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30 DICEMBRE – UFFICIO DELLE LETTURE – DAL TRATTATO «LA CONDIZIONE DI TUTTE LE ERESIE» DI SANT’IPPOLITO, SACERDOTE

http://www.maranatha.it/Ore/nat/1230letPage.htm

30 DICEMBRE SESTO GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE

UFFICIO DELLE LETTURE

SECONDA LETTURA

DAL TRATTATO «LA CONDIZIONE DI TUTTE LE ERESIE» DI SANT’IPPOLITO, SACERDOTE

(Cap. 10, 33-34; PG 16, 3452-3453)

Il Verbo che s’è fatto carne ci rende simili a Dio Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio. Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l’uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile. Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo poiché non voleva più che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata in forma oscura e solo intravista attraverso vaghi riflessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Così il mondo contemplandola avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo avendola sotto il suo sguardo non avrebbe più sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un’immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla. Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa perché comanda a me nato nella debolezza la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto? In verità, per non essere giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte, e si è svelato nella risurrezione. Ha offerto come primizia, in tutti questi modi, la sua stessa natura d’uomo, perché non ti perda d’animo nella sofferenza, ma riconoscendoti uomo, aspetti anche per te ciò che il Padre ha offerto a lui. Quando tu avrai conosciuto il Dio vero, avrai insieme all’anima un corpo immortale e incorruttibile; otterrai il regno dei cieli, perché nella vita di questo mondo hai riconosciuto il re e il Signore del cielo. Tu vivrai in intimità con Dio, sarai erede insieme con Cristo, non più schiavo dei desideri, delle passioni, nemmeno della sofferenza e dei mali fisici, perché sarai diventato dio. Infatti le sofferenze che hai dovuto sopportare per il fatto di essere uomo, Dio te le dava perché eri uomo. Però Dio ha promesso anche di concederti le sue stesse prerogative una volta che fossi stato divinizzato e reso immortale. Cristo, il Dio superiore a tutte le cose, colui che aveva stabilito di annullare il peccato degli uomini, rifece nuovo l’uomo vecchio e lo chiamò sua propria immagine fin dall’inizio. Ecco come ha mostrato l’amore che aveva verso di te. Se tu ti farai docile ai suoi santi comandi, e diventerai buono come lui, che è buono, sarai simile a lui e da lui riceverai gloria. Dio non lesina i suoi beni, lui che per la sua gloria ha fatto di te un dio.

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (A) – LETTURE DELLA MESSA E COMMENTO

http://www.cathomedia.it/liturgia/il_messalino/messalino.asp

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (A)

FESTA DEL SIGNORE

Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo Responsoriale è sempre lo stesso.
Prima Lettura
Dal libro del profeta Daniele (7,9-10.13-14)
Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco apparire, sulle nubi del cielo,
uno, simile ad un figlio di uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,
che gli diede potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;
il suo potere è un potere eterno,
che non tramonta mai, e il suo regno è tale
che non sarà mai distrutto.

* Il libro di Daniele racchiude l’ultima pagina della storia di questo mondo. Il profeta Daniele mostra che il Cristo in gloria rivelerà in tutto il suo splendore il compimento della creazione e della redenzione, rivelerà la risurrezione dei morti e la regalità universale del Crocifisso.
Salmo Responsoriale (dal Salmo 96)
Splende sul suo volto la gloria del Padre.

Il Signore regna, esulti la terra,
gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono,
giustizia e diritto sono la base del suo trono.

I monti fondono come cera davanti al Signore,
davanti al Signore di tutta la terra.
I cieli annunziano la sua giustizia
e tutti i popoli contemplano la sua gloria.

Tu sei, Signore,
l’Altissimo su tutta la terra,
tu sei eccelso sopra tutti gli déi.

Seconda lettura (o Prima lettura opzionale in settimana)
Dalla seconda lettera di San Pietro Apostolo (1,16-19)
Carissimi, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.
Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori.

* La trasfigurazione è il preludio alla venuta gloriosa del Signore Gesù, è una proiezione anticipata della Parusìa. La storicità di essa garantisce la certezza del ritorno trionfale del Cristo alla fine del mondo. E S .Pietro afferma: «Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte».
Canto al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Dalla nube luminosa si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio prediletto: ascoltatelo».

Alleluia.

Vangelo
† Dal vangelo secondo Matteo (17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

* La narrazione fa una sintesi della storia della salvezza: il Sinai e Mosè, Elia e il profetismo; ma tutto è centrato su Gesù («discorrevano con Gesù»). «Maestro, è bello per noi stare qui». La luce che rende le vesti splendenti è la gloria di Dio; la nube è la presenza, la « shekinàh » di Dio; la voce è la Parola del Padre che dal Fiat della Genesi aveva annunciato con sempre maggior precisione la gloria futura di un uomo misterioso che sarebbe stato figlio di Davide, figlio della Vergine Maria, figlio dell’uomo, figlio di Dio: «Gesù solo con loro».
SPUNTI DI RIFLESSIONE
Bagliore di una luce lontana
Gesù si trasfigura su un monte. Il suo abito e il suo volto si mutano completamente; sfolgorano di vivissima luce. Tutto viene irradiato dallo splendore della gloria divina. Mosè ed Elia che gli compaiono vicini rappresentano la Legge e i Profeti. È un lampo, una fugace, fugacissima manifestazione del Regno di Dio nella sua gloria. L’Antica e la Nuova Alleanza partecipano alla gloria di Cristo. Ogni tenebra diventa luce, ogni sofferenza si muta in gloria. Ma al momento presente non c’è ancora uno stato permanente di gloria. C’è solo la preparazione attraverso la sofferenza e la croce. Solo dopo la risurrezione diventerà duratura. Adesso è solo come l’antifona di un salmo, è come il bagliore di una luce lontana, è una pausa di respiro nel cammino verso la morte, un barlume di ciò che sfolgorerà nell’aldilà. È appena un murmure. Gli apostoli, presenti alla trasfigurazione, ne rimangono talmente stupiti che Pietro propone di allestire delle tende per prolungare la visione e il soggiorno e rendere duraturo ciò che è transitorio. Ma una nube nasconde il Signore e i due testimoni dell’altro mondo. La nube significa (oltre all’indicazione della presenza di Dio) il buio che resta ancora da attraversare; nel mistero di Dio si entra solo con la morte. La trasfigurazione, nella sua realtà, appartiene alla vita futura; la fede introduce in questa gloria. Proprio in quel momento, risuona la voce del Padre Celeste: «Questi è il mio Figlio diletto e unico, ascoltatelo».
L’episodio della trasfigurazione si chiude con una frase molto semplice: « … non videro più nessuno, se non Gesù solo». La luce si è spenta, lo splendore è sbiadito, la voce si è andata perdendo a poco a poco. Silenzio. Solitudine. Pace. Solo la fede parla di Gesù, e fa comprendere quale splendore abiti in lui e verso quale gloria egli si diriga. Gli apostoli silenziosi conservano il segreto per sé. In questa scena si mescolano luce e tenebre, gloria e passione, vita eterna e morte temporanea, meta e via.
LA PAROLA PER ME OGGI
Molti tra noi non sanno più sopportare né il silenzio né la solitudine, mentre la voce di Dio è così sottile che non possiamo udirla che nel silenzio. In questa giornata, festa della Trasfigurazione del Signore, voglio prepararmi ad un incontro cuore a cuore con Gesù-Parola e Eucaristia, nella solitudine e nel silenzio.
LA PAROLA SI FA PREGHIERA
Padre, la potenza del tuo Spirito spezzi la nostra sufficienza, perché diventiamo capaci di vedere e accettare il volto dell’Amore da sempre chinato sul mondo, il volto del tuo Figlio che oggi si rivela a noi nel suo splendore, non più velato. Insegnaci ad ascoltare la sua Parola perché i nostri volti ne siano illuminati e divengano liberi e fraterni, splendenti di luce e di riconoscenza.

IL RITRATTO DELLA COMUNITÀ CRISTIANA IN ATTI 2,42-48

http://www.saveriane.it/paginebibliche/nuovotestamento/attidegliapostoli/At%202,42-48%20lungo.doc.

« CON LETIZIA E SEMPLICITÀ DI CUORE »

IL RITRATTO DELLA COMUNITÀ CRISTIANA IN ATTI 2,42-48

42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

12. UNO SGUARDO GENERALE
È il primo dei tre « sommari » o quadri riassuntivi, mediante i quali Luca descrive, in un quadro ideale, la prima comunità cristiana a Gerusalemme. I verbi all’imperfetto e al participio, le costruzioni perifrastiche indicano una situazione stabile, quotidiana. Luca generalizza episodi concreti avuti dalla tradizione, idealizzando il comportamento della comunità di Gerusalemme, perché sia da modello ad ogni futura comunità cristiana .
Appare il tema già accennato dello stare insieme e della concordia (cf. At 1,14; 2,1) e quello della riunione dei salvati apparso nel discorso di Pietro (cf. At 2,21.40.41) Insieme, sono annunciati temi che saranno sviluppati successivamente (cf. At 4,32-35; 5,12-14; 5,42). Approfondiamo qui in particolare il v. 42.
. »Il v. 42 viene generalmente inteso come l’enumerazione dei quattro ‘fondamenti’ della chiesa. Con ogni probabilità ci troviamo di fronte a una ripresa di quelli che sono i ‘tre pilastri del mondo’ secondo la tradizione giudaica: « Il mondo è fondato su tre realtà: la Legge (Torah), il culto (‘Abôdâh) e le opere di misericordia (Gemilut hasadîm) » . La Torah si rivolge allo spirito dell’uomo; la si ricollega a Giacobbe, considerato come l’uomo perfetto, il padre del popolo eletto. Il culto del tempio – e poi la preghiera che sostituisce i sacrifici – riguarda l’anima dell’uomo; è un attributo di Abramo, con riferimento alla sua ospitalità. Nei tre pilastri si riconosce anche l’attivazione delle tre dimensioni dell’uomo: rapporto con se stesso (studio, approfondimento personale), rapporto con Dio (adorazione e ogni forma di culto), rapporto con gli altri e col mondo (apertura agli altri, solidarietà e beneficenza). Il v. 42 presenta una rilettura di questi tre principi fondamentali: l »insegnamento degli apostoli’, che riguarda la persona di Gesù, il suo messaggio e la sua azione, conferma e porta a compimento quello della Torah; le opere di misericordia sono diventate la ‘comunione’ fraterna (la koinonia), mentre il culto, già sdoppiato in sacrifici e preghiere a partire dall’esilio, ora si sviluppa in ‘frazione del pane’ e ‘preghiere’. Il radicamento della comunità nel giudaismo viene ancora una volta sottolineato da Luca, che mette in luce allo stesso tempio le differenze. »

2. COMPOSIZIONE
Ecco il testo in una traduzione letterale e nella sua composizione:
+ 42 Ed erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere.
= 43 E c’era timore in ogni persona, molti miracoli e segni avvenivano attraverso gli apostoli.
44 E tutti i credenti erano nello stesso (luogo) e avevano tutte le cose comuni 45 e vendevano le proprietà e le sostanze e le dividevano tra tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
+ 46 Ogni giorno (erano) perseveranti unanimemente nel tempio, spezzando il pane in ogni casa, prendevano cibo con gioia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio
= e avendo favore presso tutto il popolo. E il Signore aggiungeva ogni giorno al gruppo coloro che erano salvati.
Il testo si compone di tre parti concentriche: A: 42-43; B: 44-45; A’: 46-47.
La prima e l’ultima comprendono due brani paralleli:
42 // 46-47a: in entrambi appare « perseveranti », la « comunione » è espressa da « unanimemente » e da « prendevano cibo con gioia e semplicità di cuore » (46); la « frazione del pane » appare in 42 come sostantivo e in 46 come verbo; le « preghiere » (42) richiamano il « tempio » e « lodando Dio » (46; 47a). Ci sono anche differenze: il v. 42 parla dell’insegnamento degli apostoli, il v. 46 aggiunge il tema della gioia e della semplicità di cuore.
43 // 47b: parlando della reazione del popolo: il timore è frutto della percezione della presenza di Dio nell’agire degli apostoli (46); tutta la comunità riscuote la simpatia del popolo. Il Signore conduce l’azione, aggiungendo alla comunità i salvati.
Il centro (44-45) descrive il risvolto economico della vita comune, tema caro a Luca.
3. At 2,42a: « Erano assidui nell’insegnamento degli apostoli… »

Erano assidui: o partecipavano con perseveranza. La costruzione è perifrastica: verbo essere + participio. Il verbo pros-karterein significa rimanere forte, perseverare, resistere, avere costanza; esprime dunque attaccamento perseverante. Questo verbo si ripete due volte in questi versetti , ed era già apparso in 1,14 . In At in parte il verbo viene usato con il significato del tutto profano di indicare una durata , ma altrove designa l’atteggiamento spirituale della comunità. « L’elemento fondamentale che qualifica la comunità è la perseveranza o fedeltà nell’impegno assunto…. Il verbo… con una risonanza liturgica e cultuale, sottolinea… l’atteggiamento di dedizione costante e impegnata dei convertiti. »
all’insegnamento (didachê) degli apostoli: il termine didachê nella lingua greca significa « insegnamento e dottrina comunicata per mezzo dell’istruzione ». In Atti 2,42 e 5,28 didachê indica l’insegnamento degli apostoli riguardo a Gesù. « Con questa espressione bisogna intendere una realtà differente dalla proclamazione iniziale della buona novella (il kerygma), che ha portato gli ascoltatori alla fede e al battesimo. Si tratta di un’istruzione in profondità dei nuovi cristiani » . « Il contenuto abbraccia la rilettura dei testi biblici alla luce del Cristo, il richiamo degl’insegnamenti di Gesù per guidare le scelte pratiche dei credenti. » « Non si limita dunque all’insegnamento di Gesù che gli apostoli sono chiamati a trasmettere, o alla catechesi della comunità, ma include l’insieme della predicazione apostolica diventata normativa per l’intera chiesa » .
Dal Concilio Vaticano II: La chiesa venera le Scritture
« La Chiesa ha sempre venerato le Divine scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la Sacra tradizione, la chiesa ha sempre considerato e considera le Divine scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, impartiscono immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare, nelle parole dei profeti e degli Apostoli, la voce dello Spirito Santo. E’ necessario dunque che la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura. Nei Libri Sacri infatti, il Padre celeste che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pure e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: « vivente ed efficace è la parola di Dio » (Eb 4,12), « che ha la forza di edificare e di dare l’eredità tra tutti i santificati » (At 20,32; cf. 1 Tess 2,13). » (Dei Verbum, 21)
« Questo è certo, che quando una comunità… vive respirando Cristo, dimorando nella Parola, attingendo alla sua linfa vitale, diventa un segno trasparente delle realtà eterne, un anticipo dei nuovi cieli e della nuova terra; diventa l’albero rigoglioso che il salmista contempla lungo corsi d’acqua, carico di buoni frutti in ogni stagione, che accoglie alla sua ombra, per ristorarli, molti viandanti esausti. In realtà, chi coltiva assiduamente la Parola, da essa si trova coltivato e diviene un giardino di delizie in cui Dio stesso ama scendere e riposare » (Anna Maria Canopi).

4. At 2,42b: Assidui nell’unione fraterna
1. La comunione o koinonía
Il termine « unione fraterna » traduce la parola greca koinonía. La koinonía è:
- la relazione fraterna: « Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me la destra in segno di comunione… » (Gal 2,9).
- l’aiuto concreto dato ai fratelli e sorelle in difficoltà: »La Macedonia e l’Acaia hanno voluto fare una colletta a favore di poveri che sono nella comunità di Gerusalemme » (Rm 15,26).
- la relazione con Gesù, a cui Dio ci ha chiamati: »Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro! » (1Cor 1,9). « Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1Cor 10,16s).
- frutto dell’annuncio: »Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta. … Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, sia in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato » (1Gv 1,3…7).
La koin?nía avviene grazie allo Spirito Santo: « La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi » (2Cor 13,13).

I Vescovi italiani: Comunità casa e scuola di comunione
Scrivono i Vescovi italiani nel documento per il decennio 2001-2010 « Comunicare il vangelo in un mondo che cambia »:
« Raggiunti dall’amore di Dio « mentre noi eravamo ancora peccatori » (Rm 5,8) siamo condotti ad aprirci alla solidarietà con tutti gli uomini, al desiderio di condividere con loro l’amore misericordioso di Gesù che ci fa vivere. La Chiesa è totalmente orientata alla comunione. Essa è e dev’essere sempre, come ricorda Giovanni Paolo II, « casa e scuola di comunione » (NMI 43). La Chiesa è casa, edificio, dimora ospitale che va costruita mediante l’educazione a una spiritualità di comunione. Questo significa far spazio costantemente al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2). Ma ciò è possibile solo se, consapevoli di essere peccatori perdonati, guardiamo a tutta la comunità come alla comunione di coloro che il Signore santifica ogni giorno. L’altro non sarà più un nemico, né un peccatore da cui separarmi, bensì « uno che mi appartiene ». Con lui potrò rallegrarmi della comune misericordia, potrò condividere gioie e dolori, contraddizioni e speranze. Insieme, saremo a poco a poco spinti ad allargare il cerchio di questa condivisione, a farci annunciatori della gioia e della speranza che insieme abbiamo scoperto nelle nostre vite grazie al Verbo della vita. Soltanto se sarà davvero « casa di comunione », resa salda dal Signore e dalla parola della sua grazia, che ha il potere di edificare (cf. At 20,32), la Chiesa potrà diventare anche « scuola di comunione ». È importante che ciò avvenga: in ogni luogo le nostre comunità sono chiamate a essere segni di unità, promotori di comunione, per additare umilmente ma con convinzione a tutti gli uomini la Gerusalemme celeste, che è al tempo stesso la loro « madre » (Gal 4,26) e la patria verso la quale sono incamminati… (65). Questo nostro cammino avviene sotto lo sguardo di Maria, la madre del Signore, e conta sulla sua intercessione. » (68)
« Ciò che rende felice un’esistenza, è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita. Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità; l’umile dono della propria vita rende felici.. Dio si aspetta che siamo un riflesso della sua presenza, portatori della speranza del Vangelo. Chi risponde a questa chiamata non ignora le proprie fragilità, così custodisce nel suo cuore queste parole di Cristo: « Non temere, continua a fidati! »… Entrando nel terzo millennio, riusciamo a comprendere che, duemila anni fa, Cristo è venuto sulla terra non per creare una nuova religione, ma per offrire ad ogni essere umano una comunione in Dio?… Il Cristo ci chiama, noi poveri del Vangelo, a realizzare la speranza di una comunione e di una pace che si diffonda attorno a noi. Anche il più semplice fra i semplici può riuscirci. Avverti una felicità? Sì, Dio ci vuole felici!… e l’umile dono di sé rende felici ».
(Frère Roger, fondatore di Taizé, Lettera da Taizé 2001)

5. At 2,42c: Erano assidui… nella frazione del pane
La frazione del pane
Nel Giudaismo, ‘frazione del pane’ indica generalmente lo spezzare il pane (e la benedizione), con la quale il padre di famiglia dà inizio al pasto. In Luca l’espressione indica (esprimendo la parte per il tutto) la celebrazione eucaristica. , a carattere domestico (« nelle case » At 2,46). « Il termine ‘frazione del pane’, anche se al primo momento richiama il rito sacramentale, in realtà sottolinea l’aspetto di compartecipazione nell’unità, che caratterizza la celebrazione cristiana; dato che anche la vita quotidiana della comunità rispecchiava, secondo Luca, questa unità e questa comunione. Nella linea di pensiero ereditata dagli Ebrei, i cristiani hanno certamente visto nella frazione del pane il simbolo dell’unità cercata da Cristo riunendo i fedeli » .
Un gesto che fa memoria
Spezzando il pane ai figli, il padre e la madre esprimono la sollecitudine per loro. Spezzando il pane per i discepoli, Gesù dice parole che nessuno avrebbe potuto immaginare. « Prendete e mangiate: questo è il mio corpo… » (Lc 22,19p). Una vita può essere un pane? Non ci bastava dunque il pane che già c’era, maturato nei campi, macinato nei mulini, cotto nei forni? Quale pane ancora? Perché il Signore aveva inventato questo gesto?
I discepoli l’hanno compreso dopo la resurrezione, grazie al dono dello Spirito. Gesù ha lasciato il segno di ciò che stava per accadere: la sua vita spezzata per la vita di tutti. L’alleanza nuova celebrata nel suo sangue. L’eucaristia non è solo un segno, ma sacramento, presenza reale di Cristo attraverso e al di là dei segni. L’Eucaristia, a differenza del cibo ordinario che noi trasformiamo in noi stessi, ci assimila a Gesù. Comunicandoci davvero, dovremmo poter dire con Paolo: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20). E come unico pane condiviso, l’eucaristia ci cementa fra di noi, come corpo di Cristo. Sulla mano ci viene deposto Cristo nel sacramento del pane, ma anche ogni mio fratello e sorella. Per questo non posso comunicarmi escludendo qualcuno.

Dall’insegnamento della Chiesa: Diventare eucaristia
« Frutto di questa esistenza eucaristica quotidiana sono la fiducia, la libertà di spirito, l’impegno sereno a capire sempre più la realtà, il dialogo, la competenza sul lavoro, la gratuità, il perdono, la dedizione nei rapporti interpersonali, la verità verso se stessi. E’ questo modo di interpretare l’esistenza e di viverla che inserisce l’eucaristia nella vita e trasforma la vita in un permanente rendimento di grazie. » (Doc. Eucarestia, Comunione e Comunità, n. 63).

« Ricordate Oscar Romero? Un attimo prima che venisse ammazzato disse: qui, in questo calice, c’è del vino che attende di diventare sangue. E si abbatté su di lui una scarica di mitragliatrice. Roger Garaudy diceva ai cristiani: Cristo è nel pane. Però ricordate che i discepoli lo riconobbero allo spezzare del pane. Se non c’è frantumazione del nostro pane, della nostra ricchezza, del nostro tempo, difficilmente i discepoli lo riconoscono. (…). Il frutto dell’eucaristia dovrebbe essere la condivisione dei beni… Le nostre eucaristie dovrebbero essere delle esplosioni che ci scaraventano lontano e, invece, il Signore dopo cinque minuti ci rivede ancora lì dinanzi all’altare. (…) Chi si comunica dovrebbe farsi commensale di ogni uomo. (…).
(don Tonino Bello)

6. At 2,42d: « Erano assidui … nelle preghiere »
Erano assidui: cf At 6,4: « Noi invece, ci dedicheremo (= saremo assidui) alla preghiera e al servizio della Parola ». Nel Nuovo Testamento, spesso si collega l’assiduità, la perseveranza, alla preghiera:
 » « Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui » (At 12,5).
 » « Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera… » (Rm 12,12);
 » « Perseverate nella preghiera » (Col 4,2; cf. Lc 11,1-13; 18,1-8);
 » « Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiera e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi… ».
nelle preghiere: con « le preghiere » (al plurale), Luca si riferisce probabilmente alle preghiere fatte ad ora fissa (tre volte al giorno), secondo l’uso giudaico. In At 2,46 si dice: « Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio » e poco dopo, in 3,1 si dice che « Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio ». Possiamo supporre che i credenti recitavano i salmi, ma anche cantici e suppliche proprie, quali il Padre nostro. La comunità primitiva sembra aver praticato abitualmente la preghiera in comune, sia nel culto (cf. anche 1Cor 11,4s; 14,13-16.26) che in ambito più ristretto: « Pietro si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera » (At 12,12). Luca evidenzia come tutti i momenti importanti della vita di Gesù, dei suoi discepoli e della comunità sono segnati dalla preghiera; tutte le decisioni importanti sono prese nella preghiera. Come è stato per Gesù , cosi è per la comunità .

Un Padre della Chiesa: La preghiera
« La preghiera è comunione con Dio e ci rende una cosa sola con lui… La preghiera non è un atteggiamento esteriore, ma viene dal cuore; non è limitata a ore o tempi determinati, ma si attua ininterrottamente di giorno e di notte. Non basta infatti dirigere prontamente il pensiero a Dio solo nei momenti dedicati alla preghiera; ma anche quando si è impegnati in altre occupazioni, come l’assistenza ai poveri o altri doveri e opere che arrechino aiuto alle persone, è necessario mettervi dentro il desiderio e la memoria di Dio, perché queste occupazioni, rese gustose col sale dell’amore di Dio, diventino per il Signore un cibo piacevolissimo… La preghiera è la gioia del cuore e la pace dell’anima »
(Giovanni Crisostomo, + 407).

« Certo, nelle nostre giornate, esistono minuti particolarmente nobili e preziosi, quelli della preghiera e dei sacramenti. Se non esistessero questi momenti di contatto più efficienti e più espliciti, l’afflusso dell’Onnipresenza divina e la coscienza che ne abbiamo diminuirebbero ben presto; e giungerebbe il momento in cui la nostra più attiva diligenza umana, senza essere assolutamente perduta per il Mondo, sarebbe per noi priva di Dio. Ma, concessa gelosamente una parte alle relazioni con Dio, incontrato, osiamo dire, « allo stato puro » (e cioè in quanto Essere distinto da tutti gli elementi di questo Mondo), come temere che l’occupazione più banale, più assorbente, nonché quella più attraente, ci costringa ad uscire da Lui? Ripetiamolo: per opera della Creazione, e soprattutto dell’Incarnazione, niente è profano, quaggiù, per chi sa vedere. Anzi, tutto è sacro per chi distingue, in ogni creatura, la particella di essere eletto sottoposta all’attrazione di Cristo in via di consumazione. (…) Mai, in nessun caso, « sia che mangiate, sia che beviate », … acconsentite a fare alcuna cosa senza averne riconosciuto prima, e senza ricercarne poi, fino in fondo, il significato e il valore costruttivo in Cristo Yesu. (…) Dalle mani che la impastano fino a quelle che la consacrano, la grande Ostia universale dovrebbe essere preparata e maneggiata solo con adorazione.
Teilhard de Chardin, L’ambiente divino, pp. 53ss

LC 24:35-48 – L’APPARIZIONE AI DISCEPOLI A GERUSALEMME (ed Emmaus)

http://thoughtstoliveby.wordpress.com/2009/04/26/lk-2435-48-sunday-gospel-reflection/

(è il Vangelo di oggi, traduzione Google dall’inglese)

LC 24:35-48 – L’APPARIZIONE AI DISCEPOLI A GERUSALEMME (ed Emmaus)

III Domenica di Pasqua

Domenica Gospel Riflessione

La Chiesa nel suo Catechismo insegna: « La risurrezione di Gesù è la verità culminante della fede cristiana in Cristo, una fede creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana; trasmessa come fondamentale dalla Tradizione; stabilito dal documento del Nuovo Testamento; e predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce « (cfr CCC 638).
In parole povere, la risurrezione di Gesù è così centrale per la nostra fede cristiana, perché se Cristo non è risorto dalla morte, la nostra fede è inutile, i nostri insegnamenti e predicazione sono inutili (cfr. 1 Cor 15,17). La risurrezione di Gesù è anche così centrale per la salvezza ci sforziamo, la speranza e pregare per perché siamo salvati non solo quando ci confessiamo con le labbra che Gesù è il Signore, ma anche quando crediamo nei nostri cuori che Gesù ha sofferto ed è morto sulla Croce risorto il terzo giorno (cfr. Rm 10,9). Se Cristo non è risorto dai morti, allora, la salvezza non è possibile. Infine, la risurrezione di Gesù è così centrale per la costruzione, diffusione e la continuazione della Chiesa istituita da Cristo sulla terra. Se Cristo non è risorto dai morti non ci sarebbero più i discepoli a sinistra ora. Non ci sarebbe più Chiesa ora.
La risurrezione di Gesù è così rilevante e significativo per la nostra fede cristiana, la salvezza e la costruzione, diffusione e la continuazione della Chiesa, ma ci sono teorie che erano state fatte cercando di dimostrare che la risurrezione di Gesù era una frode o un mito architettata dai discepoli molti anni dopo.
Uno tra questi è la teoria risurrezione spirituale . Questa è la visione che la risurrezione di Cristo non era una vera resurrezione fisica. I fautori di questa teoria sostengono che il corpo di Cristo rimase nel sepolcro e la sua vera risurrezione era di natura spirituale. E ‘stato detto solo questo modo per illustrare la verità della risurrezione spirituale, cioè, che Gesù risorto solo nei cuori e nelle menti dei credenti, in virtù della fede.
Come possiamo confutare questa? E ‘chiaramente sbagliato affermare che il corpo morto di Gesù rimase nel sepolcro e come qualsiasi altro corpo umano morto subito il naturale processo di decomposizione. Considerando il racconto biblico, il corpo fisico di Gesù fece sparire dalla tomba. Se vi ricordate ancora la prima visita di Maria Maddalena prime ore del mattino di Domenica, ha trovato solo una tomba vuota. Ha però che qualcuno ha rubato il corpo di Gesù.
Quando questo è stato segnalato per Pietro e Giovanni sono venuti subito a vedere la tomba di Gesù. Hanno trovato la tomba vuota e le bende di lino indisturbati che copriva il corpo di Gesù e anche il soudavrion, il pezzo di stoffa che aveva coperto la testa di Gesù ‘, non per terra con le altre bende, ma piegato in un luogo a parte. Ma non hanno mai trovato il corpo di Gesù..
Fondamentalmente la questione riguarda il posizionamento dei graveclothes come visto da Pietro e dall’altro discepolo, quando sono entrati nel sepolcro. Alcuni hanno cercato di dimostrare che i discepoli, vedendo le bende erano disposti proprio come lo erano quando in tutto il corpo, in modo che quando la resurrezione è avvenuta il corpo risorto di Gesù passò attraverso di loro, senza riorganizzare o disturbarli. In questo caso il link sui soudavrion essere arrotolato non fa riferimento al suo essere piegato, ma crollata nella forma che aveva quando avvolto intorno alla testa.
Tutto ciò che la condizione dei graveclothes indicato era che il corpo di Gesù non era stato rubato dai ladri. Chi era venuto a rimuovere il corpo (se le autorità o chiunque altro) non si sarebbero preoccupati di scartarlo prima di portarlo fuori. E anche se si potrebbe immaginare che avevano (forse in cerca di oggetti di valore come anelli o gioielli ancora indossati dal cadavere), avrebbero certamente non si sono preoccupati di prendere tempo per arrotolare il facecloth e lasciare gli altri involucri in modo ordinato!
Dopo Peter è andato avanti ed entrò nel sepolcro, il discepolo prediletto, che era arrivato per primo, è entrato anche. Quando vide le bende nella condizione descritta nel versetto precedente, vide e credette. Cos’è che Discepolo Amato ha creduto (dal v. 7 descrive ciò che ha visto)? l’evangelista ci vuole a capire che quando il discepolo prediletto entrò nel sepolcro dopo Pietro e vide lo stato delle graveclothes, credeva nella risurrezione, cioè, che Gesù era risorto dai morti.
Se fosse solo una resurrezione spirituale, allora, cosa è successo al corpo? Qualcuno ha scoperto e ottenere la custodia di uno dei resti di Gesù? La storia mostra c’era un corpo lì e scomparve. Nessuno era in grado di produrre il corpo né smentire la risurrezione.
Di per sé, la tradizione della « tomba vuota » non prova nulla. Ma quando legato alle apparenze del Cristo risorto, è conferma della risurrezione (cf. CCC 640). Infatti, le apparizioni personali di Cristo dopo la Sua risurrezione sono un’altra prova storica schiacciante. Le donne ed i discepoli videro, sentirono, e anche toccato il Signore. Infatti, 500 fratelli lo videro in una sola volta (1 Cor. 15:06). Inoltre, il Signore risorto anche mangiato con loro per due volte come riportato dal Vangelo.
Vangelo di oggi narrazione è circa l’apparizione di Gesù ai due discepoli sulla strada di Emmaus. I due discepoli che erano in cammino verso Emmaus venuti da Gerusalemme dove Gesù fu arrestato, imprigionato, punito, crocifisso e morto sulla croce. Ci erano pieni di dolore, dolore, paura, disperazione e disillusione per la morte di Gesù, che consideravano di essere il Messia promesso che li ha liberati dal dominio e l’oppressione dell’Impero Romano. Fu in questo momento di crisi, quando Gesù apparve improvvisamente e si unì a loro nel loro cammino verso Emmaus.
Mentre erano in cammino verso Emmaus, Gesù spiegò loro che tutto quello che era successo (passione, morte e risurrezione di Gesù) nella vita di Gesù è un adempimento di profezie bibliche e in conformità con le Scritture. Siero di latte hanno raggiunto il posto, hanno invitato Gesù a stare con loro, perché si fa sera e il giorno è quasi finita. Così Gesù entrò per rimanere con loro. Lì per lì mentre era con loro a tavola prese il pane, lo spezzò e lo diede loro. Con che aprirono loro gli occhi e lo riconobbero, ma lui sparì dalla loro vista.
I discepoli cuori bruciavano dentro quando Gesù parlò loro sulla strada e gli occhi erano solo completamente aperto e riconosciuto il Signore durante la frazione del pane. E ‘stato durante la frazione del pane che i discepoli tristezza, la paura, la disperazione e la lentezza di comprensione si trasformano in gioia, senza paura ed entusiasta impegno verso la persona, la vita, le opere e la missione di Gesù. Infatti, il Cristo risorto è presente e riconosciuta quando le Scritture viene proclamato, quando il pane è rotto.
Il viaggio dei due discepoli verso Emmaus è, in un primo momento, un percorso di dolore, il dolore, la paura e la disperazione. Ma quando riconobbero Gesù, il Signore risorto, attraverso la rottura della parola e spezzare il pane del cammino verso Emmaus è un viaggio di incontrare, scoprire e accogliere il Signore risorto nei loro cuori nella fede. Diventa un viaggio dal dolore alla gioia, dalla paura al coraggio, dall’ignoranza alla fede, dalla disperazione alla speranza.
Gesù aveva con i suoi discepoli tutta la strada, e non hanno riconoscerlo. Non è questa la nostra vita troppo. Non riusciamo a riconoscere quanto vicino il Signore è per noi tutto il tempo. Forse non abbiamo nemmeno lo riconosciamo nello spezzare del Pane, l’Eucaristia e la rottura della Parola. Forse non abbiamo nemmeno lo riconosciamo nella persona del sacerdote e le persone intorno a noi, soprattutto i poveri, i bisognosi e sofferenti. Forse non abbiamo nemmeno lo riconosciamo nel Pane che mangiamo durante la comunione e il Santissimo Sacramento all’interno del Tabernacolo.
Ogni volta che celebriamo il sacrificio eucaristico del corpo e del sangue di Cristo, che affidò alla Chiesa di perpetuare il suo sacrificio salvifico sulla croce e per applicare i frutti della redenzione di tutti gli uomini e le donne di tutte le età e di tutte le nazioni, chiediamo a Dio di aprire i nostri occhi in modo che possiamo essere in grado di riconoscerlo nella persona del sacerdote, nelle parole di essere proclamata, nel pane eucaristico e il vino in particolare durante l’elevazione del corpo e del sangue di Cristo, la comunione, ora santa e l’adorazione eucaristica, e, infine, nel nostro prossimo specialmente nei poveri, i bisognosi e sofferenti.
Poi dobbiamo anche esercitare tutti i nostri sforzi per rendere la nostra celebrazione eucaristica attiva, consapevole e completo, al fine di renderla significativa e fruttuosa nella misura in cui saremo nutriti, rafforzati e autorizzata dalle parole di Dio e l’Eucaristia, che è un memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale ‘in cui Cristo si consuma, la mente è piena di grazia, e un pegno della gloria futura ci è dato « ( SC 47).

UFFICIO DELLE LETTURE – 17 GENNAIO: SAN ANTONIO, ABATE (m) UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/santi/0117letPage.htm    

LITURGIA DELLE ORE – UFFICIO DELLE LETTURE

17 GENNAIO: I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – VENERDÌ  – SAN ANTONIO, ABATE (m) UFFICIO DELLE LETTURE

INVITATORIO V. Signore, apri le mie labbra R. e la mia bocca proclami la tua lode.   Antifona Venite, adoriamo il Signore: la sua gloria risplende nei santi.

Oppure: Nella festa di sant’Antonio Lodiamo il Signore nostro Dio.   SALMO 94  Invito a lodare Dio ( Il Salmo 94 può essere sostituito dal salmo 99 o 66 o 23 ) Esortandovi a vicenda ogni giorno, finché dura « quest’oggi » (Eb 3,13).

Venite, applaudiamo al Signore, * acclamiamo alla roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, * a lui acclamiamo con canti di gioia (Ant.).

Poiché grande Dio è il Signore, * grande re sopra tutti gli dèi. Nella sua mano sono gli abissi della terra, * sono sue le vette dei monti. Suo è il mare, egli l’ha fatto, * le sue mani hanno plasmato la terra (Ant.).

Venite, prostràti adoriamo, * in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati. Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, * il gregge che egli conduce (Ant.).

Ascoltate oggi la sua voce: † « Non indurite il cuore, * come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,

dove mi tentarono i vostri padri: * mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere (Ant.).

Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione † e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato, * non conoscono le mie vie;   perciò ho giurato nel mio sdegno: * Non entreranno nel luogo del mio riposo » (Ant.).

Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre, * nei secoli dei secoli. Amen (Ant.).   Inno Uniamoci, o fratelli, con cuore puro e ardente alla lode festosa della Chiesa di Cristo.

In questo giorno santo la carità divina congiunge sant’Antonio al regno dei beati.

La fiamma dello Spirito ha impresso nel suo cuore il sigillo indelebile dell’amore di Dio.

Egli è modello e guida a coloro che servono le membra sofferenti del corpo del Signore.

Dolce amico dei poveri, intercedi per noi; sostieni i nostri passi nella via dell’Amore.

A te sia lode, o Cristo, immagine del Padre, che sveli nei tuoi santi la forza dello Spirito. Amen.

1^ Antifona Sorgi in mio aiuto, Signore.

SALMO 34, 1-2. 3c. 9-12   (I) Il Signore salva nella persecuzione Si riunirono … e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire (Mt 26, 3. 4).

Signore, giudica chi mi accusa, * combatti chi mi combatte.

Afferra i tuoi scudi * e sorgi in mio aiuto. Dì all’anima mia: * «Sono io la tua salvezza».

Io invece esulterò nel Signore * per la gioia della sua salvezza.

Tutte le mie ossa dicano: «Chi è come te, Signore, † che liberi il debole dal più forte, * il misero e il povero dal predatore?».

Sorgevano testimoni violenti, * mi interrogavano su ciò che ignoravo, mi rendevano male per bene: * una desolazione per la mia vita.

Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre, * nei secoli dei secoli. Amen.

1^ Antifona Sorgi in mio aiuto, Signore.

2^ Antifona Giudica la mia causa, Signore, difendimi con la tua forza.

SALMO 34, 13-16   (II) Il Signore salva nella persecuzione Si riunirono … e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire (Mt 26, 3. 4).

Io, quand’erano malati, vestivo di sacco, † mi affliggevo col digiuno, * riecheggiava nel mio petto la mia preghiera.

Mi angustiavo come per l’amico, per il fratello, * come in lutto per la madre mi prostravo nel dolore.

Ma essi godono della mia caduta, si radunano, * si radunano contro di me per colpirmi all’improvviso.

Mi dilaniano senza posa, † mi mettono alla prova, scherno su scherno, * contro di me digrignano i denti.

Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre, * nei secoli dei secoli. Amen.

2^ Antifona Giudica la mia causa, Signore, difendimi con la tua forza.

3^ Antifona Celebrerò la tua giustizia, Signore, canterò la tua lode per sempre.

SALMO 34, 17-19. 22-23. 27-28   (III) Il Signore salva nella persecuzione Si riunirono … e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire (Mt 26, 3. 4).

Fino a quando, Signore, starai a guardare? † Libera la mia vita dalla loro violenza, * dalle zanne dei leoni l’unico mio bene.

Ti loderò nella grande assemblea, * ti celebrerò in mezzo a un popolo numeroso.

Non esultino su di me i nemici bugiardi, * non strizzi l’occhio chi mi odia senza motivo.

Signore, tu hai visto, non tacere; * Dio, da me non stare lontano. Destati, svégliati per il mio giudizio, * per la mia causa, Signore mio Dio.

Esulti e gioisca chi ama il mio diritto, † dica sempre: «Grande è il Signore * che vuole la pace del suo servo».

La mia lingua celebrerà la tua giustizia, * canterà la tua lode per sempre.

Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre, * nei secoli dei secoli. Amen.

3^ Antifona Celebrerò la tua giustizia, Signore, canterò la tua lode per sempre.

Versetto V. Figlio mio, custodisci le mie parole, R. osserva i miei precetti, e vivrai.

Prima Lettura Dal libro del Siracide 43, 13-33

La lode di Dio nella creazione Con un comando Dio invia la neve, fa guizzare i fulmini del suo giudizio. Così si aprono i depositi e le nubi volano via come uccelli. Con potenza condensa le nubi, che si polverizzano in chicchi di grandine. Al suo apparire sussultano i monti; il rumore del suo tuono fa tremare la terra. Secondo il suo volere soffia lo scirocco, così anche l’uragano del nord e il turbine di vento. Fa scendere la neve come uccelli che si posano, come cavallette che si posano è la sua discesa; l’occhio ammira la bellezza del suo candore e il cuore stupisce nel vederla fioccare. Riversa sulla terra la brina come il sale, che gelandosi forma come tante punte di spine. Soffia la gelida tramontana, sull’acqua si condensa il ghiaccio; esso si posa sull’intera massa d’acqua che si riveste come di corazza. Inaridisce i monti e brucia il deserto; divora l’erba come un fuoco. Il rimedio di tutto, un annuvolamento improvviso, l’arrivo della rugiada ristora dal caldo. Dio con la sua parola ha domato l’abisso e vi ha piantato isole. I naviganti parlano dei pericoli del mare, a sentirli con i nostri orecchi restiamo stupiti; là ci sono anche cose singolari e stupende, esseri viventi di ogni specie e mostri marini. Per lui il messaggero cammina facilmente, tutto procede secondo la sua parola. Potremmo dir molte cose e mai finiremmo; ma per concludere: «Egli è tutto!». Come potremmo avere la forza per lodarlo? Egli, il Grande, al di sopra di tutte le sue opere. Il Signore è terribile e molto grande, e meravigliosa è la sua potenza. Nel glorificare il Signore esaltatelo quanto potete, perché ancora più alto sarà. Nell’innalzarlo moltiplicate la vostra forza, non stancatevi, perché mai finirete. Chi lo ha contemplato e lo descriverà? Chi può magnificarlo come egli è? Ci sono molte cose nascoste più grandi di queste; noi contempliamo solo poche delle sue opere. Il Signore infatti ha creato ogni cosa, ha dato la sapienza ai pii.

Responsorio    Cfr. Sir 43, 23. 27 R. Per lodare il Signore, innumerevoli parole non basterebbero. * Lodiamolo e glorifichiamolo dicendo: O Dio, tu sei tutto. V. Dove prenderemo la forza per glorificarlo? E’ l’Onnipotente, al di sopra di tutte le sue opere. R. Lodiamolo e glorifichiamolo dicendo: O Dio, tu sei tutto.   Seconda Lettura Dalla «Vita di sant’Antonio» scritta da sant’Atanasio, vescovo (Capp. 24; PG 26, 842-846)   La vocazione di sant’Antonio Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancor molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, com’era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini, di cui si parla negli Atti degli Apostoli che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli» (Mt 19, 21). Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia — possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni — perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella. Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non vi angustiate per il domani» (Mt 6, 34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto. Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso. Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri. Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello.

Responsorio   Cfr. Mt 19, 21; Lc 14, 33 R. Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; * vieni e seguimi, e avrai un tesoro nel cielo. V. Dice il Signore: Chi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo, R. vieni e seguimi, e avrai un tesoro nel cielo.   Orazione O Dio, che hai ispirato a sant’Antonio abate di ritirarsi nel deserto, per servirti in un modello sublime di vita cristiana, concedi anche a noi per sua intercessione di superare i nostri egoismi per amare te sopra ogni cosa. Per il nostro Signore.

R. Amen Benediciamo il Signore. R. Rendiamo grazie a Dio.      

CHI NON VUOL LAVORARE… PECCA (2TS 3,6-12) –

http://www.paroledivita.it/upload/2012/articolo3_43.asp

CHI NON VUOL LAVORARE… PECCA (2TS 3,6-12) –

DA PAROLE DI VITA ASSOCIAZIONE BIBLICA ITALIANA

(seconda lettura della 33 domenica del T.O. C)

sebastiano pinto

In queste pagine si evidenziano i traumi a cui va incontro la comunità di Tessalonica quando qualcuno decide di astenersi dal lavoro, che resta, invece, la via preferenziale per il perfezionamento sociale e spirituale del cristiano.

Introduzione: benedetto lavoro!

«Il lavoro caccia i vizi derivanti dall’ozio». L’adagio di Seneca funge da felice ouverture per la nostra riflessione su questo brano della tradizione paolina circa i disordini provocati da coloro che rifiutano di lavorare.
È bene fare una precisazione preliminare per fugare il campo da qualche idea non troppo precisa intorno alla natura dell’attività lavorativa secondo i racconti delle origini (Gen 1-3). La vocazione dei progenitori è coltivare e custodire la terra. Il termine ?avôdâ di Gen 2,15 esprime il lavoro connotato come faticoso e duro (Es 1,14) che comporta il sudore della fronte e che fa parte del progetto di Dio. L’Adamo genesiaco è presentato come il contadino che deve lavorare il campo del suo padrone: la terra non è sua e va trattata con la perizia richiesta all’amministratore fedele. Ciò fa emergere la dimensione del dono e della responsabilità umana in rapporto al creato perché nel paradiso non c’è spazio per godersi un’indolente inerzia:
Il lavoro secondo la Bibbia, deriva dalla condizione di incompiutezza in cui il Creatore ha voluto lasciare le cose, perché fossero rifinite dalla cooperazione dell’uomo, per cui esso non deriva affatto dal peccato originale, ma dalla stessa natura della creazione e dell’uomo[1].
Con la disobbedienza l’uomo perde l’armonia con la madre terra; non è il lavoro il segno della maledizione, ma la perdita dell’orientamento: l’uomo è tratto dalla terra, ma ora vede smarrirsi il senso e la vocazione del suo agire e ciò è causa di sofferenza. Egli è quasi costretto a ingaggiare una lotta con la terra perché questa gli produca il necessario per sopravvivere.
Fatta questa premessa, che esclude quell’aspetto dell’antropologia che una volta andava sotto il nome di «esenzione dal dolore» – e che rientrava nei cosiddetti «doni preternaturali» presumibilmente (ed erroneamente) appartenuti all’Adamo genesiaco –, entriamo nel merito del testo paolino, per evidenziare i traumi a cui va incontro la comunità di Tessalonica quando qualcuno dei suoi membri decide di astenersi dal lavoro.

I fannulloni: gente di poca fede
Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi (3,6).

La parola dell’Apostolo possiede un tono insolitamente categorico, segno della gravità della situazione denunciata. Ma di cosa si tratta?
Un primo e immediato rimando si ricava dalla prima Lettera ai Tessalonicesi nella quale Paolo consegna l’indicazione giusta circa il comportamento che i cristiani devono perseguire, condotta irreprensibile ispirata alla carità fraterna e alla ricerca del vero bene personale e comunitario (4,9-12). È molto significativo che questa ammonizione sia consegnata nello stesso capitolo in cui si inizia a parlare della parousía (la venuta finale di Cristo), tema che viene sviluppato anche in quello successivo (5,1-11). Il cristiano non deve addormentarsi (cioè non deve abbassare la sua vigilanza) ma rimanere desto e sobrio, rivestito della corazza della fede e della carità, e avendo la speranza come protezione per il capo (5,8).
L’ammonizione di 2Ts 3,6 a separarsi da coloro che conducono una vita disordinata (quasi una scomunica al contrario) e non farsi «contagiare» dal loro lassismo morale richiama, perciò, direttamente il comportamento laborioso al quale i cristiani devono ispirarsi nell’attesa della seconda venuta di Cristo. Vivere sregolatamente è sinonimo di «stoltezza», perché chi non sa discernere i segni premonitori dell’avvento del giorno del Signore mostra, vivendo disordinatamente, l’ampiezza del suo deficit di discernimento.
Come nella 1Ts anche in questa 2Ts la ricaduta morale improntata alla giustizia, all’equilibrio e alla paziente attesa, è conseguenza della prossimità del Signore; di tale condotta l’Apostolo riferisce nel capitolo secondo e agli inizi del terzo affinché i fedeli la incarnino in una scelta di vita coerente.
Successivamente, commentando il v. 11 del brano oggetto di questo nostra riflessione, sarà possibile cogliere un secondo contesto di significati legato alla tradizione sapienziale – complementare a quello escatologico qui tratteggiato – che completerà questo primo approccio alla figura dei fannulloni.

L’Apostolo: un esempio encomiabile
Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi (3,7-8).
Sono numerosi i testi che dichiarano l’assoluta valutazione positiva accordata al lavoro manuale di Paolo, tessitore-riparatore di tende (cf. At 18,3), non tanto in ordine a un suo merito personale ma alla veracità del suo ministero di evangelizzatore.
Le fatiche artigianali avvalorano il «lavoro apostolico»: conferiscono maggiore risalto alla gratuità dell’annuncio, confermando la stoltezza e lo scandalo della croce di Cristo (1Cor 4,12), e insieme libertà da aspettative e calcoli umani, aspetto messo in rilievo anche in 1Ts 2,3-11 dove Paolo si dichiara alieno da ogni cupidigia proprio perché, come ogni buon genitore, non ha gravato su nessun figlio della comunità. Inoltre, in At 20,34 si legge che alle necessità personali di Paolo e a quelle dei fratelli ha provvedo direttamente l’Apostolo affinché si palesasse che è attraverso il lavoro concreto che si soccorrono i bisognosi.
Ampliando queste considerazioni possiamo notare, secondo quanto riferisce J. Murphy-O’Connor, che la preparazione culturale esibita dall’Apostolo non poteva essere stata acquisita se Paolo fosse stato obbligato da giovane a un lavoro continuativo[2].
Egli, tuttavia, non si lascia irretire da un certo intellettualismo religioso emergente nel tardo giudaismo che celebra la superiorità dello scriba sul manovale (cf. Sir 38,24-27); non considera il lavoro manuale degradante o umiliante, confermando in tal modo il progetto genesiaco secondo il quale, come abbiamo visto sopra, l’uomo doveva lavorare con fatica il campo messogli a disposizione dal Creatore e custodirlo con premura.
Il rifiuto dei privilegi
Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare (3,9).
Paolo è ben conscio che ci sono modelli da rigettare (gli oziosi / impiccioni) e altri da interiorizzare: la sua pedagogia è molto concreta e agganciata alle dinamiche che guidano l’agire morale. Se è vero che si può disgregare una comunità quando dilaga il malcostume, è altrettanto certo che si può crescere nel bene personale e comunitario mettendo al centro figure costruttive e serene.
Il testo che meglio commenta questo passaggio della 2Ts è sicuramente 2Cor 9,1-12 in cui Paolo ribadisce l’autorità apostolica che gli compete spiegandone il valore:
Non sono forse libero, io? La mia difesa contro quelli che mi accusano è questa: non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? Oppure soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? Se altri hanno tale diritto su di voi, noi non l’abbiamo di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo (vv. 1a.3a-7.12).
La sua exousía (autorità) non solo non si esercita spadroneggiando sui fedeli ma neppure godendo legittimamente di quei diritti che rientrerebbero nelle sue prerogative e che, secondo il senso comune ma anche secondo la legge («Non metterai la museruola al bue che trebbia» Dt 25,4), gli assicurerebbero il giusto sostentamento in ragione del lavoro apostolico.
Ma in 2Ts 3,9 si compie un passo in avanti rispetto al la brano di 2Cor 9 appena richiamato. Secondo quanto riferisce R. Fabris, in 2Ts è all’opera un chiaro processo di fissazione della tradizione paolina, alla quale ci si rifà con la chiara volontà di ribadire e tutelare le parole ma anche l’esempio del maestro:

scrivendo ai Corinti l’Apostolo interpretò il suo atteggiamento di rinuncia a quel diritto come misura necessaria per non creare intralci al cammino dell’annuncio evangelico (1Cor 9,15ss), qui invece l’autore della lettera vede la condotta di Paolo in chiave moralistica di esemplarità offerta ai credenti […]; non solo l’insegnamento, ma anche la vita del grande apostolo era già diventata autorità nel cristianesimo di fine secolo[3].

La regola d’oro
L’autorevolezza dell’esempio apostolico conferisce maggiore carica morale al categorico ordine cristallizzato in questo versetto:
Infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi (3,10).
Non si tratta di un generico consiglio, ma della norma di vita di cui la comunità si è dotata e che corrisponde a una prassi assodata e corroborata dall’esperienza. Anche l’attuale traduzione della CEI, in continuità con quella precedente, esplicita il senso dell’imperfetto del verbo «ordinare» inserendo l’avverbio «sempre»: la sfumatura verbale connota l’azione come reiterata nel tempo e non come un singolo comando offerto in una determinata circostanza.
Da come è introdotta si vede che la frase è rivestita di un carattere ufficiale e autorevole. Qualcuno ha pensato a una massima tratta dalla morale corrente dei lavoratori; ma nessuno ha finora saputo indicare una frase veramente simile in tutta la sapienza ebraica o greca[4].
Effettivamente dalla formulazione si evince la fraseologia tipica del proverbio popolare senza, purtroppo, riuscire a comprenderne a pieno l’origine. Sembrerebbe che la partecipazione al pasto sia legata in qualche modo alla comunità al punto da venirne esclusi nel momento in cui si tradisce il patto sociale che lega il singolo al resto del gruppo.
Ci pare, tuttavia, che il senso ultimo del v. 10 vada ricercato nel rimando escatologico che accomuna i primi due capitoli primo della lettera e che sopra abbiamo richiamato. Per cui si potrebbe parafrasare così: chi crede che ormai sia inutile affaticarsi e occuparsi delle cose della terra perché considera imminente la fine del mondo – verità sconfessata dallo stesso apostolo poco prima nella lettera (cf. 2,2) – sia coerente con questa sua convinzione e si astenga anche da quei bisogni essenziali (appunto nutrirsi) per soddisfare i quali non profonde più impegno.
L’espressione ha, perciò, la funzione di sanzionare la condotta di alcuni membri della comunità di Tessalonica estremizzando le conseguenze della loro impostazione di vita.

Gli oziosi: una piaga sociale
Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione (3,11).
I soggetti chiamati in causa dall’Apostolo sembrano avere un lontano parente nell’ozioso di cui si traccia l’identikit nella tradizione sapienziale e, in particolare, nel libro dei Proverbi.
A più riprese, infatti, si mette in guardia il discepolo, che vuole acquistare sapienza, dalle cattive compagnie tra le quali è annoveratala figura del pigro.
Il rimando alle stagioni di Pr 20,4 («Il pigro non ara d’autunno: alla mietitura cerca ma non trova nulla») denuncia la mancata valorizzazione dei tempi che diventa la causa della rovina di tale soggetto, anche perché la sua giornata tipo si consuma tra il sonno pieno e il dormiveglia: «Fino quando pigro te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ sonnecchi, un po’ incroci le braccia per riposare» (Pr 6,9-10). Si descrive lo stato di semi-coscienza da cui egli – come un narcotizzato – non riesce e non vuole liberarsi. Il pigro, perciò, mancando della giusta vigilanza, non si accorge che il suo comportamento gli procura la morte a causa della sopraggiunta povertà (Pr 6,11; 13,4; 19,15).
Il fatto che l’ozioso non sia sufficientemente accorto lo rende non soltanto inaffidabile nello svolgimento di un compito e di una mansione e fastidioso come il fumo o l’aceto («Come l’aceto ai denti e il fumo agli occhi, così è il pigro per chi gli affida una missione», Pr 10,26), ma addirittura pericoloso a causa della sua incapacità di portare a termine un incarico («Chi è indolente nel suo lavoro è fratello del dissipatore», Pr 18,9).
Il legame con la tradizione didattica d’Israele è ravvisato anche dai commenti patristici che meditano sul lavoro alla luce di alcuni testi quali, appunto, quello dei Proverbi in rapporto alla figura della formica:
Ricevi dalla formica una grandissima esortazione ad amare la fatica, e ammira il tuo Padrone, non solo perché fece il sole e il cielo, ma anche perché fece la formica: sebbene infatti l’animale sia piccolo, tuttavia contiene un’ampia dimostrazione della grande sapienza di Dio. Considera certo com’è intelligente e ammira come Dio sia stato capace di porre in un corpo così piccolo un tale infallibile desiderio di lavorare[5].
Possiamo dire che sia nella tradizione paolina sia in quella sapienziale coloro che si lasciano prendere dall’inerzia vengono censurati in quanto irresponsabili, privi del senso delle conseguenze (innanzitutto per se stessi, ma anche per gli altri), alieni da una reale fraternità, dall’appartenenza alla comunità e da una progettualità esistenziale perché troppo avvitati su se stessi.
Manca, tuttavia, ancora un aspetto richiamato da 2Ts 3,11: il fannullone non è soltanto indolente ma anche impiccione e tumultuoso. Il paragrafo che segue completa il quadro comportamentale dei soggetti disordinati che l’Apostolo intende stigmatizzare.

La pace del giusto
A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità (3,12).
I destinatari dell’esortazione / comando sono i fratelli menzionati nei vv. 6 e 11: costoro vivono secondo la modalità espressa dall’avverbio átaktôs («in modo irregolare, indisciplinato, fuori posto»).
La preoccupazione dell’autore biblico che la situazione possa degenere è reale; per questo nei vv. 14-15 minaccia anche quelle che possono essere le misure di contenimento e, allo stesso tempo, di punizione nei confronti di chi disturba il tranquillo svolgimento della vita comunitaria. Intervenendo con energia ma anche con carità contro i «deviati» perché si scuotano dalla loro situazione, la Chiesa dimostra l’assunzione di responsabilità che le compete al fine di tutelare il resto dei credenti.
La tranquillità di chi lavora con fatica (ma con soddisfazione) è in contrapposizione all’inattività dannosa, parassitaria e perniciosa dei nullafacenti.
Ancora una volta è il mondo dei sapienti d’Israele a offrire lo sfondo nel quale collocare il senso delle espressioni qui utilizzate. Si legge, infatti, che la categoria degli stolti è capeggiata dalla Donna Follia di Pr 9,13-18, descritta nella sua irrequietezza come una prostituta che attende le sue vittime; molto vicina alla Follia e sua concretizzazione didattica è la notturna donna straniera menzionata in Pr 7. Ma nella hit parade della squadra dei cattivi si posiziona il frenetico malvagio che è così descritto in Pr 6,12-15:
Il perverso, uomo iniquo, cammina pronunciando parole tortuose, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita. Nel suo cuore il malvagio trama cose perverse, in ogni tempo suscita liti. Per questo improvvisa verrà la sua rovina, ed egli, in un attimo, crollerà senza rimedio.
A effetto è la menzione delle parti del corpo che esprimono l’indole malvagia dell’uomo, qui descritto sulla falsariga di un animale imbizzarrito: la bocca esprime la menzogna (Pr 4,4), gli occhi il tramare il male (Sir 27,22), i piedi mossi in modo esagerato e nevrotico veicolano l’idea dell’impazienza, lo sfregamento delle dita accompagna la maldicenza (Is 58,9), mentre il cuore è la sede da cui nasce la volontà di suscitare litigi.
Di segno contrario è, invece, il ménage quotidiano del giusto: consapevole che anche se sono numerose le sue sventure viene liberato dal Signore che lo protegge con amore diuturno (Sal 34,20), in lui dimora un sano senso di appagamento perché il poco che possiede è preferibile all’abbondanza degli empi (Sal 37,16). Godere del proprio lavoro rappresenta, secondo il saggio Qoélet, una delle vere (e poche) gioie riservate all’uomo (3,13).
L’auspicio affinché si possa ritrovare la serenità smarrita va inteso, perciò, sia come stile di fede (vivere nel mondo senza l’ansia per il domani) sia come attenzione alla carità fraterna (perché gli oziosi non approfittino ulteriormente della solidarietà della comunità).

Conclusione: alienamento da poco lavoro
Arbeit macht frei («Il lavoro rende liberi»): era questo lo sciagurato messaggio di benvenuto posto all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale e, come tutti sanno, posto anche ad Auschwitz (probabilmente dal maggiore Rudolf Höß, primo comandante responsabile del campo di sterminio). Se l’orrore di una simile tragedia resta un’onta indelebile nella storia dell’umanità, il senso del lavoro umano, almeno quello, può essere redento quando la fatica fisica e la conseguente sofferenza trovano nel Crocifisso il punto di convergenza di antropologia e teologia.
Cerchiamo di spiegarci. Da queste nostre pagine emerge, in sostanza, che in 2Ts 3,6-12 non si parla di gente semplicemente pigra e indolente, ma di faccendoni che si introducono in affari altrui, curiosando e seminando pettegolezzi. Il cristiano deve, invece, caratterizzarsi per la serietà nel lavoro, per l’affidabilità professionale con la quale si guadagna da vivere e aiuta il prossimo. Si deve in ogni modo evitare il pericolo di un irrequieto affaccendarsi. Il cristiano deve condurre una vita ordinata[6].
Il collegamento con i testi sapienziali ha messo in rilievo il rischio cui va incontro una comunità in cui resistono fasce comportamentali disgreganti: lo svuotamento delle risorse motivazionali che legano i soggetti al bene comune. Venendo meno il tacito contratto fondato sulla fiducia che ciascuno farà del proprio meglio per la crescita di tutti, si ingenera una sorta di «effetto domino» negativo che l’Apostolo vuole scongiurare perché lede la serietà dell’impegno cristiano nel mondo.
Il lavoro / fatica rivela, invece, una fecondità religiosa notevole perché attesta la gioia e la responsabilità nella costruzione del regno di Dio, che inizia su questa terra. Illuminano, a tale proposito, le parole di Giovanni Paolo II nell’Enciclica Laborem exercens:
Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e a ogni uomo, che è chiamato a seguire Cristo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere. Quest’opera di salvezza è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità[7].
In conclusione è bene ribadire, perciò, che il lavoro (di qualsivoglia natura), tutt’altro che maledizione conseguente al «peccato originale», è la via preferenziale per il perfezionamento sociale e spirituale dell’uomo, a qualunque credo egli appartenga. In questo senso i membri della comunità di Tessalonica che hanno incrociato le braccia in attesa della fine del mondo consumano il dramma di una doppia alienazione: a) la prima assume il volto di un’estromissione dai processi produttivi della comunità, dove l’aggettivo «produttivo» è da intendersi nel senso di finalizzazione e produzione di senso che il lavoro (fatto bene) genera nel cuore umano; b) la seconda alienazione estranea il cristiano dal riferimento cristologico perché lo sottrae al dinamismo partecipativo proprio della creazione la quale, grazie anche all’opera trasformante del singolo, è protesa verso la parousía.
Possiamo, dunque, parlare di una vera teologia del lavoro in rapporto al continuo processo di crescita demandato all’attività lavorativa in vista della dilatazione dell’essere umano e della natura. Si può, perciò, dire che:
due sono le caratteristiche del lavoro: come collaborazione alla creazione, il lavoro si presenta gioiosa ed esaltante attuazione della sovranità dell’uomo sul mondo; come pena del peccato e complemento della redenzione non va esente da sofferenza […]. I due aspetti devono quindi compenetrarsi, a meno che si voglia cadere nell’otium classico o, al contrario, nel fanatismo mistico del proletariato marxista[8].
In un tempo di crisi del lavoro riscoprirne lo spessore spirituale vuole essere anche l’auspicio perché esso non manchi mai a nessuno, e sia vissuto come realizzazione della vocazione alla felicità iscritta nel cuore umano.

[1] E. Testa, «Teologia e spiritualità del lavoro», in G. De Gennaro (ed.), Lavoro e riposo nella Bibbia, Ed. Dehoniane, Napoli 1987, 132.
[2] J. Murphy-O’Connor, Gesù e Paolo. Vite parallele, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2008, 65. Segnaliamo che, sebbene alcune intuizioni siano interessanti, non tutte le affermazioni dell’autore ci sembrano corroborate da testimonianze probanti.
[3] R. Fabris, Le lettere di Paolo. Traduzione e commento, Borla, Roma 19902, 177-178.
[4] B. Maggioni, «Seconda Lettera ai Tessalonicesi», in B. Maggioni – F. Manzi (edd.), Lettere di Paolo, Cittadella, Assisi 2005, 1153.
[5] Giovanni Crisostomo, Omelie sulle statue, 12,2 (PG 49, 131-134).
[6] Maggioni, «Seconda Lettera ai Tessalonicesi», 1153.
[7] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem exercens (15.09.1981), 27.
[8] Testa, «Teologia e spiritualità del lavoro», 133.

BRANO BIBLICO SCELTO: 2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=2%20Timoteo%204,6-8.16-18

BRANO BIBLICO SCELTO: 2 TIMOTEO 4,6-8.16-18

Carissimo, 6 il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
8 Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto di loro. 17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone.
 18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO
2 Timoteo 4,6-8.16-18
La corona di giustizia
La lettera si apre con il prescritto e il ringraziamento epistolare, nel quale l’autore ricorda la fede di Timoteo, ricevuta dalla madre e dalla nonna (1,1-5). Viene poi il corpo della lettera in cui sono svolti i seguenti temi: A. Il vero pastore (1,6-18); B. Il comportamento di  Timoteo (2,1-26); C. Gli ultimi tempi (3,1-17); D) Il testamento di Paolo (4,1-18). Il testo liturgico riprende la seconda parte del testamento di Paolo, dove l’Apostolo fa una sintesi del suo apostolato (vv. 6-8) e dà a Timoteo le sue ultime istruzioni (vv. 16-18). Vengono omessi i vv. 9-15 che contengono l’indicazione di alcuni compiti specifici affidati a Timoteo.
Paolo rivolge anzitutto lo sguardo al passato: «Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (vv. 6-7). Paolo è ormai alla vigilia del martirio o dell’esecuzione capitale e  dà una visione retrospettiva della sua attività. Il modello qui adottato è quello dei discorsi di addio, che viene utilizzato per esempio nel saluto di Paolo ai presbiteri di Mileto, dove ricorre la stessa immagine della corsa (cfr. At 20,24). Da questo genere letterario deriva il tono elogiativo con cui si presenta la vita passata dell’Apostolo. La prospettiva della morte imminente è evocata con le immagini del sacrificio e della partenza, mutuate dalla lettera ai Filippesi (cfr. Fil 1,23; 2,17). La morte dell’apostolo è presentata come un sacrificio: nella tradizione giudeo-ellenistica e, più tardi, in quella rabbinica, la morte del martire è interpretata come un sacrificio in quanto riconcilia il popolo con Dio. Essa è anche l’approdo alla meta definitiva. Riguardo al passato, la vita apostolica di Paolo è descritta come una battaglia e come una competizione sportiva. Il linguaggio è quello adottato da Paolo stesso, che paragona l’impegno e il rischio della sua missione apostolica alle gare nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27). Lo stesso linguaggio è adottato anche altrove nella Pastorali (cfr. 1Tm 6,12;  2Tm 2,5). Secondo una formula fissa, in uso nei pubblici riconoscimenti, si afferma che Paolo ha «tenuto fede» agli impegni di apostolo, missionario e maestro. Anche questo motivo della fedeltà o pieno compimento della missione rientra nel linguaggio dei discorsi di addio (cfr. At 20,20.27; Gv 17,4.6). Egli diventa così il modello o prototipo dei pastori e di tutti i credenti non solo nella sua vita e attività, ma anche nella sua morte.
 Lo sguardo si rivolge poi al futuro, con il ricorso nuovamente alle immagini delle gare sportive o della lotta: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (v. 8). Al vincitore spetta l’incoronazione con il serto di alloro o con rami di sempreverde. Il simbolo della corona per l’ambiente greco-ellenistico è carico di connotazioni come onore, gioia, immortalità e trionfo. La corona viene qualificata con il genitivo «di giustizia»: non si tratta dunque di un riconoscimento umano, ma di quello che viene da Dio, basato sull’acquisizione della giustizia in quanto rapporto pieno con lui. Questa corona verrà conferita nel contesto escatologico dal Signore, che allora si manifesterà come «giusto giudice», che non delude quelli che per lui si sono impegnati senza riserve. La sorte di Paolo è un pegno per tutti i credenti che sono solidali con il suo destino (cfr. 1Ts 2,19). Essi sono definiti come quelli che vivono nell’attesa della gloriosa manifestazione del Signore. È scomparsa la componente di impazienza che deriva dalla credenza in un imminente ritorno del Signore, lasciando il posto all’impegno quotidiano per vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù.
Nei versetti omessi dalla liturgia, Paolo esorta Timoteo a raggiungerlo comunicandogli che i suoi compagni Dema, Crescente e Tito lo hanno lasciato solo. Con lui c’è solo Luca. A Timoteo dice ancora di portare con sé Marco e accenna all’invio di Tichico a Efeso. E aggiunge di portargli il mantello e le pergamene che ha lasciato a Troade e infine lo mette in guardia nei confronti di Alessandro. Questi accenni, che dovrebbero essere le prove dell’autenticità della lettera, sono invece chiaramente artificiosi e si riferiscono a situazioni non controllabili, anzi a volte inverosimili, soprattutto nel caso di uno che sta per essere giustiziato.
Nella seconda parte del brano si ritorna sulla situazione attuale dell’Apostolo: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (v. 16). In questo sfogo si sente il rammarico per l’abbandono da parte dei suoi. Verso di loro Paolo ha parole di perdono. È difficile sapere se si tratta di un ricordo storico o del semplice motivo del giusto abbandonato dai suoi amici, come era stato per Gesù. La solitudine di Paolo è riempita dalla vicinanza del Signore: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone» (v. 17). Paolo è consapevole che solo con la grazia di Dio ha potuto portare a termine la sua missione. Questo risultato è espresso con l’immagine della lotta vittoriosa dei gladiatori contro i leoni nel circo. Non si tratta però di una vittoria umana, bensì del successo dell’opera di evangelizzazione, che può benissimo coesistere con l’imminente martirio.
L’esperienza del conforto che gli viene dal Signore apre infine il cuore alla speranza: «Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 18). La liberazione a cui tende l’Apostolo non è più quella che si attua in questo mondo ma quella che consiste nell’ingresso nel regno, che appare ormai come una realtà che ha sede nei cieli. Alla visione del regno come trasformazione di questo mondo si è ormai sostituita quella di una nuova situazione che si raggiunge dopo la morte, quando l’anima si ricongiunge definitivamente con Dio.

Linee interpretative
In questo brano si tende ad avvalorare l’autenticità paolina della lettera, mentre invece esso ne dimostra chiaramente l’origine tardiva, pur situandosi nell’alveo della tradizione paolina. La figura idealizzata di Paolo, il martire fedele e coraggioso, viene riproposta plasticamente ai cristiani grazie ad alcuni dati biografici ripresi e rielaborati dalle fonti tradizionali paoline, lettere e Atti degli Apostoli. In tal modo l’insegnamento dell’apostolo assume un valore permanente e la sua vicenda diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Quello che si sottolinea maggiormente è la sua fedeltà fino alla fine nel compimento della missione a lui affidata di annunziatore del vangelo.
Questa rilettura idealizzata di Paolo, il prigioniero del Signore e il testimone fedele, si ispira al modello biblico del giusto abbandonato dagli amici e vicini, attaccato dai suoi nemici, il quale ripone la sua fiducia solo in Dio che lo protegge e lo libera e così alla fine può rendere grazie a Dio. Sullo sfondo di questo schema letterario diventa perfettamente plausibile la contrapposizione tra l’abbandono di tutti e la presenza del Signore che dà all’apostolo la forza per la testimonianza evangelica e alla fine lo salva in modo definitivo, conferendogli una vita nuova nel suo regno. Questa presentazione deve servire come incoraggiamento ai cristiani che come lui testimoniano il vangelo in mezzo alle sofferenze e alle contraddizioni di questo mondo.

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