Archive pour novembre, 2019

Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

paolo la mia - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (A) COMMENTO

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I DOMENICA DI AVVENTO (A) COMMENTO

Una generazione che non si accorge di nulla
Don Angelo Casati

La venuta del Signore è come quella del ladro. L’accostamento è inquietante e, in qualche misura, sembra anche irriguardoso. Quasi dissacrante del volto del Signore. Ma, voi lo intuite, è solo per dire che la visita di Dio è, come afferma Gesù, nell’ora che non immaginiamo.
E così la vigilanza, la vigilanza cui siamo richiamati, proprio perché non sappiamo il giorno né l’ora, va distesa su tutta la vita. Non un istante su cui accendere l’attenzione. No, l’attenzione su tutta la vita: svegli, svegli e lucidi, su tutta la vita.
Perché la venuta, dice Gesù nella pagina di Matteo, sarà come ai tempi del diluvio. È interessante notare come l’evangelista Matteo, riferendosi al tempo del diluvio, non accenni, come invece fa il libro della Genesi, alla malvagità e alla violenza di quella generazione. Scrive il libro della Genesi: “La malvagità era grande sulla terra, ogni disegno concepito nel cuore non era altro che male, la terra per causa loro era piena di violenza”.
Ebbene la generazione del diluvio, nella redazione del vangelo di Matteo, non viene rimproverata per la sua malvagità e violenza. Fa cose, diremmo, normali, fa le cose che fanno tutti, le cose che appartengono al nostro vivere quotidiano: “Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito”. Il rimprovero dunque non può essere evidentemente per queste cose, ma è per quello che segue. È scritto: “E non si accorsero di nulla, finché non venne il diluvio e inghiottì tutti”.
È una generazione che non si accorge di nulla. Che non ha attenzione e lucidità. È inghiottita dagli eventi. Rimproverata è questa indifferenza, questa incoscienza. Vivere, ma senza sospetto, senza discernimento. Senza interrogazione. Senza interrogazione profonda.
Vedete, noi siamo stati educati a guardarci dalla malvagità e dalla violenza. E non sempre ce ne siamo guardati. Non siamo stati educati invece, o lo siamo stati meno, a guardarci dal sonno dello spirito: “Svegliamoci” diceva oggi Paolo “dal sonno”, dall’indifferenza, dalla cecità. Di qui questo non accorgersi di nulla, questo non interrogarci sulle questioni fondamentali, questo essere trascinati dagli eventi, risucchiati dal trantran delle cose.
“Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito”. E così anche le cose serie come mangiare e bere, prendere moglie e marito possono essere a tal punto idolatrate da occupare tutto il cuore, tutto il da fare della vita. Non c’è altro. Sommersi! Si fanno tante cose, – oggi più di ieri forse se ne fanno: pensate solo a quante se ne fanno fare ai bambini! – ma come per automatismo, come per una necessità sociale, per obbedienza, più o meno consapevole, alle mode del tempo. Ma rimanendone inghiottiti. Senza capire che cosa sta accadendo più in profondità, qual è il senso di tutto. Con l’esito – a volte devastante! – del non senso. Il non senso di tutto.
L’impressione che a volte se ne ricava è come quella di aver radunate tante cose, ma come pietre gettate. Gettate in un mucchio. Un conto sono le pietre gettate in un mucchio, un conto sono le pietre radunate in un edificio. Manca il disegno, manca l’architetto che vede il disegno, che raduna in un disegno.
Ci è chiesta una vigilanza: scoprire alla luce della parola di Dio la profondità della vita, la profondità degli avvenimenti e della storia. E non rimanere alla superficie. Alla superficie di ciò che sta accadendo. Questa nostra generazione si sta segnalando per una quantità di cose che conosce – sappiamo! – siamo gli uomini e le donne di una moltitudine di notizie, ma spesso facciamo cronaca. Non c’è sapienza di interpretazione.
Oggi le letture erano richiamo in molte direzioni. Io ne sfioro brevemente due.
La prima richiamata nella lettera dell’apostolo Paolo ai Romani: con l’invito a rivestirci di luce. Oggi sta diventando sempre più frequente il lamento, il piagnisteo sulla nequizia dei tempi. Non perdiamo ulteriormente tempo. Poniamo gesti che gettino semi per il futuro. Semi di luce. Germoglieranno. “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”. Per questo veniamo qui la domenica: per cogliere più in profondità il senso che Gesù dava alla vita, il disegno che fa delle pietre un edificio. E farlo nostro.
Seconda indicazione sull’essere svegli, vigilanti: non guardare indietro. E, al contrario, come oggi ci invitava a fare il profeta Isaia, guardare in avanti, al progetto di Dio. Il progetto di Dio, diceva Isaia, va verso un disegno che racconta l’affluire al monte di Dio di tutti i popoli, verso un criterio che non è la soppressione dell’altro o di se stessi, ma la relazione con l’altro. Non marciamo, sembra ammonire il profeta, contro il disegno di Dio, marceremmo verso il nulla. Mettiamo le premesse, se siamo vigilanti, se siamo intelligenti, per un mondo in cui si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e un popolo non sorga più contro un altro popolo e non ci si eserciti più – brutto esercizio! – nell’arte della guerra.

Il mondo da progettare, se siamo vigilanti e intelligenti, se siamo realmente credenti, dovrebbe essere un mondo in cui gli uomini non siano costretti a minacciarsi a vicenda, fino alla morte, per potere convivere. Perché non è con il gelo che noi schiudiamo i fiori – stolta illusione! – ma con il tepore, il tepore dolce che non violenta le gemme, ma le schiude alla loro bellezza. Così fa Dio, questo è il progetto di Dio, questo il progetto dei credenti, di quelli che veramente credono in Dio.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

lembo del mantello di Gesù

paolo ldmbo del mantello di Gesù

Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

IL MANTELLO DI DIO (Domenica delle Palme e della Passione del Signore 2019)

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IL MANTELLO DI DIO (Domenica delle Palme e della Passione del Signore 2019)

Il Vangelo di Luca è il Vangelo della misericordia. Le parole di Gesù sulla croce sono un condensato della passione amorevole di Dio verso l’uomo, che non ha misura. Anzi, la misura è probabilmente e paradossalmente quella del nostro peccato: più abbiamo sbagliato, e più il Signore ci riempie di amore, per permetterci di ripartire, di rimetterci in cammino, di spogliarci dell’uomo vecchio e di rivestirci del nuovo. Ecco: di vesti e di mantelli la Parola di Dio di oggi ci regala uno stralcio. Si inizia proprio spogliandosi (cfr. Lc 19, 28-40). Dei mantelli si spoglia la folla festante che accompagna Gesù all’ingresso di Gerusalemme, mentre egli “camminava davanti a tutti” (19, 28), a indicare la strada, ad aprire la breccia, a portare a compimento l’amore che l’aveva fatto intraprendere “a muso duro” (cfr. Lc 9, 51) questa salita di salvezza alla città santa. Con Gesù davanti, la folla sceglie di seguirlo.
E spogliarsi del mantello significa assumere un atteggiamento di fiducia, di affidamento. Il mantello è proprietà indiscussa di chi lo porta, tanto che anche ai poveri va restituito la sera stessa se è stato preso in pegno. Perché il mantello è anche rifugio, protezione, difesa. In un certo senso, rappresenta la casa, il luogo della propria sicurezza. Come Bartimeo, cieco (cfr. Mc 10, 50), la folla lascia i mantelli. E li poggia sul dorso del puledro o davanti ai suoi zoccoli: lì siede Gesù, il Re Messia; per di lì passa il Maestro e Signore. Spogliarsi del mantello e depositarlo ai suoi piedi significa scegliere di dare a lui il compito di battistrada nella nostra vita, di correre il rischio di non nasconderci dietro le nostre false sicurezze, di accettare la sfida di camminare con lui verso la passione.
Ecco il primo atteggiamento da vivere, per una settimana veramente santa: la fede, l’affidamento, la fiducia in Gesù! Nel racconto dell’ultima cena di Luca, poi, Gesù invita i suoi a vivere da servi, senza invidiare i potenti di questa terra che esercitano con la forza il dominio e sono esperti di prepotenza. Tuttavia, vi è una parola del Maestro che sconvolge. A un certo punto, egli stesso invita i suoi a “vendere il mantello e comprare una spada” (cfr. 22, 36). Chissà, forse anche noi avremmo interpretato come Pietro il tutto alla stregua di una sollecitazione ad armarsi per conquistare un regno mondano, un dominio alla maniera del mondo. Quante volte usiamo anche le nostre lingue come spade, per imporre la nostra ragione e i nostri punti di vista! E ci stiamo abituando purtroppo a tanta violenza, pure legalizzata! Ma Gesù non dice questo, tanto che poi, nell’orto degli ulivi, interverrà con tocco di guarigione a sanare le tragiche conseguenze di atti violenti. Gesù usa piuttosto questa metafora per stanarci dai nostri falsi nascondigli.
Se il mantello può simboleggiare le nicchie di indifferenza dove a volte ci ritiriamo, la spada – che egli stesso ha portato nel mondo! (cfr. Mt 10, 34) – diviene simbolo del coraggio della lotta, della consapevolezza di una impresa da compiere, di un investimento di energie per il Regno. Ebbene sì, sconfiggere le forze del male non è facile, non è immediato. Accompagnare Gesù a Gerusalemme implica la decisione di impegnarsi con valore nella lotta per il bene. Educare i nostri figli, costruire una comunità solidale, spendersi per la pace nel mondo è atto di ribellione contro una mentalità di indifferenza e di individualismo, e comporta forza e coraggio. Siamo disposti a questo? La vita cristiana è la più affascinante scelta di un itinerario controcorrente, per giungere a una gioia piena e non camuffata di rivestimenti e di maschere. Chiediamo, in questa settimana santa, la grazia di avere mente e cuore coraggiosi, volontà determinata, e amore tagliente per discernere il bene dal male e optare senza mezze misure per la misericordia! Volgendo lo sguardo a Gesù, il testo della passione di Luca ci presenta poi l’esempio del Signore e Maestro che si consegna. Il prezzo del suo amore è nel disprezzo e nell’umiliazione che patisce per noi. Come descrive Paolo nella sua lettera ai Filippesi, il volto di Dio si spoglia di ogni traccia di distanza e di privilegio nel rivestirsi degli abiti di povertà e di debolezza (cfr. Fil 2, 6-8).
In Gesù si rivela il vero volto e il vestito di Dio, il suo mantello: e il mantello di Dio è l’umiltà, come insegnano i padri della Chiesa! Umiltà che passa attraverso il crogiuolo della derisione e dell’umiliazione. Così Erode, uno dei potenti di turno, si diverte a rivestire Gesù di un manto ridicolo di porpora e bisso. Ma il silenzio forte del Signore manifesta chiaramente come la tentazione del potere e del miracolismo cadano dalle sue spalle senza trovare appoggio, perché Gesù è il mite per eccellenza. Così ci mostra il cammino: spogliarci anche noi delle insidie della presunzione e delle lusinghe della vita facile del mondo, per percorrere insieme a Gesù – insieme, perché l’umiltà è sempre strada di relazione – la salita del Calvario. E l’ultima scena che ci consegna l’evangelista, dopo la drammatica e struggente immagine del Figlio di Dio che perdona i suoi persecutori e accoglie con sé in paradiso il ladrone, ormai denudati entrambi di ogni vera o presunta ricchezza umana, è quella del sepolcro. Lì dentro il suo corpo arriva avvolto da un lenzuolo. Nella leggerezza del tessuto c’è tutta la tenerezza della Madre e della Chiesa, della comunità intera, degli uomini e delle donne di fede, come Giuseppe d’Arimatea, che custodiscono la tragedia del Figlio morto per amore. Viene in mente il capolavoro napoletano del Cristo velato, e quel velo leggerissimo ci suggerisce un ultimo atteggiamento da vivere. È la via della tenerezza e della speranza.
La morte non sarà l’ultima parola, e così il lenzuolo non pesa sul corpo inerme del Signore, quasi a lasciarlo libero – se ne avesse bisogno – di sprigionare tutta la sua potenza di vita. È un’alleanza con il Padre, come a favorire il suo compito di rimettere in piedi il Figlio. È una adesione all’azione dello Spirito, capace di rendere feconda di vita l’opera di misericordia più dura, quella di seppellire i morti, cioè di sopportare il dolore atroce di perdere una persona cara. Anche lì, nella morte conseguenza del peccato, il mantello di Dio avvolge ogni cosa, ogni corpo, e promette vita, vita vera, vita piena. Il mantello di Dio compirà il miracolo atteso: come usava fare il promesso sposo, che copriva la sua prediletta per dichiararle il proprio amore coniugale e portarla al matrimonio, così fa il Signore, Dio innamorato della nostra umanità. Egli poggia il suo manto umile su di noi, tutti incorporati nel corpo inerme del Figlio Gesù, e ci riporta alla vita, perdonando i nostri peccati e richiamandoci così alla gioiosa relazione nuziale con Lui.
Sia questa festa di nozze, ancora una volta, l’autentica e intima attesa del nostro cammino di settimana santa… pronti a partire poi di nuovo per il viaggio nuziale di indicibile bellezza con Gesù risorto!

p. Luca Garbinetto, pssg

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San Giuseppe e Gesù

paolo  e ciottolisan giusepeppe e gesù

Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

CAPPELLA PAPALE CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA I DOMENICA DI AVVENTO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20051126_vespri-avvento.html

CAPPELLA PAPALE CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA I DOMENICA DI AVVENTO

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Sabato, 26 novembre 2005

Cari fratelli e sorelle!

Con la celebrazione dei Primi Vespri della Prima Domenica di Avvento iniziamo un nuovo Anno liturgico. Cantando insieme i Salmi, abbiamo elevato i nostri cuori a Dio, ponendoci nell’atteggiamento spirituale che caratterizza questo tempo di grazia: la « vigilanza nella preghiera » e l’ »esultanza nella lode » (cfr Messale Romano, Prefazio di Avvento II/A). Sul modello di Maria Santissima, che ci insegna a vivere in religioso ascolto della parola di Dio, soffermiamoci sulla breve Lettura biblica poc’anzi proclamata. Si tratta di due versetti contenuti nella parte conclusiva della Prima Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi (1 Ts 5,23-24). Il primo esprime l’augurio dell’Apostolo alla comunità; il secondo offre, per così dire, la garanzia del suo adempimento. L’augurio è che ciascuno sia santificato da Dio e si conservi irreprensibile in tutta la sua persona – « spirito, anima e corpo » – per la venuta finale del Signore Gesù; la garanzia che ciò possa avvenire è offerta dalla fedeltà di Dio stesso, il quale non mancherà di portare a compimento l’opera iniziata nei credenti.
Questa Prima Lettera ai Tessalonicesi è la prima di tutte le Lettere di san Paolo, scritta probabilmente nell’anno 51. In questa sua prima Lettera si sente, ancor più che nelle altre, il cuore pulsante dell’Apostolo, il suo amore paterno, anzi possiamo dire materno, per questa nuova comunità. E si sente anche la sua ansiosa preoccupazione perché non sia spenta la fede di questa Chiesa novella, circondata da un contesto culturale in molti sensi contrario alla fede. Così Paolo conclude la sua Lettera con un augurio, potremmo anche dire con una preghiera. Il contenuto della preghiera che abbiamo sentito è che siano santi e irreprensibili nel momento della venuta del Signore. La parola centrale di questa preghiera è « venuta ». Dobbiamo domandarci: che cosa vuol dire venuta dal Signore? In greco è « parusia », nel latino « adventus »: « avvento », « venuta ». Che cos’è questa venuta? Ci coinvolge oppure no?
Per comprendere il significato di questa parola e quindi della preghiera dell’Apostolo per questa comunità e per le comunità di tutti i tempi – anche per noi – dobbiamo guardare alla persona grazie alla quale si è realizzata in modo unico, singolare, la venuta del Signore la Vergine Maria. Maria apparteneva a quella parte del popolo di Israele che al tempo di Gesù aspettava con tutto il cuore la venuta del Salvatore. E dalle parole dei gesti narrati nel Vangelo possiamo vedere come realmente Ella viveva immersa nelle parole dei Profeti, era tutta in attesa della venuta del Signore. Non poteva, tuttavia, immaginare come si sarebbe realizzata questa venuta. Forse aspettava una venuta nella gloria. Tanto più sorprendente fu per lei il momento nel quale l’Arcangelo Gabriele entrò nella sua casa e le disse che il Signore, il Salvatore, voleva prendere carne in Lei, da lei, voleva realizzare la sua venuta attraverso di Lei. Possiamo immaginare la trepidazione della Vergine. Maria con un grande atto di fede, di obbedienza, dice sì: « Ecco, sono l’ancella del Signore ». E così è divenuta « dimora » del Signore, vero « tempio » nel mondo e « porta » attraverso la quale il Signore è entrato sulla terra.
Abbiamo detto che questa venuta è singolare: « la » venuta del Signore. E tuttavia non c’è soltanto l’ultima venuta alla fine dei tempi: in un certo senso il Signore desidera sempre venire attraverso di noi. E bussa alla porta del nostro cuore: sei disponibile a darmi la tua carne, il tuo tempo, la tua vita? È questa la voce del Signore, che vuole entrare anche nel nostro tempo, vuole entrare nella vita umana tramite noi. Egli cerca anche una dimora vivente, la nostra vita personale. Ecco la venuta del Signore. Questo vogliamo di nuovo imparare nel tempo dell’Avvento: il Signore possa venire anche tramite noi.
Possiamo quindi dire che questa preghiera, questo augurio espresso dall’Apostolo contiene una verità fondamentale, che egli cerca di inculcare nei fedeli della comunità da lui fondata e che possiamo riassumere così: Dio ci chiama alla comunione con sé, che si realizzerà pienamente al ritorno di Cristo, e Lui stesso si impegna a far sì che giungiamo preparati a questo incontro finale e decisivo. Il futuro è, per così dire, contenuto nel presente o, meglio, nella presenza di Dio stesso, del suo amore indefettibile, che non ci lascia soli, non ci abbandona nemmeno un istante, come un padre e una madre non smettono mai di seguire i propri figli nel loro cammino di crescita. Di fronte al Cristo che viene, l’uomo si sente interpellato con tutto il suo essere, che l’Apostolo riassume nei termini « spirito, anima e corpo », indicando così l’intera persona umana, quale unità articolata di dimensione somatica, psichica e spirituale. La santificazione è dono di Dio e iniziativa sua, ma l’essere umano è chiamato a corrispondere con tutto se stesso, senza che nulla di lui resti escluso.
Ed è proprio lo Spirito Santo, che nel grembo della Vergine ha formato Gesù, Uomo perfetto, a portare a compimento nella persona umana il mirabile progetto di Dio, trasformando innanzitutto il cuore e, a partire da questo centro, tutto il resto. Avviene così che in ogni singola persona si riassume l’intera opera della creazione e della redenzione, che Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, va compiendo dall’inizio alla fine del cosmo e della storia. E come nella storia dell’umanità vi è al centro il primo avvento di Cristo e alla fine il suo ritorno glorioso, così ogni esistenza personale è chiamata a misurarsi con lui – in modo misterioso e multiforme – durante il pellegrinaggio terreno, per essere trovata « in lui » al momento del suo ritorno.
Ci guidi Maria Santissima, Vergine fedele, a fare di questo tempo di Avvento e di tutto il nuovo Anno liturgico un cammino di autentica santificazione, a lode e gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

Cristo Re dell’Universo

paolo e ciogttoli - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2019 |Pas de commentaires »
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