà più la stessa vita quotidiana di tutti i giorni, ma sarà trasfigurata nella gloria del Signore. Del resto, Gesù é risorto ed é “asceso” al cielo. Se questo é avvenuto per il Nuovo Adamo, perché non deve avvenire anche ( e analogamente ) per gli altri uomini ? “Andare incontro al Signore nell’aria” significa avere un corpo dotato di perfezioni che potenziano le facoltà da esso possedute, vincono la stessa forza di gravità o, quanto meno, la tendenza dei corpi gravi verso il basso ( convinzione quasi unanime a quel tempo ), o come Dante definisce -nel suo Paradiso canto I- il “trasumanar”, cioé andare oltre l’umano, trovandosi nel Cielo della Luna con il proprio corpo, senza sapere né come né quando.
“Questo infatti vi diciamo sulla parola del Signore : noi, i viventi che potremmo essere rilasciati per la Parusìa del Signore…..” ( 1 Tess. 4,15 ).
Questo versetto può essere, giustamente, ritenuto la “croce degli interpreti”.
Consideriamo l’espressione “sulla parola del Signore”. Il Nostro non dice nulla di suo, ma si rifà alla tradizione degli Apostoli e, quindi a monte, all’insegnamento di Gesù. Non si tratta né di una opinione personale, tantomeno di una rivelazione comunicata a lui direttamente dal Redentore medesimo.
Al riguardo, una chiave esegetica mira a considerare in modo separato, nel versetto 15, i “viventi” dal termine “parusìa” ( manifestazione del Signore ), rendendo possibile questa parafrasi : “noi che viviamo attualmente non saremo separati dai nostri defunti alla venuta del Signore”. Tale posizione, sostenuta dal biblista Francesco Spadafora, si basa sulla presunta impossibilità della costruzione del verbo “perileipomenoi” ( superstiti ) con “eis” ( in ). Ma si scontra ugualmente con il testo che oppone i superstiti ai morti. E non trova il sostegno da parte dei Padri della Chiesa di lingua greca (4).
Un’altra interpretazione, quella di Giovanni Rinaldi, ritiene che Paolo non fa altro che riportare il punto di vista degli interroganti, dicendo : “quelli che voi chiamate i superstiti, non precederanno i vostri morti”, correggendo un errore circolante tra i credenti di Tessalonica circa una diversa sorte e dei morti e dell’ultima generazione umana (5). Ma non riusciamo a condividere una tale opinione.
Ci può essere una lettura –da parte escatologista- che attualizza questo brano, inducendo a ritenere che Paolo raccomandi il massimo di vigilanza per il carattere improvviso dell’evento della Parusìa, estremizzando la figura retorica dell’énallage (6), quasi come se parlasse a noi, generazione del Duemila, e si sentisse parte di questa stessa generazione, in un’iperbolica affermazione. Non che questo modo di interpretare sia sbagliato o alquanto debole. Tutt’altro. Ma può risultare riduttivo, forzato, deresponsabilizzante e anche pericoloso se fatto proprio dagli sprovveduti.
Un’altra lettura, invece, si potrà dare da parte di chi ironizza proprio su questa comunanza di destino di Paolo, nella sua esistenza storica, e della generazione vivente al momento della Parusìa, per sconfessare questo dato rivelato (non c’é e non ci sarà Parusìa perché Paolo é morto, nonostante la fede “ingenua” da lui ostentata in questo avvenimento), e come sono morti i destinatari di questa Prima Lettera, i quali si sono identificati con l’ultima generazione umana.
L’Apostolo non é incorso nell’errore riguardo alla prossimità o meno della fine della storia. Altrimenti, verrebbe compromesso il carattere ispirato di questa epistola. E l’ispirazione non può essere mai compatibile con la presenza di tenaci ed ineliminabili contraddizioni logiche . E’ fuorviante sostenere che Paolo abbia creduto, nella prima missiva, nell’imminenza della Parusìa e poi, nella seconda, l’abbia confutata ( o minimizzata ) apertamente. Se si legge con attenzione la 1 Tess. 5, 1-3, si evince bene il carattere dell’incertezza del momento della seconda venuta di Gesù (7) :
“Riguardo poi ai tempi e ai momenti precisi non avete bisogno che vi si scriva. Voi stessi infatti sapete molto bene che il giorno del Signore viene come un ladro di notte. Quando diranno ‘pace e sicurezza’ ( Ger.6,14 ), proprio allora improvvisa sopravverrà la catastrofe, come i dolori del parto a una donna gravida, e non potranno sfuggire” ( 1 Tess. 5, 1-3 ).
Come dire tutto. Paolo ignora perfettamente quando avverrà questo fatidico giorno. Domani o tra un milione di anni !? Raccomanda caldamente ai suoi fedeli di non restare impreparati, perché quel giorno si manifesterà come “un ladro di notte” ( 1 Tess. 5,3 ), sottolineando la caratteristica dell’improvvisazione e dell’imprevedibilità della Parusìa.
Inoltre, il versetto 10 del cap. 5 sembra suggerire il presentimento dell’Apostolo di non essere più tra i viventi alla fine della storia :
“….affinché sia che vigiliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui” ( 1 Tess. 5,10 ).
Il brano 1 Tess. 5, 1-4 richiama implicitamente i detti escatologici di Gesù riportati dalla tradizione sinottica ( si cfr., per esempio, Mt. 24,8.36-43.50; Mc. 13,1-37; Lc. 21,5-36 ), ricorrenti anche in altri scritti neotestamentari ( come At. 1,7; 2 Pt. 3,10; Ap. 3,10 ).
Paolo si convince di aver lasciato nel vago delle sue affermazioni circa l’imprevedibilità della circostanza della Parusìa. Ciò spiega la necessità di scrivere una seconda missiva, nell’arco di pochi mesi, non tanto per affrontare tensioni e polemiche sorte nella Chiesa di Tessalonica, quanto per neutralizzare la possibilità di equivoci e di malintesi sul tempo di questa seconda venuta di Gesù, derivanti da una lettura troppo precipitosa della prima lettera.
L’Apostolo capisce che, spinto dall’entusiasmo, ha troppo insistito su quel “noi” come comunanza di destino, sottintendendo il suo più semplice desiderio di essere riunito, ancora in carne ed ossa, al suo Signore.
La consapevolezza del carattere improvviso della seconda venuta di Gesù deve comportare, di conseguenza, la ‘vigilanza’ come si conviene ai “figli della luce e figli del giorno” ( 1 Tess. 5,5 ), perché “il giorno del Signore viene come un ladro di notte” ( 1 Tess. 5,2 ). L’invito ad essere sobri non vuol intendersi solo nel senso della moderazione nell’uso dell’alcool e nel cibo, ma piuttosto nel senso del retto cammino sulla via della santità, “indossando la corazza della fede e della carità, ( avendo come ) elmo la speranza della salvezza” ( 1 Tess. 5,8 ).
Nella Prima Lettera ai Tessalonicesi Paolo rivolge i suoi ultimi appelli circa i doveri di promozione della carità fraterna e della misericordia spirituale ( 1 Tess. 5, 14-15 ), ma con una precisa discriminazione nei confronti degli “indisciplinati” ( letteralmente “i fuori ordinanza” ), vale a dire quei credenti che, ritenendo imminente la ‘parusìa’ e illudendosi di trovarsi in uno stato di purezza e di santità, manifestano disobbedienza e ingratitudine ai superiori che si sacrificano per correggere, presiedere e fortificare nella fede la stessa comunità, pretendendo di essere mantenuti a spese degli altri fratelli, gettando discredito su questi ultimi all’esterno. Un anticipo di quelle che saranno le degenerazioni dei successivi orientamenti quietistici.
“Non vogliate spegnere lo Spirito; non disprezzate le profezie. Esaminate tutto; ritenete ciò che é bene. Guardatevi da ogni apparenza di male” ( 1 Tess. 5, 19-22 ).
Anche i ‘carismi’ servono all’edificazione della Chiesa e, pertanto, vanno promossi e, soprattutto, esaminati per discernere quello che é un genuino dono di Dio da una contraffazione di Satana (8) o, semplicemente, da una autosuggestione di origine puramente naturale. Tra questi doni é indispensabile quello della ‘profezìa’ per discernere i segni dei tempi. Ma anche l’intelligenza dello Spirito nell’esaminare le predizioni dell’A.T. per poter verificare il riscontro del contenuto da essi riportato con la realtà contemporanea all’Apostolo.
Nell’epilogo del primo scritto, Paolo invoca la benevolenza di Dio sui fedeli di Tessalonica affinché, al momento della ‘Parusìa’, l’essere di ciascuno di loro (spirito, anima e corpo) sia trovato integro, vale a dire puro e ordinato, davanti al cospetto del Cristo solenne.
Paolo espone le nozioni dell’antropologìa giudaica che insiste sull’unità psicofisica dell’individuo umano, utilizzando termini greci come ‘pneuma’, ‘psiché’, ‘soma’. Non offre per niente uno spaccato della concezione metafisica dell’uomo di tipo aristotelico, nel sostenere spirito, anima e corpo come due-tre principi sostanziali, o del tipo platonico come di due ( o più ) sostanze unite accidentalmente.
‘Pnéuma’ é anche il termine con il quale si intende sia la ‘ruah Jahveh’, ovvero lo Spirito Santo come principio di vita nuova del redento, sia la parte più alta e più profonda della mente umana che si apre all’influsso dello Spirito.

**************************************************
Il tema della ‘Parusìa’ é schiettamente biblico, le cui radici si ravvisano già nell’Antico Testamento.
Una escatologia allo stato germinale è già delineata negli scritti profetici ( i ‘Nebiim’ ), dove si evince la drammaticità della lotta tra il bene e il male nel mondo e nel cosmo fino alla fine dei tempi.
Comprimari di questa lotta sono Jahveh, da un lato, e le forze che lo avversano, dall’altro. Israele -con il suo drammatico rapporto con le nazioni- ne é il teatro. Il peccato ( in ebraico ‘awon’ ) é la causa del ‘giudizio di Dio’, dell’intervento equilibratore dell’Altissimo che punisce l’empio, ma anche purificatore.
Israele si é lasciato prostituire dal culto di altre divinità, compromettendo l’originaria alleanza con Jahveh, permettendo l’adozione di schemi mentali, appartenenti ad altri popoli, nel vivere e comunicare la propria fede. A questo cedimento idolatrico ne é seguito un rilassamento dei costumi, una morale individualista che alimenta l’ingiustizia nei rapporti umani.
Con i profeti Ezechiele e Zaccarìa si dilata la prospettiva dell’azione divina su tutto l’universo. La stessa figura del ‘nabi’ beneficia di rivelazioni che avvengono per mezzo di ‘visioni’ riguardanti lo svolgimento degli eventi e le entità soprannaturali che vi entreranno in gioco. Soprattutto con Daniele si può dire che prende avvìo il genere della ‘letteratura apocalittica’ con tutto il suo corredo di rappresentazioni plastiche, dove vengono illustrati i tempi e i luoghi della desolazione, le catastrofi cosmiche, un intervento diretto degli angeli e di altre potenze intermedie tra Dio e l’uomo.
Cominciano ad assumere un rilievo sempre crescente le tematiche del ‘giorno del Signore’ (denominato anche “giorno dell’ira”, “gran giorno”, si cfr. “…..prima che venga il giorno del Signore grande e terribile”, Gl. 3,4, ecc.; espressioni che non perderanno la loro forza incisiva e la loro efficacia neanche nei discorsi escatologici di Gesù e in tutta la letteratura neotestamentaria), del ‘Regno di Dio’ ( si cfr. Zac. 14, 7 : “sarà un unico giorno, il Signore lo conosce…”, oppure Zac. 14,9 : “Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” ) e del ‘Messìa’ che ne sarà il titolare ( Dn 2,28, ma si tratta di un dato attestato anche dalla letteratura sapienziale : Sal. 72; Sal. 110, ecc. ). Certo, ogni giorno appartiene al Signore; ma quando si parla del ‘giorno del Signore’ si intende la ‘manifestazione finale e solenne di Jahveh’, la sua ultima teofanìa con la quale si conclude la lunghissima vicenda umana.
Questo genere apocalittico interessa buona parte degli scritti giudaici del periodo intertestamentario e il Nuovo Testamento cristiano.

Publié dans:Lettera ai Tessalonicesi - prima |on 27 novembre, 2014 |Pas de commentaires »
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