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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

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Il deserto e il « quadrinomio »

padre Gian Franco Scarpitta

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (07/12/2014

Figura molto significativa quella di Giovanni il Battezzatore, che mentre procede nel deserto geografico che separa la Palestina da Babilonia, invita tutti ad abbandonare il proprio deserto di immondezza peccaminosa e di perversione ostinata al male. L’aspetto di Giovanni è quello di un penitente irsuto e sciatto nel vestire, la cui sopravvivenza neurovegetativa è garantita da cibi precari come locuste e miele selvatico. Potremmo paragonarlo a uno degli anacoreti delle origini della vita eremitica in Egitto, i cosiddetti Padri del deserto. Il suo messaggio e le sue esortazioni richiamano quelli dell’Antico Testamento, in modo particolare i profeti della novità di una « strada nuova che attraversa il deserto » (Is 43, 19), rendendo questo luogo solitario e desolato un territorio percorribile. Il deserto è il luogo dell’assoluta mancanza e anche nell’accezione latina (de – serere) indica il vuoto, lo svuotamento, ciò che è stato tolto. Come si diceva, nell’ottica di Giovanni non ha solamente un significato topografico, ma si configura come la perdizione personale dell’uomo in conseguenza del suo peccato, lo stato di inopia spirituale e di aridità, la lontananza dell’uomo da se stesso per il rifiuto di Dio. Sulla scia del profeta Isaia, Giovanni ci si presenta come la « voce » di Colui che invita gli uomini a preparare la strada del Signore in una situazione di « deserto », cioè di peccato: « Raddrizzate i vostri sentieri ». Il che significa predisporre se stessi alla novità del Verbo che entra a far parte di questa condizione di bruttura morale per poterla radicalmente capovolgere. Preparare la via del Signore significa infatti optare per la conversione decisa, per il mutamento interiore e il rinnovamento radicale di se stessi in direzione di nuovi costumi e di nuove mentalità. Occorre insomma convertirsi, convincersi della vacuità a cui il peccato ci ha sempre condotti, della miseria e dell’inconsapevole insoddisfazione che apporta la via del male e dell’ingiustizia, convincersi dell’amore di Dio e della sua salvezza. Convertirsi vuol dire di conseguenza conformare la propria condotta secondo Dio, fermi nella deliberazione piena di dover fare esclusivamente la Sua volontà. Questo è il messaggio del Battista che ricalca le parole del profeta Isaia: nella solitudine e nello smarrimento, convertitevi e cambiate forma mentis e convinzioni personali, aprite il cuore a Dio. Se farete questo, Dio potrà avere il dovuto spazio in voi e « ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». L’episodio, che presenta un Battista quasi coetaneo di Gesù (secondo la cronologia) è meglio pertinente in tempo di Quaresima, visto che esalta appunto la necessità della conversione per il conseguimento della gloria pasquale cristiana, ma anche il presente tempo di predisposizione al Natale (l’Avvento) ci invita al mutamento radicale di noi stessi perché la bellezza e il fascino del Dio Bambino non possono che richiedere conversione e radicalità da parte nostra. Preparare la strada del Signore e spianare il suo ingresso nella nostra vita è un’allegoria per cui siamo chiamati a predisporre il Natale mentre percorriamo gli spazi e i tempi dell’Avvento: Colui che viene è Colui verso il quale si va incontro.
Nella sua attività di predicazione, Giovanni amministra un Battesimo, che è solamente un rito esteriore di infusione di acqua su quanti, pentiti, confessano i propri peccati per ottenere il perdono di Dio. Il bagno in acqua ipotizza il pentimento sincero ma impegna l’adepto a cambiare vita e a farla finita con il peccato, senza comportare automaticamente l’estinzione di esso. Il Battesimo amministrato da Gesù avverrà non soltanto in acqua ma soprattutto in Spirito Santo e sarà esso stesso a lavare ciò che è sordido nell’uomo, mondando interamente il soggetto dalla putredine del peccato. Il battesimo di Giovanni prepara e annuncia quello del Signore Gesù Cristo e attesta alla necessità di conversione e di ravvedimento. Ma soprattutto, costituisce un invito alla trasformazione e al ravvedimento di noi stessi in vista della novità del Dono che in Cristo Dio farà di se stesso.
Ammettere le proprie colpe responsabilizzandosi davanti a Dio è davanti agli uomini è l’inizio del processo di conversione; esso però non ha luogo se non in conseguenza di una virtù preventiva che si rende capaci di dissolvere davvero noi stessi in Dio: l’umiltà e la mansuetudine. Esse allontanano presunzione e orgoglio, scongiurano il pericolo di nefaste autoesaltazioni e inani attitudini alla superbia e per ciò stesso conducono a che il concetto di noi stessi non sia talmente esagerato da metterci al centro dell’attenzione. Senza l’umiltà non vi è conversione, senza conversione non avrà mai luogo la fede e la salvezza sarà una meta irraggiungibile.
Umiltà – Conversione – Fede – Salvezza. E’ questo il quadrinomio che leggiamo nell’invito che ci viene rivolto dal Battista, che mentre ci addita il Signore di cui egli è il Precursore ci dischiude anche un irrinunciabile itinerario in direzione di noi stessi e degli altri. Che cosa ci consegue infatti questo quadrinomio se non la pace interiore e la serenità di spirito, la costanza e la fiducia nella prova e nelle avversità? Che cosa comporta se non la gioia che sperimenteremo nel dare anziché ne ricevere (At 20, 21), il coraggio e la forza per trovare in Dio la felicità che invano cerchiamo in noi stessi e nelle nostre presunte prerogative. Cogliamo allora l’Avvento come una ricca opportunità che verte a vantaggio di noi stessi, purché ci decidiamo a uscire dal deserto che caratterizza da sempre la nostra vita.

BENEDETTO XVI: L’AVVENTO PER PERCEPIRE LA PRESENZA DI DIO (28 NOVEMBRE 2009)

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BENEDETTO XVI: L’AVVENTO PER PERCEPIRE LA PRESENZA DI DIO (28 NOVEMBRE 2009)

Papa Benedetto XVI ha presieduto nel pomeriggio di sabato 28 novembre 2009 nella Basilica di San Pietro in Vaticano la celebrazione dei Primi Vespri della I Domenica di Avvento, inizio del nuovo anno liturgico per la la Chiesa Cattolica.
Durante l’omelia, Papa Benedetto XVI si è soffermato sul significato della parola “Avvento”, che “i cristiani adottarono per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo” e che può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Il Papa ha invitato a comprendere in profondità anche il significato di “visita”. In questo caso, evidentemente, di tratta di una visita di Dio, che entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me”.

Ecco il testo integrale dell’omelia tenuta dal Papa.

Cari fratelli e sorelle,
con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la “venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola “venuta”, in latino adventus, da cui il termine Avvento.
Corona d’Avvento Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola “avvento” per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il significato dell’espressione “avvento” comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente “visita”; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal “fare”. Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci “travolgono”. L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?
Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come “kairós”, come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.
Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.
Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!

SCOLA: «L’AVVENTO: ATTESA BELLA E SPERANZA AFFIDABILE» 16.11.2014

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SCOLA: «L’AVVENTO: ATTESA BELLA E SPERANZA AFFIDABILE» 16.11.2014

In Duomo, di fronte a migliaia di fedeli, il cardinale Scola ha presieduto la Celebrazione eucaristica della I Domenica dell’Avvento ambrosiano, dando avvio al percorso della sua predicazione in Cattedrale intitolato, quest’anno, “Un bambino è nato per noi”

di Annamaria BRACCINI

Un’attesa bella perché si fonda sulla speranza affidabile della venuta certa del Signore.
All’inizio del «tempo liturgico benedetto», tempo di Avvento, è il cardinale Scola a dare voce e a interpretare un sentire comune che si fa quasi palpabile, in Duomo, dove arrivano in migliaia per la Celebrazione Eucaristica della I domenica dell’Avvento ambrosiano, con cui prende avvio anche il percorso proposto a tutta la Diocesi attraverso, appunto, la predicazione domenicale dell’Arcivescovo in Cattedrale. E sono così tanti i giovani, le famiglie con i bimbi, ma anche gli anziani e la gente di tutte le età – sono stati in particolare invitati, questa domenica, gli aderenti al Movimento apostolico e ad Alleanza Cattolica – che si ritrova per un momento importante, sentito fortemente dall’intera comunità ambrosiana, chiamata a condividere il cammino di queste sei settimane che ci separano dal Natale, nella logica di quella che l’Arcivescovo chiama «la tensione buona dell’attesa».
Tutto, dalle Orazioni al Prefazio e alle Letture del giorno, invitano, d’altra parte, a cogliere la venuta del Signore come evento definitivo della salvezza. Intorno a una tale certezza si articola la riflessione del Cardinale che invita guardare con speranza il presente e il futuro: «Non con un ottimismo acritico, non con un forzoso ‘tutto va bene’ ma con una speranza affidabile perché Colui che viene mostra che la storia personale e la storia della famiglia umana hanno un senso cioè un significato, un valore, una direzione».
In questo contesto, anche il dialogo tra il Signore e i discepoli, narrato dalla pagina evangelica di Marco 13, è un monito chiaro: «Di fronte al dilagare del male e delle circostanze avverse, alle contraddizioni gravi e alla fatiche che anche noi europei stiamo portando, l’interrogativo più radicale è se possiamo ancora attendere la venuta di Qualcuno che spezzi questa angosciante impotenza». Qui è l’importanza dell’Avvento, suggerisce.
Sgomenti come i discepoli «di fronte all’imperversare del male, fuori ma anche dentro di noi», tentati di cedere al lamento sterile e senza pietà verso l’umano, occorre, tuttavia, vedere nel travaglio, che richiama la nascita attraverso i dolori del parto, una preparazione positiva alla vera nascita.
«Per questo – spiega Scola – abbiamo voluto dare all’intero percorso delle sei domeniche di Avvento, lo stesso titolo della Lettera alle famiglie per il Natale “Un bambino è nato per noi”. Attendiamo la fine del mondo come la nascita piena, adulta, definitiva, matura: la nascita all’abbraccio paterno del Padre.
L’invito è a non dimenticare che siamo “eletti” in quanto seguaci di Gesù e attraverso coloro che Lui sceglie, non per i loro meriti, ma per il mistero della Sua misericordia, Dio raggiunge tutti gli uomini. E questo vale «anche per l’uomo postmoderno, sofisticato, ma pur sempre fragile come l’uomo di ogni tempo, anche per gli abitanti delle nostre terre ambrosiane, che in troppa misura si sono allontanati dalla pratica eucaristica e che tuttavia hanno ancora un riferimento nella nostra grande storia di cattolicesimo popolare».
E se la «fine del tempo e della storia svelerà ai nostri occhi, il fine della vita dell’uomo e della storia, che “Dio sia tutto in tutti”», la conseguenza è decisiva ed evidente. «La solidarietà col “Dio con noi” ci fa responsabili gli uni degli altri e contraddice Caino. Uniti nell’attesa di Colui che sta venendo, siamo chiamati all’esperienza bella della comunione effettiva tra cristiani e a condividere, come sorelle e fratelli, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri e soprattutto di tutti coloro che soffrono». Il dolore del Cardinale è per le recenti tragedie causate dal maltempo «Siamo vicini a quanti piangono le vittime e a chi soffre per i danni dell’alluvione», sottolinea.
In gioco c’è la méta buona che illumina il cammino quotidiano, nel cui vortice spesso dimentichiamo «chi siamo e di Chi siamo», osserva l’Arcivescovo, che raccomanda a tutti «il segno di croce al risveglio e prima di coricarsi così come la preghiera del mattino e della sera, possibilmente in famiglia, come modalità semplice, ma potente, anche per rigenerare le relazioni tra gli sposi e con i figli. In questo tempo, partecipiamo almeno – aggiunge – a una Messa infrasettimanale».
Non dimentica, il Cardinale, anche i gesti concreti di condivisione verso i più poveri ed emarginati: «In particolare, prendiamo sul serio le iniziative di solidarietà proposte dalla Chiesa italiana verso i cristiani provati dalla persecuzione. Pensiamo alle più di 150.000 persone che hanno dovuto abbandonare le loro case solo in Kurdistan».
E, a conclusione della Celebrazione, il pensiero va al Paese: «bisogna pregare perché cresca l’amicizia civica e perché il confronto tra diverse visoni del mondo e posizioni, tra diversi nobili interessi, sia sempre teso verso questa amicizia di cui la Nazione ha tanto bisogno per potere vivere in pace e poter affrontare, italiani e immigrati, questo tempo di crisi restando uniti».

RAPITO IN ESTASI DALLA TERRA AL CIELO – 1Tess

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RAPITO IN ESTASI DALLA TERRA AL CIELO – 1Tess

Siamo nell’anno 51. San Paolo è a Corinto. Alle spalle ha il ricordo delle settimane trascorse a Tessalonica, capitale della Macedonia, dell’accoglienza festosa dei pagani, della dura reazione degli Ebrei là residenti, della sommossa da loro ordita e della fuga a cui è stato costretto, il discepolo Timoteo gli reca ora notizie della neonata Chiesa tessalonicese e delle sue prime incertezze. Paolo decide, allora, di inviare un messaggio a quella comunità, «da leggersi a tutti i fratelli»: è la prima Lettera ai Tessalonicesi, il primo scritto paolino a noi giunto, quasi certamente il primo testo del Nuovo Testamento.

Proponiamo ora questa Lettera anche perché ben s’adatta al clima dell’Avvento che sta iniziando. Serpeggia, infatti, nelle pagine di quest’opera una specie di brivido d’attesa: la Chiesa di quella città sentiva come imminente la nuova e definitiva venuta del Signore per suggellare la storia. L’Apostolo cerca di contrastare questa tensione eccessiva che, come si vedrà, svaluta l’impegno nel presente e, usando un’immagine introdotta da Gesù, elimina ogni tentazione di avere oroscopi sulla fine del mondo: «Il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte» (5,2).

È, certo, necessaria la vigilanza e la veglia, senza però fanatismi e ossessioni perché «Dio non ci ha destinati all’ira ma a ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (5,9). Anzi, contro l’eccitazione di coloro che si dimettono dalle responsabilità quotidiane per decollare idealmente verso quell’alba eterna di luce, Paolo raccomanda come «punto d’onore quello di vivere in pace, di attendere ai propri impegni, di lavorare con le proprie mani così da condurre una vita dignitosa di fronte agli estranei e da non aver bisogno di nessuno» (4,11-12).

Tuttavia anche l’Apostolo vuole gettare uno sguardo su quell’orizzonte atteso ma ignoto, forse per non sembrare troppo evasivo. Egli cerca, però, di risolvere solo un quesito secondario avanzato dai cristiani di Tessalonica: nell’istante supremo, coloro che saranno ancora in vita alla seconda venuta del Cristo quale sorte avranno? Ecco la risposta paolina intrisa del linguaggio simbolico apocalittico, linguaggio che abbiamo già imparato a conoscere a suo tempo leggendo il libro dell’Apocalisse: «I morti in Cristo risorgeranno. Poi, noi ancor vivi e superstiti, saremo rapiti insieme con loro nella morte per andare incontro al Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore» (4,16-17).

Scenari cosmici, dunque, per un passaggio indolore dal tempo all’eterno, dallo spazio terreno all’infinito celeste. Una visione che l’Apostolo nella prima Lettera ai Corinzi in qualche modo varierà, introducendo la necessità di una metamorfosi radicale anche dei viventi in quel transito estremo: «Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati» (15,51). La risposta di Paolo, a quanto pare, non basterà a calmare i Tessalonicesi. Ci sarà una seconda Lettera a loro indirizzata, più tesa e di più ardua lettura, segno comunque di un cristianesimo che non si perde e disperde nelle pieghe della storia, ma che neppure migra verso i cieli mitici e mistici dell’alienazione religiosa.

PASTORI AL PRESEPIO – ANALISI DI LC 2, 8-20

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I PASTORI AL PRESEPIO

 NOVEMBRE 2009 – ARGOMENTO: BIBBIA

ANALISI DI LC 2, 8-20

Luca ha consegnato alla chiesa un racconto della natività  denso di teologia. Di questa ricchezza è anche pregna la scena dei pastori che, all’annuncio dell’angelo, si avviano alla culla del neonato Messia. L’approccio a questo testi lo facciamo in tre momenti: – Come l’antica letteratura giudaica rileggeva i brani dell’AT che parlano dei “pastori di greggi” veri e propri; – Come la letteratura cristiana ha interpretato le stesse pagine bibliche con l’aggiunta però dei pastori di Betlemme – Le tradizioni giudaica e cristiana offrono davvero un contributo per comprendere Luca 2, 8-20?

RILETTURE DEL GIUDAISMO ANTICO SUI “PASTORI” D’ISRAELE L’AT parla spesso di Dio “pastore” del suo popolo e dei patriarchi di Israele in quanto “pastori” nel senso reale del termine: – Abele (Gen 4,2) – I pastori di carrai e Giacobbe (Gen 29, 7-8) – I figli di Giacobbe (Gen 37, 13-14) – Mosè (Es 3,1) – Le tende dei pastori (Ct 1,8) Orbene: là dove il testo biblico parla di Dio o dei Patriarchi come “pastori”, i commenti giudaici dei passi tendono a trasformare la loro mansione di “pastori” in quella di “re – capi – guide” del popolo. Questi commenti riguardano soprattutto: Abele, Giacobbe e i suoi figli, Mosè, Davide, i pastori del Cantico. Ma lo stesso Dio è celebrato in Filone come il Pastore supremo che regge l’universo con tutte le sue creature. Le interpretazioni si diramano in due direzioni: – “pastore” diventa sinonimo di “re – capo – guida” dei greggi composti da persone quindi è sinonimo di chi è capo e sa governare saggiamente. Questa equivalenza appare soprattutto in Filone, ma viene attestata anche dal midrash; – “pastore” significa anche “maestro – dottore della Legge di Mosè”: a) Filone indicava anche in Dio lo stesso pastore che pasce l’universo e lo regge mediante la parola della sua Legge che è giusta e retta. b) Il Midrash pone in chiara luce l’equazione simbolica: pastori = dottori della legge, come ad esempio, nel caso di Mosè. c) Il Targum paragona le “tende” dei pastori alle “case di studio” della legge. d) In altre referenze della letteratura giudaica  e cristiana tra il I secolo avanti e dopo Cristo, il titolo “pastore” viene attribuito a persone che “insegnano la legge di Mosè”, come il profeta mandato da Dio ai deportati in Babilonia; o “predicano il Vangelo della Nuova Alleanza”, come Gesù stesso o gli evangelizzatori delle prime comunità cristiane.

TESTIMONIANZE CRISTIANE DEI “PASTORI” DI ISRAELE COME “DOTTORI” DA ORIGENE FINO AL XIV SECOLO I commenti degli autori cristiani fino al XIV secolo quindi Padri e Scrittori ecclesiastici si dividono in commenti su: a) I Patriarchi di Israele b) I “pastori” e “le tende dei pastori” c) I “pastori” di Betlemme

I PATRIARCHI DI ISRAELE Esistono una quindicina di commentari, cernita esigua, ma non priva di significato. Anche per gli autori cristiani, le figure bibliche dei “pastori di gregge” divengono il simbolo dei pastori – maestri che hanno il compito di istruire i fedeli nella legge di Mosè o nella verità di Cristo. Come “falsi pastori” vengono indicati di conseguenza “gli eretici” i “falsi maestri”. I pastori biblici vengono indicati spesso anche come modello dei “veri pastori della chiesa”. (Didimo il Cieco – Cirillo d’Alessandria – Beda il Venerabile – Ruperto di Deutz – Isidoro di Siviglia – Teodoro di Mopsuestia – Gregorio Magno)

I PASTORI E LE TENDE DEI PASTORI Esiste una copiosa fioritura di opere di commento soprattutto al passo del Cantico dei Cantici: “perché io non sia vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni” (Ct 1,7). Il commento lo applica ai movimenti ereticali che frantumano il gregge, guidato dall’unico vero pastore che è Cristo. Di conseguenza le “tende dei pastori” sono le sette dei falsi pastori, degli eretici i quali – da maestri perversi – insegnano dottrine errate. Solo raramente le “tende dei pastori” sono interpretate come la funzione del legittimi pastori, quali sono i profeti, gli Apostoli, la Chiesa ecc. (Origene – Gregorio di Elvira – Beda il Venerabile – Gilberto di Foliot – Giovanni di Halgrin- Tommaso d’Aquino – Filippo di Harveng)

I PASTORI DI BETLEMME La pericope dei pastori di Betlemme, è stata oggetti di preziosi commenti fin dall’antichità cristiana. Le varie esegesi possono essere così sintetizzate: a) Significato letterale – storico di fondo: riguarda i pastori di Betlemme intesi nel senso ovvio del termine, cioè come custodi del loro gregge. Illuminati dallo Spirito essi si recano a visitare il neonato Messia per poi annunciarlo al mondo b) Significato tipico – spirituale – mistico – morale: Questo tipo di commento è presente soprattutto nell’esegesi patristico – medievale. Questa interpretazione viene intesa a due livelli: – ecclesiale: I pastori di Betlemme sono “figura” dei pastori della Chiesa e la loro esperienza vissuta in occasione del Natale di Gesù, è come un preludio che anticipa i compiti di quanti saranno chiamati a presiedere le future comunità cristiane; – pasquale: I gesti e le parole dei pastori di Betlemme sono posti in relazione con la fede e l’attività che i discepoli di Gesù esplicheranno a partire dalla resurrezione del Signore. Si fanno quindi questi parallelismi: 1. Come i pastori annunciarono per primi la nascita di Gesù, anche i pastori della Chiesa furono i primi araldi della rinascita spirituale del mondo; 2. come i pastori accorse a contemplare le sembianze del Verbo divino rivestito di carne, così i pastori della Chiesa contemplarono la gloria del Verbo Incarnato manifestatasi nella Resurrezione

IL TESTO EVANGELICO DI LC 2, 8-20 Dopo quello che abbiamo detto fin’ora ci dobbiamo chiedere: La narrazione lucana conteneva già in se stessa i motivi “ecclesiali – pasquali” enucleati più diffusamente poi dalla tradizione cristiana?  E ancora: le tradizioni elaborate sia dal giudaismo che dal cristianesimo sulle figure bibliche dei pastori ci possono aiutare a comprendere il ruolo dei pastori di Betlemme? La risposta può essere positiva. Esaminiamo sotto tre aspetti la pericope lucana: – A) Motivi pasquali di Lc 2, 8-20 – B) I pastori di Betlemme figura dei pastori della Chiesa – C) Quale storicità ha questa pericope?

 A) MOTIVI PASQUALI Eccome alcuni: 1 “La gloria del Signore” Nel linguaggio di Luca, sia Vangelo che Atti, “la gloria del Signore” è sempre connessa con la glorificazione pasquale di Gesù risorto dai morti (Lc 9, 26.31.32; 21,27; 24,26; At 7,55; 22,11) 2. La resurrezione di Cristo come “nascita” nella ”città di Davide” Il messaggio dell’angelo: “Vi è nato nella città di Davide un Salvatore”, in prima istanza annuncia il parto di Maria, avvenuto nella “città di Davide chiamata Betlemme”, in seconda istanza potrebbe anche alludere alla resurrezione di Cristo avvenuta in “Sion – Gerusalemme” Infatti anche Gerusalemme era chiamata “città di Davide” (2Sam 5,7.9; 1Cr 11,5.7; Is 22,9-10…) Oltre a Is 9,5, sembra che qui echeggi anche il Sal 2,7, anch’esso ambientato in Sion – Gerusalemme: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ora è noto che la tradizione lucana, espressa per bocca di Paolo, applica il Sal 2,7 all’azione di Dio che risuscita Gesù dai morti (At 13,33) e considera l’oggi della pasqua, come una nuova “nascita” di Cristo. 3. I titoli di: Salvatore – Cristo – Signore Questi tre appellativi annunciati dall’angelo ai pastori, sono di chiara derivazione pasquale. Stando alla dottrina degli Atti, soltanto a seguito della sua intronizzazione presso il Padre. Gesù sarà proclamato in quanto tale (At 5,31; 13,23; At 2,36) 4. Un filo sottile tra il natale e la pasqua Alcune evidenti analogie tra il natale e la pasqua rendono manifesti gli echi pasquali di Lc 2, 8-20: a) Il segno: – a Betlemme i pastori trovano il bambino e lo vedono; al sepolcro le donne, Pietro e l’altro discepolo non trovano Gesù e non lo vedono; – a Betlemme Maria “lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia”; nella sepoltura Giuseppe d’Arimatea “lo avvolse in bende e lo depose nella tomba” – a Betlemme i pastori trovano Gesù avvolto in fasce; a pasqua nella tomba non si trova Gesù ma solo le bende in cui era stato avvolto nella sepoltura; b) La “parola”: -  Il bimbo della mangiatoia faceva porre questa domanda: Chi è quel bambino? La risposta è data dall’angelo: “Oggi vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore”; Al sepolcro la domanda che sorge è: Dov’è il Signore?  La risposta degli angeli è: “Non è qui, è risuscitato”. Gesù, il bambino di un tempo, avvolto in fasce, è lo stesso Gesù che ha dovuto sopportare le sofferenze e la morte, per entrare nella sua gloria. 5. La struttura e il vocabolario kerigmatico di Lc 2, 8-20 La pericope lucana usa un vocabolario che rimanda all’esperienza della primitiva comunità cristiana, quando annuncia l’evento della risurrezione di Cristo: ciò che fanno i pastori di Betlemme, è in realtà ciò che fanno i pastori della chiesa, come appare soprattutto dagli atti: I Pastori di Betlemme – I pastori sono, antitutto, “evangelizzati”: sono infatti investiti dalla gloria del Signore, il quale, mediante l’angelo, annuncia e fa conoscere loro l’evento del Natale. Per prima cosa, quindi essi odono questa parola di rivelazione e poi vanno a vedere Maria, Giuseppe e il bambino; – I pastori divengono evangelizzatori: Infatti parlano e fanno conoscere a tutti la parola – evento che essi hanno udito e visto da parte del Signore. Essi se ne vanno glorificando e lodando Dio e tutti quelli che li ascoltano si meravigliano  I Pastori della Chiesa – I pastori della Chiesa sono, antitutto, “evangelizzati”: Difatti il Signore si fa vedere, cioè appare ai discepoli  dopo la resurrezione, per cui essi vedono il Signore risorto e la sua gloria. Apparendo ai suoi il Signore risorto rivela ai suoi che il Padre gli ha fatto conoscere le vie della vita. -I pastori della Chiesa sono “evangelizzatori”: Obbedendo al comando del Risorto, essi annunciano e proclamano l’evento cristiano che ha il suo culmine nella resurrezione; fanno conoscere a tutto il popolo, quello che hanno visto e udito. L’annuncio è tanto nuovo ed inatteso che quelli che ascoltano si meravigliano, mentre la Chiesa, perseverando unita nella Parola udita, eleva a Dio un tributo di gloria. Le analogie tra l’azione kerigmatica dei pastori di Betlemme e quella dei pastori della Chiesa sono così profonde che si può affermare che la Comunità ricorda la nascita del Messia pensando alla sua risurrezione. Il popolo credente si raccoglie attorno alla sua culla per celebrare la sua nascita nel tempo ma ha in mente la sua nascita nell’eternità della gloria.

B) I PASTORI DI BETLEMME FIGURA DEI PASTORI DELLA CHIESA Se l’oggetto dell’annuncio diffuso dai pastori di Betlemme è di natura prettamente pasquale, i pastori di Betlemme sono allora, sotto la penna di Luca, sono figura dei pastori della chiesa cristiana primitiva, descritti soprattutto nel libro degli Atti, anch’esso opera di Luca. 1. I pastori del gregge nel libro degli Atti Negli Atti vediamo che Luca definisce pastori del gregge coloro che lo Spirito ha posto come “episcopi” a pascere la Chiesa di Dio (At 20.28). Tali episcopi sono i presbiteri della chiesa di Efeso, che Paolo ha mandato a chiamare (At 20,17). Essi hanno una funzione di guida, di presidenza in seno alla comunità e il compito di insegnare la retta dottrina che lo stesso Paolo ha loro trasmesso. Il tenore contestuale di At20,28-31, mostra chiaramente che i pastori del gregge, cioè della Chiesa, sono capi della comunità e dottori – maestri in tutto quello che riguarda il Regno e la volontà di Dio predicata dagli Apostoli. 2. Le cose viste e udite Se i pastori di Betlemme raffigurano di fatto la missione evangelizzatrice dei pastori della chiesa, quali saranno le cose che essi hanno visto e udito e che fanno conoscere a tutti?La risposta viene dagli Atti (4,20; 22,14-15 ) e dalla stessa pericope di Luca (Lc 2,8-20): a) Per i pastori della Chiesa, secondo gli Atti, le “cose viste e udite” hanno attinenza con la morte e la resurrezione del Signore in connessione col ministero pubblico prepasquale che va dal battesimo di Giovanni in Galilea fino a Gerusalemme. Esse, dunque, durano tutto il tempo in cui il Signore visse in mezzo a loro, dal Battesimo fino all’Ascensione; per i pastori del Betlemme le cose viste e udite cono le parole dell’angelo che annuncia la nascita del Messia e ne chiarisce l’identità, il canto degli angeli che esaltano la gloria di Dio, la visone stessa dell’angelo, il bambino deposto nella mangiatoia, Maria e Giuseppe. I pastori della Chiesa e quelli di Betlemme hanno visto e udito dunque le cose riguardanti il Cristo, contemplato nello splendore della gloria di Dio, dopo averlo visto sotto le sembianze umili e contingenti della carne umana. Secondo Luca dunque la Pasqua spinge verso il Natale: la comunità cristiana professa il bambino di Betlemme, nato da Maria sposa di Giuseppe, che è la stessa persona che, resuscitata dai morti, si rivelerà come Messia divino, come Cristo Signore.

C) QUALE STORICITA’ PER Lc 2, 8-20? Quale può essere il grado di storicità insito nella pericope di Luca? E cioè: l’evangelista intende narrare un fatto realmente accaduto? Qual è la demarcazione tra il fatto storico e i suoi intendimenti dottrinali – interpretativi?

1. Anacronismi pasquali di Lc 2, 8-20 La ricognizione delle risonanze pasquali della pericope è di capitale importanza per valutare i limiti della storicità della pericope stessa. – Nell’annuncio ai pastori e nel loro far conoscere a tutti l’annuncio – evento vi sono inverosimiglianze chiaramente inaccettabili dal punto di vista della cronaca dei fatti. Infatti soltanto dopo l’evento della Pasqua, sarà manifestato che Gesù di Nazaret è il Salvatore – Cristo – Signore. Che cosa avrebbero potuto comprendere gli ignari pastori si un simile messaggio che già conferma il Cristo risorto e la sua divinità? Ma come sarebbe stato possibile all’angelo fare un simile annuncio se gli eventi non erano ancora accaduti? Luca, quindi, antica nel discorso dell’angelo i fulgori della Pasqua trasferendo sui pastori di Betlemme l’attività catechetico – evangelizzatrice che sarà propria dei pastori della Chiesa. L’intento degli anacronismi è chiaramente teologico – dottrinale.

2. Un fondo di cronaca? Scarta la rivelazione pasquale ai pastori di Betlemme che cosa resta di essi? E’ possibile riconoscere nel racconto qualcosa di quanto accadde realmente? Si può rispondere così: In Lc 2, 8-20, possiamo discernere un nucleo esiguo di cronaca: Betlemme, già da antica tradizione, era una zona di gente dedita alla pastorizia. Non stupisce dunque che alla nascita di Gesù, ci fossero intorno dei pastori a guardia del gregge, forse gli stessi proprietari della grotta – stalla. Avvenuta la nascita, non è difficile che alcuni di loro si recarono a rendere visita di omaggio al neonato e ai genitori e diffondono intorno a loro la notizia di questa nascita. Forse illuminati da una speciale grazia divina, compresero in parte la natura messianica, secondo l’attesa diffusa nel popolo, del neonato bambino di Betlemme. Di questa visita rimane un vivo ricordo nelle memorie di Maria che rimase assorta sulle cose che dicevano i pastori.

Conclusione Possiamo concludere che siamo di fronte ad una vera storia, nel senso che l’evangelista non solo narra il fatto della nascita di Gesù, ma ne coglie anche il senso profondo, quale esso si manifesta in seguito alla pasqua. La lettura pasquale della pericope di Luca, quindi, non vanifica l’evento descritto, ma lo fa comprendere meglio. La critica sia linguistica che morfologica del brano permette di ravvisare sotto l’attuale formulazione l’eco sostanziale del ruolo effettivo svolto dai pastori di Betlemme. Alcuni autori parlano di una solida componente della tradizione locale betlemita che non escluderebbe una concomitante testimonianza che risalga alla stessa madre di Gesù. 

RALLEGRATI, DESERTO E TERRA ARIDA – (Is 35, 1ss). III AVVENTO A

http://www.padretudda.it/Anno_2001/RALLEGRATI_DESERTO_E_TERRA_ARIDA.htm

RALLEGRATI, DESERTO E TERRA ARIDA

NELL’ATTESA DEL SALVATORE – III AVVENTO A  

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.  Come fiore di narciso fiorisca;  sì, canti con gioia e con giubilo.  Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron.  Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio.   Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti.  Dite agli smarriti di cuore:  Coraggio!  Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina.  Egli viene a salvarvi. – Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.  Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.  Ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘via santa’; su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto” (Is 35, 1ss).

 “Giovanni, era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:  Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro? – Gesù rispose: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:  i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me.  – Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle:  Che cosa siete andati a vedere nel deserto?  Una canna sbattuta dal vento?  Che cosa dunque siete andati a vedere?  Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re!          E allora che cosa siete andati a vedere?  Un profeta?  Sì, vi dico, anche più di un profeta.  Egli è colui, del quale sta scritto:  Ecco io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. – In verità vi dico:  tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Mt 11, 2ss).       Il libro di Isaia (nella Bibbia) dice parole molto elevate per chiunque attende il Messia:  Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.  Come fiore di narciso fiorisca; canti con gioia e con giubilo. – Poi continua dicendo che non ci saranno ciechi, sordi, zoppi, malattie e sofferenze. Le parole della Bibbia sono piene di promesse straordinarie sia nei riguardi dell’umanità (che sarà guarita da ogni male), sia nei riguardi dello stesso mondo materiale che sarà trasformato come un giardino incantevole, un paradiso terrestre.  Anzi i beni che si promettono sono al superlativo, al di là di ogni intendimento.  Questo vuol dire in poche parole:  beni materiali, umani e super-umani. Molte altre pagine della Bibbia abbondano di immagini del genere.  Ne accenno un’altra:  il mondo sarà lastricato di pietre preziose e le città costruite di oro e di argento. Sono semplici immagini letterarie oppure vera realtà?  E’ vera realtà.  Chiunque attende il Messia o al tempo di Cristo o al nostro tempo (mediante la preparazione spirituale del Natale) ottiene realtà  che sorpassano immensamente ogni aspettativa.  Solo Gesù Messia è colui che porta la fortuna in mano, la felicità piena, la pace e la gioia.  E’ realmente fortunato chi cerca e trova Gesù, perché lui fu ed è l’unico Messia e Salvatore del mondo. Qualcuno dirà:  Sarà proprio vero?  Come avverrà?  Era la stessa domanda di Giovanni Battista a Gesù, come riferisce il Vangelo. Il Battista aveva preannunziato la venuta di Gesù come Messia, lo aveva additato alle folle.  Però in un momento si trovò in carcere per aver rimproverato il re dissoluto Erode Antipa. Da dove proveniva il dubbio di Giovanni? Vedeva in Gesù dei segni propri del Messia (i miracoli), ma vedeva pure delle cose che contrastavano con la presenza del Messia (le ingiustizie, le sofferenze, le prepotenze…).  Si domandava Giovanni:  Dove sono le promesse dei profeti?  Dov’è la pace, la gioia senza fine, il mondo trasformato e l’umanità santificata e fatta tutta divina? Il Battista mandò alcuni discepoli per interrogare Gesù:  Sei tu il Messia o dobbiamo attendere un altro? Gesù gli rispose che si adempivano in lui le profezie degli antichi profeti con i miracoli operati da lui:  I ciechi ricuperavano la vista, gli storpi camminavano, i lebbrosi erano guariti, i sordi riacquistavano l’udito, i morti risuscitavano.  Veniva annunziata una bella notizia di salvezza e la gioia perfino ai più poveri cioè a quelli che sono senza speranza in questo mondo.  Al tempo di Gesù i fatti prodigiosi erano innegabili; facevano prevedere una storia nuova e un mondo materiale straordinario come dicevano le profezie:  Si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi; lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto; si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.  Come fiore di narciso fiorisca e canti con gioia e con giubilo. Questi segni erano già incominciati con la comparsa di Gesù. Però non si vedevano ancora tutti i segni, tutte le promesse avverate, tutta la gioia, la felicità e la pace:  Felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.  Quello che chiedeva Giovanni Battista lo chiedono ancora gli ebrei di oggi.  Essi non credono in Gesù Messia perché non vedono la pace universale e la fraternità che unisce i popoli della terra. Gesù dunque è il Messia o no?  Con la sua presenza è venuto davvero tutto quello che la Bibbia prometteva del tempo del Messia? Gesù rispose affermativamente a Giovanni e ripete anche a noi le stesse parole lette nel Vangelo.  Il Vangelo si legge perché si attua in tutto l’arco della storia e perciò anche ai nostri giorni.  Anche noi siamo fortunati, anzi molto di più dei contemporanei di Gesù. Però le sue parole contengono una risposta doppia e non unica o solo affermativa.  Gesù dice senza ombra di dubbio: 1) che lui solo e nessun altro uomo al mondo è il Messia promesso e l’unico Salvatore dell’umanità.  Perciò dalla sua venuta in terra sino alla fine della storia  esistono i miracoli e meraviglie proprio come afferma la Bibbia.  Solo che bisogna saperli vedere e credere.  2)  Gesù infatti aggiunse un’altra espressione importante:  Beato colui che non si scandalizza di me.  Le meraviglie del messianismo sono visibili solo con l’occhio della fede. Chi si scandalizzava di Gesù?  Chi lo vedeva con la forma tutta umana e ordinaria.  Egli appariva un uomo come gli altri; e il suo tempo era o appariva come tutti gli altri tempi della storia umana con le ingiustizie, le angherie e le cattiverie di ogni genere. Qui sta il mistero di Gesù che viene scoperto e goduto solo mediante la fede cristiana.  Egli appariva un uomo, ma era anche l’infinito Dio venuto in mezzo a noi.  Sapere unire insieme vera divinità e vera umanità come in tutti:  questo è il segreto per risolvere il problema. Chi ha fede vede meraviglie che nessuno ha mai sperimentato o – come dice la Bibbia – “Occhio non vide e cuore non sperimentò mai quello” che Dio dona ai suoi fedeli e così li rende felici, fortunati, gioiosi e Il messianismo di Gesù (oppure la redenzione cristiana) ha due fasi:  una nel tempo presente e una alla fine della storia, cioè nell’eternità.  La prima fase o prima venuta di Gesù è carica di benefici divini, ma iniziali e nascosti sotto il velo della fede.  La seconda poi toglierà ogni nascondimento e apparirà in tutto il suo splendore. Lo sbaglio di Giovanni Battista e di chi non ha fede cristiana è quello di non distinguere le due venute del Messia una con la sua comparsa in terra Palestina e ai nostri giorni e una alla fine della storia nello splendore divino visibile a tutti. Fatta la distinzione chiara tra le due venute, possiamo leggere con immensa gioia anche oggi i testi profetici che invitano alla gioia per la trasformazione del mondo materiale e del mondo umano per opera del Messia Gesù. La novità del Messia è trasformare il mondo materiale e quello umano e inserirvi realtà super-umane o soprannaturali.  E questo già è avvenuto.  Ne do degli esempi.  Esistono trasformazioni più strabilianti che se le pietre delle strade si cambiassero in oro e le case si costruissero con gemme preziosissime. Prendete pane e vino e vedete che cosa sono dopo la consacrazione nella messa.  Sono il corpo e il sangue di Gesù che con essi ci santifica, ci divinizza, dona quello che mai avremmo potuto sognare:  essere nutriti con il corpo e il sangue dell’Uomo-Dio Gesù, nostro Redentore.  Prendete l’acqua e l’olio e vedete che effetti straordinari producono quando sono usati nel sacramento del battesimo, della cresima e dell’unzione degli infermi.  Non è raro il caso di malati guariti, anche ai nostri giorni, per aver ricevuto l’olio degli infermi.  Lungo i secoli cristiani ci sono stati casi di persone nutrite solo con l’eucaristia, cibo dell’anima e del corpo.  Un giorno, quando avremo il corpo risorto nella gloria del paradiso saremo nutriti direttamente da Dio nell’anima e nel corpo. I miracoli del tempo di Gesù non finiti con la sua morte e risurrezione, anzi proprio allora si sono moltiplicati e ingigantiti.  Gesù lo dice nel Vangelo ai cristiani:  Voi farete miracoli superiori ai miei perché io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine della storia. Dove sono questi miracoli?  Basti pensare che ogni volta che il papa dichiara beato o santo un cristiano, esige almeno un miracolo che deve essere vagliato con la più rigorosa critica scientifica fatta da competenti in materia.  E dichiarazioni di beati e di santi esistono molte ogni anno. I grandi miracoli del nostro Salvatore Gesù sono quelli che riguardano l’anima.  Il loro numero è senza fine.  Eccone alcuni: Il cristianesimo porta Dio nei cuori con la comunione;  rende innocenti i più grandi peccatori con il sacramento della confessione; nutre di divinità le nostre persone con la comunione; trasforma in esseri con poteri divini i sacerdoti con il sacramento dell’ordine sacro.  Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?  I sacerdoti possono rimettere i peccati per l’autorità conferita loro da Gesù con le parole:  Coloro ai quali rimetterete i peccati saranno rimessi (Gv 20). Anche la pace e la felicità, che sembrano tanto lontane dalla storia di tutti i tempi,  sono realtà vere nel cuore dei cristiani che vivono la vita divina dataci da Gesù. Leggo nella vita dei santi, i cristiani autentici:  Signore, basta, non ne posso più con tanta gioia che mi infondi nel cuore.  Sono stato colmato di una pace sovrumana che non so descrivere.  Mancano le parole le esperienze cristiane sorpassano ogni realtà esistente nel mondo.  Occhio non vide e cuore non ha sperimentato quello che Dio dà a coloro che gli sono fedeli.  Se mantenessimo il raccoglimento continuo, Dio parlerebbe a noi di frequente.  Egli parla, ma noi non lo sentiamo perché siamo fuori del profondo di noi stessi dove abita Dio.  Per ottenere la gioia che il Vangelo annunzia occorre una vita austera, paziente e la lotta all’egoismo. Nel Vangelo Gesù ci dà come modello Giovanni Battista, un uomo forte e non una canna sbattuta dal vento, un uomo penitente nel cibo e nel vestito.  Egli così divenne un grande profeta che vedeva le meraviglie di Dio con una fede straordinaria e le rivela anche agli altri. Le meraviglie racchiuse nell’anima che vive il cristianesimo sono straordinarie.  E non solo nell’interno invisibile dell’anima, ma anche in mezzo alla società.  Chi segue Cristo aumenta l’abnegazione di sé, fa crescere la condivisione, la carità fraterna.  Il problema del mondo è quello della distribuzione delle ricchezze. Il cristiano deve donarsi e donare al prossimo. Si avverano così le profezie anche oggi:  Si rallegrino il deserto e la terra arida.  Rallegratevi sempre nel Signore.  Felicità perenne spenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.  Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore.  Ai poveri è annunziato un lieto messaggio.  La gioia del Signore è la nostra forza.

DA UNO SCRITTO (DEL 1963) DI THOMAS MERTON SULL’AVVENTO

 http://www.latendadimamre.com/1/upload/3_foglio_informativo_2013.doc.

DA UNO SCRITTO (DEL 1963) DI THOMAS MERTON SULL’AVVENTO

(stralcio da un file doc del sito)

È importante ricordare la profonda e in qualche modo angosciosa serietà dell’Avvento, quando la nostra cultura di mercato si armonizza troppo facilmente con la tendenza a considerare il Natale, consciamente o no, come un ritorno alla nostra infanzia e innocenza. L’Avvento dovrebbe ricordarci che il « re che sta per venire » è ben più di un bambinello grazioso che sorride (o, per chi preferisce una spiritualità dolorosa, che piange) sulla paglia. Non v’è certamente nulla di sbagliato nelle tradizionali gioie di famiglia del Natale, né dobbiamo vergognarci di essere ancora capaci di anticipare tali gioie senza troppe contraddizioni. Infine, tutto questo in sé non è fuori posto. Ma la Chiesa, nel prepararci alla nascita di un « grande profeta », Salvatore e Re della Pace, pensa a qualcosa di più che a un banchetto familiare di stagione. Il mistero dell’Avvento mette a fuoco la luce della fede sul vero significato della storia, dell’uomo, del mondo e della nostra esistenza. Nell’Avvento noi celebriamo la venuta e la presenza di Cristo nel nostro mondo. Noi siamo testimoni della sua presenza anche in mezzo a tutti gli inscrutabili problemi e le profonde tragedie. La nostra fede dell’Avvento non è una fuga dal mondo per rifugiarci in un regno nebuloso di slogan e di conforti che dichiari irreali i nostri problemi d’ogni giorno, inesistenti le nostre tragedie. Il nostro compito è di cercare e trovare Cristo nel nostro mondo così com’è, e non come potrebbe essere. Il fatto che il mondo è diverso da quello che potrebbe essere non altera la verità che Cristo è presente in esso e che il suo piano non è andato frustrato né ha subito modifiche: in verità, tutto si svolgerà secondo il suo volere. Il nostro Avvento è la celebrazione di tale speranza. Quel che è incerto non è tanto la « venuta » del Cristo quanto l’accoglienza che avrà da parte nostra, la nostra risposta a lui, la nostra prontezza e capacità ad « avviarci incontro a Lui ». Il nostro Avvento, quindi, non è una celebrazione di meri valori culturali tradizionali, per quanto grandi e degni di essere perpetuati. L’Avvento non è un puro e semplice ritorno, una ricorrenza, un rinnovo dell’antico. Non può essere certamente un ritorno alla fanciullezza, né personale né sociale. La venuta del Signore, che è lo stesso della sua « presenza », è la venuta del nuovo, non il rinnovo dell’antico. Noi crediamo che colui il quale è venuto e che verrà è già presente qui, ora, e che noi siamo nel suo regno. Non solo, ma noi siamo il suo regno. Il Cristo che si è vuotato prendendo forma di servo, morendo sulla croce per noi, ci ha dato la pienezza dei suoi doni e della sua salvezza. In tal caso l’Avvento del Signore non chiede né più né meno che un ritorno al « vuoto » della fede. Cristo, come dicono i Vangeli è venuto più prontamente e più volentieri per coloro che avevano più bisogno di lui, ossia per gli infelici, i peccatori, i disprezzati: per coloro che erano « vuoti ». Il mistero dell’Avvento è in tal caso un mistero di vuoto, di povertà, di limitazione. Il segreto del mistero dell’Avvento è dunque la consapevolezza che io comincio là dove finisco perché Cristo comincia dove io finisco. In parole più povere: io vivo per Cristo quando muoio per me stesso. 

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