Archive pour mars, 2015

Station III – Jesus falls the first time

Station III – Jesus falls the first time dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 31 mars, 2015 |Pas de commentaires »

IL LOGOS COME MUSICO: LA METAFORA DELLA CREAZIONE COME UN CORO SINFONICO SECONDO SANT’ATANASIO

http://www.disf.org/atanasio-logos-come-musico

IL LOGOS COME MUSICO: LA METAFORA DELLA CREAZIONE COME UN CORO SINFONICO SECONDO SANT’ATANASIO

Atanasio di Alessandria

373

Contro i pagani, 42-44

Riprendendo una metafora di origine greco-platonica, ma recuperandola nell’orizzonte della visione cristiana della creazione, Atanasio descrive il ruolo esemplare del Verbo nell’origine del creato, come fondamento e principio dell’unità sinfonica formata dal coro dalle creature.
È lui, il Verbo santo del Padre, onnipotente ed assolutamente perfetto, che si estende su tutte le cose ed ovunque infonde la sua potenza, che illumina tutte le cose, visibili ed invisibili, contenendole e riunendole in lui. Egli non ne lascia alcuna al di fuori della sua potenza, ma vivifica e guarda tutte le cose, ciascuna isolatamente e tutto l’universo insieme. Egli mescola i principi di tutta la sostanza sensibile, il caldo e il freddo, l’umido e il secco, per farne un solo essere; egli impedisce loro di contrastarsi reciprocamente, facendone un accordo armonioso. Grazie a lui ed alla sua presenza, il fuoco non lotta contro il freddo, né l’umido contro il secco; al contrario, elementi di per sé stessi opposti, si riuniscono come amici e fratelli, donano la vita agli esseri visibili e sono per tutti i corpi i principi dell’esistenza.
L’obbedienza a questo Dio Verbo dona la vita agli esseri terrestri e riunisce quelli che sono nei cieli. Per lui il mare tutt’intero ed il grande oceano contengono i loro movimenti nei limiti che sono stati ad essi assegnati e la terra intera, come si è detto, si ricopre d’una chioma verdeggiante di diverse piante di tutte le specie. E per non attardarmi a nominare ciascuno degli esseri visibili, non c’è nulla di ciò che esiste e nasce che non nasca e non sussista in lui, come ha affermato il Teologo: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per lui e senza di lui niente è stato fatto ( Gv 1, 1-3).
Come un musico che accorda la sua lira ed avvicina abilmente i suoni gravi delle note acute ed i medi delle altre, per eseguire una sola melodia, allo stesso modo la saggezza di Dio, tenendo l’universo come una lira, avvicina gli esseri che sono nell’aria a quelli che sono sulla terra e quelli che sono nei cieli a quelli che sono nell’acqua; adattando l’insieme alle parti e tutto guidando attraverso il suo comando e la sua volontà, egli produce nella bellezza e nell’armonia un mondo unico ed un solo ordine del mondo; lui stesso resta immobile presso il Padre, muovendo tutte le cose per mezzo dell’ordine che viene da lui, secondo ciò che piace al Padre suo.
Ciò che è ammirevole della sua divinità è che con un solo e medesimo comandamento, egli guida tutte le cose nello stesso tempo, e non per intervalli, ma tutte insieme, quelle che vanno secondo un movimento rettilineo e quelle che si muovono in tondo, quelle in alto, quelle in mezzo, quelle in basso, le cose umide, le fredde, le calde, le visibili e le invisibili, egli le mette in ordine, ciascuna secondo la sua natura. Nello stesso tempo e con il medesimo comandamento che da lui proviene, ciò che è diritto, si muove rettilineamente; ciò che è rotondo, si muove in circolo; ciò che costituisce una via di mezzo fra i primi due, si muove anch’esso secondo la propria natura; il caldo riscalda ed il secco dissecca; tutti gli esseri, secondo la loro natura, da lui ricevono vita e sussistenza, mentr’egli realizza così un’armonia mirabile e veramente divina.
Per far comprendere con un esempio una realtà così grandiosa, rappresentiamo tutto ciò che abbiamo appena descritto con l’immagine d’un grande coro. Esso è composto da differenti esecutori, uomini, bambini, donne e vecchi e giovani. Al segnale d’un solo direttore, ciascuno di essi canta secondo la sua natura e le sue capacità: l’uomo con una voce d’uomo, il bambino da bambino, il vecchio da vecchio, il giovane da giovane; e tutti eseguono la medesima armonia. Od ancora, valga come esempio la nostra anima che, nello stesso tempo, muove tutti i nostri sensi secondo la virtù di ciascuno e, in presenza d’uno stesso oggetto, li muove tutti assieme: l’occhio per vedere, l’orecchio per ascoltare, la mano per toccare, l’odorato per sentire, il gusto per gustare e sovente, anche gli altri membri del corpo, come i piedi ch’essa fa muovere per camminare. Od infine, per illustrare con un terzo esempio quanto abbiamo affermato, la realtà descritta rassomiglia alla vita di una città assai grande, amministrata personalmente dal capo o dal re che l’ha fondata. Quando costui è presente ed impartisce egli stesso le direttive, tenendo d’occhio ogni cosa, tutti obbediscono: gli uni se ne vanno ai campi, gli altri si affrettano per andare ad attingere l’acqua agli acquedotti; un altro se ne va a far la spesa, uno si mette in cammino verso il Senato, un altro verso l’assemblea; il giudice va a giudicare, l’arconte ad emanare leggi; l’artigiano si accinge al suo lavoro manuale, il marinaio va verso il mare, il carpentiere si dedica al suo mestiere, il medico va a curare i suoi malati, l’architetto si dirige verso le sue costruzioni. Uno se ne va ai campi, un altro ne torna adesso; alcuni circolano all’interno della città, altri ne escono per poi ritornarvi. Tutto ciò avviene e si svolge alla presenza d’un solo capo e sotto il suo governo. Per mediocre che possa essere il paragone citato si deve prenderlo in senso più largo e rendersi conto che le cose vanno allo stesso modo in tutta la creazione. Dietro l’unico impulso e comandamento del Dio Verbo, tutte le cose sono messe in ordine, ciascuna opera ciò che le è proprio e, nello stesso tempo, realizzano tutte assieme un medesimo ordine.
Così grazie alla potenza e alla volontà del Verbo divino, del Verbo del Padre, che comanda e dirige tutto, il cielo gira, gli astri si muovono, il sole brilla, la luna compie le sue evoluzioni, l’aria è illuminata dal sole, l’etere è riscaldato ed i venti soffiano. Le montagne si drizzano verso l’alto, il mare si gonfia e nutre gli esseri viventi che porta, la terra resta immobile e reca frutti, l’uomo nasce, vive e quando sopravviene la sua ora, muore. Tutti gli esseri, in una parola, sono dotati di vita e di movimento. Il fuoco riscalda, l’acqua raffredda, le sorgenti zampillano, i fiumi scorrono, i tempi e le stagioni si susseguono, le piogge cadono, le nuvole si riempiono, si forma la grandine, la neve ed il ghiaccio si irrigidiscono, gli uccelli volano, i serpenti strisciano, gli animali acquatici nuotano; si naviga sul mare, si semina la terra che porterà frutti a suo tempo; le piante crescono, alcune affatto giovani, altre in punto di morire; quando diventano adulte, cominciano ad appassire ed infine muoiono; alcune spariscono, altre nascono e riappaiono di nuovo.
Tutte queste cose, e molte altre ancora (tante ve ne sono che non possiamo descriverle tutte), è il Verbo di Dio, autore di questi miracoli e di queste meraviglie, fonte di luce e di vita, a metterle in movimento e ad ordinarle con la sua volontà, realizzando un unico cosmo. Egli non lascia estranee alla sua opera le potenze invisibili: anche queste, essendo il loro Creatore, egli abbraccia con tutto l’universo, conservandole e donando loro la vita grazie alla sua volontà e alla sua provvidenza.
Come la sua provvidenza fa crescere i corpi, dà movimento all’anima razionale, provvedendola di movimento e di vita (e tutto ciò non ha bisogno di grandi dimostrazioni, dal momento che vediamo noi stessi questi fenomeni), non diversamente è ancora una volta lui, il Verbo di Dio, che con un solo e semplice movimento della sua potenza, dà impulso al mondo visibile ed alle forze invisibili, conservandole e distribuendo loro il potere che è proprio a ciascuna di esse in maniera che gli esseri divini operino più divinamente e la realtà visibile si realizzi nel modo che noi stessi constatiamo. È lui che, in tutte le cose, essendo il capo ed il re e la sintesi di tutti gli esseri, tutto opera per la gloria e la conoscenza del Padre, ammaestrandoci attraverso le sue opere e dicendoci: La grandezza e la bellezza delle creature fanno conoscere per analogia il loro Creatore ( Sap 13, 5).

da Contro i pagani, 42-44, tr. it. di Mario Spinelli in La teologia dei Padri , Città Nuova, Roma 1981, vol. I, pp.

DOBBIAMO PENSARE ALLA PASSIONE DI GESÙ (ANCHE PAOLO)

http://passiochristi.altervista.org/pass_42_pensare_passione.htm

DOBBIAMO PENSARE ALLA PASSIONE DI GESÙ (ANCHE PAOLO)

• È un dovere
• Come pensare alla passione del Signore
• Conclusione

Introduzione
Narra la sacra scrittura che Dio comandò al suo popolo — il popolo eletto — due cose :
• la pratica del culto religioso, mediante sacrifizi da offrire e riti religiosi da praticare;
• l’istituzione del sacerdozio, affinchè i suoi ministri tenessero sull’altare acceso il fuoco in continuità, alimentandolo con la legna : « Ignis iste est perpetuus, qui nunquam defìciet in altari » (1).
Che cosa significava quel fuoco sull’altare, che sempre doveva ardere?
(1) Levitico, VI, 12-15.

San Bonaventura commenta: « Chi fa professione di cristiano deve ogni giorno nutrire il fuoco dell’amor di Dio nel suo cuore mediante la continua con­ templazione delle acerbissime pene del Figlio di Dio, il quale volle morire per noi sopra il legno della croce » ( 2 ).
Dunque è volontà di Dio che la passione di Gesù sia l’oggetto perpetuo dei nostri pensieri, il tema delle nostre continue meditazioni, la fonte di delizia per le anime nostre, l’impiego ordinario di tutte le nostre potenze.
Dedico questa lettura al tema: dobbiamo pensare sempre alla passione santissima di Gesù Cristo.

I. È un dovere
1. Un dovere di gratitudine
Aristotele dice: «Qui beneficia invenit, compedes aureos invenit », chi sa trovare i benefìci, si fabbrica ceppi d’oro, cioè i benefìci riconosciuti sono come una rete d’oro per innamorare chi li riceve.
(2) De perfect. vìtae, e. VI.

Ora in quale opera divina più splende la bontà di Dio?
Nel mistero della Redenzione, cioè nella passione e morte di Gesù Cristo. Pensare alla Passione vuoi dire rendersi innamorati di Dio, suoi beniamini, suoi figli prediletti, perché sensibili alla gratitudine verso di Lui.
I Corinti erano divenuti cristiani per mezzo della predicazione di vari oratori apostolici. Essi quindi erano rimasti affezionati a quel predicatore che li aveva convertiti, acclamando pubblicamente il proprio benefattore : « Io sono di Paolo! Io sono di Apollo! ».
San Paolo, venutolo a sapere, scrisse ad essi: «Fratelli di Corinto, ditemi: chi è stato crocifisso per voi? Paolo o Cristo? Questi avete a contemplare, per essere tutti di Cristo e non di altri » ( 4 ).
San Giovanni Crisostomo commenta : « Grande sapienza dell’apostolo Paolo! Egli poteva dire: sono io che vi ho tratto dal niente? che vi ho dato l’essere? che vi faccio muovere nell’universo? Invece addita solamente che Cristo era stato crocifisso per loro, e che in virtù della sua passione erano stati battezzati. Perche? Perche nella creazione Dio non fece alcuna fatica; mentre nella redenzione sopportò atrocissimi dolori » ( 5 ).
(4) I Corinti, I, 12-17.
(5) Sermone I, In 1 Cor.

Un giorno un santo religioso pregava il Signore così: «Signore mio Dio, degnati di manifestarmi qual esercizio spirituale ti è pia grato, affinchè io possa esercitarmi in esso ». Subito gli apparve Gesù Cristo con una grossa croce sulle spalle e gli disse: « Non mi potrai fare ossequio più grato ed accetto, cheaiutandomi a portare questa mia dolorosissima croce ». Il santo religioso riprese: « Caro Gesù, come potrò io portare con te questa croce? ». Il Signore gli rispose: « Hai da portare la mia croce nel cuore, nella bocca, nelle orecchie e sul dorso. Nel cuore, contemplando la mia passione e morte; nella bocca, parlando e ringraziandomi di ciò che ho patito per te; nelle orecchie, desiderando di sentir parlare della mia passione; sul dorso, attraverso una assidua mortificazione della carne » ( 5 ).
Teodoreto, vescovo dì Ciro (sec. IV), commentan­ do le parole della Bibbia: « Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio » ( 6 ) si domanda: « Chi è che parla così, e a chi parla? È Gesù crocifìsso che parla a ciascun’anima in particolare, e le dice che è suo desiderio che la sua passione e morte sia portata nel cuore per mezzo della contemplazione; nel braccio per mezzo delle buone opere. Le impone l’effìgie di lui crocifisso nella mente e negli atti, affinchè essa (l’anima) non veda, non pensi, non ami che Cristo pendente dalla croce » ( 7 ).
Sant’Ambrogio predicava : « Cristiani, ricordatevi che quando ricevemmo il sacramento della cresima, ci fu impresso il sigillo della croce in fronte, affinchè confessassimo, con intrepidezza, Gesù crocifìsso in faccia a tutti i suoi nemici. Questo stesso sigillo:
• dobbiamo portarlo impresso nel cuore, pensando a Cristo, contemplandolo affettuosamente ed amandolo con sommo ardore;
• dobbiamo tenerlo nelle braccia, per operare sempre a gloria sua, e affinchè le nostre azioni rispecchino — per quanto è possibile — tutto il Cristo crocifìsso, mediante la pratica delle virtù della pazienza, dell’umiltà, dell’obbedienza, della costanza, della fortezza e della carità » ( 8 ).

(5) Spec. magri, exemp. dist., IX.
(6) Cantici, VIII, 6.
(7) Teod.
(8) Libro, De Isaia, e. VIII.

Padre Venturini da Bergamo, conoscendo quanto fosse grata a Dio la memoria della passione di Gesù Cristo, segnava tutte le lettere che scriveva con le parole: « Crux Christì signwn meum ». Inoltre si fece fare un sigillo con tutti gli strumenti della passione di Gesù: con questo segno imprimeva le sue lettere.
Il beato Enrico Susone esclamava sovente: « Gesù ci ha dato la vita con la sua morte. Oh se io potessi morire per lui, quanto volentieri lo farei! ».
San Pietro Crisologo pregava : « Signore, se ti piace, dammi un segno, il quale sia un ricordo perenne di quanto io amo te e tu ami me ». Ciò detto, prese un ferro e con asso si impresse nella carne il nome di Gesù. Poi corse dinanzi ad un crocifisso, ed esclamò: «Gesù, unico amor mio, rimira i miei desideri. Non posso scriverti più addentro. Tu che puoi tutto, imprimi il tuo nome nel mio cuore con tutte le sofferenze della tua passione, affinchè mai possa dimenticarti » (9).
Sant’Anselmo, commentando le parole di Gesù Cristo : « Fate questo, ogni qualvolta berrete il mio sangue, in mia memoria », esclamava: « Miei fedeli, Gesù, con le parole: in mia commemorazione, voleva dire: vi ho lasciato il mio corpo sotto le specie del pane, e il mio sangue sotto le specie del vino, affinchè vi sia continua memoria della mia passione, e affinchè voi la contempliate di continuo » ( 10 ).
San Francesco d’Assisi aveva talmente impressa nella mente, nel cuore e nel corpo la passione del Signore, che in tutte le cose ne vedeva l’immagine. Se vedeva agnelli legati esclamava : « O Gesù mio, così legato foste condotto alla morte! ». Se vedeva un verme nella strada, badava di non calpestarlo, ricor­ dandosi che Gesù fu trattato come un verme.
(9) Praed., p. II, I. e. 9.
(10) Sermone, CXLVII.

A sant’Angela da Foligno Gesù rivelò che tutti co­ loro che meditano i dolori della sua passione e morte, li considera figli prediletti.
Dunque, da veri e buoni cristiani, portiamo sempre impressa nella nostra mente e nel cuore la memoria della passione santissima di Gesù Cristo.

2. La passione di Gesù dev’essere il nostro libro prediletto
San Giovanni evangelista, nell’Apocalisse, scrive : « Vidi alla destra di colui che sedeva un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli » ( 11 ).
Qual è questo libro visto da san Giovanni evangelista?
San Girolamo risponde : « Il libro è Cristo, scritto di fuori con penne di ferro e col proprio sangue quando è confìtto in croce; scritto dentro quando si mostra Dio perdonando al buon ladrone. Scritto di fuori quando muore sulla croce; scritto di dentro quando il sole si nasconde, il giorno si oscura, la terra trema, le pietre si spezzano, il velo del tempio si scinde in due. Scritto di fuori quando Gesù è seppellito; scritto di dentro quando risuscita il terzo giorno glorioso e trionfante » ( 12 ).
(11) Apocalisse, V, 1.
(12) Epistola, De Verbo.

San Giovanni Giustiniano: « II libro visto da san Giovanni è Gesù crocifìsso, esposto da Dio alla pub­ blica utilità, affinchè ognuno lo studi e vi si ammaestri nella scienza divina. Questo libro è scritto di dentro dalla stessa sapienza di Cristo; è scritto di fuori dalla crudeltà dei gentili e dei giudei con tante lettere quanti furono i tormenti che soffrì, le ferite che ricevette, le spine che lo punsero, i flagelli che lo lacerarono, i chiodi che lo trafissero, gli in­sulti che lo oltraggiarono, le lacrime che versò, il sangue che sparse… Quali concetti sublimi contiene questo libro! Lo legge il semplice e si compunge e consola; lo legge il dotto e maggiormente s’illumina e si infervora. Questo libro contiene tutta la legge compendiata nel solo amore; qui tutte le profezie adempiute, il magistero di tutte le virtù, l’eminenza della perfezione, la norma del ben vivere; tutta la redenzione umana è racchiusa in questo libro » (13).
Il venerabile Luigi Blosio: « Chi brama di piacere a Dio, studi questo libro e conseguirà il felice intento. Leggendo questo libro (il Crocifisso): l’uomo si riempie di saggezza, consegue il perdono dei suoi peccati, mortifica i suoi affetti disordinati, viene illuminato nella mente, acquista la pace del cuore, la tranquillità della coscienza, la fiducia in Dio, una ardente carità verso il prossimo. Oh quanti libri si trovano nel mondo! Ma se tutti si perdessero, il libro della passione e morte di Gesù basterebbe per assicurare ogni verità, imparare ogni virtù, diventare dotti della vera scienza, la scienza di Dio » (14).
San Gregorio Magno, commentando le parole di Giobbe: « Io ho gran bisogno d’un libro, che sarebbe l’unico rimedio d’ogni mio male » ( 15 ), domanda: «Qual è il libro invocato da Giobbe quale suo adiutore? È Gesù crocifisso… In questo libro sono i meriti delle nostre cause, il fondamento delle nostre confidenze, la nostra difesa contro tutte le forze diaboliche. In questo libro sono cancellati tutti i nostri peccati col sangue del divino Mediatore, le nostre negligenze con la diligenza di Gesù verso il suo divin Padre.
(13) De trium Chr. agon., e. XX.
(14) In spec. spir., e. X.
(15) Giobbe, XXXI, 35.

Questo libro è la nostra corona. Non moviamo passo senza questo libro; i nostri occhi siano in esso per contemplarlo giorno e notte; offriamolo al divin Padre, affinchè egli riguardi in esso e distolga i suoi occhi dalle nostre colpe » ( 16 ).
San Tommaso da Villanova predicava: « Se mi rimorde la coscienza, se mi spaventano le mie colpe, se mi intimorisce l’ira divina, se urlano contro di me gli spiriti maligni, subito mi metto a studiare questo libro (il Crocifisso), l’offro a Dio in sacrificio, e sento consolarmi… Spariscono gli errori, si quietano le tempeste, torna il sereno e godo la luce del cielo. Lo scrittore di questo libro è Dio, la penna è lo Spirito Santo, la carta è il seno di Maria Vergine, l’inchiostro è il sangue di Gesù. O mio amore crocifisso, scrittura divina! O libro ammirabile pieno di concetti divini! O volume celeste, nel quale ogni piaga che rimiro è una miniatura che mi attrae a se! Deh, o cristiani, applicatevi alla lettura di questo libro, dove sono tutti i tesori della scienza e della sapienza di Dio. In esso troverete la medicina di tutte le vostre infermità, la sicurezza della vita eterna » (17).
A San Francesco d’Assisi, infermo, un suo confratello suggerì che si facesse leggere qualche libro spirituale, affinchè il suo spirito si rallegrasse. San Francesco gli rispose: «Fratello, io trovo ogni giorno tanta consolazione e tanto amore nel meditare la passione di Gesù Cristo, che se campassi fino alla fine del mondo, non mi abbisognerebbe altro libro ».
Un giorno san Tommaso d’Aquino andò a visitare san Bonaventura. Vedendo tanti suoi libri, gli chiese dove attingesse tante cose meravigliose. San Bonaventura, additandogli un crocifisso: « Ecco il mio libro, da cui traggo tutto quello che leggo, scrivo o faccio ».
(16) L. XXXII, mor., e. XIII.
(17) Sermone I, De nat. Virg.

San Filippo Benizì, vicino a morire, disse all’infermiere: « Datemi il mio libro ». Questi gliene porse vari. Ma il santo, rifiutandoli, ripeteva : « Datemi il mio libro. Quello solo voglio, e non altri ». Allora l’infermiere, vedendo san Filippo che fissava il crocifisso, lo prese e glielo diede. Il santo, tutto contento, esclamò: «Questo, questo è il mio libro!». E accostandolo alla bocca e baciandolo ripetutamente, morì.
Il profeta Baruc scrisse un libro di preghiere per gli ebrei nell’esilio; e offrendolo ai suoi correligionari, disse: « Leggete questo libro che vi abbiamo mandato » (18).
Cari lettori, anch’io, presentandovi Gesù cro­ cifisso, rivolgo a voi la stessa esortazione di Baruc agli ebrei : « Leggete sempre questo libro ».
Questo libro leggiamolo tutti :
a) noi peccatori, spaventati dai nostri peccati: esso ci convertirà e ci riconcilierà con Dio;
b) voi anime giuste, e diventerete migliori, esercitando la gratitudine verso quel Dio che vi ha giustificate con la sua passione e morte;
c) voi anime virtuose, e persevererete nel cammino della virtù, vedendo che Gesù Cristo perseverò in croce fino alla morte;
d) leggetelo voi anime penitenti, e vi infervorerete negli esercizi di mortificazione, mirando Gesù in mezzo a tanti tormenti;
e) leggetelo voi infermi, e dinanzi alla pazienza eroica di Gesù in mezzo a tante sofferenze, troverete la forza di sopportare con rassegnazione le vostre malattie;
f) leggetelo voi anime desolate, e vi consolerete vedendo Gesù abbandonato anche dal suo divin Padre nell’orto del Getsemani e sull’alto della croce;
g) leggetelo voi anime religiose, e sarete obbedienti ai vostri superiori, imparando da Gesù obbediente fino alla morte di Croce;
h) leggetelo voi anime sposate, e imparerete ad amarvi scambievolmente l’un l’altro, vedendo Gesù amare la sua sposa, la Chiesa, fino a morire per essa;
i) leggiamolo tutti attentamente, e decidiamoci — dinanzi a Gesù morto in croce — a farci santi nell’anima e nel corpo, praticando fedelmente i doveri del nostro stato.
(18) Baruc, I, 14.

II. Come pensare alla passione del Signore
Come dobbiamo pensare alla passione di Gesù Cristo, affinchè questa meditazione sia fruttuosa?
Se vogliamo che la meditazione della passione di Gesù sia veramente fruttuosa, dobbiamo praticare cinque cose: pregare prima di meditare, meditare con fede viva, meditare la passione come si compisse al presente, me­ ditare con frequenza, meditare la passione come se essa fosse stata sofferta per ciascun di noi.
1. Premettere la preghiera
San Tommaso d’Aquino dice: «È un degenere dell’umana natura, chi non desidera sapere la verità » (« ).
Dunque, se non vogliamo essere degli snaturati, ossia dei mostri, dobbiamo avere ferma volontà di conoscere la verità riguardante la passione e morte di Gesù Cristo, nostro Dio, nostro Creatore, nostro grande benefattore.
La sacra scrittura in genere, e il Vangelo in ispecie, sono libri chiusi e segnati con sette sigilli; niuno li può aprire se non l’Agnello im­ macolato, che è la sapienza di Dio.
Di qui la necessità di pregare Dio, affinchè ci assista, ci dia lume per capire il grande mistero della redenzione umana.
Gesù dice nel Vangelo: « Petite, et dabitur vobis; quaerite, et ìnvenietis; pulsate, et aperietur vobis ( 20 )-
Come chiedere, cercare, bussare?
Ce lo dice san Tommaso: « Chiedete pregando, cercate studiando, picchiate operando ».
San Giovanni Crisostomo dichiara: «Chiedete con assidue preghiere cercate studiando con travaglio, picchiate con digiuni ed elemosine ».
(19) In prìnc. metaph. in const.
(20) Mt., VII, 7.
Per fare un buon raccolto non basta il terreno. Si richiede il calore del sole, la fecondità delle piogge, il concime dei grassi, la fatica dell’uomo, la bontà della semenza…
Quando leggiamo la sacra scrittura, si ri­ chiedono due cose :
• che Dio ci mandi il sole della sua luce e la pioggia della sua grazia;
• che noi cooperiamo con lo studio assiduo e l’orazione fervorosa.
Dio non vuole fare tutto lui; né vuole che stiamo noi soli. Noi umiliamoci, cooperiamo e facciamo la parte nostra; Dio farà la parte sua, dandoci la conoscenza di Sé.
Dobbiamo ripetere tante volte la preghiera di Davide: « Signore, dammi intelletto e scruterò la tua legge e l’osserverò con tutto il mio cuore » ( 21 ).
Ugo Eteriano, cardinale e insigne teologo, pregava : « Signore, la tua parola, intesa con frutto, è quella che da la vita ».
Avete sentito : « intesa bene ». Ora chi può darci la vera interpretazione della parola di Dio? Dio stesso. E Dio ce la da, ma vuole essere pregato da noi.
Sant’Ambrogìo scrive : « Ve un intelletto che non porta alla vita, ma alla morte. Qual è questo intelletto? Quello del mondo ».
(21) Salmo, CXVIII, 34.

San Paolo apostolo, dice: « Se qualcuno fra voi crede di essere savio della sapienza di questo mondo, diventi stolto per farsi savio. Poiché la sapienza di questo secolo è stoltezza presso Dio » ( 22 ).Dunque diventiamo pazzi per Cristo, meditando la sua croce, i suoi dolori, la sua passione. Per impetrare tanto dono, diciamo al Signore : « Dammi intelletto, affinchè possa scrutare la tua parola, che è quella che da la vita, ed io l’osserverò con tutto il mio cuore ».

2. Meditare la passione di Gesù con fede viva
II profeta Davide pregava così Dio : « Signore, to­ gli il velo ai miei occhi e considererò le meraviglie della tua legge » ( 23 ).
Quali sono le meraviglie della legge divina?
Eccole: Dio, uno nell’essenza e trino nelle persone. La seconda persona della santissima Trinità che si fa uomo nel seno di Maria vergine; che patisce e muore per la salvezza del genere umano. Pensiamo: Dio che patisce su di un patibolo ; Dio che subisce una morte crudele per dare la vita della grazia e della gloria alle sue creature, all’uomo ! È veramente il caso di esclamare : « O arcani altissimi ! O meraviglie inaudite! O stupore infinito! ». Dinanzi a simili verità, se non si ha una fede viva, non è possibile andare avanti, non è possibile credere. C’è da restare confusi e quasi oppressi nel rimirare un’altezza sì grande.
(22) I Corìnti, III, 18.
(23) Salmo, CXVIII, 18.

Sant’Ambrogio, meditando il crocifìsso, esclamava: « Un Dio sopra una croce! Un popolo così beneficato che lo crocifìgge! Una sapienza divina che ordina una malizia sì atroce per la salute dell’umanità ! ».
San Tommaso da Villanova, predicando su Gesù crocifisso, restò muto e col volto infiammato per lungo tempo, come fuori di sé.
San Tommaso d’Aquino, pregando dinanzi al crocifisso, cadde in tanto eccesso di stupore, che si sentì tirare come un ferro dalla calamità, e si levò in aria.
San Domenico, contemplando la passione di Gesù: le piaghe sparse in tutto il corpo, la testa trafitta dalle spine, il capo grondante di sangue, si sentì svenire e cadde a terra.
Narra la sacra scrittura che dopo l’uccisione di Oloferne. tutti i soldati di lui, senza proferire parola, col capo basso, abbandonarono ogni cosa e si ritirarono ( 24 ).
Cari lettori, guardiamo con gli occhi della fede il nostro Dio crocifisso, morto, intriso del suo sangue, e diciamogli: « Grande Iddio! Infinito amore! Tanto, dunque, ci hai amato? Lo stupore ci ammutolisce! Tutti ammirati e confusi, prostrati ai tuoi piedi, ti adoriamo e ti diciamo : sia gloria a te, o Gesù, crocifisso, al Padre tuo celeste, allo Spirito Santo per tutti i secoli! ».
(24) Giuditta, XV, 1-2.

3. Dobbiamo meditare la passione come se fosse presente
San Bernardo afferma che è cosa utilissima rappresentarci i misteri del nostro Salvatore come misteri presenti.
La Chiesa ce ne da l’esempio. Alla vigilia del Natale annunzia il mistero dell’Incarnazione con queste parole : « Gesù Cristo, figlio di Dio, nasce nella grotta di Betlemme ».
Perché « nasce », mentre è nato venti secoli addietro?
Perché dobbiamo mirarlo come una nascita nuova, recente; come se il Redentore divino s’incarnasse e nascesse nuovamente per noi. Così si deve dire della passione di Gesù Cristo.
Sant’Ambrogio scrive : « Intendete, o cristiani, che ogni volta che ricevete i sacramenti, specialmente la Eucaristia, ricevete lo stesso Gesù, che di nuovo pa­tisce e muore per voi… Pertanto dovete tenere e considerare presente la passione e morte del Signore ».
Pitagora voleva che le immagini degli dèi nei templi fossero situate non troppo in alto, affinchè il popolo, fissandovi lo sguardo, maggiormente fosse commosso e concepisse affetti di riverenza e di timore ( 25 ).
Lo stesso dobbiamo fare meditando la passione di Gesù : considerare presenti i patimenti che egli soffrì per noi. Allora essi commuovono il cuore, lo inteneriscono, lo accendono d’amore, e lo fanno prorompere in mille affetti di devozione.
(25) Libro III, De olio.

Tertulliano scrive: « Quando terrete presente Gesù pendente dalla croce, che è la vostra vita, proverete in voi salutari affetti di penitenza, di dolore, di amore e di trasformazione nello stesso Signore ».
San Paolo apostolo, dice: «Fratelli, vi voglio contemplatori della passione di Gesù Cristo, ma non in aria, non in superfìcie, ma in atto pratico con una certa scienza sperimentale e con un conoscimento affettivo ( 26 ).
Il card. Ugo Eteriano commenta: « Cristiani, badate a non essere membra morte, ma vive, sensibili; in modo che sentiate al vivo dentro di voi, il dolore del vostro capo che è Gesù, come se lo sentiste dentro di voi stessi ».
Di santa Paola si legge che si prostrava sul pavimento davanti alla croce di Gesù, con tanta abbondanza di lacrime, di tenerezza e di affetti, come se avesse veduto il Signore pendente dalla croce grondante sangue dalle piaghe ( 27 ).
Il beato Consalvo d’Amaranta, visitando la Terra santa, ad ogni passo non faceva che piangere, come se corporalmente avesse incotranto il Redentore divino che patisse; come se avesse veduto Gesù legato, trascinato nei tribunali, flagellato, incoronato di spine, confìtto in croce ( 28 ).-
(26) Filippesi, II, 5-11.
(27) San Girolamo, Epistola XXVII.
(28) Cond. di santa Dom.

Sant’Agostino, stando davanti al Crocifisso, aveva fatto dei suoi occhi quasi due fonti di lacrime; mandava sospiri icome se il cuore gli scoppiasse; gli sembrava di trovarsi sul Calvario con la santissima Vergine, con san Giovanni e santa Maddalena. « Oh che vedo », esclamava, « Gesù, voi in croce? voi su di un patibolo?…» ( 29 ).
Chiudo con le parole del venerabile Luigi Blosio : « Fratelli, cacciate da voi la sonnolenza, la tiepidezza e la negligenza; abituatevi a meditare la passione del Signore con proposito, con grande fede, con fervore d’animo; immaginatevi la passione di Gesù, come presente, e passo passo accompagnate il Redentore di­vino fin sul Calvario; chiedetegli perdono di averlo offeso; ringraziatelo per quanto ha patito per voi, e godrete i frutti della sua croce » ( 30 ).

4. Dobbiamo meditare frequentemente la passione di Gesù
L’oggetto lontano, difficilmente, commove. Le cose che amiamo, quando sono lontane, non limentano in noi l’amore.
Senza l’esercizio costante della virtù, l’uomo non diventa virtuoso; l’abito buono si forma mediante la ripetizione continua di atti buoni. Nasciamo per essere virtuosi ; lo diventiamo mediante un lungo esercizio del bene.
(29) Libr. di medii, e. VII.
(30) Blosio, Can. vita spir., e. XIX.

Aristotele dice : « Meditatio confirmat memoriam », la meditazione rinsalda la memoria; solo la contemplazione continua della passione di Gesù confermerà in noi la sua memoria.
San Paolo apostolo scriveva: « Recogitate (cioè: pensate assiduamente) a Gesù Cristo, il quale sopportò il supplizio della croce contro la propria persona da parte dei peccatori, affinchè voi non vi perdiate d’animo nell’esercizio del bene » ( 31 ).
Queste parole di san Paolo vogliono dire: Voglio che siate forti, intrepidi in ogni più grave pericolo, anche dinanzi alla morte. Per essere tali, è necessaria la meditazione continua della passione di Gesù Cristo.
San Bernardo confessa : « Io mi sono sempre esercitato nella meditazione della passione di Gesù. Co­minciai dalla contemplazione di Gesù crocifisso » ( 32 ).
San Bonaventura consigliava: «Se state fermi, se camminate, se siete solitari, se conversate, se trattate affari, se vi ponete a fare orazione, in tutti i luoghi, in qualsiasi occasione abbiate sempre dinanzi agli occhi Gesù in croce per i peccati vostri e del mondo » (33).
San Pier Dannano rinunciò al vescovado di Ostia, si ritirò in solitudine « per stare in una continua con­templazione di Gesù crocifisso. Gli pareva di trovarsi sul Calvario, di vedere Gesù trafitto nelle mani e nei piedi; abbracciava spiritualmente la croce, apriva la sua bocca per ricevervi il sangue che stillava dalle mani e dai piedi di Gesù » ( 34 ).
(31) Ebrei, XII, 1-3.
(32) Sermone XLV, In Cant.
(33) Stimutus div. am., e. VII.
(34) Libro I, p. 9.

Il venerabile Luigi Blosio ammoniva : « Chi vuole attendere alla vita spirituale deve sempre meditare quello che Gesù Cristo fece e patì per noi ». Scriveva ad una pia persona : « Faccia il suo nido in croce e nelle piaghe del Salvatore. Quando prende cibo, bagni ogni boccone nel sangue di Gesù; quando vuoi bere, s’immagini di porre la bocca alle sacratissime piaghe del Signore » (35).
Giovanni Taulero, domenicano, nell’andare a letto, s’immaginava di salire la croce di Cristo; che il suo letto fosse il sacro cuore di Gesù; che il suo guanciale fosse la corona di spine; che le sue coperte fossero le braccia aperte del Signore. Così s’ingegnava di fare in tutte le azioni della giornata. Passava ventiquattro ore sempre con Gesù crocifisso.
Tommaso da Kempis, autore dell’Imitazione di Cristo, diceva: « Se si ricava frutto contemplando la vita dei santi, che cosa avverrà contemplando la passione e morte di Gesù Cristo? » ( 36 ).
Chiudo con le parole di sant’Agostino: « Signore non volesti mai scendere dalla croce, perche la tua ricordanza non uscisse mai dal mio cuore. Mi hai scritto nelle tue mani per ricordarti sempre di me e perché io ricordassi sempre quanto tu hai patito per me. Mi hai riscattato col tuo sangue perche io ricordassi sempre il tuo sacrifizio. Mi liberasti dalla morte eterna perche io vivessi sempre per te. Mi richiamasti dall’esilio perche io abitassi sempre vicino a te e con te. Dall’alto della croce i tuoi occhi sono sempre fissi su di me! ed io non terrò i miei occhi sempre rivolti a te? Ah non sia mai vero! » ( 37 ).

5. Dobbiamo considerare la passione di Gesù sofferta per ciascuno di noi in particolare
Un bene più è esteso nei suoi effetti, più è nobile, eccellente, perché più si avvicina al bene sommo, Dio, il quale è la causa di tutti i beni creati.
(35) Blosio, Inst. spec, e. V.
(36) De passione Chr.
(37) Bap., XIII, solil.

Gesù Cristo è morto per tutto il genere umano:
« Dio ha talmente amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, affinchè chiunque crede in luì non perisca, ma abbia la vita eterna » ( 38 ). « Cristo è morto per tutti» ( 39 ).
San Tommaso dice : « Gesù Cristo morì fuori Gerusalemme, affinchè tutti sapessero che Egli moriva per tutti. La virtù della passione di Gesù è diffusa per tutti » ( 40 ).
Dunque la passione di Gesù è stata soste­ nuta a beneficio di tutto il mondo.
Tuttavia noi, meditando Gesù crocifisso, dobbiamo considerare la sua passione sofferta per ciascuno di noi in particolare.
San Paolo scriveva: « Vivo io, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me; e quello che vivo nella carne, vivo nella fede che ho nel Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me » ( 41 ).
Dunque san Paolo apostolo considerava la passione patita solo per lui in particolare.
Perché questo?
Ce lo dice lo stesso san Paolo: « Gesù Cristo venne nel mondo a salvare i peccatori, di cui io sono il primo » ( 42 ).
(38) Gv., III, 16.
(39) II Corinti, V, 15.
(40) III p., q. IX, a. 10.
(41) Galati, II, 20.
(42) I Timoteo, I, 15.

San Paolo non nega che Cristo è morto per tutti ; ma egli considera la passione di Gesù come se essa fosse stata sostenuta solo per lui, il primo tra tutti i peccatori.
San Giovanni Crisostomo commenta le parole di san Paolo : « San Paolo, da vero servo di Cristo, stima il beneficio della redenzione e della morte di Gesù, come suo proprio, dato a se e come se l’obbligo fosse tutto suo. Non restringe l’immenso beneficio della croce a sé solo; ma giudicando di essere, per i suoi peccati, egli solo la causa della morte del Signore; perciò obbligato a pentirsi delle sue colpe ed amare il Redentore, il quale, con le sue sofferenze, le aveva cancellate » ( 43 ).
Lo stesso san Giovanni Crisostomo afferma : « Benché il sole splenda per tutti, ognuno ne sente i be­ nefici come se esso splendesse per ciascuno. Così dite della pioggia… O mio Gesù, sole di giustizia, pioggia di sangue versata per me! Sì, per tutti sono questi beni. Ma a me giova considerarli come se fos­ sero solo per me, perché non ne sento minore utilità che se fossero impiegati solamente per me ».
San Tommaso d’Aquino scrive : « O sacro convito (l’Eucarestia ), nel quale si riceve Cristo e si fa memoria della sua passione… Sic totum omnibus, quod totum singulis. Questo sacramento è stato istituito a beneficio di tutti, come se l’avesse istituito a beneficio solo di ciascuno ». Il medesimo si deve dire della sacratissima passione del Signore: è stata sofferta a benefìcio di tutti, come se Cristo avesse patito solo per ciascun di noi.
Sant’Ignazio martire scriveva ai romani : « Meus amor crucifixus est », il mio amore in croce è talmente per me, come se io fossi solo e non si trovasse alcun altro.
(43) Libro II, De compon. orci.
Il card. Ugo Eteriano esclamava: « Io non voglio altro che Dio; egli è tutto il mio bene, e fuori di luì non trovo cosa che mi sia gradita. Ma, oh come bene mi corrisponde ! ».
Tommaso da Kempis pregava: « Mio Dio! io ti contemplo tutto ferito, pieno di piaghe, sospeso alla croce; e stimo che tutto soffri per me solo, per la qual cosa tanto maggiormente si accende il mio cuore per te e mi sento obbligato » ( 44 ).

III. Conclusione
Ecco il modo di meditare con frutto la passione santissima di Gesù Cristo. Il peccato, Gesù l’ha scontato perfettamente per ciascuno di noi come se fosse stato uno solo. La passione di Cristo è stata sofferta tutta per ciascun di noi, a nostro personale beneficio, come è stata patita a beneficio di tutti gli uomini.
Beati noi se tutte le nostre opere, pensieri e parole saranno riferiti a Gesù crocifisso ; se, meditando la passione del Redentore divino, diremo : « Per me quella croce, per me quelle spine, per me quei chiodi, per me quelle carni lacerate : per me e per i miei peccati Gesù ha patito ed è morto. Viva Gesù Cristo crocifisso per me ! ».
(44) De passione Domìni.

Preghiera – Gesù, ci hai vinti, e noi ci arrendiamo. Quello che in noi non potè fare il timore, l’ha fatto l’amore. Hai superato la durezza del nostro cuore Grazie! grazie! grazie infinite! Ti sei dato tutto a noi, e noi ci diamo tutti a te. Facci tuoi, tutti tuoi solo tuoi in vita e per tutta l’eternità. Amen.

Veit Stoss, Crucifixion (High Altar of St Mary), 1477-89. Wood, Church of St Mary, Cracow.

Veit Stoss, Crucifixion (High Altar of St Mary), 1477-89. Wood, Church of St Mary, Cracow. dans immagini sacre stoss_crucifixion

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LUNEDÌ SANTO – MEDITAZIONE (PREGHIERA « CON PAOLO »)

http://www.paoline.it/Idee-per-pregare/SETTIMANA-SANTA/articoloRubrica_arb822.aspx

LUNEDÌ SANTO – MEDITAZIONE (PREGHIERA « CON PAOLO »)

Meditazione sul gesto dell’unzione del Maestro, presagio della passione e dell’immane sofferenza di Gesù; preghiera dalla lettera ai Colossesi per accettare ogni sofferenza in unione con la croce di Cristo.

Con Anna Maria Cànopi

Il nardo profumato di Maria

La liturgia del Lunedì Santo ci fa uscire da Gerusalemme ancora tutta in agitazione per gli avvenimenti del giorno precedente e ci conduce nella calma atmosfera di Betània, in casa degli amici Marta, Maria e Lazzaro, presso i quali Gesù, per l’ultima volta, va a cercare un po’ di ristoro fisico e morale.
Qui, in questo familiare incontro, possiamo ulteriormente scoprire le ricchezze di umana sensibilità del cuore di Cristo Signore.

Maria compie il gesto dell’unzione per intuizione d’amore, quasi presagendo la sorte cui il Maestro stava per andare incontro.
La donna sa quanto sia preziosa – ben più del nardo – la presenza del Signore tra di noi. Quello che a Giuda sembra troppo, per lei è ancora poco: il profumo versato vuole significare il dono di sé che ella nel profondo del cuore ricambia al suo Signore che va a morire per lei, per tutti.
La presenza di un discepolo ladro e traditore viene a turbare le ore ristoratrici dell’amicizia diffondendo diffidenza e aria di congiura. Al profumo di Maria che ha riempito la casa, al profumo dell’amicizia fedele viene a mescolarsi il cattivo odore dei pensieri del discepolo infedele.
Per Gesù è già iniziata la Passione e questa può essere considerata la prima stazione della sua Via Crucis.
Ancora più che per le sofferenze fisiche, infatti, egli patì per le sofferenze morali e spirituali.
Se già per qualsiasi uomo che abbia il vero senso dell’amicizia non c’è ferita più dolorosa del tradimento di coloro in cui poneva la propria fiducia e confidenza, tanto più ciò è vero per il Cristo, in cui ogni umano sentimento si trova al sommo grado di intensità.

Noi siamo tutti un po’ carenti, se non anche traditori, nei confronti di Gesù, eppure si può dire che egli viene continuamente da noi in cerca di una Betània dove riposare tra amici, accettando il rischio di essere rifiutato o tradito.
E ciò egli lo fa per un unico, essenziale motivo: perché tutto quanto viene dal Padre – anche il tradimento permesso, anche la croce – è non solo accettabile, ma persino adorabile.Questo atteggiamento, come ogni altro comportamento del Figlio di Dio, diventa norma di vita per ogni uomo che, entrando in comunione con lui, ritrova la propria relazione filiale nei confronti di Dio.

Siamo dunque stimolati a rientrare in noi stessi per fare un coraggioso e leale esame di coscienza, mediante il quale ci avverrà forse di scoprire che oggi, nella nostra Betània, Gesù si trova circondato da più di un amico infido e che forse proprio noi, nei suoi confronti, non facciamo sempre la nobile parte di Maria.

Anna Maria Cànopi, La Grande Settimana, Paoline 2007

Con s. Paolo

Perché soffrire?

Mi rallegro nelle sofferenze
perché accettarle procura grazia al mondo.
E intendo completare nella mia carne
quanto manca alle tue afflizioni, Cristo,
a vantaggio del tuo Corpo, che è la Chiesa.

Il Padre ha voluto far conoscere
qual è la ricchezza del glorioso mistero
che sei tu, Cristo, in noi,
gloriosa speranza.

Te noi annunciamo
per presentarti ogni uomo,
in te completo, Cristo.
Per questo fatichiamo,
battendoci in base alla tua energia
attiva in noi potentemente.

Prego per i miei compagni di questo mondo
perché siano consolati i loro cuori,
intessuti stretti nell’amore.
Abbiano ogni ricchezza della certezza completa
di quanto loro già sanno,
per una conoscenza definitiva del mistero di Dio,
che sei tu, Cristo,
perché in te sono nascosti
tutti i tesori della sapienza e della scienza (Colossesi 1,24-29; 2,2-3).

P. Hilsdale, Nel Signore Gesù. Preghiere dalle Lettere di Paolo,

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11 (pregare il testo)

http://www.amogesu.it/home/index.php?option=com_content&view=article&id=1519:vi-domenica-di-quaresima-la-kenosi-del-servo-fil-1-27-2-11&catid=139&Itemid=380

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11

INSERITO IN SESTA DOMENICA DI QUARESIMA – DOMENICA DELLE PALME

Un metodo per pregare il testo. Don Giuseppe De Virgilio, biblista

Rileggi personalmente la pagina biblica.

Ogni Lectio segue lo schema in cinque tappe:
a) il testo biblico
b) breve contestualizzazione e spiegazione
c) spunti per la meditazione
d) parole-chiavi per aiutare a pregare con il testo
e) Salmo di riferimento

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo perché, sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del Vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora.
Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Breve contestualizzazione e spiegazione
- Il brano comprende due unità, introdotte da due particelle avverbiali (1,27: monon «soltanto»; 2,1: oun «dunque»): Fil 1,27-30, in cui si riporta l’esortazione a «vivere come cittadini degni del Vangelo» e Fil 2,1-11 in cui Paolo invita i cristiani a «rendere piena la sua gioia» mediante l’adesione a Cristo, che si fece servo obbediente di Dio fino alla morte. Nel v. 27 l’avverbio «soltanto», in posizione enfatica, sottolinea il passaggio ad una sezione esortativa. Dopo aver presentato la situazione del Vangelo e l’incoraggiamento dei cristiani nell’impegno per l’evangelizzazione, Paolo assume un deciso tono esortativo, con una serie di imperativi che spingono i Filippesi a vivere nell’unità e nell’umiltà la testimonianza della fede. Il primo imperativo è politeuesthe (comportatevi da cittadini), applicato al modo di vivere degno del Vangelo di Cristo.
- L’interpretazione del verbo può intendersi in senso generico di un comportamento sociale nel contesto della città macedone, oppure può essere interpretata alla luce di Fil 3,20, dove l’Apostolo tratta della «cittadinanza celeste» (to politeuma en ouranōn), con un chiaro riferimento alla dimensione escatologica della fede cristiana. Questo invito costituisce il motivo dominante dell’esortazione paolina ai Filippesi: essi sono chiamati a dare una qualificata testimonianza di unità (essere saldi in un solo spirito) e di lotta «per» la fede del Vangelo. La forza della fede aiuterà la comunità cristiana anche a «soffrire per Cristo» (v. 29: to hyper autou paschein), condividendo il medesimo combattimento (v. 30: ton auton agōna echontes) che l’Apostolo sta conducendo nella lontana sua prigionia. Sia nella professione di fede che nella comune lotta contro gli avversari del Vangelo, Paolo e la Chiesa di Filippi devono sentirsi uniti e chiamati a vivere nella comunione vicendevole una coraggiosa presenza cristiana.
- In 2,1 con l’avverbio «dunque» (oun) si apre la seconda unità, che raccoglie l’accorato appello di Paolo alla concordia nel «modo di sentire» e nelle relazioni interpersonali. Il tono del discorso è introdotto da quattro brevi frasi condizionali («se c’è…»), che delineano in modo essenziale lo stile di vita della Chiesa. La consolazione (paraklēsis), il conforto (paramytion), la comunione nello spirito e le viscere e compassione e sono le quattro prerogative della vita comune che l’Apostolo chiede di ravvivare ai Filippesi.
- La consolazione è la capacità di sostenere l’altro che vive nell’angoscia (cf. Mt 5,4). In questo caso la figura di Paolo è allo stesso tempo bisognosa di consolazione e consolatrice. Il conforto dell’amore completa l’atto del consolare, partecipando all’altro la capacità di amare e di riempire i vuoti della solitudine. Vi è poi la «comunione dello spirito» che implica il coinvolgimento di tutto l’essere che si dona all’altro in modo gratuito ed incondizionato. Infine i due sostantivi plurali «viscere e compassione» indicano i sentimenti profondi che governano la persona umana e le permettono di comunicare la ricchezza interiore delle proprie emozioni. L’argomentazione paolina culmina nel v. 2 con l’imperativo aoristo plerōsate (rendete piena) seguito dal complemento oggetto mou tēn charan (la mia gioia). Paolo invita i Filippesi ad un «sentire unanime» (to auto phronete), a condividere l’amore e ad essere concordi. Questa sottolineatura della comunione e dell’unità si contrappone alle espressioni del v. 3, in cui si citano gli atteggiamenti negativi da evitare: non agire «per rivalità» (kat’eritheian) nè «per vanagloria» (kata kenodoxian), atteggiamenti che generano divisioni e chiusure nella comunità.
- Al v. 4 la raccomandazione di Paolo spinge i cristiani alla reciprocità, facendosi partecipi dell’interesse dell’altro; letteralmente, «non guardando ognuno alle proprie cose» (v. 4), «ciascuno sappia guardare (anche) alle cose dell’altro». Si costruisce la comunione ecclesiale solo nella capacità di saper perdere se stesso e il proprio prestigio personale per il Vangelo (cf. Mt 10,39). In Paolo la parola pronunciata diventa «testimonianza vivente» proprio a motivo della sua condizione di prigionia! I destinatari di questa lettera ne sembrano coscienti, dimostrando una solidarietà senza limiti con l’Apostolo e le sue tribolazioni. Al v. 5 è inserita un’ulteriore breve esortazione, con la ripetizione dell’imperativo phroneite (abbiate un medesimo sentire) che riassume il contenuto essenziale delle precedenti espressioni parenetiche. Il «sentire unanime» dei cristiani deve essere commisurato a Cristo Gesù, la cui persona è presa come modello essenziale su cui “con-figurare” (syn-morphizō: cf. Fil 3,10.21; Rm 8,29) la vita personale e comunitaria dei credenti. In tal modo l’Apostolo introduce i suoi lettori il notissimo brano cristologico, mirabilmente incastonato nei vv. 6-11. Va rilevata la formula finale «in Cristo Gesù» che richiama in modo inclusivo l’inizio del brano parenetico di Fil 2,1.
- La composizione cristologica si colloca all’interno dell’esortazione paolina, introdotta dal pronome relativo os (il quale) e seguita da tra verbi all’aoristo indicativo: «non considerò», «svuotò se stesso», «umiliò se stesso» e successivamente dal soggetto o theos (Dio) che regge altri due verbi in aoristo che hanno come complemento oggetto la persona del Cristo: «lo sopraesaltò», «gli donò». Si tratta di un testo narrativo assai complesso, che ha conosciuto un’articolata storia interpretativa, per via della corretta comprensione di alcuni termini collegati alla natura, alla funzione e ala preesistenza del Cristo.
- Leggendo il brano cristologico appare evidente la divisione in due unità letterarie all’insegna del duplice movimento dell’abbassamento (vv. 6-8) e dell’innalzamento (vv. 9-11) collegate dalla congiunzione «e perciò» del v. 9 (dio kai) e contrassegnate dalla diversità dei soggetti. Nella fase dell’abbassamento il soggetto è Cristo, mentre in quella dell’innalzamento è Dio. Cristo liberamente «discende» dalla sua condizione divina, si abbassa dal suo trono altissimo fino a prendere la forma umana e a morire in modo ignominioso sulla croce. I tre gradini della discesa del Cristo sono: l’umanità, la morte e la croce. Nei vv. 9-11 viene descritta la «risposta» di Dio all’azione “kenotica” del Figlio: dopo essersi abbassato fino alla morte in croce, Dio ha “super-esaltato” il Cristo donandogli il “nome” più eccelso che esista, il nome divino di «Signore» (v. 11: kyrios). La conseguenza di questa esaltazione è duplice: affinché tutti («in cielo, in terra e sotto terra») si inginocchino e facciano la loro confessione di fede nella divinità del Cristo, signore del cosmo e della storia.
- Il v. 6 si apre con il pronome os riferito a Gesù Cristo, il quale «essendo nella condizione di Dio» (en morphē theou) scelse liberamente di entrare nella «condizione di servo» (en morphē doulou). Si nota il parallelismo tra condizione divina e condizione servile. La condizione «di Dio» non fu ritenuta un «privilegio» (harpagmon) («qualcosa da trattenere»), ma un «dono» per un progetto più grande, che equivale alla sua missione nel mondo. Nel v. 7 con un’avversativa (alla) si dichiara la scelta paradossale e libera del Cristo: «svuotò se stesso» (heauton ekenosen) per prendere la condizione umana. Va notata la singolarità del verbo kenoun (vuotare, annientare), che esprime l’azione della totale spoliazione del Cristo per farsi uno con l’umanità. L’espressione si rivela intensa e profonda. Sembra richiamare alla mente, pur nella diversità dei termini, la consegna alla morte del «servo sofferente» in Is 53,12.
- Nel v. 8 prosegue l’azione dell’abbassamento con un secondo verbo: «umiliò se stesso», che esprime lo stile assunto dal Cristo nello scendere attraverso la storia dei piccoli e dei poveri fino all’estremo. E’ l‘azione del farsi poveri che diventa ricchezza per i credenti (cf. 2Cor 8,9). Il fatto che il Figlio diventi «obbediente» (genonenos hypekoos) fino alla morte e alla morte di croce», implica il senso gratuito di questa scelta, che non è frutto di una cieca fatalità né di un meccanismo, bensì di una fedeltà piena a Dio e alla sua missione. L’obbedienza del Figlio culmina nella morte (thanatos): essa indica il massimo grado di sottomissione e la specificazione «morte di croce» esprime il massimo punto di degradazione della condizione umana. Non poteva esserci descrizione più toccante della vicenda del Cristo, fedele al Padre.
- Nel v. 9 il nuovo soggetto diventa Dio il quale di forte al dono gratuito e paradossale del Figlio «disceso nell’umanità fragile e mortale», ha scelto di «sopraesaltarlo» (hyperypsosen). L’azione di Dio si concretizza nel dono del «nome sopra (hyper) ogni altro nome»: si tratta del nome di «signore» (kyrios) con cui termina il brano al v. 11 e che designa la dignità e la sovranità della stessa posizione del Cristo, partecipe della signoria universale ed assoluta di Dio. Nei vv. 10-11 si delinea la conseguenza dell’esaltazione del Cristo con due subordinate introdotte dalla finale ina (affinché): «ogni ginocchio si pieghi» e «ogni lingua proclami». In queste immagini viene rappresentata la dignità assoluta che Gesù riceve in modo unico e sommo da tutti gli esseri viventi, in cielo, in terra e sotto terra. Tale omaggio è suggerito dal gesto di prostrazione (cf. Is 45,23; Rm 11,4) e di proclamazione «cosmica» («ogni lingua», cf. Is 66,18b; Dn 3,4.7) che culmina nell’affermazione finale del brano: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (cf. Rm 10,9-10).
- Questo titolo cristologico corrisponde nella Bibbia al tetragramma ebraico JHWH, che è il nome di Dio (cf. Es 3,15; Sal 99,3). In altre parole: al Cristo umiliato ed esaltato viene attribuita la signoria unica ed assoluta che nella tradizione biblica era propria di Dio. Questa designazione è da considerarsi il punto di arrivo del brano cristologico e allo stesso tempo l’esperienza intima e mistica che Paolo ha vissuto nel mistero della sua missione a servizio del Vangelo.

Spunti per la meditazione e l’attualizzazione
- Da appassionato predicatore della Parola, Paolo rivolge ai cristiani di Filippi una fondamentale esortazione: la capacità di «sentire insieme» a Cristo. La dinamica spirituale consente ai credenti di divenire «cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27). La metafora della cittadinanza indica la dimensione relazionale della vita cristiana. Essa si svolge all’interno di una città, che è abitata da uomini e donne che cercano la pace.
- Un secondo motivo è costituito dall’immagine del «combattimento condiviso» da tutti (synathlountes) «per» (o «per mezzo») della fede. La predicazione della Parola chiede di spendersi personalmente e di pagare il prezzo della sofferenza. Non c’è testimonianza cristiana che non sia «pagata a caro prezzo», non c’è missione che non comporti un coraggioso coinvolgimento nel donarsi e nel soffrire per il Signore. L’Apostolo chiede ai Filippesi di «stare saldi», di non «lasciarsi intimidire» (Fil 1,28) dagli avversari e considera la sofferenza come una «grazia» (1,29: echaristhē) assunta «a favore» (hyper) di Cristo. Paolo stesso rappresenta un «esempio nella lotta»: quelle catene portare per Cristo sono l’eloquente messaggio di come può essere interpretata la missione dei cristiani.
- Tuttavia il fondamento della novità del Vangelo va cercato nella stessa persona e missione del Figlio di Dio. In Fil 2,1-4 l’Apostolo invoca la pienezza della gioia cristiana e rinnova l’invito a non interpretare diversamente il cammino della fede: esso deve necessariamente seguire le stesse orme di Gesù Cristo (cf. 1Pt 2,21). Il brano cristologico di Fil 2,6-11 ci chiede di meditare sull’unicità della storia di amore che Dio ha voluto e realizzano attraverso il Figlio. Introdotto al v. 5 con l’invito a condividere i medesimi sentimenti di Cristo Gesù, il brano cristologico costituisce una delle più profonde e ricche sintesi del mistero cristiano. Entrare nella «spoliazione» e nella «umiliazione» del Figlio amato, che per amore sceglie di farsi il più piccolo e il più povero tra gli uomini.
- La missione del Figlio è accolta dal Padre: egli lo ha esaltato «sopra tutti e tutto». Il servo è diventato «signore», la spoliazione e l’umiliazione si è tramutate in esaltazione: nel trionfo della risurrezione e della vita Cristo esercita la signoria dell’amore e la sua missione porta il frutto della riconciliazione e della pace. Il contesto parenetico dell’unità non deve indurci a ritenere queste considerazioni delle pie esortazioni, ma deve spingerci a conformare tutta la nostra esistenza al progetto di Dio in Cristo Gesù. Misurato con la vicenda del Cristo, umiliato ed esaltato, il cristiano è in grado di interpretare la storia con le categorie e lo stile indicato dal Vangelo. La nostra vita non potrà che ispirarsi allo schema cristologico della croce e della gloria, dell’annullamento (kenosi) e della glorificazione (doxa), della concretezza dell’oggi, vissuto nella quotidiana lotta per il fede del Vangelo e della speranza nel domani, atteso in uno stile operoso nella fiducia che Dio realizzerà le sue promesse.
- La passione per la Chiesa che Paolo esprime tocca un aspetto centrale: condividere gli stessi sentimenti interiori. Come vivi la tua comunione con i fratelli nella comunità?
- Il modello della nostra santità è Gesù. Egli ha realizzato l’unità tra di noi e con Dio. Stai crescendo nel cammino di maturità verso l’unità? Quali sono i segni della maturità ecclesiale presenti nell’ambiente in cui operi? Bisogna fare ancora molto cammino per raggiungere un buon livello di maturità ecclesiale? L’inno cristologico è una sintesi dell’evento cristiano: fermati sui tre aoristi «non considerò la sua prerogativa divina», «svuotò», «umiliò» se stesso. Farti servo: cosa implica questa verità nella tua esistenza?
- L’abbassamento, la kenosi, non è soltanto un atteggiamento morale ma una scelta esistenziale che imita la grandezza divina: come vivi il tuo abbassamento quotidiano? Come si traduce nella concretezza delle relazioni interpersonali? Dio ha scelto di amarci così, mediante la morte del Figlio sulla croce: come ami le persone che ti sono poste accanto?

Parole-chiave per aiutare a pregare con il testo
Comportatevi da cittadini degni del vangelo / combattete unanimi per la fede del vangelo /
senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari / la grazia di soffrire per lui / sostenendo la stessa lotta / consolazione in Cristo / conforto derivante dalla carità / rendete piena la mia gioia / Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria / ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso / Abbiate in voi gli stessi sentimenti / non considerò un tesoro geloso / ma spogliò se stesso / umiliò se stesso facendosi / obbediente fino alla morte di croce / Dio l’ha esaltato / ogni ginocchio si pieghi

Salmo di riferimento Sal 22
Rileggendo le parole del Salmo, trasforma la lettura del brano evangelico in «preghiera».

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo. (…)
Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».
Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. […]

IL SERVO SOFFERENTE (DEUTERO-ISAIA) – di Bruna Costacurta

http://www.suoresacrafamiglia.it/download/area_riservata/Il%20cesto%20del%20pane/Libri%20da%20leggere/ServoSofferente_Costacurta.doc.

IL SERVO SOFFERENTE (DEUTERO-ISAIA)

di Bruna Costacurta

Intendo fare delle riflessioni sulla figura del servo sofferente del Signore, quella misteriosa figura di servo di Dio, di cui parla il Deutero-Isaia e che viene presentato come colui che il Signore invia perché porti a compimento la sua missione di salvezza attraverso una vicenda di passione e di morte che apre alla luce e alla vita.
Dunque, il mistero pasquale è lì concentrato e il servo è icona di quel Signore Gesù che entra nella passione per entrare e portare tutti nella vita. Questa figura misteriosa di servo si trova delineata nella parte di Isaia chiamata Deutero-Isaia e sono stati identificati alcuni testi che possono rappresentare, di fatto, un punto di riferimento, i famosi quattro canti del servo: Isaia 42; 49; 50; 52 e 53.
Non prendo un testo in particolare, ma piuttosto vorrei con voi attraversare questi quattro canti, e quindi attraversare la storia di questo servo, vederne un poco i contorni, così da avere alcuni elementi di riflessione, che voi poi potete utilizzare per meditare sulla vicenda del Signore Gesù, la vicenda di Pasqua.
All’inizio dei canti, nel primo canto (42), viene presentato questo servo in cui il Signore Dio si compiace e riceve lo Spirito in vista della sua missione. Si delinea una missione di salvezza, di vita, di gioia. “Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo”, dice Dio parlando al servo, “ti ho stabilito luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Dunque, una missione di salvezza, di gioia, di vita, di liberazione; una missione tutta positiva, che però si presenta come una missione difficile e inevitabilmente segnata dalla sofferenza e dalla morte. La missione che il servo riceve ci riguarda tutti come destinatari della missione; infatti siamo noi quei ciechi che devono tornare a vedere, quei prigionieri che sono da liberare, ma ci riguarda anche come parte attiva della missione, perché voi come sacerdoti nel modo più esplicito siete al servizio di questa missione. Direttamente ed esplicitamente e in modo assolutamente privilegiato voi siete al servizio della salvezza di Dio e dunque in modo assolutamente privilegiato siete questi servi che il Signore manda per compiere la sua missione. Una missione di vita che deve necessariamente passare attraverso la morte. Il servo è mandato fondamentalmente a combattere e a vincere il male, (“liberare i prigionieri, vincere la cecità”, metafore tipiche del peccato), utilizzando delle armi che non sono quelle del male e mettendosi su un piano che non è quello del male. “Non griderà e non alzerà il tono”, si dice del servo, “non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. Il servo è mandato a risanare, a lottare, a vincere, ma senza violenza, senza gridare, senza spaccare tutto per ricominciare tutto da capo, ma invece, entrando dentro una realtà malata, andando a ricercare quel minimo di bene che è ancora rimasto per rispondere al male con il bene e vincere il male con i criteri del bene. Il male urla nelle piazze, il male è violento, il servo deve combatterlo senza urlare, senza violenza. Armi impari, perché tutta la forza aggressiva e violenta del male adesso deve essere affrontata da qualcuno che invece decisamente e positivamente rinuncia alla violenza e all’aggressività, e si presenta davanti al male disarmato. Disarmato delle armi del male e armato invece delle armi del bene, dell’amore, che sono le uniche armi che possono veramente costruire la salvezza, ma che però sembrano armi inadatte, apparentemente inefficaci. La potenza dell’amore del servo apparentemente è impotente davanti alla potenza violenta del male, e invece così comincia la rivelazione del servo che dice: la lotta è su un altro piano e l’unico modo per vincere è almeno apparentemente di perdere, cioè di affrontare il male con armi diverse, perché solo così si può davvero vincere, senza spegnere la fiamma che è lì mezza moribonda, senza spezzare la canna che ormai è incrinata. Ora però, se si affronta il male senza usare le stesse armi del male, è inevitabile che il male ad un certo livello sembri prendere il sopravvento. Se si vuole rispondere al male con il bene il male bisogna subirlo per poterlo trasformare in bene. Perché il modo per non subire il male sarebbe di farlo, sarebbe di rispondere al male con il male, allora apparentemente non lo si subisce; ma se si vuole rispondere al male con il bene, si diventa vittime del male e proprio perché vittime e dunque riassorbendolo nella propria capacità di amore, quel male può diventare bene. Dunque, il servo e voi siete destinati a combattere con armi diverse da quelle del male; siete destinati ad essere dei ricercatori del bene che si trovano in mezzo a canne incrinate e a fiamme smorte e non si rassegnano che sia finita e vanno in cerca di quello che è ancora rimasto di bene, a cui attaccarsi per poter da lì ripartire. La canna incrinata non la si spezza, dicendo: basta, ormai non serve più! Si va a cercare ancora quel pezzettino in cui è ancora attaccata la canna per trovare il modo di risanarla; si va a cercare ancora quella fiammella che ormai non si vede neanche più e si parte da lì, si soffia sopra pian piano perché la fiamma riprenda. Questa è la missione del servo che così facendo deve entrare nel male; apparentemente entra in questa dimensione di debolezza davanti al male, ma in realtà con la forza dell’amore riesce a sopportare il male senza lasciarsene contagiare.
Il testo di Isaia 42 dice che “spezzerà la canna incrinata e non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta”, e subito dopo dice: “e non sarà smorto e non si incrinerà”. La traduzione della CEI dice: “non verrà meno e non si abbatterà”, ma in realtà quei due verbi sono gli stessi verbi che si utilizzano per la fiamma e per la canna; allora si dice: “non spezza la canna incrinata e lui non si incrinerà, non spegnerà la fiamma smorta e lui non diventerà smorto”. Eccolo il segreto: sopportare il male senza diventare male, senza farsene contagiare, per poterlo invece guarire; dico “sopportare”, che è l’atteggiamento di chi va in cerca del bene e di chi davanti al male ha la pazienza necessaria per vincerlo ed ha anche la dolcezza, la tolleranza che serve per vincerlo e che non è un lasciarsi contagiare, un lasciar correre, ma è mettere in opera quella forza grande che è quella della comprensione e dell’amore, quella pazienza che è la longanimità di Dio e che permette di vincere. L’inflessibilità di solito è dei deboli; la longanimità e la lungimiranza è dei forti e questo è il servo!
Però questa missione per forza fa male; combatte il male, ma entra nella sofferenza. Man mano che si va avanti nella vicenda del servo così come si ritrova nei canti di Isaia si vede sempre di più all’opera il male, la sofferenza che il servo deve patire. Nel secondo canto il servo entra in una dimensione di sofferenza che per adesso è solo interiore e che è la percezione dell’apparente inutilità della sua missione. Il Signore mi ha detto: il mio servo tu sei Israele sul quale io manifesterò la mia gloria, ma io ho risposto: invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze! Questa è la percezione che il servo ha del suo lavoro. Credo che nessuno di voi faccia fatica a riconoscersi in queste parole del servo e di Isaia 49. Invano, a vuoto, vanamente; l’idea di qualche cosa di inconsistente, di girare a vuoto, di girare intorno in modo insensato, di non arrivare da nessuna parte, come se si lavorasse tanto e poi questo non serve a niente, non ha senso e poi il male comunque sembra sempre tanto più grande; ma poi a che serve quello che facciamo? E ci si ritrova soli ; è la crisi del servo, la crisi di ogni servo della salvezza e quindi in particolare di voi sacerdoti. Ed è una crisi inevitabile, necessaria, perché se il servizio di questo servo e vostro è il servizio della salvezza di Dio è assolutamente costitutiva l’assoluta vostra inadeguatezza a compiere questo servizio e questa missione. Se voi foste perfettamente adeguati così da dire: perfetto! Questo è proprio quello che io so e posso fare! Tutto torna, va benissimo! Poi alla fine posso far quadrare i conti tra gli sforzi che ho fatto e i risultati, perché io ci so fare… se questo fosse, allora o voi siete dio e non mi pare o la missione che voi state portando avanti non è quella di Dio, ma è la vostra e di quella missione lì – vi garantisco – non sappiamo proprio che farcene, perché l’unica missione che salva è quella di Dio! E se la missione di Dio diventa vostra, non salva più nessuno!
D’altra parte se è la missione di Dio, è inevitabile, siete inadeguati! C’è questa sproporzione assoluta tra voi strumenti e ciò che il Signore con voi vuole compiere. Ed è questo che necessariamente deve portare a questa percezione che è tutto vano, non vano nel senso che non serve, ma vano nel senso che noi non abbiamo la possibilità di verificare quello che stiamo facendo, di verificare se ci sono dei risultati, perché noi ci stiamo muovendo a dei livelli che non sono i nostri e che non sono i livelli della possibile verifica e che siete servi di una salvezza che si gioca nel segreto dei cuori, che quindi non si può contare.
Sì, la si può vedere qua e là da alcuni segni, ma sono sempre segni ambigui. La mia chiesa è sempre piena la domenica! E questo è bello; ma è sempre piena perché vengono a cercare il Signore, perché gli state simpatici voi, ci sono le chitarre e allora è carino! Perché è un quartiere per bene dove è meglio farsi vedere a messa la domenica, perché se no che cosa pensano… non vengono più al mio negozio! E poi perché ho semplicemente bisogno di sentirmi a posto… I segni sono importanti, ma sono ambigui, allora uno è sempre lì che non può mai verificare; anche perché ciò che è verificabile non è quello che è importante nel Regno di Dio. In realtà cosa succede nel Regno di Dio? Il vero momento in cui la missione del servo ha successo, è stata realizzata è il momento in cui il Signore Gesù appeso ad una croce sembra maledetto da Dio, abbandonato, lasciato solo dai suoi senza apparentemente nessun futuro.
Che contava ancora Gesù sulla croce? Non c’era più nessuno; altro che chiese piene! E quelli che c’erano erano lì per dire: lo vedete? Dio lo ha abbandonato! E là la missione è finalmente compiuta! Lo spossesso della missione, l’obbedienza ai criteri di Dio, che sono diversi di quelli del mondo, mettono in questa fatica di credere nel senso della missione che ci è stata affidata e questa è la crisi morale, è la sofferenza spirituale del servo che poi si apre ad una sofferenza anche fisica.
Nel terzo e nel quarto canto c’è la vicenda di rifiuto del servo da parte degli uomini, della sua sofferenza e della sua morte. Gli uomini che rifiutano con l’umiliazione. “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strapparono la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti, agli sputi”: non è solo la violenza fisica, ma la violenza fisica che passa attraverso una violenza umiliante (la barba strappata, gli sputi, gli insulti); la violenza umiliante è violenta due volte, ti distrugge il fisico e la tua dignità di persona e così riesce a ucciderti due volte. Ed è la reazione tipica all’annuncio di salvezza: infatti se il compito del servo è di ridare la vista ai ciechi e di far uscire dal carcere i prigionieri, quando la cecità è quella del male e quando quel carcere è quello del peccato, avviene che si è davanti a della gente che è talmente prigioniera del peccato da non sapere neppure più di essere nel carcere, che è talmente accecata dal male da non essere più neanche consapevole di essere cieca. Quello che Gesù, il servo definitivo, fa per tutta la sua vita: è cercare di convincere gli uomini di peccato, perché finché non li convince, loro non si lasceranno mai salvare, finché questi non capiscono che sono ciechi non accetteranno mai che qualcuno gli apra gli occhi. Bisogna essere consapevoli di essere malati per accettare il medico. “Non sono i sani quelli che hanno bisogno del medico, ma i malati” – dice Gesù ! Ma se Gesù viene come medico, bisogna capire finalmente di essere malati per poterlo accettare come colui che ti guarisce. Aver finalmente capito di essere malati, ciechi e prigionieri, questo vuol dire che già ci vediamo, che già siamo sulla via della guarigione e che il carcere ha già aperto le porte. Per cui il servo è mandato a portare la luce a quelli che dicono di vederci e se qualcuno viene a dir loro che sono ciechi, allora si arrabbiano; questo servo, che continua a dirci che siamo ciechi e prigionieri, prima o poi bisogna farlo fuori. Dunque, il male reagisce in modo violento; inevitabilmente, quando il bene si presenta e il servo è talmente dedicato e identificato con la sua missione di salvezza e di bene che, quando il bene viene rifiutato, inevitabilmente anche il servo si ritrova ad essere rifiutato. La figura del servo a cui bisogna far riferimento nella nostra vita è quella di un servo che assume totalmente la sua missione, così da non avere spazi propri di riserva, da non avere spiagge su cui ritirarsi. Come dire: la missione di Dio l’accetto, però mi tengo una parte di me fuori, in salvo, mi tengo le mie vie di uscita. Assumo la missione, però… questo non è possibile, quando la missione è quella di Dio. O si assume tutta o non si assume! E se si assume tutta, quando rifiutano la salvezza che tu porti, non sperare di salvarti, rifiutano anche te! E se vogliono distruggere quel bene, perché lo percepiscono come un pericolo e come un’offesa, se distruggono quel bene non ti illudere, perché distruggono anche te.
Ecco allora il quarto canto del servo: la distruzione del servo, questa lunga vicenda di passione e di morte. Essa comincia con un paradosso che dà la chiave di interpretazione di questo quarto canto. Comincia con la presentazione che il Signore fa del servo (anche nel primo canto aveva detto: ecco il mio servo che io sostengo ), adesso nell’ultimo canto Dio dice la stessa cosa: “Ecco il mio servo che avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato e come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti. I re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato”. Questo dà la chiave: il servo è colui che è sfigurato, talmente sfigurato dal male che gli si è riversato addosso, da non sembrare neppure più un uomo; ebbene, questo servo così sfigurato è il servo onorato, glorificato, innalzato. E’ per questo sono tutti nello stupore, lo stupore di vedere che un uomo possa soffrire così tanto e ancora di più lo stupore di vedere che un uomo così sofferente, questo uomo dentro questa sofferenza sia innalzato ed esaltato, dentro quella sofferenza, non quando la sofferenza è passata. Questi primi versetti del quarto canto ci danno la chiave di interpretazione della vicenda di morte e di resurrezione del servo e quindi di Gesù come una vicenda in cui morte e risurrezione coincidono. Non c’è la passione e poi la morte e poi dopo la risurrezione, ma già dentro la passione, dentro la morte il servo è innalzato e glorificato e già dentro la morte che la morte è vinta e quindi si apre alla risurrezione. Questi primi versetti del quarto canto sono fortemente “giovannei”, perché Gesù è colui che nel momento che viene innalzato, è tirato su sulla croce, è innalzato alla destra del Padre; nel momento in cui viene attaccato al legno è intronizzato sul trono della gloria, nel momento in cui muore è risorto. Però sta tre giorni lì, dentro il sepolcro, perché non è una morte falsa, per modo di dire, una morte che è già risurrezione, ma è una morte vera! E proprio perché vera, è risurrezione. Questi primi versetti ci danno la chiave e poi si snoda pian piano questa vicenda del servo virgulto e radice (“è cresciuto come un virgulto davanti al Signore e come una radice in terra arida”), quest’idea del virgulto e della radice probabilmente evoca Isaia 11, che presenta il Messia come virgulto nel tronco di Iesse, forse un’allusione alla dinastia davidica, però anche un’allusione alla situazione di difficoltà in cui il servo nasce e vive. E’ un virgulto che nasce in una terra desertica, come se fin dalla sua origine il servo dovesse lottare per vivere, un virgulto sulla terra arida non ce la fa e se ce la fa vuol dire che ha un tale amore per la vita da essere più forte anche della morte del deserto. Questo virgulto nel deserto è una specie di miracolo, così come è un miracolo questo servo che dà la vita per il suo popolo. Si snoda la sua vicenda come vicenda di sofferenza e di morte, “uomo dei dolori, esperto nel patire, era talmente sfigurato il suo aspetto da non essere più riconoscibile come uomo”, e infatti non è riconoscibile come uomo, è uomo dei dolori, come se ormai la sofferenza l’avesse coperto radicalmente e lui fosse definitivamente identificato con la sua sofferenza e con la sua morte. Il cammino è proprio quello che contempliamo nella settimana santa, “maltrattato si lasciò umiliare, non aprì la sua bocca”, come Gesù durante il processo che tace per non accusare coloro che lo accusano, in modo che loro non debbano essere condannati, “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori e non aprì la sua bocca”; l’immagine dell’agnello è così parlante per noi in riferimento alla passione di Gesù e questa immagine della pecora in mano ai tosatori è qualcosa dell’essere in balìa di chi ti prende e tu non puoi fare apparentemente più niente. L’immagine del servo come della pecora in mano ai tosatori è qualcosa di molto violento! La girano, la voltano, proprio questa è anche la condizione del servo, che è in mano a coloro che fanno di lui quello che vogliono. E questo però come “uno che si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato; è stato trafitto per i nostri delitti e poi noi tutti eravamo sperduti come un gregge e il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”, e poi maltrattato si lasciò umiliare. Il servo che entra nel dolore, ma senza che appaia la verità di ciò che sta avvenendo; ciò che sta avvenendo è che il servo sta assumendo su di sé le conseguenze del male per liberare gli uomini da quel male; ecco il discorso “ha fatto ricadere su di noi l’iniquità di noi tutti… Per le sue piaghe siamo stati guariti… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui…”; E’ chiaro che non è nel senso che la punizione che doveva toccare a noi invece poi è toccata a lui, ma è che il male che noi abbiamo fatto con tutte le sue conseguenze viene affrontato dal servo che accetta che il male gli ricada addosso, per poterlo così prendere su di sé rispondendo con il bene. Il male ha questa sua forza terribile che è quella di riprodurre altro male. Se devo affrontare qualcuno che mi fa del male, io istintivamente sono portato a reagire, rispondendo con il male a lui: è inevitabile! Mi fanno un torto e io troverò il modo di rifarglielo parlano male di me e io parlerò male di loro; mi offendono e io li offendo e se non riesco a offendere loro andrò a cercare qualcun altro da offendere, perché da qualche parte bisogna che faccia uscire il male che ho accumulato e che mi hanno messo dentro. La forza terribile del male è che mette il male dentro all’altro mentre glielo fa. Ora, nella vicenda del servo, cioè del Signore Gesù, non c’è male dentro di lui, perché lui è il Figlio di Dio, lui è l’innocente, perché lui è uomo in tutto simile a noi, ma non nel peccato. E allora il male non gli mette il male dentro, il male gli si rovescia addosso, lo distrugge, ma non gli mette il male dentro così che lui risponde con il male. E allora è come se il male gli si rovesciasse addosso e non trovasse niente su cui impiantarsi per crescere; gli si rovescia addosso, ma non può riprodursi come altro male, perché trova solo bene e lì inevitabilmente finisce per scaricarsi. E’ il male che perde il suo veleno (“dov’è o morte il tuo pungiglione?), è il male che non può più riprodursi perché lì non trova risposte di male e che, ritrovando solo risposte di bene, si ritrova praticamente annientato. Questa è la: “E invece noi lo giudicavamo castigato da Dio e percosso da Dio e umiliato”.
E’ questa realtà della salvezza, del dono totale di sé del Signore Gesù che accetta di morire per poterci dare la vita; lui in realtà non muore, ma dà la vita per noi e la dà perché la vita sia pure possibile per noi. E’ la vicenda di colui che dona e che dona talmente tanto e in modo talmente gratuito che accetta perfino che non si veda che quello è dono. Gesù muore per amore e “noi lo giudicavamo castigato da Dio e umiliato”. E’ talmente tanto il dono, talmente puro il dono e gratuito che accetta anche che non si sappia; non perché vinca la menzogna, ma perché l’uomo possa accogliere un dono che è talmente dono da non chiedere nulla in cambio se non di essere accettato. Questa vita che Gesù dona non chiede nulla in cambio, chiede solo di essere accettata come vita di Gesù; il dono chiede solo di essere accettato come dono. Il perdono non chiede niente in cambio, chiede solo di essere accettato come perdono: è chiaro che poi questo cambia la vita della persona che l’accetta, ma non perché chi dà il dono e il perdono non glielo dà se non ha in cambio qualche altra cosa; non glielo dà se non c’è almeno la grande riconoscenza (sono pronto a dare la vita, ma che almeno lo sappiano! Così almeno muoio con questa gratificazione); no! Il dono e il perdono di Dio chiede solo di essere accolto, poi se l’accogli ti cambia. Questo è il mistero pasquale e allora è chiaro che la spirale del male in questo modo si interrompe e la morte diventa vita.
Per terminare vorrei ancora fermarmi solo per qualche minuto sull’ultimo versetto del nostro canto, in cui dopo aver mostrato il cammino di morte e perciò di risurrezione, di vita del servo, si conclude il tutto dicendo: “perché ha consegnato se stesso alla morte” (anche il canto del servo insiste su questa dimensione di libertà: è Gesù che si dona) “ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava (levava) il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quest’ultima dimensione, quella dell’intercessione, mi pare importante anche per la vostra vita sacerdotale. Anzi questa è una dimensione tipicamente sacerdotale.
Il servo come intercessore del popolo, entrando nella linea delle grandi figure di intercessori. Abramo che lotta in qualche modo con Dio per strappargli la salvezza di Sodoma (Gen 18), Abramo che intercede per Sodoma. Come Mosè che intercede per il popolo (Es 32); Mosè era un uomo di preghiera, di intercessione; prega tanto, prega per tutti, persino per il faraone. Al cap. 32 dell’Esodo, dove c’è il racconto del vitello d’oro, lì c’è la grande preghiera di Mosè: il popolo ha peccato e Mosè intercede per i peccatori, proprio come dice la fine del canto del servo (“e intercede per il popolo”). Questo vuol dire che l’intercessore Abramo, Mosè, il Servo, il Signore Gesù, è colui che dà voce alla salvezza di Dio, al desiderio, alla volontà di salvezza di Dio. Ecco perché si dice che il servo mentre moriva e risorgeva stava intercedendo; lì si concretizza l’intercessione come forza salvifica. Perché cosa vuol dire intercedere? Non certamente mettersi davanti a Dio per convincerlo a fare il bene, perché Dio è già abbondantemente convinto di fare il bene, perché è bene e non ha nessun bisogno che noi lo convinciamo a farlo, ma nel senso che noi diventiamo quel suo desiderio di bene, quella sua volontà di bene, noi la trasformiamo in carne, noi diventiamo quel suo desiderio di bene. Colui che intercede è colui che fa diventare parole la decisione di Dio di salvare.
Quella volontà di salvare nella preghiera diventa parole e in colui che prega diventa carne e sangue. Allora, in realtà chi è l’intercessore? E’ colui che desidera il desiderio di Dio, è colui che vuole la volontà di Dio e la dice. Diventa questo coagulo nella carne e nel sangue, del desiderio di salvezza di Dio, così che adesso ciò che Dio vuole di bene per gli uomini si è incarnato ed è entrato dentro la storia e sta lì racchiuso in quella carne e in quel sangue dentro quella storia da salvare.
Per questo è molto importante che colui che intercede stia dentro il popolo. Mosè stava dentro il popolo; Abramo no; non stava dentro Sodoma e infatti la sua preghiera è: “Signore, vai a cercare i giusti che stanno dentro Sodoma!”; non può Abramo dire: “Sodoma ha peccato, ma siccome io sono tuo amico, sono giusto, tu guarda me e salva Sodoma!”.
Abramo deve dire: “Signore, guarda Sodoma e cerca lì dentro i giusti”, perché la salvezza non si può fare all’insaputa di coloro che devono essere salvati; la salvezza deve partire da quella dimensione di bene che sta lì per poter rispondere al male con il bene e salvare. La salvezza non è: io dovevo punire Sodoma, però per riguardo ad Abramo, io non ti punisco più! No, Sodoma deve essere salvata, cioè da cattiva che era deve diventare buona; da peccatrice che era deve diventare innocente. Allora bisogna partire da Sodoma; allora ecco perché il servo è dentro il popolo, ecco perché Dio si fa uomo, per essere dentro il popolo, dentro l’umanità sta il luogo di salvezza, di assoluto bene e di totale innocenza, che può allora rispondere al male con il bene e può allora trasformare il peccatore in innocente.
Bisogna andare in cerca dei giusti, cercarli a Sodoma e non ci sono, cercarli a Gerusalemme (Ger5: cercate un giusto dentro Gerusalemme che salva la città e non c’è), cercare il giusto dentro l’umanità e non c’è, allora il Giusto viene, si fa uomo e adesso il Giusto c’è dentro l’umanità: è il Signore Gesù! Lui nella sua innocenza diventa questo coagulo di carne e sangue che fa diventare carne il desiderio, la volontà, la decisione di salvezza di Dio.
Allora Gesù è l’innocente che muore per rendere innocenti i colpevoli; è il Giusto che risponde al male con il bene, perché la via del bene sia possibile per tutti; Gesù è colui che muore, non morendo, ma dando la vita così che sia possibile la vita per tutti e la morte dunque muoia; è l’intercessore che rende definitivamente possibile la salvezza per questa sua intercessione che incarna la decisione di salvezza di Dio. Adesso chiede a voi in modo particolare di essere questi intercessori che desiderano il desiderio di Dio, che con la loro voce rendono parola la volontà di salvezza di Dio e che, assumendo allora il cammino del servo, possono portare dentro il male il bene e così portare a compimento ilo cammino di passione, di morte e di risurrezione del Signore Gesù e portare a compimento per coloro che vi sono affidati il mistero pasquale.

(La meditazione del Ritiro di Quaresima è stata tenuta dalla prof. Bruna Costacurta ai sacerdoti del triennio il 10 aprile 2000 alla casa “Bonus Pastor”. Il testo non è stato rivisto dalla relatrice).

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