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PADRE CANTALAMESSA PRESENTA L’APOSTOLO COME GUIDA PER L’AVVENTO

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PADRE CANTALAMESSA PRESENTA L’APOSTOLO COME GUIDA PER L’AVVENTO

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia, ha iniziato questo venerdì le sue prediche sull’Avvento di fronte a Benedetto XVI e ai membri della Curia Romana con una riflessione sul rapporto di San Paolo con Cristo, come modello per i cristiani.
Nella sua prima predica nella Cappella « Redemptoris Mater », al cui contenuto ZENIT ha avuto accesso, il predicatore riflette sull’evento sulla via di Damasco, che definisce « l’avvenimento che, dopo la morte e risurrezione di Cristo, ha maggiormente influito sul futuro del cristianesimo ». Secondo il cappuccino, l’Anno Paolino rischia « di fermarsi a Paolo, alla sua personalità, la sua dottrina, senza fare il passo successivo da lui a Cristo ». Questo, ha aggiunto, « è successo tante volte nel passato, fino a dar luogo all’assurda tesi secondo cui Paolo, non Cristo, sarebbe il vero fondatore del cristianesimo ».
« Quella tesi è il travisamento più completo e l’offesa più grave che si possa fare all’Apostolo Paolo », ha affermato. L’obiettivo dell’Apostolo nei suoi scritti, spiega, è quello di « portare i lettori non solo alla conoscenza, ma anche all’amore e alla passione per Cristo ».
« L’Apostolo, come prima di lui Giovanni Battista, è un indice puntato verso uno ‘più grande di lui’, di cui egli non si ritiene degno nemmeno di essere apostolo », aggiunge. L’incontro personale di Paolo con Cristo sulla via di Damasco ha rappresentato per l’Apostolo un’identificazione: « egli ha rivissuto in sé il mistero pasquale di Cristo, intorno a cui ruoterà in seguito tutto il suo pensiero ». Questo incontro, segnala padre Cantalamessa meditando sulla Lettera ai Filippesi, che chiama « le confessioni di S. Paolo », « ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi ». « Un incontro personalissimo (è l’unico testo dove l’apostolo usa il singolare ‘mio’, non ‘nostro’ Signore) e un incontro esistenziale più che mentale. Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: ‘Saulo, Saulo!’ ‘Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù!’. Una ‘rivelazione’, la definisce lui. Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo ».
PAOLO, MODELLO DI VERA CONVERSIONE EVANGELICA
Prima predica d’Avvento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap.
CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la prima predica d’Avvento pronunciata alla presenza di Benedetto XVI da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia. Nel cuore dell’anno paolino, padre Cantalamessa ha proposto una riflessione sul posto che occupa Cristo nel pensiero e nella vita dell’Apostolo, in vista di un rinnovato sforzo per mettere la persona di Cristo al centro della teologia della Chiesa e della vita spirituale dei credenti. * * *
« QUELLO CHE POTEVA ESSERE UN GUADAGNO L’HO CONSIDERATO UNA PERDITA A MOTIVO DI CRISTO »
L’anno paolino è una grazia grande per la Chiesa, ma presenta anche un pericolo: quello di fermarsi a Paolo, alla sua personalità, la sua dottrina, senza fare il passo successivo da lui a Cristo. Il Santo Padre ha messo in guardia contro questo rischio nell’omelia stessa in cui ha indetto l’anno paolino e nell’udienza generale del 2 Luglio scorso ribadiva: « È questo il fine dell’anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo ».
È successo tante volte nel passato, fino a dar luogo all’assurda tesi secondo cui Paolo, non Cristo, sarebbe il vero fondatore del cristianesimo. Gesù Cristo sarebbe stato per Paolo quello che Socrate era stato per Platone: un pretesto, un nome, sotto il quale mettere il proprio pensiero.
L’Apostolo, come prima di lui Giovanni Battista, è un indice puntato verso uno « più grande di lui », di cui egli non si ritiene degno nemmeno di essere apostolo. Quella tesi è il travisamento più completo e l’offesa più grave che si possa fare all’apostolo Paolo. Se tornasse in vita, egli reagirebbe a quella tesi con la stessa veemenza con cui reagì di fronte a un analogo fraintendimento dei corinzi: « Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? » (1 Cor 1,13).
Un altro ostacolo da superare, anche per noi credenti, è quello di fermarci alla dottrina di Paolo su Cristo, senza lasciarci contagiare dal suo amore e dal suo fuoco per lui. Paolo non vuole essere per noi solo un sole d’inverno che illumina ma non riscalda. L’intento evidente delle sue lettere è di portare i lettori non solo alla conoscenza, ma anche all’amore e alla passione per Cristo.
A questo scopo vorrebbero contribuire le tre meditazioni di Avvento di quest’anno, a partire da questa di oggi in cui rifletteremo sulla conversione di Paolo, l’avvenimento che, dopo la morte e risurrezione di Cristo, ha maggiormente influito sul futuro del cristianesimo.
1. La conversione di Paolo vista da dentro
La migliore spiegazione della conversione di san Paolo è quella che da lui stesso quando parla del battesimo cristiano come di un essere « battezzati nella morte di Cristo » « sepolti insieme con lui » per risorgere con lui e « camminare in una vita nuova » (cf. Rom 6, 3-4). Egli ha rivissuto in sé il mistero pasquale di Cristo, intorno a cui ruoterà in seguito tutto il suo pensiero. Ci sono delle analogie anche esterne impressionanti. Gesù rimase tre giorni nel sepolcro; per tre giorni Saulo visse come un morto: non poteva vedere, stare in piedi, magiare, poi al momento del battesimo i suoi occhi si riaprirono, poté mangiare e riprendere le forze, tornò in vita (cf. Atti 9,18).
Subito dopo il suo battesimo, Gesù si ritirò nel deserto e anche Paolo, dopo essere stato battezzato da Anania, si ritirò nel deserto di Arabia, cioè nel deserto intorno a Damasco. Gli esegeti calcolano che tra l’evento sulla via di Damasco e l’inizio della sua attività pubblica nella Chiesa ci sono una decina d’anni di silenzio nella vita di Paolo. Gli ebrei lo cercavano a morte, i cristiani non si fidavano ancora e avevano paura di lui. La sua conversione ricorda quella del cardinal Newman che gli ex fratelli di fede anglicani consideravano un transfuga e i cattolici guardavano con sospetto per le sue idee nuove e ardite.
L’Apostolo ha fatto un lungo noviziato; la sua conversione non è durata pochi minuti. Ed è in questa sua kenosi, in questo tempo di svuotamento e di silenzio che ha accumulato quella energia dirompente e quella luce che un giorno riverserà sul mondo.
Della conversione di Paolo abbiamo due diverse descrizioni: una che descrive l’evento, per così dire, dall’esterno, in chiave storica e un’altra che descrive l’evento dall’interno, in chiave psicologica o autobiografica. Il primo tipo è quello che troviamo nelle tre diverse relazioni che si leggono negli Atti degli apostoli. Ad esso appartengono anche alcuni accenni che Paolo stesso fa dell’evento, spiegando come da persecutore divenne apostolo di Cristo (cf. Gal 1, 13-24).
Al secondo tipo appartiene il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi, in cui l’Apostolo descrive quello che ha significato per lui, soggettivamente, l’incontro con Cristo, quello che era prima e quello che è diventato in seguito; in altre parole, in che è consistito, esistenzialmente e religiosamente, il cambiamento intervenuto nella sua vita. Noi ci concentriamo su questo testo che, per analogia con l’opera agostiniana, potremmo definire « le confessioni di S. Paolo ».
In ogni cambiamento c’è un terminus a quo e un terminus ad quem, un punto di partenza e un punto di arrivo. L’Apostolo descrive anzitutto il punto di partenza, quello che era prima:
« Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge » (Fil 3, 4-6).
Ci si può facilmente sbagliare nel leggere questa descrizione: questi non erano titoli negativi, ma i massimi titoli di santità del tempo. Con essi si sarebbe potuto aprire subito il processo di canonizzazione di Paolo, se fosse esistito a quel tempo. È come dire di uno oggi: battezzato l’ottavo giorno, appartenente alla struttura per eccellenza della salvezza, la chiesa cattolica, membro dell’ordine religioso più austero della Chiesa (questo erano i farisei!), osservantissimo della Regola… ».
Invece c’è nel testo un punto a capo che divide in due la pagina e la vita di Paolo. Si riparte da un « ma » avversativo che crea un contrasto totale:
« Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo » (Fil 3, 7-8).
Tre volte ricorre il nome di Cristo in questo breve testo. L’incontro con lui ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi. Un incontro personalissimo (è l’unico testo dove l’apostolo usa il singolare « mio », non « nostro » Signore) e un incontro esistenziale più che mentale. Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: « Saulo, Saulo! » « Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù! ». Una « rivelazione », la definisce lui (Gal 1, 15-16). Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo.
2. Un cambiamento di mente
Proviamo ad analizzare il contenuto dell’evento. È stato anzitutto un cambiamento di mente, di pensiero, letteralmente una metanoia. Paolo aveva fino allora creduto di potersi salvare ed essere giusto davanti a Dio mediante l’osservanza scrupolosa della legge e delle tradizioni dei padri. Ora capisce che la salvezza si ottiene in altro modo. Voglio essere trovato, dice, « non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3, 8-9). Gesù gli ha fatto sperimentare su di sé quello che un giorno avrebbe dovuto proclamare a tutta la Chiesa: la giustificazione per grazia mediante la fede (cf. Gal 2,15-16; Rom 3, 21 ss.).
Leggendo il capitolo terzo della Lettera ai Filippesi a me viene in mente un’immagine: un uomo cammina di notte in un fitto bosco al fioco lume di una candela, facendo attenzione a che non si spenga; camminando, camminando viene l’alba, sorge il sole, il fioco lume di candela impallidisce, finché non gli serve più e lo getta via. Il lucignolo fumigante era la sua propria giustizia. Un giorno, nella vita di Paolo, è spuntato il sole di giustizia, Cristo Signore, e da quel momento non ha voluto altra luce che la sua.
Non si tratta di un punto accanto ad altri, ma del cuore del messaggio cristiano; lui lo definirà il « suo vangelo », al punto di dichiarare anatema chi osasse predicare un vangelo diverso, fosse pure un angelo o lui stesso (cf. Gal 1, 8-9). Perché tanta insistenza? Perché in ciò consiste la novità cristiana, quello che la distingue da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni proposta religiosa comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi o ottenere la « Illuminazione ». Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù. Il cristianesimo è la religione della grazia.
C’è posto – e come – per i doveri e l’osservanza dei comandamenti, ma dopo, come risposta alla grazia, non come sua causa o suo prezzo. Non ci si salva per le buone opere, anche se non ci si salva senza le buone opere. È una rivoluzione di cui, a distanza di duemila anni, ancora stentiamo a prendere coscienza. Le polemiche teologiche sulla giustificazione mediante la fede dalla Riforma in poi l’hanno spesso ostacolata più che favorita perché hanno mantenuto il problema a livello teorico, di tesi di scuole contrapposte, anziché aiutare i credenti a farne esperienza nella loro vita.
3. « Convertitevi e credete al vangelo »
Ma dobbiamo porci una domanda cruciale: chi è l’inventore di questo messaggio? Se esso fosse l’Apostolo Paolo, allora avrebbero ragione quelli che dicono che è lui, non Gesù, il fondatore del cristianesimo. Ma l’inventore non è lui; egli non fa che esprimere in termini elaborati e universali un messaggio che Gesù esprimeva con il suo tipico linguaggio, fatto di immagini e di parabole.
Gesù iniziò la sua predicazione dicendo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1, 15). Con queste parole egli insegnava già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre « tornare indietro » (come indica lo stesso termine ebraico shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. « Convertitevi a me [...], tornate indietro dal vostro cammino perverso », diceva Dio nei profeti (Zc 1, 3-4; Ger 8, 4-5).
Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Questo è il significato predominante che la parola conversione ha sulle labbra stesse di Giovanni Battista (cf. Lc 3, 4-6). Ma sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Anche in ciò si manifesta il salto epocale che si verifica tra la predicazione di Giovanni Battista e quella di Gesù.
Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi mediante la fede. « Convertitevi e credete » non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! « Prima conversio fit per fidem », dirà san Tommaso d’Aquino, la prima conversione consiste nel credere (1).
Dio ha preso, lui, l’iniziativa della salvezza: ha fatto venire il suo Regno; l’uomo deve solo accogliere, nella fede, l’offerta di Dio e viverne, in seguito, le esigenze. È come di un re che apre la porta del suo palazzo, dove è apparecchiato un grande banchetto e, stando sull’uscio, invita tutti i passanti a entrare, dicendo: « Venite, tutto è pronto! ». È l’appello che risuona in tutte le cosiddette parabole del Regno: l’ora tanto attesa è scoccata, prendete la decisione che salva, non lasciatevi sfuggire l’occasione!
L’Apostolo dice la stessa cosa con la dottrina della giustificazione mediante la fede. L’unica differenza è dovuta a ciò che è avvenuto, nel frattempo, tra la predicazione di Gesù e quella di Paolo: Cristo è stato rifiutato e messo a morte per i peccati degli uomini. La fede « nel Vangelo » (« credete al Vangelo »), ora si configura come fede « in Gesù Cristo », « nel suo sangue » (Rm 3, 25).
Quello che l’Apostolo esprime mediante l’avverbio « gratuitamente » (dorean) o « per grazia », Gesù lo diceva con l’immagine del ricevere il regno come un bambino, cioè come dono, senza accampare meriti, facendo leva solo sull’amore di Dio, come i bambini fanno leva sull’amore dei genitori.
Si discute da tempo tra gli esegeti se si debba continuare a parlare della conversione di san Paolo; alcuni preferiscono parlare di « chiamata », anziché di conversione. C’è chi vorrebbe che si abolisse addirittura la festa della conversione di S. Paolo, dal momento che conversione indica un distacco e un rinnegare qualcosa, mentre un ebreo che si converte, a differenza del pagano, non deve rinnegare nulla, non deve passare dagli idoli al culto del vero Dio (2).
A me pare che siamo davanti a falso problema. In primo luogo non c’è opposizione tra conversione e chiamata: la chiamata suppone la conversione, non la sostituisce, come la grazia non sostituisce la libertà. Ma soprattutto abbiamo visto che la conversione evangelica non è un rinnegare qualcosa, un tornare indietro, ma un accogliere qualcosa di nuovo, fare un balzo in avanti. A chi parlava Gesù quando diceva: « Convertitevi e credete al vangelo »? Non parlava forse a degli ebrei? A questa stessa conversione si riferisce l’Apostolo con le parole: « Quando ci sarà la conversione al Signore quel velo verrà rimosso » (2Cor 3,16).
La conversione di Paolo ci appare, in questa luce, come il modello stesso della vera conversione cristiana che consiste anzitutto nell’accettare Cristo, nel « rivolgersi » a lui mediante la fede. Essa è un trovare prima che un lasciare. Gesù non dice: un uomo vendette tutto che quello che aveva e si mise alla ricerca di un tesoro nascosto; dice: un uomo trovò un tesoro e per questo vendette tutto.
4. Un’esperienza vissuta
Nel documento di accordo tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale della Chiese luterane sulla giustificazione mediante la fede, presentato solennemente nella Basilica di S. Pietro da Giovanni Paolo II e l’arcivescovo di Uppsala nel 1999, c’è una raccomandazione finale che mi pare di importanza vitale. Dice in sostanza questo: è venuto il momento di fare di questa grande verità una esperienza vissuta da parte dei credenti, e non più un oggetto di dispute teologiche tra dotti, come è avvenuto nel passato.
La ricorrenza dell’anno paolino ci offre una occasione propizia per fare questa esperienza. Essa può dare un colpo d’ala alla nostra vita spirituale, un respiro e una libertà nuova. Charles Péguy ha raccontato, in terza persona, la storia del più grande atto di fede della sua vita. Un uomo, dice, (e si sa che quest’uomo era lui stesso) aveva tre figli e un brutto giorno essi si ammalarono, tutti e tre insieme. Allora aveva fatto un colpo di audacia. Al ripensarci si ammirava anche un po’ e bisogna dire che era stato davvero un colpo ardito. Come si prendono tre bambini da terra e si mettono tutti e tre insieme, quasi per gioco, nelle braccia della loro madre o della loro nutrice che ride e dà in esclamazioni, dicendo che sono troppi e non avrà la forza di portarli, così lui, ardito come un uomo, aveva preso -s’intende, con la preghiera – i suoi tre bambini nella malattia e tranquillamente li aveva messi nelle braccia di Colei che è carica di tutti i dolori del mondo: «Vedi – diceva – te li do, mi volto e scappo, perché tu non me li renda. Non li voglio più, lo vedi bene! Devi pensarci tu». (Fuori metafora, era andato a piedi in pellegrinaggio da Parigi a Chartres per affidare alla Madonna i suoi tre bambini malati). Da quel giorno, tutto andava bene, naturalmente, poiché era la Santa Vergine a occuparsene. È perfino curioso che non tutti i cristiani facciano altrettanto. È così semplice, ma non si pensa mai a ciò che è semplice (3).
La storia ci serve in questo momento per l’idea del colpo di audacia, perché è di qualcosa del genere che si tratta. La chiave di tutto, si diceva, ciò è la fede. Ma ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9): di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione «mediante la fede»? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione!
Ascoltiamo, su questo punto, san Bernardo: «Io – dice -, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio» (4). È scritto infatti che « Cristo Gesù … è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (l Cor l, 30). Per noi, non per se stesso!
San Cirillo di Gerusalemme esprimeva, con altre parole, la stessa idea del colpo di audacia della fede: «O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testa-mento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora . Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone» (5). Immagina, scrive il Cabasilas sviluppando un’immagine di san Giovanni Crisostomo, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.
Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! Ebbene, così avviene tra Cristo e noi. Pur non avendo ancora faticato e lottato – pur non avendo ancora alcun merito -, tuttavia, per mezzo della fede noi inneggiamo alla lotta di Cristo, ammiriamo la sua vittoria, onoriamo il suo trofeo che è la croce e per lui valoroso, mostriamo veemente e ineffabile amore; facciamo nostre quelle ferite e quella morte (6). È così che si ottiene la salvezza.
La liturgia di Natale ci parlerà del « santo scambio », del sacrum commercium, tra noi e Dio realizzato in Cristo. La legge di ogni scambio si esprime nella formula: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Ne deriva che quello che è mio, cioè il peccato, la debolezza, diventa di Cristo; quello che è di Cristo, cioè la santità, diventa mio. Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi (cf.1 Cor 6, 19-20), ne consegue, scrive il Cabasilas, che, inversamente, la santità di Cristo ci appartiene più che la nostra stessa santità (7). E’ questo il colpo d’ala nella vita spirituale. La sua scoperta non si fa, di solito, all’inizio, ma alla fine del proprio itinerario spirituale, quando si sono sperimentate tutte le altre strade e si è visto che non portano molto lontano.
Nella Chiesa cattolica abbiamo un mezzo privilegiato per fare esperienza concreta e quotidiana di questo sacro scambio e della giustificazione per grazia, mediante la fede: i sacramenti. Ogni volta che io mi accosto al sacramento della riconciliazione faccio concretamente l’esperienza di essere giustificato per grazia, ex opere operato, come diciamo in teologia. Salgo al tempio, dico a Dio: « O Dio, abbia pietà di me peccatore » e, come il pubblicano, me ne torno a casa « giustificato » (Lc 18,14), perdonato, con l’anima splendente, come al momento in cui uscii dal fonte battesimale.
Che san Paolo, in questo anno a lui dedicato, ci ottenga la grazia di fare come lui questo colpo di audacia della fede.

(1) S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I-IIae, q. 113,a.4.
(2) Cf. J.M.Everts, Conversione e chiamata di Paolo, in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo 1999, pp. 285-298 (riassunto delle posizioni e bibliografia).
(3) Cf. Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù.
(4) In Cant. 61, 4-5; PL 183, 1072.
(5) Catechesi,. 5, 10; PG 33,517.
(6) Cf. N. Cabasilas, Vita in Cristo, I, 5; PG 150,517.
(7) N. Cabasilas, Vita in Cristo IV, 6 (PG 150, 613).

CAMMINANDO OGGI SULLE ORME DI SAN PAOLO

http://www.novaramissio.it/EditorialiMario/SanPaolo.htm

CAMMINANDO OGGI SULLE ORME DI SAN PAOLO

Per un cristiano e ancor di più per un missionario, misurarsi con la figura e l’opera di San Paolo è quasi impossibile, ci si sente piccoli, insignificanti, di fronte a colui che viene unanimemente riconosciuto non solo come l’Apostolo delle genti, ma come chi attraverso i suoi viaggi portò il Vangelo di Gesù di Nazareth dalla Palestina, una delle province più periferiche e sperdute, al cuore delle città dell’Asia Minore e della Grecia, per arrivare infine a Roma capitale dell’Impero. Dai testi del Nuovo Testamento, sappiamo molto più della vita di Paolo che non di quella di Gesù, proprio per questo – in vista anche dell’imminente Anno Paolino – cercare di accostarci con rispetto e attenzione a questo discepolo di Cristo, per carpirne metodi e strategie missionarie adattabili all’uomo d’oggi, ci sembra per lo meno un tentativo necessario proprio per non disperdere l’immenso patrimonio che ci ha lasciato. E, attraverso i suoi scritti porci delle domande che aiutino la nostra vita a misurarsi più in profondità con il Vangelo. La prima cosa che colpisce in Paolo è la determinazione delle sue scelte. Determinato come giudeo osservante nel perseguire con la spada la nascente comunità cristiana, ancor più determinato nell’annunciare la Buona Novella di Cristo dopo la « conversione » sulla via di Damasco. Proviamo a chiederci: quanto di questa sua determinazione alberga dentro i nostri cuori oggi? Un altro aspetto della personalità di San Paolo che balza subito agli occhi, è il suo carattere. Di solito si dice che una persona che ha carattere, ce l’ha pessimo, quello di Paolo doveva essere orribile! Lo scontro con Pietro e i diverbi con questo o quell’altro discepolo, puntualmente segnalati dagli Atti degli Apostoli, ci mostrano un San Paolo che nella franchezza del linguaggio e nel coraggio nell’esporre le proprie idee era un testimone straordinario del fascino che Cristo aveva esercitato su di lui. Quanti di noi possono dire lo stesso? Nonostante il caratteraccio e la parresia di linguaggio, San Paolo seppe trasformare i suoi conflitti in una fonte di spiritualità, lo possiamo vedere in diversi passaggi delle sue lettere, dove dopo alcune sottolineature un po’ « pepate » sa arrivare ai suoi interlocutori utilizzando un linguaggio carico di attenzione e tenerezza. Quanti di noi riescono a fare altrettanto? Abituati come siamo ad utilizzare mezzi di trasporto superveloci, non riusciamo più a percepire la straordinaria vitalità di quest’uomo che, a piedi, a cavallo, o su imbarcazioni alquanto malsicure, seppe percorrere nei suoi molteplici viaggi, le vie consolari dell’Impero e muoversi nel mar Mediterraneo come se fosse un lago. Gli itinerari di San Paolo portano dritti nelle grandi città del tempo ed è proprio in queste città: Antiochia, Corinto, Efeso, Atene, ecc. che Paolo si misura con la cultura del suo tempo e a viso aperto propone l’annuncio del Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani! Questo suo atteggiamento è ancora patrimonio comune per i cristiani, oppure siamo lentamente scivolati verso un’edulcorazione del messaggio di Gesù che abbiamo talmente incrostato di orpelli inutili e superflui da offuscarne lo splendore originario? Un altro aspetto caratteristico di San Paolo rivendicato con forza da lui stesso, è quello in cui Paolo sottolinea il fatto di essere un lavoratore che annuncia il Vangelo, Paolo non era un predicatore itinerante, un estroso naif che si spostava di città in città contando belle storielle, era un uomo chiamato da Cristo a portare il Vangelo nel cuore stesso dei popoli estranei a Israele, e per fare questo egli si guadagnava da vivere svolgendo un lavoro manuale che gli consentiva di non pesare su alcuno. Questa sua indipendenza lo metteva nella condizione di essere libero interiormente ed esternamente di fronte a qualsiasi interlocutore. Quanti di noi oggi possono dire altrettanto? « Vivo ma ormai non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me »; « Completo nella mia carne quello che manca alla passione di Cristo »; « Quando mi sento debole allora sono veramente forte »; « Fede, speranza, amore, il più grande dei tre è l’amore »; basterebbero queste poche citazioni tratte dall’immenso epistolario paolino, per capire quanto ancora oggi ognuno di noi deve misurarsi su questi nodi cruciali che interpellano la nostra vita e pongono delle domande ineludibili nel conteso della realtà nella quale siamo inseriti. Anche oggi ci sono delle Agorà, delle piazze, nelle quali scendere e dentro le quali misurarsi con la cultura dominante, anche oggi ci sono città sterminate, megalopoli dove la « Plantatio Ecclesiae » ovvero il germe di una piccola, magari insignificante comunità di gente che vive nel nome di Cristo è seme di un germoglio che darà i suoi frutti proprio come avvenne al tempo di Paolo; occorre crederci, e ancor di più occorre gettare questo seme sui vasti terreni che lo Spirito Santo ci indica continuamente. Lungo gli anni della sua vita, Paolo affrontò dei passaggi che richiesero una transizione complessa e conflittuale a livello personale sia sul piano psicologico che sul piano della fede, difatti passò dal mondo ebraico al mondo greco, dal contesto rurale ad un contesto urbano, dalle sicurezze del giudaismo, al mondo pluralista e conflittuale delle grandi città dell’Impero, da una Chiesa di soli ebrei convertiti a una Chiesa che spalancava le porte per accogliere quanti erano disposti a vivere il Vangelo, da una religione legata a un popolo a una nuova religione aperta a tutta l’umanità. Si può dire che Paolo compì dentro di sé un esodo straordinario – ancor più affascinante dei suoi viaggi – i suoi ripetuti passaggi dal vecchio al nuovo ebbero certamente i dolori del parto, ma ciò che di nuovo nacque attraverso di lui con la Grazia di Cristo è divenuto patrimonio comune per tutte le generazioni seguenti. Fare in modo che questa novità di vita inaugurata da San Paolo non invecchi mai nei nostri cuori, ma ci rigeneri continuamente nella luce di Cristo, sarebbe il modo migliore per acquisire il messaggio di San Paolo e crediamo anche un modo originale per celebrare l’anno a lui dedicato.

BENEDETTO XVI : SAN PAOLO (4) – LA CONCEZIONE PAOLINA DELL’APOSTOLATO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080910.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 10 settembre 2008

SAN PAOLO (4) – LA CONCEZIONE PAOLINA DELL’APOSTOLATO

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso ho parlato della grande svolta che si ebbe nella vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo risorto. Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da persecutore in apostolo. Quell’incontro segnò l’inizio della sua missione: Paolo non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo. E’ proprio di questa sua nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da quello di coloro “che erano stati apostoli prima” di lui (Gal 1,17): ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo interpreta se stesso come Apostolo in senso stretto. Certo è che, al tempo delle origini cristiane, nessuno percorse tanti chilometri quanti lui, per terra e per mare, con il solo scopo di annunciare il Vangelo.

Quindi, egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26; 6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo opera una chiara distinzione tra “i Dodici” e “tutti gli apostoli”, menzionati come due diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa poi a nominare umilmente se stesso come “l’infimo degli apostoli”, paragonandosi persino a un aborto e affermando testualmente: “Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è con me” (1 Cor 15,9-10). La metafora dell’aborto esprime un’estrema umiltà; la si troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio di Antiochia: “Sono l’ultimo di tutti, sono un aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se raggiungerò Dio” (9,2). Ciò che il Vescovo di Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio, prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio impegno apostolico: è in esso che si manifesta la fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Da persecutore a fondatore di Chiese: questo ha fatto Dio in uno che, dal punto di vista evangelico, avrebbe potuto essere considerato uno scarto!

Cos’è, dunque, secondo la concezione di san Paolo, ciò che fa di lui e di altri degli apostoli? Nelle sue Lettere appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono l’apostolo. La prima è di avere “visto il Signore” (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita. Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16) dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore che costituisce nell’apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al Signore. Non per nulla Paolo dice di essere “apostolo per vocazione” (Rm 1,1), cioè “non da parte di uomini né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre” (Gal 1,1). Questa è la prima caratteristica: aver visto il Signore, essere stato chiamato da Lui.

La seconda caratteristica è di “essere stati inviati”. Lo stesso termine greco apóstolos significa appunto “inviato, mandato”, cioè ambasciatore e portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo che Paolo si definisce “apostolo di Gesù Cristo” (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da chiamarsi anche “servo di Gesù Cristo” (Rm 1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l’idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale.

Il terzo requisito è l’esercizio dell’“annuncio del Vangelo”, con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di “apostolo”, infatti, non è e non può essere un titolo onorifico. Esso impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo esclama: “Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore?” (9,1). Analogamente nella seconda Lettera ai Corinzi afferma: “La nostra lettera siete voi…, una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente” (3,2-3).

Non ci si stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di “un’anima di diamante” (Panegirici, 1,8), e continua dicendo: “Allo stesso modo che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza ancor di più…, così la parola di Paolo guadagnava alla propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco spirituale” (ibid., 7,11). Questo spiega perché Paolo definisca gli apostoli come “collaboratori di Dio” (1 Cor 3,9; 2 Cor 6,1), la cui grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l’annuncio della croce di Cristo appaia “scandalo e stoltezza” (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l’incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire “scandalo e stoltezza”, partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: “Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi” (1 Cor 4,9-13). E’ un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.

Paolo, peraltro, condivide con la filosofia stoica del suo tempo l’idea di una tenace costanza in tutte le difficoltà che gli si presentano; ma egli supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell’amore di Dio e di Cristo: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana.

Come si vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e con gioia, “per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9,22). E nei confronti delle Chiese, pur sapendo di avere con esse un rapporto di paternità (cfr 1 Cor 4,15), se non addirittura di maternità (cfr Gal 4,19), si poneva in atteggiamento di completo servizio, dichiarando ammirevolmente: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24). Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia.

IL MAESTRO IN SAN PAOLO – PRIMA PARTE di Giovanni Helewa ocd

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IL MAESTRO IN SAN PAOLO

(forse l’ho già messo, ma io stò rileggendo volentieri, ci sono altre due parti)

Atti del Seminario internazionale
su « Gesù, il Maestro »
(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

di Giovanni Helewa ocd

PRIMA PARTE

I. SAN PAOLO MAESTRO E FORMATORE

«…Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi, a camminare in maniera degna di quel Dio che vi sta chiamando al suo regno e alla sua gloria» (1Ts 2,11-12).

1. Alcune premesse generali
— Dal vangelo predicato al vangelo spiegato: una catechesi dove si espongono ai credenti le ricchezze della grazia di Cristo, insegnando loro «come camminare in modo di piacere a Dio» (1Ts 4,1).
— «Completare ciò che ancora manca alla vostra fede» (1Ts 3,10). «Essere di aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede» (Fl 1,25). Insieme fede creduta (Rm 10,9) e fede vissuta (Ga 5,6). Un nutrimento indispensabile, sia esso « latte » o « cibo solido » (cf 1Co 3,1-2).
— «Noi parliamo davanti a Dio, in Cristo, e tutto, carissimi, è per la vostra edificazione» (2Co 12,19; cf 4,15). La oikodomé: crescita e consolidamento in Cristo (cf Col 2,6-7; Ef 4,15-16), ossia promozione dell’autenticità battesimale nei singoli e nelle comunità.
— Un’opera di formazione che aiuti i credenti ad avanzare nel cammino di una perfezione sempre da inseguire (Fl 3,12.15-16; 1Ts 4,1.9-10). Il metodo: «poiché siamo collaboratori, vi esortiamo ad accogliere la grazia di Dio in modo che essa non resti vana [in voi]» (2Co 6,1). La durata e lo scopo: «finché Cristo non sia formato in voi» (Ga 4,19; cf 2Co 3,18).
— Dopo l’annunzio del vangelo in mezzo ai pagani, non esiste per Paolo una diakonía più importante di questa: procurare che il vangelo si confermi e prosperi nella esistenza di coloro che hanno creduto in esso. A tale livello, del resto, si situano le Lettere.
— Coinvolgimento personale: tenerezza materna (1Ts 2,7-8; Ga 4,19) e sollecitudine paterna (1Ts 2,11; 1Co 4,14-15; cf 2Co 12,14-15); solidarietà sentita (Fl 2,1-2; 4,1; 1Ts 2,19-20; 3,1.5.7-10; 2Co 11,28-29); parola ed esempio (1Co 11,1; Fl 3,17; 4,9; 2Ts 3,7; cf 1Co 9,1ss); soprattutto il principio: «noi crediamo e perciò parliamo» (2Co 4,13-15; cf 1,3ss).
— Spirito di collaborazione e di servizio: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede già state» (2Co 1,24; cf 1Ts 2,6). «Quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2Co 4,5). (torna al sommario)

2. Il ministero paolino della « paraklesis » (1Ts 2,11-12) (torna al sommario)
a) Un carisma ecclesiale specifico (Rm 12,6-8)
— Il criterio è sempre quello della utilità (1Co 12,7), la quale coincide con la edificazione (1Co 14,5.6.12.17.26; cf 8,2; 10,23.33).
— Vengono edificati coloro che già sono «edificio di Dio» (1Co 3,9). Si tratta quindi di «collaborare con Dio» (1Co 3,9; 2Co 6,1), secondo una grazia di Dio stesso (cf 1Co 3,10; 15,10; Rm 12,3.6; 1Pt 4,10-11; ecc.) nella costruzione di un’opera che è tutta di Dio (1Co 3,16-17; 4,1-2) per il bene dei credenti (2Co 1,24; 4,5; 10,8; 13,10; Fl 1,25).
— Il ministero-carisma della profezia: il dono di parlare da credenti (2Co 4,13) ai credenti (1Co 14,22) per loro «edificazione, esortazione e conforto» (1Co 14,3-4.22; cf At 15,32). E questo della profezia sembra essere stato ritenuto il primo dei carismi, dopo quello dell’apostolato (1Co 12,28; 14,1.5.39; Ef 2,20; 3,5; 4,11). (torna al sommario)
b) Il modo: edificare esortando e confortando (1Co 14,3)
— 1Ts 2,11: «Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi…».
— Parakaleîn = esortare. A seconda dei casi: invitare, sollecitare, premere, pregare; oppure: stimolare, confortare, rianimare, incoraggiare, consolare; oppure ancora: avvertire, ammonire, raddrizzare, correggere, riprendere…
— Il linguaggio è quello dell’invito pressante e l’intento è pratico: si esorta ad un modo di vivere, ad un comportamento, ad una disposizione da promuovere ciascuno dentro di sé, a procurarsi certezze interiori, ecc.
— È una catechesi rivolta all’intelligenza e alla volontà, tesa ad illuminare la mente e muovere il cuore. Non è quindi la parola didascalica di un insegnante che si limiti a spiegare concetti ed articolare dottrine; è piuttosto il discorso di un padre che cerca di convincere ed avvincere, dicendo la verità del vangelo con il calore e la partecipazione di chi invita e sollecita ed ammonisce ed incoraggia dei figli a lui molto cari.
— Si presuppone che tale paraklesis voglia anche istruire (cf 1Tm 4,13; 6,2-3; 2Tm 4,2; Tt 1,9); ma è l’istruzione di un maestro che vuole « edificare » i credenti « esortando » e « confortando » (cf 1Co 14,3).
— Esortare non è « comandare » o « prescrivere » (cf Fm 8-10), anche se la paraklesis apostolica non manchi di autorità (2Co 5,20; 1Ts 2,6; 4,1-2; 2Co 13,8.10) e il suo contenuto sia di fatto normativo: «Questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1Ts 5,18; cf 4,3; Rm 12,2). Tuttavia, ciò che Dio vuole da noi (norma) coincide oggettivamente con ciò che Dio vuole per noi (progetto di grazia); e tale «norma-grazia di Dio in Cristo Gesù», Paolo ritiene di doverla proporre alle coscienze con il linguaggio persuasivo e coinvolgente della esortazione, piuttosto che con il linguaggio alquanto distante del comando… (torna al sommario)
c) Il contenuto: siate ciò che siete; dignità e coerenza
— 1Ts 2,12: [«Abbiamo esortato ciascuno di voi]… a camminare in maniera degna di quel Dio che vi sta chiamando al suo regno e alla sua gloria».
— Peripateîn: camminare, procedere, andare avanti, tesi ad un traguardo di perfezione rivelato e promesso e sperato e desiderato (cf 2Co 5,6-7; Fl 3,12-16). È un «camminare in novità di vita» (Rm 6,4), un «camminare nel Signore Gesù Cristo» (Col 2,6), un «camminare secondo lo Spirito lasciandosi guidare dallo Spirito» (Ga 5,16.18.25).
— Impegno doveroso come in terra d’esilio (2Co 5,6-7) ed insieme religiosità di risposta: alla klesis divina, la quale indirizza verso la patria celeste (cf Fl 3,20; 2Ts 2,14), rispondere con l’impegno di un peripateîn quotidiano e coerente.
— Si noti l’avverbio aksíos = in maniera degna (cf 1Ts 2,12; Fl 1,27; Col 1,10; Ef 4,1). Un richiamo al senso di identità-dignità in Cristo e alla doverosa coerenza che si addice a credenti fatti consapevoli della grandezza e ricchezza della loro chiamata in Cristo, del loro rapporto di grazia verso il Signore, della speranza gloriosa donata loro (cf Fl 3,20; Ef 1,18; Col 1,23.27). Una metodologia caratteristica: i credenti vengono sollecitati ad aprirsi a criteri di nobiltà e di grandezza, rispondendo sempre meglio al Dio che «li sta chiamando al suo regno e alla sua gloria» (1Ts 2,12).
— Un ministero dottrinalmente impegnativo: occorre molta catechesi per far comprendere ai credenti ciò che ormai sono in Cristo Gesù, facendo loro apprezzare ciò che Dio, in Cristo, vuole per loro e da loro. Ed è un ministero volutamente persuasivo: si lascino i credenti illuminare ed avvincere da tanta verità (cf 1Co 2,9ss; Col 1,9; Ef 1,18; Fl 3,8.12) ed onorino la loro dignità nel vivere di ogni giorno.
— Alcuni esempi: 1Ts 4,3-8; 1Co 3,21-23; 6,19-20; Ga 5,1; 5,16-25; Rm 6,13; 12,1-2; 14,7-9; Col 3,1-4; Ef 4,30; 5,1-2; 5,8-9… Prospettiva di fondo: Cristo impresso e Cristo espresso. In altre parole: il Cristo di cui ci si è « rivestiti » nel battesimo (Ga 3,27) diventi effettivamente il « vestito » nuovo di un vivere nuovo (Rm 13,14; Col 3,8-10; 3,12ss; Ef 4,20-24). (torna al sommario)

3. Una formazione fondata sui valori (Rm 12,2; Fl 1,9-11)
— Esortando i credenti a camminare in maniera degna della loro chiamata battesimale, Paolo formatore ha cura di promuovere nelle coscienze questa motivazione primaria: piacere a Dio (1Ts 4,1; 2Co 5,9; Rm 12,1-2; Col 1,10; Ef 5,10) vivendo sempre e facendo tutto «per la gloria di Dio» (1Co 10,31; 6,20; Rm 15,6; cf 1Pt 4,11). È il valore sommamente religioso che l’Apostolo stesso dice d’inseguire sempre (1Ts 2,3-5; Ga 1,10; 2Co 10,17-18; Fl 1,20-21…). È un aderire con la propria intenzione all’intenzione di Dio stesso, il quale tutto ha fatto in Cristo e tutto fa nella grazia del vangelo «a lode della sua gloria» (Fl 2,11; Rm 11,36; 15,16; Ef 1,6.12.14; 2,7; 4,21…). E dato che è Cristo Gesù la gloria-immagine-grazia di Dio (2Co 4,4.6; Col 1,15; 3,10; cf Eb 1,3), voler piacere a Dio significa impegnarsi ad esprimere Cristo e a crescere in Cristo (cf 2Co 3,18), portando ciascuno a compimento la propria santificazione (2Co 7,1).
— «Vi esorto… ad offrire i vostri corpi come un’ostia vivente, santa e gradita a Dio: è questo il culto interiore che deve essere il vostro» (Rm 12,1; cf 1,9; 15,16; Fl 3,3). Si è sollecitati a dare a Dio ciò che è di Dio (cf Rm 11,36), offrendo ciascuno nel vivere quotidiano la propria persona a Colui che si degna di santificarla per Sé (cf 1Co 3,16-17; 6,19-20; 7,23). Dal momento che si è del Signore, si cerchi di vivere per il Signore, come dei servi che sono attenti al volere e alla gloria del loro Signore (Rm 14,7-9; 1Co 3,23).
— Formando i credenti alla scuola dei valori evangelici, Paolo tiene ad esaltare la carità nel dinamismo nuovo dell’esistenza cristiana. «La scienza gonfia, mentre la carità edifica» (1Co 8,2). «Tutto si faccia tra voi nella carità» (1Co 16,14). Quella della carità è «la via migliore di tutte» (1Co 12,31). «La carità non avrà mai fine… Di tutte più grande è la carità» (1Co 13,8.13). «Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione» (Col 3,14). Il primato insostituibile è della carità (1Co 13,1-3). Infatti, i credenti esprimeranno Cristo e saranno graditi a Dio quali figli suoi allorquando «cammineranno nella carità» (Ef 5,1-2).
— Via maestra dell’autenticità cristiana, quella della carità è percorribile da tutti, e si percorre nella ordinarietà quotidiana (1Co 13,4-7). Il suo spazio normale e congenito è quello della comunità dei fratelli (cf 1Ts 4,9-10; 5,12-14; Ga 5,13-15; 6,1-2; Rm 12,9-16; 14,19; 15,1-7; Fl 2,1-4; Col 3,12-17; Ef 4,1-6; 4,31-32; 5,1-2…). Nella luce della carità viene proposto questo valore formativo: intonarsi alla mente di Dio ed apprezzare la grandezza delle piccole cose; non sono richieste per sé le grandi imprese, ma si è graditi a Dio secondo la misura dell’amore vissuto ed espresso!

 

IL MAESTRO IN SAN PAOLO – PARTE SECONDA di Giovanni Helewa ocd

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IL MAESTRO IN SAN PAOLO

PARTE SECONDA

Atti del Seminario internazionale
su « Gesù, il Maestro »
(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

di Giovanni Helewa ocd

II. Paolo apostolo
alla scuola del Cristo crocifisso
Avvicinare l’Apostolo Paolo a Gesù il Maestro è seducente ma problematico. A parte il fatto, di certo non casuale, che Paolo non chiama Gesù con questo titolo, un ampio silenzio sul Gesù storico caratterizza le lettere paoline. I fatti e le situazioni, i miracoli, le parabole, l’annuncio del vangelo del regno e la sua spiegazione, l’intimità con i Dodici, i contrasti con il giudaesimo ufficiale, gli spostamenti locali, la salita verso Gerusalemme, l’articolata vicenda della passione – elementi tutti che formano la trama narrativa di un ricordo e di una proposta e che sono il quadro in cui Gesù appare « maestro » – sembrano estranei alla prospettiva dell’Apostolo. Una cosa è certa: Paolo non è un « discepolo » di Gesù nel senso e nel modo in cui lo sono un Pietro o un Giovanni. La sua è una diversità che lo esclude dall’ambito storico di una parola come questa: <<Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono>> (Lc 10,23-24).
<<Ho veduto Gesù, Signore nostro>> (1Co 9,1). <<Apparve anche a me>> (15,8). Il suo incontro con Gesù, tuttavia, avvenne a cose fatte. Non essendo stato di quelli che furono <<con Gesù sin dal principio>> (cf Gv 15,27; At 1,21-22; Lc 1,2; Mc 3,13-14), non poteva fare propria la dichiarazione tipica dei testimoni diretti: <<Ciò che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo a voi>> (1Gv 1,3; cf At 10,39; 13,30-31). Valga globalmente questa differenza: anche se esortava i credenti a farsi imitatori di Cristo nell’amore (Ef 5,2), non poteva avvalersi dell’esemplarità magisteriale di un ricordo come quello della lavanda dei piedi (Gv 13,12-15). <<Rabbunì!>>, esclama Maria di Magdala al riconoscere Gesù (Gv 20,16). Tale privilegio non fu di Paolo.
È lecito allora parlare di Gesù il Maestro a proposito di Paolo? La risposta è affermativa, a condizione che si tenga presente la specificità del caso. (torna al sommario)

1. Dal Cristo Signore a Gesù di Nazaret
Confidava ai Corinzi: <<Siamo i vostri servitori per amore di Gesù>> (2Co 4,5; cf 5,14). Almeno questo dobbiamo riconoscere in partenza: non ha imparato alla scuola del Maestro come gli altri, ma l’amore che lo legava a Gesù non poteva non avere suscitato in lui il desiderio di conoscerlo il più possibile.
Del resto, quello che predicava ed insegnava era un vangelo che doveva orientare la sua mente e il suo cuore verso quel Gesù che non ebbe la fortuna d’incontrare personalmente. Diceva al mondo la « parola della fede » (Rm 10,8), la « parola di Cristo » (v. 17); e con ciò annunziava quale vangelo di Dio, insieme ed inseparabilmente, « Cristo Gesù Signore » (2Co 4,5) e « Gesù Cristo crocifisso » (1Co 2,2; cf 1,22). Non era un’astrazione la « parola della croce » che proclamava (1,18). Come poteva disinteressarsi della vicenda storica di Gesù o non informarsi per lo meno del modo in cui venne crocifisso il suo Signore e dell’itinerario che l’ha portato al Calvario? Ai Galati ricorda che <<ai loro occhi fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso>> (3,1). Paolo allude certamente alla sua catechesi orale mentre insegnava la morte di Gesù: non solo l’evento nella sua essenziale verità, ma un racconto più o meno circostanziato, comunque caldo e coinvolgente, della Passione così come l’aveva potuto sapere da fonti appropriate. Una storia concreta, un ritratto vivo; e con ciò stesso, un magistero insostituibile.
Certo, quel che conta decisivamente ormai è la fede nel vangelo di Dio, l’incontro personale con l’attuale Cristo della fede. Non già quindi il Cristo per sé accessibile all’occhio carnale e all’orecchio fisico (cf 2Co 5,16), ma il Cristo nel quale Dio opera e dice <<quelle cose che occhio non vide mai, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo>> (1Co 2,9), quelle cose che soltanto lo Spirito di Dio conosce e comunica alle persone (vv. 10ss). In tale prospettiva, la quale è tipicamente paolina, è la fede a dirigere lo sguardo verso il Gesù della storia, suscitando il desiderio di ascoltare la sua parola e di sostare ai piedi della sua croce; e questo cercare Gesù presuppone che si contempli nel suo volto l’attuale « Signore della gloria » (v. 8), il Cristo cioè che attualmente è il vangelo di Dio, attualmente vive nelle persone (Ga 2,20; Col 3,4) quale « sapienza e giustizia e santificazione e redenzione » (1Co 1,30), attualmente sta alla destra di Dio ed intercede per i credenti (Rm 8,34).
Detto ciò, ricordiamo l’originalità dell’approccio paolino: non ci sarebbe l’attuale Cristo della fede se non ci fosse il Gesù della storia; e non è possibile separare il « Signore della gloria » dall’individuo che portava il nome di Gesù di Nazaret, dal Maestro che diceva le cose di Dio ed è morto sulla croce a Gerusalemme. Dobbiamo insistere: tutto predisponeva Paolo ad avvicinarsi a quel Gesù che gli altri, più fortunati di lui, avevano personalmente conosciuto come il Maestro. Infatti, il vangelo a lui rivelato riguarda il Figlio di Dio (Ga 1,16; Rm 1,3; 1,9); ma questo Figlio, la cui identità divina è eterna, ha fatto irruzione nella sua coscienza rivestito di una identità umana e storica precisa: è « Gesù Cristo nostro Signore » (Rm 1,3-4). È il Figlio che, nella veste individuale di un Gesù, visse nel mondo degli uomini <<nato da donna, nato sotto la legge>> (Ga 4,4), <<fatto della stirpe di Davide secondo la carne>> (Rm 1,3; cf Ga 3,16), in tutto simile agli uomini (cf Rm 8,3; 1Tm 2,4-6) sino ad avere voluto per sé la condizione di un « servo » (Fl 2,7), di un « povero » (2Co 8,9), di un « debole » (1Co 1,25; 2Co 13,4) – una kenosis che di umiltà in umiltà lo portò, obbediente a Dio, ad una morte come quella della croce (Fl 2,8). E se questo Figlio è contemplato adesso nella sua gloria celeste, Signore di tutti e sede viva di tutta la potenza dello Spirito (Rm 1,4; 1Co 15,45ss), tale sua esaltazione egli l’ha guadagnata per il modo in cui volle vivere e terminare la sua esistenza terrena (Fl 2,9). Non è questa la visione di un credente tanto affascinato dalla gloria del Signore da non avere il desiderio di fissare lo sguardo sul « servo » che fu Gesù.
Ad avere trasformato Paolo nel credente-apostolo che ammiriamo fu certamente la <<sublime conoscenza di Cristo Gesù, suo Signore>> (Fl 3,8), la quale gli fu donata per « rivelazione » (Ga 1,16) e pura grazia (1Co 15,10). Ma questa stessa « conoscenza », apocalisse del vangelo nel suo intimo, era tale che doveva per forza orientarlo anche verso il passato ed aprire la sua mente ad un magistero che sapeva insito alla vicenda storica che si era compiuta sul Calvario. E Paolo non viveva in una sfera astratta: aveva ampia possibilità di documentarsi, d’informarsi, sia alla fonte diretta dei testimoni storici (cf Ga 1,18-19; 2,1ss; 1Co 15,3ss; 11,23-25), sia a quella indiretta di una tradizione che già si formava nelle chiese. Perché pensare Paolo meno interessato di Luca a conoscere la storia di Gesù, anche nei particolari (cf Lc 1,1-4)? Proprio perché Gesù gli è ormai rivelato come il Figlio di Dio, dobbiamo pensarlo più che attento alla storia di Gesù, alle cose che gli vengono notificate come vissute e dette dal Maestro. Questo stesso titolo, anche se non appare nelle Lettere, Paolo non può averlo ignorato, dato che circolava già nella chiesa nascente; e Paolo era più che disposto ad imparare alla sua scuola e farsi discepolo di un tale Maestro.
Non è forse ciò che lui stesso suggerisce quando esorta: <<Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo>> (1Co 11,1)? Si imita un esempio di vita degno di essere preso a modello (2Ts 3,9; Tt 2,7; 1Pt 5,3), a scuola di comportamento (Gv 13,15), proprio nella linea tracciata in Fl 4,9: <<Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, questo dovete fare>>. In pratica, Paolo si augura che i fedeli vivano come discepoli suoi – appunto come egli sta vivendo, come un discepolo di Cristo! Nei due casi l’esempio è concreto e il modello è avvertibile; soltanto che nel secondo caso, l’esemplarità che ha « imparato e ricevuto » da Cristo, Paolo l’ha ascoltata e veduta indirettamente. Non è stato un discepolo del Maestro come un Pietro, un Giovanni, un Giacomo o un Andrea; ma lo divenne certamente quanto loro. (torna al sommario)

2. Presso la Croce con la mente e il cuore
A questo punto può sembrare strano il grande silenzio di Paolo sul Gesù storico, quel Gesù di cui deve avere acquisito ampie e dettagliate informazioni. A tale riguardo possiamo fare due precisazioni.
La prima è che le Lettere, anche se ricche di dati autobiografici e documentano a sufficienza una dottrina articolata e coerente, non dicono tutto di Paolo e della sua catechesi. In particolare, lasciano nell’ombra un settore che vorremmo conoscere meglio: la parola viva di Paolo quando predicava il vangelo ai non-credenti e, soprattutto, mentre, spiegando ai credenti il vangelo, comunicava loro la verità di Gesù Cristo <<per il progresso e la gioia della loro fede>> (Fl 1,25; cf 1Ts 3,10; 2Co 1,24). Non costretto allora dai limiti del mezzo epistolare, poteva dare libero corso ad una catechesi prolungata, didattica ed esortativa, dove i grandi temi del vangelo – quegli stessi che emergono nelle Lettere – venivano associati ad una evocazione amorosa delle cose che si sapevano di Gesù, del Gesù che Paolo stesso cercava già di imitare e di cui non poteva non desiderare che anche i credenti si facessero imitatori. Pure nella loro stringatezza, testi come Col 2,6-7 e Ef 4,20-21 aprono uno spiraglio di luce su un tipo di discorso, insieme dottrinale e pratico, dove il richiamo alla coerenza di un vivere nuovo in Cristo e secondo Cristo veniva rafforzato con il ricordo della figura supremamente esemplare di Gesù.
La seconda precisazione è attinente al carisma paolino. Anche se l’avesse voluto, Paolo non avrebbe potuto tessere una narrazione della vicenda storica di Gesù con l’autorevolezza del testimone. E sapeva che tale non era il carisma concessogli. <<Il vangelo da me annunziato… io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo>> (Ga 1,11). <<Ha rivelato in me il Figlio suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti…>> (1,16). La sua vita nella fede e il suo apostolato rimangono condizionati da questo incontro genetico con Cristo – il Cristo vivo rivelatogli come il vangelo vivo che deve annunziare. È di questo Cristo, il Figlio e il Signore, che Paolo ha conoscenza diremmo immediata; ed è questa medesima conoscenza ad abilitarlo, ai propri occhi, ad essere anch’egli, benché sia l’ultimo e come un aborto, un autentico apostolo di Cristo (1Co 9,1; 15,8). <<Subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia…>> (Ga 1,16.17). Gli è bastata l’apocalisse avvenuta nel suo intimo, la « sublime conoscenza di Cristo Gesù, suo Signore » (Fl 3,8), per sapersi apostolo e darsi alla predicazione del vangelo « in mezzo alle genti » (Ga 1,16). Maturerà la convinzione di dovere conoscere Gesù di Nazaret e avrà il tempo e la possibilità d’informarsi; ma il suo itinerario è tracciato: trasmettere il vangelo rivelatogli, irradiare la luce fatta splendere nel suo cuore (2Co 4,6), diffondere nel mondo il « profumo » del Cristo che vive in lui (2Co 2,14-16).
Comprendiamo pertanto la diversità di Paolo rispetto a coloro che erano apostoli prima di lui (Ga 1,17), ai testimoni cioè storici di Gesù: il suo non poteva essere il linguaggio narrativo del ricordo; e se il vangelo stesso lo orientava verso la vicenda storica di Gesù, di questa vicenda era portato a privilegiare, soprattutto nello spazio compresso delle Lettere, quegli elementi che più direttamente e strutturalmente appartenevano alla novità cristiana: chi era Gesù (la sua identità divina-eterna e umana-storica) e come egli divenne l’attuale Cristo-Signore, per sempre e per tutti il vangelo vivo di Dio (anzitutto il supremo e ricchissimo evento pasquale).
Bisogna infatti riconoscere che nelle Lettere la figura di Gesù di Nazaret è fatta presente con spiccata essenzialità. Spesso viene ricordata, perché ciò rientra nella verità del vangelo; ma l’approccio rimane molto selettivo. Paolo contemplava Gesù con l’ardore di un amore gratissimo, la penetrazione di un’intelligenza unica e la prontezza di un discepolo desideroso di seguirne le orme; ma è facile costatare, leggendolo, che per lui Gesù era soprattutto il crocifisso, il Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (Ga 2,20), il servo che si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (Fl 2,8).
Per la sua sublimità, la conoscenza di Cristo suo Signore ha fatto comprendere a Paolo, con l’impatto di una folgorazione, la vanità di tutto ciò che un tempo costituiva il suo vanto personale. È Cristo ormai il suo vanto e l’intera sua aspirazione. Tutto il resto è spazzatura (Fl 3,4-6.7-8). È « conquistato » come da un tesoro che ha calamitato il suo cuore staccandolo da tutto il resto (Fl 3,12; cf Lc 12,34). Questo suo tesoro ed unico vanto, però, lo interpellava di continuo ed egli se ne lasciava conquistare più e più ancora. Come? Mettendosi con la mente ai piedi della croce e fissando lo sguardo del cuore sul Signore mentre moriva per lui e per tutti. Come comprendere se non in tale senso Ga 6,14: <<Quanto a me… non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è crocifisso, come io per il mondo>>? È ricca la possibile esegesi di questa parola; ma la sua ispirazione profonda è lineare: un senso d’identità e di dignità, una libertà e un’appartenenza, un distacco totale e la sicurezza di un vanto ricchissimo; e tale visione di sé, riflesso di una religiosità meditata, Paolo la trae consapevolmente dal pensiero della croce, imparando alla scuola del Crocifisso la propria verità in Cristo e nello sguardo di Dio. Tutto permette di ritenere che Paolo, come gli altri apostoli anche se diversamente da loro, accoglieva in Gesù il suo Maestro (vedi sopra); ma tutto porta a precisare che il magistero che attingeva a tanta fonte era primariamente quella « parola della croce » che pure trasmetteva e spiegava come la verità del Cristo-vangelo (cf 1Co 1,18; 2,2). (torna al sommario)

3. Alla scuola del Crocifisso
Che cosa imparava Paolo da Gesù crocifisso? Basta ricordare che il vangelo stesso è da lui definito come la « parola della croce » per capire che la risposta potrebbe coinvolgere, direttamente o indirettamente, l’intera sua esperienza e l’intero suo messaggio. Ci atteniamo quindi ad una triplice linea, dove potremo cogliere con particolare chiarezza alcune delle sue certezze più personali ed apostolicamente più feconde: l’iniziativa del grande amore; il primato della grazia e della fede; la trascendenza di una sapienza e di una potenza degne di Dio. (torna al sommario)
a) L’iniziativa e la dimostrazione del grande amore
Del « Servo del Signore » è stato detto: <<Ha consegnato se stesso alla morte>> (Is 53,12); e del Cristo della passione Paolo ama dire: <<Ha dato se stesso>> (Ga 1,4; 2,20; Ef 5,2; 5,25; 1Tm 2,6; Tt 2,14). La formula esprime la volontarietà piena di un atto compiuto come un’offerta di sé (Ef 5,2). Si precisa che Gesù <<ha dato se stesso… secondo la volontà di Dio e Padre nostro>> (Ga 1,4): ciò che Dio ha voluto, Cristo ha compiuto nel momento in cui dava se stesso; l’offerta di sé, egli l’ha fatta nella consapevolezza e con il desiderio di aderire fino in fondo alla volontà divina come ad una norma che lo riguardava. Si allude così a quella « obbedienza » che ha portato il servo Gesù alla morte di croce (Fl 2,8), un « obbedire » che ha sovrabbondantemente compensato la colpa di Adamo ed ha aperto a tutti i tesori della grazia divina (Rm 5,18-19).
Infatti, era « per i nostri peccati » che Gesù dava se stesso (Ga 1,4), ossia « in riscatto per tutti » (1Tm 2,6), « per riscattarci da ogni iniquità » (Tt 2,14). Era questa oggettivamente la volontà di Dio; ed era questo il volere di Gesù stesso quando, fattosi servo obbediente ed offrendo se stesso, si è lasciato mettere a morte « per i nostri peccati » (Rm 4,25).
Proprio questa finalità redentiva, volontà di Dio a cui Gesù aderiva pienamente, attirava Paolo presso la croce per ascoltare la parola del grande amore. Anzitutto quella dell’amore di Gesù stesso: <<Mi ha amato e ha dato se stesso per me>> (Ga 2,20); <<vi ha amato e ha dato se stesso per noi>> (Ef 5,2); <<ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei>> (5,25). Ha amato noi dando se stesso; ha dato se stesso amando noi. Questo amore occupava totalmente Paolo e ne condizionava la via e l’apostolato (2Co 5,14); ed è un amore che non si finisce mai di scrutare e di comprendere, tanto vasto e profondo da « sorpassare ogni conoscenza » (Ef 3,17-19).
Alla scuola della croce Paolo imparava anche il mistero vivo dell’amore di Dio, di quella agápe toû Theoû che è l’anima eterna del vangelo (Ef 2,4; Tt 3,4-5) e la ricchezza stessa della grazia di Cristo riversata nei credenti (2Co 13,13; Rm 5,5). Infatti, la comunione di volontà tra Cristo Gesù e Dio Padre era insieme la comunione in una medesima agápe, la quale si è manifestata come una philantropia tutta misericordia e grazia e perfettamente degna di Dio (Tt 3,4-7). Alla croce vista come il documento storico del grande amore pensa Paolo quando dice che Cristo <<ha dato se stesso per noi>> (Ef 5,2; Ga 2,20; Ef 5,25); la stessa visione ispira quest’altra sua parola: Dio <<non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi>> (Rm 8,32). Nel momento in cui Gesù <<dava se stesso per noi>>, Dio era coinvolto come colui che <<dava il proprio Figlio per tutti noi>>: una medesima agápe, un medesimo « amore di donazione »! L’agápe manifestata sul Calvario è il dinamismo di un amore che è di Cristo e di Dio, insieme e inscindibilmente (Rm 8,35.36.39).
Per sé, una speculazione teorica, adoperando categorie atemporali, può cogliere il concetto di un Dio che ama e quello di un amore che è divino. Ma non è questa la prospettiva del credente Paolo e del predicatore del vangelo. L’agápe toû Theoû in cui crede e che proclama non è astratta, ma la sostanza di una iniziativa divina storicamente compiuta. Colui che chiama il « Dio dell’amore » (2Co 13,11), Paolo lo conosce come il « Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo » (2Co 1,3; Ef 1,3; Rm 15,6; cf 1Pt 1,3); è il Dio che ama « in Cristo Gesù » (Rm 8,39), colui cioè che si è rivelato per sempre come il « Dio dell’amore » allorquando, non risparmiando il proprio Figlio, lo ha dato per tutti noi (v. 32), dando se stesso a tutti noi. Questa agápe, tutta donazione, è volontà e potenza di salvezza nell’attuale vangelo che è il Cristo Signore; riferirla però alla croce e morte di Gesù è un’esigenza di fede irrinunciabile. È l’eterna e presente agápe di Dio, ed insieme è <<il grande amore con il quale Dio ci ha amati>> (Ef 2,4). L’aoristo porta il pensiero ad un momento del passato, ad un evento della storia, a quel momento e a quell’evento in cui Dio <<non ha risparmiato il proprio Figlio>> ed ha compiuto per tutti noi la grande donazione (Rm 8,32). Quando il soggetto del verbo agapân è Dio o Cristo, Paolo adopera diremmo istintivamente l’aoristo, perché pensa direttamente al momento in cui Cristo ha dato se stesso e Dio ha dato il proprio Figlio. Questo momento può essere esteso all’intera missione del Figlio, <<nato da donna, nato sotto la legge>> (Ga 4,4); ma il linguaggio di Paolo fa capire che si tratta piuttosto della croce-morte di Gesù.
Presso la croce Paolo si lasciava compenetrare da quest’altra verità: la grandezza propriamente divina di quell’agápe. Si deve leggere insieme Ga 2,20 e 6,14. Il Paolo che si compiace di non avere <<altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo>> (6,14), è il credente che si accosta di continuo al <<Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per lui>> (2,20). Sapersi tanto amato da tanta vittima! Paolo vi attinge una sicurezza sempre più solida, liberandosi da ogni vanto che possa trovarsi altrove. A tale sicurezza l’Apostolo invita anche gli altri, parlando loro del <<grande amore con il quale Dio li ha amati>> (Ef 2,4). <<Ci vantiamo in Dio>> (Rm 5,11): non è sufficiente dire che il « vanto » dei credenti è il « Dio dell’amore »; per aderire al pensiero di Paolo bisogna aggiungere che è il Dio di quell’amore, grande oltre ogni misura, che splende nella luce rivelatrice della croce.
Per questo egli parla del Dio che <<dimostra il suo amore verso di noi>> (v. 8). Quella del Dio in cui ci vantiamo è un’agápe che si lascia « dimostrare » al credente che la voglia contemplare. Dove? La risposta, essendo paolina, è scontata: <<Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi… quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo>> (vv. 8 e 10). La dignità della vittima e l’indegnità dei beneficati! È questo il documento storico, sempre aperto alla fede, del grande amore; ed è questa l’epifania di un’agápe come soltanto Dio può avere e che dice ai credenti, con una propria sua evidenza, quanto sia giustificato il loro vanto e fondata la loro speranza.
Infatti, un amore tanto grande, dimostrato in una morte come quella del Figlio stesso Dio, non può non essere solido e vincente: in esso il Dio del vangelo ha impegnato, una volta per sempre, la propria potenza e fedeltà a salvezza dei chiamati. Paolo l’insegna in Rm 8,31-39 dove, essendosi riferito alla croce nel v. 32, proclama che in mezzo a qualsiasi tribolazione e di fronte a qualsiasi ostilità abbiamo la fiducia di essere <<più che vincitori a motivo di colui che ci ha amati>> (v. 37) e che non esiste nel creato una potenza che ci possa <<separare dall’amore>> di Cristo e di Dio (vv. 35 e 38-39). Il tono sa di trionfo, tanto è certa la fede e sicura la speranza di chi si apre al magistero sempre attuale della croce.

L’APOSTOLO, IL PADRE, L’AMICO – TITO…

http://www.stpauls.it/coopera/0906cp/0906cp04.htm

L’APOSTOLO, IL PADRE, L’AMICO

TITO, IL PIÙ STRETTO COLLABORATORE DI PAOLO, E IL GIOIELLO DELL’EPISTOLARIO PAOLINO.

Il logo dell’Anno a « San Paolo » per la Famiglia Paolina.La lettera di Tito. Come Timoteo, anche Tito fa parte della cerchia dei collaboratori di Paolo. Di lui abbiamo poche notizie. Dalla lettera ai Galati (2,1-3) apprendiamo che Tito era di famiglia pagana e che al Concilio di Gerusalemme proprio il suo caso di pagano convertito al cristianesimo e non sottoposto al rito della circoncisione, segnò l’inizio dell’apertura del Vangelo ai pagani (vedi Atti 15).
Dalla seconda lettera ai Corinzi (7,7-15) scaturisce un particolare profilo di Tito: è descritto come il conciliatore e il negoziatore paziente e deciso, quasi completasse con queste attitudini e con queste virtù ciò che mancava all’irruenza e all’impulsività del carattere di Paolo. In questo senso, egli è stato perciò il più stretto collaboratore di Paolo, il più necessario.
Nella lettera che porta il suo nome, Tito è presentato come la guida stabilita da Paolo per la comunità cristiana di Creta (vedi Tito 1,5), dove la sua tomba è ancora oggi venerata (a Gortyna l’antica capitale). Ma il corpo fu distrutto dai saraceni nell’823, si salvò solo la testa che nel 1669 fu portata a Venezia. Nel 1966 fu restituita alla Chiesa ortodossa ed ora si trova nella cattedrale di Eraklion.
Il contenuto della lettera. Secondo lo stile delle lettere pastorali, anche la lettera a Tito – che si compone di tre brevi capitoli – traccia le linee dell’organizzazione nella sua fisionomia interiore e spirituale, della comunità cristiana e contiene il ritratto del pastore ideale che la guida.
Nel capitolo 1, il responsabile della comunità chiamato ora « presbitero » (anziano), ora « vescovo », è descritto mediante le virtù che lo devono contraddistinguere e i vizi che deve fuggire, per « essere in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono » (1,9). Vi è poi l’invito a difendere l’integrità della fede contro i falsi maestri, specialmente nell’ambito cretese (presentato qui in un particolare aspetto negativo, alla luce delle parole di un poeta originario di Cnosso, vedi 1,12: « I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri »).
I capitoli 2-3 contengono le esortazioni che Tito è chiamato a rivolgere alle diverse categorie di persone che compongono la comunità. Ciò non significa che ci sia una morale per un gruppo o per un’età e un’altra per una diversa condizione di vita, quanto piuttosto che c’è un solo vangelo, che ciascuno è chiamato a vivere nella situazione particolare in cui Dio lo ha posto ad operare.
Queste indicazioni pastorali sono illuminate da alcuni testi ricchi di poesia, di fede e di teologia (vedi 2,11-14; 3.4-7). Da questi testi appare che la vita quotidiana del cristiano si snoda tutta sotto la presenza e la protezione di Dio, che ha manifestato il suo amore nell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore Gesù.
La Lettera a Filemone. Questo breve scritto (sono appena 25 versetti!) è considerato come « il gioiello » dell’epistolario paolino e, per la squisitezza del tratto con cui Paolo stende il contenuto, e considerato « un vero capolavoro di tatto e di cuore ».
Qui l’apostolo cede il passo al padre e all’amico. Infatti, questo biglietto di Paolo accompagna il ritorno dello schiavo Onesimo al suo padrone (che è il ricco Filemone), dal quale era fuggito. Nel pensiero dell’apostolo si doveva trattare di un ritorno fraterno e amichevole, senza ritorsioni o punizioni da parte di Filemone (il padrone aveva il diritto di punire lo schiavo fuggitivo, vedi vv. 17-18).
Il tutto si dipana nella luminosità della fede cristiana, che ora accomuna il ricco Filemone (cristiano e collaboratore di Paolo, vedi v. 1) con lo schiavo Onesimo convertito da Paolo (presso il quale egli si era rifugiato).
Questo biglietto, vivace e breve, intenso e vibrante di affetto, ha contribuito a sfaldare, senza alcuna rivoluzione esterna, la schiavitù. Paolo ha operato dall’interno per mettere in crisi questa istituzione, così contraria alla dignità dell’uomo.
E anche Filemone ha intuito il processo irreversibile con cui il Vangelo operava per l’eliminazione della schiavitù: la sua casa, i suoi familiari, i suoi schiavi ormai erano una sola comunità, una piccola fraternità o una piccola chiesa, come lasciano intendere le prime parole di questo scritto « al nostro caro collaboratore Filemone… e alla comunità che si raduna nella tua casa » (v. 1).

COME PAOLO GENERA LA COMUNITÀ

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/DiocesiCEI/objects/obj_14160/files/archivio_verona/2009_01.doc.

CORSO RESIDENZIALE PER IL CLERO – VERONA 2009

COME PAOLO GENERA LA COMUNITÀ

d. Lorenzo Zani

Premessa
Sappiamo quanto sia ricco il pensiero di Paolo. Perciò è importante individuare il punto di partenza della sua teologia. La persona di Gesù sta assolutamente al centro dell’esperienza di Paolo e del suo messaggio. Ma è opportuno chiederci quale aspetto della vita di Gesù ha conquistato Paolo, con quali sottolineature egli lo propone: di tutto l’abbondante materiale riferito dai vangeli circa la vita pubblica di Gesù, Paolo riporta solo piccoli frammenti. L’intonazione all’intera vita e teologia di Paolo è data dall’evento pasquale di Gesù, dall’evento salvifico della sua morte e della sua risurre-zione. Paolo prescinde dalle motivazioni storiche della morte di Gesù e va subito a coglierne il valo-re teologico e antropologico: quella morte rivela l’amore di Dio e ci procura la salvezza dal peccato, dalla legge e dalla morte. Di conseguenza, tutto il discorso su Dio, sull’uomo, sul mondo è ricondot-to da Paolo nell’ottica della pasqua.
In questo incontro cerchiamo di capire come l’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo ha spinto l’apostolo Paolo a generare nuove comunità cristiane e come ha svolto in diverse città la plantatio ecclesiae, come ha generato la Chiesa nelle diverse città. La riflessione si articola in cin-que punti.
Anzitutto cerchiamo di focalizzare come Paolo è stato afferrato dall’amore, dalla sollecitudine di Dio per l’uomo peccatore.
In secondo luogo cerchiamo di vedere come è nata in Paolo e come è stata vissuta da lui la tensione ad annunciare il vangelo fino ai confini della terra.
In terzo luogo analizziamo l’altra tensione che ha incalzato l’apostolo: il senso del tempo che è stato portato a pienezza da Gesù Cristo.
In quarto luogo analizziamo l’apertura globale, cosmica alla quale Cristo ha reso attento l’apostolo: Paolo ha percepito che il Risorto opera anche fuori della Chiesa e che tutto il cosmo viene ricondot-to a lui.
Infine cerchiamo di vedere come la sollecitudine organizzativa, istituzionale ha portato l’apostolo a visitare in vari modi le comunità da lui generate e a valorizzare i carismi e i ministeri che Dio di-spensa ai fedeli.

I. « L’amore del Cristo ci possiede » (2Cor 5,14)
Per Paolo il modo di concepire Dio e di concepire l’uomo sono strettamente collegati. Basta ricorda-re la frase: « Dio è per noi »! (Rm 8,31). In 2Cor 5,14 l’apostolo afferma che l’amore del Cristo ci possiede, ci avvolge, ci spinge (synechei). Questo verbo ha vari significati; uno è circolare: « avvol-gere, tenere insieme, abbracciare, stringere »; un altro è lineare: « stimolare, spingere, urgere », un ter-zo è quasi costrittivo: « contenere, catturare, possedere, violentare ». L’amore di Dio e di Cristo per noi è la fonte segreta del modo di pensare e di agire di Paolo, da qualcuno giudicato come fuori di senno, del suo nuovo modo di rapportarsi a Dio e agli uomini. Paolo ha sperimentato che l’amore di Cristo è così potente, così straordinario che non possiamo resistergli, quando lo incontriamo vera-mente.
1. Dio e l’uomo vanno visti in stretta relazione
L’amore di Dio e di Cristo ha fatto diventare Paolo nuova creatura, strappata da un vecchio modo di vivere, di giudicare. Avvolto dall’amore di Cristo, non conosce più se stesso e gli uomini secondo categorie terrene, basate sull’egoismo, sull’orgoglio o sulla paura della morte. Sperimentando la gratuità con cui è amato, la filiazione divina ricevuta in dono, Paolo capisce che tutti hanno bisogno e diritto di sentire questa lieta notizia che trasforma la vita. Paolo parte dalla situazione concreta, spesso drammatica, in cui vive l’uomo senza Cristo per annunciargli quella nuova, donata da Dio, e che noi riceviamo mediante la fede in Cristo, Figlio di Dio.
Questo comportamento di Paolo ci ricorda che per testimoniare il vangelo dobbiamo sempre tenere presente anche la condizione degli uomini nel nostro mondo. Siamo in un’epoca di profondo muta-mento sociale: tutto questo produce smarrimento, perché non permette di ancorarsi a delle abitudini, a riferimenti precisi. Viviamo in un diffuso pluralismo e questo rende sempre più difficile l’orientarsi. Il nostro mondo occidentale è improntato al consumismo: i tanti beni a disposizione all’inizio procurano soddisfazioni anche lecite, ma che poi condizionano. Forse la caratteristica più diffusa e più tipica della coscienza contemporanea è il gusto della opposizione. Non si accetta la su-premazia della verità e dei valori sui sentimenti, dell’intelligenza sulla volontà, dell’unità sul plura-lismo, dell’eternità sulla temporalità. La conseguenza è il gonfiarsi canceroso della soggettività e della libertà.
Questa situazione non è del tutto negativa, non è solo un ostacolo. Il vangelo ha la possibilità di mo-strare meglio il suo carattere di sfida, di realismo, di dono, di esercizio della vera libertà, di religio-ne legata alla vita del corpo e non solo a quella della mente; il cristianesimo appare più vicino all’uomo, più bello, più vero; il mistero dell’amore trinitario appare come fonte di significato per la vita, luce per comprendere il mistero dell’esistenza umana, per trovare risposta al bisogno di rela-zioni e di compassione che tutti sperimentiamo.
Approfondiamo come Paolo parte dalla condizione umana per annunciare la salvezza compiuta da Dio in Gesù Cristo accostando tre testi: Rm 1,18-3,31 (lo completiamo con un accenno a Rm 5,1-5); Gal 4,1-7; Ef 2,11-21. In tutti e tre i testi Paolo sottolinea, anche grammaticalmente, la svolta realiz-zata da Dio in Gesù Cristo: in Rm 3,21 e in Ef 2,13 usa l’espressione avversativa « ora invece », in Gal 4,4 usa la congiunzione avversativa « ma ».

2. Il vangelo della giustizia salvifica o dell’amore di Dio (Rm 1,18-3,31; 5,1-5)
In Rm 1,16-17 Paolo espone la tesi principale di tutta la Lettera ai Romani: « Io non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del giudeo prima e poi del gre-co. È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà median-te la fede ». In questa frase risaltano solo termini positivi: potenza, salvezza, fede, giustizia, vita. Il vangelo consiste essenzialmente nell’annuncio di ciò che Dio ha compiuto in favore dell’uomo: egli sta dalla parte dell’uomo per promuoverne la dignità e, in quanto perduta, per restituirgliela appieno. L’evangelo è incentrato sulla realtà operata da Dio in Cristo.
Per Paolo la giustizia di Dio non è retributiva, ma è salvifica, indica il suo intervento fatto di miseri-cordia, di grazia, di bontà, di benedizione, con il quale nell’uomo avviene un trasferimento di signo-ria: non è più né sotto il peccato, né sotto la legge, né sotto la morte, ma è in Cristo, crocifisso e ri-sorto. Paolo sa che non è facile parlare della giustizia o della misericordia di Dio nei confronti dell’uomo: da un lato l’amore di Dio può venir banalizzato con espressioni retoriche che lo riduco-no a formule; dall’altro lato questo amore sembra negato dai problemi e dai dolori della vita. Per questo motivo prima di parlare della giustizia di Dio, Paolo parla dell’ira di Dio per la condizione negativa di coloro che vivono nel dramma del rifiuto di Dio (Rm 1,18-31) e per la condizione del credente che approfitta per così dire della sua fede per sentirsi a posto e per condannare gli altri, quindi per usurpare il posto di Dio e per comportarsi in modo ateo (Rm 2,1-3,8). In Rm 3,9-20 Pao-lo tira le conclusioni, espresse in maniera perentoria sia nella frase iniziale (« tutti sono sotto il do-minio del peccato »: Rm 3,9) come in quella finale (« nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio »: Rm 3,20). Paolo fa una constatazione amara sulla drammatica situazione di peccato in cui si trova tutta l’umanità.
L’apostolo parte dal riconoscimento della comune condizione di peccato che tocca tutti gli uomini per proclamare e far comprendere l’incommensurabile dono della grazia che Dio ci fa in Gesù Cri-sto. Infatti, dopo aver evidenziato in Rm 1,18-3,20 la situazione di peccato in cui si trovano tutti gli uomini, Paolo presenta la giustizia o la fedeltà di Dio, realizzata per mezzo di Gesù Cristo a nostro vantaggio (Rm 3,21-26). L’uomo si trova in un cumulo di lacunosità e di insufficienze: è peccatore, non riesce a essere se stesso, a realizzarsi. Ma Dio non rimane indifferente a questa situazione, non accetta la degradazione nella quale l’uomo si colloca, non lo abbandona. Per testimoniarci concre-tamente la sua fedeltà, Dio ci dona il Figlio, diventato eguale a noi, morto e risorto per noi. Donan-doci il Figlio, il Padre continua a donare se stesso al mondo. Gesù ha preso su di sé tutto il peccato che pesa sull’umanità; nella sua obbedienza e nel suo amore tutti i comandamenti sono adempiuti, perciò in quell’obbedienza e in quell’amore si apre un nuovo orizzonte all’esistenza umana. La mor-te di Gesù, accolta con fiducia, libera l’uomo dalle sue scelte sbagliate, annulla il suo peccato. La risurrezione di Gesù irrobustisce e moltiplica i germi di bene, che sono nel cuore dell’uomo.
Per presentare l’opera realizzata da Dio per mezzo di Gesù Cristo l’apostolo ricorre a un triplice vo-cabolario: a quello commerciale del riscatto o della redenzione, a quello cultuale dell’espiazione, a quello delle relazioni interpersonali, espresso con la parola riconciliazione.
Il vocabolario commerciale della redenzione è adoperato in Rm 3,24: tutti quelli che credono « sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù ». Alla base di questo vocabolario commerciale c’è un riferimento alla liberazione d’Israele dall’Egitto, come si legge in Es 15,13: « Guidasti con il tuo amore questo popolo che hai riscattato ». Paolo non dice mai che il proprietario precedente dell’uomo era il diavolo, ma indica questo proprietario con termini impersonali, come la carne, la legge, il peccato, la maledizione, la paura: sono le condizioni negative che schiavizzano l’uomo e da esse Gesù Cristo con la sua morte lo ha liberato, lo ha sot-tratto, riscattato, prosciolto. Per riscattare gli uomini dal peccato, dalla maledizione della legge, Cri-sto ha pagato un caro prezzo: il versamento del suo sangue sulla croce (1Cor 6,20).
In Rm 3,25 Paolo passa al linguaggio cultuale dell’espiazione: « Dio ha stabilito apertamente Gesù come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giu-stizia per la remissione dei peccati passati ». Lo strumento di espiazione fa riferimento al propiziato-rio, cioè al coperchio d’oro dell’arca dell’alleanza, considerato segno, luogo della misteriosa pre-senza di Dio e del suo perdono (Es 25,17). Lì nel giorno del kippur con il sangue degli animali i peccati venivano gettati nella misericordia divina e veniva ristabilito il rapporto di alleanza con Dio infranto dai peccati. « Paolo accenna a questo rito, espressione del desiderio che si potessero real-mente mettere tutte le nostre colpe nell’abisso della misericordia divina e così farle scomparire. Ma col sangue degli animali non si realizza questo processo. Era necessario un contatto più reale tra colpa umana e amore divino. Questo contatto ha avuto luogo nella croce di Cristo. Cristo, Figlio ve-ro di Dio, fattosi uomo vero, ha assunto in sé tutta la nostra colpa. Egli è il luogo di contatto tra mi-seria umana e misericordia divina; nel suo cuore si scioglie la massa triste del male, compiuto dall’umanità, e si rinnova la vita. Con la croce di Cristo – l’atto supremo dell’amore divino divenuto amore umano – il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito » (Benedetto XVI). L’espiazione, cioè il totale perdono dei peccati, è data da Dio non più per mezzo dell’effusione di sangue animale versato sul coperchio dell’arca dell’alleanza, ma esclusivamente per mezzo del sangue versato da Gesù Cristo.
In Rm 5,10-11 l’apostolo descrive l’amore di Dio e la nostra salvezza ricorrendo al vocabolario del-la riconciliazione: « Se quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della mor-te del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non so-lo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora ab-biamo ricevuto la riconciliazione ». Anche in 2Cor 5,18-20 Paolo usa cinque volte la terminologia della riconciliazione: tre volte adopera il verbo riconciliare, due volte il sostantivo riconciliazione. La riconciliazione non è solo la normalizzazione dei rapporti dopo un litigio, ma comporta il supe-ramento di una eterogeneità. Le scelte sbagliate rendono l’uomo peccatore e lo mettono in un disa-gio oscuro rispetto a Dio, proprio come se ci fosse stato un litigio. In questo senso l’uomo che pecca è nemico di Dio che invece vuole la reciprocità. La morte del Figlio di Dio libera l’uomo dalla sua eterogeneità e lo colloca in uno stato di faccia a faccia amichevole con Dio. Questo passaggio a una reciprocità tra l’uomo e Dio è chiamato da Paolo riconciliazione. Noi ora possediamo l’inizio della riconciliazione, ma ci troviamo nell’ambito operativo del mistero pasquale di Cristo e la vitalità del Risorto ci porterà alla salvezza intesa come riconciliazione piena, definitiva. Perciò possiamo dav-vero vantarci, cioè porre la fiducia, in Dio e sperare: Dio sta davanti a noi in un atteggiamento di re-ciprocità amorosa; questa situazione ci fa sfiorare l’assoluto della trascendenza, ci riempie di entu-siasmi, ci permette di gloriarci in Dio.
Per quanto riguarda la redenzione, l’espiazione e la riconciliazione noi di solito pensiamo a uno schema ascendente, riteniamo che Cristo ha pagato al Padre al nostro posto e che espiare e riconci-liarsi con Dio significa accattivarsi Dio, renderlo favorevole, portarlo dalla propria parte. Paolo pen-sa invece sempre secondo uno schema discendente. Noi pensiamo di dover riparare un torto fatto a Dio, mediante il pentimento e opportuni atti di contrizione. Paolo è convinto che dalla croce scaturi-sce l’infinita grandezza dell’amore di Dio e di Cristo per noi. La croce di Cristo non è il parafulmine nella tempesta dell’ira di Dio, ma è la rivelazione del folle amore di Dio per tutti, senza distinzioni razziali, religiose o sessuali. Paolo è evangelizzatore dell’azione con cui Dio misericordioso purifica l’uomo cancellando il suo peccato, rendendolo capace di crescere come figlio suo; Paolo annuncia che Dio ha preso l’iniziativa di realizzare la nuova alleanza, di ricomporre in modo nuovo e defini-tivo il rapporto degli uomini con lui. Dio è misericordioso senza limiti e senza ragioni: la nostra sal-vezza non sta nella nostra riparazione del peccato, ma nell’accoglienza dell’amore divino. Dobbia-mo accettare questa rivoluzione copernicana annunciata da Paolo e da tutto il Nuovo Testamento. La giustificazione, la redenzione, l’espiazione, la riconciliazione è pura grazia divina.
Il messaggio di Paolo sulla iniziativa gratuita di Dio può sembrare rischioso, perché può condurre a un’etica passiva. Tuttavia è un rischio che bisogna correre, perché prima di tutto va annunciato il dono che viene da Dio: è stato lui a riconciliarci con sé nella morte e risurrezione di Gesù Cristo. Dopo che Gesù ha rivelato sulla croce l’amore di Dio, il mondo appare nella sua profonda verità e nella sua validità. Per vivere in modo adeguato, occorre essere coscienti della misericordia di Dio, della gratuità nella quale siamo immersi, occorre anzitutto immedesimarsi in ogni istante nella mi-sericordia di Dio e porsi dal fondo dell’anima a sua disposizione.
Per capire in che senso noi siamo ministri della riconciliazione possiamo tenere presenti diversi modelli. Questo ministero può essere compreso in senso teologico, alla luce di chi è Dio, delle Per-sone divine: è sostenuto dal modello dell’amore trinitario. Può essere inteso in senso antropologico o soteriologico: è per la salvezza degli uomini, è sostenuto dalla passione per gli uomini. Può venir inteso come una realtà ecclesiologica: la Chiesa è sacramento dell’incontro di Dio con gli uomini e degli uomini tra loro. Può venir inteso in senso escatologico: il mondo è il luogo delle promesse di Dio e va portato allo shalom biblico, al regno, che è anticipato dove c’è la rivelazione di Dio come Abbà e si vive la comunione fraterna. Ognuno di questi modelli dice che la riconciliazione e il suo annuncio investono tutta la coscienza e la fede cristiana.
Con la sua vita, morte e risurrezione il Figlio ci riconduce al Padre, noi possiamo diventare come Dio ci voleva, possiamo conoscere e accogliere il suo amore e vivere in pace con lui, aperti a un fu-turo di gloria. Perché la pace tra noi e Dio sia stabile, perché il suo amore venga sempre più apprez-zato e accolto, perché noi ci sentiamo continuamente raggiunti, sostenuti e ricreati dal suo amore, il Padre effonde con abbondanza e continuità nei nostri cuori il suo Spirito, in modo che pervada tutta la nostra vita (Rm 5,1-5). Dio non si limita, quindi, a qualche atto di benevolenza; Dio ci dona il meglio di sé: assieme al Figlio ci dona il suo Spirito. L’amore di Dio non è una cosa che egli regala all’uomo, ma è lo stesso Spirito Santo.
Grazie alla presenza dello Spirito, Dio ama in noi, il suo amore diventa il nostro amore: la nostra vi-ta è alimentata dall’amore di Dio. L’amore di Dio non ci esenta dalle contraddizioni che lacerano la storia personale e di tutti gli uomini. Ma Dio non ci lascia soli: il suo Spirito opera in noi soprattutto nel momento della prova, in tutte le circostanze che disturbano la nostra vita, impedisce che le sof-ferenze nelle loro varie forme ci portino a dubitare dell’amore di Dio, a rifiutarlo; lo Spirito ci assi-cura interiormente che il Padre ci ama e perciò ci permette di vivere anche le situazioni difficili, ac-cettando la loro severa pedagogia, facendole diventare momenti che irrobustiscono la nostra fede, che verificano e consolidano la nostra speranza. Restiamo deboli, ma lo Spirito di Dio ci dà energie sufficienti per abbandonarci a Dio e gloriarci in lui, per porre cioè in lui il nostro appoggio.
3. Nella pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio per liberarci dalla legge e renderci figli suoi (Gal 4,1-7)
Nella Lettera ai Galati l’apostolo Paolo qualifica il tempo che precede la venuta di Gesù Cristo co-me quello dell’età minorile, aggiungendo che era il periodo della schiavitù dell’uomo agli elementi del mondo, cioè alle energie, ai poteri interni ed esterni che lo ingabbiano (possono essere le leggi biologiche, psicologiche, economiche, sociali, politiche, le presunte leggi astrali), al legalismo che lo tiene quasi in carcere e come sotto tutela (Gal 4,1-3).
Quando è giunto il momento da lui fissato, Dio ha dato pienezza al tempo mediante due missioni complementari: ha mandato il proprio Figlio e ha mandato lo Spirito del Figlio suo.
Anzitutto ha mandato il proprio Figlio. L’invio del Figlio comporta un duplice movimento: discen-dente e ascendente. Il movimento discendente è espresso dalle due caratteristiche della venuta di Gesù: è nato da donna ed è nato sotto la legge. È entrato nel mondo come ogni altro essere umano, attraverso il grembo di una donna. L’espressione « nato da donna » connota la fragilità: il Figlio di Dio è divenuto fragile, mortale, ha preso un corpo nel grembo di una donna. L’espressione « nato sotto la legge » sottolinea che è nato come membro del popolo ebraico, in una condizione di suddi-tanza alla legge che caratterizza l’erede minorenne. Con due « affinché » Paolo esprime la finalità di questo invio del Figlio, cioè il dono fatto agli uomini di poter compiere un movimento ascendente. In primo luogo il Figlio è venuto per riscattarci, per liberarci dalla sudditanza della legge, vissuta come una schiavitù e come pretesa di autosalvezza e diventata perciò fonte di peccato. La seconda finalità completa la prima: il Figlio è venuto, è disceso tra noi per darci il dono massimo, per farci diventare figli di Dio.
Poi Paolo parla della seconda missione fatta da Dio Padre: il nostro essere figli di Dio è testimoniato dallo Spirito Santo ed è opera dello Spirito Santo. Il dono dello Spirito coincide con il fine della na-scita di Gesù, della sua vita e specialmente della sua pasqua. Lo Spirito agisce prima nel Figlio e poi in ciascuno noi, nei nostri cuori, operando in noi a partire dal battesimo una creazione nuova che ci conforma al Figlio di Dio, ci fa entrare nella sua relazione filiale, spingendoci a gridare con amore e fiducia: « Abbà! Padre! ». Lo Spirito Santo è donato dal Padre a Gesù e da lui passa nel credente per-ché possa ripetere col cuore la stessa preghiera filiale al Padre. Lo scopo dello Spirito in Gesù e in noi è costituire e manifestare la condizione di figli: in senso proprio o naturale in Gesù, in senso a-dottivo in noi. Il paradosso che Paolo annuncia è questo: un Dio che si fa uomo per rendere divini gli umani. « Una funzione importante – se non la principale – del paradosso è quella di provocare meraviglia e stupore di fronte a un Dio che si rivela in maniera eccedente rispetto alle attese umane » (E. Bosetti).
Essere liberati dalla sudditanza alla legge non significa essere senza legge, ma essere guidati dalla legge dello Spirito. In Gal 4,7 Paolo presenta la conclusione: « Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio ». Per Paolo siamo nel tempo della filialità. In questo passo Paolo pone in risalto l’attualità del dono portato da Gesù, il nostro essere già figli di Dio. In Rm 8,18-30 Paolo parla del gemito di chi aspetta ancora il compimento della nostra filiazione divi-na che consiste non nella liberazione dal corpo, ma nella redenzione del corpo, nel riscatto definiti-vo dell’esistenza corporea, cioè nella risurrezione.

4. Cristo è la nostra pace (Ef 2,11-22)
La situazione in cui si trovano gli uomini, lasciati a se stessi, e l’opera di salvezza realizzata da Ge-sù Cristo sono descritte anche in Ef 2,12-22. Anzitutto l’autore dice che gli uomini lasciati a se stes-si sono al di fuori di Cristo, vivono spiritualmente separati da lui. Subito dopo elenca le carenze che caratterizzano quella lontananza: sono « esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa »; sono « senza speranza e senza Dio »; poi alla fine la loro situazione è riassunta con le pa-role « nel mondo ». La svolta è stata resa possibile solo mediante Cristo, anzi, « in Cristo Gesù », « gra-zie al sangue di Cristo »: « Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diven-tati vicini, grazie al sangue di Cristo » (Ef 2,13).
Gesù Cristo ha annullato la distanza abissale che ci separava da Dio. Egli ha creato in se stesso un solo uomo nuovo. Perciò in Cristo si realizza la pace, anzi, egli è la nostra pace, in quanto ci ha ri-conciliati tutti in un solo corpo. Questa riconciliazione avviene in un solo corpo. Alcuni ritengono che quel solo corpo nel quale avviene la nostra riconciliazione è il corpo del Cristo crocifisso. Se-condo altri, l’espressione « in un solo corpo » indica la Chiesa. « Paolo ha capito che con Cristo il Dio di Israele, l’unico vero Dio, diventava il Dio di tutti i popoli. Il muro tra Israele e i pagani non è più necessario: è Cristo che ci protegge contro il politeismo e contro tutte le sue deviazioni; è Cristo che ci unisce con Dio e nell’unico Dio; è Cristo che garantisce la nostra vera identità nella diversità del-le culture. Il muro non è più necessario, la nostra identità comune nella diversità delle culture è Cri-sto, è lui che ci fa giusti. E questo basta. Non sono necessarie altre osservanze » (Benedetto XVI).
Poi Paolo specifica che la pace consiste nella possibilità di accedere al Padre (Ef 2,18). L’accesso (prosagoge) è un termine tecnico e indica la dimensione cultuale, sacerdotale della vita, l’essere ac-colti nella vita trinitaria, il poter incamminarci verso il Padre assieme al Figlio con la forza dello Spirito. Nella parte finale del brano (Ef 2,19-22) viene descritta la nostra nuova situazione ricorren-do a due immagini: la prima è presa dall’ambito familiare e sociale (siamo concittadini dei santi e familiari di Dio), la seconda dalla sfera dell’architettura (siamo l’edificio, il tempio santo nel Signo-re, l’abitazione di Dio). Dio per mezzo del suo Spirito raccoglie attorno a sé la sua famiglia.
5. Sintesi: il lieto annuncio dell’amore di Dio in Gesù Cristo genera e purifica la Chiesa
Raccogliamo il messaggio di Paolo sull’amore di Dio ascoltando tre frasi contenute nella Lettera ai Romani. All’inizio, dopo essersi qualificato come servo e apostolo, specifica che si rivolge « a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata » (Rm 1,7): lui è totalmente posto al ser-vizio di Gesù Cristo e del suo vangelo; loro insieme a lui appartengono a un originale vincolo di amore proveniente da Dio e per questo si trovano in una condizione di santità gratuitamente donata. Poi Paolo dice che « l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5,5): è Dio che per primo ci ama e mette nei nostri cuori la potenza di amo-re dello Spirito Santo. Così ci rende capaci di amarlo con un amore autentico che cambia la nostra esistenza. La terza parola che Paolo pronuncia sull’amore di Dio ci riporta all’aspetto più quotidiano e più realistico della nostra esistenza, costituito dalla sofferenza. L’apostolo elenca esemplificati-vamente sette difficoltà della vita (tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo, spa-da) e afferma che « in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né po-tenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cri-sto Gesù, nostro Signore » (Rm 8,37-39).
Per questo, quando interviene a correggere i fedeli di Corinto per le divisioni sorte nella comunità, Paolo ricorda loro la centralità del mistero di Cristo, cioè la centralità della sua croce, del suo amore (1Cor 1,10-2,16). Paolo si rende conto che non basta rivolgere un’esortazione alla concordia, alla carità, ma occorre aiutarli a riflettere sul nucleo della fede: la salvezza viene non dai nostri sforzi o dal nostro sapere o dai ministri, ma da Dio che si è rivelato e donato a noi nella croce di Gesù Cri-sto. Anche quando esorta i fedeli di Filippi a una maggior carità fraterna, Paolo li invita a far pro-prio il cammino di Gesù (Fil 2,5-11). Non si superano le divisioni confrontandosi a vicenda, perché questo troppe volte esaspera i conflitti; si superano le divisioni guardando tutti a Gesù. Finché ci si misura l’un l’altro e si stilano elenchi di virtù e di carismi personali, le differenze si approfondisco-no, mentre il riferimento comune a Gesù, in particolare al suo mistero pasquale, costituisce una rea-le alternativa al protagonismo ecclesiale.
6. Come presentare oggi il messaggio di Paolo?
Il vocabolario della redenzione usato da Paolo (giustizia, redenzione, espiazione, riconciliazione) cerca di esprimere l’amore di Dio per noi ed è il cemento che unifica tutte le tessere costituite dalle varie affermazioni della nostra fede: circa la Trinità, la cristologia, la Chiesa che è mistero di comu-nione, l’antropologia, i sacramenti, il tempo, l’al di là (compreso il purgatorio che non è un inferno ridotto, ma è piuttosto paragonabile a un corso di esercizi spirituali). Occorre tenere sempre presente la realtà dell’amore di Dio per noi: nell’annuncio e specialmente nel sacramento della riconciliazio-ne.
II. La tensione missionaria dell’apostolo Paolo
L’amore di Dio è il vangelo che a Paolo è stato rivelato e che lo ha sostenuto. Paolo si è sentito an-che chiamato ad annunciarlo agli altri: ha sperimentato la tensione missionaria già al momento della sua esperienza sulla via di Damasco, come testimoniano gli Atti degli Apostoli, quando narrano quell’evento (At 9,15; 22,15; 26,16-18), e come testimonia lui stesso, quando afferma che Dio ha rivelato in lui il Figlio suo perché lo annunciasse in mezzo alle genti (Gal 1,14-15). Paolo è apostolo per chiamata divina; non vuole che la grazia della chiamata sia vana, perciò esclama: « Guai a me se non annuncio il vangelo! » (1Cor 9,16-17).
1. La testimonianza degli Atti degli Apostoli
La tensione missionaria di Paolo è testimoniata negli Atti degli Apostoli che descrivono il cammino della parola di Dio da Gerusalemme a Roma per opera soprattutto di questo apostolo. Presentano il cosiddetto primo viaggio missionario di Paolo come « l’opera » che lo Spirito gli ha affidato (la paro-la « opera » ricorre all’inizio, al centro e alla fine di quel viaggio: At 13,2.41; 14,26). Dio per mezzo dell’apostolo apre ai pagani la porta della fede, la porta della salvezza mediante la fede (At 14,27). La parola « opera » ritorna in At 15,38. Il ruolo dello Spirito Santo, anzi di tutta la Trinità, nell’opera missionaria di Paolo emerge chiaramente in At 16,6-10, dove si descrive perché l’annuncio cristiano è stato portato dall’apostolo in Europa: per due volte le Spirito è intervenuto a muovere Paolo e i suoi compagni verso l’Europa. A indirizzare Paolo nel suo cammino missionario è lo Spirito Santo, è lo Spirito di Gesù, e poi è lo stesso Dio Padre. Questa esperienza trinitaria dell’apostolo ci dice che noi operiamo in un terreno già preparato da Dio: prima che arrivi la nostra persona, la nostra pa-rola o il nostro esempio, lo Spirito di Gesù è già là ad aprire le porte. Occorre però esercitarci nel di-scernimento della sua presenza e della sua opera.
2. Paolo è stato chiamato a diffondere il profumo della nuova alleanza (2Cor 2,14-3,6)
Nella seconda Lettera ai Corinzi Paolo presenta se stesso come uno che vive l’umiliazione, speri-mentata dai prigionieri che erano costretti a partecipare alla sfilata nel corteo del vincitore (2Cor 2,14-17). Un po’ più avanti Paolo dirà: « Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù » (2Cor 4,11); in Fil 3,12 si definisce « conquistato da Gesù Cristo »: è uno schiavo che annuncia il vangelo come una necessità che gli è stata imposta (1Cor 9,16). Il vincitore di Paolo è Dio in Cristo.
Dall’immagine del corteo trionfale, Paolo passa a quella del profumo della conoscenza di Dio: la predicazione del vangelo è un profumo che dà vita anzitutto all’apostolo e per mezzo di lui la vita si diffonde nella comunità e nel mondo. L’immagine del profumo può indicare la diffusione della vera sapienza (in Sir 24,15 la Sapienza dice: « Come cinnamomo e balsamo di aromi, come mirra scelta ho sparso profumo »). L’immagine del profumo può avere anche un significato sacrificale: « Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali puri e di uccelli puri e offrì olocausti sull’altare. Il Signore ne odorò il profumo gradito e disse: Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo » (Gen 8,20-21); « Quando vi avrò liberati dai popoli e vi avrò radunati dai paesi nei quali foste dispersi, io vi accetterò come soave profumo, mi mostrerò santo in voi agli occhi delle nazio-ni » (Ez 20,41; cf. Sir 35,5; 38,11). Subito dopo Paolo presenta non solo la predicazione del vangelo, ma anche se stesso come il profumo di Cristo: il suo impegno è un sacrificio profumato, cioè gradito a Dio. La morte di Gesù è il sacrificio di soave odore gradito a Dio (Ef 5,2). Paolo si presenta come l’aroma di questo sacrificio, in quanto ne è l’annunciatore con la parola e con tutta la sua vita.
Anche in Rm 15,16 Paolo interpreta la sua attività missionaria come azione sacerdotale, come un atto cultuale: la definisce un essere ministro (leitourgos) di Gesù Cristo tra le genti, adempiendo il sacro ministero (hierourgein), cioè il servizio sacerdotale, perché i pagani diventino un’offerta gra-dita (prosphora), santificata dallo Spirito. « Innanzitutto, san Paolo interpreta la sua azione missio-naria tra i popoli del mondo per costruire la Chiesa universale come azione sacerdotale. Annunciare il vangelo per unire i popoli nella comunione del Cristo risorto è un’azione « sacerdotale ». L’apostolo del vangelo è un vero sacerdote, fa ciò che è il centro del sacerdozio: prepara il vero sa-crificio. E poi il secondo aspetto: la meta dell’azione missionaria è – così possiamo dire – la liturgia cosmica: che i popoli uniti in Cristo, il mondo, diventi come tale gloria di Dio, « oblazione gradita, santificata nello Spirito ». L’autodonazione di Cristo implica la tendenza di attirare tutti alla comu-nione del suo Corpo, di unire il mondo. Solo in comunione con Cristo, l’uomo esemplare, uno con Dio, il mondo diventa come tutti desideriamo: specchio dell’amore divino » (Benedetto XVI).
La predicazione apostolica è « per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita » (2Cor 2,16): porta vita a coloro che accolgono la forza liberatrice del vangelo, porta morte a coloro che persistono nella schiavitù della legge o di altre realtà che promettono salvezza, senza po-terla dare. L’apostolo è consapevole della sua grande responsabilità: il suo ministero determina la sorte degli ascoltatori per il presente e per tutta l’eternità, perciò si chiede: « E chi è mai all’altezza di questi compiti? » (2Cor 2,16). Poco dopo risponde: « La nostra capacità viene da Dio, il quale an-che ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; per-ché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita » (2Cor 3,5-6). La coscienza che Paolo ha del suo mi-nistero va alla radice: è cosciente della sua chiamata e del suo servizio, perché è soprattutto coscien-te della realtà della nuova alleanza, vergata con lo Spirito del Dio vivente, scritta su tavole che sono i cuori di carne. Egli sa che la nuova alleanza ha come prima caratteristica Dio stesso che nel Figlio suo riconcilia a sé l’uomo, lo istruisce, lo muove, lo riscalda, lo anima, lo riempie di entusiasmo e di buona volontà mediante il suo Spirito. Paolo si sente servitore di quest’alleanza nuova.
3. Lo sforzo di inculturazione fatto da Paolo: « tutto a tutti » (1Cor 9)
In 1Cor 9 Paolo ci offre la regola della sua esistenza missionaria e lo fa con tono appassionato, me-diante diciotto domande. Paolo è stato chiamato da Dio, perciò si sente libero da tutti. Tuttavia vive questa libertà rinunciando a molti diritti, per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo (1Cor 9,12), facendosi servo di tutti. Si è fatto come giudeo per i giudei, come sotto la legge per i proseliti, come senza legge per i pagani, debole per i deboli, tutto a tutti per guadagnare a Cristo il maggior numero di persone, per diventare partecipe del vangelo (1Cor 9,19-23). Paolo si configura all’atteggiamento di Gesù: anche Gesù, per salvarci, ha rinunciato a dei privilegi che gli competevano, ha usato la condiscendenza o la solidarietà nei nostri confronti (la liturgia parla di admirabile commercium): « Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, per-ché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2Cor 8,9); « Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio… svuotò se stesso… a gloria di Dio Padre » (Fil 2,6-11); « Colui che non aveva co-nosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giusti-zia di Dio » (2Cor 5,21). L’amore di Gesù Cristo ha portato Paolo ad abbracciare « la legge di Cristo » (1Cor 9,21). Sentiamo qui l’anticipo delle parole che ricorrono nell’elogio della carità: « tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (1Cor 13,7). Contemplando Cristo, Paolo ha capito che l’altro non è uno che diminuisce la libertà, ma è una condizione positiva e necessaria per vivere la propria libertà in maniera incarnata; la vera libertà, infatti, non è una autonomia slegata, ma è servi-zio.
Paolo ha capito che il vangelo attraversa tutte le culture, perché non è riducibile solo a cultura, ma è di un ordine diverso, è metaculturale. Perciò l’apostolo si è dimostrato totalmente disponibile verso le varie culture, ha sempre cercato di annunciare il vangelo in un linguaggio vicino alla sensibilità, alla comprensione degli uditori. In questo farsi tutto a tutti Paolo non giudica il kerigma in base alla cultura, ma fa sempre il cammino opposto: pone il kerigma della Chiesa sulla morte e risurrezione di Gesù Cristo come criterio fondamentale per valutare la realtà, per far maturare o per modificare la cultura.
Paolo sa che esiste anche per lui il rischio del fallimento, di essere alla fine escluso da quella sal-vezza che ha portato agli altri. Illustra questo con l’esempio delle gare atletiche che si svolgevano proprio a Corinto (1Cor 9,24-27): prendere parte a una gara non garantisce il premio; tra gara e premio non c’è connessione automatica, e non c’è nemmeno tra l’essere diventati cristiani e il con-seguire la salvezza. In vista di una corona che marcirà, l’atleta si sottopone a una dura disciplina. Allo stesso modo l’apostolo esercita su se stesso un forte autocontrollo, si sottomette a molte priva-zioni per non essere egli stesso squalificato in quella gara che è la vita missionaria cristiana e per ot-tenere invece la corona incorruttibile, la vita eterna.
4. L’adattamento agli uditori nei discorsi di Paolo riportati negli Atti degli Apostoli
L’esempio della capacità di Paolo di adattare l’annuncio del vangelo agli uditori, restando fedele al kerigma, è offerto dai suoi tre discorsi riportati negli Atti degli Apostoli: quello rivolto ai giudei di Antiochia di Pisidia (At 13,16-48), quello tenuto davanti a un pubblico pagano nell’areopago di A-tene (At 17,16-34), quello rivolto agli anziani della Chiesa di Efeso, convocati a Mileto, dove fa un bilancio della propria vita: è l’unico discorso rivolto ad ascoltatori cristiani riportato negli Atti de-gli Apostoli (At 20,17-38).
Il discorso ai giudei di Antiochia di Pisidia è una riflessione midrashica o un commento attualizzan-te della promessa fatta dal profeta Natan al re Davide (2Sam 7,6-16). Nel discorso gli uditori sono interpellati tre volte: dapprima come « uomini israeliti » (At 13,16) e due volte come « fratelli » (At 13,26.38). Perciò il discorso può essere diviso in tre parti: la prima ricorda la promessa fatta ai padri (At 13,16-25), la seconda annuncia che la promessa si è adempiuta per i figli (At 13,26-37), la terza contiene l’invito alla fede (At 13,38-41). La profezia di Natan ruotava intorno alla parola « casa » e giocava sul duplice significato di questo termine (edificio o casato); il discorso di Paolo ruota intor-no al verbo « far alzare », che pure ha due significati, in quanto può significare anche « risuscitare ». L’evento Gesù appare non come un beneficio che si aggiunge a quelli di cui Dio aveva gratificato Israele, ma come il beneficio che dà compimento in maniera assolutamente gratuita e insuperabile alla vicenda storica iniziata nell’Antico Testamento, quando Dio ha scelto i padri e il popolo. Dio non offre più un giudice o un re, ma un salvatore. Nella parte centrale del discorso per tre volte si dice che questo salvatore è stato risuscitato e glorificato da Dio (At 13,30.33.37). La risurrezione di Gesù costituisce la sua intronizzazione: egli è il Figlio che realizza il Sal 2,7. La risurrezione è quindi il primo passo dell’adempimento delle promesse: è la condizione perché si realizzi l’azione salvifica del Signore glorificato nei confronti di tutti. In virtù della sua risurrezione Gesù possiede il potere di rimettere i peccati e di donare la giustificazione e la risurrezione a tutti coloro che credono in lui. Sfuggire alla corruzione e condividere il cammino di Gesù, risuscitato dai morti, è la speranza che può pervadere ogni uomo. Accogliere questa speranza significa rinunciare a qualsiasi pretesa di giustizia, ricevere la salvezza dall’unico salvatore che ha il potere di rimettere i peccati. Si può dire che, partendo dalla profezia di Natan, Paolo parla di Gesù risorto facendo una lettura unitaria della Scrittura. L’esegesi e la lectio divina ci abituano di solito a una lettura analitica di un testo biblico, tuttavia è importante presentare anche una visione di insieme. Dobbiamo saper fare anche una sinte-si che permetta di familiarizzarsi con le tappe principali della storia della salvezza che trova sempre in Gesù, crocifisso e risorto, il suo compimento.
Ad Atene la buona notizia inaugura ufficialmente il suo cammino fra le nazioni. Paolo si rivolge a-gli ateniesi, molto sensibili alla religione come dimostrano le molte statue, e nello stesso tempo ca-paci di confessare una certa ignoranza in materia religiosa, al punto che hanno elevato una statua a un dio sconosciuto. Paolo non si propone di far loro conoscere razionalmente questo Dio ignoto, ma annuncia questo Dio per portarli alla conversione a lui: annuncia il Dio che ha creato gli uomini e tutte le cose e che mantiene in ogni creatura il dinamismo vitale. Quindi c’è una certa parentela tra Dio e gli uomini, come hanno intuito anche i poeti, dicendo: « di lui anche noi siamo stirpe » (At 17,28). Se Dio ha creato il mondo e tutti gli uomini, il mondo e la storia umana sono le due strade da percorrere per dare senso e fondamento all’esistenza e per incontrare Dio, lasciandosi aiutare an-che dai poeti. Pure in Rm 1,20 Paolo dice che le perfezioni invisibili di Dio si possono contemplare mediante le opere da lui compiute. La molteplicità degli idoli manifesta che l’uomo non è stato ca-pace di percorrere rettamente queste due strade per mettersi in giusta relazione con Dio e ha preferi-to adorare le opere delle proprie mani. L’annuncio cristiano mette fine a questa situazione e procla-ma che la storia umana sta sotto il segno del giudizio. Dio offre la conversione e il perdono tramite un giudice che è un uomo, ma accreditato a questo compito, in quanto Dio lo ha fatto passare attra-verso la morte, donandogli la risurrezione. Questa parola incontra resistenza tra i pagani di Atene come la parola di Gesù aveva incontrato resistenza presso gli abitanti ebrei di Nazaret. Per gli ebrei lo scandalo è costituito soprattutto dalla morte del Messia, per i pagani è costituito anche dalla sua risurrezione.
Focalizzando i punti principali del discorso, tenuto da Paolo ad Atene, possiamo tirare quattro con-clusioni.
Anzitutto Paolo non indulge verso la pratica religiosa dei pagani: il culto degli idoli non ha niente di autentico, non è onorare Dio in modo implicito, anzi in qualche modo questo culto lo offende e quindi è necessaria la conversione. In secondo luogo, Paolo riconosce che gli uomini possono arri-vare a comprendere che c’è un Dio ignoto: questo riconoscimento può essere un punto di inizio, una disposizione d’animo per una ulteriore ricerca, per l’accoglienza del messaggio cristiano. In terzo luogo, Paolo è conscio che l’annuncio cristiano va portato ai pagani in termini che siano il più pos-sibile accettabili; perciò presenta i temi fondamentali della fede di Israele, come la creazione e la pa-rentela degli uomini con Dio, senza narrare la storia di questo popolo. Infine, Paolo accetta gli arric-chimenti che vengono dalla cultura pagana, proclamando un Dio nel quale viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17,28): un giudeo, preoccupato di salvaguardare la trascendenza di Dio, difficilmente avrebbe osato fare questa affermazione. Il dialogo con la cultura pagana è arricchente, tuttavia resta difficile, perché incontra lo scoglio della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, costituito da Dio salvatore di tutti gli uomini.
Il terzo discorso, quello rivolto da Paolo agli anziani di Efeso, ha un carattere parenetico, diverso da quello kerigmatico che propone il primo annuncio cristiano. Il discorso parenetico era abituale per Paolo, quando prendeva commiato da una comunità, dopo un certo periodo di attività pastorale (At 16,4-5; 18,23; 20,1.2). Se Paolo si sente chiamato a consolare o esortare è segno che i fedeli si tro-vavano in una situazione di fragilità: di fronte a quella fragilità l’apostolo non si meraviglia, non cerca capri espiatori, ma ricorre all’opera di incoraggiamento, di rianimazione. Dopo aver dato uno sguardo al suo impegno missionario e avere espresso la sua coscienza del presente e di ciò che lo at-tende, Paolo rivolge ai presbiteri la sua esortazione. Domanda loro di vegliare su loro stessi e su tut-to il gregge (At 20,28); al v. 31 domanderà di vigilare. Il fatto che sono usati due verbi diversi sotto-linea l’importanza della vigilanza. Vegliare nell’attesa del Signore è l’atteggiamento dell’uomo del-la speranza, che non si appiattisce su sicurezze presenti, ma è proteso verso il futuro.
L’apostolo non raccomanda agli anziani di vegliare soltanto su loro stessi o soltanto sul gregge, ma su entrambi: devono attendere a se stessi e insieme a tutto il gregge. Non lascia quindi spazio per una sovrapposizione ideologica di chi pensa che curando se stessi si cura anche il gregge oppure che badando al gregge si bada anche a se stessi. Siamo davanti a una dialettica ineliminabile. Un presbi-tero che non prega, che non trova il tempo per la lettura, per la sua vita spirituale non può addurre a scusa l’incessante servizio alla gente: in quel caso veglia sul gregge, ma non su di sé. Parimenti non può disinteressarsi dei fedeli, dicendo che dedica le sue giornate alla preghiera, alla lettura, allo stu-dio della teologia: in tal modo veglia su di sé, ma non sul gregge. Le due realtà si richiamano e si ar-ricchiscono vicendevolmente, si completano, ma non si confondono. Siamo sempre tentati di elimi-nare il bipolarismo che Paolo sottolinea con molta semplicità.
I motivi che Paolo porta per esortare i presbiteri alla vigilanza sono due. Da un lato la natura trinita-ria del loro ministero pastorale e della Chiesa: i presbiteri sono stati costituiti dallo Spirito Santo a pascere la Chiesa di Dio che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio (At 20,28), e dall’altro lato i pericoli incombenti, rappresentati dai lupi rapaci che verranno dall’interno e proporranno di non accontentarsi della sola mediazione di Cristo (At 20,29-30).
5. Paolo lavora in equipe, non senza difficoltà
Paolo vive la tensione missionaria in una rete di relazioni, di collaborazione fraterna. Il numero di coloro che collaborarono quotidianamente con lui per l’espansione del vangelo, per la crescita delle comunità cristiane è molto elevato. Nella seconda Lettera a Timoteo sono nominate quattordici per-sone che fanno da sfondo all’amicizia tra Paolo e Timoteo; nella Lettera ai Romani l’apostolo ricor-da trentasei persone con delle qualifiche che indicano l’intensità di rapporti. Il successo missionario di Paolo non sarebbe stato possibile senza questi legami di collaborazione.
Il lavoro in equipe non si è svolto sempre senza qualche intoppo o incidente. Nell’esperienza mis-sionaria e pastorale di Paolo ci sono state anche relazioni venute meno: basta leggere At 15,39 (la rottura con Barnaba), 2Tm 1,15 (questa indicazione fa capire che era faticoso seguire l’esempio di Paolo), 2Tm 4,9-10 (Dema a un certo punto ha preferito il secolo presente: nessuno è esente dalla tentazione), 2Tm 4,14-15 (in 1Tm 1,19 Alessandro è collocato tra coloro che hanno fatto naufragio nella fede, dopo aver collaborato nel ministero apostolico), 2Tm 4,16 (quelli che hanno abbandona-to Paolo si sono spaventati dei rischi, delle difficoltà che avrebbero potuto incontrare). Ci sono state anche relazioni perdute e poi ritrovate e tra queste basta ricordare quella con Marco (2Tm 4,11). La fraternità, il sostegno degli altri è un elemento indispensabile nel ministero, specialmente nei giorni difficili.

6. Paolo annuncia un modo diverso di stare insieme, reso possibile dalla filiazione divina
L’annuncio missionario di Paolo nelle città dell’impero romano ha avuto un notevole successo. Que-sto è dovuto a due motivi. Un primo è stato il contenuto del vangelo, cioè la gratuità dell’amore di Dio. Il secondo è dovuto al fatto che il vangelo, oltre a mettere in giusta relazione filiale con Dio, comporta anche un modo nuovo di stare insieme. Paolo riconosce subito a tutti i cristiani di ogni lo-calità il titolo di Chiesa di Dio. Poi afferma che Gesù è il primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29). Dalla loro unione con Gesù deriva che i cristiani sono chiamati ad amarsi gli uni gli altri con affetto fraterno, a gareggiare nello stimarsi a vicenda, a non cercare il proprio interesse, ma quello degli altri (Rm 12,10-16; Fil 2,3-4).
Il testo forse più significativo a questo proposito si trova in Gal 3,26-28: « Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestititi di Cristo. Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù ». Paolo nega non l’esistenza, ma l’efficacia di tre distinzioni su cui si fondava la società al suo tempo: la prima riguarda il piano religioso o razziale (giudeo e greco), la seconda il piano della vita civile o sociale (schiavo e libero), la terza il piano della vita sessuale (uo-mo e donna). In Cristo si costituisce una realtà nuova: la Chiesa che è il luogo dell’affratellamento, in cui vengono eliminati la separazione e l’isolamento. In Cristo risorto non c’è e non c’è mai stato giudeo né greco, schiavo né libero. In Cristo risorto ogni credente gode della piena dignità di figlio di Dio. In Cristo non c’è maschio e femmina. Paolo sa che il battesimo non sopprime i sessi e che i co-niugi credenti hanno il diritto e il dovere di avere rapporti sessuali. Ma al livello più profondo dell’esistenza cristiana non c’è posto per una discriminazione sessuale, non esiste una superiorità dell’uomo sulla donna.
Al tempo di Paolo si distinguevano religioni di liberi e di schiavi, di maschi e di donne, di giudei e di greci: ognuno aveva la propria religione, ma in stretta dipendenza del ceto di appartenenza. Paolo af-ferma che in Cristo le differenze religiose, civili, sessuali vengono ridimensionate e relativizzate: per se stesse non salvano e non condannano. Cristo con la sua morte in croce ci ha liberati e perciò i cri-stiani, anziché identificarsi mediante un rapporto di opposizione, che rende estranei nei confronti de-gli altri, si identificano mediante la loro unione con Cristo e la loro relazione vicendevole; quello che conta non è ciò che diversifica, ma il Cristo che unisce. Tutti, infatti, siamo « uno solo » (heis è ma-schile) in Gesù Cristo. Contemplando Cristo, Paolo ha capito che la libertà donata da lui non è indi-pendenza, non è un’autonomia slegata, ma è la possibilità di mettersi a servizio dello Spirito il cui frutto è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà (Gal 5,22). Il soggetto principale della libertà cristiana non è la persona umana, ma è Gesù Cristo che mediante la sua morte ha riscattato i credenti. La libertà è lasciare disporre di sé. La morte di Cristo in croce genera l’unità ecclesiale, la spiega e la esige. È specialmente nella liturgia che i cristiani fanno esperienza di questa profonda comunione con Cristo e tra loro.
Per presentare questa comunione ecclesiale Paolo ricorre alle due categorie di popolo di Dio e di cor-po di Cristo. La categoria di popolo di Dio richiama maggiormente la storia, ha una connotazione diacronica. Nella categoria del corpo è più evidente l’articolarsi attuale, la connotazione sincronica e l’idea della donazione di sé. Popolo e corpo indicano rispettivamente le due coordinate del tempo e dello spazio, ed entrambe sono indispensabili perché la Chiesa sia nel mondo. Cristo, con la sua morte e risurrezione, è all’origine di questo corpo e nello stesso tempo è la forza che lo fa crescere nella storia come popolo fino alla sua pienezza. A differenza della società civile, in cui tutto separa-va gli uomini, i credenti in Gesù Cristo si riconoscono reciprocamente come fratelli e sorelle, cioè come figli davanti a Dio. La diffusione del cristianesimo nelle città fu dovuta alla sua capacità di te-nere insieme una minoranza di ricchi e una maggioranza di persone considerate marginali. Le comu-nità cristiane radunavano ciò che la società urbana separava e divideva in categorie impermeabili, permettevano una vita conviviale, il pregare insieme, il profetizzare insieme, l’assumere diaconie ar-ticolate, necessarie per la vita ecclesiale. Tutto questo non aveva equivalenti nella società civile.
III. La tensione temporale
In Paolo c’era anche un’altra tensione, quella temporale, c’era cioè la consapevolezza del nuovo senso del tempo che è stato portato a pienezza da Dio in Gesù Cristo. Paolo sa che i cristiani sono « consapevoli del tempo » (Rm 13,11) e che sono chiamati a riscattare il tempo presente, a farne buon uso (Col 4,5; Ef 5,16). L’invio del Figlio di Dio ha contrassegnato il tempo, facendolo pieno, cioè denso, maturo, senza ulteriore bisogno di integrazioni sostanziali (Gal 4,4): con la venuta di Gesù il tempo da chronos (tempo che scorre e che segna tutti inesorabilmente) per noi è diventato kairos (momento favorevole, tempo opportuno e decisivo). In Cristo la storia ha toccato il proprio culmine, il vertice che regge e che dà significato all’insieme dei tempi nuovi (Ef 1,10). Paolo è convinto che nella morte e risurrezione di Gesù Cristo il tempo si è fatto breve, è stato raccorciato (1Cor 7,29), nel senso che si è compiuto tutto ciò che lo ha preceduto e che è stato anticipato tutto ciò che dovrà ancora avvenire.
Ai nostri giorni si parla molto di ecologia, ma non è altrettanto diffusa l’attenzione per un rapporto corretto con il tempo. L’uomo occidentale si trova spesso schiavo del tempo o in cattiva relazione con esso. L’idea del tempo, della sua fuga, della sua irreversibilità è continuamente presente nella coscienza dell’uomo frettoloso di oggi. È strano che, proprio nella società caratterizzata dal « tempo libero », nessuno ha più tempo. Dall’altro lato spesso l’uomo prova un senso di noia o di vuoto per il tempo che sembra troppo lento e allora cerca di evadere in vari modi dal tempo.
1. La riflessione di Paolo nella prima Lettera ai Tessalonicesi
La necessità di chiarire in che cosa consiste e che cosa comporta la tensione temporale verso il com-pimento finale sta alla base del primo scritto di Paolo giunto a noi, cioè della prima Lettera ai Tessa-lonicesi, che probabilmente costituisce anche il primo scritto del Nuovo Testamento. Mentre gli e-vangelisti a partire dalla pasqua leggono tutta la precedente vita di Gesù, Paolo a partire dalla pa-squa legge in modo nuovo la conclusione del tempo o la parusia verso la quale tutti siamo incammi-nati. Nella prima Lettera ai Tessalonicesi l’apostolo tocca più volte il tema della parusia o della ve-nuta del Signore (1Ts 1,9; 2,11-12.16.19; 3,13) e nella seconda parte dello scritto dedica due sezioni a questo argomento (1Ts 4,13-18 e 5,1-11). Possiamo cogliere due pensieri del messaggio di Paolo: il fatto che noi siamo « figli del giorno » e il valore del lavoro o dell’impegno nelle realtà terrene.
Per quanto riguarda l’ora finale i credenti hanno una certezza e una incertezza. La certezza è che la storia è in cammino verso il compimento. Gesù Cristo risorto è il paradigma, la caparra del trionfo di Dio sulla morte, Cristo risorto è anche il mediatore del nostro trionfo sulla morte. La risurrezione di Gesù implica quella dei credenti e la parusia di Gesù implica che i credenti sono chiamati a essere partecipi della sua vittoria, membri del suo corteo trionfale. Paolo ricorda che questa certezza deve diventare fonte di consolazione e di incoraggiamento vicendevole per tutti.
L’incertezza riguarda la data. Il giorno del Signore viene di notte, come i grandi eventi salvifici (la creazione del mondo, il passaggio del mar Rosso, la risurrezione di Cristo) che si sono realizzati di notte, portando nella storia il trionfo della luce divina, del bene. I cristiani sanno che sono figli della luce e che sono figli del giorno. L’espressione « figli della luce » è tradizionale nell’ebraismo (Lc 10,6; 16,8; Gv 12,36): gli ebrei sanno che il mondo non poggia sul male o sul peccato, ma sulla primogenitura della luce, che è stata la prima realtà creata, sanno che sono chiamati a essere testi-moni della luce, a orientarsi e a orientare verso la luce, a sperare e a infondere speranza. Invece l’espressione « figli del giorno » è nuova, è stata coniata da Paolo: i cristiani sono figli del giorno del-la risurrezione di Gesù e sono anche figli del giorno della sua venuta finale; quel giorno, inteso in entrambi i sensi, li ha generati e opera in loro, a quel giorno appartengono. Perciò sono in grado di indossare l’armatura necessaria per non farsi sorprendere alla venuta del Signore. Questa armatura è costituita dalle tre virtù teologali.
Sappiamo che Paolo ritorna di frequente sul tema della risurrezione dei morti, come frutto della ri-surrezione di Gesù Cristo. Il testo più noto è 1Cor 15. Paolo proclama che Cristo risorto è primizia di coloro che sono morti: se tutti muoiono in Adamo, tutti riceveranno la vita in Cristo. Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo porta a compimento la sua promessa di vita piena e definitiva. Cristo è il prototipo, il capostipite della nuova umanità: egli è l’uomo celeste, è diventato spirito vivificante, in grado di rendere l’uomo pienamente capax Dei, in modo che Dio, fonte della vita, sia tutto in tutti. La speranza nella risurrezione ci permette di accettare il limite creaturale della morte: attraverso es-sa diventiamo disponibili all’azione vivificante di Dio in Gesù Cristo, ci apriamo alla realizzazione piena della nostra eredità filiale. È significativo che la prima Lettera ai Corinzi inizia parlando della croce di Cristo e delle sue conseguenze e termina parlando della risurrezione di Gesù Cristo e delle sue conseguenze. I due momenti dell’evento pasquale vanno costantemente tenuti presenti: su di es-si si basa la fede e la vita cristiana.
La riflessione sul tempo porta poi Paolo a esortare cristiani di Tessalonica a lavorare con le proprie mani. Egli basa la sua esortazione su due motivi: condurre una vita decorosa di fronte ai non creden-ti e non aver bisogno di nessuno (1Ts 4,12). Da un lato non si può perdere la buona reputazione agli occhi di quelli che si vuole convincere della verità della propria fede; il lavoro, l’impegno nelle real-tà terrene rappresenta perciò un importante prerequisito della evangelizzazione. Dall’altro lato il la-voro costituisce un modo per progredire nell’amore fraterno, per concretizzarlo, evitando almeno di essere di peso agli altri. Paolo lega il dovere del lavoro a quella che noi chiameremmo « antropologia sociale ». Per Paolo la fuga dal lavoro crea uno squilibrio nel tessuto sociale: da una parte crea la pretesa di un diritto ingiusto e dall’altra crea un dovere altrettanto ingiusto: mentre qualcuno non la-vora, qualche altro deve lavorare per lui. Il lavoro è dunque un nome diverso per dire giustizia, ri-spetto, amore fraterno. « La speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terre-ni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno della loro attuazione » (Gaudium et Spes, 21).
2. Il vivere è Cristo e il morire è un guadagno (Fil 1,21)
Il valore del tempo emerge anche in Fil 1,21. Paolo afferma anzitutto che per lui il vivere è Cristo e in questa visuale anche la morte perde i suoi connotati negativi. L’espressione « per me il vivere è Cristo » dice che Cristo è la ragione profonda del suo vivere. Questa espressione può avere due si-gnificati. Da un lato indica che per Paolo vivere è essere sempre in piena comunione con Cristo ri-sorto, ma più verosimilmente ha un secondo significato e indica che per lui il vivere è annunciare, testimoniare Cristo. Il morire è un guadagno non nel senso che è la liberazione dal tedio di una vita faticosa, ma nel senso che è un più rispetto alla vita terrena, è un potenziamento della vita autentica e vera che è Gesù Cristo dentro di noi. Cristo abbraccia la vita terrena, ma nello stesso tempo la tra-scende.
3. Tutto è vostro… Vivere come se (1Cor 3,21; 7,29-31)
Anche nella prima Lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo ritorna sul significato del tempo. Ai cristiani di Corinto dice: « Tutto è vostro » (1Cor 3,21). L’intera realtà, la vita, la morte, il presente, il futuro, tutto appartiene a loro. Però subito dopo Paolo aggiunge: « Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio »: il fondamento della sovranità, della libertà dei credenti sta nel loro rapporto con Gesù Cristo. Il cre-dente è libero di disporre di tutto, alla condizione di essere disponibile al Signore. Tutto è vostro, a condizione che voi siate di Cristo e tramite lui veniate orientati a Dio. Poiché è di Cristo, il cristiano è chiamato anche a non assolutizzare nessuno dei vari ambiti della vita, a rendersi conto della relati-vità della loro configurazione, a vivere come se tutto non fosse definitivamente suo. Perciò, sempre ai cristiani di Corinto, Paolo scrive: « Questo vi dico fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non pianges-sero e quelli che gioiscono come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo! » (1Cor 7,29-31). Tutto è dei credenti in Cristo, ma lo è come se non lo fosse. Nessu-no di questi due aspetti deve prevaricare sull’altro. L’equilibrio tra questi due aspetti è sempre diffi-cile, ma è il rischio del cristiano. La salvezza del cristiano è attuale, presente, nella storia, ma è una salvezza che comporta anche un elemento di attesa, di tensione verso un compimento futuro.
In 1Cor 7,29-31 Paolo non proibisce il matrimonio e nemmeno i rapporti coniugali (li ha espressa-mente raccomandati in 1Cor 7,1-7), non proibisce di piangere, di gioire, di comprare, di possedere, di usare i beni di questo mondo (in 1Cor 7,17.20.24 ha ripetuto tre volte che ciascuno deve vivere nella condizione in cui si trovava quando Dio lo ha chiamato alla fede). Però Paolo ricorda che tutta la realtà terrestre, anche se voluta da Dio e accompagnata dalla sua benedizione, appartiene a un or-dine che passa. Analogamente agli altri uomini, il cristiano piange, gioisce, si sposa, acquista, tutta-via non lo fa come gli altri che non hanno fede, poiché tutte queste attività umane cessano di essere per lui un fine e diventano un mezzo per vivere già qui la vita dell’amore a Dio e ai fratelli. « Vivere come se » significa impegnarsi nei compiti terreni con discernimento evangelico, inserendoli nell’orizzonte dell’attesa della venuta di Cristo. Occorre tenere sulla storia uno sguardo che ne rico-nosce la provvisorietà, la finitezza e soprattutto l’attesa del compimento escatologico. Ciò che fa l’uomo grande è la capacità di rendersi conto di avere un futuro che abbraccia la morte e che va ol-tre la morte. Abramo e Ulisse incarnano l’etica del viaggio, in compagnia dell’ignoto e dell’imprevisto, ma anche in compagnia della divinità. Però per Ulisse la meta è il ritorno a casa, al passato, la nostalgia; il simbolo del viaggio di Ulisse è il cerchio, completo, finito, logico. Abramo, invece, si mette in viaggio per non ritornare, senza meta terrena, verso un futuro, perché sa che la vita vera è oltre il mondo tangibile: il viaggio di Abramo non ha come simbolo il cerchio, ma il per-corso di una freccia che annuncia che la nostra meta è oltre noi.
4. La verginità è segno dei tempi escatologici
Paolo propone il carisma della verginità come segno particolarmente eloquente del nuovo significa-to del tempo (1Cor 7,32-35). La verginità è una tensione totale, senza distrazioni alla comunione con il Signore, è la via più conveniente per essere totalmente uniti a lui. La verginità è anche una dedizione totale, senza distrazioni anche alla missione. Comunione e missione sono due strutture fondamentali dell’esperienza fatta dai primi discepoli di Gesù. La verginità costituisce la condizione ideale per il cristiano, annuncia la secondarietà di ciò che è terrestre e il primato assoluto del Signo-re: dell’incontro con lui e dell’annuncio del suo vangelo. La persona vergine è tutta del Signore e in lui ama in modo nuovo le persone e le cose. Decisivo per la scelta della verginità è perciò il motivo cristologico che spinge Paolo a preferire questo stato di vita e a consigliare di rimanere liberi dal vincolo coniugale. La verginità nasce dal fatto che qualcosa di definitivo ha fatto irruzione in una persona e questo qualcuno è Gesù.
La verginità non è disprezzo dei sentimenti e degli affetti che compongono la nostra umanità, ma è il loro incanalamento in Dio. La verginità è una vita di amore, riempita dall’unico amore di Cristo in modo totale. La verginità si connota così non solo di sponsalità, ma anche come un’oblazione cul-tuale: la verginità è vissuta per piacere al Signore, per essere santi nel corpo e nello spirito, cioè per appartenergli con tutta la persona. Essere santi nel corpo e nello spirito significa essere consacrati, essere totalmente riservati al Signore. La vocazione verginale porta nel corpo stesso la dimensione dell’attesa, del desiderio, della distanza, porta nel corpo quel misterioso vuoto che grida un’assenza, ma che nello stesso tempo preannuncia una pregnante presenza.
La verginità degli uomini e delle donne trova nella verginità di Gesù la sua sorgente, la sua custodia, la sua ispirazione. Gesù ha parlato di uomini che sono celibi per il regno (Mt 19,11-12); l’espressione « per il regno » (dia ten basileian) può avere due significati: causale (a causa del regno, perché il regno opera in loro) o finale (in vista del regno); a sua volta il senso finale può venir inteso nel senso duplice di servire il regno o di disporsi ad entrarvi. I due significati, cioè quello causale e quello finale, non si escludono. Forse si può specificare ulteriormente dicendo che il regno, più che lo scopo della verginità, è la sua sorgente. La verginità è generata dal regno, si è vergini per mezzo del regno. La verginità va letta prima di tutto come consacrazione all’amore del Signore, non come stile di vita che permette di donarsi di più agli altri. Donarsi agli altri è il fiore, il frutto, non la radi-ce. Perché il fiore e il frutto resista in tutte le stagioni, dobbiamo badare alla radice che è l’amore di Gesù fino alla morte di croce, è sentirsi amati e perdonati da Gesù per poi riamarlo sopra ogni cosa e amare la gente con la forza di amore che lui ci dona.
5. La riflessione nella Lettera a Tito (Tt 2,11-14)
Nella Lettera a Tito l’apostolo ci dice quale è la fonte dalla quale il cristiano attinge energia e ispira-zione per il suo comportamento: « È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrie-tà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni ini-quità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone » (Tt 2,11-14). La vita nuova alla quale tutti aspiriamo è frutto della grazia di Dio che è apparsa tra noi per ap-portare salvezza a tutti gli uomini. L’amore di Dio inserito nella storia ci insegna a rinnegare l’empietà, la irreligiosità, il vivere come se Dio non ci fosse, in un vuoto di valori, senza di riferi-menti ultimi. Ci insegna a rinnegare i desideri mondani, il porre come idolo ultimo e unico le cose e se stessi. Ci insegna a vivere in questo mondo, dentro la nostra storia la sobrietà, cioè la temperan-za, il saggio uso dei beni di questo mondo; ci insegna a vivere la giustizia, ad agire secondo la vo-lontà di Dio nella correttezza dei rapporti con gli altri, diventando trasparenza della fedeltà, della te-nerezza, della misericordia di Dio; ci insegna a vivere la pietà, ad aver Dio familiare, a sentirne con gusto la vicinanza.
6. Conclusione: sintesi tra trascendentale e categoriale
Riflettendo sulla risurrezione di Gesù e sul suo ritorno, Paolo aiuta i cristiani a fare una sintesi, a trovare il giusto equilibrio, come direbbe K. Rahner, tra il trascendentale e il categoriale, tra il quali-tativo e il quantitativo. Il trascendentale è costituito dai grandi ideali, dai grandi temi della vita, dall’essere fatti per tendere a qualcosa di grande, per parlare con Dio. Il categoriale è il luogo della quotidianità, sono le mille cose da fare e i mille impegni da assolvere, sono le realtà quotidiane nelle quali di solito si butta l’uomo, dimenticando le altre. Paolo vuole portare i cristiani a una sintesi tra il trascendentale e il categoriale, a vedere come il categoriale è avvolto dal trascendentale, a non di-menticare le cose quotidiane, però a vederle alla luce dell’eterno. La storia è giudicata dal suo fine, dall’eternità. L’eternità non è qualcosa di lontano, di esterno, ma è qualcosa che ci avvolge.
Quasi adducendo come scusa il fatto che i primi cristiani per una certa fretta, per un errore di pro-spettiva ritenevano imminente il ritorno di Cristo, noi abbiamo lasciato largamente il passo alla de-lusione, all’indifferenza, alla diffidenza e abbiamo lasciato affievolire il senso dell’attesa. La morte individuale tiene certamente desto in ciascuno il senso della fine, ma si tratta di un fatto piuttosto personale; preghiamo certamente perché venga il regno di Dio, ma se guardiamo il nostro desiderio più profondo è che esso venga il più tardi possibile, che non ci sia subito la fine di tutto. La nostal-gia del ritorno di Cristo dovrebbe equilibrare le sollecitudini per gli interessi umani. Molti, forse, ad essere sinceri, non aspettano più nulla.
IV. La tensione cosmica: Gesù risorto è il capo della Chiesa e del cosmo
Nelle sue prime Lettere Paolo ha sottolineato la libertà dalla legge e questo ha contribuito alla rottu-ra tra i cristiani e la maggior parte del popolo di Israele. Questo fatto doloroso ha avuto anche con-seguenze positive, quali l’affermazione del primato di Gesù Cristo e della grazia, la convinzione profonda che la sola cosa necessaria è la fede. C’è stata anche un’altra conseguenza positiva: la comprensione di quello che Paolo chiama « il mistero », cioè la comprensione dell’unità del disegno salvifico di Dio sulle sorti dell’uomo, dei popoli e del mondo. « Non è possibile pensare e adorare il beneplacito di Dio, la sua sovrana disposizione, senza confrontarci personalmente con Cristo in per-sona, in cui il « mistero » si incarna e può essere tangibilmente percepito » (Benedetto XVI). In lui prende forma la multiforme sapienza di Dio, il mistero che sorpassa ogni conoscenza (Ef 3,10.19). Questo pensiero è sviluppato specialmente nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini. Come conse-guenza della risurrezione di Cristo, Paolo in queste Lettere non pone in primo piano il suo ritorno glorioso, ma la sua opera efficace nella creazione e di conseguenza in tutta la storia. L’autore di queste lettere si allarga a una visione sapienziale dell’intera storia umana, del mistero nascosto da secoli e ora rivelato in Gesù Cristo (Col 1,26-27; 2,2; 4,3; Ef 1,9; 3,3.4.9; 5,32; 6,19). Nasce così una più profonda comprensione della Chiesa, che è il corpo del Cristo, e del ruolo di Gesù Cristo verso di lei e sul mondo intero.
1. La Chiesa è il Corpo di Cristo da amare
Gesù Cristo, crocifisso e risorto, è il centro, il capo della Chiesa non solo nel senso che ha autorità su di essa, la guida (Col 1,18), ma anche nel senso che la vivifica, la innerva, le dà la forza di agire in modo retto, ne favorisce la crescita come avviene in un organismo vivente: essa è il suo corpo (Ef 4,14-16). Nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini la parola Chiesa non indica più la singola comuni-tà locale, come di solito avviene nelle prime Lettere di Paolo (in queste egli si rivolge alla Chiesa dei Tessalonicesi, alla Chiesa di Corinto, alla Chiesa di Roma, alle Chiese della Galazia). La Chiesa indica ormai la totalità dei cristiani, considerati unitariamente come una grande comunità. La Chiesa è più che l’aggregato delle singole Chiese locali, è più che una realtà terrena: è il corpo di Cristo ri-sorto, è il corpo del quale Cristo è il Capo, il Signore, il Salvatore, lo Sposo (Ef 1,22-23; 5,21-33). La Chiesa vive della vita di Cristo stesso. Cristo l’ha amata, ha dato se stesso per lei (Ef 5,25), la nutre e la cura incessantemente (Ef 5,29). La Chiesa è divenuta il fine della morte di Gesù Cristo: è morto per santificarla, per purificarla, per farla sua sposa, « tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata » (Ef 5,27). Il mistero del piano nascosto di Dio coinvolge l’amore di Cristo per la Chiesa: i due diventano uno (Ef 5,31-32), in modo che la Chiesa può essere identificata con il regno di Cristo nel quale i cristiani sono stati trasferiti per partecipare alla sorte dei santi (Col 1,12).
La Chiesa, in quanto è corpo di Cristo, appartiene a lui in modo specialissimo, è il luogo dove la re-galità di Cristo si esprime nel modo più puro, dove viene riconosciuta e annunciata. La Chiesa è la pienezza, il pleroma di Cristo (Ef 1,22-23), cioè l’ambito pienamente riempito dalla sua presenza, dalla sua grazia, dalla sua forza, dai suoi doni. La Chiesa è il pleroma di Cristo anche nel senso che dona a Cristo la sua pienezza, rendendolo, per così dire, completo. Insieme con Cristo, la Chiesa viene a formare quello che potremmo chiamare il Cristo totale. Di conseguenza, se Paolo descriveva se stesso come ministro di Dio (2Cor 6,4), di Gesù Cristo (Rm 1,1), della nuova alleanza (2Cor 3,6), ora si definisce servo, ministro della Chiesa (Col 1,24). Se Cristo ha dato se stesso per la Chiesa, al-trettanto è disposto a fare l’apostolo. Proprio perché è profondamente unita a Cristo al punto da co-stituire il suo corpo, la Chiesa è una realtà da amare, una realtà per la quale si è disposti a dare la vi-ta, una realtà che suscita la generosità di generazione in generazione.
2. Il progetto di Dio Padre è ricondurre al Cristo tutte le cose
Gesù è anche il Signore di tutte le cose: « tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). La risurrezione permette di cogliere la presenza del Cristo nell’atto creatore come mediatore universale, come centro, modello e fine di tutto il creato, come fonte e meta ultima di tut-to ciò che esiste. Dio vuole che tutto il creato abbia un rapporto con il Cristo risorto. Dio, creando il mondo e l’uomo, si ispira a Cristo risorto. Fin dall’inizio del mondo il Padre guarda a lui come al modello e alla meta della sua opera; il Padre crea il mondo a immagine del Figlio, anzi lo ha già con sé come autore dell’intera creazione. Tutte le creature fin dall’inizio sono orientate al Cristo risorto e tendono a lui per essere veramente se stesse.
Il Risorto è anche il capo delle potenze angeliche e del cosmo (Col 2,10.15). I principati e le potenze hanno un potere che svanisce nei confronti di quello di Cristo. Quindi essi non possono più incutere timore, hanno un potere debole, perché Gesù ha trionfato su di loro. Possiamo interpretare questo linguaggio vedendo nei principati e nelle potenze tutte quelle strutture culturali, politiche, religiose, sociali, ideologiche e persino psichiche che rischiano di condizionare l’uomo e addirittura di schia-vizzarlo. Mentre l’immagine di Cristo capo riferita alla Chiesa sottolinea una omogeneità, nel senso che la nutre e la cura, l’immagine di Cristo capo riferita al mondo esprime piuttosto la sudditanza del cosmo a lui. Cristo ha privato i principati e le potestà della loro forza (Col 2,15), perché è al di sopra di ogni potenza e dominazione (Ef 1,21). « Cristo non ha da temere nessun eventuale concor-rente, perché è superiore a ogni qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare l’uomo. Perciò, se siamo uniti a Cristo, non dobbiamo temere nessun nemico e nessuna avversità; ma ciò si-gnifica dunque che dobbiamo tenerci ben saldi a Lui, senza allentare la presa! » (Benedetto XVI).
Il Padre vuole ricapitolare ogni cosa in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, fatto uomo, crocifisso e ri-sorto (Ef 1,10). Per mezzo di lui il Padre conferisce ad ogni cosa la perfezione e il senso definitivo. Il verbo ricapitolare suggerisce due idee importanti e complementari. Una viene dal significato di ricapitolare, compendiare, sintetizzare, nel senso di raccogliere gli elementi sparsi e unificarli: Cri-sto riconduce a unità ciò che nel mondo appare frammentato, diviso e lacerato. Egli assolve la fun-zione che nella Bibbia ha la Sapienza. L’altro significato è suggerito dal fatto che Cristo è colui che sta sopra, è il preposto di tutte le cose ed esse tendono a convergere verso di lui come verso il pro-prio capo. Ricapitolare esprime quindi l’idea di dare un nuovo capo, di intestare, di poter dominare. Tutto è chiamato a divenire unità nel Cristo, ogni cosa ha questa ragion d’essere. Solo situando il cosmo in questa visione complessiva, possiamo coglierne il significato decisivo. Quando abbiamo questa chiave di lettura, possiamo anche chinare il capo di fronte a tanti misteri della storia, di fron-te a tante sofferenze del cosmo e dell’umanità, di fronte a tante catastrofi naturali che ci lasciano sconvolti e sopraffatti.
Questo pensiero è riassunto stupendamente nell’inno cristologico con il quale l’apostolo apre la Let-tera ai Colossesi (Col 1,15-20). L’inno si compone di due strofe nelle quali, a partire dal suo mistero pasquale, Gesù Cristo è celebrato prima come mediatore di tutta la creazione (Col 1,15-17) e poi come operatore della salvezza della Chiesa e del cosmo (Col 1,18-20). La prima strofa celebra la si-gnoria cosmica di Cristo, la seconda celebra la signoria salvifica di Cristo: in entrambe emerge che egli è l’unico mediatore sia della creazione di tutto come della salvezza di tutto.
Da questa consapevolezza del ruolo cosmico di Cristo derivano due conseguenze importanti. Anzi-tutto la Chiesa non può pretendere di ridurre Cristo entro i propri confini, perché i cristiani sanno che Cristo è più grande della Chiesa. Dall’altro lato deriva che la signoria cosmica di Gesù è cono-sciuta solo da chi è nella Chiesa.
Oggi abbiamo particolare bisogno di uno sguardo sapienziale sull’intera storia, che abbracci anche gli altri popoli, le altre religioni e culture; abbiamo bisogno di una sintesi epocale, presente appunto nella Lettera ai Colossesi e agli Efesini. Possiamo dire, in un linguaggio contemporaneo, che il mes-saggio di queste Lettere è l’universalismo della fede e della salvezza, è l’unità degli uomini in Cri-sto, è la globalizzazione della solidarietà. Dio opera, perché l’umanità diventi un’unica famiglia di famiglie di popoli, un solo uomo nuovo, dove tutti sono fratelli e sorelle, perché tutti sono amati, tutti sono salvati, tutti sono redenti dal sangue del suo Figlio Gesù.
Nella Lettera agli Efesini l’espressione « uomo nuovo » ricorre due volte, in due punti importanti, fo-cali. Ricorre anzitutto in Ef 2,15, dove l’autore condensa il tema dell’unione ecumenica tra i cristia-ni provenienti dal paganesimo e quelli provenienti dall’ebraismo, e ricorre in Ef 4,24, dove l’autore esprime la nuova identità del battezzato a livello ontologico ed etico. Scopo di ogni ministerialità è condurre tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo nuovo, all’uomo perfetto, cioè all’età cristiana adulta, alla statura della pienezza di Cristo (Ef 4,11-14).
Per la sua ricchezza cristologica, ecclesiale ed anche cosmica la Lettera agli Efesini è citata 33 volte nella Lumen Gentium (è citata 17 volte nel capitolo I, riguardante il mistero della Chiesa).
Possiamo concludere questa riflessione circa il ruolo che Gesù Cristo, crocifisso e risorto, ha sul tempo e sul cosmo, ricordando che in lui Paolo ha trovato il senso delle due coordinate fondamenta-li sulle quali si snoda la vita di ogni uomo: il tempo e lo spazio. Paolo ha compreso che in Gesù Cri-sto è arrivata per noi la pienezza del tempo, ha compreso che Gesù Cristo è il luogo in cui tutti gli uomini e l’intero cosmo vengono riunificati, riconciliati e possono incontrare Dio. Paolo ha capito che, per mezzo di Gesù Cristo crocifisso e risorto, Dio entra nel nostro tempo e nel nostro spazio, si incarna nei giorni e nelle strade dell’uomo e vi innalza il vessillo della speranza.
V. La sollecitudine organizzativa o la dimensione istituzionale
Paolo ha pensato anche alla perseveranza, al futuro delle comunità nelle quali annunciava il vangelo e nelle quali non poteva continuare a essere fisicamente presente. Ha concretizzato questa sollecitu-dine specialmente in quattro modi. Anzitutto, tornando a visitarle di persona, o tramite qualche col-laboratore, o mediante le sue lettere. In secondo luogo, istituendo in esse dei ministri. In terzo luogo, valorizzando, coordinando in esse i carismi elargiti dallo Spirito. In quarto luogo, sottolineando la necessità della relazione di tutte le Chiese con la Chiesa di Gerusalemme e tra di loro.
1. Paolo visita in vari modi le sue comunità
Paolo ha visitato più volte le comunità già fondate e lo ha fatto in tre maniere: o personalmente, o per mezzo dei suoi collaboratori, o per mezzo delle sue Lettere. Per capire il valore della visita pa-storale di Paolo è opportuno ricordare la ricchezza di questo gesto. Lo aveva vissuto Gesù, al punto che l’evangelista Luca riassume con questa immagine tutta la sua vita pubblica: Gesù è il Dio che visita gli uomini camminando sulle loro strade, parlando con loro, chinandosi su di loro con solleci-tudine e fermandosi a mangiare con loro; questo gesto lo aveva vissuto Pietro (At 8,14-17; 9,32.40), lo aveva vissuto Barnaba ad Antiochia, coinvolgendo anche Paolo (At 11,22-26).
Gli Atti degli Apostoli ci dicono che alla fine del primo viaggio missionario Paolo, giunto a Derbe, città vicina alle porte della Cilicia, non prosegue verso Tarso, sua città natale, e poi verso Antiochia, come geograficamente sarebbe stato più logico e più agevole, ma sente il bisogno di tornare indietro con Barnaba nelle comunità di Listra, Iconio e Antiochia di Pisidia, per visitare i discepoli persegui-tati e per rianimarli (At 14,21-26). Il loro viaggio risultava così singolarmente allungato e li espone-va a pericoli gravi. Infatti non potevano mostrarsi senza rischio a Listra, dove Paolo era stato lapida-to, e a Iconio, dove un complotto li aveva costretti a fuggire, a Antiochia di Pisidia, da dove erano stati cacciati. Intraprendono il cammino verso queste città, perché sono spinti da ragioni molto serie. I versetti seguenti ne rilevano due: i missionari vogliono incoraggiare i neoconvertiti a perseverare e poi vogliono organizzare le comunità, istituendo dei responsabili.
Per prima cosa, dopo aver offerto il primo annuncio, Paolo e Barnaba fortificano gli animi dei di-scepoli e perciò li esortano con queste parole a restare saldi nella fede: « Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni » (At 14,22). È significativo che questo ministero di visitare i fe-deli per confermarli nella fede venga descritto già alla fine del primo viaggio missionario di Paolo, quasi a indicare che si tratta di un servizio che sarà sempre necessario nella vita della Chiesa. Nelle sue parole di conferma nella fede Paolo presenta le persecuzioni come una cosa necessaria, un mi-sterioso adempimento del piano divino. Nella persecuzione i cristiani sanno di essere chiamati a vi-vere come Gesù il mistero della sofferenza e della morte come mistero di disponibilità a Dio, come scelta di amore e di fiducia in lui. Il ministero della visita che consola e che fortifica nella fede viene esercitato da Paolo anche all’inizio del secondo viaggio missionario (At 15,36.41). Pure all’inizio del terzo viaggio missionario Paolo visita le regioni della Galazia e della Frigia « confermando tutti i discepoli » (At 18,23).
Oggi in Europa non siamo in situazione di persecuzione. Però spesso siamo nella strettoia del rifiu-to, della emarginazione culturale e sociale, della privazione dei grandi mezzi della comunicazione pubblica. Inoltre tutti abbiamo difficoltà personali, familiari e sociali. Possiamo chiederci se vivia-mo queste situazioni negative nostre o degli altri con ira e rivalsa, con amarezza, con scoraggiamen-to e depressione, o se le viviamo e aiutiamo a viverle con rassegnazione, con pazienza, con perdono, con tolleranza, con consolazione interiore, con coraggio e creatività. La nostra più specifica missio-ne è dire a noi stessi e a ogni uomo o donna che soffre attorno a noi: « Se riesci a credere all’amore e a vivere nell’amore, hai già trovato la salvezza »; siamo chiamati a esercitare per noi e per gli altri il ministero della fortificazione.
Quando non può visitare di persona le comunità da lui fondate, Paolo invia ad esse i suoi collabora-tori: manda Timoteo a Tessalonica (1Ts 3,2-5); manda ancora Timoteo a visitare i cristiani di Corin-to (1Cor 4,17); successivamente a Corinto ha mandato Tito per ricomporre l’unione in quella Chiesa (2Cor 12,18); a Colosse manda Epafra il quale può verificare che in quella Chiesa operava « l’amore nello Spirito » (Col 1,7).
Un altro modo scelto da Paolo per curare la formazione permanente delle comunità è costituito dalle Lettere. Sono scritti occasionali, composti dall’apostolo per visitare le sue comunità, per rispondere a problemi concreti dei destinatari, per mettere in comune la consapevolezza del primato di Dio, della forza del Risorto, della dignità dell’uomo, per completare ciò che mancava alla loro fede (1Ts 3,10), per comunicare ai fedeli qualche suo dono spirituale, per fortificarli e anche per rinfrancarsi assieme a loro mediante la medesima fede (Rm 1,11-12), per vedere i doni di grazia con i quali Dio li arricchiva e ringraziarlo insieme a loro (1Cor 1,4-7).

2. La costituzione dei ministri
Luca dice che durante il primo viaggio missionario nelle singole comunità Paolo e Barnaba costitui-rono dei presbiteri (At 14,23). Non è facile capire in che modo è avvenuta la loro elezione e in che cosa consisteva il loro ministero. Il testo parla di imposizione delle mani. Possiamo ritenere che si tratti di una cerimonia di investitura, di una specie di ordinazione che assicura agli anziani un ordi-ne, un posto speciale nella comunità su cui devono vigilare. Mediante la preghiera, resa ancora più intensa dal digiuno, vengono affidati insistentemente al Signore. Coloro che ricevono un incarico a favore della comunità sono chiamati anziani o presbiteri. Questo titolo è stato dato fin dall’inizio ai responsabili della comunità cristiana di Gerusalemme (At 15,2; 21,18), ma è assente nelle prime Lettere di Paolo: ricorre solo nelle Lettere pastorali. Nelle Lettere di Paolo coloro che hanno un mi-nistero sono chiamati con vari nomi. Nella Lettera ai Filippesi Paolo parla di episcopi (ispettori) e di diaconi (il senso di questo titolo è discusso); in altri passi parla di servizi in modo più generico, no-minando coloro che fanno da guida (1Ts 5,12-13), alle volte nomina uomini o donne che esercitano dei ministeri (1Cor 16,15; Rm 16,1; Fil 4,2-3; Col 1,7; 4,12-13.17). Nei loro confronti Paolo usa il verbo « faticare » (1Ts 5,12; 1Cor 16,16; Rm 16,6.12), che indica l’impegno missionario, e usa il ti-tolo « diacono » e « apostolo » anche per le donne (Rm 16,1-7.12).
Scopo dei presbiteri costituiti da Paolo e Barnaba è garantire la perseveranza della comunità nella fede. Hanno una responsabilità che possiamo dire dottrinale: devono garantire la continuità della tradizione apostolica. Questo compito sarà precisato più chiaramente nel discorso fatto da Paolo ai presbiteri di Efeso convocati a Mileto (At 20,31). Non si dice in che modo va esercitata questa vigi-lanza, ma se l’aggressione alla fede è fatta mediante un abuso della parola, la prima forma di vigi-lanza consiste nell’annuncio autentico della parola.
Va notato che in tutto il Nuovo Testamento e fino alla fine del II secolo si evitò di chiamare i capi delle comunità cristiane con il titolo « sacerdote » o « sommo sacerdote ». Il titolo sacerdote è usato dal Nuovo Testamento per designare i sacerdoti ebrei o quelli pagani (Lc 1,5; 14,13), per Gesù (la Lettera agli Ebrei gli attribuisce frequentemente il titolo sacerdote o sommo sacerdote) e per tutti i cristiani (1Pt 2,5.9; Ap 1,6; 5,9-10; 20,6). Il titolo sacerdote non è mai usato per designare i respon-sabili delle comunità, probabilmente per non confonderli con i sacerdoti di casta ebraici, addetti ai sacrifici rituali nel tempio, o con i sacerdoti addetti ai sacrifici pagani.
Anche la qualifica di pastore resta esclusiva di Gesù (Eb 13,20; 1Pt 2,25): gli apostoli, i vescovi, i presbiteri sono chiamati a svolgere le azioni del pastore, sono stati chiamati dallo Spirito Santo a pascere la Chiesa di Dio (At 20,8), ma non ricevono il titolo di pastori, tranne che in Ef 4,11, dove però il titolo ha un valore simile a quello di altre funzioni (apostoli, profeti, dottori) e non quello di una funzione privilegiata.
Le pecore sono affidate da Dio Padre all’amore di Gesù e Gesù esprime questo suo amore anche at-traverso l’amore dei presbiteri. Non ci deve stupire che il segno scelto da Gesù per incarnare il suo amore così grande sia così piccolo: uomini con i limiti di ogni uomo. Rientra nello stile di Dio otte-nere effetti straordinari con mezzi umilissimi, perché si veda che la potenza viene da lui. È espresso qui anche il grande tema della libertà e del primato della coscienza al quale è sempre più sensibile l’età moderna. Gli apostoli e i presbiteri esercitano il loro compito pastorale su pecore che sono di Gesù. I cristiani sono liberi perché appartengono soltanto al Signore e in quanto appartengono al Si-gnore si lasciano guidare dai servi del Signore.
Può essere interessante ricordare come avveniva la scelta di questi responsabili delle chiese locali. Essa era il risultato di un accordo tra il candidato, la comunità, gli altri incaricati già in funzione e l’apostolo fondatore. Così, ad esempio, Timoteo è scelto da Paolo e approvato dalla comunità (Fil 2,22; At 16,2). Epafrodito (Fil 2,25) ed Epafra (Col 4,12-13) sono scelti dalla comunità ed approvati da Paolo. Quelli della casa di Stefana sembra si siano offerti di propria iniziativa per il ministero nella comunità di Corinto (1Cor 16,15-16): Paolo li accetta e raccomanda alla comunità di ricono-scerli.
3. Il coordinamento dell’esercizio dei carismi (1Cor 12.14)
La parola « carisma » (charisma) non è usata nel greco classico prima degli scritti del Nuovo Testa-mento. Nel Nuovo Testamento ricorre diciassette volte (sedici volte nelle lettere di Paolo e una in 1Pt 4,10). Il termine carisma acquista un significato specifico in alcuni passi importanti, e precisa-mente in 1Cor 12,4-31; Rm 12,6 e 1Pt 4,10. I carismi sono una capacità, data dalla grazia di Dio per ogni tipo di servizio che contribuisce alla costruzione e alla crescita della Chiesa. I carismi sono di-versissimi: ciò che crea la loro unità profonda è il fatto che provengono tutti da un’unica fonte, la Trinità, e che hanno tutti un unico fine, la vitalità della Chiesa. Paolo parte dalla sua esperienza per-sonale ed è convinto che i carismi fanno parte sia della sua vita come anche di quella dei cristiani. Nel sottolineare l’esistenza dei carismi, la loro molteplicità e la loro destinazione, Paolo paragona la Chiesa a un corpo, a un organismo vivente nel quale ci sono varietà di membra e di funzioni (1Cor 12,12-27). Paolo dà subito la motivazione cristologica di questa realtà: l’origine di questo corpo u-nico sta nel battesimo. I carismi sono il principio di differenziazione all’interno del corpo di Cristo, determinano quali funzioni può e deve avere ogni membro del corpo e lo rendono capace di eseguir-le. Perciò per Paolo una comunità senza carismi è impensabile: non sarebbe più un corpo vivo, non sarebbe più il corpo di Cristo visibile, ben strutturato.
Paolo presenta alcune liste di carismi (1Cor 12,8-10.28-30; Rm 12,6-8), ma non intende offrire un loro elenco completo o sistematico. Si può dire che tra i carismi elencati alcuni riguardano la comu-nicazione della fede mediante la parola, altri sono operativi o pastorali, altri, infine, riguardano atti-vità che derivano da una fede e da una carità pure e assolute. Nelle Lettere pastorali assistiamo a una riduzione dei carismi: ogni comunità ha a capo un episkopos, preposto a dei presbyteroi e a dei dia-konoi.
Paolo dà alcune norme per l’esercizio dei carismi.
Sottolinea anzitutto che i carismi sono un dono che va accolto con riconoscenza; Paolo esorta a non spegnerli (1Ts 5,19-21). Insiste sul dovere di mettere i carismi a servizio degli altri, per la crescita, per il bene della comunità (1Cor 12,7; 14,4.5.12.26). Il dono individuale deve essere funzionale al bene comune: unica è la sorgente (la Trinità) e unica deve essere la meta di destinazione (la Chiesa). Chi ha un carisma non può rifiutare la sua legittimazione e la sua verifica. Paolo sottopone le mani-festazioni carismatiche anzitutto alla verifica fondamentale della confessione di fede in Gesù Signo-re: « nessuno può dire « Gesù è Signore » se non sotto l’azione dello Spirito Santo » (1Cor 12,3). Il se-condo criterio di verifica dei carismi è la loro effettiva utilità ecclesiale. La verifica dei carismi, quindi, ha un criterio cristologico (la fede in Gesù Signore) e uno ecclesiologico (l’identità e la cre-scita della Chiesa). Paolo introduce anche regole dettagliate per il buon funzionamento dei carismi, per evitare che il loro esercizio crei
confusione o appesantisca lo svolgimento delle riunioni ecclesiali (1Cor 14,27-31). Nessun testo del Nuovo Testamento parla di una opposizione tra carismi e istituzione.
Giustamente Paolo sottolinea che la via più sublime di tutte (1Cor 12,31) per vivere i carismi è l’agape, perciò al centro della riflessione sui carismi inserisce il celebre inno alla carità (1Cor 13,1-13). La carità è una virtù teologale, non perché consiste nell’imitare Dio, ma perché è una forza che ci viene donata da Dio, è una partecipazione all’amore stesso di Dio « che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5,5).
4. La relazione di tutte le Chiese con la Chiesa di Gerusalemme e tra di loro (2Cor 8-9)
Paolo sa che il vangelo crea e qualifica le relazioni tra le comunità e che nello stesso tempo il van-gelo ha bisogno, come suo elemento costitutivo, di un dinamico tessuto relazionale, fatto di incontri diretti, di progetti, di ricordi, di attese, di espressioni di affetto e di sollecitudine; l’evangelizzazione crea relazioni e si nutre di esse. Il vangelo genera la relazione di tutte le Chiese con la Chiesa di Ge-rusalemme e quella di ogni Chiesa con le altre comunità. La relazione con la Chiesa di Gerusalem-me ha dato origine alla celebre colletta, di cui Paolo parla in 1Cor 16,1-4; Rm 15,25-31 e soprattutto in 2Cor 8-9. Paolo faceva gran conto su questa colletta, anzitutto perché era segno eloquentissimo della novità scaturita dalla fede in Gesù Cristo come Signore di tutti, senza distinzione tra razze e classi sociali o religiose, e poi perché poteva favorire la comunione tra le Chiese. Anche una raccol-ta di denaro era per Paolo un’autentica esperienza di Chiesa.
In 2Cor 8,9 Paolo dà la motivazione teologica della colletta: « Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mez-zo della sua povertà ». Il gesto di aiuto alla comunità di Gerusalemme è inserito nel cuore stesso dell’adesione di fede alla iniziativa di salvezza realizzata da Gesù Cristo. Il gesto dei cristiani di Co-rinto e di tutte le Chiese fondate da Paolo nei confronti della comunità di Gerusalemme è una grazia concessa da Dio, come è stato grazia il gesto di amore di Gesù Cristo che Paolo propone come mo-dello e soprattutto come forza. Con l’aiuto economico era in gioco non solo la realtà di un gesto di amore solidale, ma anche e soprattutto un’esigenza sentitissima di unità ecumenica ecclesiale. La Chiesa di Gerusalemme avrebbe potuto vedere con favore quel contributo dei cristiani provenienti dal paganesimo quale dimostrazione del loro amore e quale riconoscimento della sua posizione di madre di tutte le Chiese. La comunione con Gerusalemme si riversa poi sulla coesione delle Chiese provenienti dal paganesimo.
La condivisione per i cristiani abbracciano è un riflesso della povertà scelta da Gesù Cristo. Il gesto dei cristiani che si impoveriscono li arricchisce, perché inserisce essi e i loro beneficati nel mondo dell’amore, cioè della realtà stessa di Dio, di Cristo e dello Spirito. Perciò per descrivere questa atti-vità, che certamente ha avuto anche un aspetto economico e che ha occupato tempo ed energie da parte dell’apostolo e dei suoi collaboratori, Paolo non usa termini presi dal mondo economico o giu-ridico, ma usa nomi molto significativi, presi dall’esperienza religiosa.
Anzitutto Paolo chiama per ben dieci volte la raccolta di denaro col termine « grazia », cioè « carità », « dono », « bontà » (2Cor 8,1.4.6.7.9.16.19; 9,8.14.15; cf. anche 1Cor 16,3). La colletta è la capacità di partecipare all’amore misericordioso di Dio. La colletta viene poi chiamata « servizio » che le Chiese paoline sono chiamate a prestare a favore dei santi di Gerusalemme (2Cor 8,4; 9,1.12.13). Paolo usa anche la parola « comunione » (2Cor 8,4; 9,13). Nella colletta si esprime e insieme si realizza l’unità tra i cristiani. Nello stesso tempo con la colletta si riconosce apertamente un primato spirituale della Chiesa di Gerusalemme, dalla quale l’evangelo aveva preso l’avvio, diffondendosi in tutto il mondo. Quindi la comunione di per sé non esige un egualitarismo esasperato: ci sono delle funzioni specifi-che che non si possono negare o confondere con altre; riconoscerle è segno di realismo e di onestà storica. Anzi è proprio con queste diversità che occorre fare comunione. Paolo adopera due volte anche la parola « giustizia » (2Cor 9,9.10): la colletta è espressione della giustizia di Dio, cioè della continua fedeltà alla sua alleanza. Paolo attribuisce alla colletta una dimensione liturgica, chiaman-dola « liturgia o servizio sacro », cioè atto pubblico di culto (2Cor 9,12). Di conseguenza la colletta farà nascere nel cuore dei cristiani di Gerusalemme una « eucaristia » o rendimento di grazie rivolto non ai benefattori umani, ma al vero Dio (2Cor 9,11.12): lo glorificheranno perché ha reso possibile questo segno concreto di unione tra pagani ed ebrei convertiti a Cristo (2Cor 9,13-14). La colletta è chiamata anche « benedizione » (2Cor 9,5), che significa dono salvifico che da Dio scende sugli uo-mini. Sullo sfondo di questa immagine sta la benedizione che Dio ha promesso ad Abramo e in lui a tutti i popoli (Gen 12,1-3). Per questo Paolo può dire che la colletta è una « prova dell’amore » (2Cor 8,8.24). Oltre che prova dell’amore, la colletta è anche « prova » della comunione, della fede, dell’obbedienza dei cristiani (2Cor 8,2; 9,12.13). Criterio e nello stesso tempo frutto atteso di questa raccolta deve essere la « eguaglianza » (2Cor 8,13-14).
Dopo queste riflessioni teologiche, si comprende quali sono le disposizioni con le quali Paolo vuole che i cristiani di Corinto compiano il loro gesto concreto di solidarietà: non basta un aiuto freddo che non coinvolge, ma occorre che diano se stessi come avevano fatto i cristiani di Macedonia (2Cor 8,5). Perciò egli parla di « sollecitudine » o « premura » o « zelo » (2Cor 8,8.17.22; 9,3), di « prontezza d’animo » o « buona volontà » o « impulso del cuore » o « slancio di volontà » (2Cor 8,11.12.19; 9,2), di « generosità » (2Cor 8,2), di « spontaneità » (2Cor 8,3); non si tratta né di un « co-mando » (2Cor 8,8) né di un’azione da compiere con « tristezza » (2Cor 9,7). Soprattutto li esorta a dare con interiore libertà e con gioia: « perché Dio ama chi dona con gioia » (2Cor 9,7).
La fecondità e la necessità delle relazioni tra le Chiese emergono anche dal fatto che Paolo conclude alcune lettere inviando alla comunità destinataria, o a suoi membri espressamente nominati, non so-lo i suoi saluti, ma anche quelli della Chiesa dalla quale scrive (1Cor 16,19; Rm 16,1-23) e dal fatto che domanda che il suo scritto sia reso noto anche ad altre comunità (Col 4,16).

Conclusione
« Paolo è stato l’uomo dell’incontro: dell’incontro con il Risorto, quindi dell’incontro con il Padre e di conseguenza dell’incontro con gli altri uomini, ebrei e non ebrei. Dotato di una grande umanità, è stato capace di entrare nella concretezza della società del suo tempo, nel mondo delle diverse cultu-re, invitandole a incontrarsi e non a scontrarsi. Paolo ha intercettato la sete di dialogo e di comunio-ne inscritta nell’uomo. Prima ha percorso la strada dell’estremismo, di Babele, dell’imposizione di un’unica mentalità, quella del fariseismo ebraico, e poi quella dell’incontro, votandosi totalmente alla civiltà del convivere. Paolo consegna alla comunità cristiana il grande impegno di ricercare as-siduamente il confronto, la comunicazione vitale delle differenze » (A. Riccardi).
Per vivere questo incontro e per promuoverlo nelle Chiese, Paolo si basa su due motivazioni: una cristologica e una ministeriale. Paolo mette a fondamento di tutto Gesù Cristo. Gesù risorto è con-temporaneamente sia il soggetto sia l’oggetto del suo ministero. Di conseguenza l’annuncio di Paolo non deve la sua validità alle capacità dell’annunciatore, ma alla persona annunciata. L’autorevolezza del ministero di Paolo non risiede nell’abilità persuasiva del portavoce, ma nella forza che promana dalla persona proclamata. Qui sta dunque la motivazione cristologica.
Garanzia di questo fondamento cristologico è, paradossalmente, proprio la debolezza dell’apostolo: Paolo presenta come migliore credenziale del suo ministero la libertà dall’affanno di doversi autole-gittimare. Egli si può addirittura vantare della propria vulnerabilità, cioè di ciò di cui di solito ci si vergogna. A garantire l’autenticità del suo annuncio è la potenza di Cristo risorto, attivamente pre-sente nella debolezza dell’apostolo. Qui abbiamo la motivazione ministeriale dell’arte pastorale di Paolo: grazie al suo incontro con il Risorto, egli è diventato l’uomo che ha fatto della debolezza la propria forza, la propria adesione di fede all’amore di Dio, alla potenza vitale della risurrezione di Gesù. Così Paolo, mosso dalla motivazione cristologica, può parlare autorevolmente, con forza, ad-dirittura con veemenza; mosso dalla motivazione ministeriale non teme di presentarsi vulnerabile, genera e guida le comunità da apostolo cristiano, camminando nella vulnerabilità.

 

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