Archive pour octobre, 2014

J.A. de Frias, Trionfo della fede con i santi, Madrid

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – ANGELUS 1980 – COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

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GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS – DOMENICA 2 NOVEMBRE 1980

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

1. Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, / come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. / Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, / non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. / Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; / se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. / Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? / O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? / Tu risparmi tutte le cose, / perché tutte sono tue, Signore, amante della vita, / poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. / Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli / e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, / perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore” (Sap 11, 22-12,2).
la Chiesa celebra la “commemorazione di tutti i fedeli defunti”. Le sopracitate parole del libro della sapienza, desunte dalla prima lettura della domenica trentunesima “per annum”, possono aiutare molto ciascuno di noi a vivere questo incontro con l’eternità, che portano in sé i primi due giorni di novembre.
parole ci accompagnino durante la visita ai cimiteri, quando ci fermeremo presso le tombe dei nostri defunti, vicini o lontani, conosciuti o sconosciuti: “. . .poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose” (Sap 12, 1).
Che queste visite ai defunti, questi incontri con loro, siano avvalorati, nei nostri cuori, dalla speranza che “è piena di immortalità” (Sap 3, 4).. Ritorno, ancora una volta, al Sinodo dei Vescovi che, una settimana fa, ha terminato i suoi lavori dedicati ai compiti della famiglia nel mondo contemporaneo. Perché oggi voglio dire che la famiglia è un luogo particolare dell’uomo. In questo luogo, in questa comunità, viene salutata con gioia la sua nascita, la sua venuta al mondo; e in questo luogo, soprattutto, si risente la sua scomparsa, la sua morte. giorno dei defunti è un giorno particolare per le famiglie. Esse si dirigono, in questo giorno, nei luoghi dove riposano i loro defunti più vicini e più cari; si incontrano, nel silenzio, nella preghiera, nella meditazione, presso le loro tombe.
Rivivono ricordi gioiosi e dolorosi; a volte le lacrime cominciano a scorrere sul viso, così grande è il senso della vicinanza, nonostante la morte, così grande è la commozione!
Appartengono alla famiglia anche coloro che sono dipartiti, e tuttavia rimangono nei cuori, perché tanto profondamente ci ha legato ad essi il mistero della vita e dell’amore. Permangono nella vedovanza dei loro rispettivi mariti e mogli, rimasti in vita. Permangono nello stato di orfani dei loro figli.
3. In questo giorno vorrei ricordare tutti i morti di quest’anno, e in particolare le vittime di catastrofi naturali e dei numerosi, troppi episodi di violenza, di rapimenti, di terrorismo accaduti in diversi paesi del mondo.
Penso alle schiere di bambini innocenti – come agli alunni della scuola di Ortuella in Spagna -, a tante persone che, nei luoghi di lavoro, per le strade o nella propria casa, furono travolte, ignare, da atti di distruzione e di morte, di cui spesso neppure conobbero la causa.
Penso ad un piccolo paese, El Salvador, e ad altri paesi del mondo tormentati da un cronico prolungarsi di violenze e di uccisioni, che provocano lutti nelle famiglie e nella comunità ecclesiale.
Vorrei rinnovare, anche in nome della pietà per i morti, un appello accorato perché prevalga in tutte le parti responsabili il sentimento di riconciliazione dettato dalla coscienza cristiana e dall’amore per la propria patria.
Vorrei non dimenticare le vittime della guerra che da alcune settimane infuria tra l’Irak e l’Iran, con scontri sanguinosi tra gli eserciti e bombardamenti di città e di popolazioni indifese; purtroppo, la stessa opinione pubblica del mondo sembra abituarsi facilmente persino allo spettacolo di così terribili distruzioni.
Mentre la nostra preghiera vuole abbracciare la sorte anche di questi nostri fratelli, invochiamo Dio onnipotente e misericordioso perché faccia rinascere pensieri di pace, e in particolare risvegli il desiderio di risolvere i contrasti con la trattativa, nel rispetto dell’integrità dei diritti umani, nazionali e territoriali dei paesi coinvolti nel conflitto.
4. Nel giorno della commemorazione dei defunti oltrepassiamo, in un certo senso, i limiti della loro assenza, il cui segno è la tomba fredda, e ci uniamo con loro nella fede che ci conduce alla casa del Padre.
E insieme con l’autore del libro della Sapienza ripetiamo a quel Padre: “Signore, tutto tu puoi . . . e tu ami tutte le cose che hai creato . . .” (cf. Sap 11, 23-24). Tu ami l’uomo che hai creato a tua somiglianza e lo hai redento mediante il sangue del tuo Figlio. Tu ami l’uomo . . .

1 NOVEMBRE FESTA DI TUTTI I SANTI – OMELIA : « DOPO CIÒ APPARVE UNA MOLTITUDINE IMMENSA CHE NESSUNO POTEVA CONTARE… »

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1 NOVEMBRE 2014 | 30A / FESTA: TUTTI I SANTI A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« DOPO CIÒ APPARVE UNA MOLTITUDINE IMMENSA CHE NESSUNO POTEVA CONTARE… »

C’è una sola tristezza al mondo, « quella di non essere santi » (Léon Bloy, La femme pauvre). Se questo è vero, è altrettanto vero che la festa di oggi è fatta apposta per fugare tale tristezza, mostrandoci appunto come tanti nostri fratelli e tante nostre sorelle la santità l’hanno raggiunta. E se loro questo itinerario l’hanno percorso, perché non potremmo e non dovremmo percorrerlo anche noi?
La tristezza allora diventa gioia, esaltazione dello spirito, fiducia nell’amore benevolente del Padre, impegno generoso di fedeltà a Cristo, volontà di imitazione, sicurezza di aiuto e di intercessione non di uno solo ma di « tutti i Santi », piccoli e grandi, di ieri e di oggi, perché anche noi realizziamo fino in fondo il « disegno » di Dio sulla nostra vita. Perché, in realtà, questa è la « santità »: permettere a Dio di portare a compimento in noi il suo progetto di amore.
Una festa, dunque, quella di oggi, dai molti significati: un richiamo pressante alla santità, un invito alla gioia come per una festa di famiglia, una nostalgia verso la città celeste, un bisogno di supplica presso chi può aiutarci a raggiungere la mèta altissima della nostra assimilazione a Cristo, un desiderio di contemplare e di imitare dei « modelli » in cui Dio stesso sembra essersi rispecchiato ed anche compiaciuto.
È quanto, almeno in parte, mette in evidenza il bellissimo Prefazio odierno: « Oggi ci dài la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi nostri membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita ».
Anche la orazione dopo la comunione riecheggia tutti questi motivi, collegandoli con il mistero dell’Eucaristia quale « fonte » di ogni santità: « O Padre, unica fonte di ogni santità, mirabile in tutti i tuoi santi, fa’ che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore, per passare da questa mensa eucaristica, che ci sostiene nel pellegrinaggio terreno, al festoso banchetto del cielo ».

« Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo »
Particolarmente significative sono poi le letture bibliche, che chiariscono ciascuna aspetti, contenuti, motivazioni e anche itinerari della santità.
Prendiamo, ad esempio, la prima lettura, che costituisce l’intermezzo della sezione così detta dei « sette sigilli », la quale dà come l’avvio a tutto il dramma divino-umano, storico ed escatologico, nello stesso tempo, descrittoci dall’Apocalisse. Prima che l’Agnello « immolato » apra l’ultimo sigillo, simbolo della collera e della « giustizia » di Dio, vincitore e dominatore della storia, vengono « segnati » gli eletti, i « servi » del Signore, coloro che otterranno in maniera definitiva la « salvezza ».
È San Giovanni che ci descrive in prima persona la grande visione: « Vidi allora un angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: « Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi ». Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila da ogni tribù dei figli di Israele » (Ap 7,2-4).
Il « sigillo » sta ad esprimere la speciale appartenenza a Dio dell’Israele ideale, composto dai numerosi membri delle dodici tribù: il numero 144.000, infatti, si ottiene moltiplicando « dodici », elevato al quadrato, per mille. Dunque un numero immenso di « eletti » facenti parte ormai della Chiesa, nuovo Israele, che Dio preserverà dalla perdizione ultima, di cui gli esecutori saranno i suoi « angeli ».
Questo numero, già così grande, si infittisce ancora nella visione successiva di Giovanni: « Dopo ciò apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello »" (vv. 9-10).
Le « palme » sono segno di trionfo dopo una grande « lotta »: quella lotta, che verrà evocata esplicitamenle verso la fine della visione, quando uno dei 24 vegliardi, che circondano il trono dell’Altissimo, domanderà all’Evangelista: «  »Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono? ». Gli risposi: « Signore mio, tu lo sai ». E lui: « Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello »" (vv. 13-14).
In questa visione fantastica, così ricca di simboli e di allegorie, mi sembra che siano individuabili alcuni « elementi » rappresentativi e costitutivi della santità.
Prima di tutto, essa non è il risultato dei soli sforzi umani, sia pur nobili e generosi. È Dio che la dona e la porta a maturazione per mezzo di Cristo, come una manifestazione gratuita della sua bontà e del suo amore. È per questo che la moltitudine immensa dei salvati grida con voce possente: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello » (v. 10). E ad essa fanno coro gli angeli, i vegliardi e i quattro esseri viventi: « Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen! » (v. 12). E del resto, il « sigillo » impresso sui salvati, per preservarli dalla grande « devastazione », sta a dire in forma anche più plastica che la salvezza è opera esclusiva dell’Altissimo, come già abbiamo accennato.
La via, però, attraverso la quale passa la salvezza, non è facile: è la via della « grande tribolazione » (v. 14), che non designa soltanto la « persecuzione », ma tutte le prove che i fedeli devono affrontare per entrare nel regno. La santità vera è sempre una forma di martirio!
Per questo uno dei vegliardi risponde che i redenti « hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (v. 14). Il « sangue » sta a rappresentare l’efficacia della « morte » di Gesù, che ogni cristiano deve « portare » e come riprodurre nel proprio corpo, per essere degno del suo Maestro. E questa è la parte che tutti noi dobbiamo saper mettere nell’opera della santità: in questa neppure Dio può sostituirsi a noi!

« Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio »
La seconda lettura, ripresa dalla prima lettera di Giovanni (3,1-3), ci insegna che la santità non è una realtà da attendere per la fine della vita, quasi che essa rappresenti un traguardo sempre al di là di noi. È vero anche questo: e ciò crea un continuo « dinamismo » nel nostro vivere cristiano, che non ci lascia mai tregua.
Ma se fosse solo questo, la santità sarebbe più frutto dei nostri sforzi, che non « dono » dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, come abbiamo detto sopra. Essa è piuttosto una realtà già presente ed operante nella nostra vita, nella nostra mente, nel nostro cuore, nel nostro stesso corpo, perché si identifica con il fatto di essere noi, fin dal presente, « figli di Dio ».
È l’annunzio giubilante che ci dà San Giovanni nei brevi, ma stupendi versetti della Liturgia odierna: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!… » (1 Gv 3,1).
Per San Giovanni, dunque, la nostra santità si identifica con la stessa « filiazione » divina, che è una realtà già presente ed operante, anche se in continuo sviluppo. Più che dalla immagine di un traguardo perciò essa può essere rappresentata dalla immagine della vita, o, se si vuole, del « seme »: qualcosa che già è, ma, nello stesso tempo, deve ancora crescere, dilatarsi, arricchirsi, maturarsi.
E questo è collegato con il pieno rivelarsi di Dio: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è » (v. 2). D’altra parte, Dio ci si svelerà nella misura in cui noi ci saremo resi sempre più « somiglianti » a lui.
La santità è un reciproco « rincorrersi » di Dio e dell’uomo per rendere sempre più trasparente la presenza del divino nella nostra vita. Proprio per questo essa è un impegno di sempre, e non il fortunato accadere di certi gesti eroici durante l’arco della nostra esistenza. Mi sembra che sia questo il significato delle ultime parole dell’Apostolo: « Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro » (v. 3).

« Beati i poveri in spirito… »
Un discorso anche più lungo dovremmo farlo sulla bellissima pagina del Vangelo di Matteo, che ci ripropone lo stupefacente annuncio delle « beatitudini ». Ma non ne abbiamo più il tempo e, d’altra parte, l’abbiamo già commentato (4ª Domenica del Tempo Ordinario A). Ci preme piuttosto di cogliere alcune indicazioni di un « itinerario » di santità, che qui è ridotto alle cose veramente essenziali.
E prima di tutto questa: la santità si realizza soltanto là dove l’uomo non ha nulla da far valere davanti a Dio, se non la propria debolezza e l’estremo « bisogno » che ha di lui. È questo il significato fondamentale di tutte e nove le « beatitudini » riportateci da San Matteo (le ultime due, però, sono parzialmente identiche).
Ad esempio, « i poveri in spirito » non solo non confidano nelle ricchezze, ma neppure in se stessi, nelle loro capacità, nella loro intelligenza e neppure nella loro bontà; i « miti » non cercano di far valere i loro diritti con la prepotenza o con la forza; gli « operatori di pace » non la costruiscono con la guerra, ma con la benevolenza, l’amore e il perdono; i « perseguitati per causa della giustizia » affidano soltanto a Dio la difesa della loro innocenza.
Questo affidarsi totalmente a Dio è espresso soprattutto nella quarta beatitudine: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati » (v. 6). Non basta « desiderare » il regno di Dio e la sua giustizia, bisogna addirittura « averne fame e sete », cioè sentirne il bisogno vitale. Come senza cibo l’uomo muore, così senza la « ricerca » ansiosa e spasimante di Dio egli è nella delusione e nella tristezza, e non può realizzarsi neppure come uomo. È per questo che gli unici uomini « veri » sono i santi!
Una seconda indicazione la cercherei in quest’alternarsi di tempo presente e di tempo futuro per esprimere le diverse motivazioni della « beatitudine », che fondamentalmente è unica, ed è la « gioia » di sapersi protetti e come vigilati dal Signore: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli; beati gli afflitti, perché saranno consolati… ».
Non è priva di significato questa variazione grammaticale: essa sta a dire che la santità, pur attendendo il premio « futuro », è già premio a se stessa. È rinunciando a me stesso e ad ogni desiderio di ricchezza, che già possiedo « il regno dei cieli »: anzi, esso sta proprio in questa rinuncia! Se gli uomini vivessero lo spirito delle « beatitudini », il mondo già sarebbe diventato un « paradiso », cioè la patria dei santi.

La « universale » vocazione alla santità
Un’ultima segnalazione, infine, vorrei fare: dal testo di Matteo è chiaro che Gesù propone l’ideale delle beatitudini, cioè l’ideale della santità, a tutti i suoi discepoli indistintamente: « Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna… Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo… » (Mt 5,1-2).
Anche se nella Chiesa c’è diversità di compiti e di missione, c’è però « identica » chiamata alla santità. A ragione perciò il Concilio Vaticano II dedica l’intero capitolo V della Costituzione Lumen Gentium a trattare della « universale vocazione alla santità nella Chiesa »: « Tutti i fedeli quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e dall’attaccamento alle ricchezze, contrariamente allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l’Apostolo: « Quelli che si servono di questo mondo, lo facciano come se non ne godessero; poiché passa la scena di questo mondo » (cf 1 Cor 7,31) ».
È quello che diceva in altre e più sferzanti parole un grintoso nostro grande scrittore nella prefazione ad un arditissimo libro, uscito postumo a 21 anni dalla morte (1956): « Questo libro è il poema dell’occhio chiaro e della speranza disperata. Far manifesto che tutti siamo bestie e colpevoli, ma nello stesso tempo che c’è in ognuno di noi un genio intristito, un santo soffocato, un angelo prigioniero e che da noi soltanto dipende risuscitarli e liberarli ».

Da: CIPRIANI S.

2 NOVEMBRE – COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI : IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO.

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/31a-Dom-I-Defunti-A/07-31a-Fedeli-Defunti-A-2014-LD.htm

2 NOVEMBRE 2014 | 31A / I FEDELI DEFUNTI A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO.

La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine net sec. X nel monastero benedettino di Cluny.
Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare « tre messe » in questo giorno.
* La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero che anche i non credenti circondano di rispetto.
* La morte per il cristiano non è il risultato di un gioco tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza e cinismo.
* La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo, per cui ne da’ senso e significato in attesa della Sua seconda venuta.
(Prima di iniziare il commento alla Parole mi sembra opportuno rilevare che tale commento si riferisce al formulario della prima Messa di questo giorno).
La prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, è il grido di questo personaggio, Giobbe, che nonostante le ingiuste avversità che si trova ad affrontare nella prova della sua vita, non spegne la speranza in Dio, nel suo amore misericordioso e preveniente che non nega mai a nessuno, in qualunque situazione di vita ci si trovi ad essere.
La consapevolezza delle difficoltà e prove che la vita ci riserva è ben presente anche ai credenti di oggi, e forse esse sono più sottili, più subdole, ma alrettanto taglienti e sprezzanti, verso coloro che pongono la speranza in quel Maestro, Gesù di Nazaret, quell’uomo che si è detto anche Dio, ma che poi ha fatto la fine di un ladro comune, condannato a morte sul legno della croce.
Fin qui le parole umane, ma sappiamo bene che al terzo giorno, la potenza dell’amore di Dio, proprio in quel Gesù di Nazaret crocifisso « esplode » in un annuncio universale, per tutti, un annuncio di vita e non di morte, rivelando che essa, la morte, non ha l’ultima parola sulla creazione e sull’umanità.

La seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani, ci tratteggia anch’essa il cammino che non delude le attese del nostro cuore umano. Dalla grandezza dell’amore di Dio, nasce al speranza di essere amati da lui e tale speranza non delude, perché come dice l’apostolo: « l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Ed è proprio grazie a questo Spirito che la speranza è alimentata ni credenti.
L’azione amorosa di Dio, che ci dona suo Figlio, fa sì che proprio Egli sia il realizzatore di quella speranza che da sempre è insita nel cuore dell’uomo. A questo proposito scrive Benedetto XVI nella sua Enciclica sulla Speranza cristianta: « La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto.
La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino ».

Il brano del Vangelo di Giovanni, ci ribadisce la centralità di Gesù nell’azione del Padre. E proprio come rileva l’evangelista la volontà del Padre in Gesù è proprio questa: « che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno ». Il tema del « non perdere nulla » lo possiamo ben applicare anche al tema dell’odierna giornata.
Che cos’è infatti il ricordare i tutti i defunti se non una estensione temporale di quel « nulla vada perduto » che si stabilisce durante la vita di ciascuno, nelle proprie relazioni, nei propri legami con altre persone a cui ci si vuole bene, a cui si tiene.
Ed è proprio questo il motivo del loro ricordo in questo tempo che sono distanti da noi, ma che vivono già in quell’amore che noi viatori solo possiamo immaginare.
Ricordare chi ci ha preceduto, allora ha carattere di memoria delle nostre relazioni, consapevoli che ogni credente diventa « umano » e figlio di Dio allorquanto nel coltiva ed onora le sue relazioni, come ci ha mostrato il Figlio di Dio stesso.
Il regno del Padre, a cui tutti sono chiamati, non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto.
E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è « veramente » vita.

Luca Desserafino sdb |

Hagia Sophia church, mosaic (Our Lady, Jesus Christ, St John the Baptist)

Hagia Sophia church, mosaic (Our Lady, Jesus Christ, St John the Baptist)  dans immagini sacre 9956446

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Publié dans:immagini sacre |on 30 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

OFFRITE I VOSTRI CORPI COME SACRIFICIO VIVENTE, SANTO E GRADITO A DIO (RM 12,1-2.9-18)

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Cammmino di fede con giovani sposi e coppie

OFFRITE I VOSTRI CORPI COME SACRIFICIO VIVENTE, SANTO E GRADITO A DIO (RM 12,1-2.9-18)

Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spiri­tuale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasforma­tevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello sti­marvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazio­ne, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.
Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Ral­legratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.
Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti.
Che cosa dice il testo (LECTIO)
Assolutamente lontana dal pensiero di Paolo è una se­parazione del culto dalla vita, della liturgia dalla carità, del corpo dallo Spirito. Infatti egli individua come senso
fondamentale del culto cristiano proprio 1′offerta del corpo, dei propri corpi, cioè delle proprie per­sone, come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.
Si noti in particolare il termine ‘offrire’ e quello di ‘sacrificio’. Il primo è usato nel Nuovo Testamento anche per la presentazione di Gesù al tempio (cfr. Lc 2,22), mentre il secondo indica non un sacrificio di olocausto, rivolto quindi solo a Dio, bensì quello di co­munione, che viene partecipato alle altre persone. In altri termini il sacrificio che il cristiano deve dare a Dio, of­frendo se stesso, coincide con il suo conformarsi all’of­ferta di Cristo e con il servizio reso ai fratelli. Il v. 2 contrappone all’assunzione degli schemi imposti dalla mentalità mon­dana, la libertà del cristiano, che si esprime come una continua trasformazione della propria esistenza, nella ri­cerca sincera della volontà di Dio. Tale cambiamento non deve riguardare soltanto l’esteriore, ma anzitutto la co­scienza, e perciò il modo di concepire la vita. Ad ogni istante il cristiano deve essere disponibile al cammino che la volontà di Dio esige da lui, a vedere la vita con occ­hi nuovi («rinnovando la vostra mente»: v. 2).
Infine il discorso (w. 9-18) passa ad esortazioni parti­colari, unificate dal comando della carità (v. 9), contem­plata nelle relazioni che si devono costruire all’interno della comunità e nel rapporto tra il cristiano e il mondo. Che cosa voglia dire avere una carità autentica, sincera, è esemplificato in una serie di atteggiamenti che vanno dalla stima reciproca alla perseveranza nella preghiera, alla prontezza nel perdono, fino allo sforzo di rendere sempre bene per male.
Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)
Nel campo della sessualità, forse più che in ogni altro campo, i coniugi cristiani sono chiamati a «non confor­marsi alla mentalità di questo secolo» (v. 2), proprio nel­l’offrirsi vicendevolmente i loro corpi «come sacrificio gradito a Dio» (v. 1). Sgombriamo subito la mente da un equivoco: l’equivoco che ciò significhi assoggettarsi a quello che una volta veniva chiamato ‘debito coniugale’ a carico della donna e che spesso si identificava con la tra­smissione di generazioni di donne che si dicevano l’un l’altra: «Accontentalo, anche se non ne hai voglia, altri­menti ti scappa». Proprio qui è annidata la mentalità pa­gana: sesso come tributo da pagare al potere del ma­schio. E, sotto sotto, insieme a una svalutazione della ses­sualità come qualcosa di sporco, eppure di inevitabile. «Io non ho l’istinto sessuale», diceva una pia moglie, cre­dendo di autolodarsi e magari di avere meriti nel suo as­soggettarsi al marito: come se tutta la Scrittura non bene­dicesse la sessualità come nata dal progetto del Signore della vita.
Ma ciò comprende un educarsi reciprocamente alla sessualità: è proprio una delle competenze della coppia quella di aiutare l’altro/a a trasformare l’aggressività del­l’attrazione in espressione di tenerezza nel rapporto, a passare dall’eccitazione al desiderio dell’altro, con la capacità di condividere il piacere e di rispettarsi reciprocamente.
La mentalità di questo mondo, al contrario, tende a scindere il sesso dall’amore: è l’estrema rottura della identità della persona, quando si pretende che il sesso possa essere usato per se stessi, mirante al proprio esclusivo piacere, cui si ha diritto come contratto di uso del corpo dell’altro. Questa idea di una sessualità per sé e non come ponte verso l’altro è un’idea che apre la porta ad ogni possibile tradimento. Non soltanto il tradi­mento extraconiugale (che cosa ci posso fare io se l’al­tra/o mi attira!), ma anche il tradimento nefasto all’inter­no della coppia: il tuo corpo è semplicemente materiale per me, per il mio piacere.
“Trasformatevi… per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito”
(v. 2): suonano alte queste parole di Paolo, proprio nell’esercizio coniugale della sessualità. È la sessualità stessa che chiama ad una tra­sformazione, da uso del corpo per sé a offerta della pro­pria persona – il corpo inteso come persona concreta – come lode a Dio e nel contempo benedizione (dire bene e non dire male) dell’altro.
Preghiamo (ORATIO)
Aiutami, Signore, a compiere questa opera grande: continuare a stimare mio marito o mia moglie anche quando mi ha ferito, an­che quando mi ha tradito, anche quando non mi ha capi­to, anche quando mi ha mostrato di essere più attaccato alla sua famiglia d’origine che alla nostra…
Conducimi fino al punto in cui – incurante di tutti gli schemi del mondo che mi urlano: o ti ama o non ti ama, o ti capisce o non ti capisce… – io possa, Signore Gesù, conformarmi a te e rinnovare la mia mente in te che tro­vavi motivi per stimare… anche chi non ti aveva capito e ti metteva in croce.
Che cosa detto la Parola (CONTEMPLATIO)
“I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distin­guere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale [...]. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e ade­guandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimo­niano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano fi­gli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne (cfr.2 Cor 10,3; Rm 8,1 2s.)!
Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo (cfr. Fil 3,20). Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leg­gi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono condannati. Sono uccisi e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano (cfr.2Cor 6,9s.). Sono disprezzati e nel disprezzo hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono (cfr. 1 Cor4,12); sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfat­tori; condannati, gioiscono come se ricevessero la vita (cfr. 2 Cor 6,10) [...].
A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cri­stiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abita­no nel mondo, ma non sono del mondo
(cfr. Gv 17,11-18)” (Lettera a Diogneto).
Mettere in pratica la Parola (ACTIO)
Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
PER LA LETTURA SPIRITUALE
L’uomo e la donna che si attraggono fino ad essere una sola carne, per appartenersi in una totale compenetrazione, comprendono la gran­dezza del loro atto nel momento in cui dall’unione più profonda scaturi­sce una personalizzazione sempre più accentuata. Così «l’uomo scopre che l’esistenza è polarizzata sia in se stesso che nella sua compagna e in tutte le forme della vita» (P. Evdokimov). Nel loro spossessamento recuperano la più grande ricchezza della loro vita e si eleva­no alla piena corrispondenza con l’immagine divina. Quanto più la carne è carica di questa prospettiva spirituale, tanto più diventa vigorosa e tra­sparente; quando al contrario si perde nella passionalità, si fa più pesan­te e opaca. L’amore nella sua espressione sessuale attira per la sua pro­messa di beatitudine e affascina per la sua parvenza di gratuità, ma spesso si spegne in una deludente amarezza e si trasforma in mortale bramosia.
Se non si accolgono tutti i messaggi profondi della sessualità,com­preso il suo sfondo teologico e in particolare cristologico, le aspettative resteranno sempre deluse. Questo insegnamento ci è dato chiaramente dalla Scrittura: «Biblicamente l’unità non appare mai come un’unità astrattamente irrapportabile (come se la diade fosse qualcosa che si sa anche buttar via), ma come la ricchezza della vita eterna che fa partecipare altra realtà a se stessa, e precisamente in modo che l’unità donata (l’identica natura spirituale) includa in sé il prodigio dell’unicità d’essere di ogni soggetto spirituale, e il prodigio fecondo della diversità dei sessi in vista della loro feconda unicità» (H.U.von Balthasar). Si tratta scrutare le profondità dell’uomo per leggervi dentro i finissimi linea­menti dell’essere comunicatogli da Dio [...].
Per riscoprire e vivere pienamente tutto questo è necessaria una «castità ­ontologica», come la chiama Evdokimov, che riconduce l’uomo alla integrità originaria. La castità non è una virtù passiva tesa a contene­re o reprimere i moti istintivi delle pulsioni sessuali, ma un atteggiamen­to teologale che implica il lasciar trasparire nella propria vita, vivendo la dimensione maschile o femminile del proprio essere, la conformazione a Cristo”

(C. Giuliodori – Teologia del maschile e del femminile).

Publié dans:Lettera ai Romani |on 30 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

FEDE E CULTURA NELL’ANNO DELLA FEDE

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FEDE E CULTURA NELL’ANNO DELLA FEDE

titoli proposti: 1 fede e secolarizzazione 2 fede e post-modernità 3 fede e scienza

LA MENTALITÀ SCIENTIFICA

Un ruolo molto importante, nel passaggio da un mondo sacrale a un mondo secolare, è stato svolto dallo sviluppo vertiginoso della scienza che ha caratterizzato gli ultimi secoli della nostra storia culturale.
Di per sé, lo sviluppo della scienza non dovrebbe interferire con il vissuto religioso e il mondo della fede. Scienza e fede si occupano infatti di due versanti radicalmente diversi della realtà: la scienza studia il mondo materiale, la fede illumina il senso ultimo della vita umana e orienta l’uomo a una speranza di eternità, realtà su cui la scienza non può mettere le mani.
Questa radicale distinzione di oggetto e di metodo avrebbero dovuto precludere al sapere scientifico ogni incursione nel campo della fede. E gli scienziati seri si sono attenuti in genere all’impegno di questa separazione di campi e di reciproca non interferenza.
Ma quello che non è avvenuto per la ricerca scientifica vera e propria, si è verificato per quel modo generale di pensare e di guardare alla realtà che potremmo chiamare mentalità scientifica.
I problemi che nascono dall’impatto della scienza con la fede non sono tanto di natura teorica, quanto di carattere psicologico; non sono dovuti alle scoperte scientifiche, ma al modo di pensare che esse un po’ alla volta vanno diffondendo, cioè appunto alla mentalità scientifica.
Dio non si rivela direttamente agli strumenti della scienza; tutto quello che avviene nel mondo può essere spiegato unicamente attraverso cause puramente mondane. Il cosmo non lascia più vedere Dio o almeno non lo lascia più vedere in modo diretto e immediato. Questo non porta necessariamente a negare l’esistenza di Dio, ma finisce per portare molte persone a spiegare il mondo come se Dio non esistesse.
La scienza studia il mondo prescindendo da Dio, perciò concepisce il mondo come una immensa e complicatissima macchina, in cui tutto si tiene, ma che non ha bisogno di Dio per funzionare. E la mentalità scientifica finisce per pensare che un Dio inutile è in realtà un Dio che non esiste.
L’uomo stesso non occupa più il centro di questo universo; per la scienza egli è soltanto uno dei tanti fenomeni che lo popolano, spiegabile attraverso leggi scientifiche, prodotto dalla evoluzione e dal caso.
La visione dell’uomo, propria della mentalità scientifica, non lascia molto spazio all’idea che l’uomo interessi in qualche modo a Dio.
L’uomo e la sua avventura nel mondo sono relegati nel dominio dei fenomeni fisici, Dio viene confinato in un mondo diverso, irrilevante. Lo sviluppo della scienza ha portato a dare importanza solo a ciò che è sperimentabile. La fede, per sua natura, esclude ogni possibilità di verifica o falsificazione sperimentale, perciò appare alla mentalità scientifica come un mondo separato, di opinioni personali, oggetto di scelte irrazionali, come la scelta della squadra per cui fare tifo: tu la tua, lui la sua, io nessuna. Tu credi perché vuoi credere, padrone di farlo, ma è cosa solo tua.
Nella scienza, ogni teoria è sempre provvisoria e rivedibile: pare vera oggi, domani magari sarà dimostrata falsa e abbandonata. Ma i dogmi della fede sono sempre quelli: la religione sembra arrogarsi una immutabilità e definitività che pare inconcepibile all’uomo della scienza.
Ancora: essenziale per lo sviluppo della scienza è l’esistenza di una «comunità mondiale degli scienziati» capace di verificare e convalidare tutte le nuove acquisizioni sperimentali e le nuove teorie. Il carattere universale di un simile sistema di controllo e di validazione scredita, al confronto, il disaccordo e la insuperabile litigiosità degli «esperti» del sapere religioso.
Ogni credo religioso, non esclusa le fede cristiana, costituisce per lo scienziato, una forma di sapere «confessionale», partico-laristico, cioè condiviso solo all’interno delle diverse chiese e sette, e sottratto a ogni forma di discussione aperta e di verifica pubblica.

Aggiornare la propria conoscenza della fede

II discredito della fede che caratterizza tanta parte del mondo della scienza, è accresciuto dal carattere elementare e spesso penosamente infantile della conoscenza del messaggio cristiano

posseduta dalla grande maggioranza dei credenti. Una conoscenza così sommaria e inadeguata della fede non può resistere alle difficoltà, alle obiezioni, ai problemi che la mentalità scientìfica suscita oggi inevitabilmente in tutte le persone adulte e colte.
Quelle forme elementari di conoscenza dei dati della fede che potevano bastare all’interno del mondo prescientifico, e che permettevano anche alla gente del popolo un vissuto cristiano di buon livello, non bastano più per far fronte alle difficoltà sempre nuove che la mentalità scientifica pone alla fede.
Il fatto di vivere in un mondo segnato profondamente dallo sviluppo della scienza esige, quindi, da ogni credente un impegno di conoscenza, approfondimento, ricomprensione della propria fede, che sia almeno proporzionato alla sua cultura. Ignorare queste esigenze di aggiornamento, equivale troppo spesso ad esporsi al rischio colpevole di perdere la propria fede.
Ugualmente importante sarà, per tutta la comunità di fede nel suo insieme, ma soprattutto per coloro che nella comunità di fede hanno compiti di magistero e di guida, l’impegno di liberare il messaggio rivelato dall’involucro prescientifico in cui ci è stato trasmesso in passato, ma che non appartiene alla sua vera essenza (pensiamo al dogma dell’ascensione al ciclo, del peccato originale, così come vengono spesso ancora troppo ingenuamente raccontati). Illudersi di poter continuare a trasmettere ai cosiddetti «semplici fedeli» un cristianesimo così rozzamente popolare, è una scelta che non premia. Coltivare una simile forma di cristianesimo nell’epoca della scienza è mancare di fiducia nel cristianesimo stesso, nella sua capacità di far fronte vittoriosamente e sul suo stesso terreno, al mondo del sapere scientifico.
La necessità di dover fare i conti con la mentalità scientifica dell’uomo contemporaneo, imporrà ai catechisti e ai predicatori una maggiore preoccupazione di serietà metodologica e di sobrietà ed essenzialità del linguaggio.
Certe forme di dilettantismo o addirittura di retorica deteriore tolgono credibilità alle nostre omelie e alla nostra catechesi. Le nostre omelie sono troppo spesso scontate, ingenue, noiose, screditate, inutili, e magari stupidamente lunghe, perché non teniamo conto dei tempi rapidi, propri della comunicazione massmediale, cui oggi sono invece abituati i fedeli.

Il dialogo con la scienza

D’altra parte, le scienze non si limitano a porre alla fede difficoltà e problemi; offrono anche preziose occasioni di migliore comprensione e di arricchimento, che possono facilitare il modo di incarnarla nel mondo in cui siamo chiamati a viverla. Il credente dovrà quindi evitare la tentazione della fuga dal mondo della scienza in nome di una difesa integralistica della sua fede.
È nostro dovere evitare di confinare la fede in una specie di ghetto, in cui sia precluso ogni accesso al mondo della scienza, ogni dialogo con essa.
Il «tutto è vostro» di S. Paolo ci impegna a coltivare, compatibilmente con la nostra professione e le condizioni del nostro stato sociale, un interesse profondo per le conoscenze scientifiche.
Del sapere scientifico fa oggi parte integrante lo stesso uomo: sono le cosiddette «scienze dell’uomo»: il sapere della fede è perciò chiamato a intessere un dialogo difficile ma arricchente, più ancora che con le scienze della natura, con le diverse e complementari scienze dell’uomo.
Le scienze dell’uomo possono offrirci una più chiara consapevolezza dei dinamismi della nostra vita psichica e sociale, illuminando meglio la dimensione psicologica della nostra stessa fede e della vita morale in cui essa è chiamata ad esprimersi ed autenticarsi.
Il dialogo della fede con la scienza potrà facilmente creare nei credenti un penoso sentimento di inferiorità e di frustrazione: da un punto di vista puramente umano, infatti, il sapere della fede e la sua elaborazione dotta (la teologia), se confrontati con l’organizzazione mondiale della ricerca scientifica, con la complessità e finezza degli strumenti di questa ricerca, con la massa e la qualità dei dati, delle teorie e delle ipotesi circolanti all’interno della comunità scientifica mondiale, appaiono sproporzionatamente deboli e poveri. È bene rendersene conto.

( Guido Gatti docente di teologia morale )

Chiesa di san Rocco D.Franco

Publié dans:ANNO DELLA FEDE |on 30 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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