Archive pour avril, 2018

San Giuseppe Lavoratore

per paolo

Publié dans:immagini sacre |on 30 avril, 2018 |Pas de commentaires »

SAN GIUSEPPE – UNA CATECHESI DI BENEDETTO XVI

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SAN GIUSEPPE – UNA CATECHESI DI BENEDETTO XVI

Cari Fratelli Cardinali e Vescovi,Cari Sacerdoti e Diaconi, cari fratelli e sorelle consacrati,Cari amici membri delle altre Confessioni cristiane,Cari fratelli e sorelle! Abbiamo la gioia di ritrovarci insieme per rendere grazie a Dio in questa basilica dedicata a Maria Regina degli Apostoli di Mvolyé, che è stata costruita sul luogo dove venne edificata la prima chiesa ad opera dei missionari spiritani, venuti a portare la Buona Novella in Camerun. Come l’ardore apostolico di questi uomini che racchiudevano nei loro cuori l’intero vostro Paese, questo luogo porta in se stesso simbolicamente ogni piccola parte della vostra terra. E’ perciò in una grande vicinanza spirituale con tutte le comunità cristiane nelle quali esercitate il vostro servizio, cari fratelli e sorelle, che rivolgiamo questa sera la nostra lode al Padre della luce.Alla presenza dei rappresentanti delle altre Confessioni cristiane, a cui indirizzo il mio rispettoso e fraterno saluto, vi propongo di contemplare i tratti caratteristici di san Giuseppe attraverso le parole della Sacra Scrittura che ci offre questa liturgia vespertina.Alla folla e ai suoi discepoli, Gesù dichiara: « Uno solo è il Padre vostro » (Mt 23,9). In effetti, non vi è altra paternità che quella di Dio Padre, l’unico Creatore « del mondo visibile ed invisibile ». E’ stato dato però all’uomo, creato ad immagine di Dio, di partecipare all’unica paternità di Dio (cfr Ef 3,15). San Giuseppe manifesta ciò in maniera sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione. Per Cristo ha conosciuto la persecuzione, l’esilio e la povertà che ne deriva. Ha dovuto stabilirsi in luogo diverso dal suo villaggio. La sua sola ricompensa fu quella di essere con Cristo. Questa disponibilità spiega le parole di san Paolo: « Servite il Signore che è Cristo! » (Col 3,24).Si tratta di non essere un servitore mediocre, ma di essere un servitore « fedele e saggio ». L’abbinamento dei due aggettivi non casuale: esso suggerisce che l’intelligenza senza la fedeltà e la fedeltà senza la saggezza sono qualità insufficienti. L’una sprovvista dell’altra non permette di assumere pienamente la responsabilità che Dio ci affida.Cari fratelli sacerdoti, questa paternità voi dovete viverla nel vostro ministero quotidiano. In effetti, la Costituzione conciliare Lumen gentium sottolinea: i sacerdoti « abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l’insegnamento » (n. 28). Come allora non tornare continuamente alla radice del nostro sacerdozio, il Signore Gesù Cristo? La relazione con la sua persona è costitutiva di ciò che noi vogliamo vivere, la relazione con lui che ci chiama suoi amici, perché tutto quello che egli ha appreso dal Padre ce l’ha fatto conoscere (cfr Gv15,15). Vivendo questa amicizia profonda con Cristo, troverete la vera libertà e la gioia del vostro cuore. Il sacerdozio ministeriale comporta un legame profondo con Cristo che ci è donato nell’Eucaristia. Che la celebrazione dell’Eucaristia sia veramente il centro della vostra vita sacerdotale, allora essa sarà anche il centro della vostra missione ecclesiale. In effetti, per tutta la nostra vita, il Cristo ci chiama a partecipare alla sua missione, a essere testimoni, affinché la sua Parola possa essere annunciata a tutti. Celebrando questo sacramento a nome e nella persona del Signore, non è la persona del prete che deve essere posta in primo piano: egli è un servitore, un umile strumento che rimanda a Cristo, poiché Cristo stesso si offre in sacrificio per la salvezza del mondo. « Chi governa sia come colui che serve » (Lc 22,26), dice Gesù. Ed Origene scriveva: « Giuseppe capiva che Gesù gli era superiore pur essendo sottomesso a lui in tutto e, conoscendo la superiorità del suo inferiore, Giuseppe gli comandava con timore e misura. Che ciascuno rifletta su questo: spesso un uomo di minor valore è posto al di sopra di gente migliore di lui e a volte succede che l’inferiore ha più valore di colui che sembra comandargli. Quando chi ha ricevuto una dignità comprende questo non si gonfierà di orgoglio a motivo del suo rango più elevato, ma saprà che il suo inferiore può essere migliore di lui, così come Gesù è stato sottomesso a Giuseppe » (Omelia su san Luca XX,5, S.C. p. 287).Cari fratelli nel sacerdozio, il vostro ministero pastorale richiede molte rinunce, ma è anche sorgente di gioia. In relazione confidente con i vostri Vescovi, fraternamente uniti a tutto il presbiterio, e sostenuti dalla porzione del Popolo di Dio che vi è affidata, voi saprete rispondere con fedeltà alla chiamata che il Signore vi ha fatto un giorno, come egli ha chiamato Giuseppe a vegliare su Maria e sul Bambino Gesù! Possiate rimanere fedeli, cari sacerdoti, alle promesse che avete fatto a Dio davanti al vostro Vescovo e davanti all’assemblea. Il Successore di Pietro vi ringrazia per il vostro generoso impegno al servizio della Chiesa e vi incoraggia a non lasciarvi turbare dalle difficoltà del cammino! Ai giovani che si preparano ad unirsi a voi, come a coloro che si pongono ancora delle domande, vorrei ridire questa sera la gioia che si ha nel donarsi totalmente per il servizio di Dio e della Chiesa. Abbiate il coraggio di offrire un « sì » generoso a Cristo!Invito anche voi, fratelli e sorelle che vi siete impegnati nella vita consacrata o nei movimenti ecclesiali, a rivolgere lo sguardo a san Giuseppe. Quando Maria riceve la visita dell’angelo all’Annunciazione è già promessa sposa di Giuseppe. Indirizzandosi personalmente a Maria, il Signore unisce quindi già intimamente Giuseppe al mistero dell’Incarnazione. Questi ha accettato di legarsi a questa storia che Dio aveva iniziato a scrivere nel seno della sua sposa. Egli ha quindi accolto in casa sua Maria. Ha accolto il mistero che era in lei ed il mistero che era lei stessa. Egli l’ha amata con quel grande rispetto che è il sigillo dell’amore autentico. San Giuseppe ci insegna che si può amare senza possedere. Contemplandolo, ogni uomo e ogni donna può, con la grazia di Dio, essere portato alla guarigione delle sue ferite affettive a condizione di entrare nel progetto che Dio ha già iniziato a realizzare negli esseri che stanno vicini a Lui, così come Giuseppe è entrato nell’opera della redenzione attraverso la figura di Maria e grazie a ciò che Dio aveva già fatto in lei. Possiate, cari fratelli e sorelle impegnati nei movimenti ecclesiali, essere attenti a coloro che vi circondano e manifestare il volto amorevole di Dio alle persone più umili, soprattutto mediante l’esercizio delle opere di misericordia, l’educazione umana e cristiana dei giovani, il servizio della promozione della donna ed in tanti altri modi!Il contributo spirituale portato dalle persone consacrate è anch’esso assai significativo ed indispensabile per la vita della Chiesa. Questa chiamata a seguire Cristo è un dono per l’intero Popolo di Dio. In adesione alla vostra vocazione, imitando Cristo casto, povero ed obbediente, totalmente consacrato alla gloria del Padre suo e all’amore dei suoi fratelli e sorelle, voi avete per missione di testimoniare, davanti al nostro mondo che ne ha molto bisogno, il primato di Dio e dei beni futuri (cfr Vita consecrata, n.85). Con la vostra fedeltà senza riserve nei vostri impegni voi siete nella Chiesa un germe di vita che cresce al servizio del Regno di Dio. In ogni momento, ma in modo particolare quando la fedeltà è provata, san Giuseppe vi ricorda il senso e il valore dei vostri impegni. La vita consacrata è una imitazione radicale di Cristo. E’ quindi necessario che il vostro stile di vita esprima con precisione ciò che vi fa vivere e che la vostra attività non nasconda la vostra profonda identità. Non abbiate paura di vivere pienamente l’offerta di voi stessi che avete fatta a Dio e di darne testimonianza con autenticità attorno a voi. Un esempio vi stimola particolarmente a ricercare questa santità di vita, quello del Padre Simon Mpeke, chiamato Baba Simon. Voi sapete come « il missionario dai piedi nudi » ha speso tutte le forze del suo essere in una umiltà disinteressata, avendo a cuore di aiutare le anime, senza risparmiarsi le preoccupazioni e la pena del servizio materiale dei suoi fratelli.Cari fratelli e sorelle, la nostra meditazione sull’itinerario umano e spirituale di san Giuseppe, ci invita a cogliere la misura di tutta la ricchezza della sua vocazione e del modello che egli resta per tutti quelli e quelle che hanno voluto votare la loro esistenza a Cristo, nel sacerdozio come nella vita consacrata o in diverse forme di impegno del laicato. Giuseppe ha infatti vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione. Non solo con una prossimità fisica, ma anche con l’attenzione del cuore. Giuseppe ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del mistero, aperta ad esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza. In lui non c’è separazione tra fede e azione. La sua fede orienta in maniera decisiva le sue azioni. Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza frapporvi ostacolo. Giuseppe è un « uomo giusto » (Mt 1,19) perché la sua esistenza è « aggiustata » sulla parola di Dio. La vita di san Giuseppe, trascorsa nell’obbedienza alla Parola, è un segno eloquente per tutti i discepoli di Gesù che aspirano all’unità della Chiesa. Il suo esempio ci sollecita a comprendere che è abbandonandosi pienamente alla volontà di Dio che l’uomo diventa un operatore efficace del disegno di Dio, il quale desidera riunire gli uomini in una sola famiglia, una sola assemblea, una sola ‘ecclesia’. Cari amici membri delle altre Confessioni cristiane, questa ricerca dell’unità dei discepoli di Cristo è per noi una grande sfida. Essa ci porta anzitutto a convertirci alla persona di Cristo, a lasciarci sempre più attirare da Lui. E’ in Lui che siamo chiamati a riconoscerci fratelli, figli d’uno stesso Padre. In questo anno consacrato all’Apostolo Paolo, il grande annunciatore di Gesù Cristo, l’Apostolo delle Nazioni, rivolgiamoci insieme a lui per ascoltare e apprendere « la fede e la verità » nelle quali sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo.Terminando, rivolgiamoci alla sposa di san Giuseppe, la Vergine Maria, « Regina degli Apostoli », perché questo è il titolo con il quale ella è invocata come patrona del Camerun. A lei affido la consacrazione di ciascuno e di ciascuna di voi, il vostro desiderio di rispondere più fedelmente alla chiamata che vi è stata fatta e alla missione che vi è stata affidata. Invoco infine la sua intercessione per il vostro bel Paese. Amen.

San Marco Evangelista

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Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2018 |Pas de commentaires »

25.04: MEMORIA DEL SANTO APOSTOLO ED EVANGELISTA MARCO

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25.04: MEMORIA DEL SANTO APOSTOLO ED EVANGELISTA MARCO

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria

Il santo e glorioso Apostolo Marco, chiamato anche Giovanni, era figlio di una pia donna di Gerusalemme, Maria, che offriva la sua casa ai discepoli degli Apostoli per le loro riunioni di preghiera. San Pietro andava spesso e si affezionò al giovane Marco che istruì nella fede e battezzò, considerandolo come suo figlio (I Pietro 5,13) [1]. Egli era anche cugino del santo Apostolo Barnaba, che lo prese con lui quando partì per Antiochia in compagnia di san Paolo (Atti 12,24). Durante questi viaggi d’evangelizzazione, Marco assisteva umilmente i due predicatori, provvedendo ai loro bisogni materiali e assorbendo il loro insegnamento.
Arrivato a Perge di Pamfilia, Marco ebbe molto paura di fronte alle difficoltà della missione [2] e si separò da Paolo e Barnaba, per tornare a Gerusalemme ( Atti 13,13). San Paolo sembra essere stato offeso e addolorato da questa separazione, così quando lo ritrovarono ad Antiochia, egli si rifiutò di condurre << colui che li aveva abbandonati in Pamfilia e non aveva partecipato all’opera con loro >> ( Atti 15,37). La discussione si riscaldò e Barnaba decise di imbarcarsi per Cipro con Marco mentre Paolo partì con Silla per evangelizzare la Siria e la Cilicia (52) [3].
Diceci anni più tardi, si ritrovò san Marco a Roma, in compagnia d’Aristarco e di Gesù il Giusto per assistere Paolo nella sua prigionia ( Col. 4,10). Da là partì con la benedizione del Grande Apostolo per visitare i cristiani di Colossi. Durante la sua seconda prigionia, Paolo scriveva a Timoteo, raccomandandogli di condurre Marco con lui:<< Poiché egli mi è prezioso per il ministero >> assicurava ( II Tim. 4,11).
Fu verso il 65 che san Marco ritrovò san Pietro a Roma, nel momento in cui i due Corifei dovevano subire il loro martirio. La luce dell’insegnamento di san Pietro aveva talmente brillato nello spirito dei nuovi convertiti di Roma, che essi supplicarono Marco di mettere per iscritto questa dottrina divina.
Confermato da una rivelazione divina e con il permesso di san Pietro, egli si mise all’opera e redasse in maniera breve, semplice e piena di vita un riassunto degli atti e delle parole del Salvatore conforme alla predicazione del Corifeo degli Apostoli [4].
Senza preoccuparsi della presentazione letteraria, né di rispondere a tutte le questioni che potevano posarsi sui fedeli, egli scrive tutto ciò che è utile alla Salvezza e alla conoscenza del Figlio di Dio fatto uomo, e niente di più [5]. Una volta terminata quest’opera, san Pietro lo inviò in Egitto a portare la Buona Novella. Durante la traversata la nave fu presa dalla tempesta che Marco placò con la sua preghiera e poté fare scalo nell’isola di Pittuse, di fronte alla Cilicia, dove ricevuto da un notabile di nome Bassos, che era stato convertito da san Pietro ad Antiochia e grazie al suo appoggio convertì la maggior parte degli abitanti dell’isola. Quando arrivò ad Alessandria, il sandalo di Marco, usato per il cammino, essendosi rotto, lo diede ad aggiustare ad un ciabattino di nome Aniene. Costui, stupito dalla luce straordinaria che emanava il viso dell’Apostolo, si distrasse e si punse il dito gridando:<< Un solo Dio! >>. San Marco lo guarì dalla ferita e utilizzò questa occasione per istruirlo sulla verità del solo Dio divenuto uomo per la nostra Salvezza. Aniene ascoltò con attenzione queste parole di vita e dopo aver fatto battezzare tutta la sua casa, lasciò la professione ed ogni attaccamento al mondo per divenire il più stretto collaboratore dell’Apostolo. In questa immensa città, metropoli del paganesimo e della cultura ellenica, la parola dell’Apostolo, semplice e sprovvista d’ornamenti futili e di retorica, suonò come un terremoto e i suoi miracoli confermarono la profezia del Salmo che dice:<< Il Signore metterà la parola sulla bocca di coloro che annunciano la Buona Novella con grande potenza (Salmo 67,12). Nel nome di Gesù, Luce del mondo,egli rese la vista ad un cieco e subito gli portarono malati e posseduti perché egli imponesse loro le mani.
Avanti allo spettacolo delle guarigioni compiute per la potenza di Dio, 300 pagani in un sol giorno chiesero di ricevere il Battesimo. In modo simile a Cristo, Marco resuscitò il figlio di una vedova che era andata a gettarsi in lacrime ai suoi piedi e la folla vedendo il ragazzo alzarsi, gridò:<< Non c’è che un solo Dio, il Cristo predicato da Marco! >>. La semenza evangelica cominciava a germogliare quando Marco organizzò le prime istituzioni liturgiche della Chiesa d’Egitto [6], ordinò Aniene vescovo d’Alessandria [7] insieme a tre preti per aiutarlo: Mileo, Sabino e Cerdone, sette diaconi e undici altro clero di rango inferiore, poi continuò la sua missione verso Ovest.
Da Alessandria andò a Mendesion [8] e liberò dal demone un bimbo cieco. I genitori del bambino, colmi di gioia, gli offrirono una forte somma di denaro, ma Marco la rifiutò, dicendo che la Grazia di Dio non si scambia con soldi e raccomandò loro di distribuirle in elemosina. Essendosi convertiti a seguito di questo miracolo un numero considerevole di pagani, Marco fondò in questa città una Chiesa e ordinò un vescovo, dei preti e dei diaconi, poi continuò il suo viaggio verso Cirene della Pentapoli [9], dove liberò molti pagani dalle tenebre dell’idolatria.
Egli andò poi ad evangelizzare la Libia. Dal suo arrivo nella capitale, la figlia del filarca Menodoro, che era tormentata da un demone fin dall’infanzia, entrò in una crisi furiosa che provocò la sua morte; ma la preghiera dell’apostolo la resuscitò e portò alla conversione un gran numero. Da là san Marco passò in Marmarica [10], spandendo sul suo cammino la Luce del Vangelo. Una notte il Signore gli apparve in visione e gli ordinò di tornare ad Alessandria per completare la sua missione. Malgrado i pianti e le suppliche dei nuovi convertiti che volevano trattenere il loro padre e salvatore, l’Apostolo, confermato da una nova visione, che gli annunciava di dover completare la sua missione con la gloria del martirio, si imbarcò per Alessandria, dove poté ammirare i progressi dell’evangelizzazione durante i suoi due anni d’assenza [11].
Tuttavia i pagani ed i Giudei non potevano sopportare i successi riportati dal discepolo di Cristo e, digrignando i denti, cercavano l’occasione d’arrestarlo. Un anno in cui la celebrazione della Pasqua coincideva con quella del dio Serapide, festa che gli abitanti d’Alessandria avevano abitudine celebrare con ignobili malcostumi, essi si precipitarono sul santo, mentre celebrava la Divina Liturgia e lo trascinarono fino all’anfiteatro, dove si trovava il governatore, accusandolo di pratiche magiche.
Alle accuse piene di odio l’Apostolo rispose con calma ed espose, come sua abitudine, in poche parole, la sublime dottrina della Salvezza. Sconcertato e non potendo obiettare nulla ai suoi argomenti, il governatore si rivolse verso la folla chiedendo, cosa avrebbe dovuto fare di Marco. Alcuni gridarono di bruciarlo avanti al tempio del dio Serapide, altri di lapidarlo. Finalmente, su ordine del magistrato, fu steso a terra, e con le membra squartate fu crudelmente fustigato. Poi la popolazione si impadronì del corpo del santo e gli passò una corda ai piedi, lo trascinò tutto il giorno nelle strade della città, arrossando le pietre e la terra col suo sangue. Venuta la sera, venne chiuso in prigione, dove, verso mezzanotte, un Angelo andò a confortarlo. Al mattino del sabato 4 aprile [12], i carnefici lo attaccarono ad una corda e lo trascinarono fino ad un luogo scosceso, strapiombo sul mare, di nome Bucolo [13], dove trovò la morte. Aveva allora 57 anni.
I pagani vollero bruciare il suo corpo ma un violento temporale li mise in fuga e permise ai cristiani di seppellirlo in una roccia incavata.
In seguito fu costruita una chiesa sopra la tomba del Santo Apostolo a Bucolo [14] che divenne alto luogo di pietà per i cristiani di Alessandria.
Al IX sec., il corpo di san Marco fu trasportato a Venezia nella famosa basilica a Lui dedicata.

Note:
1) Alcune antiche ma poco sicure tradizioni affermano che il giovane Marco, era il ragazzo che i discepoli, incaricati dal Signore di andare a Preparare la Pasqua, incontrarono e che portava una brocca d’acqua (Marco 14,13) e che fu nella casa di sua madre che ebbe luogo la Cena.
2) È l’interpretazione di san Giovanni Crisostomo.
3) Secondo alcuni Marco si aggiunse allora a Pietro per proclamare il Vangelo ai Giudei dispersi nel Ponto, in Bitinia, in Galazia, in Cappadocia, in Asia.
4) Secondo l’opinione comune dei Padri, san Marco fu il primo redattore del Vangelo e “l’interprete” di san Pietro. Alcuni antichi manoscritti del Vangelo di San Marco portano come sottotitolo: << MEMORIE DI PIETRO >>.
5) Dopo aver raccolto le informazioni contente nel Nuovo Testamento, riassumiamo i suoi Atti, nella loro versione estesa, di epoca bizantina. Dopo l’arcivescovo di Atene Crisostomo, che ha tentato di conciliare le due fonti nella sua “Storia della Chiesa di Alessandria” (1955), san Marco avrebbe fatto prima missione a Cirene, poi ad Alessandria. Nell’autunno dell’anno 60, sarebbe ritornato a Cirene per confermare il cristianesimo e nella primavera del 61, avrebbe raggiunto san Paolo a Roma, il quale gli avrebbe affidato una missione in Cilicia (Col. 4,10). Da Efeso ritornò a Roma con Timoteo e Paolo lo rinviò di nuovo in Asia Minore, fin nella regione evangelizzata da san Pietro. Dopo aver seguito san Pietro per qualche tempo ed essere passato per Roma avrebbe iniziato la sua seconda missione in Egitto verso la fine del 62, passando per la Cirenaica e avrebbe trovato la morte ad Alessandria, a Pasqua del 63.
6) La liturgia alessandrina detta di San Marco è di composizione posteriore, ma si ritrovano le tracce e la primitiva ispirazione dell’Apostolo.
7) Secondo vescovo d’Alessandria e successore di san Marco, san Aniene morì il 26 nocembre 86. È commemorato nei Martirologi Latini sia il 25 marzo che il 2 ottobre.
8) Oppure Mendio. Secondo gli antichi Atti questo era il luogo dove sbarcò ad Alessandria e incontrò Aniene.
9) Capitale della Pentapoli e della Cirenaica, questa grande città, allora associata a Creta dai Romani, era la più importante colonia greca d’Africa del Nord. Fu eretta a provincia indipendente da san Costantino: Libia Superiore. Dagli antichi Atti, Marco evangelizzò anche Cirene prima di arrivare ad Alessandria.
10) Questa regione ad ovest dell’Egitto, oggi deserta e incolta, era allora una prospera colonia greca.
11) Alcuni affermano che si ritirò qualche tempo per andare ad assistere a Roma al martirio di san Pietro e Paolo.
12) L a sua memoria è stata piazzata più tardi al 25, per essere sempre dopo Pasqua.
13) Dove i cristiani tenevano le loro riunioni di preghiera, secondo gli “Atti” antichi.
14) Fu là che san Pietro d’Alessandria fu martirizzato. Prima di essere giustiziato chiese di andare a pregare sulla tomba dell’Apostolo.

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 24 avril, 2018 |Pas de commentaires »

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Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2018 |Pas de commentaires »

PACE NEL MONDO, DIALOGO FRA I CRISTIANI E FRA LE RELIGIONI (2002)

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_20020107_peace-kasper_it.html

PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI

PACE NEL MONDO, DIALOGO FRA I CRISTIANI E FRA LE RELIGIONI (2002)

La pace, shalom, è al centro del messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pace, shalom nella Bibbia, non è soltanto un normale saluto quale espressione di cortesia; pace, shalom è l’escatologica promessa proveniente da Dio ed è l’augurio di benedizione fra gli uomini. Infatti Gesù Cristo stesso è la nostra pace (cfr Ef 2, 14). Benedetti da Dio in Gesù Cristo, i cristiani debbono essere fra di loro una benedizione ed una benedizione per tutte le nazioni. « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5, 9). La Chiesa è pertanto chiamata ad essere segno, strumento e testimone della pace, pace con Dio e tra gli uomini (cfr Lumen gentium, 1, 13).
Pace, giustizia e perdono
La pace tra gli uomini, quella tranquillitas ordinis insegnata da sant’Agostino, alla quale Papa Giovanni Paolo II si è riferito nel suo Messaggio per la Giornata della Pace del prossimo 1° gennaio (cfr n. 3), non va tuttavia intesa soltanto come silenzio delle armi e assenza della guerra. Essa è il frutto dell’ordine infuso nell’umana società dal suo fondatore (cfr Gaudium et spes, 78), e presuppone un impegno costante ad instaurare nel mondo la giustizia. Come afferma la Scrittura, la vera pace è « opera della giustizia » (Is 32, 17; cfr Gc 3, 18).
Per giustizia deve intendersi il riconoscimento della dignità di ogni persona, i suoi diritti umani fondamentali, la libertà di ognuno, l’assenza di discriminazioni a motivo della fede, della razza, della cultura, del sesso. Per giustizia deve intendersi il diritto di ciascuna creatura umana alla vita, alla terra, al cibo, all’acqua, ad un’educazione che la renda più pienamente consapevole di questi suoi diritti, e capace di autodeterminazione nella sua vita. Questo bene personale presuppone il bene comune, la giustizia sociale soprattutto per i poveri, l’equilibrio sociale e la stabilità dell’ordine sociale e politico.
Davanti ad un mondo contrassegnato dal peccato, dall’egoismo e dall’invidia, un mondo che troppo spesso nega con violenza la giustizia, e sconvolge, nel circolo vizioso dei conflitti, la tranquillitas ordinis, che è presupposto e sostanza della pace, non è possibile instaurare la pace senza la « sollecitudine misericordiosa e provvidenziale di Dio, che conosce le vie capaci di raggiungere i cuori più induriti e di trarre buoni frutti anche da una terra arida e infeconda » (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2002, n. 1). La pace è il dono del perdono, della redenzione e della nuova creazione; al pari dell’amore, della gioia, della penitenza, della benevolenza, della bontà, essa è frutto dello Spirito (cfr Gal 5, 22). Il regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito (cfr Rm 14, 17).
Questa speranza deve sempre più profondamente animare la nostra preghiera. La pace deve essere costantemente implorata, affinché essa ci possa essere concessa ed essere salvaguardata. Ma l’arma della preghiera rafforza anche il nostro impegno per ribaltare le situazioni di ingiustizia, e agire insieme per l’edificazione di un mondo più giusto. Guidati dalla mansuetudine di Colui che ha predicato la giustizia per i poveri del Regno, i cristiani sanno che « la capacità di perdonare è la base per fondare un progetto di società più giusta e solidale » (ibid., n. 9).
I cristiani sanno che l’odio etnico, razziale, religioso, la spirale di violenza che colpisce, indistintamente, vittime e carnefici, può avere un antidoto: il perdono. Soltanto il perdono, infatti, ci situa al di sopra delle accuse; ci permette di non colpevolizzare, a causa di pochi, interi popoli; di non far ricadere sui figli le colpe dei padri. Il perdono, che dipende da ciascuno di noi, può ristabilire la giustizia e condurci da una situazione di guerra a una condizione di pace.
Riconciliazione e pace fra i cristiani
Proprio su questo argomento del legame fra pace, giustizia e perdono si situa l’importanza del dialogo ecumenico e della collaborazione dei cristiani tra di loro. « Di fronte al mondo, infatti, la loro azione congiunta nella società riveste il trasparente valore di una testimonianza resa insieme al nome del Signore » (Ut unum sint, 75). Ma non soltanto. Oppressi dalla loro storia di dispute e di scontri, colpevoli di aver a volte predicato ed imposto il Vangelo di Cristo anche con le armi, i cristiani hanno iniziato, soprattutto in questo secolo, l’impegnativo e lento cammino del loro reciproco perdono. Non c’è ecumenismo senza conversione e perdono (cfr ibid., 15 s, 33). La vergogna e l’interiore ravvedimento per lo scandalo della divisione, ravvedimento che lo Spirito suscita, sono alla base del movimento ecumenico (cfr Unitatis redintegratio, 1).
Oggi i cristiani hanno varcato la soglia del terzo millennio, e si trovano di fronte ad una scelta impegnativa, difficile, essenziale. L’impegno ecumenico, la promozione dell’unità dei cristiani è una delle grandi sfide e dei compiti più urgenti all’inizio del nuovo millennio (cfr Novo Millennio ineunte, 12, 48). I cristiani sono chiamati a « promuovere una spiritualità della comunione » (ibid., 43 s), ed essere così « luce del mondo », « città collocata sopra un monte » (Mt 5, 14).
Predicano il perdono, questa forma particolare dell’amore (cfr Messaggio, cit., n. 2), e faticosamente la applicano a loro stessi, alle loro Chiese in Oriente ed in Occidente. Dialogare, incontrarsi, purificare le loro memorie, è per le Chiese un atto di coraggio ed un gravoso impegno.
Esse sanno che « la coerenza e l’onestà delle intenzioni e delle affermazioni di principio si verificano applicandole alla vita concreta » (Ut unum sint, 74). Ciò le sollecita, nell’attuale situazione, ad avere tra loro un comportamento esemplare, che rechi al mondo una testimonianza di perdono, di concordia, di dialogo, che esige di essere ancora più profondo quando le divergenze sembrano insormontabili.
Le Chiese, malgrado le perduranti divisioni, grazie all’esperienza di dialogo che esse stanno vivendo, hanno potuto, fino ad oggi, almeno dimostrare che il processo di purificazione della memoria del loro passato genera a poco a poco un’evoluzione che fa prevalere « la legge « nuova » dello spirito di carità. La « fraternità universale » dei cristiani è diventata una ferma convinzione ecumenica » (ibid., 42). Vivono già in una comunione reale e profonda, sebbene essa non sia purtroppo ancora perfetta (cfr ibid., nn. 11-14). Nella testimonianza e nel servizio della pace, essi possono e debbono, già oggi, collaborare strettamente tra di loro.
Dialogo ecumenico e dialogo interreligioso
L’atteggiamento delle Chiese e la predisposizione al perdono, che esse applicano alle loro reciproche relazioni, deve indurle a dialogare insieme con le altre religioni e le altre culture affinché la morale ecumenica che esse ricercano nel loro agire, si rifletta sui rapporti e sul dialogo con le altre religioni, verso una collaborazione che valga a riaffermare i valori della vita e della cultura umana.
Il dialogo ecumenico ed il dialogo interreligioso sono connessi e legati, ma non si identificano l’uno con l’altro. Esiste tra i due una differenza specifica e qualitativa, e perciò non vanno confusi. Il dialogo ecumenico non si fonda soltanto sulla tolleranza ed il rispetto dovuto ad ogni convinzione umana e soprattutto religiosa; né esso si fonda soltanto su un filantropismo liberale o una mera cortesia borghese; al contrario, il dialogo ecumenico è radicato nella comune fede in Gesù Cristo e nel reciproco riconoscimento del battesimo per mezzo del quale tutti i battezzati sono membri dell’unico Corpo di Cristo (cfr Gal 3, 28; 1 Cor 12, 13; Ut unum sint, 42) e possono pregare insieme, come ci ha insegnato Gesù, « Padre nostro ». Nelle altre religioni, la Chiesa riconosce un raggio di quella verità « che illumina ogni uomo » (Gv 1, 9), ma che soltanto in Gesù Cristo è rivelata nella sua pienezza; solo lui è « la via, la verità e la vita » (Gv 14, 6; cfr Nostra aetate, 2). È pertanto ambiguo riferirsi al dialogo interreligioso in termini di macroecumenismo o di una nuova e più vasta fase dell’ecumenismo.
I cristiani e i seguaci delle altre religioni possono pregare, ma non possono pregare insieme. Ogni sincretismo è escluso. Nondimeno essi condividono il senso ed il rispetto di Dio o del Divino ed il desiderio di Dio o del Divino; il rispetto per la vita, il desiderio della pace con Dio o con il Divino, tra gli uomini e nel cosmo; essi condividono molti valori morali. Possono e debbono collaborare per difendere e promuovere insieme, a vantaggio di tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà. Ciò vale particolarmente per le religioni monoteiste, che vedono in Abramo il loro Padre nella fede.
L’invito per la Giornata di preghiera per la pace nel mondo è un modo per riaffermare tutto questo. La Chiesa cattolica considera questa partecipazione un’occasione utile per testimoniare insieme che « i cristiani si sentono sempre più interpellati dalla questione della pace » (Ut unum sint, 76).
Applicando i criteri della ricerca della loro propria unità, i cristiani rispettano le altre religioni. Essi sanno che la « legge nuova » dello spirito di carità incoraggia all’accoglienza, non esclude la legittima diversità. Essi sanno di avere in comune, con le altre religioni, l’arma della preghiera per implorare la pace.
Di fronte al male terribile dell’assenza di pace, di fronte all’infinita catena di lutti che reca la guerra, esse sanno di avere una sola alternativa: dare una testimonianza di reciproco perdono e di tranquillitas ordinis tra loro. Così chiediamo a tutti di percorrere con noi la stessa via di speranza verso la giustizia, la riconciliazione e la pace.

Card. WALTER KASPER
Presidente

Publié dans:PACE NEL MONDO (LA), Vaticano (dal |on 23 avril, 2018 |Pas de commentaires »

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Publié dans:immagini sacre |on 20 avril, 2018 |Pas de commentaires »
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