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LA SPERANZA CRISTIANA. SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA (DON MARINO QUALIZZA)

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LA SPERANZA CRISTIANA. SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA (DON MARINO QUALIZZA)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Prima di qualsiasi definizione o descrizione della speranza cristiana, è necessario presentare delle figure concrete, dei personaggi che incarnano in qualche modo questa speranza.
E’ così facile risalire ad Abramo. Egli è sì l’uomo della fede, ma anche e forse di più,della speranza, perché la sua prospettiva è un futuro che si fonda nel presente. Ciò che leggiamo allora in Gen 12, 1-3 soprattutto, ci dà una indicazione precisa di che cosa sia credere e sperare contemporaneamente. Ed ancora, appare che questa speranza si concretizza nell’attesa, nella promessa di un figlio, la cosa più ‘naturale’ e spesso la più irraggiungibile per i desideri umani. Ma nel figlio della promessa è aperta la prospettiva non di una vita, ma di una storia intera. Al paradosso della speranza di Abramo si collega direttamente san Paolo, quando, presentando come oramai definitivamente sfumato il desiderio della paternità, lo vede inaspettatamente realizzato. «Egli credette, al di là di ogni speranza, di divenire padre di molte nazioni…Fondato sulla promessa di Dio, non esitò nella incredulità, ma si rafforzò nella fede» (Rom 4, 18.20).

Una storia aperta al futuro
Nel segno di questa speranza si svolge la storia d’Israele, protesa ad un futuro di vita e di gioia. In questa luce viene proiettata anche la speranza di una vittoria futura, definitiva sul male, come leggiamo in Gen 3, 15. E’ il primo annuncio evangelico, la prima buona notizia in una esistenza segnata dal male, sotto ogni profilo. Per questo motivo, l’espressione ‘sperare contro ogni speranza’ è il paradigma stesso della prospettiva cristiana. Essa non si fonda su una facile successione di avvenimenti lieti. È piuttosto la fatica di avere una prospettiva, perché le cose vanno male, perché la situazione è compromessa. La speranza cristiana è una questione molto seria, perché guarda in faccia alla realtà, se ne spaventa per quel che basta, ma alza gli occhi verso il cielo, da dove viene la salvezza (cfr Salmo 121).

E’ dono di Dio
La speranza cristiana non è lo sforzo umano di vedere il bene dove c’è il male, ma la fiducia di superare il male, perché Dio ci viene in aiuto. Altrimenti si tratterebbe di una tensione psicologica, di uno sforzo sovrumano di volontà o di una prospettiva socio-politica, di cui la storia recentissima ci ha dato esempi fin troppo evidenti. E poiché si tratta di storia, il riferimento all’epopea dell’Esodo è quanto mai necessaria, perché in essa la speranza di Abramo ci concretizza in un popolo, che è chiamato a fidarsi di Dio ed a fondare su di lui il suo futuro. Del resto, fra le diverse interpretazioni del nome di Dio, legate alla rivelazione del roveto ardente: Io sono colui che sono; c’è anche l’indicazione al futuro: sarò ciò che sarò, intendendo in questo, sempre un ‘per voi’.
Tutto questo si compie in Gesù Cristo, perché in lui le promesse di Dio si sono realizzate (Cfr 2Cor 1, 20). Il Cristo è dunque il compimento dell’attesa e della speranza d’Israele ed il fondamento della speranza dei cristiani. Ma anche qui le cose procedono in modo paradossale, perché la vita di Gesù e la sua conclusione drammatica, sembrano mettere in discussione proprio la verità di questa promessa e la consistenza della speranza. Come dire, che la speranza cristiana non è mai un pacifico possesso. I motivi di questa complessa e paradossale situazione sono dati dalla conclusione drammatica della vita di Gesù, da una parte, e poi dal mistero stesso di Dio.

Le condizioni della speranza
Verità difficile e aspra, dunque, la speranza cristiana, perché la vita si svolge e si sviluppa in mezzo a difficoltà, contraddizioni, e fallimenti garantiti. Come sperare in queste condizioni? Certamente non ricorrendo a qualche sortilegio, ma leggendo nella storia di Cristo la linea del superamento del male e della disperazione. Se è vero che Abramo credette al di là di ogni speranza, questo è ancora più vero nel Cristo Signore, perché ha operato nella sua vita di Verbo incarnato, il passaggio dalla morte alla vita. Egli è la speranza concreta, perché rivela come Dio affronta il male del mondo, reso evidente dalla morte. Essa non è l’ultima parola di questa storia, ma la penultima. E’ la vita che viene da Dio la svolta ultima e definitiva. Così, nella morte di Gesù si rivela la vittoria di Dio sulla morte.

L’esperienza dell’azione di Dio
Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo è solo teorico, perché in realtà nulla è cambiato e tutto è restato come prima. Ma proprio qui si pone l’esigenza di andare oltre le parole e le rievocazioni. La speranza cristiana è il risultato del dono della grazia e quindi della presenza di Dio, di cui si fa esperienza. Se non ci fosse questa esperienza di Dio, tutto si perderebbe nelle nostre parole. Ma la speranza, come la fede, si fonda su una esperienza dell’azione di Dio, di lui stesso, che riempie la vita. Dio non è un’idea, ma una presenza viva che fa vivere e crea e suscita la fiducia. Infatti si può dire che la speranza è la dimensione fiduciale della fede. Dato allora, che la nostra vita è segnata dalla croce, che non aiuta a credere, ma a disperare, ciò che è decisivo è l’azione della grazia di Dio che si fa sentire presente nelle nostre difficoltà. Egli non è il Dio assente, ma colui che si china su di noi e ci porta nella vita. La vicenda di Gesù diventa così paradigmatica anche per noi. Viviamo la stessa sua esperienza, tenendo conto delle differenze fra noi e Gesù.

La speranza come attesa fiduciosa di Dio
Il secondo motivo della speranza è data dal mistero di Dio. Anche se le cose nel mondo andassero al meglio, non per questo verrebbe meno la speranza, perché essa è connaturale al nostro rapporto con Dio, mistero inaccessibile, se egli non si avvicina a noi. Dio non è oggetto di conquista, perché altrimenti sarebbe un idolo. Egli è mistero nel senso che ci trascende, ci supera da ogni parte e può essere raggiunto da noi, solo se si dona a noi per sua iniziativa. E’ questo il fondamento specifico della speranza. Che si identifica con l’accoglienza del dono e con il senso di gratitudine. Il nostro atteggiamento con Dio è quello dell’attesa fiduciosa, disponibile. E questo vale per sempre, ora e per l’eternità.

Speranza come novità di vita in ordine a Dio
Il senso del mistero di Dio rende la vita aperta al futuro e mai ripetitiva. La speranza manifesta, fra l’altro, anche la novità inesauribile di Dio, che è la dimensione della vita eterna. Gli spazi sconfinati del mistero di Dio entrano così nella esperienza del credente, che è proteso al futuro. In questo senso, un altro aspetto della speranza è il desiderio che orienta la nostra vita. Esso non è dato solo dall’assenza di un bene, che perciò si desidera, ma piuttosto dall’aver già inizialmente trovato quel bene che è di per sé inesauribile e che quindi viene desiderato all’infinito e per se stesso.

Dono per un desiderio senza fine
Tentando una facile sintesi, possiamo dire che la speranza è la forza che Dio ci dà per affrontare e superare le difficoltà, le sorprese amare della vita. La croce non manca mai; ma non è più segno di maledizione, perché il credente la vive nello spirito e nell’atteggiamento di Gesù. Non è virtù facile la speranza, anche se è dono di Dio. Poiché deve essere accolto da noi, richiede che superiamo le gravi prove della vita, nelle quali si può trave proprio il Dio che cerchiamo.
Nel segno più positivo, la speranza è il segno della divinità di Dio, che ci chiama a partecipare del suo mistero. Chi ha fatto esperienza del Dio di Gesù Cristo, sa che Dio è mistero insondabile, nel quale però è dolce immergersi. Dalla speranza cristiana discendono anche la contemplazione ammirata del mistero di Dio ed il desiderio della comunione definitiva con lui.

Don Marino Qualizza

 

LA SPERANZA PER SAN PAOLO – 2Cor 4,18

http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/bibbia/fede-che-cammina.zip/Fede_che_cammina_Speranza_Speranza_paolina.doc.

C) LA SPERANZA PER SAN PAOLO

Seconda lettera ai Corinzi 4, 18
Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.

Questo brevissimo testo esprime tutta la speranza e la gioia presente nell’opera di San Paolo, e ci aiuta anche a comprendere la direzione verso cui anche noi possiamo incamminarci.
Ogni credente sta davanti a Dio, e ne contempla la Gloria. É la gloria che mai uomo immaginò, e che ha voluto rendersi manifesta nel nostro tempo, ai nostri giorni, per sua esclusiva scelta. Ha voluto rendersi disponibile, perchè è venuta a cercare l’umanità, è venuta a cercare noi – me. Standogli di fronte, noi non solo riflettiamo quella gloria, non solo ce ne carichiamo e la lasciamo trasparire dalle nostre azioni, ma un po’ alla volta, in maniera progressiva, un giorno dopo l’altro, veniamo anche noi trasformati ad immagine di quello che contempliamo. In pratica, più si ha la forza di stare davanti alla gloria di Dio più si assomiglia a quella gloria, più le nostre azioni saranno sempre più simili alle azioni di Cristo Signore. L’identificazione con la Gloria di Dio, cioè la sua Parola divenuta carne, il Suo Figlio divenuto visibile, è possibile a chi sa stare davanti a Lui…non si tratta di passare 24 ore al giorno in chiesa, perchè è necessario lavorare e vivere; ma se la nostra vita, le nostre azioni, le compiamo sempre nel nome del Signore, se ciò che facciamo lo facciamo sempre come se fossimo davanti a Lui, la trasformazione è continua. Ciò significa che Santi non si nasce ma lo si diventa, e lo diventa chiunque, basta desiderarlo al punto da mettere la Sua Gloria al di sopra di tutta la propria gioia.

Dalla lettera ai Romani 5, 1 – 11
Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione producc pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

É questo un testo molto importante, denso di significati teologici, che però vale la pena cercare di leggere assieme per aiutarci a comprendere alcuni concetti basilari della nostra fede e della dottrina cristiana sulla giustificazione. Noi eravamo peccatori: incapaci di fare il bene, traviati e smarriti. Quando noi eravamo perduti, quando tutta l’umanità era perduta, quando di Dio l’umanità sapeva solo quello che si era inventato (la Legge ebraica è – tutt’ora – sempre più riflessione umana e sempre meno lettura reale del testo biblico così com’è), Cristo è morto per tutti i peccatori. Qui avvertiamo il peso delle parole abituali, che devono essere ripulite per tornare ad essere eloquenti: proviamo ad immaginarci un uomo che, sostituendolo, muore al posto di un condannato a morte, il quale viene quindi liberato da qualsiasi accusa e condanna. L’attuale situazione del condannato non si può nemmeno lontanamente confrontare con quella precedente: ora è libero, ora è salvo, ora può tornare a vivere. Di conseguenza, qualsiasi situazione si venga a creare, per quanto pesante, non è mai come quella da cui si è usciti non certo per merito, ma solo per regalo, in latino “gratis”. Siamo salvati “gratis”: siamo liberati dall’ira (cioè dall’accusa per tutti i nostri peccati) dalla misericordia di Dio che ha fatto morire suo Figlio al posto nostro. Dio questo ha fatto per noi: e se quindi ha fatto questo per noi quando eravamo peccatori e lo ignoravamo, ora che non siamo più peccatori come prima e lo conosciamo verremo trattati anche meglio. Prima infatti eravamo peggiori di adesso, e per noi ha fatto morire Suo Figlio; che farà allora adesso per noi? Sicuramente non vuole farci morire, sicuramente vuole che impariamo a ricordare quanto ha fatto per noi e quindi imparare a non aver mai paura, perchè Lui sta dalla nostra parte.
Guai a noi se non crediamo alla verità della salvezza, guai a noi se non crediamo fino in fondo che sulla Croce c’è salito qualcuno al posto nostro.

Prima lettera ai Tessalonicesi 5, 1 – 11
Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore.
E quando si dirà: « Pace e sicurezza », allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà.
Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.
Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte.
Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza.
Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.
Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, come già fate.

San Paolo invita i cristiani di Salonicco a cercare una stabilità diversa da quella proposta dal mondo, fondata non su calcoli umani ma solo sulla Provvidenza divina. Mai l’uomo ha mai saputo prevedere esattamente il futuro (basta leggere i vari articoli prima di un Conclave – di solito l’unico che non viene previsto da nessuno di quei sapientoni è quello che poi viene eletto).
E allora: impariamoa guardare la nostra vita restando sempre svegli, senza farsi addormentare da nessun sonnifero. Dio ci ha destinato alla salvezza, e epr questo ha fatto morire per noi Suo Figlio:essere cristiani allora è la nostrarisposta all’amore grande di Dio, il buon cristiano quindi non ha paura di Dio ma si lascia accompagnare ed educare e sostenere ed istruire dalla sua mano potente, fidandosi pienamente della sua misericordia. Dio vuole che impariamo a saper leggere la nostra vita in questa prospettiva liberante e carica di gioia, gioia che il peccato cerca di trasformare in paura.
Adamo dopo il peccato si nasconde a Dio, noi quando siamo peccatori pensiamo che Dio sia arrabbiato con noi, e voglia farcela pagare. Impariamo invece ad affrontare la vita con elmo e corazza , impariamo a raccontare a tutti la speranza che abbiamo nel cuore.

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