Archive pour la catégorie 'AVVENTO NATALE 2018'

PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20061202_i-vespri-avvento.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato, 2 dicembre 2006

Cari fratelli e sorelle!

La prima antifona di questa celebrazione vespertina si pone come apertura del tempo di Avvento e risuona come antifona dell’intero anno liturgico. Riascoltiamola: « Date l’annunzio ai popoli: Ecco, Dio viene, il nostro Salvatore ». All’inizio di un nuovo ciclo annuale, la liturgia invita la Chiesa a rinnovare il suo annuncio a tutte le genti e lo riassume in due parole: « Dio viene ». Questa espressione così sintetica contiene una forza di suggestione sempre nuova. Fermiamoci un momento a riflettere: non viene usato il passato – Dio è venuto -, né il futuro – Dio verrà -, ma il presente: « Dio viene ». Si tratta, a ben vedere, di un presente continuo, cioè di un’azione sempre in atto: è avvenuta, avviene ora e avverrà ancora. In qualunque momento, « Dio viene ». Il verbo « venire » appare qui come un verbo « teologico », addirittura « teologale », perché dice qualcosa che riguarda la natura stessa di Dio. Annunciare che « Dio viene » equivale, pertanto, ad annunciare semplicemente Dio stesso, attraverso un suo tratto essenziale e qualificante: il suo essere il Dio-che-viene.
L’Avvento richiama i credenti a prendere coscienza di questa verità e ad agire in conseguenza. Risuona come un appello salutare nel ripetersi dei giorni, delle settimane, dei mesi: Svegliati! Ricordati che Dio viene! Non ieri, non domani, ma oggi, adesso! L’unico vero Dio, « il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe », non è un Dio che se ne sta in cielo, disinteressato a noi e alla nostra storia, ma è il-Dio-che-viene. È un Padre che mai smette di pensare a noi e, nel rispetto estremo della nostra libertà, desidera incontrarci e visitarci; vuole venire, dimorare in mezzo a noi, restare con noi. Il suo « venire » è spinto dalla volontà di liberarci dal male e dalla morte, da tutto ciò che impedisce la nostra vera felicità. Dio viene a salvarci.
I Padri della Chiesa osservano che il « venire » di Dio – continuo e, per così dire, connaturale al suo stesso essere – si concentra nelle due principali venute di Cristo, quella della sua Incarnazione e quella del suo ritorno glorioso alla fine della storia (cfr Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15, 1: PG 33, 870). Il tempo di Avvento vive tutto di questa polarità. Nei primi giorni l’accento cade sull’attesa dell’ultima venuta del Signore, come dimostrano anche i testi dell’odierna celebrazione vespertina. Avvicinandosi poi il Natale, prevarrà invece la memoria dell’avvenimento di Betlemme, per riconoscere in esso la « pienezza del tempo ». Tra queste due venute « manifeste » se ne può individuare una terza, che san Bernardo chiama « intermedia » e « occulta », la quale avviene nell’anima dei credenti e getta come un « ponte » tra la prima e l’ultima. « Nella prima – scrive san Bernardo – Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione » (Disc. 5 sull’Avvento, 1). Per quella venuta di Cristo, che potremmo chiamare « incarnazione spirituale », l’archetipo è sempre Maria. Come la Vergine Madre custodì nel suo cuore il Verbo fatto carne, così ogni singola anima e l’intera Chiesa sono chiamate, nel loro pellegrinaggio terreno, ad attendere il Cristo che viene e ad accoglierlo con fede ed amore sempre rinnovati.
La liturgia dell’Avvento pone così in luce come la Chiesa dia voce all’attesa di Dio profondamente inscritta nella storia dell’umanità; un’attesa purtroppo spesso soffocata o deviata verso false direzioni. Corpo misticamente unito a Cristo Capo, la Chiesa è sacramento, cioè segno e strumento efficace anche di questa attesa di Dio. In una misura nota a Lui solo la comunità cristiana può affrettarne l’avvento finale, aiutando l’umanità ad andare incontro al Signore che viene. E fa questo prima di tutto, ma non solo, con la preghiera. Essenziali e inseparabili dalla preghiera sono poi le « buone opere », come ricorda l’orazione di questa Prima Domenica d’Avvento, con la quale chiediamo al Padre celeste di suscitare in noi « la volontà di andare incontro con le buone opere » al Cristo che viene. In questa prospettiva l’Avvento è più che mai adatto ad essere un tempo vissuto in comunione con tutti coloro – e grazie a Dio sono tanti – che sperano in un mondo più giusto e più fraterno. In questo impegno per la giustizia possono in qualche misura ritrovarsi insieme uomini di ogni nazionalità e cultura, credenti e non credenti. Tutti infatti sono animati da un anelito comune, seppure diverso nelle motivazioni, verso un futuro di giustizia e di pace.
La pace è la meta a cui aspira l’intera umanità! Per i credenti « pace » è uno dei più bei nomi di Dio, che vuole l’intesa di tutti i suoi figli, come ho avuto modo di ricordare anche nel pellegrinaggio dei giorni scorsi in Turchia. Un canto di pace è risuonato nei cieli quando Dio si è fatto uomo ed è nato da donna, nella pienezza dei tempi (cfr Gal 4, 4). Iniziamo dunque questo nuovo Avvento – tempo donatoci dal Signore del tempo – risvegliando nei nostri cuori l’attesa del Dio-che-viene e la speranza che il suo Nome sia santificato, che venga il suo Regno di giustizia e di pace, che sia fatta la sua Volontà come in Cielo, così in terra.
Lasciamoci guidare, in questa attesa, dalla Vergine Maria, Madre del Dio-che-viene, Madre della Speranza. Ella, che tra pochi giorni celebreremo Immacolata, ci ottenga di essere trovati santi e immacolati nell’amore alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo, al quale, con il Padre e lo Spirito Santo, sia lode e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Publié dans:AVVENTO NATALE 2018 |on 17 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

II Domenica di Avvento (Anno C) (09/12/2018)

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II Domenica di Avvento (Anno C) (09/12/2018)

mons. Roberto Brunelli

L’esordio del vangelo di oggi (Luca 3,1-6) ha il tono solenne degli annunci ufficiali: « Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto ».
Dunque, in un preciso anno da quando Tiberio era divenuto imperatore di Roma, in quella parte del suo impero di cui si elencano le « province » con i rispettivi governanti e le supreme autorità religiose, Giovanni Battista proclama l’imminente arrivo del Messia atteso da secoli. Di lui e della sua opera, l’evangelista Luca dà le coordinate storico-geografiche, precisando quando e dove egli si è manifestato: un modo per affermare che la figura del Messia – o, per dirlo con la più nota parola greca corrispondente, il Cristo – non è stato un frutto della fantasia, un mito: egli è venuto in un tempo e in un luogo precisi, a fare qualcosa di preciso che il seguito del vangelo si cura di esporre. Ma l’esordio dice anche altro: le autorità ricordate sono quasi tutte relative alla regione abitata dal popolo che del Cristo era in attesa; tuttavia, la citazione dell’imperatore di Roma e del suo rappresentante locale Ponzio Pilato colloca l’evento in un contesto più ampio, lo inserisce nella grande storia universale.
Gli ebrei ritenevano che il Messia sarebbe venuto solo per loro; il Battista afferma subito che non è così, e lo fa citando proprio uno dei protagonisti della storia ebraica, il profeta Isaia: « Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio ». Ogni uomo, non solo gli ebrei; ogni uomo, senza distinzione di razza, cultura, posizione nella scala sociale eccetera. Si afferma così subito, sin dagli inizi della vita pubblica di Gesù, il valore universale di quello che egli è venuto a compiere. Il suo avvento, in un luogo e un tempo precisi, ridonda a beneficio di tutti gli appartenenti alla specie umana, di ogni luogo e di ogni tempo. Ridonda, ma non come il sole o la pioggia che riguardano tutti, lo vogliano o no: i benefici della salvezza operata da Gesù non sono imposti, ma offerti, e dunque, per essere efficaci, ne richiedono l’accettazione, l’accoglienza. Dio rispetta la libertà che egli stesso ha conferito agli uomini, persino la libertà di rifiutarlo.
Quando qualcuno porta un regalo a un altro, se il destinatario non lo rifiuta deve almeno tendere le mani a riceverlo. Se l’ospite che si annuncia è gradito, quanto meno lo si accoglie in una casa pulita. Le mani tese a ricevere il dono di Dio, la pulizia della « casa » in cui accoglierlo sono espresse con una metafora desunta dall’ambiente palestinese. Riprendendo le parole del profeta Isaia, Giovanni Battista proclama: « Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! »
Il deserto che comincia appena fuori Gerusalemme e scende sino a Gerico e al Mar Morto è costituito da colline rocciose, che impongono a chi lo attraversa continue salite e discese e giravolte. Ebbene, quel deserto è la mente, è il cuore, è l’anima di chi vive senza Dio: per accoglierlo, occorre spianargli la strada. E per farlo, prosegue il sacro testo, occorre riempire i burroni (quali sono ad esempio i vuoti, le tante carenze della nostra umanità), abbassare monti e colli (la nostra superbia, ad esempio, o l’illusione di bastare a noi stessi, di potere far senza di lui), raddrizzare le vie tortuose (gli imbrogli, le menzogne, il ricorso a metodi subdoli per raggiungere i nostri scopi). Abbiamo imparato a costruire autostrade, diritte e veloci, con i ponti a « colmare » le valli e le gallerie a « spianare » i monti. Specie in questo tempo di Avvento, dedicato a ricordare che il Signore viene, Isaia e il Battista invitano a costruire autostrade anche dentro e intorno a noi.

Publié dans:AVVENTO NATALE 2018 |on 8 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

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