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Sbarco di San Paolo a Pozzuoli

Sbarco di San Paolo a Pozzuoli dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 29 août, 2014 |Pas de commentaires »

LO SBARCO DI SAN PAOLO A POZZUOLI

http://www.santamariapozzuoli.it/Paolo.html

LO SBARCO DI SAN PAOLO A POZZUOLI - 

CENNI STORICI SU POZZUOLI E LO SBARCO DI SAN PAOLO

(ci sono delle immagini, ma piccole)

Pozzuoli
Emporio della potente Cuma, soltanto con l’arrivo di fuggiaschi di Samo (530 a.c.), che dettero alla località il nome augurale di Dicearchia (giusto governo), fu incrementata la crescita economica e urbanistica della città.
Nel 421 a.c., l’intera zona flegrea cadde sotto il dominio delle popolazioni campane e, nel 338, sotto quello di Roma, che capì l’importanza commerciale e militare del golfo Flegreo solo dopo il tentativo di conquista di Annibale (215 a.c.).
Puteoli, (piccoli pozzi), divenne l’approdo più importante del Mediterraneo, tanto da essere appellata Delus minor e litora mundi hospita.
Le arti del vetro, della ceramica, dei profumi, dei tessuti, dei colori e del ferro trovarono larga diffusione, per la presenza di maestranze locali educate a tradizione fenice, ellenistiche ed egiziane. La città prosperò fino a quando il porto rispose alle esigenze del commercio romano, ma subì un duro colpo con l’apertura di quello di Ostia. Con l’accentuazione del bradisismo discendente, che sommerse le opere portuali, e con la caduta di Roma, Puteoli divenne piccolo centro di pescatori e, nel Medio Evo, i Campi Flegrei furono solamente meta di soggiorni termali. Soltanto dopo l’eruzione del Monte Nuovo (1538), Pozzuoli iniziò una lenta ripresa socio economico-urbanistica, per opera del viceré spagnolo don Pedro Alvarez de Toledo.

Lo Sbarco di san Paolo a Pozzuoli
Il Cristianesimo penetrò a Puteoli, mentre erano ancora in vita i maggiori artefici dell’evangelizzazione dell’Occidente, testimoni diretti della predicazione di Gesù.
La notissima testimonianza degli Atti degli Apostoli è la più nobile ed esaltante:
« Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma »

Atti degli Apostoli 28, 13-14
Paolo sbarca a Pozzuoli nel 61 d. C. da una nave oneraria di Alessandra. Condotto al carcere da Festo, governatore della Giudea, si era appellato al tribunale di Nerone. Dopo vari scali e un naufragio a Malta, la nave aveva toccato Reggio e si era diretta verso il litorale campano. Entrando nel golfo partenopeo attraverso le Bocche di Capri, Paolo poté ammirare la mole della villa Jovis e delle altre residenze imperiali di Augusto e di Tiberio.
Il molo di Pozzuoli era affollato di curiosi e perditempo: così lo descriveva Seneca a Lucillo.
La nave trasportava assieme alle consuete svariate mercanzie un gruppo di prigionieri. L’Apostolo era atteso da un gruppo di amici, più propriamente “fratelli », i cristiani di Pozzuoli.
Luca non fornisce particolari su quel soggiorno né qualche nome dei fratelli di fede presenti all’incontro, ma si trattenne con i cristiani di Pozzuoli sette giorni, durante i quali li raffermò nella fede e li esortò a resistere al male.
Sul molo del porto di Pozzuoli, sulla parte esterna dell’abside, della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, si ammirano due lapidi: una, del 1918, ricorda l’approdo di Paolo di Tarso a Puteoli, con i simboli dell’apostolo, e l’altra la sosta di papa Giovanni Paolo II avvenuta, proprio nei pressi, il 12 novembre 1990. Tra le due epigrafi giganteggia la maiolica di Giuseppe La Mura, raffigurante l’arrivo di san Paolo sul molo puteolano, inaugurata il 29 giugno 1991.

DOPO TRE MESI SALPAMMO (DA MALTA)
SU UNA NAVE DI ALESSANDRIA
CHE AVEVA SVERNATO NELL’ISOLA,
RECANTE L’INSEGNA DEI DIOSCURI.
APPRODAMMO A SIRACUSA.
DOVE RIMANEMMO TRE GIORNI
E DI QUI, COSTEGGIANDO,
GIUNGEMMO A REGGIO.
IL GIORNO SEGUENTE
SI LEVO’ LO SCIROCCO
E COSI’ L’INDOMANI
ARRIVAMMO A POZZUOLI.
QUI TROVAMMO ALCUNI FRATELLI
I QUALI CI INVITARONO A RESTARE
CON LORO UNA SETTIMANA.
PARTIMMO QUINDI
ALLA VOLTA DI ROMA.

(Atti degli Apostoli, 28, 11- 14)

 

SECONDA LETTURA – ROMANI 12: 1-2 – MARIE NOËLLE THABUT

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

LES COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

(traduzione Google, il link è al testo francese)

SECONDA LETTURA – Romani 12: 1-2

« Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio »: che meravigliosa introduzione al tema; finora, alla fine, Paolo ha parlato di questo, « la tenerezza di Dio ». I primi undici capitoli della lettera ai Romani trattare questioni apparentemente dottrinali; i grandi temi della teologia di Paolo è stato discorsi lunghi e profondi: la forza della grazia, l’universalità del peccato, la giustificazione per fede, il mistero pasquale, l’azione dello Spirito, la salvezza promessa e dato a tutti. . Ma tutto si riduce a questo singolo argomento, la tenerezza di Dio
Ora, come in tutte le sue lettere, Paolo prende i suoi lettori alle conseguenze del suo insegnamento, per la scoperta di questa immensa tenerezza di Dio può solo distruggere, o meglio ora irrigare tutte le nostre vite. « Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio … ». Cosa dirà ora è in stretta connessione con quello che ha scritto finora, soprattutto nelle ultime righe dell’ultimo capitolo; Vi ricordo di poche parole: « Dio vuole avere pietà di tutti … » e subito dopo l’inno di ringraziamento che leggiamo Domenica scorsa: « Quanto in profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Le sue decisioni sono insondabili le sue vie sono imperscrutabili!  »
Così Paolo dice, non vi è alcuna esitazione: che Dio ha tanto sorprendente con la sua tenerezza e desiderio di salvare tutta l’umanità, senza eccezione, la sua incredibile potenza del perdono, una risposta è possibile: il abbandono e fiducia; dare tutta la nostra vita, tutta la nostra persona in questa realtà sconvolgente, offriamo a Dio in noi per fare il suo lavoro. « Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, che è lì per la vera adorazione. « Sappiamo che la parola » sacrificio – sacrum facere « significa » rendere sacro « ; potrebbe quindi tradurre: « Vi esorto a fare la vostra gente nella vostra vita, qualcosa di sacro, qualcosa di divino.  »
Peter dice il contrario, affermando con forza che questo è possibile: « La potenza divina ci ha donato tutto ciò che è necessario per la vita e la pietà in facendoci sapere Colui che ci ha chiamati con la sua gloria e opere virtuose. Per loro, la proprietà del prezzo più alto che ci avevano promesso che ci hanno dato, in modo che attraverso di essi si entra in comunione con la natura divina. « (2 Pietro 1: 3-4). Siamo invitati a l’approccio già espresso dal Salmo 40 (39): «Volevi nessun sacrificio, nessun sacrificio, mi hai un corpo; non volevi per l’olocausto e vittima, così ho detto qui io vengo « (Salmo 40: 7-8). Siamo in linea con l’insegnamento del profeta Michea: « Lui ti ha mostrato, o uomo, ciò che è bene, ciò che il Signore richiede da te: nient’altro che rispettare la legge, amore gentilezza , e camminare umilmente con il tuo Dio. . « (Michea 6, 8)
prendo il testo: « Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio questo è vero culto per voi », dice san Paolo, secondo nostra traduzione; ma se esaminiamo alcune delle parole che usa, vediamo che la parola « reale » nel nostro testo traduce la parola greca « logikos », come definito in conformità con la ragione, la logica: è « logico « ti comporti bene, dice Paolo, questo è coerente con ciò che Dio ha fatto per te, dire il contrario è semplicemente il risultato della nostra scoperta della tenerezza di Dio. Questo atteggiamento è la risposta logica al lavoro di Dio per noi. Non ci sono gesti esteriori, ma un culto che ci impegna veramente, totalmente, che ci rende la profondità (la parola « logikos » in greco ha anche quel senso): Paolo trascorrerà il resto della lettera i Romani ad oggi la natura dell’impegno cristiano: ciascuno secondo i suoi doni e le qualità, è invitato a prendere il suo posto nella missione della Chiesa, che è al servizio di tutti gli uomini. Questo impegno è la partecipazione attiva alla « volontà di Dio » che « che tutti gli uomini siano salvati, vale a dire, venire a conoscenza della verità » (come dice Paolo altrove, nella prima lettera ai . Timoteo (1 Tim 2, 4)
Questo probabilmente richiede che noi accettiamo ogni giorno per « trasformarci rinnovando il nostro pensiero a discernere ciò che è la volontà di Dio, ciò che è buono, che è in grado di accontentare lui Questo è perfetto. « Accetto » rinnovare il nostro pensiero « è per noi, a volte una vera conversione. perché troppo spesso » i nostri pensieri non sono quelli di Dio, ma secondo gli uomini « , come criticato Gesù a Pietro a Cesarea di Filippo (Mt 16, 23:. nostro Vangelo di questa Domenica) Ma lo Spirito è stato dato a noi per infondere in noi il rinnovamento: « Ci porterà a tutta la verità, » abbiamo Gesù ha promesso la scorsa notte (Gv 16, 13).
Ciò richiede anche che accettiamo di non « prendere conformatevi a questo mondo », che è forse la cosa più difficile da fare, per il tempo romani Paolo, come per noi. La vera libertà è quello di spianare la nostra strada, quali che siano le sirene della moda; . Paul è piuttosto lamentato nei primi capitoli, che i suoi interlocutori sono fuori luogo
Amare il mondo senza essere schiavi di comportamento mondano richiede vigilanza in ogni momento: ha senso se, come dice san Paolo, quando ci si bagna nella tenerezza di Dio; ma sappiamo tutti che non è facile! Gesù sapeva meglio di noi; e non è un caso che proprio l’oggetto della sua preghiera per i suoi discepoli nella notte scorsa: « Io non vi chiedo di ritirarsi dal mondo, ma per tenerli dal maligno. « (Gv 17, 15).

 

22A DOMENICA A – OMELIA DI APPROFONDIMENTO : OMELIA DI APPROFONDIMENTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/22a-Domenica-A/12-22a-Domenica-A-2014-SC.htm

31 AGOSTO 2014 | 22A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

OMELIA DI APPROFONDIMENTO

Nelle letture bibliche di questa Domenica ci troviamo in un contesto completamente antitetico a quello della Domenica scorsa. Là si celebrava la « messianicità » trascendente di Cristo; qui invece egli stesso si presenta come colui che « dovrà soffrire molto » e addirittura « venire ucciso dagli uomini » (cf Mt 16,21). Là Pietro ha fatto la sua confessione di fede, così sicura e completa da essere riconosciuto come « ispirato » dall’alto, e viene stabilito da Cristo quale « roccia » di fondamento per la sua Chiesa (cf Mt 16,18); qui invece egli sembra contrapporsi al disegno di Dio e viene respinto da Cristo quale « pietra di scandalo » per la sua opera di salvezza.
È evidente la contrapposizione, che Matteo stesso sembra compiacersi di sottolineare: tanto più che i due brani, quello della Domenica passata (Mt 16,13-20) e quello di oggi (Mt 16,21-27), si seguono immediatamente.
Come mai questa contrapposizione? Sicuramente Matteo ha voluto insegnarci che essa è insita nel « mistero » stesso di Cristo.
Proprio per questo egli è « mistero »: perché include in sé certi « aspetti » che non sembrano potersi facilmente comporre tra di loro. Come, ad esempio, questi: la sua trascendenza e la sua divinità confessata da Pietro, e la sua destinazione alla sofferenza e alla morte. Pietro si scandalizza; ma anche noi ci scandalizziamo davanti alle richieste scomode, saremmo tentati di dire assurde, che Cristo subito dopo propone a tutti i suoi discepoli.
In questa tensione e in questa « sofferenza », che il nostro aderire al disegno di Dio provoca in ciascuno di noi, sta, a mio parere, il segno dell’autenticità del nostro credere all’immensità del « mistero » rivelatoci da Dio in Cristo.

« Da allora Gesù cominciò a dire apertamente che doveva andare a Gerusalemme e soffrire »
Incominciamo dal brano di Vangelo, che si compone di due parti nettamente distinte, ma anche collegate fra di loro: la prima ci riferisce il preannuncio della imminente Passione del Signore e la brusca reazione di Pietro (Mt 16,21-23); la seconda ci riporta alcune taglienti sentenze di Cristo sull’obbligo dei suoi discepoli di « seguirlo » sulla via della croce (vv. 24-27).
Nel primo brano ci sono diverse cose da rilevare. Prima di tutto, la immediatezza brusca e quasi sconsiderata di Pietro, che tenta di arrestare Gesù dall’attuare il suo proposito di andata a Gerusalemme, dove si sarebbe consumato il suo martirio. È certo che Pietro compie questo gesto per uno spontaneo moto di affetto verso il Maestro: e in questo è comprensibilissimo. È la sua migliore, anche se impetuosa, umanità che affiora.
Ma è anche vero che questa immediatezza nasceva da una « incomprensione » dei disegni di Dio, come fa rilevare subito, con aspro rimprovero, Gesù: « Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! » (v. 23). Pur dopo la sua confessione di fede, autentica e sincera, Pietro rimane impigliato nella trama delle attese messianiche correnti: un messianismo « trionfalistico », di splendore e di potenza terrena, perciò del tutto alieno da qualsiasi riferimento alla sofferenza e alla umiliazione. E questo, per Pietro, doveva essere giusto, se era vero quello che egli aveva poco prima confessato di Gesù: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (v. 16). A questo punto interveniva perfino la sua « teologia » a confondergli le idee!
Ma davanti a Gesù non ci si può porre né con la nostra emotività, né con i nostri pregiudizi, né con la nostra « ragionevolezza », e neppure con la nostra teologia. Siccome il supremo « rivelatore » di se stesso e dei disegni di Dio è soltanto Lui, ci si deve porre davanti a Lui in umile atteggiamento di fede e dar credito alle sue « parole » soltanto, anche se sconvolgenti e paradossali come quelle che Gesù sta dicendo adesso.
Pietro non ha rinnegato la fede già prima proclamata; soltanto fa il tentativo di ridurla agli schemi « umani » correnti, di « razionalizzarla », in un certo senso. Ma è proprio qui che rischia addirittura di perderla, perché non la misura più a ciò che « pensa Dio » (v. 23), ma a ciò che « la carne e il sangue » (cf v. 17) in quel momento gli suggeriscono.
In questo senso comprendiamo anche la ripulsa violenta di Gesù, che arriva a qualificarlo come strumento di Satana: « Lungi da me, satana! » (v. 23). È evidente qui il rimando al racconto delle tentazioni (Mt 4,1-10), dove Satana fa di tutto per indirizzare il Maestro sulla via di un messianismo terrenistico, che per affermarsi si avvale del lustro del potere, del fascino della ricchezza e della comodità del vivere: i « pani » a disposizione di chiunque abbia fame!
Sono, tutti questi, elementi che dicono anche la « storicità » del fatto. E non solo dello « scandalo » di Pietro, che non poteva essere chiamato « satana » qualora Gesù non avesse davvero detto questa così grave parola; ma soprattutto dicono la storicità delle parole con cui Gesù preannuncia la sua prossima fine violenta, provocando « scandalo » tra i suoi. Gesù, infatti, non poteva non avere la coscienza di quanto gli sarebbe tra non molto accaduto!
Però egli non attribuisce tutto questo a mera fatalità, o al drammatico gioco di circostanze ineluttabili; ci vede, al contrario, un disegno già prestabilito dal Padre: « Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva (in greco « déi ») andare a Gerusalemme e soffrire molto… » (v. 21).
« Nella Bibbia la parola greca déi (bisogna) non è più usata come lo era nella letteratura greca per esprimere la necessità neutrale del fato, ma è usata, specialmente nel Nuovo Testamento, per significare che la volontà di Dio, in quanto appello personale o in quanto creatrice di storia – in particolare della vita di Cristo -, deve essere portata a termine. In altre parole, le implicazioni di déi mostrano che « la sofferenza, la morte e la risurrezione di Gesù sono parti di un dramma escatologico. Cristo non è esattamente il predicatore dell’escatologia; la sua storia è escatologia » (W. Grundmann). Si può supporre che negli annunzi della passione, come in Luca 24,44-47, déi si riferisca alla volontà di Dio in quanto rivelata nella Scrittura (cf Mc 9,12), in particolare – a quel che sembra – nei testi che si riferiscono al Servo di Dio (Is 53) e al giusto sofferente (Sal 22) ».1

« Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà »
La volontà di Dio, però, non ha previsto soltanto le sofferenze e anche la futura gloria (« il terzo giorno risusciterà ») del Messia, ma anche la sofferenza dei suoi discepoli. A questo punto la lezione per Pietro dovette essere anche più dura! Egli, che voleva allontanare Gesù dalla « via della croce », si sente dire che quell’itinerario dovrà percorrerlo anche lui. Egli sarà « roccia » della Chiesa non soltanto in forza della sua fede, ma anche in forza della sua capacità di « soffrire » e di seguire il Maestro fin sulla croce, magari con la faccia riversa a terra per il senso di indegnità che provava di rassomigliargli troppo, come ci dice la tradizione (cf Gv 21,18-19).
Nei vv. 24-27 del testo che stiamo commentando abbiamo una raccolta di detti, in origine indipendenti, ma ora collegati redazionalmente intorno al tema della « necessità », anche per il « discepolo » di Cristo, di continuare in sé la « passione » del Maestro. Questo fa vedere concretamente le implicazioni della fede: confessare Cristo come « Figlio del Dio vivente » dava un senso di esaltazione mistica e di gioia, che poteva anche fermarsi lì; confessarlo invece come « il Servo sofferente », che « dà la sua vita in riscatto di molti » (Mc 10,45), significava, anche per Pietro, sentirsi coinvolto nel destino di sofferenza del suo Maestro. Di qui la sua difficoltà, che è poi anche la nostra, ad accettarlo come il Messia destinato alla morte!
Di questi vari detti del Signore, tutti paradossali e brucianti, mi sembra che il più paradossale sia il secondo, che è un po’ come la sintesi di tutto il resto. Proprio per questo deve aver fatto enorme impressione ed è riportato, oltre che dai Sinottici,2 anche da san Giovanni (12,25): « Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà » (v. 25).
È l’invito di Cristo ai suoi discepoli a non porsi al centro di nessun interesse, a cercare il centro fuori di sé, e precisamente in Cristo (« per causa mia ») e negli altri. Il « perdersi », in tal modo, è sempre un « ritrovarsi », perché è un aprirsi, un dilatarsi, quasi un nascere, o rinascere, nel cuore dei fratelli.
È precisamene quello che Cristo ha fatto nella sua passione e morte: ha cercato il centro fuori di sé, si è « perduto », si è « svuotato » (Fil 2,7-8), si è « rinnegato », si è donato agli altri. La « croce » è il simbolo materiale di questa realtà tutta « spirituale »: però, « perdendosi », Cristo si è anche « ritrovato » nella gloria della risurrezione e nella pienezza della sua vita immortale.
Il cristiano, dunque, non ha una via diversa da quella di Cristo davanti a sé. E non è necessario essere materialmente crocifissi anche noi, come Pietro, per essere « imitatori » del Signore. La « crocifissione » consiste nella coerenza e nella fedeltà al nostro impegno cristiano, nello spenderci e nel « perderci » per Cristo e per i fratelli, « non ricercando il nostro bene, ma solo quello degli altri » (cf Fil 2,21).
È commovente questo aspetto di « crocifissione », che uno fra i più penetranti osservatori dei fatti sociali ed efficacissimo scrittore metteva in evidenza nella figura così sofferta e sofferente di Paolo VI ad appena tre giorni dopo la sua morte (6 agosto 1978): la sua « successione » a Pietro nell’ufficio pastorale è stata una « successione » anche nel martirio!
« L’amore di Paolo VI non fu meno infinito dell’amore di Giovanni XXIII; fu soltanto un amore più cruciato, cioè a dire più crocifisso; è, dunque, nella sua quotidiana sofferenza ancora più vicino a chi sulla croce per noi tutti, credenti e non credenti, ha offerto la sua vita d’uomo e di Dio. Coloro che hanno vissuto e vivono, facendolo proprio, essendone anzi parte sanguinante, il dramma della nostra epoca, vedranno certamente in Papa Montini il loro più appassionato e dolente compagno; colui che fu e sarà per loro, anche nella febbre, anche nelle piaghe, anche nella notte, « in passione socius »".3

« Mi hai sedotto, o Signore, e io mi sono lasciato sedurre »
E qui potremmo anche chiudere il nostro discorso, forse già troppo lungo. Vogliamo solo aggiungere che questa esperienza di « crocifissione » è l’esperienza che deve fare ogni credente, proprio nella misura in cui è credente. È l’esperienza che hanno fatto Abramo, Mosè, i Profeti.
Fra questi ultimi la Liturgia odierna ci ricorda Geremia, che è diventato un po’ come il simbolo di tutta la sofferenza umana, un’anticipazione del Cristo morto sulla croce. Sono sconvolgenti le espressioni di lamento e di rammarico che egli rivolge a Dio in questo brano desolato delle sue « confessioni ».
Tanto è il suo dolore che egli è tentato di rifiutare la vocazione profetica. Ma Dio è più « forte » di lui, ed egli sente come un « fuoco » che gli brucia dentro e non può essere spento: « Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; / mi hai fatto forza e hai prevalso… / Mi dicevo: « Non penserò più a lui, / non parlerò più in suo nome! ». / Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, / ma non potevo » (Ger 20,7-9).

« Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente »
San Paolo si rifà alla stessa esperienza di « crocifissione » quando, scrivendo ai Romani, diceva: « Vi esorto, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale » (Rm 12,1).
Il culto « nello Spirito », che il cristiano deve offrire ogni giorno raffrenando le voglie dei propri istinti perversi, è dunque considerato da Paolo un autentico « sacrificio ». Ma tutto questo richiama alla idea della rinuncia, della sofferenza, del distacco.
È ancora il « perdersi », nei gesti umili e semplici di ogni giorno, nella fedeltà all’amore a Dio e ai fratelli, che ritorna in primo piano. Questo, e soltanto questo, significa confessare con sincerità Cristo « morto e risorto ». Per questo Pietro si era allora « scandalizzato » e come impaurito!

Da: CIPRIANI S.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 août, 2014 |Pas de commentaires »

Jesus is a mosaic in the Beautiful Greek Orthodox Cathedral in Los Angeles, St. Sophia’s.

Jesus is a mosaic in the Beautiful Greek Orthodox Cathedral in Los Angeles, St. Sophia’s. dans immagini sacre 054

http://avejesu.wordpress.com/category/avejesus-holy-cards/page/6/

Publié dans:immagini sacre |on 28 août, 2014 |Pas de commentaires »

PAOLO FILOSOFO NASCOSTO – Gianfranco Ravasi

http://www.giuseppebarbaglio.it/articoli/Ravasi_Paolo.pdf

Un saggio sul pensiero dell’Apostolo: per capirlo non resta che affidarsi alle sue «Lettere»: più che sistematicità si scoprirà una coerenza nella interpretazione del Vangelo

PAOLO FILOSOFO NASCOSTO

Gramsci l’aveva sbrigativamente definito «il Lenin del cristianesimo» e Nietzsche un «disevangelista». Nel suo discorso emerge la prospettiva di un cambio di mentalità

Di Gianfranco Ravasi

Chi prende in mano il volume di Giuseppe Barbaglio può forse credere di essere davanti all’ennesimo profilo della teologia di Paolo sul modello, per esempio, del sostanzioso e importante saggio dell’inglese James D. G. Dunn, La teologia dell’apostolo Paolo, tradotto da Paideia nel 1999. Il titolo e il programma dell’opera subito ci fanno capire che c’è qualcosa di diverso, anche perché lo stesso esegeta aveva già pubblicato una Teologia di Paolo, riedita dalle Dehoniane nel 2001. Il suo progetto non è quello di identificare a livello sincronico il piano teologico dell’Apostolo,
isolandone il fulcro portante (Cristologia? Giustificazione per la fede? Mistica? Mistero pasquale? Tensione apocalittica verso il trionfo finale divino?…), ma di inseguire il suo « pensare » elaborato attraverso un processo molto fluido, diacronico, non costretto nello stampo freddo di un sistema né confezionato in un atélier teologico asettico ma sollecitato dalle urgenze e dalle istanze del ministero missionario e pastorale. La « vulgata » inconsciamente prevalente anche in molti cristiani è, infatti, quella di un Paolo freddo ideologo, «padre del sottile Agostino, dell’arido Tommaso d’Aquino, del tetro calvinista, del bisbetico giansenista», del tutto alieno da quel Gesù che è «padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle anime loro», come scriveva enfaticamente Ernest Renan nel suo Saint Paul (1869). Nietzsche l’aveva poi bollato come un « disangelista », ossia l’antitesi di un « evangelista », Albert Schweitzer (sì, il famoso dottor Schweitzer era un teologo prima di essere un filantropo) lo esaltava come «il santo patrono di coloro che pensano» e Gramsci l’aveva sbrigativamente denominato «il Lenin del cristianesimo»! In realtà, Paolo era stato innanzitutto un pastore, un annunziatore e un testimone, anche se spesso i suoi testi erano rimasti quasi esclusivo
appannaggio di teologi. Ebbene, Barbaglio vorrebbe cercare di individuare la vera qualità di questo particolare pensatore. È indubbio che quello paolino sia un pensiero teologico che ha un apriori che lo precede e una fonte
che lo alimenta: la sua è una razionalità tutta interna alla stanza della fede cristiana, spesso ribadita da quel « sappiamo » che connota la tradizione della fede ancorata alla rivelazione divina. Ma quel pensiero, che pure è nutrito dell’eredità biblica e della stessa cultura grecoromana, secondo Barbaglio non è formulato attraverso un disegno previo e una trattazione conseguente bensì fiorisce attraverso un genere di sua natura « occasionale » come quello epistolare. Si ha, così, un pensare provocato dagli interlocutori (emblematici sono i capitoli 6 e 8 della Prima Lettera ai Corinzi) che diventa provocatorio nei loro confronti, interagendo con le loro istanze ma rappresentando anche quelle dell’Apostolo stesso. Egli, infatti, «intende suscitare in loro un cambiamento di mente e di vita e lo fa con la pienezza della sua autorità di apostolo e di padre della comunità, ma anche affidandosi alle risorse dell’argomentazione e alla funzione illuminante della ragione». Alle spalle di Paolo non c’è, dunque, un progetto antecedente e coerente. Su questa convinzione Barbaglio è radicale e indubbiamente solleciterà reazioni da parte di molti colleghi che coi loro
saggi hanno spesso asserito il contrario (ritrovando, per esempio, sotteso alla Lettera ai Romani il nucleo preliminare dell’ideologia paolina). «La teologia di Paolo – scrive, invece, Barbaglio – è la teologia delle sue lettere. Un pensiero teologico dell’apostolo altro da quello presente nelle sue lettere è pura congettura soggettiva, in ogni modo per noi zona oscura e inattingibile». È così che il procedimento adottato dalla riflessione paolina e dalla relativa analisi di Barbaglio non si àncora a un disegno predeterminato ma a una prospettiva ermeneutica: «Il fattore di unità della riflessione di Paolo è piuttosto formale: consiste nel suo metodo di far teologia, nel processo di pensare Dio e
Cristo; egli rilegge e ridefinisce i punti nodali della credenza primitiva cristiana, il vangelo nelle sue diverse valenze… Il suo è sempre unitariamente un pensare ermeneutico, teso a comprendere la ricchezze nascoste nel credo protocristiano… La coerenza del pensatore Paolo è di carattere ermeneutico: egli fa emergere le implicazioni dell’eschaton che si è fatto storia in Gesù morto e risorto».
Con questa scelta metodologica Barbaglio procede all’identificazione del diagramma teologico in divenire dell’Apostolo, affidandosi obbligatoriamente a due traiettorie estrinseche ormai codificate, anche se non prive di qualche esitazione in sede storico-critica, quelle della selezione delle lettere direttamente paoline (escludendo quelle di « scuola ») e della loro sequenza cronologica. È ovviamente questa la sezione più sostanziosa dell’opera, articolata in dieci tappe che partono dal «vangelo della gratuita elezione divina» (1 Tessalonicesi 1-3) e avanzano attraverso le varie fasi in cui quel vangelo si ramifica e si anima: la croce di Cristo (1 Corinzi 1-4), la libertà dei gentili (Galati), la rivelazione della giustizia divina, la giustificazione e la vita nuova, la fedeltà di Dio a Israele (Romani), la morte e risurrezione di Cristo come primizia (1 Corinzi 15), la vita nello Spirito per approdare alla figura stessa dell’apostolo delineata in relazione al vangelo (2 Corinzi). La lettura di questa pagine, sempre costruite su un’esegesi fine e spesso originale del testo paolino, rivelano in modo inequivocabile la lunga e amorosa assuefazione dell’autore all’epistolario paolino, confermata per altro dalla sua bibliografia. Si ha, così, la possibilità di inseguire un pensiero affascinante nonostante i sentieri di altura che propone e le non poche asprezze e asperità. Naturalmente su alcune opzioni interpretative o sulla ricostruzione evolutiva del pensiero paolino potrà accendersi la discussione tra gli esegeti. Alla fine l’impressione che si ricava è piuttosto paradossale: pur scegliendo di essere un teologo occasionale, epistolare, pastorale, Paolo si rivela un pensatore coerente e capace di delineare un quadro teologico armonico. Certo, decisiva è stata la roccia su cui si è fondato, quella del vangelo di Cristo che lo precede, come consequenziale e cruciale è stata la prospettiva ermeneutica da lui adottata. Tuttavia si ha anche la sensazione di essere in presenza di un pensatore che sapeva tenere ben stretto il filo del suo pensiero, senza perdere di vista da dove era salpato e la meta verso la quale sarebbe approdato. L’opera di Barbaglio segna, comunque, con la sua tesi originale (e tutt’altro che peregrina) e col suo meticoloso vaglio testuale una tappa importante e per certi versi imprescindibile negli studi paolini contemporanei.

Giuseppe Barbaglio
Il pensare dell’apostolo Paolo

BENEDETTO XVI: CANTICO CFR COL 1,3.12-20

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050907_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 settembre 2005

CANTICO CFR COL 1,3.12-20
Cristo fu generato prima di ogni creatura,
è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti
Vespri – Mercoledì 3a settimana

1. Già in precedenza ci siamo soffermati sul grandioso affresco del Cristo, Signore dell’universo e della storia, che domina l’inno posto all’inizio della Lettera di san Paolo ai Colossesi. Questo cantico, infatti, scandisce tutte le quattro settimane in cui si articola la Liturgia dei Vespri.
Il cuore dell’inno è costituito dai versetti 15-20, dove entra in scena in modo diretto e solenne Cristo, definito «immagine» del «Dio invisibile» (v. 15). Il termine greco eikon, «icona», è caro all’Apostolo: nelle sue Lettere lo usa nove volte applicandolo sia a Cristo, icona perfetta di Dio (cfr 2Cor 4,4), sia all’uomo, immagine e gloria di Dio (cfr 1Cor 11,7). Questi, tuttavia, col peccato «ha cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile» (Rm 1,23), scegliendo di adorare gli idoli e divenendo simile ad essi.
Dobbiamo, perciò, continuamente modellare la nostra immagine su quella del Figlio di Dio (cfr 2Cor 3,18), poiché siamo stati «liberati dal potere delle tenebre», «trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,13).
2. Cristo è, poi, proclamato «primogenito (generato prima) di ogni creatura» (v. 15). Cristo precede tutta la creazione (cfr v. 17), essendo generato fin dall’eternità: per questo «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (v. 16). Anche nell’antica tradizione ebraica si affermava che «tutto il mondo è stato creato in vista del Messia» (Sanhedrin 98b).
Per l’Apostolo, Cristo è sia il principio di coesione («tutte le cose in lui sussistono»), sia il mediatore («per mezzo di lui»), sia la destinazione finale verso cui converge tutto il creato. Egli è «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), ossia è il Figlio per eccellenza nella grande famiglia dei figli di Dio, nella quale ci inserisce il Battesimo.
3. A questo punto lo sguardo passa dal mondo della creazione a quello della storia: Cristo è «il capo del corpo, cioè della Chiesa» (Col 1,18) e lo è già attraverso la sua Incarnazione. Egli, infatti, è entrato nella comunità umana, per reggerla e comporla in un «corpo», cioè in una unità armoniosa e feconda. La consistenza e la crescita dell’umanità hanno in Cristo la radice, il perno vitale, «il principio».
Appunto con questo primato Cristo può diventare il principio della risurrezione di tutti, il «primogenito tra i morti», perché «tutti riceveranno la vita in Cristo… Prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo» (1Cor 15,22-23).
4. L’inno si avvia alla conclusione celebrando la «pienezza», in greco pleroma, che Cristo ha in sé come dono d’amore del Padre. È la pienezza della divinità che si irradia sia nell’universo sia nell’umanità, divenendo sorgente di pace, di unità, di armonia perfetta (Col 1,19-20).
Questa «riconciliazione» e «rappacificazione» è operata attraverso «il sangue della croce», da cui siamo giustificati e santificati. Versando il suo sangue e donando se stesso, Cristo ha effuso la pace che, nel linguaggio biblico è sintesi dei beni messianici e pienezza salvifica estesa a tutta la realtà creata.
L’inno finisce, perciò, con un orizzonte luminoso di riconciliazione, unità, armonia e pace, sul quale si erge solenne la figura del suo artefice, Cristo, «Figlio diletto» del Padre.
5. Su questa densa pericope hanno riflettuto gli scrittori dell’antica tradizione cristiana. San Cirillo di Gerusalemme, in un suo dialogo, cita il cantico della Lettera ai Colossesi per rispondere a un anonimo interlocutore che gli aveva domandato: «Diciamo dunque che il Verbo generato da Dio Padre ha sofferto per noi nella sua carne?». La risposta, sulla scia del cantico, è affermativa. Infatti, afferma Cirillo, «l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura, visibile e invisibile, per il quale e nel quale tutto esiste, è stato dato – dice Paolo – per capo alla Chiesa: egli è inoltre il primo nato fra i morti», cioè il primo nella serie dei morti che risorgono. Egli, continua Cirillo, «ha fatto proprio tutto ciò che è della carne dell’uomo e “ha subito la croce, disprezzandone l’ignominia” (Eb 12,2). Noi diciamo che non un semplice uomo, colmo di onori, non so come, per la sua congiunzione a lui è stato sacrificato per noi, ma è lo stesso Signore della gloria colui che è stato crocifisso» (Perché Cristo è uno: Collana di Testi Patristici, XXXVII, Roma 1983, p. 101).
Davanti a questo Signore della gloria, segno dell’amore supremo del Padre, anche noi eleviamo il nostro canto di lode e ci prostriamo adorando e ringraziando.

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