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PER NON DIMENTICARE ANTIOCHIA – (Pietro Stefani)

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PER NON DIMENTICARE ANTIOCHIA

Pubblicato il 21 febbraio 2009

L’anno paolino continua a proporre a proposito (e a volte a sproposito) occasioni per ripensare all’Apostolo delle genti (Rm 11,13). Queste circostanze non mancano, a volte, di rendere evidente ai nostri occhi l’abissale distanza che ci separa dal modo in cui si viveva la fede all’origine della predicazione dell’evangelo.
Ogni 25 gennaio la Chiesa cattolica celebre una festa chiamata «Conversione di S. Paolo»; ogni 29 giugno si festeggiano, all’insegna di Roma, congiuntamente Pietro e Paolo. Sono entrambe ricorrenze consolidate, ma esse risulterebbero alquanto sconcertanti se, liberati da forti precomprensioni armonizzanti, leggessimo in presa diretta le lettere autentiche di Paolo
L’inno delle Lodi mattutine del 25 gennaio propone per Paolo il testo comune a tutti gli apostoli. Vi è scritto: «O apostoli di Cristo, / colonna e fondamento / della città di Dio! /Dall’umile villaggio / di Galilea salite / alla gloria immortale…». Nonostante il fatto che nel Nuovo Testamento l’impiego della parola «apostolo» sia molto articolato, resta preponderante l’idea che esso si riferisca soltanto a uno dei Dodici. Ciò induce a evocare un villaggio della Galilea anche nel caso di colui che è nato nella città di Tarso nell’attuale Turchia. Sembra di dover concludere che se il diasporico Paolo è un apostolo, egli deve essere in qualche modo associato a coloro che sono stati scelti da Gesù e investititi di un potere da loro trasmesso ai propri successori, i vescovi, giù giù fino a oggi. Ma nulla di tutto ciò si può ricavare da quanto Paolo dice di se stesso: egli si qualifica «apostolo per chiamata, messo da parte per annunciare il vangelo di Dio» (Rm 1,1).
Qui non c’è posto per alcuna conversione: tutto va riferito all’azione di Dio che opera «senza mediatori». Il modello richiamato da Paolo è quello profetico. In effetti quando l’Apostolo delle genti allude alla sua chiamata si paragona in modo scoperto a Geremia. Basta ciò per dichiarare inadeguata la parola conversione: quando mai l’abbiamo udita impiegare nel caso della chiamata di Simone, di Andrea, di Giacomo, di Giovanni e così via? Ormai non c’è più alcuno studioso in grado di affermare che Paolo, sulla via di Damasco, si è convertito perché da ebreo è diventato cristiano. Tuttavia al riguardo non basta neppure sostenere che egli, in virtù di una rivelazione inattesa, è diventato un ebreo credente in Gesù Cristo. Quanto avvenne fu che Dio lo investì di un compito e che nessuno si è interposto o ha certificato la validità di quella chiamata. Paolo non è Agostino; egli non vive in sé un processo di delusione e di conversione che a poco a poco lo porta alla fede. L’unico paragone possibile è quello da lui stesso proposto con Geremia (o al più con altre improvvise chiamate profetiche come quelle di Amos): «quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre (Ger 1,5) e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi tra le genti, subito, senza consultare carne e sangue [vale a dire quanto è umano], senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia…» (Gal 1,15-17). La chiamata di Paolo è celebrazione della assoluta libertà di Dio ed essa si riflette nell’autonomia affermata, da colui che è chiamato, nei confronti di ogni vincolo umano.
Si dirà che, sia pure quattordici anni dopo, Paolo va a Gerusalemme esponendo alle persone più autorevoli il proprio vangelo per timore di aver corso invano. Sia pure in ritardo sembra perciò sottoporsi a un controllo. Si tratta di un’impressione errata. Prima di tutto, egli afferma di esserci andato a seguito di una rivelazione. Lungi dall’essere convocato, è perciò Dio stesso a mandarlo (allora nessuno poteva immaginare che sarebbe nato il Sant’Uffizio, ora Congregazione per la dottrina della fede). In secondo luogo, Paolo paventa di aver corso invano non perché covasse dei dubbi su quanto da lui annunciato. Il discorso va capovolto: Paolo avrebbe operato a vuoto se quelli di Gerusalemme non avessero condiviso il suo vangelo. La prova vivente di tutto ciò è che gli ebrei Paolo e Barnaba salgono a Gerusalemme portando con loro il gentile Tito a cui nessuno impose di essere circonciso (Gal 2,3); se, di contro, fosse stato obbligato a farlo, l’Apostolo delle genti avrebbe vista frustata tutta la propria azione. Dunque a Gerusalemme il gentile credente viene accolto dalle autorità per quello che è. Sono le colonne della Chiesa (Gal 2,9) a doversi conformare a chi viene da fuori e non viceversa.
La scena di Gerusalemme trova il proprio corrispettivo complementare ad Antiochia. Il vangelo viene infatti vagliato più qui che nella città santa. Quel che è affermato a Gerusalemme va confermato ad Antiochia. Alcuni della parte di Giacomo vengono in quest’ultima comunità per imporre ai gentili usi giudaizzanti. La loro azione è a tal punto efficace da trarre dalla loro parte Pietro e, in seguito, persino Barnaba. Paolo allora non esita a proclamare che tutti costoro vanno contro il vangelo (Gal 2,14). La libertà della fede nata dalla chiamata di Dio, ora si manifesta nella franchezza di contrapporsi all’autorità venuta da Gerusalemme: «Ma quando Cefa [Pietro] venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto» (Gal 2,11).
Nella storia della Chiesa si afferma che Pietro ha avuto centinaia di successori; sull’altro fronte tutto lascia intendere che Paolo ne ha avuti invece assai pochi, nessuno dei quali è giunto fino ai nostri giorni.
Piero

Publié dans:Piero Stefani, TERRA SANTA (LA) |on 18 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

IL “NON SO” DEL CARD. MARTINI, di PIERO STEFANI

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IL “NON SO” DEL CARD. MARTINI, di PIERO STEFANI [Il riferimento biblico è al Paolo degli Atti degli apostoli (20,17-38)]

Posted on 8 settembre 2012

Il pensiero della settimana, n. 397

Vi sono due esperienze comuni nella vita di ciascuno. La prima è di non saper motivare fino infondo sul piano argomentativo le scelte qualificanti della propria esistenza, la seconda è di sperimentare le conseguenze impreviste di alcune decisioni liberamente e consapevolmente assunte. Se si domandano a ciascuno di noi le motivazioni profonde del perché sia credente o agnostico, del perché abbia sposato quella determinata persona, del perché abbia scelto quella determinata professione e così via, dalla bocca uscirebbero certo parole, tuttavia si resterebbe nell’intimo, in parte, insoddisfatti; avverrebbe qualcosa di simile a quel che capita quando si racconta un proprio sogno: anche quando si vuol essere precisi si avverte che qualcosa ci sfugge; il discorso resta al di sotto delle immagini. Allorché si prendono decisioni fondamentali per la propria vita si è consapevoli di non poter controllare la distesa del possibile che ci si squaderna davanti, si ignora però quali specifiche situazioni prenderanno effettivamente piede e se, per caso, irromperà una di quelle che vanifica alcuni presupposti di fondo della scelta compiuta.
Dieci anni fa, al termine del suo lungo mandato episcopale, Carlo Maria Martini comunicò la propria volontà di trascorrere a Gerusalemme gli ultimi anni della sua vita. Quella città avrebbe dovuto essere anche il luogo della sua sepoltura. Si trattò di una scelta qualificante. Essa suscitò non poco sconcerto in molti di coloro che vedevano la grande guida spirituale allontanarsi dall’Italia.
Parlando a Efeso il 18 giugno 2002, nel corso di un pellegrinaggio diocesano, Martini commentò di persona la scelta da lui compiuta. Nel farlo espresse la propria incapacità di motivare in maniera conveniente la decisione già assunta: «Tante volte mi è stato chiesto negli ultimi mesi: perché vuole andare a Gerusalemme, una volta terminato il suo ministero a Milano? E ho risposto: non lo so. Vado “avvinto dallo spirito”, come dice Paolo, mosso interiormente dallo Spirito Santo. Mi pare quindi di partecipare molto fortemente ai suoi sentimenti e di viverli nel cuore. E vado senza sapere ciò che mi accadrà. Nessuno sa che cosa può accadere a Gerusalemme dove avvengono tante cose dolorose e strazianti» (C.M. Martini, Verso Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2002, p.11).
Il riferimento biblico è al Paolo degli Atti degli apostoli (20,17-38). In quel passo si afferma appunto che egli andrà a Gerusalemme «avvinto dallo Spirito (…) senza sapere ciò che gli accadrà». L’attualizzazione a cui alludeva il cardinale riguardava invece i giorni terribili degli attentati terroristici: poche ore prima era saltato in aria un autobus provocando la morte di una ventina di studenti. Nel riferire a se stesso le parole di Paolo, Martini pensava probabilmente che sarebbe potuto capitare anche a lui di essere casualmente colpito da qualche strumento di morte mentre si trovava per le strade della «città santa». L’eventualità rafforzava in lui la convinzione che era bene abitare là dove il dramma della storia umana si fa più intenso e autentico.
Il Vangelo di Luca rimarca con forza il momento di svolta dell’itinerario fisico e spirituale di Gesù. Ciò avviene evocando la figura del «servo del Signore» che indurì il proprio volto (Is 50, 7). Così fece anche Gesù quando si mise in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51). Giunto là sapeva che sarebbe dovuto morire. Il racconto lucano non lascia spazio a incertezze: «Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua il cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme» (Lc 13,33).
In quel frangente della sua vita Martini guardò però non già al Vangelo bensì all’altra opera di Luca, gli Atti, in cui il rapporto di Paolo con Gerusalemme è contraddistinto da una nota meno sicura: in quella città non si sa cosa possa accadere. Sembra tuttavia di capire che l’animo del cardinale allora, per quanto insicuro del modo in cui sarebbe morto a Gerusalemme dove «avvengono tante cose dolorose e strazianti», non avesse messo in preventivo che proprio la sua malattia sarebbe stata la causa maggiore che gli avrebbe impedito di chiudere per sempre gli occhi nella città alle cui porte Gesù gridò «Elì». Il dilagare progressivo del Parkinson e la crescente necessità di essere accudito hanno, invece, spinto Martini a ritornare in provincia di Milano. In modo inatteso la sua parabola finale si è consumata in terra ambrosiana.
Per chi ha studiato filosofia Gallarate evoca i volumi, più volte consultati, dell’ Enciclopedia filosofica. Per chi è più addentro nelle questioni accademiche richiama anche l’Aloisianum, vecchia sede della Pontificia Facoltà di Filosofia (dove studiò anche il giovane Martini). Tutto questa è storia passata: la Facoltà è chiusa da decenni e ora il Centro studi di Gallarate, scombinando un poco gli orientamenti geografici, ha sede a Padova. La decrescita numerica e il progressivo invecchiamento dei gesuiti italiani hanno indotto a trasformare la sede dell’Aloisianum in casa di riposo per i membri anziani dell’ordine. Là Martini ha trovato la sua «residenza assistita». Al pari di Ignazio di Loyola – in altre circostanze da lui esplicitamente citato a questo riguardo – Martini avrebbe desiderato vivere e morire a Gerusalemme. La crescente debolezza sua e della Compagnia di Gesù nel suo insieme lo hanno condotto invece a morire lontano dalle mura di Gerusalemme e prossimo ai luoghi in cui fu pastore. Tuttavia proprio questo reditus, che appare per più versi come un fallimento, è inscritto più profondamente nella paradossale logica salvifica della croce di quanto non sarebbe stato un congedo dalla vita terrena avvenuto nella città di Davide. L’ininterrotto pellegrinaggio alla sua salma ospitata nel Duomo di Milano è stato il segno pubblico di quanto la sua figura e la sua opera abbiano inciso in terra ambrosiana.

    
PIERO STEFANI

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