Archive pour décembre, 2018

Madre di Dio fonte di vita

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Publié dans:immagini sacre |on 31 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (1 gennaio)

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (1 gennaio)

La beatitudine dei pastori, la beatitudine di Maria
don Maurizio Prandi

È sempre bello, all’inizio di un nuovo anno, ascoltare queste parole di benedizione, quelle che la prima lettura ci propone. Sinceramente ne ho bisogno, ne abbiamo bisogno credo. È bello sapere, ancora una volta, che il nostro Dio è un Dio che parla: il Signore parlò a Mosè e disse. Ed è un Dio che ha bisogno degli uomini per poter far correre questa parola di benedizione. Nella loro fragilità, nella loro imperfezione, nei loro dubbi, ma ha bisogno di loro: Mosè non è certamente il top dell’umanità o della fede, eppure a lui viene affidato il compito di portare questa parola di Dio che è benedizione. Che bello all’inizio di un anno celebrare ancora una volta il viaggio della parola, di bocca in bocca e di cuore in cuore: dalla bocca di Dio al cuore di Mosè e dalla bocca di Mosè al cuore di Aronne e dei suoi figli. Certo sono cose che sappiamo e chissà quante volte ci siamo ripetuti ma la storia è storia della Parola e continuando il filone che a Natale abbiamo cercato di seguire, ovvero abitare la piccolezza, non possiamo che riconoscere la piccolezza della Parola di Dio, la sua fragilità e debolezza. La storia è l’avventura di questa piccolezza: una parola accolta e non, ascoltata e non, una parola da alcuni rifiutata (non c’è posto per quella parola!), una parola per altri (i pastori), capace di mettere in cammino (senza indugio andarono! A cosa serve restare a casa? Ci viene chiesto di metterci in viaggio per « vedere » la parola). Il vangelo oggi ci dice che la storia è storia di una parola custodita, di parole che dobbiamo, come Maria, avvicinare, mettere insieme.
Giovedì scorso, nelle comunità dicevamo proprio queste cose: conoscere Gesù, non è qualcosa di intellettuale, sarebbe riservato solo ai sapienti, a coloro che studiano molto, che sanno leggere. Conoscere Gesù invece è qualcosa di vitale nel senso che attraversa la vita e attraversa le esperienze che facciamo: in questo senso la fede non è da dire, da annunciare, ma da vivere. La fede non devi dirla, devi viverla! La parola che oggi riceviamo allora è davvero quanto di meglio ci possa essere per farci capire, perché benedire non è soltanto una parola, un verbo; benedire non è avere delle buone intenzioni; benedire è una responsabilità, benedire son gesti concreti che accompagnano e impegnano; benedire è un passo decisivo per poter costruire quella pace che tanto invochiamo e desideriamo e per la quale in tutto il mondo oggi si prega in modo particolare.
È proprio bella questa prima lettura, perché ad ogni augurio corrisponde qualcosa di concreto, quasi un impegno da parte di Dio; mettiamoci alla sua scuola allora:
- bello benedire eh? Ma concretamente cosa significa? Ecco che al benedire corrisponde il custodire, il proteggere, l’essere disposti quindi a rimetterci se necessario, a pagare di persona. Benedizione, non tracciare semplicemente un segno di croce, non belle parole o complimenti, ma custodia, protezione, cura, perché Dio non si accontenta delle parole, ma le vuole incarnare sempre nella vita dei suoi figli. Tornando nella missione qui a Cuba incontri tante persone che si avvicinano e la prima cosa che dicono è la bendicion padre! E io me la cavo precisamente con un segno di croce sulla loro fronte; e invece sono chiamato a capire che quella richiesta e quel gesto sono qualcosa di molto più profondo, sono rispettivamente una domanda ed una promessa di coinvolgimento nella vita dell’altro.
- far risplendere il volto. Anche qui la Bibbia ci dice che chi scrive non sta facendo della poesia, ma ad un volto che risplende corrisponde l’amore, la grazia, il favore di Dio. Ancora una volta la misericordia di Dio che raggiunge l’uomo gratuitamente: Dio guarda ad ognuno dei suoi figli in modo personalissimo, il volto si manifesta per te ci dice la scrittura; è per ogni uomo il suo volto, come per ogni uomo è la sua grazia, ovvero il suo amore. Ancora una volta ripeto quanto, tempo fa scriveva don Angelo Casati: quel ti faccia grazia, scrivono alcuni esegeti, dice il piegarsi di Dio verso l’uomo, il suo « curvarsi amoroso »; è come un augurio bellissimo per l’anno che si apre: non sappiamo il futuro, ma abbiamo una certezza, il piegarsi amoroso di Dio verso di noi!
- ti guardi. Nel testo in greco alzi il suo sguardo. Qui c’è una notizia di una bellezza infinita: se Dio deve alzare il suo sguardo vuol dire che sta in basso, più in basso di me; e ti conceda la pace. In poche parole il segreto della pace: la puoi donare, la puoi vivere, la puoi concedere soltanto stando sotto, partendo dal basso, mai mettendoti un gradino sopra gli altri.
Tutto poi viene raccolto, nell’ultimo versetto, nel nome di Dio, un nome che viene « posto », che viene « messo » sugli israeliti. Anche qui perdonate la ripetizione ma è una cosa che dimentico subito dopo i primi giorni dell’anno, quindi vale soprattutto per me. Bello sapere, (lo lessi in un commento di Giuseppe Dossetti a questa pagina), che questo verbo richiama alla creazione dell’uomo, quando Dio lo pose nel giardino dell’Eden. Porre il nome di Dio su qualcuno è portarlo ad una condizione originaria di innocenza, di bellezza, di trasparenza e di gioia; all’origine di un anno Dio ci porta lì, all’inizio della creazione, per dire bene di noi.
Infine il vangelo. Ancora una volta Dio ha bisogno degli uomini, e se Mosè vi dicevo prima non era proprio il massimo, tanto meno lo sono i pastori. Ma Dio ha bisogno anche di loro perché quella parola che esce dalla sua bocca, parola portata da un angelo possa ancora una volta raggiungere tutti! A gente normale, i pastori, si presenta una scena normale, una famiglia riunita. Dobbiamo riconoscere che quella di cui ci parla il vangelo è la scena meno solenne e più familiare che ci sia. Io mi sarei aspettato che una volta giunto sul luogo della nascita del Salvatore del mondo avrei trovato per lo meno gli stessi angeli, o i grandi del mondo riuniti. E invece niente di tutto questo; « soltanto » un papà, una mamma, un bambino posto in una mangiatoia. Leggevo in questi giorni (Stefano Zeni in Servizio della Parola), qualcosa di davvero nuovo e molto interessante a proposito della mangiatoia e della parola che l’evangelista Luca usa in greco: phatne che richiama qualcosa di mobile, di portatile, e precisamente una bisaccia per contenere gli alimenti che veniva posta, da chi si metteva in viaggio, sulla cavalcatura. Tenuta sempre molto pulita, ospitava soprattutto il pane. Mi pare un particolare questo davvero significativo: il segno dato ai pastori è un bambino che giace in quella cesta che veniva utilizzata da chi viaggiava per conservare i viveri e soprattutto il pane. Da subito Gesù giace come un pane messo da parte per essere spezzato. Gesù nasce come pane per gli uomini, cibo di Dio per la fame dell’uomo, adagiato da sua Madre in quella cesta, disponibile per diventare nutrimento per la vita degli uomini. Accogliere quel pane, mangiare quel pane: penso a Marcella, anziana, che tutti i giorni viene a messa per quel pane-bambino che le viene offerto e imparo da lei che la luce e la forza di quel pane-bambino non abbandonano chi se ne nutre.
Saranno anche gente semplice, i pastori, ma intuitiva! Chissà quante volte avranno messo da parte il pane in quella cesta per i loro viaggi o per la loro vita quotidiana. Intuiscono che nella normalità può abitare il cielo. Chiedo per me allora un dono per quest’anno che si apre: la beatitudine dei pastori, la beatitudine del credere all’ordinario. Chiedo per me il dono di avere la capacità di riconoscere la presenza di Gesù che si manifesta in maniera ordinaria nella vita di tutti i giorni senza aspettare che accada chissà cosa di straordinario! Ma anche la beatitudine di Maria custode attenta degli avvenimenti e delle parole umanissime dei pastori, donna capace di mettere insieme (la traduzione di meditare è proprio questa: avvicinare due parti), di avvicinare cose che apparentemente sono distantissime: Dio in un bambino! Avvicina Maria, capisce che in quel bambino Dio e l’uomo, l’umano e il divino si incontrano.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 31 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Antonio da Correggio, La Sacra Famiglia

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Publié dans:immagini sacre |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C) (30/12/2018)

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C) (30/12/2018)

Un modello di famiglia, sempre attuale ed innovativa

padre Antonio Rungi

In questa prima domenica, dopo Natale 2018, celebriamo, oggi, nel clima di gioia e di speranza, che genera questa ricorrenza annuale della nascita del Redentore, un altro momento significativo del cammino della comunità cristiana: la festa della Santa Famiglia di Nazareth, composta da Gesù, Giuseppe e Maria.
Il testo del Vangelo di Luca che ascoltiamo in questa domenica, ultima anche dell’anno 2018, che volge al termine, ci presenta una famiglia in cammino verso Gerusalemme, insieme agli altri, in una carovana, per andare a celebrare la Pasqua annuale, nella città santa, luogo esclusiva per assolvere all’obbligo della celebrazione, nel ricordo della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto.
C’erano Giuseppe, Maria e Gesù, tutti uniti nel viaggio di andata. Dopo aver svolto tutto quello che era previsto per celebrare la Pasqua fecero ritorno a casa. Ma Gesù, senza avvisare i genitori, restò a Gerusalemme tra i dottori della legge ad insegnare loro ciò che davvero conta davanti a Dio.
Un bambino di 12 anni che insegna ai tanti intellettuali del tempio sacro. Se Gesù avesse chiesto il permesso ai genitori, non glielo avrebbero concesso di certo. A dodici anni, minorenne, con la confusione che c’era a Gerusalemme per la Pasqua, nessun genitore avrebbe permesso una cosa simile.
E lui cosa fa? Rimane lì non per divertirsi o per evadere dal controllo dei genitori o andare, di sfuggita, a fare cose non buone. Altri erano i suoi progetti ed altra la sua missione sulla terra e particolarmente a Gerusalemme. Ecco perché, quale Figlio di Dio, Lui poteva anche non informare i genitori terreni, ma non poteva non ascoltare la voce del suo Padre Celeste che lo voleva esattamente in quel momento, in quel luogo a svolgere la sua missione.
Ben tre giorni rimase lì ad insegnare, anticipando quello che a Gerusalemme sarebbe successo dopo la sua morte in croce, il suo insegnamento silente e sofferente dal patibolo della croce. Dopo, tre giorni, infatti, risuscitò. Dopo tre giorni di sofferenza e di dolore di Maria e Giuseppe, che non trovavano Gesù, ebbero la gioia ritrovarlo in un luogo strategico per portare la parola del Verbo di Dio.
D’altra parte, quando i genitori ritrovano Gesù e lo rimproverano, senza mezze misure egli cosa risponde? «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro ».
Esattamente quello che spesso capita nelle nostre famiglie di oggi: non ci capisce più tra genitori e figli, tra marito e moglie e tra parenti vari. Gesù qui chiede una comprensione oltre misura alla Madre e a Giuseppe. Una comprensione di un mistero ancora tutto da scoprire e rivelare. Maria in questo mistero vi era entrata con un si, preciso, detto a Dio nel dialogo con l’arcangelo Gabriele, proprio in quella casa di Nazareth, dove la famiglia si era stabilizzata, una volta venuto alla luce Gesù. Giuseppe questo mistero lo aveva accettato dando la sua disponibilità all’angelo, non dopo un conflitto interiore che lo stava spingendo a ripudiare Maria in segreto, essendo sua promessa sposa.
Gesù ritrovato dai genitori, è la speranza che nutriamo tutti noi nei nostri cuori, quello che la famiglia si ritrovi insieme intorno a Gesù Bambino. Possa il Figlio di Dio far ritrovare genitori e figli, marito e moglie intorno alla tavola della misericordia, dell’amore e della tenerezza del cuore.
Non è festa della famiglia se mancano i bambini e dove mancano i bambini manca il sorriso di Dio, la tenerezza di Dio, un presente e un futuro dell’umanità.
E per realizzare questo, è necessario ripartire dal rispetto di ogni vita nascente e che viene alla luce. Di esempio è Anna, di cui cui parla il libro di Samuele, nella prima lettura di questa festa, che concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle. Questo figlio lo consacrò al Signore, con queste bellissime parole: «Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore».
Uno stile di vita familiare, rispondente al Vangelo si deve confrontare assiduamente con quanto dice Gesù in merito e che troviamo riportato nel brano della prima lettera di san Giovanni apostolo, in cui è richiesta esplicitamene la pratica dell’amore, che è vita per tutti: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. Questo Dio si è manifestato all’umanità nel volto di Gesù Bambino, che nasce in una precisa famiglia, nel grembo di una donna, Maria, preservata dal peccato originale in cui inizia a vivere Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo e per la disponibilità di San Giuseppe. E’ questa la famiglia modello e sempre moderna alla quale si devono ispirare tutte le famiglie cristiane, se vogliono vivere santamente e serenamente.

Publié dans:NATALE 2018 |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

(per l’ottava di Natale)

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Publié dans:immagini sacre |on 27 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

IL MISTERO DEL SANTO NATALE SECONDO REMBRANDT: PERCHÉ DIO NASCE COME UOMO?

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IL MISTERO DEL SANTO NATALE SECONDO REMBRANDT: PERCHÉ DIO NASCE COME UOMO?

Carmelo Veneto | Dic 11, 2018
Possiamo leggere il mistero indecifrabile dell’amore di Dio per la sua creatura prediletta nelle opere del genio olandese. Guardate l’angelo che guarda il volto del Padre. Non vi sembra un neonato? E il figliol prodigo invece, come mai ha anche lui la testa rasata?
di P. Stefano Conotter ocd

Il grande pittore olandese Rembrandt van Rijn (1606-1669) non fu solo un genio indiscusso dell’arte europea, ma anche un uomo di grandissimo spessore spirituale, nonostante abbia avuto un’esistenza assai tormentata. Un paio di anni fa ho visto sul giornale Avvenire un suo quadro che non conoscevo intitolato La santa famiglia con angeli. Il dipinto, che porta la data 1645, è conservato al museo de l’Ermitage a San Pietroburgo.
La scena è ambientata nella bottega di Giuseppe, rappresentato in secondo piano mentre sta intagliando un giogo. L’ambientazione è molto realistica, con gli oggetti della vita quotidiana come gli attrezzi di Giuseppe appesi alla parete o il fuoco del camino con lo scaldapiedi su cui Maria appoggia la gamba sinistra.

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Guardando il quadro colpisce subito il fatto che il cielo irrompe in questo ambiente di vita ordinaria, come se il soffitto avesse un passaggio che introduce un’altra dimensione, da cui provengono creature angeliche. La luce che proviene da questa apertura illumina la scena che risalta in primo piano. In una culla di vimini il bambino dorme in un sonno profondo. Maria sta leggendo la Sacra Scrittura, forse ha indugiato a meditare sulla profezia dell’Emmanuele (Is 7,14), per ponderare ancora una volta le parole dell’angelo Gabriele:
“Sarà grande e sarà chiamato figlio dell’Altissimo… e il suo regno non avrà mai fine”. Ad un certo punto Maria interrompe la lettura, si china verso la culla, solleva un po’ la coltre che ripara dalla luce il volto del piccolo dormiente, come se cercasse di svelare il mistero della sua identità. Maria sembra chiedersi con stupore: “Ma sarà proprio questo bambino, questo mio bambino quello di cui scriveva il grande Isaia? Proprio di lui parlava l’angelo?”

HOLY FAMILY
Public Domain
Giuseppe, dicevamo, è in secondo piano, quasi in ombra: è “l’ombra del Padre” come dice Dobraczynski, nel suo omonimo romanzo. Il carpentiere di Nazaret sta lavorando a un giogo, elemento atipico nell’iconografia del santo. Il giogo nella mentalità biblica richiama l’obbedienza alla legge, a cui il Figlio di Dio è venuto a sottomettersi per liberarci dalla servitù del peccato: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5)
Dall’angolo di sinistra in alto gli angeli scendono dal cielo sopra il bambino. Con la loro postura rivelano il destino e il mistero del neonato. Un angelo sta sopra Gesù con le braccia distese, come per un gesto di protezione, ma anche per far intravvedere il mistero della croce. Un altro sembra irrompere nella stanza con il braccio sinistro alzato in segno di vittoria, mentre tiene nella destra una corona fiorita, che annuncia il trionfo della risurrezione di Gesù.
Ma il genio di Rembrandt ha rappresentato un altro angelo in una posizione alquanto insolita. Di lui si vede solo la nuca e parte del dorso alato. È proprio lui tuttavia che svela la vera identità del bambino: l’angelo è rivolto verso la sorgente della luce e contempla il volto del Padre. Possiamo dire che visualizza le prime parole del vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era rivolto verso Dio” (Gv 1,1).

Publié dans:NATALE 2018 |on 27 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Angelo di Natale

il rosso rappresenta l amore;

Publié dans:immagini sacre |on 17 décembre, 2018 |Pas de commentaires »
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