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IL RISCATTO DELLE EMOZIONI DELL’UOMO REDENTO – OPERA DELLO SPIRITO SANTO

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IL RISCATTO DELLE EMOZIONI DELL’UOMO REDENTO – OPERA DELLO SPIRITO SANTO

(sito Evangelico)

Inviato da alex il Lun, 24/08/2015

TOZER A.W.
Spirito Santo

Un’altra qualità del Fuoco che abita in noi è l’emozione. Questa espressione deve essere compresa alla luce di ciò che è stato detto avanti intorno alla imperscrutabilità di Dio. Ciò che Dio è nella sua essenza non può essere scoperto e non può essere espresso con un linguaggio umano, ma quelle qualità di Dio che si possono considerare razionali, e che perciò possono essere ricevute dall’intelletto, sono state liberamente espresse nelle Sacre Scritture. Queste non ci dicono ciò che Dio è, ma ciò a cui Egli assomiglia, e la somma di queste qualità costituisce un quadro ideale dell’Essere Divino visto come in lontananza ed attraverso ad un vetro iannebbiato.
Ora la Bibbia ci insegna che in Dio vi è qualche cosa di simile all’emozione. Egli prova qualche cosa che assomiglia al nostro amore, qualche cosa che assomiglia al nostro dolore ed alla nostra gioia. E non dobbiamo avere timore di proseguire in questa concezione di ciò a cui Dio assomiglia. La fede potrebbe facilmente dedurre che dato che noi siamo stati creati a Sua immagine, Egli dovrebbe avere qualità simili alle nostre. Ma tale deduzione, anche se può soddisfare la nostra mente, non è la base della nostra fede.
Dio ha detto certe cose intorno a se stesso, e queste forniscono tutte le basi di cui noi abbiamo bisogno.
« L’Eterno, il tuo Dio, è in mezzo a te come un Potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per via di te, si acqueterà nell’amor suo, esulterà, per via di te, con gridi di gioia » ( Sofonia 3. 17).
Questo è solo un versetto fra i mille che ci serve a formare il quadro razionale di ciò a cui Dio è simile; esso afferma che Dio prova qualche cosa somigliante al nostro amore e alla nostra gioia e che ciò che Egli sente lo spinge ad agire in maniera assai vicina a quella in cui agiremmo noi in simili circostanze. Egli si rallegra di coloro che ama con gioia e con canti. Questa è un’emozione collocata sul piano più elevato possibile, perchè sgorga dal cuore stesso di Do.Il sentimento, quindi, non è un figlio degenere dell incredulità, quale viene spesso dipinto da alcuni che insegnano la Bibbia. La nostra capacità di provare dei
sentimenti è uno dei contrassegni della nostra origine divina. Non dobbiamo vergognarci nè delle nostre lacrime nè del nostro riso. Il cristiano stoico che ha soffocato i suoi sentimenti è uomo solo per due terzi: una terza parte assai importante è stata ripudiata.
I sentimenti santi ebbero sempre una parte molto importante nella vita del nostro Signore. Per la letizia che gli era posta innanzi » sofferse la croce e sopporto il vituperio ». Egli si descrive in atto di esclamare: « Rallegratevi meco, poichè ho ritrovato la mia pecora che era perduta ». Nella notte della Sua agonia Egli « cantò un inno » prima uscire per recarsi al Monte degli Ulivi. Dopo la resurrezione Egli canta in mezzo ai Suoi fratelli (Salmo 22.22) nell assemblea. E se il Cantico dei Cantici si riferisce a Cristo (come la maggioranza dei cristiani crede) come possiamo fare a meno di sentire il suono della Sua gioia mentre
porta la Sua sposa a casa alla fine della notte e dopo che le tenebre si sono dissipate?
Una delle più grandi calamità che il peccato ci ha procurate è la degradazione delle nostre normali emozioni. Ridiamo di cose che non sono buffe; ci compiacciamo di atti che sono contrari alla nostra dignità umana; e ci rallegriamo di oggetti che non
dovrebbero avere alcun posto nelle nostre affezioni. L’obiezione ai « piaceri del peccato » che ha sempre caratterizzato i veri santi, è in fondo semplicemente una protesta contro la degradazione delle nostre emozioni di uomini. Ad esempio, il fatto che il giuoco possa assorbire gli interessi di uomini fatti ad immagine di Dio, è sembrato una orribile perversione delle nobili possibilità dell’uomo; che lalcool debba essere necessario per stimolare i sentimenti del piacere è stato considerato una specie di prostituzione: che gli uomm1 debbano volgersi ad un teatro costruito dall’uomo per trovarvi godimento è sembrato un affronto a Dio che ci ha posti al centro dell’universo con il compito di rappresentarvi la più alta opera drammatica.
I piaceri artificiali del mondo sono tutti la dimostrazione che la razza umana ha in gran parte perduto la capacità di godere i veri piaceri della vita ed è forzata a sostituirli con gioie false e spesso degradanti.
L’opera dello Spirito Santo, fra laltro, consiste nel riscattare le emozioni dell’uomo redento, nel rimettere le corde alla sua arpa e nel riaprire le fonti della gioia santa che sono state occluse dal peccato.
E che Egli compie questa opera ne rendono unanime testimonianza tutti i santi. Questo é perfettamente coerente con tutta la condotta tenuta da Dio nella Sua creazione. Il piacere puro è una parte della vita, una parte tanto importante che è difficile vedere come la vita umana potrebbe essere giustificata se dovesse essere vuota di sentimenti piacevoli.
Lo Spirito Santo colloca un’arpa eolia alla finestra della nostra anima, affinchè i venti del cielo la possano far vibrare in una dolce melodia, capace di accompagnare armoniosamente i compiti umili ai quali potremo essere chiamati. L’amore spirituale di Cristo farà risuonare continuamente la Sua musica nei nostri cuori e ci darà la possibilità di rallegrarci anche nei nostri dolori.

Tratto dal libro:
La conquista divina di A.W. Tozer

LA CROCE DI CRISTO RIVELA L’AMORE DI DIO PER IL MONDO

http://www.collevalenza.it/CeSAM/08_CeSAM_0168.htm

LA CROCE DI CRISTO RIVELA L’AMORE DI DIO PER IL MONDO

Gennadios Zervos*

Se l’uomo di oggi vedrà con serenità e senza complessi la Croce di Cristo, scoprirà veramente l’ineffabile amore di Dio Trino; scoprirà che, grazie a questo amore divino, la croce di Cristo rivela a lui, in modo meraviglioso, l’acquisto della sua libertà, della sua salvezza, della sua unità con Dio.
La croce di Cristo è il mistero della divina filantropia, il pegno della divina pietà e salvezza, la più terrena e tangibile immagine della Croce celeste dell’amore[1].
In realtà è la più genuina, amorosa risposta di Dio alla pazzia dell’uomo, il quale, peccando, ha scelto da sé stesso la più pesante condanna: la morte.
La croce rivela e afferma che l’uomo è nato soltanto per desiderio dell’amore del Dio Trino e si salva nella passione del suo amore soprannaturale.
La Chiesa Ortodossa particolarmente durante la Quaresima Pasquale, dedica una settimana proprio per la venerazione della Croce[2] per far capire ai suoi fedeli-membri, due cose amabili:
1) Senza la Crocifissione è impossibile incontrare Cristo, Crocifisso e Risorto per il suo amore verso l’uomo.
2) Incoraggiare con fedeltà gli ortodossi e assicurare loro che la Crocifissione è “una morte vivificante di amore” ed “una Resurrezione che ha la forma della Croce”, la quale ha come inizio e fine l’amore del Dio Trino.
La Croce di Cristo, nella quale abbiamo la più potente rivelazione dell’amore divino, ed ancora abbiamo la più grande e la più sacra rivelazione del sacramento dell’amore, è il mistero della invincibile debolezza di Dio verso la sua prediletta creatura, l’uomo. Dio è invincibile nella sua debolezza del suo amore, il quale sulla Croce si rivela come il più vero ed unico compimento, come la più vera ed unica manifestazione di amore verso l’umanità.
Mentre sulla Croce di Cristo si rivela l’ineffabile amore di Dio, il quale, come è stato detto prima, è per l’uomo libertà, salvezza, unità e resurrezione, Dio su questo sacro legno della Croce scopre sé stesso come “Dio debole e abbandonato”.
Certamente su questa soprannaturale verità della rivelazione dell’amore di Dio per l’interesse morale e spirituale dell’uomo ed in genere per la sua salvezza, la Croce si presenta nel mondo da una parte come “follia” e “scandalo” e dall’altra come “sapienza” e “potenza”[3].
Dal punto di vista umano sotto il primo aspetto è una cosa paradossale; è una forte tentazione. Sotto il secondo aspetto è una vera testimonianza, della potenza dell’amore del Dio Trino, il quale cancella ogni oscurità, apre nuove uscite e dà la grandiosa speranza per vincere ogni ostacolo mortale ed ogni difficoltà del mondo che portano alla disperazione e alla distruzione.
L’impeccabile amore divino sulla croce libera l’uomo dalla schiavitù di satana e vince il principe della morte; vincendo con la sua filantropa sapienza il dolore e la povertà, la schiavitù e la mortalità; trasforma l’universo[4] e dona la salvezza soltanto con Cristo: «Siamo salvati non per mezzo della legge, ma per mezzo della divina compassione»; «il regno dei cieli non è la ricompensa delle nostre opere, ma la grazia del Signore preparata per i servi fedeli”[5], i quali in seguito diventano figli.
Da questo momento comincia per l’uomo una nuova vita, caratterizzata dai suoi eterni frutti: vittoria, gioia, resurrezione, immortalità, esultanza pasquale ed eternità.
Così la croce non è più il simbolo della condanna e della morte, ma il simbolo della grazia e della vita, non è più il legno della sofferenza, ma l’albero dell’immortalità, non è più lo strumento dell’infamia ma il segno della gloria; non è più disperazione e sconfitta, ma è speranza e forza; non è più causa di lutto, ma fonte della consolazione pasquale per vivere in eternità; “E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato”[6]. Perciò la santa Croce viene celebrata inseparatamente con la Resurrezione nel mistero della Divina Economia.
I cori Bizantini della Chiesa Ortodossa cantano durante la terza settimana della Quaresima Pasquale: “Venite ad adorare l’amore della nostra vita… la Croce di Cristo, nostro Dio, per cui la morte è stata colpita… per noi volontariamente ha sofferto tutto per salvare il mondo”.
Un altro antico inno della Chiesa Ortodossa, che si canta nella terza Domenica della Quaresima Pasquale, dice: “Cristo, il Re della gloria che volontariamente stese le mani (sulla croce) ci ha esaltati fino all’originaria beatitudine: noi ce (eravamo stati) conquistati all’inizio dal nemico per mezzo del piacere, il quale ci ha esiliati da Dio”[7].
“Vediamo oggi compiersi un tremendo e straordinario mistero! L’inafferrabile viene arrestato; colui che libera Adamo dalla maledizione viene legato; colui che scruta i cuori e i nervi ingiustamente è sottoposto ad inchiesta. E’ chiuso in prigione colui che chiude l’abisso. Compare davanti a Pilato colui davanti al quale stanno tremanti le potenze celesti. Il creatore è schiaffeggiato dalla mano della creatura. E’ condannato al legno colui che giudica i vivi e i morti. Viene chiuso nel sepolcro lo sterminatore dell’Ade. Gloria a te, Signore, paziente che sopporti tutto con amore per salvare tutti dalla maledizione”[8].
S. Giovanni Damasceno insegna che “ogni azione e ogni miracolo di Cristo è divino e meraviglioso, però il più meraviglioso di tutti è la sua Croce; perché nessun‘altra cosa ha domato la morte, ha espiato la prima coppia, ha spogliato l’Ade, ha portato la resurrezione, ha donato la forza di vincere la stessa morte, ha preparato il nostro ritorno alla primiera benedizione, ha aperto la porta del paradiso, ha messo la nostra natura a sedersi alla destra di Dio e ci ha fatto suoi figli, quanto la Croce del nostro Signore Gesù Cristo”[9].
Infatti la pienezza della rivelazione della Croce che è la rivelazione dell’amore di Dio nel mondo per l’uomo consiste nel fatto che sul legno non è stata crocifissa una qualsiasi persona, un uomo innocente, ma il “Re della Gloria”, il Dio dell’amore e della salvezza.
Il vescovo Ilia Miniatis, grande predicatore durante i tempi della schiavitù turca, dice: «Il mondo ha visto due cose straordinarie e curiose: un Dio che è diventato uomo e questo stesso Dio e Uomo che si è innalzato sulla croce per la salvezza dell’uomo».
La Croce da una parte, secondo S. Giovanni Crisostomo è l’”inizio della salvezza dell’uomo”, “causa di innumerevoli beni”[10], perché “salvò e trasformò il mondo, scacciò l’errore, introdusse la verità, cambiò la terra in cielo, fece gli uomini angeli”[11]. E dall’altra parte secondo S. Cirillo di Gerusalemme “ogni opera di Cristo è gloria della Chiesa universale, ma gloria delle glorie è la Croce”[12] rivelando (essa) nel mondo il suo infinito amore per l’uomo, riconcilia di conseguenza l’amore con l’immortalità che possedeva l’uomo prima della sua caduta nel peccato e l’immortalità con la vita, che sono frutti eterni, doni divini, dati dal Dio Trino all’uomo salvato.
Desidero chiudere questo nostro incontro, questa nostra conversazione con quei filantropi e amorosi detti del Grande Martire della salvezza dell’umanità, con gli ultimi sette sapienti discorsi d’amore, benché il maggior tempo del suo martirio sulla croce l’ha passato in silenzio, discorsi detti da Lui che “non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca”[13].
Questi ultimi sacri discorsi dell’amore crocifisso sono in verità un testamento autentico, una ricapitolazione della dottrina del Salvatore dell’umanità; è la più profonda e la più grande espressione e manifestazione dell’amore di Dio verso l’umanità; è il corollario dell’amore di Dio che si rivela nel mondo.
l regno”[16].
3) “Donna, ecco il tuo Figlio!” – “Ecco la tua Madre”[17].
Cristo sulla Croce considerando sé stesso abbandonato da Dio-Padre, nella solitudine della sua Passione, dimenticando sé stesso, non avendo nessun altro aiuto, rivolge i suoi pensieri agli altri. Quando l’hanno crocifisso, lui era mediatore per i suoi crocifissori. Quando lo rimproveravano, lui dava promessa al ladro riconoscente. Quando era l’ora di consegnare il suo spirito dimentica il suo dolore, la sua sofferenza e pensa con amore particolarmente a sua madre.
4) “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”[18].
Senz’altro questo meraviglioso discorso racchiude in sé un oceano intero di teologia.
Anche con questo discorso la croce rivela in verità l’amore ineffabile di Dio verso la sua creatura.
Cristo sulla Croce soffre per i peccati dell’uomo e per salvare l’uomo è diventato “maledizione”. E’ possibile dimenticare questo sacrificio di amore genuino?
5) “Ho sete”[19].
La croce rivela anche questa volta questo amore superumano: il Crocifisso ha sete per la salvezza dei suoi crocifissori, per la diffusione del vangelo, per l’unità dell’umanità.
6) “Tutto è compiuto”[20], in greco: “Tetélestai”.
Il tremendo martirio con le diverse sofferenze si è compiuto. Però con il compimento del martirio e la fine della sua salvifica missione è stato sconfitto satana, e il sangue di Cristo ha purificato l’uomo e l’ha fatto diventare figlio di Dio, donando la salvezza.
7) “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”[21].
Questo discorso è una voce trionfale, piena di amore infinito, da una parte, verso il Padre, perché “mostra che l’anima del Signore gode di nuovo della paterna comunione e serenità”[22], compiendo così la grandissima opera della volontà di Dio e dall’altra parte verso l’uomo, perché quando prima Cristo, invocando il Padre, diceva: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” mostrandosi così come “garante, pagando il debito[23] dell’uomo, ha inizio la Redenzione, il glorioso preludio della Resurrezione che vince sul peccato e sulla morte e dona all’uomo la vita. Così come canta la Chiesa Ortodossa: “Cristo è risorto dai morti, calpestando la morte con la morte e donando la vita ai morti nei sepolcri”[24]; “Festeggiamo la morte della morte, la distruzione dell’Ade, l’inizio della vita diversa, eterna, e con esultanza inneggiamo a Colui che ne è la causa, l’unico Dio benedetto dai Padri e glorificato”[25]; “Venite nel lieto giorno della Resurrezione a partecipare vivamente al frutto della vite, alla divina esultanza, al regno di Cristo, inneggiando a lui, Dio nei secoli”[26].
Con questo ultimo discorso che è soltanto una frase in cui abbiamo la pienezza dell’amore divino ed ancora un capolavoro modello di preghiera e di comunione con Dio, la croce di Cristo che in verità rivela al mondo l’amore e la verità, la speranza e la pace, la salvezza e l’eternità, oggi si presenta nel mondo come una contestazione permanente all’anormale situazione dei cristiani ancora divisi.
Però nello stesso tempo è un appello potente, senz’altro l’unico alla ricomposizione della piena unità. E’ un appello continuo a portare ai popoli l’annuncio della riconciliazione, della pace, dell’amore e dell’unità, opera di Cristo per mezzo della sua Croce.
Un uomo spirituale induista, in una conversazione privata, confessava ad un Arcivescovo Ortodosso che Cristo Crocifisso, dal punto di vista della sua religione, era la verità più forte del cristianesimo. Se i fedeli delle varie Chiese, diceva e, perché no, delle varie religioni venissero a scambiare le loro riflessioni ai piedi della croce, allora forse si incontrerebbero sull’essenziale per il bene, la pace, l’amore e l’unità del mondo.
E’ cosa buona che la Cristianità divisa, vivendo oggi la tragedia della separazione, ma anche la necessità di superare quest’anormale situazione nel seno della Chiesa di Cristo, approfondisca il senso spirituale della Croce, la quale costituisce l’unico inizio, il vero mezzo ed il fine principale per realizzare la volontà di Dio: “Che tutti siano una sola cosa”.

* Omelia di Zervos S.E. Mons. Gennadios, vescovo ortodosso di Kratias, nella celebrazione ecumenica, commentando: Is. 49, 14-16; Sal 102; Rom. 5, 6-11; Gv. 3, 14-17

NOTE SUL SITO

LA VITA NUOVA NASCE DA UNO SGUARDO CHE SALVA-GUARDA

http://www.zenit.org/it/articles/la-vita-nuova-nasce-da-uno-sguardo-che-salva-guarda

LA VITA NUOVA NASCE DA UNO SGUARDO CHE SALVA-GUARDA

Invito alla lettura di « Un Dio umano »

Roma, 13 Novembre 2013 (ZENIT.org)

«Una delle verità capitali del cristianesimo, oggi particolarmente misconosciuta da tutti, sta nel fatto che è lo sguardo a salvare», quest’affermazione della filosofa ebrea Simone Weil che capta una dimensione essenziale del cristianesimo costituisce anche uno dei leitmotiv della riflessione del nostro collega a Zenit Robert Cheaib nel suo nuovo libro Un Dio umano. Primi passi nella fede cristiana. Il principio-amore che costituisce l’essenza del cristianesimo si traduce in uno sguardo che non condanna ma che salva-guarda e la salvezza è anche l’esperienza di un’anima che riesce a sollevare lo sguardo a risorgere verso la dignità dei figli di Dio. Nelle parole di Simone Weil: «Lo sforzo attraverso il quale l’anima si salva somiglia a quello per mezzo del quale si guarda, per mezzo del quale si ascolta, per mezzo del quale una fidanzata dice di sì. È un atto di attenzione e di consenso». Di seguito un piccolo assaggio del libro.

* * *
Nella vita quotidiana ci sfioriamo con gli sguardi. Ci fissiamo per prepotenza, manteniamo lo sguardo per cortesia o ci perdiamo negli occhi dell’altro per amore. Lo sguardo è una meraviglia misteriosa. Quando guardi chi ti guarda, ti rendi conto che non dovresti trattare l’altro come un oggetto. L’altro è una presenza, è un «tu». Lo sguardo, però, può essere indiscreto, un giudizio ancor più spietato delle parole.
Ciò che vale per le persone si applica anche alla nostra percezione dello sguardo di Dio. Jean-Paul Sartre, un filosofo esistenzialista ateo, racconta che, una volta, nella sua infanzia, mentre stava giocando con i fiammiferi ha bruciato un piccolo tappeto. In quell’istante, mentre cercava di nascondere le tracce del delitto, ha sentito «lo sguardo di Dio all’interno della sua testa e sulle sue mani». Era «orribilmente visibile» agli occhi di quel Dio. Sartre si è infuriato contro tale «indiscrezione» e ha bestemmiato e da allora, racconta: «Dio non m’ha più guardato». Non c’è da meravigliarsi se quell’uomo è diventato ateo! Uno sguardo onnipresente di questa aggressività è insostenibile, è diabolico! Non è affatto questo lo sguardo di Dio nei vangeli.
Nella pericope di Gv 1,35-51 c’è una grande intensità di sguardi: il Battista «fissa lo sguardo su Gesù» e i due discepoli sono chiamati a venire e vedere. Ma lo sguardo che conta e che non solo guarda ma salva-guarda è quello di Gesù. È lo sguardo luminoso che illumina i vari incontri. Il climax di questo gioco di sguardi è l’incontro con Natanaele.
Filippo – uomo semplice ed entusiasta – annuncia all’amico Natanaele: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret!». Natanaele, l’intellettuale, coglie la palla al balzo per mostrarsi saccente: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». «Vieni e vedi!». Natanaele viene a vedere Gesù, non per curiosità, né per convinzione, ma per sfida, come se dicesse a Filippo: «Vengo, vedo e vinco il tuo abbaglio». Gesù, intanto, vede Natanaele ed elogia la sua integrità. Ma questi, diffidente, replica: «Come mi conosci?». Gesù risponde: «Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto l’albero di fichi».
La risposta suscita in Natanaele una reazione a prima vista esagerata. Lo scettico saccente, infatti, confessa la divinità di Gesù: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele!». Cosa è successo?
È difficile compenetrare fino in fondo il valore di quest’esperienza; è certo però che la frase di Gesù non è stata una localizzazione spazio-temporale. Gesù ha visto Natanaele nella sua essenza, nella sua dimora spirituale, come persona assetata della verità, come uomo in cammino (homo viator), un cuore giovane che cerca il volto di Dio.
Il midrash Rabbah racconta che a volte i rabbini insegnavano e studiavano sotto un albero di fichi. Natanaele stava forse gustando la parola di Dio, stava cercando lo sguardo di Dio, la sua visuale, la sua visione. Ed ecco che si scopre cercato prima di essere cercatore, visto con amore prima di vedere.
Gesù coglie e accoglie questo desiderio, questa passione divina in Natanaele. Da qui possiamo immaginare lo sguardo di Gesù. Non uno sguardo scrutatore di fredda curiosità, o di giudizio e condanna, ma lo sguardo che salva-guarda. Il salmista ci insegna che Dio ci guarda, scruta e conosce, ci vede con amore mentre ancora siamo informi, trasformandoci in una meraviglia stupenda (cf. Sal 139). Quello sguardo divino, Natanaele l’ha visto negli occhi di Gesù.
Quando qualcuno ci avvolge con uno sguardo caldo, la nostra vita è visitata, siamo improvvisamente strappati dall’anonimato e dalla solitudine esistenziale. Agli occhi di Gesù si applica in modo eccellente ciò che dice il filosofo francese Jean-Louis Chrétien: «L’ascolto è più congeniale allo sguardo dell’udito». Gesù ascolta, accoglie e ama con i suoi occhi. Lo sguardo di Gesù trasmette, guarda dentro e ama; così nell’episodio del giovane ricco: «Gesù lo guardò dentro e lo amò» (emblepsas autō ēgapēsen auton) (Mc 10,21).
Giacomo Biffi osserva che l’esistenza di Pietro è segnata da due sguardi trasformanti. Il primo risale al primo incontro con Gesù, il quale, «fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa che significa Pietro”» (Gv 1,42). Il secondo sguardo è dopo il triplice rinnegamento di essere discepolo di Gesù e il canto del gallo, quando «il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro… uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).
Non è facile sostenere lo sguardo, soprattutto quello di Dio. Abbiamo troppi pregiudizi inculcati dagli ammonimenti dell’infanzia e dalla voce del serpente che sussurra nel giardino di ogni cuore parole di diffidenza nei confronti di Dio: l’abbiamo visto in Sartre che afferma che lo sguardo dell’altro ferisce, è pericoloso, uccide.
Il vangelo, però, è la «buona notizia» sullo sguardo misericordioso di Dio. Thérèse di Lisieux, che ha colto lo sguardo di Dio nella sua verità, ebbe a dire in un suo poema intitolato Mon Ciel à moi: «Lo sguardo del mio Dio, il suo splendido sorriso. Ecco il mio Cielo!». Da qui si capisce quel che Balthasar scrive: «La santità consiste nel tollerare lo sguardo di Dio».

Non è facile lasciarsi guardare, lasciarsi amare soprattutto laddove noi stessi non riusciamo a guardarci e amarci. A volte ci capita di essere elogiati da qualcuno per qualità che non vediamo in noi stessi. In quei momenti, siamo attraversati da due sentimenti contrastanti: siamo contenti di essere amati e apprezzati, ma, al contempo, serpeggia dentro di noi un senso di tristezza che ci spiffera cinicamente: «Se ti conoscesse veramente, non penserebbe questo di te».
Gesù conosce nel profondo Natanaele, conosce ognuno di noi, ci guarda come quel giovane del vangelo e ci ama. Lui è fatto così: non ci ama perché siamo degni, ma ci rende degni perché ci ama.
A Gesù si applicano in modo pieno le parole sull’amore di Jean Vanier, il fondatore della comunità L’arche che si occupa dei disabili mentali: «Amare qualcuno è rivelargli la sua bellezza».
Gesù guarda l’uomo e il suo sguardo creatore effonde in lui la bellezza originaria e originale di Dio. Lo sguardo di Gesù restaura l’immagine ferita di Dio.
Se il cuore è pronto, basta solo uno sguardo d’amore per risorgere.

(13 Novembre 2013) © Innovative Media Inc.

LA SACRA SCRITTURA (LO STUDIO DELLA)

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/insegnamenti/scrittura.htm

LA SACRA SCRITTURA (LO STUDIO DELLA)

“Chi ha l’irremovibile principio della verità dentro di sé, quel principio che ha ricevuto attraverso il battesimo, conosce benissimo i nomi, le parole e le parabole delle Scritture ma non conosce l’irriverenza… In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto (…) la fede, …, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede nello stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca. Infatti, se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico”. Sant’Ireneo, Adversus haereses, 1 10.
La Sacra Scrittura contiene la Parola di Dio. Dio parla e gli uomini ascoltano. Questo è vero. Questa frase però non esprime in maniera sufficiente tutta la verità della Rivelazione di Dio nella Sacra Scrittura, siccome questa ultima descrive le opere di Dio che si sono dimostrate salvatrici per gli uomini e per l’umanità, interpreta tali opere e tramanda agli uomini il loro senso esatto. La Sacra Scrittura è la “parola di Dio” per la nostra grazia. Dio agisce e parla attraverso la Scrittura e noi non solo sentiamo, ma partecipiamo anche a ciò che Dio fa per noi.
1. Le opere salvatrici di Dio realizzate per noi, come pure la loro corretta interpretazione, si esprimono per la nostra grazia attraverso il Culto. E’ volontà di Dio. Il culto cristiano è inconcepibile fuori dall’ambito dell’Alleanza di Dio con noi. L’Alleanza di Dio è un evento storico che nel Culto e attraverso il “ricordo” si ripete e s’interpreta in maniera esatta nelle Letture e nella Predicazione. La Sacra Eucaristia costituisce il nucleo di tale “ricordo”. Le letture Liturgiche o di altro tipo mirano solo all’interpretazione del significato della Liturgia o dei Misteri, vale a dire delle opere salvatrici che Dio creò per noi nell’Eucaristia, nel Battesimo, nel Matrimonio, nell’Ordinazione ecc.
Di conseguenza, il Culto e la Sacra Scrittura sono due cose strettamente collegate tra loro. Non possiamo capire correttamente l’una senza l’altra. Lo studio della Scrittura fuori del sacro mistero che si realizza nella Liturgia, apre più possibilità affinché la Parola di Dio diventi la parola dell’uomo. Il Verbo di Dio va da Dio in direzione dell’uomo o dell’umanità, mentre la parola dell’uomo va dall’uomo verso il suo prossimo. La parola dell’uomo è la parola del mondo e dei filosofi ed è autonoma e auto-evidente. Il Verbo di Dio non si basa sugli uomini, ma su Colui che trasmette la parola agli uomini. La Parola di Dio si basa sulla forza di Dio e non è né autonoma né auto-evidente, almeno nella maniera in cui si presenta la parola dell’uomo. La parola dell’uomo è la nostra parola, mentre il Verbo di Dio è la Parola che Dio vuole e offre agli uomini. Il Verbo di Dio non è quello che siamo noi dal punto di vista spirituale, politico o sociale, ma quello che ci invita a diventare. Si tratta di un invito al pentimento e alla trasformazione. Il Verbo di Dio giudica l’uomo e lo sottopone al giudizio. In questa maniera l’uomo entra in comunione con Dio attraverso la parola. L’Incarnazione del Verbo nella persona di Cristo realizza l’unione e Cristo rappresenta la via, la vita e la verità. Attraverso il Verbo di Dio, l’uomo non diventa lui stesso la Verità, ma si avvicina o meglio comunica e si unisce con la verità. Inoltre, il Verbo di Dio non rappresenta per l’uomo una verità fuori del tempo e della realtà, al contrario rappresenta un posizionamento nell’ambito della storia e di specifiche condizioni e bisogni dell’uomo. Di conseguenza, il Verbo di Dio s’incarna nelle condizioni specifiche in cui vive l’uomo e nell’ambito della Chiesa. L’uomo può accettare o rinnegare il Verbo. Così, quando lo rinnega si sottomette ad un altro “signore” siccome perde la propria libertà. Al contrario, quando lo accetta partecipa alla libertà. Origene presenta la Sacra Scrittura come il Verbo di Dio incarnato. In questa maniera, si avvicina all’uomo non solo come illuminazione ma anche come forza (“… perché il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza” 1 Corinzi 4, 30), portando la rivoluzione e non solo la pace.
2. La Rivelazione di Dio si realizza nella storia e si sviluppa attorno ad un centro da cui s’illumina. Avendo, cioè, come punto di partenza la persona e l’opera di Gesù Cristo, tutta la storia della divina Rivelazione si riassume nell’esperienza di Dio come quell’origine del mondo e della storia umana che ama, salva e conduce l’umanità al suo completamento storico. Tutto ciò avviene malgrado la presenza dell’irrazionalità, del fallimento, della disperazione, della perversione e dell’annientamento nella vita dell’uomo e nella storia dei popoli. Questo contenuto redentore si realizza concisamente dalla Sacra Eucaristia. Storia ed Eucaristia sono indissolubilmente collegate.
La Rivelazione della verità di Dio, non è solo la visione – ricca di significato – della realtà che si acquisisce attraverso la storia contrapponendosi alla menzogna, al logorio e alla morte, ma anche la consapevolezza della possibilità di poter concretizzare tale concetto sorpassando, con la fede, le potenze negative della vita. La Rivelazione rappresenta in sostanza per l’uomo o per l’umanità la creazione di un nuovo potenziale di vita. Questo potenziale non ha solo le caratteristiche di una vittoria sugli elementi negativi della vita da parte di una singola persona, completamente indipendente rispetto alle altre, assolutamente indipendente dai rapporti umani, ma mira innanzi tutto ai rapporti stessi e alle situazioni negative di tali rapporti, per far sì che si formi una giusta “comunione” umana. La Rivelazione è una “comunione” nell’Eucaristia. La nuova visione di Dio nel Vecchio Testamento, la rivelazione della doppia natura divina e umana nella persona di Gesù Cristo e l’opera dello Spirito Santo nella Chiesa non costituiscono delle semplici “formule” pedagogiche, modelli ed esempi per l’insegnamento delle generazioni future, ma costituiscono tappe per nuove creazioni spirituali, nuove fonti di forza per la vita del mondo. La salvezza dell’umanità nell’ambito della storia è, in fondo, un processo misterioso che rimane vivo nel mistero dell’Eucaristia, una continuazione del passato che si riflette nel presente. Nel mistero di questa continuazione, il fedele ha la possibilità di vivere l’evento originale della Rivelazione, siccome i limiti tra il passato e il presente, in sostanza, si eliminano. La tradizione della verità che è stata rivelata, significa che l’uomo ha la possibilità di partecipare e di entrare in comunione con la visione di quella realtà che rende una persona membro della nuova umanità, del “nuovo creato”. “… perché il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza” (1 Corinzi 4, 20). Per l’uomo, che è stato creato “a immagine” di Dio ma che solleva anche i pesi da ogni tipo di debolezza, non è solo la verità il dono che riceve da Dio. Il dono si completa con la conservazione della verità nella tradizione, soprattutto quella eucaristica, e ogni fedele riceve anche dallo Spirito Santo il dono dell’ “appropriarsi” della verità attraverso la fede.
Prendendo in considerazione la situazione storica specifica nella quale Ireneo scrisse il suo trattato, si potrebbe affermare che la tradizione si definisce come la possibilità della Chiesa come tale di interpretare la rivelazione o la verità che ne scaturisce, contenuti in modo uniforme nei testi sacri. La verità si riceve, si custodisce, si predica o si consegna. L’unità della Chiesa in tutto ciò è possibile grazie alla forza della tradizione. Il principio interpretativo della Chiesa non si trova in questo o quell’altro testo biblico, ma nella situazione che lo generò, lo mantenne, lo registrò e lo riconobbe, vale a dire nella continuità della comunione eucaristica.

Concludendo, si può dire che:
a. la verità nella teologia mira al completamento dell’uomo e della comunità umana;
b. l’uomo ricerca la verità, ma in sostanza essa lo incontra non tanto nella dimensione mentale, quanto nella profondità del carattere complesso dell’esperienza storica, attraverso la quale conduce l’uomo e la comunità umana – vivendo la comunione dell’ Eucaristia – alla scoperta della propria dimensione che si trova “al di sopra della storia”;
c. la verità, come incontro realizzato dal significato e come percorso verso il significato, è la tradizione, in altre parole è il vivere, in certe condizioni, del mistero dell’amore creativo di Dio che conduce al completamento nell’esperienza del popolo di Dio mentre cammina verso il suo completamento storico. La verità, come incontro da Dio e come percorso verso di Lui, ha bisogno di essere interpretata.

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR (2 Cor. 12,7-10) – IN MEDITARE CON PAOLO DI STANISLAO LYONNET

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STANISLAO LYONNET

MEDITARE CON PAOLO

VIRTUS IN INFIRMITATE PERFICITUR (2 Cor. 12,7-10)

Una delle espressioni che più profondamente e con più sicurezza consentono di penetrare nell’anima di San Paolo è quella che si usa chiamare la magna charta dell’apostolo: Virtus in infirmitate perficitur. Queste parole rappresentano il vertice dell’intera pericope di 2 Cor. 12,7-10, nella quale l’Apostolo passa in rassegna le difficoltà che gli si frappongono sulla strada del suo ministero.
7 Affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca. 8 Tre volte riguardo a questo pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. 9 Ora, egli mi ha risposto: Ti basta la mia grazia, poiché la (mia) potenza si mostra appieno nella debolezza! Molto volentieri, adunque, mi glorierò nelle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo. 10 Per questo mi compiaccio delle (mie) debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo; perché quando son debole è ben allora che sono forte.
Qui di seguito dapprima esporremo brevemente il passo, e poi vedremo come le affermazioni di San Paolo ricevano luce da quanto sappiamo della sua vita, e come si inseriscono in una precisa linea di spiritualità biblica.
Siamo verso il 56-57. Paolo evoca in questa pagina alcune grazie mistiche, ricevute, dice, «or sono quattordici anni», dunque verso il 42-43, cioè poco prima dell’inizio del suo ministero apostolico (la sua prima missione ebbe inizio nel 45), grazie che probabilmente erano destinate, nel pensiero di Dio, a prepararlo alla sua missione ormai prossima. Ora, in connessione immediata con queste grazie, Paolo confida ai fedeli di Corinto di averne ricevuta un’altra non meno importante.
v.7 «Perciò, affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, mi è stata messa nella carne una spina, un angelo (messaggero) di Satana, incaricato di schiaffeggiarmi perché non mi insuperbisca».
Una spina (scolops, stimulus). A che cosa allude San Paolo? Partendo dalla versione della Volgata (datus est mihi stimulus carnis meae, col genitivo) (1), molti latini hanno pensato che Paolo intendesse parlare di tentazioni contro la castità. Ma questa interpretazione non ha alcuna possibilità di essere vera.
Molti moderni, invece, riferendosi a una possibile interpretazione del passo di Gal. 4,13: «Sapete che vi annunziai il Vangelo la prima volta in occasione di una mia malattia», vedono volentieri in questa «spina» una malattia, probabilmente cronica, forse febbri malariche.
Ma piuttosto che appoggiarsi a un tale testo, che non ha relazione certa con il nostro, è metodo migliore consultare prima il contesto immediato del passo. Esso infatti ci fornisce qualche preziosa indicazione.
San Paolo aggiunge nello stesso v. 7 che questa spina è un messaggero di Satana, cioè qualcosa che egli considera come un ostacolo al suo apostolato. Satana è difatti colui che «toglie la parola dal cuore degli uomini per impedire che, credendo, si salvino» (Lc. 8,12). Di lui parla anche 1Tess. 2,18: «Infatti per una o due volte abbiamo determinato di venire da voi, ma Satana ce l’ha impedito»; e ancora 2 Cor. 4,4: «Il dio di questo mondo ha accecato le menti degli infedeli, perché non rifulga ad essi lo splendore del vangelo della gloria di Cristo…».
Nel v. 10 poi, Paolo sembra dare ogni chiarimento necessario, parlando, in termini generali, di «debolezze, oltraggi, necessità, persecuzioni, angustie» (non di malattia!). Sono tutte le sofferenze, le tribolazioni inerenti alla vita apostolica, delle quali ha parlato, per es., nel capitolo precedente (11,23-27): «Di più poi nei travagli, di più nelle prigioni; oltremodo di più sotto le battiture… in pericoli tra i falsi fratelli…». Notiamo la menzione delle persecuzioni (2).
Il v. 8 contiene la preghiera di Paolo: «Tre volte, riguardo a questo, pregai il Signore, perché lo allontanasse da me». Preghiera insistente, ripetuta «tre volte», come ha fatto il Signore al Getsemani, che mostra quanto Paolo ne soffrisse e come considerasse questa «spina» un grande ostacolo per il suo apostolato.
Al v. 9 abbiamo la risposta di Gesù: «Ora egli mi ha risposto: ‘Ti basta la mia grazia…’». Il Signore, implorato, sembra respingere la domanda dell’Apostolo. Invece in realtà la esaudisce. Paolo chiedeva che si allontanasse da lui questa spina, perché vedeva in essa un ostacolo al suo apostolato; orbene, ciò che Paolo credeva un ostacolo era in realtà la condizione più favorevole perché l’apostolato potesse aver il suo perfetto compimento. «Poiché – aggiunge il Signore – la mia potenza si mostra appieno nella debolezza»: la potenza di Dio non può dispiegare le sue virtualità, raggiungere tutti i suoi effetti, se non nella debolezza dell’uomo, dello strumento apostolico. È un paradosso evangelico, un aspetto della dottrina della fede. Perciò Paolo nel v. 9 continua: «Ben volentieri, adunque, io mi glorierò nella mia debolezza, affinché abiti in me la potenza di Cristo».
Mi glorierò» kauchesomai, cioè «riporrò tutta la mia fiducia nella mia debolezza».
«Affinché abiti in me la potenza di Cristo»; il verbo usato qui da Paolo, episkenoo, è lo stesso che indica la presenza della «gloria di Jahvé» sull’arca e, nel N. T., la presenza del Verbo di Dio sulla nostra terra: «E il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi» (Io. 1,14). L’Apostolo, conscio della sua debolezza, diventa come un’incarnazione della potenza di Cristo!
Si capisce allora come Paolo possa così continuare ( v. 10): «Per questo io mi compiaccio delle mie debolezze, degli oltraggi, delle necessità, delle persecuzioni e delle angustie per la causa di Cristo, perché quando son debole è ben allora che sono forte».
Questo è il significato generale delle parole di San Paolo. Ma per poter penetrarne tutta la profondità non sarà inutile inserirle nella sua vita, la quale ne costituisce un commento straordinariamente significativo.
Di fatto, se Paolo ha formulato questa legge dell’apostolato con espressioni così vivide, così chiare, è forse perché Dio l’ha rivelato al suo Apostolo attraverso l’esperienza concreta. Prima di formularla Paolo l’ha vissuta. E non c’è da meravigliarsi che ne abbia fatto confidenza in una lettera ai Corinti, perché l’ha vissuta in modo particolare, ci sembra, proprio a Corinto, nella fondazione stessa di questa chiesa. Basta ricordare brevemente le circostanze di tale fondazione, quali sono riferite da San Luca in quel breviario della vita apostolica che sono gli Atti (16,11-18,11).
L’arrivo di Paolo a Corinto fu preceduto da una serie di scacchi dolorosi. Siamo durante il secondo viaggio missionario, verso il 50. Paolo, venendo dall’Asia Minore, ha per la prima volta messo piede sul suolo dell’Europa. Passato da Troade in Macedonia, ha predicato a Filippi, dove ha guarito una giovane schiava posseduta da uno «spirito pitone» che procurava molto guadagno ai suoi padroni, facendo l’indovina (16,16). Incarcerato insieme a Sila, suo compagno, e poi liberato e pregato di lasciare la città (16,40), giunse a Tessalonica, dove i Giudei avevano una sinagoga (17,1). Tutto comincia bene: non poche conversioni di Giudei e soprattutto di proseliti e di gentili…(17,4). Ma i Giudei, mossi da invidia, dice il testo, «presero alcuni pessimi uomini del volgo e provocarono un tumulto e misero a rumore la città… Non avendo trovato Paolo e Sila nella casa di Giasone, dove alloggiavano, trascinarono Giasone stesso ed alcuni fratelli davanti ai capi della città…» (v. 5).
Paolo deve approfittare della notte per fuggire di nuovo e cosi evitare ai fratelli altri incidenti.
A Berea (17,10) trovarono i Giudei «animati da sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica… Molti fra essi credettero…». Ma i Giudei di Tessalonica, inteso che ebbero il successo di Paolo, «si portarono pure colà e andavano agitando e sollevando le folle». Nuova partenza (17,13 s.) e arrivo, questa volta, ad Atene (17,15 ss.). Qui Paolo supera se stesso nel celebre discorso dell’Areopago (17,22-32), nel quale mostra un’abilità umana eccezionale, potendo far leva anche su circostanze favorevoli. «Percorrendo la vostra città – egli può dire – ho trovato un altare con questa iscrizione: A un dio ignoto. Quello che voi venerate senza conoscerlo, io lo annunzio a voi! …», e riferisce – caso unico! – anche un verso dei loro poeti (v. 28). Tutto inutile. L’insuccesso è quasi totale. Malgrado l’una o l’altra conversione, Paolo capisce che non c’è niente da fare e, per la prima volta, lascia la città di sua spontanea iniziativa (18,1).
Prende la via sacra che passa per Eleusi, dove evidentemente non si ferma, e raggiunge la città di Corinto, ricca, dedita ai commerci, cosmopolita e di pessima fama (18,1-5). Prende alloggio nel quartiere giudaico e ha la buona fortuna di incontrare due sposi già cristiani, giunti da poco dall’Italia, cacciati come Giudei dall’imperatore Claudio: Aquila e Priscilla.
«Siccome esercitavano il suo stesso mestiere, andò a stare con loro e si misero a lavorare insieme». Ogni sabato Paolo disputa nella sinagoga con i Giudei. Anzi (18,3), quando Sila e Timoteo portano i soccorsi dalla Macedonia, si dedica tutto alla predicazione (18,5). Ma ancora una volta urta contro un’opposizione inattesa.
A questo punto la serie degli insuccessi provoca in lui uno «choc». Ecco il testo: «Facendo essi opposizione e scagliando ingiurie, Paolo scosse le sue vesti e disse loro: Il vostro sangue ricada sul vostro capo. Io sono puro. D’ora in poi mi rivolgerò ai gentili» (18,6). Il gesto di scuotere le vesti Paolo l’aveva già fatto ad Antiochia (13,51), e lo ripeterà poi ad Efeso (20,26) in circostanze simili. Ma qui soltanto aggiunge al gesto parole di imprecazione: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo! ». Per lui, che scriverà ai Romani di provare, davanti all’incredulità di Israele, «una grande tristezza e un continuo dolore nel… cuore», e vorrebbe essere lui stesso «anatema dal Cristo» per i suoi «fratelli secondo la carne…» (Rom. 9,2-3), un tale grido è espressione di un animo quasi disperato, sul punto di abbandonare tutto: se i Giudei di Corinto non volevano sentir parlare di Gesù, che cosa si poteva aspettare dai pagani della città? Ma proprio nel crollo di ogni prospettiva umana interviene la grazia a dare all’ Apostolo abbattuto nuovo vigore.
Gli Atti raccontano che in queste circostanze Paolo, durante la notte, ebbe una visione del Signore, cioè di Gesù risorto; e Gesù gli disse: «Non temere, ma parla, e non tacere, perché io sono con te e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; parla, perché ho un popolo grande in questa città!» (18,9-10). Paolo allora, senza alcuna speranza umana, forte unicamente della fiducia in Dio, come Abramo, obbedisce alla voce del Signore. E Corinto sarà una delle chiese più fiorenti da lui fondate. «Ho un popolo grande in questa città ».
A conferma del racconto degli Atti sta una confidenza fatta da Paolo stesso ai Corinti, quando, evocando gli inizi della predicazione ai membri della futura comunità, dice: «Fratelli miei, quando venni da voi, non mi presentai ad annunziare la testimonianza di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza… Io stesso mi trovai fra voi in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione, e il mio parlare, come la mia predicazione, non si basava su persuasivi argomenti di sapienza, ma su una dimostrazione di spirito e di potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio» (1Cor. 2,1-5). Queste parole hanno il loro degno commento in quelle che già abbiamo lette, e che potrebbero chiamarsi la magna charta dell’apostolato: «La mia potenza si mostra appieno nella debolezza»; «quando sono debole, è ben allora che sono forte»; «molto volentieri mi glorierò delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo».

Magna charta dell’apostolato. Di fatto non ci troviamo davanti al caso singolare di un apostolo, sia pure il più grande, San Paolo. Si tratta, in realtà, di una legge generale, insegnata attraverso tutta la Bibbia, legge di cui tutti i grandi servi tori di Dio – cioè coloro dei quali Dio ha voluto servirsi per operare la salvezza del mondo – hanno fatto l’esperienza.
Un esempio particolarmente chiaro è quello di Gedeone, nel libro dei Giudici, ossia dei «liberatori» o «salvatori» d’Israele. Il popolo di Dio è arrivato, finalmente, nella terra promessa, ma questa terra è da conquistare, e sembra che gli Ebrei abbiano ottenuto da Dio le prime vittorie solo per esser più sicuramente preda dei loro nemici. Anzi in questo preciso momento essi sono in balia dei Madianiti, così che «dovevano scavarsi spelonche, antri e fortezze sui monti» (Giud. 6,2). Israele invoca il soccorso di Dio, che invia il suo angelo a Gedeone. Il dialogo fra il messo divino e Gedeone non manca di drammaticità. «Il Signore è con te, prode campione!… – Ahimè, Signore mio, se veramente il Signore è con noi, come mai siamo colpiti da tanti mali? dove sono tutti i suoi prodigi, che i nostri padri ci narrano? Ora, invece, ci ha abbandonati e dati nelle mani di Madian. Allora il Signore lo guardò e disse: Orsù, con la forza che ti comunico libera Israele dai Madianiti! – Rispose Gedeone: Di grazia, Signore, con che mezzo potrò io mai liberare Israele? Ecco, la mia famiglia è la infima di Manasse ed io il più piccolo della casa di mio padre! – … Io sarò con te e tu abbatterai Madian come se fosse un sol uomo» (Giud.6,12-I6). Gedeone obbedisce, percorre le tribù di Israele e raduna quanti più può. Un buon numero: 32 mila! Veramente il Signore era con lui. Pieno di fiducia, «levatosi di buon mattino con tutti i suoi uomini, pose gli accampamenti contro i Madianiti. Allora il Signore disse a Gedeone: Troppa gente è con te, perché io possa dare Madian in tuo potere. Israele si glorierebbe contro di me, dicendo: È stato il mio valore che mi ha salvato!» (Giud.7,2). Questo sfoggio di potenza è un ostacolo da eliminare. Ecco allora la progressiva e drastica riduzione del numero degli armati. «Da’ questo ordine: Chiunque è timoroso ed ha paura, si ritiri e torni indietro. Se ne ritirarono allora 22 mila e ne rimasero solo 10 mila… La gente è ancora troppa! …»(7,3-4). Di riduzione in riduzione, il numero scende a 300. «Con questi uomini, io vi libererò e darò Madian nelle tue mani…» (7,7). Se la potenza dell’esercito era un ostacolo, la debolezza umana è ora una condizione favorevole, anzi necessaria, per il buon successo.
La stessa legge si applica al caso di David, prima alla sua chiamata (1 Sam. 16,1.6.11), poi al combattimento con Golia, quando il giovanetto grida all’avversario: «Tu vieni a me armato di spada, di lancia e di giavellotto, io vengo a te nel nome del Signore, che tu hai sfidato» (1 Sam. 17,45). Gli esempi sono innumerevoli. Basta ricordare, nel vangelo, il racconto della vocazione degli Apostoli al tempo della pesca miracolosa: «Abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla» (Lc. 5,5), esclama Pietro. Ebbene, proprio adesso vi trovate nelle condizioni favorevoli di strumenti di Dio. D’ora innanzi sarete «pescatori d’uomini».
Di fatto, la prima applicazione che, scrivendo ai Corinti, San Paolo fa di questa legge della «potenza di Dio nella debolezza dell’uomo» è proprio alla vocazione stessa dei cristiani: «Quello che per il mondo è debole, Iddio lo scelse per confondere quello che è forte» (1 Cor. 1,27). Dio sceglie gli strumenti umanamente meno capaci o che si credono tali: Gedeone, David, coloro a cui gli uomini non pensavano. Cosi i dodici apostoli: tra i Giudei erano gli ultimi da scegliere per convertire dei compagni che detestavano e dai quali erano detestati! Perciò solo poco a poco riuscirono a capire di essere veramente mandati ai gentili (cfr. le esitazioni di Pietro in Atti 10).
Ma Paolo, lui, non era forse strumento perfettamente preparato anche sotto il profilo umano? Si. Però dobbiamo prima notare che si riteneva preparato per la conversione dei Giudei, non dei pagani. Lo mostra il fatto accaduto dopo la sua conversione, di cui egli stesso fa confidenza nel discorso ai Giudei di Gerusalemme: «Tornato a Gerusalemme, mentre stavo pregando nel tempio, fui rapito in estasi e vidi il Signore che mi diceva: Affrettati a partire da Gerusalemme, perché essi non riceveranno la tua testimonianza a mio riguardo. E io risposi: Signore, loro stessi sanno che io facevo mettere in prigione e battere con verghe nelle sinagoghe quelli che credevano in te… Ma egli mi replicò: Va’, io ti invierò lontano, alle nazioni» (Atti 22, 17-21). Soprattutto le capacità umane di Paolo furono continuamente ostacolate da queste necessità, angustie, persecuzioni di cui parla cosi spesso. Sembra che egli abbia esperimentato la sua debolezza radicale, la sua impotenza, proprio attraverso questi ostacoli, suscitati sulla sua strada sin dall’inizio (cfr. 2 Cor. 11,24-27): ostacoli «da parte dei Giudei», che impedivano la sua predicazione ai gentili, come abbiamo visto, e che lo faranno arrestare a Gerusalemme; ostacoli, anche, «da parte dei pagani». Ricordiamo il procuratore Felice, che lo tiene due anni in carcere a Cesarea, nella speranza di averne del denaro: «perciò lo mandava spesso a chiamare» (Atti 24,26). Ostacoli, in modo particolare, da parte dei «fratelli», di coloro cioè che avrebbero dovuto aiutarlo. Sono i cristiani di origine giudaica, anzi «predicatori», che accusano Paolo di predicare un cristianesimo edulcorato, infedele alla rivelazione di Dio nell’Antico Testamento.
Il Signore permise che Paolo incontrasse questi avversari sin dagli inizi del suo ministero, ad Antiochia di Siria, donde deve salire a Gerusalemme per difendersi davanti agli Apostoli (Atti 15,1-2; cfr. Gal. 2,1.12), durante tutta la sua vita fino all’ultima tappa della seconda prigionia romana.
Così, per esempio, in Galazia è presentato come uno che cerca di piacere agli uomini e perciò annacqua il vangelo autentico, come un apostolo di secondo grado, che non aveva conosciuto il Cristo (Gal. 1,20; 2,6). A Corinto è accusato di dubbio versatilismo, arroganza e superbia (2 Cor. 1; 3,1); e i suoi avversari cristiani hanno talmente staccato la comunità dal suo Apostolo, che, non osando ritornarvi per paura di non essere ricevuto, manda avanti Tito per informarsi della situazione! A Gerusalemme teme che la comunità non accetti la colletta delle chiese della gentilità, raccolta con tanta cura e tanta fatica: perciò domanda ai Romani di pregare «affinché il soccorso che porta a Gerusalemme sia gradito ai santi» (Rom. 15,31). Ed il timore non era senza fondamento come prova l’accoglienza che riceve dalla comunità secondo la testimonianza stessa degli Atti: «Tu vedi, o fratello, le migliaia di Giudei che hanno creduto, e tutti sono zelanti della legge. Ora, sono venuti a sapere che tu insegni a tutti i Giudei che si trovano in mezzo ai gentili, di separarsi da Mosè, dicendo ad essi di non far circoncidere i loro figli e di non seguire le consuetudini. Che cosa, dunque, fare?» (Atti 21,20-21). Anzi la stessa opposizione lo segue a Roma – se, come si suppone generalmente, la lettera ai Filippesi è stata mandata da Roma: «Alcuni predicano il Vangelo per una certa invidia e per spirito di contesa… spinti da spirito di parte, per motivi non retti, immaginandosi di aggiungere sofferenze alle mie catene» (Fil. 1,15-17). In ogni caso, a Roma i suoi avversari hanno così ben lavorato, che, quando l’Apostolo vi fu per la seconda volta prigioniero, non sembra esser stato assistito quasi da nessun0 (3). Basta leggere la commovente 2Tim., scritta, forse, qualche settimana prima del suo martirio e a ragione chiamata «il testamento spirituale di San Paolo»: «Tu sai come tutti quelli che sono dell’Asia mi hanno abbandonato…» (1,15) «Affrettati a venire da me al più presto, perché Demas mi ha abbandonato per amore di questo mondo e se n’è andato a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Soltanto Luca è con me… Alessandro, il ramaio, mi ha fatto molto male… Guardati anche tu da lui, perché si è opposto molto vivamente alla nostra parola. Nella mia prima difesa nessuno mi ha assistito: che ciò non venga loro imputato! Mi ha però assistito il Signore e mi ha dato forza, affinché la predicazione per mezzo mio fosse compiuta e venisse ascoltata da tutti i gentili; ed io sono stato liberato dalle fauci del leone. Il Signore mi libererà da ogni opera cattiva e mi conserverà per il suo regno celeste. A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen!» (4,9-18).
Mai, forse, nella sua vita 1′Apostolo si è sentito così isolato, così solo; mai, forse, ha esperimentato fino a questo punto il senso di debolezza, di impotenza. E il Signore gli permette di offrire, di fronte a tutti i gentili in questo tribunale romano, un’ultima, suprema e solenne testimonianza! Meglio, una penultima testimonianza, perché l’ultima, la suprema, sarà il suo martirio stesso, quando la spada del carnefice lo unirà per sempre al suo Signore (Cfr. Rom. 8, 35). Allora ancora una volta esperimenterà fino a qual punto «la potenza si mostra appieno nella debolezza».

[1]. Il testo greco ha invece il dativo te sarki senza l’aggettivo possessivo.
[2]. V. anche 1 Cor.4,9-13.
[3]. V. A. PENNA, Le due prigionie romane di San Paolo in «Rivista Biblica» 9 (1961) pp. 193-208 (specie p. 204).

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