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SIAMO GIÀ RISORTI CON CRISTO

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SIAMO GIÀ RISORTI CON CRISTO

(Chiesa Valdese)

Essendo stati sepolti con lui nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati, mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. E con lui Dio ha vivificato voi, che eravate morti nei peccati e nell’incirconcisione della carne, perdonandovi tutti i peccati. Egli ha annientato il documento fatto di ordinamenti, che era contro di noi e che ci era nemico, e l’ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; avendo quindi spogliato le potestà e i principati, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro in lui. (Colossesi 2,12-15)

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che abbiamo letto va messo in relazione agli altri testi dell’apostolo Paolo, per notare uno sviluppo teologico nel suo pensiero.
Che il cristiano sia unito alla morte e sepoltura di Cristo nel battesimo, è un dato che viene sottolineto anche nelle altre lettere di Paolo. Per esempio in Rm 6, 4-5: «[4]Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. [5]Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.»
Nella lettera ai Romani la morte e sepoltura con Cristo è un fatto risalente al passato, cioè al momento in cui avvenne il battesimo, mentre la risurrezione rimane un fatto atteso nel futuro.
La lettera ai Colossesi, invece, e per la prima volta nel NT, parla della risurrezione come uno stato già ottenuto nel battesimo. Perciò si pone la domanda, perché in Colossesi abbia mutato la prospettiva della risurrezione. In Rm 6,1-14; e 1Cor 15, la risurrezione del credente implica la glorificazione del corpo. In Colossesi, invece, si dissocia la gloria futura dalla risurrezione con Cristo. Si tratta di cambiamento di linguaggio, ma non propriamente della teologia, perché il battezzato è unito alla risurrezione di Cristo “mediante la fede nella potenza di Dio” (Col 2,12); e dove si parla di fede significa tensione verso il compimento della salvezza nel futuro. Qui in Colosssesi 2,12 senza mezzi termini Paolo afferma: in lui siete anche stati insieme risuscitati.
Questo è un punto che merita attenzione per la nostra meditazione di oggi.
Vorrei avere la preparazione di un teologo per scorrere con agilità le pagine bibliche che servono per approfondire questo tema. Sopportate la mia modesta frequentazione delle scritture. Cominciamo col ricordarci che nella bibbia la morte è presentata come esito del peccato, da qualche parte è scritto che il frutto del peccato è la morte. Ma non solo la morte, anche la sofferenza e l’handcap vengono visti come frutto del peccato. I farisei chiedono a Gesù chi ha peccato a proposito del nato cieco. Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Giovanni 9:1-41. Gesù non accetta questa visione, ma questa convinzione resta a lungo. Una domanda che rimane senza risposta: se la morte è il frutto del peccato e se Dio perdona i nostri peccati, perché si muore ancora? E i primi cristiani erano convinti di non dover morire e di aspettare il regno di Dio senza provare l’esperienza della morte.
Sapevano che Gesù era senza peccato, che era vissuto sempre unito allo spirito del Padre, ma allora perché la sua morte? Avevano risolto questo enorme problema con l’idea che Gesù si fosse caricato del peccato di tutto il genere umano e che avesse dovuto provare l’ignominia della croce proprio per espiare il nostro peccato, quasi che avessimo fatto a lui una procura speciale.
E secondo questa procura Gesù ci sostituisce nella morte e restituisce a noi il frutto della sua fedeltà, cioè la sua resurrezione diventa anche la nostra resurrezione. Ci è richiesta fede nella potenza di Dio, credere che Dio compie verso di noi lo stesso miracolo d’amore, liberandoci dal peso e dall’ansia della nostra morte, facendoci partecipi della resurrezione di Gesù.
E con lui Dio ha vivificato voi, cioè Dio ha ridato vita e fiato umano anche a noi, in Gesù Dio vede anche noi che siamo la sua chiesa e riceviamo la vita della risurrezione nel nuovo regno di Dio. Molto spesso il messaggio cristiano viene presentato come smania di salvezza contro il rischio della perdizione. Cari fratelli e care sorelle, personalmente cerco un rapporto con Dio che travalichi questa prospettiva, mi sembra quasi poco dignitoso presentarmi davanti a lui col piagnisteo per ottenere la salvezza eterna. L’evento straordinario a cui siamo chiamati a partecipare è la vita stessa di Dio, come Gesù ha vissuto unito al Padre così anche noi dobbiamo vivere uniti al Padre. Sarei tentato di dire che Dio non ha riguardi personali nemmeno nei confronti di Gesù suo figlio. Anche noi siamo suoi figli, da lui perdonati e già risuscitati a vita nuova. Questo è un messaggio più facile da capire, spero. Quante persone hanno sprecato la propria vita, cercando consolazione nel gioco, nell’alcool, nella droga, nei tradimenti, negli imbrogli! Spesso sento dire: se potessi tornare indietro! Ecco la nostra occasione, possiamo tornare indietro, cioè possiamo rinascere, possiamo cominciare da capo: le cose vecchie sono passate. Siamo chiamati a vivere una vita nuova, siamo chiamati a vivere come ha vissuto Gesù, una cosa sola con Dio. I grandi mistici della storia cristiana hanno scoperto la gioia di essere uniti a Dio, fino al punto da identificarsi col Signore: non sono più io che vivo ma è Dio che vive in me. Paolo arriva a dire: siate miei imitatori come io lo sono di Cristo. Mi sembra una bella prospettiva da cui guardare il significato dell’essere cristiani oggi. Ve l’immaginate una società di credenti che vivono fino in fondo la propria fede, uniti a Cristo Gesù, uniti a Dio? E se cominciamo da noi? E’ un dato di fatto che come cristiani restiamo invisibili, perché ci comportiamo come tutti gli altri, mancano gesti concreti di rottura rispetto alla nostra società, che richiede un comportamento ligio al rispetto umano, agli usi, alle tradizioni familiari.
Cari fratelli e care sorelle, sarebbe bello annotarsi la data della pasqua 2018 come l’inizio di un nostro impegno concreto a vivere in maniera diversa i giorni della nostra esistenza. Forse non avevamo fatto attenzione al fatto che in Cristo Dio ha risuscitato anche noi, se crediamo alla sua potenza di trarre vita dalla morte, di rendere vivi e viventi quelli che sembrano condannati alla morte.
Dio ha cancellato e resi vani tutti i decreti comportamentali, impossibili da osservare e quindi motivo di discredito e condanna per chi confida nella loro osservanza.
Dio ci ha reso creature nuove, libere da ogni catena, cerca solo il nostro cuore, non come muscolo, ma come simbolo del nostro amore e della nostra unione con lui.
Un teologo a me familiare mi ha spiegato che se viviamo uniti a Dio già da ora, non conosceremo il trauma della morte, in quanto continueremo a essere con Dio per tutta l’eternità. La morte umana sarà solo l’abbandono della buccia che avvolge il frutto della migliore creazione voluta da Dio per noi. Cari fratelli e care sorelle, riflettiamo sulla nostra vita, sul nostro cammino, sulla possibilità di ricominciare ancora una volta, se avvertiamo di avere deviato dalla fede che abbiamo ricevuto e secondo la quale noi siamo morti con Gesù e con lui siamo stati risuscitati per vivere in eterno la vita stessa di Dio. Amen.

Franco D’Amico – culto dell’8 aprile 2018

 

CHE COSA VUOL DIRE «BENEDIRE»?

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CHE COSA VUOL DIRE «BENEDIRE»?

DIALOGHI CON PAOLO RICCA

(Chiesa Evangelica Valdese)

Desidero porre alcune domande sul tema della benedizione, perché vi sono aspetti che non comprendo. Penso di sapere che cosa sia una benedizione. Certe figure nella Bibbia sono state benedette dal Signore e alcuni miei amici anche loro hanno dichiaro di aver ricevuto, con gioia e riconoscenza, una benedizione particolare: a esempio la nascita di un figlio a lungo desiderato, oppure la ripresa fisica di una persona cara dopo una lunga malattia. Anch’io ho avuto nella mia vita momenti di gioia completa, quasi sublime, e forse in quei momenti il Signore mi aveva inviato la sua benedizione. O forse non è così? Era qualcos’altro?
Ma quello che veramente non capisco è chi può pronunciare una benedizione e chi può riceverla. La benedizione è, tra l’altro, quella che il pastore o la pastora pronuncia alla fine del culto. A quanto pare anche il predicatore locale può chiedere o invocare la benedizione del Signore e, visto che la nostra chiesa non è clericale, non è che la benedizione del predicatore locale valga meno di quella del pastore. È proprio così? Ma il punto che mi lascia veramente confusa concerne quei brani nell’Antico Testamento dove l’essere umano (spesso il Salmista) benedice il Signore. Avrei pensato che la benedizione debba arrivare dal cielo a noi sulla terra. Infine: che cosa vuol dire la frase: «Io benedico il Signore»?
Victoria Munsey – Torino
Questa lettera contiene molte domande (alcune anche inespresse), che però, a ben guardare, si riducono a tre: (1) Che cos’è la benedizione dell’uomo da parte di Dio? (2) Chi la può pronunciare e forse conferire, e chi la può ricevere? (3) Che cosa significa la frase: «Io benedico il Signore»? Cercherò di rispondere a ciascuna, ma prima desidero felicitarmi con la nostra lettrice per il tema che, con la sua lettera, propone alla nostra riflessione in questo inizio d’anno: la «benedizione» è un tema bellissimo, il più bello che ci sia, non solo nella Bibbia, ma nell’esperienza umana, è una luce che illumina il mondo, una stella nella notte, una grazia preparata per noi. Eppure, in fondo, se ne parla poco, forse per un senso di pudore, ma più probabilmente perché dimentichiamo con facilità proprio questo lato fondamentale della vita e della fede. Ma veniamo alle domande.

1. Che cos’è la benedizione dell’uomo da parte di Dio? È un aspetto centrale della rivelazione di Dio. Per convincersene basta aprire la Chiave Biblica (*): ci sono almeno 260 passi che parlano di benedizione, sia da parte di Dio, sia da parte dell’uomo, dalla prima all’ultima pagina, nei più disparati contesti storici e culturali, individuali e collettivi. È vero che benedizione (e maledizione!) si trovano anche in altre culture e religioni antiche, dove, come nella Bibbia, sono di solito espresse attraverso una parola o una formula, spesso accompagnata da un gesto, come, a esempio, l’imposizione delle mani. Ma nella Bibbia la benedizione sovrabbonda. Perciò non stupisce che la nostra lettrice, che conosce la Bibbia, pensi di «sapere che cosa sia una benedizione». Sa quindi che benedizione non è solo la nascita di un figlio lungamente desiderato e atteso, ma lo è la nascita di ogni bambino, anche se inatteso e persino indesiderato. Non è un caso che nella Bibbia la prima benedizione di Dio sia direttamente collegata alla moltiplicazione della vita – prima di quella animale (Genesi 1, 22), poi di quella umana (Genesi 1, 28): per tutti gli esseri viventi la benedizione di Dio è la promessa e il dono di una posterità. E la nostra lettrice sicuramente sa che benedizione non è solo la guarigione da una lunga e grave malattia, ma lo è ogni guarigione, anche da piccoli malanni, ogni vittoria della vita, ogni palpito di vita. Ma non solo la vita è benedizione, lo è anche la vita nuova, e ancora di più la vita eterna (Salmo 133, 3). Prosperità, felicità, benessere, protezione, aiuto, salvezza, forza e pace sono benedizioni. Tutto ciò che di bello, buono, vero, giusto, amabile, santo, c’è nella vita di una persona e nella storia del mondo; tutto ciò che favorisce, arricchisce e abbellisce la vita; tutte le relazioni di amicizia, amore, fraternità, condivisione, solidarietà; tutto ciò che suscita qualche gioia – tutto questo è segno e frutto della benedizione divina. Somma benedizione è il perdono dei nostri peccati, la conoscenza di Dio, la storia di Gesù dalla nascita all’ascensione e la sua attuale signoria in cielo e sulla terra. Nella lettera del 28 luglio 1944 Bonhoeffer parla, con l’abituale profondità, della benedizione, descrivendola come del ponte che collega Dio alla felicità umana [l’immagine è mia, il pensiero è suo]. Egli però ricorda anche che essere benedetti non significa essere esentati dalla prova e dalla sofferenza. Giobbe è benedetto, ma attraversa tutto il lungo tunnel della sofferenza. Gesù è benedetto, ma finisce sulla croce. Nella Bibbia dunque non c’è contrapposizione assoluta tra benedizione e croce, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento . La differenza tra loro «sta solo nel fatto che nell’Antico Testamento la benedizione racchiude in sé anche la croce, nel Nuovo la croce racchiude in sé anche la benedizione».

Dio, dunque, è la fonte di ogni benedizione. È lui, anzi, la benedizione per eccellenza. E per capire bene che cos’è la benedizione, si osservi semplicemente che benedire significa alla lettera «dire bene». Dio infatti «dice bene» di noi quando dice che siamo giusti benché peccatori, perdonati benché colpevoli, figli benché prodighi. Dio benedice, cioè dice bene, perché pensa bene:«Io so i pensieri che medito per voi, dice l’Eterno, pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza» (Geremia 29, 11). Dio dice quello che pensa e fa quello che dice. Egli benedice, cioè dice bene, perché pensa bene e fa bene. La benedizione è l’azione costante, l’occupazione quotidiana di Dio, è il cantus firmus dell’universo, e, in fondo, la nostra unica speranza.

2. Chi può pronunciare e forse conferire la benedizione? E chi può riceverla? Anche qui la Bibbia ci è maestra: la benedizione di Dio circola liberamente all’interno del suo popolo e diventa in qualche modo patrimonio comune. Dal tempo dei patriarchi in avanti le generazioni si susseguono di benedizione in benedizione. Anche Gesù ha benedetto: i pani da moltiplicare per sfamare la folla (Marco 6, 41), i bambini che ad altri davano fastidio (Marco 10, 41) e i discepoli, prima dell’Ascensione: è significativo che l’ultimo gesto di Gesù sulla terra, che riassume simbolicamente tutta la sua opera, sia stato un gesto di benedizione: «… mentre li benediceva, si dipartì da loro» (Luca 24, 51). Ma la parola biblica più eloquente in risposta alla seconda domanda della nostra lettrice è questa: «In lui [cioè nel Re Messia preannunciato dal Salmista] gli uomini si benediranno a vicenda» (Salmo 72, 17). La benedizione di Dio non è più monopolio di qualcuno (a esempio di un clero o di un’autorità di qualunque tipo), ma diventa una parola di grazia e favore divino che gli uomini e le donne, nel nome di Dio, si scambiano a vicenda. Chi dunque può pronunciare la benedizione? Chiunque, purché sappia quello che fa e creda nel Dio che benedice, il Dio d’Israele e di Gesù. Chi può conferire la benedizione? Nessuno, perché la benedizione appartiene a Dio solo, è lui l’unico titolare di ogni benedizione, a cominciare da quella urbi et orbi. Noi possiamo solo invocare la benedizione di Dio, non la possiamo dare, se non nel nome suo, che è l’unico che può e vuole effettivamente darla. E questa benedizione travalica i confini della chiesa, perché Gesù dice ai discepoli: «Benedite quelli che vi maledicono» (Luca 6, 28), e l’apostolo Paolo dice di sé: «Ingiuriati, benediciamo» (I Corinzi 4, 12). Cioè: la benedizione è più forte della maledizione, lo spirito e la parola di Gesù trasformano in benedizione la maledizione.

In questo modo abbiamo già risposto implicitamente all’ultima parte della domanda: «Chi può ricevere la benedizione?». Come chiunque, nel nome di Dio, può dare la benedizione, così chiunque può riceverla, se ha fede nel Dio che benedice. E sarebbe bello che facessimo maggior uso della libertà cristiana di benedire e non lasciassimo la benedizione circoscritta all’ambito cultuale e liturgico, ma la innestassimo più frequentemente nella trama della vita quotidiana. Così sarebbe bello se, in particolari momenti, i padri e le madri benedicessero i loro figli, e se i figli, sempre in particolari momenti, benedicessero i loro genitori. Dico che sarebbe bello sia sul piano affettivo dei sentimenti umani, sia sul piano spirituale dei rapporti di fede.

3. Che cosa significa la frase: «Io benedico il Signore»? La risposta a questa domanda è facile. Benedire il Signore significa «dire bene» di lui, sia a lui sia al nostro prossimo. E «dire bene» di lui vuol dire manifestare, con le parole e con la vita, i due sentimenti costitutivi del nostro rapporto con lui: la gratitudine e la lode. Così si conclude il lungo percorso della benedizione divina che scende, sì, dal cielo sulla terra, come dice la nostra lettrice – scende come vita, salvezza e felicità –, ma poi sale dalla terra al cielo, come gratitudine e come lode. Certo, lo sappiamo, non tutto, nella vita umana, è benedizione, c’è anche la sventura e la prova; non tutto è grazia, c’è anche la disgrazia; non tutto è dono, c’è anche la rapina; non tutto è felicità, c’è anche la tribolazione. Perciò, nella Bibbia come nella vita, non c’è solo gratitudine e lode, ma anche gemito e protesta. Come diceva Bonhoeffer, benedizione e croce non si escludono. Ma appunto: la croce non esclude la benedizione, che può, benché contraddetta ma non vinta, tornare a Dio come gratitudine e lode. Così possiamo dire, malgrado tutto e sempre tenendo presente la storia di Gesù: Dio benedice, Dio sia benedetto. Dio è benedizione, e ci benedice affinché anche noi, modestamente, diventiamo, su questa terra, una piccola benedizione per chi ci sta accanto.

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* La nostra casa editrice Claudiana ha pubblicato, nell’ottobre 2009, la Chiave Biblica compilata in base alla versione Nuova Riveduta della Bibbia. È uno strumento utilissimo, per non dire indispensabile, per conoscere a fondo la Sacra Scrittura. Ogni lettore della Bibbia dovrebbe possederla. Come chi ha una casa, deve avere le chiavi di casa, così chi ha una Bibbia, deve avere una Chiave Biblica. Costa un po’, 48 euro, ma non è molto per un’opera del genere, che richiede moltissimo lavoro e che dura tutta la vita.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 15 gennaio 2010

Publié dans:BENEDIZIONE, CHIESA VALDESE |on 10 août, 2013 |Pas de commentaires »

PAOLO “COSMOPOLITA” –

http://www.zenit.org/it/articles/paolo-cosmopolita

PAOLO “COSMOPOLITA”

22 GENNAIO 2010

ROMA, venerdì, 22 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del prof. Paolo Ricca, della Facoltà Teologica Valdese di Roma, contenuto nel “Codex Pauli”, un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

* * *
Paolo cosmopolita, cioè «cittadino del mondo»? Proprio lui che scriveva ai cristiani di Filippi: «La nostra cittadinanza [altri traduce: «la nostra patria»] è nei cieli, da dove aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fil 3,20) – proprio lui avrebbe dovuto sentirsi e considerarsi «cittadino del mondo», di questo mondo che passa (1Cor 7,31), riconoscendo tutto il mondo come la sua patria? Paolo cosmopolita? Poteva esserlo davvero quel Saulo/Paolo che descriveva se stesso così: «Io, circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge…» – poteva davvero questo ebreo purosangue, questo fariseo di stretta osservanza, così consapevole di sé e del suo rango all’interno del popolo eletto, essere al tempo stesso cosmopolita, cioè appartenere a più culture e farsi di volta in volta, oltre che ebreo con gli ebrei, anche greco con i greci e romano con i romani? Sì, per quanto strano possa sembrare, poteva esserlo e lo è stato. Lo è stato in due sensi: per formazione e per vocazione.

Cosmopolita per formazione
Già la città in cui nacque e crebbe, Tarso in Cilicia, lo predisponeva in tal senso. Crocevia commerciale di prima grandezza, importante centro politico (sede del governatore romano da quando, nel 66 a.C., la Cilicia divenne provincia dell’impero), città con antiche e nobili tradizioni culturali (erano conosciute le sue scuole di filosofia stoica), Tarso riuniva in sé ellenismo e romanità, e l’ebreo Paolo familiarizzò con entrambe fin dall’infanzia, integrandole nella sua robusta formazione teologica farisaica. In Paolo dunque coesistono tre mondi: quello ebraico, quello greco e quello romano. Paolo è un ebreo della Diaspora, e il suo ebraismo è abbastanza diverso, su più questioni, da quello palestinese. Era un ebraismo che parlava greco ed era aperto al mondo circostante, disposto all’ascolto e al dialogo, in particolare con certe correnti filosofiche e religiose, con le quali non mancarono contaminazioni di varia natura. Paolo era figlio di questo ebraismo. Anch’egli era poliglotta fin da bambino, e ogni poliglotta appartiene a diverse culture: il greco sembra essergli stato così familiare da diventare quasi una seconda lingua materna, accanto all’aramaico.
Ma con la lingua è la cultura greca che lo ha fortemente segnato. Tutte le sue lettere sono scritte in greco (compresa quella «ai Romani»!), e quando cita (per lo più a memoria) la Torah, come spesso accade, non la cita dal testo ebraico, ma da quello greco della traduzione dei Settanta, che evidentemente è quella sulla quale si è formato religiosamente. Leggendo le sue lettere sono molti gli indizi che rivelano quanto Paolo abbia assimilato elementi della cultura ellenistica, come ad esempio1 le regole dello stile epistolare, modelli di retorica forense (1Cor 1-4), immagini prese a prestito dal mondo sportivo greco (1Cor 9,24-27), conoscenza del linguaggio delle religioni di mistero (Rm 6,1-14), vari echi della morale stoica (Fil 4,8), idee come quella della Chiesa «corpo di Cristo» inspiegabile senza il ricorso alla filosofia greca (1Cor 12,12-26), dalla quale peraltro Paolo sa anche prendere polemicamente le distanze (1Cor 1,17-25).
Per quanto infine concerne la cultura romana, si deve pensare anzitutto alla rivendicazione da parte di Paolo (così come lo descrive Luca) della sua identità di cittadino romano (At 22,25-29), della quale non c’è ragione di dubitare, anche se Paolo stesso non ne parla mai nelle sue lettere. C’è poi il passo fondamentale di Romani 13,1-7 che, comunque lo si interpreti, dà un giudizio nettamente positivo sulla funzione delle autorità costituite, che concretamente erano quelle dell’impero romano. Paolo le chiama «diaconi di Dio» (v. 4) e «ministri di Dio» (v. 6). Sembra che nel momento in cui scrisse la Lettera ai Romani egli giudicasse favorevolmente la pax romana, in quanto utile all’annuncio e alla diffusione dell’Evangelo. Il fatto poi che Paolo si sia appellato a Cesare (At 25,11) rivela la sua fiducia, non necessariamente ingenua, nel sistema giudiziario romano. Insomma: Roma non è una nemica e offre all’Apostolo un quadro politico-amministrativo nel quale egli si sente e si muove a suo agio. In questo senso, il suo cosmopolitismo combacia sostanzialmente con l’oikoumene romana (Lc 2,1).

Cosmopolita per vocazione
La radice profonda del cosmopolitismo di Paolo ha però a che fare, oltre che con la sua formazione, con la sua vocazione a evangelizzare i popoli pagani. Dio, scrive Paolo, «si compiacque di rivelare in me il suo Figlio perché lo annunciassi fra i pagani» (Gal 1,16). E questo fu fin dall’inizio l’accordo con gli altri apostoli riuniti a Gerusalemme: Paolo sarebbe stato missionario fra i pagani, e gli altri fra gli ebrei (Gal 2,7-9). E così è stato. Ma essere apostolo dei pagani significava esserlo del mondo intero, ed è così che Paolo ha inteso e vissuto il suo ministero. Questo spiega perché è stato perennemente in viaggio e perché s’è fermato così poco nelle comunità da lui fondate: doveva andare oltre, perciò le ha curate, sì, ma a distanza, mediante le sue lettere. Nel breve arco di tempo prima del ritorno del Signore, doveva far conoscere il suo nome «fino alle estremità della terra» (At 1,8), portando l’Evangelo «là dove Cristo non fosse già stato nominato» (Romani 15,20). Il cosmopolitismo di Paolo è dunque «l’orizzonte mondiale» della sua missione2. C’è un versetto che illustra perfettamente questo orizzonte: «… a motivo della grazia che mi è stata fatta da Dio, di essere ministro di Gesù Cristo presso i pagani, esercitando il sacro servizio dell’Evangelo di Dio, affinché i pagani divengano un’offerta che, santificata dallo Spirito Santo, sia gradita a Dio» (Rm 15,16). Paolo utilizza qui un linguaggio cultuale e si paragona a un sacerdote dell’Antico Patto, ma per un servizio completamente diverso: il servizio sacerdotale ora non consiste più nel sacrificio di una vittima, ma nella predicazione dell’Evangelo, e l’offerta a Dio non è più quella di uno o più animali, ma è l’offerta dei popoli pagani convertiti a Cristo e santificati dallo Spirito. Proprio perché tutti i popoli vengano a conoscenza della loro salvezza in Cristo, Paolo, com’è noto, progettava di recarsi, dopo Roma, in Spagna (Rm 15,23.28), spingendosi così fino all’estremo confine occidentale del mondo allora conosciuto.
Ma il cosmopolitismo missionario di Paolo, a sua volta, affonda le sue radici in quello che possiamo chiamare il cosmopolitismo di Dio, descritto così bene dall’Apostolo stesso: «Dio ha rinchiuso tutti [ebrei e pagani] nella disubbidienza, per far misericordia a tutti» (Rm 11,32). Il cosmopolitismo missionario di Paolo, concludendo, non è altro che il cosmopolitismo della grazia.

Prof. Paolo Ricca

Facoltà Teologica Valdese di Roma

Misericordia, compassione e unità nella fede (Romani 9,14-16)

dal sito:

http://www.firenzevaldese.chiesavaldese.org/diaspora_corrente/febbraio_08.htm

Misericordia, compassione e unità nella fede (Romani 9,14-16)

 di Pawel Gajewski

Questi pochi versetti fanno parte di un grande (e grandioso!) discorso di Paolo dedicato al Popolo d’Israele (capitoli 9-11). È un discorso di capitale importanza per tutta la teologia cristiana. Oggi, in questa domenica che cade a metà della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, possiamo anche dire che si tratta di un discorso particolarmente ecumenico. Qual è la sua tesi? Chi conosce superficialmente gli scritti di Paolo potrebbe pensare che egli voglia mettere da parte l’Israele con i 613 precetti della Torah, con la sua ritualità, affermando che i cristiani hanno preso il posto degli ebrei nella storia della salvezza. Ricordiamo qui la dura polemica con i sostenitori della circoncisione le cui testimonianze si sono conservate nell’Epistola ai Galati.
La tesi di Paolo non è però questa. Dio non ha respinto il suo popolo. La fede tuttavia vale più dei precetti della Torah e quindi Abraamo è il padre di tutti, degli ebrei, sì, ma anche dei non ebrei che credono che in Gesù si compie la Torah (legge). Questa seconda categoria però non è più sottoposta ai precetti rituali perché l’innesto nella discendenza di Abraamo avviene esclusivamente grazie alla misericordia di Dio.
Questa, in estrema sintesi, è la teologia di Paolo, ma il breve testo che stiamo analizzando ci permette di allargare la nostra riflessione. Il centro del brano è una citazione tratta dal libro dell’Esodo 33,19: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». Entrambi i concetti ebraici, misericordia e compassione, fanno riferimento alle relazioni di famiglia; la misericordia allude ai rapporti tra fratelli (fraternità) la compassione fa pensare al seno materno e quindi a un rapporto particolarmente forte. Tutto questo contrasta abbastanza con la grammatica della frase che fa pensare a un sovrano assoluto che pronuncia una sentenza.
La bellezza del testo è da cercare proprio in questo contrasto, in questo stupendo paradosso: da un lato la tenerezza materna e la solidarietà fraterna, dall’altro la sua sovranità assoluta. Paolo tuttavia, da buon maestro, aggiunge una spiegazione: «Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia» (v. 16). La frase si riferisce a Giacobbe ed Esaù. Conosciamo bene questa storia: Dio elegge Giacobbe e non Esaù, il primogenito dei due fratelli e questo non avviene in base alle opere o al merito conseguito ma esclusivamente grazie a una sovrano atto di misericordia. Questa riflessione biblica ha suscitato un dibattito plurisecolare sulla cosiddetta predestinazione, da Agostino a Calvino, da Giovanni Diodati a Karl Barth.
Ma la predestinazione non è l’argomento di questa meditazione. Questa domenica siamo chiamati a riflettere sull’unità dei cristiani. Esattamente un secolo fa è nata, in alcuni ambienti dell’anglicanesimo e del protestantesimo anglosassone, l’idea di pregare per l’unità dei cristiani; è successo molto prima dei grandi colloqui teologici. Era un’epoca in cui ogni chiesa cristiana riteneva di avere il monopolio della verità. Le cose che per noi oggi sono ovvie: la piena comunione con le sorelle e i fratelli metodisti in Italia, la concordia di Leuenberg che sancisce una simile comunione tra luterani e riformati in tutti i paesi dell’Europa, la nostra collaborazione con i battisti, il Consiglio ecumenico (mondiale) delle chiese, il quale, nonostante tante difficoltà, da sessant’anni unisce (anche visibilmente) tutte le chiese cristiane, tranne quella romana; sono passi da giganti che non erano immaginabili allora. In questo processo conciliare tuttavia bisogna riconoscere, prima di tutto, l’azione della Grazia, legata alla preghiera incessante di tante persone credenti.
La situazione del cristianesimo oggi è senz’altro diversa rispetto a un secolo fa; le divisioni in ogni caso non mancano. Da un lato c’è il papato. L’anno scorso il nostro sinodo ci ha ricordato, la triste verità che il papato costituisce il più grande ostacolo istituzionale per l’unità dei cristiani. Ci sono anche frange estreme dell’evangelismo nell’America del Nord o dell’ortodossia orientale che rifiutano qualunque idea di dialogo con altre denominazioni cristiane non riconoscendole affatto come chiese di Gesù Cristo.
L’invito alla preghiera per l’unità dei cristiani è dunque oggi ugualmente valido. Dobbiamo però fissare bene l’oggetto della nostra intercessione. Per che cosa preghiamo? Ho la sensazione che anche tra coloro che in questi giorni si riuniscono per pregare le intenzioni non saranno proprio uguali. Qualche cattolico zelante pregherà senz’atro affinché gli ortodossi e i protestanti si sottomettano al potere del papa. Qualche evangelico fervente pregherà affinché il papa si converta e accolga tutte le istanze della Riforma protestante.
Lo scrittore polacco ottocentesco Henryk Sinekiewicz, noto in Italia grazie al suo romanzo Quo vadis, fu anche autore di brevi racconti di edificazione cristiana. In uno di questi racconti egli parla della preghiera, paragonandola a tante colombe che si alzano in volo per raggiungere il cielo. Solo che a una certa altezza tutte le colombe si trovano in una specie di mischia, impigliandosi le ali a vicenda e azzuffandosi per cadere alla fine in terra. In certo momento, nel bel mezzo di questa confusione una colomba bianca spicca il volo e senza alcun intoppo, in pochi istanti raggiunge il cielo per posarsi serena e tranquilla sul seno dell’Eterno. La parabola è facile da interpretare: le colombe che cadono sono le preghiere che si contrastano, che in fondo pensano al proprio vantaggio a discapito dell’altro; il contadino invoca un raccolto abbondante, il commerciante invece chiede che diminuisca la quantità del grano sul mercato per rivendere con profitto le sue scorte.
Che cosa significa in questo quadro la colomba bianca? È la preghiera di un bambino che non chiede nulla per sé, ma semplicemente loda Dio per la sua bontà e per la sua compassione. Traendo spunto da Sienkiewicz, vorrei terminare la predicazione, affermando che quando dai nostri cuori purificati dallo Spirito si alza la preghiera di lode e di adorazione, proprio in questo momento si manifesta visibilmente l’unità dei credenti in Gesù Cristo che è già in atto, che è stata sempre reale e che dipende esclusivamente dalla misericordia di Dio.
 

« Predicazione e preghiera »: II Tessalonicesi 3,1-5

dal sito:

http://www.firenzevaldese.chiesavaldese.org/archivi/meditazioni/predicazione_e_preghiera.html

« Predicazione e preghiera »

(CHIESA VALDESE)

II Tessalonicesi 3,1-5

Se questo breve testo tratto dalla II Tess. fosse un frammento di una relazione morale significherebbe una valutazione assai positiva della comunità di Tessalonica. Basta vedere il primo capitolo della Seconda lettera ai Tessalonicesi. È una comunità di cui l’autore dello scritto si fida pienamente, un in cui l’azione di Dio si manifesta con costanza generando una vita di preghiera e di servizio. Insomma un auspicio per la nostra comunità di Firenze.

Dal punto di vista dell’esegesi neotestamentaria è però evidente l’evoluzione avvenuta nel seno di questa comunità. Lo vediamo chiaramente, paragonando le due epistole indirizzate ai Tessalonicesi. Nella prima vediamo una forte tensione escatologica, in altre parole la maggior parte dei credenti di Tessalonica è convinta che la fine del mondo sia eminente e quindi le fatiche ordinarie, il lavoro quotidiano incluso, non hanno più senso. Nella seconda non si vede più questa tensione: la comunità vive la sua fede in maniera serena; la data esatta della risurrezione universale, della piena manifestazione di Cristo non sembra essere la principale preoccupazione; il punto centrale dello scritto è la perseveranza durante le persecuzioni.

Questa differenza ha indotto diversi studiosi a considerare la II Tess. uno scritto post-paolino. La chiesa di Tessalonica sarebbe in tale prospettiva un esempio di un’evoluzione del comune sentire delle comunità cristiane delle origini. Il v. 5 costituisce in questo caso una sorta di programma: Il Signore diriga i vostri cuori all’amore di Dio e alla paziente attesa di Cristo. La versione della nostra Bibbia Nuova Riveduta è in questo caso già un’interpretazione teologica. Il testo greco parla della ‘hypomonê tou Christou’, in altre parole la pazienza, o meglio la perseveranza di Cristo.Non si tratta di imitare Gesù torturato dai suoi aguzzini. Questa perseveranza è piuttosto una qualità che Cristo Gesù conferisce a chi crede in lui.

Stamattina vorrei però concentrarmi sul primo versetto del nostro testo: Del resto, fratelli, pregate per noi, affinché la parola del Signore possa spandersi rapidamente e sia glorificata, come lo è fra voi. Ho detto già che questa frase denota uno stato di salute spirituale particolarmente buono: i Tessalonicesi sperimentano pienamente l’azione della Parola di Dio, sono profondamente radicati in essa – questo è il significato dell’espressione “la Parola di Dio glorificata”.

La questione teologica che emerge da questo breve versetto è invece il rapporto tra predicazione e preghiera. Nel versetto che stiamo esaminando l’autore dello scritto chiede di essere sostenuto con le preghiere dei Tessalonicesi. All’inizio dello scritto (1,11) vediamo però che l’apostolo prega per la comunità dei Tessalonicesi. Si tratta dunque di un movimento bidirezionale. In parole semplici posso affermare che la predicazione non esiste senza la preghiera. Chi predica deve pregare – questo è ovvio.

Dietrich Bonhoeffer scrive a questo proposito parole stupende: «Il lavoro concernete la predicazione inizia con la preghiera prima dello studio del testo. La predicazione non è una conferenza in cui sviluppo le mie idee; non si tratta della mia parola ma della parola che è proprietà di Dio. Perciò invoco lo Spirito santo perché sia lui a parlare. Vieni, Signore, ed abbi cura degli esseri umani per mezzo della tua parola che vuoi annunciare con la mia bocca! Questa preghiera fa parte dell’ordine costitutivo del lavoro e non di un aspetto edificante».

È un po’ meno ovvio che ogni membro di chiesa dovrebbe pregare affinché la parola di Dio si spanda. Visitando le persone anziane e malate avverto spesso il dolore generato dall’impossibilità di partecipare al culto domenicale. Credo tuttavia che queste persone hanno all’interno di una chiesa una loro vocazione particolare: quella di pregare, di intercedere affinché la chiesa tutta quanta renda testimonianza fedele alla Parola di Dio.

Predicazione del pastore Pawel Gajewski, Domenica 22 Giugno Chiesa Evangelica Valdese di Firenze

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