Archive pour la catégorie 'PAPI (i) e SAN PAOLO – DAL 1000 AL 2008'

GIOVANNI PAOLO II – LA “RICAPITOLAZIONE” DI TUTTE LE COSE IN CRISTO (Ef 1,9) (2001)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2001/documents/hf_jp-ii_aud_20010214.html

GIOVANNI PAOLO II – LA “RICAPITOLAZIONE” DI TUTTE LE COSE IN CRISTO (Ef 1,9) (2001)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 febbraio 2001

1. Il disegno salvifico di Dio, “il mistero della sua volontà” (Ef 1,9) concernente ogni creatura, è espresso nella Lettera agli Efesini con un termine caratteristico: “ricapitolare” in Cristo tutte le cose, celesti e terrestri (cfr Ef 1,10). L’immagine potrebbe rimandare anche a quell’asta attorno alla quale si avvolgeva il rotolo di pergamena o di papiro del volumen, recante su di sé uno scritto: Cristo conferisce un senso unitario a tutte le sillabe, le parole, le opere della creazione e della storia.
A cogliere per primo e a sviluppare in modo mirabile questo tema della ‘ricapitolazione’ è sant’Ireneo vescovo di Lione, grande Padre della Chiesa del secondo secolo. Contro ogni frammentazione della storia della salvezza, contro ogni separazione tra Antica e Nuova Alleanza, contro ogni dispersione della rivelazione e dell’azione divina, Ireneo esalta l’unico Signore, Gesù Cristo, che nell’Incarnazione annoda in sé tutta la storia della salvezza, l’umanità e l’intera creazione: “Egli, da re eterno, tutto ricapitola in sé” (Adversus haereses III, 21,9).
2. Ascoltiamo un brano in cui questo Padre della Chiesa commenta le parole dell’Apostolo riguardanti appunto la ricapitolazione in Cristo di tutte le cose. Nell’espressione “tutte le cose” – afferma Ireneo – è compreso l’uomo, toccato dal mistero dell’Incarnazione, allorché il Figlio di Dio “da invisibile divenne visibile, da incomprensibile comprensibile, da impassibile passibile, da Verbo divenne uomo. Egli ha ricapitolato tutto in se stesso, affinché come il Verbo di Dio ha il primato sugli esseri sopracelesti, spirituali e invisibili, allo stesso modo egli l’abbia sugli esseri visibili e corporei. Assumendo in sé questo primato e donandosi come capo alla Chiesa, egli attira tutto in sé” (Adversus haereses III, 16,6). Questo confluire di tutto l’essere in Cristo, centro del tempo e dello spazio, si compie progressivamente nella storia superando gli ostacoli, le resistenze del peccato e del Maligno.
3. Per illustrare questa tensione, Ireneo ricorre all’opposizione, già presentata da san Paolo, tra Cristo e Adamo (cfr Rm 5,12-21): Cristo è il nuovo Adamo, cioè il Primogenito dell’umanità fedele che accoglie con amore e obbedienza il disegno di redenzione che Dio ha tracciato come anima e meta della storia. Cristo deve, quindi, cancellare l’opera di devastazione, le orribili idolatrie, le violenze e ogni peccato che l’Adamo ribelle ha disseminato nella vicenda secolare dell’umanità e nell’orizzonte del creato. Con la sua piena obbedienza al Padre, Cristo apre l’era della pace con Dio e tra gli uomini, riconciliando in sé l’umanità dispersa (cfr Ef 2,16). Egli ‘ricapitola’ in sé Adamo, nel quale tutta l’umanità si riconosce, lo trasfigura in figlio di Dio, lo riporta alla comunione piena con il Padre. Proprio attraverso la sua fraternità con noi nella carne e nel sangue, nella vita e nella morte Cristo diviene ‘il capo’ dell’umanità salvata. Scrive ancora sant’Ireneo: “Cristo ha ricapitolato in se stesso tutto il sangue effuso da tutti i giusti e da tutti i profeti che sono esistiti dagli inizi” (Adversus haereses V, 14,1; cfr V, 14,2).
4. Bene e male sono, quindi, considerati alla luce dell’opera redentrice di Cristo. Essa, come fa intuire Paolo, coinvolge tutto il creato, nella varietà delle sue componenti (cfr Rm 8,18-30). La stessa natura infatti, come è sottoposta al non senso, al degrado e alla devastazione provocata dal peccato, così partecipa alla gioia della liberazione operata da Cristo nello Spirito Santo.
Si delinea, pertanto, l’attuazione piena del progetto originale del Creatore: quello di una creazione in cui Dio e uomo, uomo e donna, umanità e natura siano in armonia, in dialogo, in comunione. Questo progetto, sconvolto dal peccato, è ripreso in modo più mirabile da Cristo, che lo sta attuando misteriosamente ma efficacemente nella realtà presente, in attesa di portarlo a compimento. Gesù stesso ha dichiarato di essere il fulcro e il punto di convergenza di questo disegno di salvezza quando ha affermato: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). E l’evangelista Giovanni presenta quest’opera proprio come una specie di ricapitolazione, un “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).
5. Quest’opera giungerà a pienezza nel compimento della storia, allorché – è ancora Paolo a ricordarlo – “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).
L’ultima pagina dell’Apocalisse – che è stata proclamata in apertura del nostro incontro – dipinge a vivi colori questa meta. La Chiesa e lo Spirito attendono e invocano quel momento in cui Cristo “consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza… L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa (Dio) ha posto sotto i piedi” del suo Figlio (1Cor 15,24.26).
Al termine di questa battaglia – cantata in pagine mirabili dall’Apocalisse – Cristo compirà la ‘ricapitolazione’ e coloro che saranno uniti a lui formeranno la comunità dei redenti, che “non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione” (CCC, 1045).
La Chiesa, sposa innamorata dell’Agnello, con lo sguardofisso a quel giorno di luce, eleva l’invocazione ardente:“Maranathà” (1Cor 16,22), “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,20).

 

GIOVANNI PAOLO II – L’esperienza del Padre in Gesù di Nazaret (1999)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1999/documents/hf_jp-ii_aud_03031999.html

GIOVANNI PAOLO II – L’esperienza del Padre in Gesù di Nazaret (1999)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 marzo 1999

1. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 1, 3). Queste parole di Paolo ben ci introducono nella grande novità della conoscenza del Padre quale emerge dal Nuovo Testamento. Qui Dio appare nel suo volto trinitario. La sua paternità non si limita più ad indicare il rapporto con le creature, ma esprime la relazione fondamentale che caratterizza la sua vita intima; non è più un tratto generico di Dio, ma proprietà della prima Persona in Dio. Nel suo mistero trinitario, infatti, Dio è padre per essenza, padre da sempre, in quanto dall’eterno genera il Verbo a lui consustanziale e a lui unito nello Spirito Santo “che procede dal Padre e dal Figlio”. Con la sua incarnazione redentrice, il Verbo si fa solidale con noi proprio per introdurci a questa vita filiale che egli possiede dall’eternità. “A quanti l’hanno accolto – dice l’evangelista Giovanni – ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12).
2. Alla base di questa specifica rivelazione del Padre c’è l’esperienza di Gesù. Dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti traspare che Egli sperimenta il rapporto col Padre in una maniera del tutto singolare. Nei Vangeli possiamo constatare come Gesù abbia differenziato “la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai ‘Padre nostro’ tranne che per comandar loro: ‘Voi dunque pregate così: Padre nostro’ (Mt 6, 9); e ha sottolineato tale distinzione: ‘Padre mio e Padre vostro’ (Gv 20, 17)” (CCC, 443).
Fin da piccolo, a Maria e a Giuseppe che lo stavano cercando con angoscia, risponde: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 48s.). Ai Giudei che continuavano a perseguitarlo perché aveva operato di sabato una guarigione miracolosa, egli risponde: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5, 17). Sulla croce invoca il Padre perché perdoni i suoi carnefici e accolga il suo spirito (23, 34.46). La distinzione tra il modo con cui Gesù percepisce la paternità di Dio nei suoi confronti e quella che riguarda tutti gli altri esseri umani, è radicata nella sua coscienza e viene da lui ribadita con le parole che rivolge a Maria di Magdala dopo la risurrezione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20, 17).
3. Il rapporto di Gesù con il Padre è unico. Egli sa di essere esaudito sempre, sa che il Padre manifesta attraverso di Lui la sua gloria, anche quando gli uomini possono dubitarne ed hanno bisogno di esserne da Lui stesso convinti. Constatiamo tutto questo nell’episodio della risurrezione di Lazzaro: “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato’” (Gv 11, 41s.). In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un’intima e misteriosa reciprocità, com’egli sottolinea nell’inno di giubilo: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27) (cfr CCC, 240). Da parte sua, il Padre manifesta questo rapporto singolare che il Figlio intrattiene con Lui chiamandolo il suo “prediletto”: così al battesimo nel Giordano (cfr Mc 1, 11) e nella Trasfigurazione (cfr Mc 9, 7). Gesù è anche adombrato come figlio in senso speciale nella parabola dei cattivi vignaioli che maltrattano prima i due servi e poi il “figlio prediletto” del padrone, inviati a riscuotere i frutti della vigna (cfr Mc 12, 1-11, spec. v. 6).
4. Il Vangelo di Marco ci ha conservato il termine aramaico “Abbà” (cfr Mc 14, 36), con cui Gesù, nell’ora dolorosa del Getsemani, ha invocato il Padre, pregandolo di allontanare da lui il calice della passione. Il Vangelo di Matteo ce ne ha riportato nello stesso episodio la traduzione “Padre mio” (cfr Mt 26, 39, cfr anche v. 42) mentre Luca ha semplicemente “Padre” (cfr Lc 22, 42). Il termine aramaico, che potremmo tradurre nelle lingue moderne con “papà”, “babbo caro”, esprime la tenerezza affettuosa di un figlio. Gesù lo usa in maniera originale per rivolgersi a Dio e per indicare, nella piena maturità della sua vita che sta per concludersi sulla croce, lo stretto rapporto che anche in quell’ora drammatica lo lega al Padre suo. “Abbà” indica la straordinaria vicinanza tra Gesù e Dio Padre, un’intimità senza precedenti nel contesto religioso biblico o extra-biblico. In forza della morte e risurrezione di Gesù, Figlio unico di questo Padre, anche noi, al dire di san Paolo, siamo elevati alla dignità di figli e possediamo lo Spirito Santo che ci spinge a gridare “Abbà, Padre!” (cfr Rm 8, 15; Gal 4, 6). Questa semplice espressione del linguaggio infantile, in uso quotidiano nell’ambiente di Gesù e presso tutti i popoli, ha assunto così un significato dottrinale di profonda rilevanza, per esprimere la singolare paternità divina nei riguardi di Gesù e dei suoi discepoli.
5. Nonostante si sentisse unito al Padre in modo così intimo, Gesù ha dichiarato di ignorare l’ora dell’avvento finale e decisivo del Regno: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24, 36). Questo aspetto ci mostra Gesù nella condizione di abbassamento propria dell’Incarnazione, che nasconde alla sua umanità il termine escatologico del mondo. In tal modo Gesù disillude i calcoli umani per invitarci alla vigilanza e alla fiducia nel provvido intervento del Padre. D’altra parte, nella prospettiva dei vangeli, l’intimità e l’assolutezza del suo essere “figlio” non vengono minimamente pregiudicate da questa non conoscenza. Al contrario, proprio l’essersi fatto tanto solidale con noi, lo rende decisivo per noi davanti al Padre: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32s.).
Riconoscere Gesù davanti agli uomini è indispensabile per poter essere riconosciuti da lui davanti al Padre. In altri termini, la nostra relazione filiale con il Padre celeste dipende dalla nostra coraggiosa fedeltà verso Gesù, Figlio prediletto.

Publié dans:anche Paolo, PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 18 février, 2019 |Pas de commentaires »

L’UOMO, CREATO A IMMAGINE DI DIO – PAPA GIOVANNI PAOLO II

http://disf.org/giovanni-paolo-ii-uomo-immagine-dio

L’UOMO, CREATO A IMMAGINE DI DIO – PAPA GIOVANNI PAOLO II

9 aprile 1986

1. La posizione singolare ed eccelsa dell’uomo. 2. Nella Genesi, narrazioni che si integrano. 3. «A nostra immagine e somiglianza». 4. «Dio creo l’uomo… maschio e femmina li creò». 5. Alcuni elementi essenziali dell’uomo. 6. Uomo e donna, pari dignità. 7. Creato per l’immortalità. 8. Il dominio sulle altre creature. 9. Gloria del Creatore. 10. «Figura di colui che doveva venire». 11. La pienezza del significato in Cristo.
1. Il Simbolo della fede parla di Dio «Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili»; non parla direttamente della creazione dell’uomo. L’uomo appare, nel contesto soteriologico del Simbolo, in riferimento all’incarnazione, come è evidente in modo particolare nel Simbolo niceno-costantinopolitano, quando si professa la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, il quale «per noi uomini» e per la nostra salvezza discese dal cielo… e «si è fatto uomo».
Dobbiamo tuttavia ricordare che l’ordine della salvezza non soltanto presuppone la creazione, ma anzi prende inizio da essa. Il Simbolo della fede ci rimanda, nella sua concisione, all’insieme della verità rivelata circa la creazione, per scoprire la posizione davvero singolare ed eccelsa che è stata data all’uomo.
2. Come abbiamo già ricordato nelle catechesi precedenti, il libro della Genesi contiene due narrazioni della creazione dell’uomo. Dal punto di vista cronologico è anteriore la descrizione contenuta nel secondo capitolo della Genesi, è invece posteriore quella del primo capitolo. Nell’insieme le due descrizioni si integrano a vicenda, contenendo entrambe elementi teologicamente molto ricchi e preziosi.
3. Nel libro della Genesi 1,26 leggiamo che al sesto giorno Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
E significativo che la creazione dell’uomo sia preceduta da questa sorta di dichiarazione con cui Dio esprime l’intenzione di creare l’uomo a sua immagine, anzi «a nostra immagine», al plurale (in sintonia col verbo «facciamo»). Secondo alcuni interpreti, il plurale indicherebbe il «Noi» divino dell’unico Creatore. Questo sarebbe quindi, in qualche modo, un primo lontano segnale trinitario. In ogni caso la creazione dell’uomo, secondo la descrizione di Genesi 1, è preceduta da un particolare «rivolgersi» a se stesso, «ad intra», di Dio che crea.
4. Segue quindi l’atto creatore. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Colpisce in questa frase il triplice uso del verbo «creò» («barà»), che sembra testimoniare una particolare importanza e intensità dell’atto creatore. Questa stessa indicazione sembra doversi trarre anche dal fatto che, mentre ogni giorno della creazione si conclude con l’annotazione: «Dio vide che era cosa buona», dopo la creazione dell’uomo, il sesto giorno, è detto che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31).
5. La descrizione più antica, la «jahvista» di Gen 2, non usa l’espressione «immagine di Dio». Questa appartiene esclusivamente al testo posteriore, che è più «teologico». Ciò nondimeno la descrizione jahvista presenta, anche se in modo indiretto, la stessa verità. E detto infatti che l’uomo, creato da Dio-Jahvè, mentre ha potere di «imporre il nome» agli animali [1] , non trova tra tutte le creature del mondo visibile «un aiuto che gli fosse simile»; e cioè constata la sua singolarità. Benché non parli direttamente dell’«immagine» di Dio, il racconto di Genesi 2 ne presenta alcuni elementi essenziali: la capacità di autoconoscersi, l’esperienza del proprio essere nel mondo, il bisogno di riempire la propria solitudine, la dipendenza da Dio.
6. Tra questi elementi, vi è pure l’indicazione che uomo e donna sono uguali quanto a natura e dignità. Infatti, mentre nessuna creatura poteva essere per l’uomo «un aiuto che gli fosse simile», egli trova un tale «aiuto» nella donna creata da Dio-Jahvè. Secondo Genesi 2,21-22 Dio chiama all’essere la donna, traendola dal corpo dell’uomo: da «una delle costole» dell’uomo. Ciò indica la loro identità nell’umanità, la loro somiglianza essenziale pur nella distinzione. Poiché tutti e due partecipano della stessa natura, hanno entrambi la stessa dignità di persona.
7. La verità circa l’uomo creato a «immagine di Dio» ritorna anche in altri passi della Sacra Scrittura, sia nella stessa Genesi [2] , sia in altri Libri Sapienziali. Nel libro della Sapienza (2,23) è detto: «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece ad immagine della propria natura». E nel libro del Siracide (17,1.3) leggiamo: «Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa lo fa ritornare di nuovo… Secondo la sua natura li riveste di forza, e a sua immagine li formò».
L’uomo, dunque, è creato per l’immortalità, e non cessa di essere immagine di Dio dopo il peccato, anche se viene sottomesso alla morte. Porta in sé il riflesso della potenza di Dio, che si manifesta soprattutto nella facoltà dell’intelligenza e della libera volontà. L’uomo è soggetto autonomo, fonte delle proprie azioni, pur mantenendo le caratteristiche della sua dipendenza da Dio, suo creatore (contingenza ontologica).
8. Dopo la creazione dell’uomo, maschio e femmina, il Creatore «li benedisse e disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci… e sugli uccelli… e su ogni essere vivente »» (Gen 1,28). La creazione a immagine di Dio costituisce il fondamento del dominio sulle altre creature del mondo visibile le quali sono state chiamate all’esistenza in vista dell’uomo e «per lui».
Del dominio di cui parla Genesi 1,28 partecipano tutti gli uomini, ai quali il primo uomo e la prima donna hanno dato origine. Vi allude anche la redazione jahvista (Gen 2,24), alla quale avremo ancora occasione di tornare. Trasmettendo la vita ai propri figli, uomo e donna donano loro in eredità quell’«immagine di Dio», che fu conferita al primo uomo nel momento della creazione.
9. In questo modo l’uomo diventa una espressione particolare della gloria del Creatore del mondo creato. «Gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei», scriverà sant’Ireneo [3] . Egli è gloria del Creatore in quanto è stato creato a immagine di lui e specialmente in quanto accede alla conoscenza vera del Dio vivente. In questo trovano fondamento il particolare valore della vita umana, come anche tutti i diritti umani (oggi messi tanto in rilievo).
10. Mediante la creazione a immagine di Dio, l’uomo è chiamato a diventare, tra le creature del mondo visibile, un portavoce della gloria di Dio, e, in un certo senso, una parola della sua Gloria.
L’insegnamento sull’uomo, contenuto nelle prime pagine della Bibbia (Gen 1), s’incontra con la rivelazione del Nuovo Testamento circa la verità di Cristo, che quale Verbo eterno, è «immagine del Dio invisibile», e insieme «generato prima di ogni creatura» (Col 1,15). L’uomo creato a immagine di Dio acquista, nel piano di Dio, una speciale relazione con il Verbo, eterna immagine del Padre, il quale nella pienezza dei tempi si farà carne. Adamo – scrive san Paolo – «è figura di colui che doveva venire» (Rm 5,11). Infatti, «quelli che… da sempre ha conosciuto (Dio Creatore) li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
11. Così dunque la verità circa l’uomo creato a immagine di Dio non determina soltanto il posto dell’uomo in tutto l’ordine della creazione, ma parla già anche del suo legame con l’ordine della salvezza in Cristo, che è l’eterna e consostanziale «immagine di Dio» (2Cor 4,4): immagine del Padre. La creazione dell’uomo a immagine di Dio, già dall’inizio del libro della Genesi rende testimonianza alla sua chiamata.
Questa chiamata si rivela pienamente con la venuta di Cristo. Proprio allora, grazie all’azione dello «Spirito del Signore», si apre la prospettiva della piena trasformazione nell’immagine consostanziale di Dio, che è Cristo (cf. 2Cor 3,18). Così l’«immagine» del libro della Genesi (1,27) raggiunge la pienezza del suo significato rivelato.
_________________________________
[1] cf. Gen 2,19-20.
[2] «Ad immagine di Dio egli ha fatto l’uomo»: Gen 9,6.
[3] «Adversus haereses», IV,20,7.

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 20 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – 19 MARZO 1980 – GIUSEPPE: L’UOMO AL QUALE DIO CONFIDÒ I SUOI MISTERI

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1980/documents/hf_jp-ii_aud_19800319.html

GIOVANNI PAOLO II – 19 MARZO 1980 – GIUSEPPE: L’UOMO AL QUALE DIO CONFIDÒ I SUOI MISTERI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 marzo 1980

Prima della catechesi il Santo Padre rivolge un saluto ai ragazzi presenti nella Basilica Vaticana

Aula Paolo VI

1. Dedichiamo il nostro odierno incontro, che cade il 19 marzo, a colui che la Chiesa, in questo giorno, secondo una tradizione antichissima, circonda con la venerazione dovuta ai più grandi santi.
Il 19 marzo è la solennità di san Giuseppe, lo sposo di Maria santissima, Madre di Cristo. Già nel secolo X troviamo segnalata in vari calendari questa festività. Il Papa Sisto IV la accolse nel calendario della Chiesa di Roma a partire dall’anno 1479. Nel 1621 essa venne inserita nel calendario della Chiesa universale.
Interrompendo quindi la serie delle nostre meditazioni, che stiamo svolgendo ormai da tempo, rivolgiamoci oggi a questa figura così cara e vicina al cuore della Chiesa e, nella Chiesa, ad ognuno e a tutti coloro che cercano di conoscere le vie della salvezza, e di camminare su di esse nella loro vita terrena. L’odierna meditazione ci prepari alla preghiera, affinché, riconoscendo le grandi opere di Dio in colui al quale egli ha confidato i suoi misteri, cerchiamo nella nostra vita personale il riflesso vivo di queste opere per compierle con la fedeltà, l’umiltà e la nobiltà di cuore che furono proprie di san Giuseppe.
2.
« Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati » ( Mt 1,20-21 ).
Troviamo queste parole nel capitolo primo del Vangelo secondo Matteo. Esse – soprattutto nella seconda parte – suonano simili a quelle che ascoltò Miriam, cioè Maria, nel momento dell’Annunciazione. Tra qualche giorno – il 25 marzo – ricorderemo nella liturgia della Chiesa il momento in cui quelle parole furono pronunciate a Nazaret « a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria » ( Lc 1,27 ).
La descrizione dell’annunciazione si trova nel Vangelo secondo Luca.
In seguito Matteo nota di nuovo che, dopo le nozze di Maria con Giuseppe « prima che andassero a vivere insieme, ella si trovò incinta per opera dello Spirito Santo » ( Mt 1,18 ).
Così dunque si compì in Maria il mistero che aveva avuto il suo inizio nel momento dell’annunciazione, nel momento, in cui la Vergine rispose alle parole di Gabriele: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » ( Lc 1,38 ).
A mano a mano che il mistero della maternità di Maria si rivelava alla coscienza di Giuseppe, egli, « che era giusto, non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto » ( Mt 1,19 ), così dice il seguito della descrizione di Matteo.
E proprio allora Giuseppe, sposo di Maria e dinanzi alla legge già suo marito, riceve la sua personale « Annunciazione ».
Egli sente durante la notte le parole che abbiamo riportato sopra, le parole, che sono spiegazione e nello stesso tempo invito da parte di Dio: « Non temere di prendere con te Maria » ( Mt 1,20 ).
3.
Nello stesso tempo Dio affida a Giuseppe il mistero, il cui compimento avevano aspettato da tante generazioni la stirpe di Davide e tutta la « casa d’Israele », ed al tempo stesso affida a Lui tutto ciò da cui dipende il compimento di tale mistero nella storia del Popolo di Dio.
Dal momento in cui tali parole sono giunte alla sua coscienza, Giuseppe diventa l’uomo della divina elezione: l’uomo di un particolare affidamento. Viene definito il suo posto nella storia della salvezza. Giuseppe entra in questo posto con la semplicità e l’umiltà, in cui si manifesta la profondità spirituale dell’uomo; ed egli lo riempie completamente con la sua vita.
« Destatosi dal sonno – leggiamo da Matteo – Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore » ( Mt 1,24 ). In queste poche parole c’è tutto. Tutta la descrizione della vita di Giuseppe e la piena caratteristica della sua santità: « Fece ». Giuseppe, quello che conosciamo dal Vangelo, è uomo di azione.
È uomo di lavoro. Il Vangelo non ha conservato alcuna sua parola. Ha descritto invece le sue azioni: azioni semplici, quotidiane, che hanno nello stesso tempo il significato limpido per il compimento della promessa divina nella storia dell’uomo; opere piene della profondità spirituale e della semplicità matura.
4.
Tale è l’attività di Giuseppe, tali sono le sue opere, prima che gli fosse rivelato il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che lo Spirito Santo aveva operato nella sua sposa. Tale è anche l’opera ulteriore di Giuseppe, quando – già consapevole del mistero della maternità verginale di Maria – rimane accanto a lei nel periodo precedente la nascita di Gesù e soprattutto nella circostanza della Natività.
Poi vediamo Giuseppe nel momento della presentazione al tempio e dell’arrivo dei re magi dall’oriente. Poco dopo si inizia il dramma dei neonati a Betlemme. Giuseppe di nuovo viene chiamato e istruito dalla voce dall’alto su come deve comportarsi.
Intraprende la fuga in Egitto con la Madre e il Fanciullo.
Dopo breve tempo, il ritorno alla nativa Nazaret.
Lì finalmente ritrova la sua casa e l’officina, alla quale sarebbe tornato certamente prima se non glielo avessero impedito le atrocità di Erode. Quando Gesù ha dodici anni, si reca con lui e con Maria a Gerusalemme.
Nel tempio di Gerusalemme, dopo che tutti e due hanno ritrovato Gesù smarrito, Giuseppe sente queste misteriose parole:
« Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? » ( Lc 2,49 ).
Così diceva il ragazzo di 12 anni, e Giuseppe, così come Maria, sanno bene di Chi parla.
Nondimeno, nella casa di Nazaret, Gesù era loro sottomesso ( Lc 2,51 ): a loro due, a Giuseppe e Maria, così come un figlio è sottomesso ai suoi genitori. Passano gli anni della vita nascosta della Sacra Famiglia di Nazaret. Il Figlio di Dio – mandato dal Padre – è nascosto per il mondo, nascosto per tutti gli uomini, perfino per quelli più vicini. Soltanto Maria e Giuseppe conoscono il suo mistero. Vivono nella sua cerchia. Vivono questo mistero quotidianamente. Il Figlio dell’eterno Padre passa, dinanzi agli uomini, per loro figlio; per « il figlio del carpentiere » ( Mt 13,55 ). Quando inizierà il tempo della sua missione pubblica, Gesù si richiamerà nella sinagoga di Nazaret alle parole di Isaia, che in quel momento si adempiono in lui, i vicini e compaesani diranno: « Non è il figlio di Giuseppe? » (cf. Mt 4,16-22 ).
Il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, durante i trent’anni della vita terrestre è rimasto nascosto: si è nascosto all’ombra di Giuseppe.
Nello stesso tempo Maria e Giuseppe rimasero nascosti in Cristo, nel suo mistero e nella sua missione. In particolare Giuseppe, che – come si può dedurre dal Vangelo – lasciò il mondo prima che Gesù si rivelasse ad Israele come il Cristo, rimase nascosto nel mistero di colui che il Padre celeste gli aveva affidato quando era ancora nel grembo della Vergine, quando gli aveva detto mediante l’angelo: « Non temere di prendere con te Maria tua sposa » ( Mt 1,20 ).
Erano necessarie anime profonde – come santa Teresa di Gesù – e gli occhi penetranti della contemplazione, perché potessero essere rivelati gli splendidi tratti di Giuseppe di Nazaret: colui del quale il Padre celeste volle fare, sulla terra, l’uomo del suo affidamento.
Tuttavia la Chiesa è stata sempre consapevole, e oggi lo è in modo particolare, di quanto fondamentale sia stata la vocazione di quell’uomo: dello sposo di Maria, di colui che, dinanzi agli uomini, passava per il padre di Gesù e che fu, secondo lo spirito, una incarnazione perfetta della paternità nella famiglia umana ed insieme sacra.
In questa luce, i pensieri e il cuore della Chiesa, la sua preghiera ed il suo culto, si rivolgono a Giuseppe di Nazaret. In questa luce l’apostolato e la pastorale trovano in lui appoggio in quel campo vasto e insieme fondamentale che è la vocazione matrimoniale e dei genitori, tutta la vita nella famiglia, piena della sollecitudine semplice e servizievole del marito per la moglie, del padre e della madre per i figli – la vita nella famiglia – in quella « Chiesa più piccola » sulla quale si costruisce ogni Chiesa.
E poiché nel corrente anno ci prepariamo al Sinodo dei Vescovi il cui tema è « De muneribus familiae christianae », tanto maggiormente sentiamo il bisogno dell’intercessione di san Giuseppe e del suo aiuto nei nostri lavori.
La Chiesa che come società del Popolo di Dio, chiama se stessa anche la famiglia di Dio, vede pure il posto singolare di san Giuseppe nei confronti di questa grande famiglia e lo riconosce come suo patrono particolare.
Questa meditazione risvegli in noi il bisogno della preghiera per l’intercessione di colui in cui il Padre celeste ha espresso, sulla terra, tutta la dignità spirituale della paternità. La meditazione sulla sua vita e sulle sue opere, così profondamente nascoste nel mistero di Cristo e, al tempo stesso, così semplici e limpide, aiuti tutti a ritrovare il giusto valore e la bellezza della vocazione, alla quale ogni famiglia umana attinge la sua forza spirituale e la santità.

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2001/documents/hf_jp-ii_hom_20010202_presentation-lord.html

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Venerdì, 2 Febbraio 2001

V Giornata della Vita Consacrata

Con questa invocazione, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale, la Chiesa, nel giorno in cui fa memoria della Presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme, esprime il desiderio di poterlo accogliere ancora nel presente della sua storia. La Presentazione è una festa liturgica suggestiva, fissata fin dall’antichità quaranta giorni dopo il Natale, sulla scorta di quanto prescriveva la Legge ebraica per la nascita di ogni primogenito (cfr Es 13, 2). Maria e Giuseppe, come risulta dal racconto evangelico, ne sono stati fedeli osservanti.
Tradizioni cristiane d’Oriente e d’Occidente si sono intrecciate arricchendo la liturgia di questa festa con una speciale processione, in cui la luce dei ceri e delle candele è simbolo di Cristo, Luce vera venuta ad illuminare il suo popolo e tutte le genti. In tal modo l’odierna ricorrenza si ricollega al Natale e all’Epifania del Signore. Ma contemporaneamente essa si pone come ponte verso la Pasqua, rievocando la profezia del vecchio Simeone, che in quella circostanza preannunciò il drammatico destino del Messia e di sua Madre.
L’evangelista ha ricordato il fatto anche nei dettagli: ad accogliere Gesù nel santuario di Gerusalemme vi erano due anziane persone piene di fede e di Spirito Santo, Simeone ed Anna. Esse impersonano il « resto d’Israele », vigilante nell’attesa e pronto ad andare incontro al Signore, come già avevano fatto i pastori nella notte della sua nascita a Betlemme.
2. Nella Colletta della liturgia odierna abbiamo chiesto di poter essere anche noi presentati al Signore « pienamente rinnovati nello spirito », sul modello di Gesù, primogenito tra molti fratelli. In modo particolare voi, religiosi, religiose e laici consacrati, siete chiamati a partecipare a questo mistero del Salvatore. E’ mistero di oblazione, in cui si fondono indissolubilmente la gloria e la croce, secondo il carattere pasquale proprio dell’esistenza cristiana. E’ mistero di luce e di sofferenza; mistero mariano, in cui alla Madre, benedetta insieme col Figlio, è preannunciato il martirio dell’anima.
Potremmo dire che oggi si celebra in tutta la Chiesa un singolare « offertorio », in cui gli uomini e le donne consacrati rinnovano spiritualmente il dono di sé. Così facendo aiutano le Comunità ecclesiali a crescere nella dimensione oblativa che intimamente le costituisce, le edifica e le sospinge sulle strade del mondo.
Vi saluto con grande affetto, carissimi Fratelli e Sorelle appartenenti a numerose Famiglie di vita consacrata, che allietate con la vostra presenza la Basilica di San Pietro. Saluto, in particolare, il Signor Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il quale presiede la celebrazione eucaristica odierna.
3. Celebriamo questa festa con il cuore ancora ripieno delle emozioni vissute nel tempo giubilare appena terminato. Abbiamo ripreso il cammino lasciandoci guidare dalle parole di Cristo a Simone: « Duc in altum – Prendi il largo » (Lc 5, 4). La Chiesa attende anche il vostro contributo, carissimi Fratelli e Sorelle consacrati, per percorrere questo nuovo tratto di strada secondo gli orientamenti che ho tracciato nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte: contemplare il volto di Cristo, ripartire da Lui, testimoniare il suo amore. E’ questo un apporto che voi siete chiamati a dare quotidianamente anzitutto con la fedeltà alla vostra vocazione di persone totalmente consacrate a Cristo.
Il vostro primo impegno, pertanto, non può non essere nella linea della contemplazione. Ogni realtà di vita consacrata nasce e ogni giorno si rigenera nell’incessante contemplazione del volto di Cristo. La Chiesa stessa attinge il suo slancio dal quotidiano confronto con l’inesauribile bellezza del volto di Cristo suo Sposo.
Se ogni cristiano è un credente che contempla il volto di Dio in Gesù Cristo, voi lo siete in modo speciale. Per questo è necessario che non vi stanchiate di sostare in meditazione sulla Sacra Scrittura e, soprattutto, sui santi Vangeli, perché si imprimano in voi i tratti del Verbo incarnato.
4. Ripartire da Cristo, centro di ogni progetto personale e comunitario: questo è l’impegno! Incontratelo, carissimi, e contemplatelo in modo tutto speciale nell’Eucaristia, celebrata e adorata ogni giorno, come fonte e culmine dell’esistenza e dell’azione apostolica.
E con Cristo camminate: è questa la via della perfezione evangelica, la santità a cui ogni battezzato è chiamato. E proprio la santità è uno dei punti essenziali – anzi, il primo – del programma che ho delineato per l’inizio del nuovo millennio (cfr Novo millennio ineunte, 30-31).
Abbiamo ascoltato poc’anzi le parole del vecchio Simeone: Cristo « è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori » (Lc 2, 34). Come Lui, e nella misura della conformazione a Lui, anche la persona consacrata diventa « segno di contraddizione »; diventa cioè, per gli altri, salutare stimolo a prendere posizione di fronte a Gesù, il quale – grazie alla mediazione coinvolgente del « testimone » – non resta semplicemente personaggio storico o ideale astratto, ma si pone come persona viva a cui aderire senza compromessi.
Non vi sembra questo un servizio indispensabile che la Chiesa attende da voi in quest’epoca segnata da profondi mutamenti sociali e culturali? Solo se persevererete nel seguire fedelmente Cristo, sarete testimoni credibili del suo amore.
5. « Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele » (Lc 2,32). La vita consacrata è chiamata a riflettere in modo singolare la luce di Cristo. Guardando a voi, carissimi Fratelli e Sorelle, penso alla schiera di uomini e donne di ogni nazione, lingua e cultura, consacrati a Cristo con i voti di povertà, verginità e obbedienza. Questo pensiero mi riempie di consolazione, perché voi siete come un « lievito » di speranza per l’umanità. Siete « sale » e « luce » per gli uomini e le donne di oggi, che nella vostra testimonianza possono intravedere il Regno di Dio e lo stile delle « Beatitudini » evangeliche.
Come Simeone ed Anna, prendete Gesù dalle braccia della sua santissima Madre e, pieni di gioia per il dono della vocazione, portatelo a tutti. Cristo è salvezza e speranza per ogni uomo! Annunciatelo con la vostra esistenza dedicata interamente al Regno di Dio e alla salvezza del mondo. Proclamatelo con la fedeltà senza compromessi che, anche di recente, ha condotto al martirio alcuni vostri fratelli e sorelle in varie parti del mondo.
Siate luce e conforto per ogni persona che incontrate. Come candele accese, ardete dell’amore di Cristo. Consumatevi per Lui, diffondendo dappertutto il Vangelo del suo amore. Grazie alla vostra testimonianza anche gli occhi di tanti uomini e donne del nostro tempo potranno vedere la salvezza preparata da Dio « davanti a tutti i popoli, / luce per illuminare le genti / e gloria del tuo popolo Israele ».

Amen.

L’11 SETTEMBRE, GIOVANNI PAOLO II, LA VERGINE MARIA E UN RE POLACCO

https://it.zenit.org/articles/l-11-settembre-giovanni-paolo-ii-la-vergine-maria-e-un-re-polacco/

L’11 SETTEMBRE, GIOVANNI PAOLO II, LA VERGINE MARIA E UN RE POLACCO

Storia della festa del Santo Nome di Maria, istituita come ex voto per la vittoria dell’esercito polacco sui turchi e ripristinata da Giovanni Paolo II nel 2002, a seguito dell’attentato alle Twin Towers

12 SETTEMBRE 2014ANITA BOURDINCHIESA E RELIGIONE
Per Giovanni Paolo II l’11 settembre non era solo la data dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, ma il giorno che ricordava l’intercessione della Vergine Maria nella vittoria dell’esercito polacco che pose fine dell’assedio di Vienna da parte dei turchi, nel XVII secolo. Fu dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 che il Pontefice polacco vide la necessità di ripristinare la festa del Santo Nome di Maria, stabilita come ex-voto per questa vittoria poi cancellata nel XX secolo, per mancanza di memoria degli eventi
Pertanto, la Chiesa celebra il Santo Nome di Maria il 12 settembre, il giorno dopo l’anniversario della vittoria dell’11 settembre 1683. La festa è stata registrata nella Ottava della Natività della Vergine, per ricordare ai cristiani che possono ricorrere all’intercessione della Madonna in ogni evento della vita, grande o piccolo che sia, come insegna il Vangelo delle Cana e le parole di Cristo sulla croce: “Ecco tua Madre”.
Tuttavia la festa scomparve dal calendario liturgico intorno al 1970, dopo l’accurato lavoro storico compiuto dal Concilio Vaticano II. Ma sempre per un lavoro storico, è stata ricostituita nella stessa data dal Santo Pontefice, nella editio tertia del Messale Romano, e nel martirologio romano, il 22 marzo 2002; quindi, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e dopo la preghiera interreligiosa per la Pace ad Assisi del gennaio 2002.
Il ‘movente’ fu spirituale. Ma Karol Wojtyla conosceva anche le ragioni storiche, dal momento che coinvolgevano la storia della sua patria, la Polonia, e anche l’Europa, come testimoniano gli affreschi della “cappella polacca” della “Santa Casa” di Loreto.
La guerra a cui ci si riferiva risale al 1863, oltre un secolo dopo la battaglia di Lepanto (1571): i turchi stavano tentando di entrare in Europa occidentale attraverso un attacco di terra. Maometto IV aveva preso la bandiera di Maometto Kara Mustafà, all’inizio dell’anno, giurando di difenderla con la sua stessa vita, se necessario. Il Gran Visir si avvaleva di circa 300.000 uomini e promise di prendere Belgrado, Buda, Vienna, di penetrare in Italia e arrivare a Roma “fino l’altare di San Pietro”. Si può immaginare il turbine di violenza e sangue che un progetto del genere comportava.
Sempre nel 1683, ad agosto, un cappuccino italiano residente a Vienna, grande mistico, di nome Marco d’Aviano – poi beatificato da Giovanni Paolo II – fu nominato Gran Cappellano di tutti gli eserciti d’Europa. Il religioso viene ricordato più che altro come l’inventore del “cappuccino” o del “caffè viennese”, ma la grande storia lo annovera come colui che seppe infondere coraggio al popolo austriaco e riuscì a convincere il re polacco Jan Sobieski a venire in soccorso della capitale, dal momento che disponeva di 40.000 uomini. La città fu assediata il 14 luglio e la sua resa era solo una questione di ore. L’equilibrio di potere non era a favore delle truppe europee. Tuttavia, Vienna fu affidata all’intercessione della Vergine, tanto che l’effigie di Maria fu posta su tutti gli stendardi.
L’11 settembre 1683, poi, sul Kahlenberg che domina la città, a nord, padre Marco celebrò la Messa, servita dal re polacco davanti a tutto l’esercito posto in semicerchio. Il cappuccino predisse una vittoria senza precedenti. E invece di finire la festa nelle parole liturgiche, “Ite missa est”, gridò: “Ioannes vinces! Jan vincerà!”.
Le truppe guidate da Sobieski insieme a Carlo duca di Lorena, attaccarono gli Ottomani all’alba dell’11 settembre. Il sole splendeva sui due eserciti da cui dipendeva il destino dell’Europa. Le campane della città squillarono al mattino. Donne e bambini pregavano nelle chiese, implorando l’aiuto della Vergine Maria. E la sera dell’11 settembre, lo stendardo del gran visir cadde nelle mani di Sobieski. Il pericolo di far capitolare Roma fu quindi scongiurato.
Il giorno successivo, il 12 settembre, re Jan fece il suo ingresso in una città in giubilo, e volle celebrare una Messa e un Te Deum nella chiesa della Madonna di Loreto per ringraziare della vittoria. Fu Papa Innocenzo XI poi ad attribuire la vittoria all’intercessione della Vergine, stabilendo un ex-voto con cui si istituiva la festa in onore del Santo Nome di Maria.
Il 25 novembre 1683, la festa fu estesa a tutta la Chiesa, e la Natività di Maria fu fissata per la domenica successiva. In seguito, San Pio X preferì poi ritornare alla data del 12 settembre, anniversario non della vittoria sui turchi, ma della sua celebrazione.
Su questa scia, Giovanni Paolo II ricostituì poi la festa per ricordare ai cattolici di invocare Maria per affrontare gravi pericoli internazionali.
Nel corso del suo pontificato, è sorprendente notare il numero di volte in cui Giovanni Paolo II ha invocato il nome di Maria e ha chiesto ai cattolici di pregare, soprattutto in un periodo di sviluppo del terrorismo internazionale. Il giorno dopo la strage dell’11 Settembre 2001, Papa Wojtyla, durante l’udienza generale del mercoledì, invocò infatti una preghiera per la pace affidando il mondo alla Madonna: “Preghiamo il Signore perché non prevalga la spirale di odio e violenza. Possa la Vergine Santa, Madre di misericordia, risvegliare nel cuore di tutti pensieri di saggezza e di intenzioni pacifiche”, disse il Santo Papa.
Anche durante la Messa a Frosinone di domenica 16 settembre, davanti a 40mila persone, il Pontefice incentrò la sua omelia sulla figura di Maria: “La Vergine – disse – rechi conforto e speranza anche a quanti soffrono a causa del tragico attentato terroristico, che nei giorni scorsi ha ferito profondamente l’amato popolo americano. A tutti i figli di quella grande nazione dirigo, anche ora – aggiunse – il mio pensiero accorato e partecipe. Maria accolga i defunti, consoli i superstiti, sostenga le famiglie particolarmente provate, aiuti tutti a non cedere alla tentazione dell’odio e della violenza, ma ad impegnarsi a servizio della giustizia e della pace”.
Nell’ottobre del 2001, mese del Rosario, poco tempo dopo l’attacco alle Twin Towers, Giovanni Paolo II esortò ancora una volta a pregare la Madre di Dio soprattutto attraverso la coroncina: “Il XXI secolo, nato sotto il segno del grande riconciliazione giubilare, ha purtroppo ereditato dal passato molti teatri di guerra e di violenza ancora attivi – affermò -. Gli sconcertanti attentati dell’11 settembre e tutto quello che è successo dopo nel mondo hanno aumentato la tensione a livello globale”.
Una situazione, quella internazionale, che portò il Santo Padre a convocare una nuova riunione interreligiosa per la pace ad Assisi, il 24 gennaio 2002, realizzando quello che poi passò alla storia come lo “Spirito di Assi”, ovvero una comune invocazione di pace da parte di tutti i rappresentanti delle religioni, e una condanna contro ogni violenza e terrorismo.
E proprio nel contesto di paura provocato dal terrorismo internazionale, dopo l’evento di Assisi, Wojtyla ripristinò infine, nel 2002, la festa del Santo Nome di Maria. In quello stesso anno, l’11 settembre, primo anniversario dell’attentato a New York, il Papa presiedette una preghiera universale di intercessione per le vittime della strage e le loro famiglie, e per la pace nel mondo. E in arabo, pregò “per i credenti di tutte le religioni, in modo che il nome di Dio, misericordioso e amorevole pace, rifiutino con fermezza ogni forma di violenza, in conformità con le diverse esperienze storiche, culturali, religiose”.
La devozione di Giovanni Paolo II al Nome di Maria fu proseguita poi dal suo successore Benedetto XVI. Il Papa emerito lo invocò per la conversione dei battezzati nell’Angelus del 12 settembre 2010: “Alla Vergine Maria, il cui nome più santo si celebra nella Chiesa di oggi, affidiamo il nostro modo conversione a Dio”, disse.
Nel 2007, durante l’Udienza generale del mercoledì, Ratzinger sottolineò invece il collegamento della festa del Nome di Maria con quella della Natività della Vergine, l’8 settembre. In particolare, rivolgendosi ai giovani, rammentò: “Sabato scorso abbiamo celebrato Festa della Natività della Vergine, e oggi ricordiamo il suo santo Nome. La celeste Madre di Dio, che ci accompagna durante tutto l’anno liturgico, guidi voi cari giovani sul sentiero di un’adesione al Vangelo ogni giorno più perfetta”.
Nel corso dei secoli, poi, sono stati numerosi i Santi che hanno invocato il Nome di Maria, a partire da Sant’Ambrogio (397) che scrisse: “Il tuo nome, o Maria, è un delizioso balsamo che si diffonde l’odore di grazia!”. Poi San Bernardo di Chiaravalle (1153) vide nella Vergine un rifugio in mezzo ad una guerra spirituale: “Il nome di Maria mette in fuga tutti i diavoli”, affermava. Anche San Bonaventura da Bagnoregio (1274) proclamò: “Il tuo nome è glorioso, Santa Madre di Dio! È glorioso il nome che è stato la fonte di tante meraviglie!”. E, in ultimo, il Beato Enrico Suso (1365) soleva esclamare: “O nome pieno di dolcezza! O Maria! Chi è dunque Lei, se il Vostro nome è già tanto amabile e talmente colmo di grazie?”.

 

Publié dans:FESTE DI MARIA, PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 12 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – SUBIACO 1980 (PER LA FESTA DI SAN BENEDETTO DA NORCIA)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1980/september/documents/hf_jp-ii_spe_19800928_speco-subiaco.html

GIOVANNI PAOLO II – SUBIACO 1980 (PER LA FESTA DI SAN BENEDETTO DA NORCIA)

VISITA PASTORALE A SUBIACO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II DURANTE LA VISITA AL SACRO SPECO

28 settembre 1980

Venerabili e carissimi fratelli.

1. Oggi il grande giubileo di san Benedetto ci ha fatto venire a Subiaco. Vi ha già dato l’occasione di presiedere, nelle vostre patrie, nelle vostre diocesi, a importanti celebrazioni, non solo per i monaci e le monache, ma per tutto il Popolo di Dio affidato alle vostre cure, come ho fatto io stesso a Norcia e a Montecassino. Ma oggi, la scelta del luogo santificato da san Benedetto – il Sacro Speco – e la composizione della vostra assemblea dà un rilievo eccezionale a questa celebrazione.
Un millennio e mezzo è trascorso dalla nascita di questo grande uomo, che ha meritato nel passato il titolo di “patriarca dell’occidente”, e che e stato chiamato ai nostri giorni, da Papa Paolo VI, il “patrono dell’Europa”. Già questi titoli testimoniano che la luce della sua persona e della sua opera ha superato le frontiere del suo paese e non si è limitata solamente alla sua famiglia benedettina: questa ha del resto conosciuto una magnifica espansione ed è provenendo da numerosi paesi e continenti, che i suoi figli e le sue figlie si sono riuniti, una settimana fa, a Montecassino, per venerare la memoria del loro padre comune e fondatore del monachesimo occidentale.
Oggi, a Subiaco, ci sono i rappresentanti degli episcopati d’Europa che si ritrovano per testimoniare, in presenza dei Vescovi del mondo intero riuniti in Sinodo, a quale punto san Benedetto da Norcia sia inserito profondamente e organicamente nella storia d’Europa, e in particolare quanto gli sono debitori le società e le Chiese, del nostro continente, e come, nella nostra epoca critica, esse volgono i loro sguardi verso colui che è stato designato dalla Chiesa come loro patrono comune.
Consacrando l’abbazia di Montecassino risorta dalle rovine della guerra, il 2 ottobre 1964, Paolo VI segnalava le due ragioni che fanno sempre desiderare l’austera e dolce presenza di san Benedetto tra noi: “La fede cristiana che lui e il suo ordine hanno predicato, specialmente nella famiglia d’Europa…, e l’unità attraverso la quale il grande monaco solitario e sociale ci ha insegnato ad essere fratelli e attraverso la quale l’Europa divenne cristiana”. “È perché questo ideale spirituale dell’Europa fosse ormai sacro e intangibile” che il mio venerato predecessore proclamava quel giorno san Benedetto “patrono e protettore dell’Europa”. E il breve e solenne “pacis nuntius” che consacrava questa decisione, ricordando i meriti del grande abate, “messaggero di pace, artigiano dell’unità, maestro di civilizzazione, araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in occidente”, riaffermava che lui e i suoi figli, “con la croce, il libro e l’aratro”, portarono “il progresso cristiano alle popolazioni che si stendevano dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure di Polonia”.
2. San Benedetto fu prima di tutto un uomo di Dio. Egli lo è diventato seguendo, in modo costante, la via delle virtù indicate nel Vangelo. Fu un vero pellegrino del regno di Dio. Un vero “homo viator”. E questo pellegrinaggio è stato accompagnato da una lotta che è durata tutta la sua vita: una battaglia innanzitutto contro se stesso, per combattere “l’uomo vecchio” e fare sempre più posto in sé all’“uomo nuovo”. Il Signore ha permesso che, grazie al santo Spirito, questa trasformazione non rimanesse un avvenimento per lui solo, ma che divenisse una sorgente di luce, penetrando la storia degli uomini, penetrando soprattutto la storia d’Europa.
Subiaco fu e rimane una tappa importante di questo percorso. Da un parte, fu luogo di ritiro per san Benedetto da Norcia, egli vi si ritirò dall’età di quindici anni per essere più vicino a Dio. E nello stesso tempo un luogo che ben manifesta ciò che egli è. Tutta la sua storia resterà segnata da questa esperienza di Subiaco: la solitudine con Dio, l’austerità di vita, e la separazione di questa vita molto semplice con qualche discepolo, perché e là che è cominciata una prima organizzazione della vita cenobitica.
E per questo che vengo anch’io in questo alto luogo del Sacro Speco e del primo monastero.
3. Uomo di Dio, Benedetto lo fu realizzando continuamente il Vangelo, non solamente allo scopo di conoscerlo, ma anche di tradurlo interamente in tutta la sua vita. Si potrebbe dire che l’ha riletto in profondità – con la profondità della sua anima -, e che l’ha riletto nella sua ampiezza, secondo la dimensione dell’orizzonte che aveva sotto gli occhi. Questo orizzonte fu quello del mondo antico che era sul punto di morire e quello del mondo nuovo che era sul punto di nascere. Tanto nella profondità della sua anima che nell’orizzonte di questo mondo, egli ha affermato tutto il Vangelo: l’insieme di ciò che costituisce il Vangelo e nello stesso tempo ciascuna delle sue parti, ciascuno dei passi che la Chiesa rilegge nella sua liturgia, e anche ciascuna frase.
Sì, l’uomo di Dio – “benedictus”, il benedetto, Benedetto – si compenetra in tutta la semplicità della verità che vi è contenuta. Ed egli vive questo Vangelo. E vivendolo, egli evangelizza.
Paolo VI ci ha lasciato in eredità san Benedetto da Norcia come patrono d’Europa. Cosa voleva dirci con questo? Prima di tutto può essere che noi dobbiamo innalzarci senza posa alla traduzione del Vangelo, che deve essere tradotto interamente e in tutta la nostra vita. Che noi dobbiamo rileggerlo con tutta la profondità della nostra anima e in tutta la sua ampiezza, secondo la dimensione dell’orizzonte del mondo che noi abbiamo davanti al mondo. Il Concilio Vaticano II ha posto fermamente la realtà della Chiesa e della sua missione sull’orizzonte del mondo che giorno dopo giorno le diviene contemporaneo.
L’Europa costituisce una parte essenziale di questo orizzonte. In quanto continente nel quale si trovano le nostre patrie, essa è per noi un dono della provvidenza, che ce l’ha affidata allo stesso tempo come un’opera da realizzare. Noi, in quanto Chiesa, e in quanto pastori della Chiesa, dobbiamo rileggere il Vangelo e annunciarlo nella misura dei compiti che sono inerenti alla nostra epoca. Noi dobbiamo rileggerlo e predicarlo nella misura delle attese che non smettono di manifestarsi nella vita degli uomini e delle società, e nello stesso tempo nella misura delle contestazioni che noi incontriamo nella loro vita. Cristo non smette mai di essere “l’attesa dei popoli” e nello stesso tempo egli non smette di essere il “segno di contraddizione”.
Sì, sulle tracce di san Benedetto, il compito dei Vescovi d’Europa è d’intraprendere l’opera di evangelizzazione nel mondo contemporaneo. Così facendo, essi si rifanno a ciò che è stato elaborato e costruito quindici secoli fa, allo spirito che l’ha ispirato, al dinamismo spirituale e alla speranza che ha segnato questa iniziativa; ma è un’opera da intraprendere in modo rinnovato, a prezzo di nuovi sforzi, in funzione dell’attuale contesto.
4. È in questa cornice dell’evangelizzazione che assume tutto il suo senso la dichiarazione dei Vescovi d’Europa che abbiamo appena letto: “Responsabilità dei cristiani di fronte all’Europa d’oggi e di domani”. Questo documento, elaborato in comune, è un apprezzabile frutto della responsabilità collegiale dei Vescovi di tutto il continente europeo. È senza dubbio la prima volta che l’iniziativa assume una tale ampiezza. Si tratta di un documento, in qualche modo, della Chiesa cattolica in Europa, che è rappresentata, in modo particolare, dai Vescovi come pastori e maestri di fede. Saluto con gioia questo incoraggiante segno di una responsabilità collegiale che progredisce in Europa, di una unità meglio consolidata tra gli episcopati. Questi episcopati si trovano infatti in paesi dalle situazioni molto diverse, che si tratti dei loro sistemi sociali o economici, dell’ideologia dei loro stati o della posizione della Chiesa cattolica, che forma a volte una maggioranza indiscutibile, altre volte una piccola minoranza al fianco di altre Chiese, o in rapporto a una società molto secolarizzata. Confidando nel carattere benefico, stimolante, degli scambi e della cooperazione, come ho già molte volte detto, io incoraggio con tutto il cuore il proseguimento di una tale collaborazione, che ben si iscrive nella linea del Concilio Vaticano II. Essa non è d’altra parte estranea alla pratica benedettina e cistercense di una interdipendenza e di una cooperazione tra i differenti monasteri dispersi attraverso l’Europa.
Nella dichiarazione resa pubblica oggi e in questo alto luogo, vi esprimo a giusto titolo la preoccupazione di una unità ecclesiale estesa. L’Europa è infatti il continente in cui le separazioni ecclesiali hanno avuto la loro origine e si sono manifestate con forza. Vale a dire che le Chiese in Europa – quelle sorte dalla Riforma, l’ortodossa e la Chiesa cattolica, che rimangono legate in modo speciale all’Europa – hanno una responsabilità particolare sul cammino dell’unità, sul piano della comprensione reciproca, dei lavori teologici e della preghiera.
Ugualmente, di fronte alle comunità cattoliche degli altri continenti, qui rappresentate, la Chiesa d’Europa deve caratterizzarsi per l’accoglienza, il servizio e lo scambio reciproco, per aiutare queste Chiese sorelle a trovare la loro propria identità, nell’unità della fede, dei sacramenti e della gerarchia.
Insomma è una testimonianza comune della vostra cura pastorale che voi date oggi, cari fratelli, che noi diamo oggi, in funzione dei bisogni e delle attese. Io non ho ripreso qui ciò che è stato abbondantemente esposto in questo documento comune. Si tratta di tracciare un cammino di evangelizzazione per l’Europa, e di seguirlo, con i nostri fedeli. È un’opera da continuare e da riprendere senza posa. Il prossimo “symposium” dei Vescovi d’Europa non ha per tema “l’autoevangelizzazione dell’Europa?” E questo ci riporta al grande progetto, all’iniziativa senza pari di san Benedetto, di cui certe caratteristiche specifiche hanno enormi conseguenze umane, sociali e spirituali.
5. San Benedetto da Norcia è divenuto patrono spirituale dell’Europa perché, come il profeta, egli ha fatto del Vangelo il suo nutrimento, e ne ha gustato in una volta la dolcezza e l’amarezza. Il Vangelo costituisce infatti la totalità della verità sull’uomo: è insieme la gioiosa novella e nello stesso tempo la parola della croce. Attraverso esso vediamo rivivere, in maniere diverse, il problema del ricco e del povero Lazzaro – con il quale la liturgia di questo giorno ci ha resi familiari – in quanto dramma della storia, in quanto problema umano e sociale. L’Europa ha inscritto questo problema nella sua storia; essa l’ha portato ben al di là delle frontiere del suo continente. Con esso ha seminato l’inquietudine nel mondo intero. Dalla metà del nostro secolo, questo problema è ritornato, in un certo senso, in Europa; esso si pone anche nella vita delle sue società. Non manca di essere l’origine delle tensioni. Non smette di essere l’origine delle minacce.
Di queste minacce, io ho già parlato il primo giorno dell’anno, facendo allusione a questo grande anniversario di san Benedetto; ricordavo, di fronte ai pericoli della guerra nucleare che minacciano l’esistenza stessa del mondo, che “lo spirito benedettino è uno spirito di salvataggio e di promozione, nato dalla coscienza del piano divino della salvezza ed educato nell’unione quotidiana della preghiera e del lavoro”. Esso “è agli antipodi di ogni programma di distruzione”.
Il pellegrinaggio che noi compiamo oggi è dunque ancora un grande grido e una nuova supplica per la pace in Europa e nel mondo intero. Noi preghiamo affinché le minacce di autodistruzione che le ultime generazioni hanno fatto sorgere all’orizzonte della loro vita si allontanino da tutti i popoli del nostro continente e di tutti gli altri continenti. Noi preghiamo affinché si allontanino le minacce d’oppressione degli uni da parte degli altri: la minaccia della distruzione degli uomini e dei popoli che, nel corso delle loro lotte storiche e a prezzo di tante vittime, hanno acquisito il diritto morale di essere se stessi e di decidere da se stessi.
6. Che si trattasse del mondo che ai tempi di san Benedetto si limitava all’antica Europa, o del mondo che, nello stesso tempo, stava per sorgere, il loro orizzonte passava attraverso la parabola del ricco e del povero Lazzaro. Al momento in cui il Vangelo, la buona novella del Cristo, entrava nell’antichità, sopportava i pesi dell’istituzione della schiavitù. Benedetto da Norcia trovò nell’orizzonte del suo tempo le tradizioni della schiavitù, e nello stesso tempo rileggeva nel Vangelo una verità sconcertante sulla riconciliazione definitiva della sorte del ricco e del povero Lazzaro.
Leggeva anche la gioiosa verità sulla fraternità di tutti gli uomini. Dagli inizi il Vangelo costituirà dunque un richiamo a superare la schiavitù nel nome dell’eguaglianza degli uomini agli occhi del Creatore e Padre. Nel nome della croce e della redenzione.
Questa verità, questa buona novella dell’eguaglianza e della fraternità, non è stato san Benedetto che l’ha tradotta in regola di vita? Egli l’ha tradotta non solamente in regola di vita per le sue comunità monastiche, ma più ancora, in sistema di vita per gli uomini e per i popoli. “Ora et labora”. Il lavoro, nell’antichità, era la sorte degli schiavi, il segno dell’avvilimento. Essere libero significava non lavorare, e dunque vivere del lavoro degli altri. La rivoluzione benedettina mette il lavoro al cuore stesso della dignità dell’uomo. L’uguaglianza degli uomini intorno al lavoro diviene, attraverso il lavoro stesso, come un fondamento della libertà dei figli di Dio, della libertà grazie al clima di preghiera in cui si vive il lavoro. Ecco qui una regola e un programma. Un programma che comporta degli elementi. La dignità del lavoro non può infatti essere tratta unicamente da criteri materiali, economici. Essa deve maturare nel cuore dell’uomo. E essa non può maturare nel profondo che mediante la preghiera. Perché è la preghiera che dice in definitiva all’umanità ciò che è l’uomo del lavoro, colui che lavora con il sudore della sua fronte e anche con la fatica del suo spirito e delle sue mani. Essa ci dice che egli non può essere schiavo, ma che egli è libero. Come afferma san Paolo: “lo schiavo che è stato chiamato dal Signore, è un libero affrancato dal Signore” (1Cor 7,22). E Paolo, che non ha creduto indegno di un apostolo di “affaticarsi lavorando con le proprie mani” (1Cor 4,12) non ha paura di mostrare agli anziani di Efeso le sue proprie mani che hanno provveduto ai propri bisogni e a quelli dei suoi compagni (cf. At 20,34). È nella fede di Cristo e nella preghiera che il lavoratore scopre la sua dignità. È ancora san Paolo che precisa: “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito di suo Figlio che grida: “Abbà, Padre!”. Dunque non sei più schiavo, ma figlio” (Gal 4,6-7).
Non abbiamo visto recentemente uomini che, di fronte a tutta l’Europa e al mondo intero, univano la proclamazione della dignità del loro lavoro alla preghiera?
7. Benedetto da Norcia, che per la sua azione profetica ha cercato di far uscire l’Europa dalle tristi tradizioni della schiavitù, sembra dunque parlare, dopo quindici secoli, a numerosi uomini e a molteplici società che bisogna liberare dalle diverse forme contemporanee di oppressione dell’uomo. La schiavitù pesa su colui che è oppresso, ma anche sull’oppressore. Non abbiamo conosciuto, nel corso della storia, delle potenze, degli imperi che hanno oppresso nazioni e popoli in nome della schiavitù ancora più forte della società degli oppressori? La parola d’ordine “ora et labora” è un messaggio di libertà.
Di più, questo messaggio benedettino non è oggi all’orizzonte del nostro mondo, un richiamo a liberarsi dalla schiavitù del consumismo d’un modo di pensare e di giudicare, di stabilire i nostri programmi e di condurre il nostro stile di vita unicamente in funzione dell’economia?
In questi programmi scompaiono i valori umani fondamentali. La dignità della vita è sistematicamente minacciata. La famiglia è minacciata, vale a dire questo legame essenziale reciproco fondato sulla confidenza delle generazioni, che trova la sua origine nel mistero della vita e della pienezza di tutta l’opera dell’educazione. È anche tutto il patrimonio spirituale delle nazioni e delle patrie che è minacciato.
Siamo in grado noi di frenare tutto questo? Di ricostruire? Siamo in grado di allontanare dagli oppressi il peso della costrizione? Siamo capaci di convincere il mondo che l’abuso della libertà è un’altra forma di costrizione?
8. San Benedetto ci è stato donato come patrono dell’Europa dei nostri tempi, del nostro secolo, per testimoniare che siamo capaci di fare tutto questo.
Noi dobbiamo solamente assimilare di nuovo il Vangelo nel più profondo della nostra anima, nella cornice della nostra attuale epoca. Dobbiamo accettarlo come un nutrimento. Si riscoprirà allora un po’ alla volta il cammino della salvezza e della pace come in quei tempi lontani in cui il Signore dei signori ha posto Benedetto da Norcia, quale lampada sul candelabro, quale faro sulla strada della storia.
È lui infatti che è il Signore di tutta la storia del mondo, Gesù Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, al fine di arricchirci con la sua povertà (cf. 2Cor 8,9).
A lui onore e gloria per i secoli!

12345...29

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01