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Tutti i Santi – Festa

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

LA SANTITÀ DI DIO

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LA SANTITÀ DI DIO

È interessante considerare che il primo canto che si trova nelle Scritture ha qualcosa in comune con l’ultimo canto dell’Apocalisse: la santità di Dio:
Esodo 15:1,11: « Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico al Signore: « Io canterò al Signore, perché è sommamente glorioso; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. Il Signore è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questi è il mio Dio, io lo glorificherò, è il Dio di mio padre, io lo esalterò. Il Signore è un guerriero, il suo nome è il Signore. Chi è pari a te fra gli dèi, o Signore? Chi è pari a te, splendido nella tua santità, tremendo anche a chi ti loda, operatore di prodigi »?
Apocalisse 15:3-4: « Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che recavano sette flagelli, gli ultimi, perché con essi si compie l’ira di Dio. E vidi come un mare di vetro mescolato con fuoco e sul mare di vetro quelli che avevano ottenuto vittoria sulla bestia e sulla sua immagine e sul numero del suo nome. Essi stavano in piedi, avevano delle arpe di Dio, e cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: « Grandi e meravigliose sono le tue opere, o Signore, Dio onnipotente; giuste e veritiere sono le tue vie, o Re delle nazioni. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo ».
Santo è l’attributo che è accostato più di ogni altro al nome di Dio. Nelle sole due occasioni riportate nei testi biblici nelle quali gli uomini riescono a vedere all’interno della stanza del trono dei cieli e a contemplare la pienezza della sua gloria, essi sentono cantare dagli angeli continuamente: « Santo, Santo, Santo è il Signore Dio Onnipotente » Apocalisse 4:8: « E le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano coperte di occhi tutt’intorno e di dentro, e non cessavano mai di ripetere giorno e notte: « Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene ».
Nei canti degli angeli, nessun altro attributo divino « è elevato al cubo », cioè ripetuto tre volte. Osserviamo che gli angeli non cantano « Eterno, Eterno, Eterno », o « Misericordioso, Misericordioso, Misericordioso », oppure « Onnisciente, Onnisciente, Onnisciente », ma « Santo, Santo, Santo ». La santità di Dio occupa un posto di rilievo nel suo intero carattere, un posto più centrale di qualsiasi altro attributo di Dio.
« Al giorno d’oggi si è portati a mettere enfasi sull’amore di Dio, ma non possiamo iniziare ad apprezzarlo come dovremmo se prima non capiamo qualcosa della sua santità. Il concetto che una persona si fa di Dio determina più di ogni altra cosa che tipo di vita quella persona vivrà ». « Dio è intrinsecamente santo. Tutto ciò che fa è santo; Egli non potrebbe agire in nessun altro modo; Dio che fa qualcosa di sbagliato assomiglia al sole che diventa tenebre. La santità proviene e procede da Lui. È iniziata con Lui che è l’ »Antico dei giorni ». Dio è santo di una santità perfetta che non può cambiare, né mutare ». (Thomas Watson)
« La somma della sua eccellenza morale » è santità (Pink).
Egli è assolutamente puro, per nulla lambito dall’ombra del peccato. La santità è l’eccellenza della natura divina. Così come la potenza di Dio è all’opposto della debolezza congenita della creatura, così come la Sua saggezza è totalmente contraria alla mancanza di ragionevolezza, così la Sua santità si trova in antitesi alla bassezza morale. Ecco cosa scrive Abacuc intorno alla santità di Dio Abacuc 1:13: « Tu hai gli occhi troppo puri per vedere il male ».

LA BIBBIA E LA SANTITÀ DI DIO
« La santità di Dio e la Sua natura non sono due cose diverse, in concreto è la stessa cosa. La santità degli angeli e degli altri servi di Dio non è che una qualità, ma la santità di Dio è l’essenza di Dio » (Thomas Brooks) Date le oltre 600 citazioni della parola « santo », possiamo essere sicuri che questo è l’attributo di Dio che merita la massima attenzione.
Charnock, un puritano, disse che: « La potenza è il braccio o la mano di Dio, l’onniscienza è il suo occhio, la misericordia le sue viscere, l’eternità la sua durata, ma la santità è la sua bellezza ».
Nella Genesi, non si parla mai della santità di Dio, ma nell’Esodo, Israele scopre che Dio è santo. Mosè deve togliersi i calzari perché si trovava su di un terreno sacro Esodo 3:1-5: « Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: « Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma! » Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: « Mosè! Mosè! » Ed egli rispose: « Eccomi ». Dio disse: « Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro ».
Pensiamoci un attimo. Oggi, sembra che alcuni pastori facciano di tutto affinché le persone si sentano a proprio agio con Dio. I servizi di culto, lo stile della musica stesso, le parole che sono usate parlando di Dio, fanno ormai parte di uno stesso linguaggio che deve innalzare il livello di confort a tutti i costi. Che differenza con quello che Dio ha fatto con Mosè! Sembra che le persone oggi adorino un altro dio. Nel caso di Mosè, Dio non lo fece entrare nella terra promessa, e non lo mise « a suo agio ». Dio disse a Mosè che non poteva avvicinarsi a Dio così com’era e gli disse: « Togliti i sandali », rimuovi la tua contaminazione. Se vogliamo avvicinarci a Dio, dobbiamo prima liberarci della nostra lordura. Il Sabato è santo, il sacerdozio è santo; varie offerte e cerimonie simboleggiano la santità o la rimozione dell’impurità. Dio si è servito di vasi santi, di servi santi e di un piano santo. Il risultato è un luogo riempito di gloria, una gloria inaccessibile. La presenza di Dio nel Tabernacolo e nell’Arca del Patto è così potente che anche quando essa cade da dove è posta solo toccarla poteva significare morte immediata. É un santuario santo, non contaminato. Questo ci dice molto riguardo a Dio.
Il Levitico è il libro dove la parola « santo » è usata più frequentemente. Di volta in volta, per quasi 100 volte, leggiamo che le offerte, parti del santuario, l’altare, il popolo di Dio, sono tutte cose che devono essere sante. Ogni volta, c’è la necessità di eliminare la lordura di un uso normale. Anche Giosuè si trovava su di un terreno santo quando incontrò l’Angelo del Signore Giosuè 5:13-15: « Mentre Giosuè era presso Gerico, egli alzò gli occhi, guardò, ed ecco un uomo in piedi che gli stava davanti, tenendo in mano la spada sguainata. Giosuè andò verso di lui, e gli disse: « Sei tu dei nostri, o dei nostri nemici? » E quello rispose: « No, io sono il capo dell’esercito del Signore; arrivo adesso ». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: « Che cosa vuol dire il mio Signore al suo servo? ». Il capo dell’esercito del Signore disse a Giosuè: « Togliti i calzari dai piedi; perché il luogo dove stai è santo ». E Giosuè fece così ».
Anna, la madre di Samuele, confessò che Dio era unico nella sua santità 1Samuele 2:1,2: « Allora Anna pregò e disse: « Il mio cuore esulta nel Signore, il Signore ha innalzato la mia potenza, la mia bocca si apre contro i miei nemici perché gioisco nella tua salvezza. Nessuno è santo come il Signore, poiché non c’è altro Dio all’infuori di te; e non c’è rocca pari al nostro Dio ».
I salmi contengono tantissime riferimenti alla santità di Dio:
Ha fatto di Sion un monte santo (2:6; 3:4).
Il Suo tempio è santo (5:7; 11:4).
Il messia è il suo Santo (16:10).
È considerato il santo (22:3).
I credenti credono nel suo nome santo (33:21).
Davide non voleva vedersi togliere il Suo Santo Spirito (51:11).
Dio è il Santo d’Israele (71:22; 78:41; 89:18).
Il braccio di Dio è santo (98:1).
Il Suo nome è santo (99:3).
Il salmista ci invita a benedire il Suo nome santo con tutto ciò che c’è dentro di noi (103:1).
Dobbiamo rendere gloria al Suo nome santo (105:3)
Dio è « santo in tutte le sue opere ». (145:17); per questo la santità coinvolge ogni Suo aspetto. La Sua giustizia è straordinariamente santa, la Sua saggezza è totalmente santa, la Sua potenza è una potenza santa, e la sua verità è sempre santa. La sua misericordia non va oltre la Sua santità.
Dio non è inquinato dal male, nel modo più assoluto. « Così come non c’è oscurità nel Suo comprendere, così non c’è macchia nella Sua volontà; così come nella Sua mente dimora solo la verità, così il suo volere non devia affatto da essa. Egli ama ciò che è vero e buono; odia la falsità e la malignità » (Charnock).
« La santità è il gioiello brillante nella corona di Dio, il nome attraverso il quale è conosciuto ». (Thomas Watson). « La Sua potenza lo rende potente, la Sua santità lo rende glorioso ». La santità non è nemmeno un qualcosa di cui Dio può separarsene. È alla base di ciò che Dio è. Dio è santo ab eterno. Mentre la sua misericordia si è dimostrata dopo la caduta dell’uomo, Dio è inequivocabilmente santo già da prima della creazione. Il profeta ha usato questa parola più di 50 volte; significa poco meno di una volta per capitolo.
Uno dei tipici passaggi presi dall’Antico Testamento per illustrare la santità di Dio è Isaia 6:1-8: « Nell’anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L’uno gridava all’altro e diceva: « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria! » Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo. Allora io dissi: « Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti! » Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: « Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato ». Poi udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò? E chi andrà per noi? » Allora io risposi: « Eccomi, manda me! »
Il profeta Isaia ci descrive il contesto. In quell’anno un re forte e leale muore e viene tolto ad Israele. In un tempo di crisi nazionale e transizione politica, Isaia riceve una visione del Signore. Vide Dio esaltato, altissimo e sul trono. Un sovrano potente, la cui regalità riempie il tempio. Ciò che sta intorno ci parla del Suo essere degno. Sopra il trono ci sono due serafini, creature angeliche. Ognuno ha sei ali. Con queste ali si coprono il volto, i piedi, dalla testa alla punta dei piedi, in modo da simboleggiare la totalità. Due ali sono utilizzate per il volo. Questi esseri spirituali non si avvicinano a Dio con il viso scoperto; la loro naturale contaminazione deve essere velata. Tutti insieme gridano: « Santo, Santo, Santo è il Signore Onnipotente ». La ripetizione è significativa. Normalmente quando la Bibbia ripete qualcosa, significa che è molto importante. Per esempio, quando Gesù dice, « In verità, in verità vi dico », sappiamo che dobbiamo annotare quello che Gesù dice. Gesù parla seriamente, e desidera che prestiamo attenzione al messaggio. A volte nella Scrittura abbiamo anche la ripetizione del nome di un personaggio (Pietro, Marta ecc). Questo « elevamento al quadrato », questo raddoppio indica una forte enfasi. Ma raramente abbiamo l’elevamento alla terza potenza. Qui (ma non solo qui) « Santo » è al terzo livello, così come lo sono pochissimi altri nomi nella Bibbia. Dio è tre volte Santo.
Questo fatto ha portato A. A. Hodge a notare: « La santità di Dio non deve essere concepita come un qualsiasi altro attributo; è, per meglio dire, un termine generale posto a rappresentare la concezione di una perfezione completa e di una gloria totale. È la sua infinita perfezione morale a coronare la sua infinita intelligenza e potenza ».
Dopo di questo, il tempio si scuote e stride. Cosa fa Isaia, quando capisce di essere davanti alla Santità? Non grida e non urla; non si mette a ridere, né si sente orgoglioso di se. Anzi, Isaia dice, « Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure ». Riconosce la sua inabilità; si sente menomato dal peso della gloria di Dio, ed anche una cosa semplice come il parlare riflette la condizione del peccato. È disfatto, come disintegrato. Giobbe, dopo aver avuto a che fare con Dio, mostrò la stessa risposta. Ha confessato di aver sbagliato e di non aver compreso. Una volta messo a confronto con la santità di Dio, si pente con polvere e cenere Giobbe 42:1-6: « Allora Giobbe rispose al Signore e disse: « Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio ti ha visto. Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere ».
« Per i peccatori, non esiste un attributo di Dio più terribile della santità ». Man mano che ci avviciniamo a Dio, il nostro peccato diventa sempre più chiaro. Ryle scrive: « Sono convinto che il primo passo verso un più alto livello di santità consiste nel realizzare appieno la sconvolgente bassezza del peccato ».
R. C. Sproul parla dell’incontro di Isaia con Dio come del normale trauma che accade ad una persona che incontra il Dio vivente. Dio scuote il nostro sistema. Lui ci traumatizza con la santità. Non c’è un altro come lui. Calvino osservò, « Quindi il timore e lo sconvolgimento dai quali, così come leggiamo nella Scrittura, le persone consacrate sono colpite e soprafatte quando davanti alla presenza di Dio. Le persone non sono sufficientemente toccate e convinte della loro insignificanza fino a quando non si trovano in contrasto con la maestà di Dio ».
Vedete, noi siamo ormai avvezzi al nostro peccato. Ecco perché quando ci accostiamo alla presenza della vera santità, così come Isaia, noi siamo disfatti. Ci rendiamo conto di quanto siamo veramente miseri. E questo Dio, non potrebbe mai essere immaginato da una mente carnale che ama costantemente essere adulata. Da nessun’altra parte nella religione si riscontra questa santità, tranne che per rivelazione. Gli uomini peccatori non sono in grado di realizzare questa nozione.
Hodge: « I serafini che girano attorno al trono e gridano giorno e notte: « Santo, Santo, Santo è il Signore, » danno un’espressione dei sentimenti di tutte le creature che non sono cadute riguardo all’infinita purezza di Dio. Essi sono rappresentanti dell’intero universo nell’offrire questo omaggio perpetuo alla divina Santità ».
Ma l’episodio di Isaia ha un proseguimento.
Appare anche la grazia di Dio. Sproul nota: « Il Dio Santo è anche un Dio di grazia. Ha rifiutato di lasciare continuare al suo servo la sua lamentela senza un conforto. Si è mosso immediatamente per la purificazione e la ristorazione dello spirito dell’uomo. In questo divino atto di guarigione, Isaia ha sperimentato un perdono che andava oltre la purificazione delle sue labbra. È stato mondato completamente, perdonato totalmente, ma non senza la terribile sofferenza del pentimento. Pietro fa la stessa cosa che ha fatto Isaia, quando si confronta con la santità di Gesù. Un giorno Pietro ed i suoi compagni di lavoro tornano da una notte di pesca. Era andata molto male. Gesù, il quale era stato incontrato da Pietro solo di recente, comanda al pescatore professionista di andare al largo e lì di pescare. Pietro reagisce come reagirebbe un chimico se cercassi di spiegargli come mescolare le sostanze, o come un radiologo se io gli interpretassi delle lastre, in un modo simile ad un pastore che si sente spiegare da una persona senza conoscenza biblica come si deve comportare un pastore. Pietro pensò che sapeva già come si faceva a pescare e che aveva un’esperienza un po’ più importante di quella di Gesù. Non appena lo fa, catturano un’enorme quantità di pesce, da far affondare la barca. È un miracolo grande, e vorrei che riflettiate sulla reazione di Pietro. Non dice: « Accipicchia, è fantastico », e neppure: « Che pescata; posso ritirarmi ». La reazione di Pietro è sorprendente se messa a confronto con la religione odierna, perché denota un trauma. Luca 5:8: « Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: « Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore ».
Pietro è consapevole del suo peccato quando si trova alla presenza del Signore.

UN APPROCCIO SBAGLIATO
Non dobbiamo trattare Dio con leggerezza Salmo 11:4-7: « Il Signore è nel suo tempio santo; il Signore ha il suo trono nei cieli; i suoi occhi vedono, le sue pupille scrutano i figli degli uomini. Il Signore scruta il giusto, ma detesta l’empio e colui che ama la violenza. Egli farà piovere sull’empio carboni accesi; zolfo e vento infuocato sarà il contenuto del loro calice. Poiché il Signore è giusto; egli ama la giustizia; gli uomini retti contempleranno il suo volto ».
Dio è tremendo nella Sua santità Esodo 15:11: « Chi è pari a te fra gli dèi, o Signore? Chi è pari a te, splendido nella tua santità, tremendo anche a chi ti loda, operatore di prodigi »? Egli è santo e tremendo:
Salmi 99:3: « Lodino essi il tuo nome grande e tremendo. Egli è santo ».
Salmi 111:9: « Egli ha mandato a liberare il suo popolo, ha stabilito il suo patto per sempre; santo e tremendo è il suo nome ».
La santità di Dio fu infranta dai figli di Core perché il loro approccio fu sbagliato Numeri 16:1-32: « Or Core, figlio di Isar, figlio di Cheat, figlio di Levi, insieme con Datan e Abiram, figli di Eliab, e On, figlio di Pelet, tutti e tre della tribù di Ruben, insorsero contro Mosè con duecentocinquanta Israeliti autorevoli nella comunità, membri del consiglio, uomini rinomati; e, radunatisi contro Mosè e contro Aaronne, dissero loro: « Basta! Tutta la comunità, tutti, dal primo all’ultimo, sono santi, e il Signore è in mezzo a loro; perché dunque vi mettete al di sopra dell’assemblea del Signore? » Quando Mosè ebbe udito questo, si prostrò con la faccia a terra; poi parlò a Core e a tutta la gente che era con lui, e disse: « Domani mattina il Signore farà conoscere chi è suo e chi è santo, e se lo farà avvicinare; farà avvicinare a sé colui che egli avrà scelto…E Core convocò tutta la comunità contro Mosè e Aaronne all’ingresso della tenda di convegno; e la gloria del Signore apparve a tutta la comunità…E il Signore disse a Mosè: « Parla alla comunità e dille: « Allontanatevi dalla dimora di Core, di Datan e di Abiram »"…Mosè disse: « Da questo conoscerete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste cose, e che non le ho fatte di testa mia. Se questa gente muore come muoiono tutti gli uomini, se la loro sorte è la sorte comune a tutti gli uomini, il Signore non mi ha mandato; ma se il Signore fa una cosa nuova, se la terra apre la sua bocca e li ingoia con tutto quello che appartiene a loro e se essi scendono vivi nel soggiorno dei morti, allora riconoscerete che questi uomini hanno disprezzato il Signore ». Appena egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si spaccò sotto i piedi di quelli, la terra spalancò la sua bocca e li ingoiò: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi nel soggiorno dei morti; la terra si richiuse su di loro, ed essi scomparvero dal mezzo dell’assemblea. Tutto Israele che era intorno a loro fuggì alle loro grida; perché dicevano: « Che la terra non ingoi anche noi! » Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che offrivano l’incenso ».
Anche nel Nuovo testamento abbiamo casi simili Atti 5:1-11: « Ma un uomo di nome Anania, con Saffira sua moglie, vendette una proprietà e tenne per sé parte del prezzo, essendone consapevole anche la moglie; e, un’altra parte, la consegnò, deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro disse: « Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere? Se questo non si vendeva, non restava tuo? E una volta venduto, il ricavato non era a tua disposizione? Perché ti sei messo in cuore questa cosa? Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio ». Anania, udendo queste parole, cadde e spirò. E un gran timore prese tutti quelli che udirono queste cose. I giovani, alzatisi, ne avvolsero il corpo e, portatolo fuori, lo seppellirono. Circa tre ore dopo, sua moglie, non sapendo ciò che era accaduto, entrò. E Pietro, rivolgendosi a lei: « Dimmi », le disse, « avete venduto il podere per tanto? » Ed ella rispose: « Sì, per tanto ». Allora Pietro le disse: « Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? Ecco, i piedi di quelli che hanno seppellito tuo marito sono alla porta e porteranno via anche te ». Ed ella in quell’istante cadde ai suoi piedi e spirò. I giovani, entrati, la trovarono morta; e, portatala via, la seppellirono accanto a suo marito. Allora un gran timore venne su tutta la chiesa e su tutti quelli che udivano queste cose ».
Erode è un altro caso che troviamo nel Nuovo Testamento Atti 12:21-23: « Nel giorno fissato, Erode indossò l’abito regale e sedutosi sul trono, tenne loro un pubblico discorso. E il popolo acclamava: « Voce di un dio e non di un uomo! » In quell’istante un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato la gloria a Dio; e, roso dai vermi, morì ». Anche ai tempi dell’apostolo Paolo, l’approccio con Dio non doveva essere superficiale
1Corinzi 11:28-30: « Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono ».
È importante pensare all’amore di Dio, alla Sua compassione, alla Sua misericordia, ma anche alla Sua santità! I credenti devono avere un’idea chiara di Dio e non dimenticare che Egli è tre volte santo!

LA NOSTRA ATTITUDINE VERSO DIO
Le reazioni dell’uomo alla santità che abbiamo preso dalla Bibbia descrivono come deve essere la nostra attitudine verso Dio. Se Dio è santo, un approccio casuale o una eccessiva e spensierata familiarità vanno evitate. Noi dobbiamo accostarci in santità. Lo stile stesso dell’adorazione diventa differente se pensiamo alla sua santità. Una cosa è la celebrazione; ma non possiamo permettere che essa escluda la nostra risposta santa al Dio santo Ebrei 12:28,29: « Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore! Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante ».
La santità di Dio chiede una santità in noi. C’è una connessione etica tra quest’argomento ed il modo in cui ci comportiamo. La Scrittura rendere chiaro il collegamento: « Siate santi, perché io sono santo »:
Levitico 11:44: « Poiché io sono il Signore, il vostro Dio; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo. Non contaminate le vostre persone per mezzo di uno qualsiasi di questi animali che strisciano sulla terra.
Levitico 19:2: « Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele, e di’ loro: « Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo.
Levitico 20:7: « Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono il Signore vostro Dio.
1Pietro 1:15,16: « Ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: « Siate santi, perché io sono santo ».
C’è un collegamento tra Dio e le Sue aspettative per il Suo popolo. Dobbiamo ricordare che ogni volta che pecchiamo, noi non facciamo qualcosa di banale. Stiamo facendo una cosa che Dio odia, e nutrendo un’attitudine che Dio detesta. Invece: « La santità nel credente non è niente di meno che la conformità al carattere morale di Dio ».
Jerry Bridges scrive: « Noi abbiamo bisogno di coltivare nei nostri cuori lo stesso odio che Dio ha del peccato. Odio del peccato come peccato, non come un qualcosa che inquieta e abbatte noi stessi, ma come un qualcosa che dispiace a Dio, che dimora alla base della vera santità. Noi dobbiamo coltivare la stessa attitudine di Giuseppe Genesi 39:7-9: « Dopo queste cose, la moglie del padrone di Giuseppe gli mise gli occhi addosso e gli disse: « Unisciti a me! » Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: « Ecco, il mio padrone non mi chiede conto di quanto è nella casa e mi ha affidato tutto quello che ha. In questa casa, egli stesso non è più grande di me e nulla mi ha vietato, se non te, perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo gran male e peccare contro Dio? »
Inoltre senza santità, è impossibile piacere al Signore Ebrei 12:14: « Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore ».
La santità, promuove l’umiltà, non l’orgoglio. Direi che ciò che segnala il conoscere Dio nella Sua santità, è l’umiltà che porta frutto nella vita. Se noi non siamo santi, contraddiciamo il progetto di Dio.
« La santità è l’unica cosa che ci differenzia dalla malvagità del mondo » (Watson). Dobbiamo presentare i nostri corpi in sacrificio a Dio, come sacrificio spirituale Romani 12:1: « Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale ». Lo Spirito Santo è il nostro santificatore, i nostri corpi sono il tempio dello Spirito Santo 1Corinzi 6:19: « Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo ». Dobbiamo camminare in modo santo ed irreprensibile Efesini 1:4: « Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui ».
Cosa sarebbe Dio se non fosse santo? È ovvio che si tratterebbe di un idolo immaginario, un dio che non potrebbe esistere. Tuttavia per una serie di ragioni siamo portati a minimizzare o ad ignorare la santità. Spesso eleviamo la bontà di Dio al di sopra della sua potenza, o il suo amore al di sopra della sua giustizia. Gli uomini tendono a preferire quel lato del carattere divino che rispetto agli altri li fa sentire meno a disagio. Se fosse per noi, ci piacerebbe definire Dio come esclusivamente « amore », o almeno in predominanza. Il motivo? Il nostro interesse personale. Ci piace Dio per quello che potrebbe fare per noi, non per quello che è in realtà. Tale distorsione, la sottrazione di questo attributo, trasforma Dio in un idolo, in un Dio falso. Siamo inclini ad immaginarlo così come piace a noi Salmo 50:21: « Hai fatto queste cose, io ho taciuto, e tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò, e ti metterò tutto davanti agli occhi ».
La santità è la vita di Dio, durerà quanto la Sua vita; Egli sarà per sempre estraneo al peccato, non può che vivere nell’odio e nell’avversione di esso. Se cessasse per un solo istante di odiarlo, sarebbe come cessare di vivere. Per essere un Dio santo è essenziale per Lui come essere un Dio vivente; e non sarebbe un Dio vivente ma un dio morto se alla fine dei tempi fosse un Dio non santo. Non può guardare al peccato senza aborrirlo; non può guardare al peccato che il suo cuore sale contro di esso ».

Conclusione
La santità di Dio unita alla sua giustizia è terribile per un peccatore colpevole, ma unita alla Sua misericordia è dolce per il credente pentito.
Fate di questo il vostro obiettivo, la preghiera di Robert Murray McCheyne: « Signore rendimi santo così come lo può essere un peccatore perdonato ». Ma ricordate anche che: « Non c’è santità senza combattimento » (Ryle).
« La felicità per sua natura non può essere un fine ultimo, dato che cercarla equivale a non riuscire a raggiungerla: « Colui che troverà la sua vita la perderà.’ Cercare la santità dona felicità, ma non viceversa. Perciò il comandamento è « Siate santi » non « Siate felici ». Un’altra prova che la felicità non è il fine ultimo come lo è la santità è il fatto che ci sono vari tipi di felicità, ma di santità ce n’è uno solo ».
Pascal disse: « La serena bellezza di una vita santa è ciò che influenza di più, a parte la potenza di Dio » 2Corinzi 7:1: « Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio ».

I SANTI, SEGNI DI SPERANZA PER LA CHIESA E PER LA SOCIETÀ – DIONIGI TETTAMANZI, ARCIVESCOVO DI GENOVA (1999)

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=638

I SANTI, SEGNI DI SPERANZA PER LA CHIESA E PER LA SOCIETÀ

OMELIA PER LA S. MESSA DELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI (1999)

GENOVA, CATTEDRALE DI S. LORENZO, 1 NOVEMBRE 1999 -

X DIONIGI TETTAMANZI, ARCIVESCOVO DI GENOVA

Siamo oggi invitati dalla Chiesa a ricordare, a lodare ed a pregare tutti i Santi. Siamo invitati a condividere nell’intimo del nostro cuore – così come ci è possibile quaggiù – la gioia perfetta di cui i Santi sono colmati dal Signore e ad imitarli con umiltà e coraggio nel loro cammino di santità.

Apparve una moltitudine immensa
Per fare luce sul senso profondo della solennità che stiamo celebrando prendo spunto dal Sinodo dei Vescovi per l’Europa che si è concluso pochi giorni fa a Roma e dal suo Messaggio rivolto al popolo di Dio.
Nel considerare la Chiesa d’Europa alla fine del secondo millennio cristiano i Vescovi rilevano apertamente che essa sta registrando una condizione di fede veramente preoccupante. I Vescovi non si nascondono « la grave situazione di indifferenza religiosa di tanti europei, la presenza di molti che anche nel nostro Continente non conoscono ancora Gesù Cristo e la sua Chiesa e che ancora non sono battezzati, il secolarismo che contagia una larga fascia di cristiani che abitualmente pensano, decidono e vivono ‘come se Cristo non esistessé ». Ma qual è la conclusione dei Vescovi? E’ questa: « Non abbiate paura! ». Sì, queste situazioni « lungi dallo spegnere la nostra speranza, la rendono più umile e più capace di affidarsi solo a Dio. Dalla sua misericordia riceviamo la grazia e l’impegno della conversione ».
La speranza, dunque, è riposta in Dio e nel suo amore, in Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa, nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita e che rinnova la faccia della terra. Questa speranza è una realtà, è certa e tutti possono scorgerne i segni. Tra questi viene ricordata, in particolare, la diffusa santità che fiorisce nella vita quotidiana delle nostre Chiese. Ecco le parole del Messaggio: « Segno di speranza è la santità di tanti uomini e donne del nostro tempo, non solo di quanti sono stati proclamati ufficialmente dalla Chiesa, ma anche di coloro che, con semplicità e nella quotidianità dell’esistenza, hanno vissuto con generosa dedizione la loro fedeltà al Vangelo ».
Proprio a questi ultimi santi è dedicata la solennità d’oggi. Non sono dunque lontani da noi, i santi. Ci sono vicini. Forse anche a noi, almeno qualche volta, è data la gioia di fare una scoperta sorprendente, proprio nelle persone più umili e più povere: più povere, sì, ma straordinariamente ricche di amore per Dio e per gli uomini. E’ certo che lo sguardo di Dio, al quale nulla può rimanere nascosto, è sempre compiaciuto di fronte alla santità che la sua onnipotente grazia fa germogliare nel cuore dei suoi figli.
Oggi gioiamo per questa moltitudine di santi, segni e fonte di speranza per la Chiesa e per la società. La grandiosa visione dell’Apocalisse, che l’evangelista Giovanni ci presenta usando un verbo al passato, è un fatto permanente nella storia: appartiene anche al nostro « oggi »: « Apparve – scrive – una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani » (Ap 7, 9).
Tra questi santi, l’Apocalisse ricorda, in particolare, i martiri. Alla domanda di uno dei vegliardi: « Quelli che sono vestititi di bianco, chi sono e donde vengono? » (Ap 7, 13), Giovanni interpella il Signore: « Signore mio, tu lo sai » (Ap 7, 14). Ed ecco la risposta: « Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello » (Ap 7, 14).
Proprio i martiri il Sinodo dei Vescovi ha voluto ricordare come « segno di speranza » e nello stesso tempo come appello ad una vita cristiana che non ha paura della croce, anzi del dono totale di sè: « Segno di speranza sono i tanti martiri, di tutte le confessioni cristiane, vissuti in questo secolo, sia nei Paesi dell’Ovest sia nei Paesi dell’Est, anche ai nostri giorni: la loro speranza è stata più forte della morte! Non possiamo né vogliamo dimenticare la loro testimonianza: è preziosissima e assolutamente necessaria per tutti noi, perché ci ricorda che senza la Croce non c’è salvezza e senza partecipazione all’amore di Cristo crocifisso che perdona non c’è vera vita cristiana ».
Ancora una volta, oggi nella solennità di tutti i Santi, il nostro sguardo è chiamato ad abbracciare non solo le Chiese dell’Est ma il mondo intero, a cominciare dalle Chiese dell’Africa e di Timor: veramente il fenomeno dei martiri non conosce né sosta né tramonto. Un Vescovo al Sinodo ha parlato anche di « martirio bianco » riferendosi ai cristiani dell’Ovest, i quali per vivere in modo coerente e generoso la loro fede subiscono una specie di linciaggio morale, culturale e sociale: incompresi, disprezzati, calunniati ed emarginati!

Noi saremo simili a lui
Quanto abbiamo detto non ci deve affatto spaventare. Ci deve piuttosto affascinare. Non siamo rimandati alle nostre forze umane, così fragili e incostanti! Non siamo rimandati al nostro cuore, così povero di amore e tentato di infedeltà! E’ Dio stesso che ci conquista con la forza irresistibile del suo amore, penetra in ogni fibra del nostro essere, ci rinnova radicalmente: ci fa suoi veri figli e immette in noi un dinamismo incessante che ci conduce ad essere sempre più simili a lui, sino a condividerne la santità, la perfezione dell’amore. Certo, umanamente questo è incredibile e sconcertante. Ma questa è la realtà che la Parola di Dio inconfutabilmente ci svela e che la Chiesa oggi richiama alla nostra attenzione con le parole commosse ed estasiate di Giovanni: « Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!… Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è » ( 1 Giov 3, 1-2).
Sì, questa è la realtà. Ma come è facile il rischio di essere degli imperdonabili smemorati: Dio ci mette nel cuore una ricchezza senza confronti, mette nel cuore Se stesso; Dio facendoci suoi figli ci esalta secondo una misura sovraumana e ci impegna con la massima responsabilità possibile ad una creatura a vivere « in santità e giustizia » da veri figli di Dio. E noi tutto questo lo dimentichiamo senza problemi e perciò « viviamo come se non fossimo figli di Dio », o addirittura tutto questo lo rifiutiamo deturpando o cancellando con le nostre scelte e con i nostri comportamenti la dignità filiale che Dio, nostro Padre, ci ha donato nel suo amore, come principio e forza di una vita nuova: una vita consacrata alla preghiera e alla lode di Dio ed inscindibilmente alla carità e al servizio operoso verso il prossimo.

Beati i poveri in spirito…
Con la solennità di tutti i Santi la Chiesa intende risvegliarci: ci vuole riempire di fiducia di fronte a una santità che è sempre possibile, anzi doverosa, a tutti i figli di Dio e ci vuole spronare a fare nostro, con maggiore convinzione e decisione, il programma di vita cristiana che Gesù ha consegnato a tutti i suoi discepoli con il Discorso della Montagna, in particolare con le Beatitudini.
Già le abbiamo ascoltate, ad una ad una, con la proclamazione liturgica del Santo Vangelo. Chiediamo ora allo Spirito di Dio, fonte di ogni santità, che le incida nel nostro cuore: le incida in modo indelebile ed insieme le rafforzi in modo invincibile di fronte ad ogni pressione del mondo che vuole imporre una logica antievangelica di vita. Lo stesso Spirito Santo, sorgente di consolazione e di gaudio, le incida queste Beatitudini nel nostro cuore, aprendolo già ora a quella beatitudine che è riservata a quanti seguono Cristo con amore incondizionato e senza riserve.
Le vogliamo riascoltare, lasciandoci personalmente coinvolgere, così come le ha volute pronunciare per gli uomini del XX secolo Paolo VI a Nazaret il 5 gennaio 1964: « Beati noi se, poveri nello spirito, sappiamo liberarci dalla fallace fiducia nei beni economici e collocare i nostri primi desideri nei beni spirituali e religiosi; e abbiamo per i poveri riverenza ed amore, come fratelli ed immagini viventi del Cristo.
Beati noi se, formati alla dolcezza dei forti, sappiamo rinunciare alla potenza funesta dell’odio e della vendetta ed abbiamo la sapienza di preferire al timore che incutono le armi la generosità del perdono, l’accordo nella libertà e nel lavoro, la conquista della bontà e della pace.
Beati noi se non facciamo dell’egoismo il criterio direttivo della vita, e del piacere il suo scopo, ma sappiamo invece scoprire nella temperanza una fonte di energia, nel dolore uno strumento di redenzione e nel sacrificio la più alta grandezza.
Beati noi se preferiamo essere oppressi che oppressori, e se abbiamo sempre fame di una giustizia in continuo progresso.
Beati noi se, per il regno di Dio, sappiamo, nel tempo e oltre il tempo, perdonare e lottare, operare e servire, soffrire ed amare. Non saremo delusi in eterno.
Così ci sembra riudire, oggi, la sua voce.
Allora era più forte, più dolce, più tremenda: era divina.
Ma mentre cerchiamo di raccogliere qualche risonanza della parola del Maestro, ci sembra di diventare suoi discepoli e di acquistare, non senza ragione, nuova sapienza e nuovo coraggio ».
Così Paolo VI ha voluto rileggere anche per noi le Beatitudini evangeliche. Come si vede, i santi, ossia quanti vivono le Beatitudini di Cristo, sono veramente non solo segni di speranza, ma anche forza di speranza per la Chiesa e per la società: per una Chiesa splendente di bellezza spirituale e per una società rispettosa della dignità personale di ogni uomo.

Maria Santissima, che invochiamo « Regina di tutti i santi », ravvivi in noi la coscienza della nostra immeritata dignità di figli di Dio e ci doni di avere, non paura e stanchezza, ma fierezza e ardore nel nostro camminare « in santità e giustizia al cospetto di Dio per tutti i nostri giorni ».

Saint Quentin

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31 OTTOBRE: QUINTINO DI VERMAND MARTIRE

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31 OTTOBRE: QUINTINO DI VERMAND

(… – Augusta Viromanduorum (l’attuale Saint-Quentin), 287) fu un santo di origine romana, che subì il martirio in Gallia.
Di questo santo esistono pochissime testimonianze storiche, per cui risulta difficoltoso ricostruirne la vita e le opere. Secondo la sua agiografia era un cittadino romano, forse figlio di un senatore di nome Zeno e fu martirizzato in Gallia dove si era recato in compagnia di san Luciano di Beauvais. Giunto ad Amiens iniziò ivi a predicare il Vangelo ma venne incarcerato per questo per volere del prefetto romano Riziovaro, nominato dall’imperatore Massimiano ed accanito persecutore dei Cristiani.

Sempre secondo la leggenda Quintino venne incatenato e torturato ripetutamente per indurlo a ripudiare la sua fede cristiana, ma senza successo. Fu così che il prefetto Riziovaro si trasferì a Reims, capitale della Gallia Belgica, dove ordinò venisse portato anche Quintino affinché venisse sottoposto a giudizio. Tuttavia, durante il viaggio, nei pressi di una località chiamata Augusta Veromanduorum (l’attuale Saint-Quentin), Quintino riuscì miracolosamente a fuggire e a proseguire la sua opera di evangelizzazione. Tuttavia, non datosi per vinto, Riziovaro lo fece catturare nuovamente e, dopo averlo torturato, lo fece decapitare e gettare i suoi resti nelle paludi della Somme.
Secondo la leggenda, cinquantacinque anni dopo, una donna affetta da cecità, di famiglia patrizia, giunse nel luogo dove era stato gettato il corpo di Quintino, seguendo una ispirazione divina e miracolosamente ritrovò i resti del santo che emersero dall’acqua della palude emanando un « odore di santità ». Ella seppellì il suo corpo sulla sommità di un monte e vi eresse una piccola cappella per proteggere la sepoltura, e, fatto ciò, recuperò miracolosamente la vista.

IL FASCINO DI PAOLO

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IL FASCINO DI PAOLO 

Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che – come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi – s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza».

SAN PAOLO, L’UOMO DELLA LIBERTÀ

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SAN PAOLO, L’UOMO DELLA LIBERTÀ

Nella prima lettura abbiamo sentito queste parole: « Quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà… Investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo… Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore… E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo » (2Cor 3,16-17; 4,1.5-6)). Per cogliere meglio il senso delle parole di Paolo vale la pena vedere anzitutto come si svolge la sua argomentazione e poi cercare di capire che cosa ci dicono oggi nel tempo in cui noi viviamo.
I cristiani e soprattutto i missionari, dice Paolo, possono comportarsi e parlare con piena franchezza e apertura, perché mediante la conversione a Cristo vivono in un regime di libertà. Non hanno nulla da nascondere o da temere, perché fanno parte dell’alleanza nuova e definitiva. I giudei, invece, si richiamano al sistema legale e sono condizionati da un limite e da una oscurità insiti nella legge. Come il volto di Mosè quando usciva dall’incontro con Dio era velato, e perciò il riflesso della gloria divina era temporaneo, così la scrittura per gli ebrei non manifesta pienamente il progetto salvifico di Dio, perché sono incapaci di capirne il senso: il loro cuore, infatti è ricoperto da un velo. Manca ad essi la chiave della rivelazione, cioè della rimozione del velo, che si ha solo in Cristo. La scrittura stessa lo conferma là dove dice che il « velo viene tolto quando ci si converte al Signore » (Es 34,34). La conversione al Signore a sua volta fa spazio alla venuta dello Spirito, che è sempre Spirito di libertà. Dio ha affidato a Paolo il ministero di annunciare la libertà alla quale siamo chiamati in Cristo. A questa scoperta gioiosa egli è giunto nel momento della vocazione, che viene ricordato come se fosse per lui stato una creazione nuova.
Che cosa dice a noi oggi tutto questo? Per quanto riguarda la situazione odierna, possiamo costatare che fino a qualche tempo fa erano presenti, malgrado tutto, alcuni riferimenti di confronto: ci si confrontava con essi per consentirvi o per contestarli e magari calpestarli. C’era un complesso istituzionale di norme, di tradizioni, di consuetudini, di valori su cui la gente si confrontava, a prescindere dall’opzione precisa di fede o di pratica cristiana. Erano presenti anche limiti invalicabili per l’azione umana, stabiliti dai grandi fatti biologici, naturali, entro i quali si doveva vivere e operare. Il fatto tipico della nostra epoca è che l’uomo di oggi ha l’impressione che quasi tutto gli è possibile o gli sarà tecnicamente possibile e che i limiti sono o saranno superati. Egli avverte che sarà sempre più emancipato dal ritmo del giorno e della notte, dai ritmi e dai limiti dello spazio, grazie alla tecnologia e alle forme di trasporto velocissimo; la scienza sta travalicando le stesse leggi della generazione naturale, della procreazione, della eredità biologica. L’umanità pensa che potrà in avvenire fare tutto ciò che vuole sulla natura, sui modi di essere, sulla vita.
Di conseguenza, il fatto nuovo della storia umana è che mai come oggi si è accresciuto a dismisura il senso della libertà: la libertà dai condizionamenti naturali e biologici, libertà dalle leggi e dalle consuetudini. Mai l’uomo ha avuto tanta libertà, mai è stato più emancipato e disancorato da forme di riferimento che parevano ovvie, obbliganti, scontate, evidenti. Le norme, le regole, le tradizioni, le convenzioni di riferimento appaiono un valore relativo, non un dato assoluto che non si tocca; valgono nella misura in cui sono contrattabili in virtù di un utile, di un fine; tutto è negoziabile e opinabile, tutto può essere scelto, purché ci sia una ragione contingente. Un tale emergere del senso della libertà era sconosciuto nella storia umana.
Tuttavia, con questo crescere tumultuoso del senso prepotente della libertà (che avvince i ragazzi, i giovani, la gente semplice dei paesi e dei luoghi più remoti attraverso i messaggi che giungono dalla televisione, tesi a convincere che l’impossibile di oggi sarà possibile domani), dobbiamo constatare che la stessa libertà non è mai stata tanto manipolabile. I grandi strumenti del consenso sociale l’addormentano o la guidano mediante la tecnica applicata al controllo della vita di persone, mediante i mezzi informatici che permettono di seguire la gente in tutti gli atti più semplici dell’ambito privato. Tale controllo ci fa comprendere che la libertà cui l’uomo è assurto non è mai stata così grande e insieme così fragile.
Va inoltre ricordato che il luogo dove le tensioni della libertà e l’uscita dalle convenzioni si concentrano è la famiglia. La coppia nel matrimonio, la famiglia nella sua costituzione, nella sua durata, nella sua fecondità, viene invasa dall’opinabilità generale che non la ritiene soggetta a regole e norme da noi considerate proprie della famiglia tradizionale.
Questa situazione è vissuta da noi con atteggiamenti molto diversi.
Il primo è un atteggiamento sconsolato: stiamo andando verso la catastrofe, l’uomo non ha più regole, l’anomia crescerà. Soprattutto gli anziani manifestano un profondo disagio, un senso quasi di paura e di rabbia, una voglia di reagire oppure di nascondere la testa, rifugiandosi nel passato. Anche se si impegnano in iniziative settoriali, molti temono che si arrivi al peggio e non sanno come bloccare il male crescente.
Il secondo è l’atteggiamento di chi pensa di essere ancora in tempo a rimediare: urge ribadire le regole del vivere, rivalutarle, dal momento che la gente sbanda perché non le conosce; urge ribadire e richiamare continuamente i comandamenti. È spesso il nostro sforzo, quando pretendiamo di aiutare la gente che occorrono le regole, che l’arbitrarietà selvaggia induce alla noia della vita, a evasioni di ogni tipo, fino alle più pericolose di autodistruzione e di suicidio. Sottolineare i pericoli dell’anomia crescente e innegabile è certamente un modo di reagire.
Un terzo atteggiamento è caratterizzato dalla ricerca del « kairòs », della opportunità evangelica offerta dalla situazione globale odierna. Questo atteggiamento parte dalla intuizione che mai come oggi c’è stata così ampia possibilità di capire il messaggio evangelico, di cogliere che la libertà, nell’uomo, è imitazione di Dio, è dono di Dio, e che, attraverso una libertà tesa alla responsabilità, l’uomo può superare i pericoli di un arbitrio sfrenato, non con il ritorno al passato e la ripresa dei limiti naturali e tradizionali, bensì riscoprendo la sua vocazione di figlio di Dio, animato dallo Spirito, libero e chiamato a pienezza proprio mediante la presa di coscienza di tale libertà.
Paolo vive certamente in questo terzo atteggiamento. Per lui, se l’uomo vuole vivere nella libertà, deve convertirsi al Signore, cioè a Gesù risorto. Chi riconosce che Gesù è il Signore entra nello spazio della libertà cristiana, che ha la sua fonte interiore nel dono dello Spirito. Nel linguaggio corrente si usa spesso l’espressione « libertà di spirito »: si tratta di una dimensione interiore che qualifica l’uomo che è attivo e reattivo al punto da non lasciarsi condizionare dalla pressione dell’ambiente. A questo atteggiamento umano positivo Paolo dice che c’è un di più che dà una impronta nuova all’esistenza del credente in Cristo: la libertà nello Spirito. La libertà si trova dove è lo Spirito del Signore, lo Spirito di santificazione, lo Spirito Santo. Paolo afferma un legame di simultaneità tra lo Spirito e la libertà: se c’è lo Spirito di Cristo, c’è anche la libertà, dove è lo Spirito di Cristo vi è anche la libertà. Cristo ci ha liberati proprio in vista di una situazione di libertà vissuta.
La situazione cristiana di libertà è in contrasto con quella giudaica, detta da Paolo situazione di schiavitù, di chi è velato e impedito di vedere davanti a sé Dio. Se l’uomo si apre totalmente al dono di Cristo, si realizza in lui l’influsso liberante della sua morte e risurrezione. Per Paolo la libertà non è principalmente sociologica, politica, antropologica, ma è eminentemente trinitaria, teologica. La libertà è un dono di Dio, realizzato da Gesù Cristo, divenuto con la risurrezione Spirito datore di vita (1Cor 15,45). Questa libertà non viene da noi, dalle nostre opere; non è un diritto o la capacità di disporre di sé senza alcun condizionamento. La libertà è appartenenza a Cristo e l’uomo che aderisce a Gesù viene liberato dal peccato, dalla morte e dalla legge.
Il peccato è il primo tiranno dell’uomo (Rm 7,14). Esso non consiste in un atto sbagliato o in una catena di azioni sregolate. Le azioni sbagliate sono espressione, esteriorizzazione di una potenza negativa che agisce dentro di noi in opposizione radicale a Dio e al suo regno. Questa potenza da Paolo è chiamata peccato. Il peccato è un principio malefico, che quasi si confonde con satana, dal quale tuttavia è distinto: il peccato non è esteriore all’uomo, come satana, ma è dentro di lui e si esprime attraverso la sua condotta peccaminosa. La redenzione di Cristo non si limita alla remissione dei peccati, delle trasgressioni, ma in maniera più profonda demolisce la potenza negativa del mala e dona all’uomo un cuore nuovo, un principio interiore docile allo Spirito, che gli permette di essere fedele al Signore. Il dominio del peccato è distrutto dalla morte di Cristo (2Cor 5,21; Gal 3,13; Rm 8,2-3.15.20) e il battezzato è morto al peccato (Rm 6,10-11), è liberato dal peccato (Rm 6,18.22), è creatura nuova (Rm 6,5; 2Cor 5,17).
Strettamente congiunta al peccato è la morte: ne costituisce l’inevitabile conseguenza (Rm 5,12; 7,11), il salario (Rm 6,23), la prole. Il peccato è il pungiglione avvelenato della morte (1Cor 15,56), la morte è il frutto del peccato (Rm 7,5; Gal 6,8), la sua compagna immediata (Rm 5,12; 6,21.23). Anche la creazione ne è coinvolta a causa del peccato degli uomini. Non si può sfuggire alla schiavitù della morte senza eliminare il peccato. Ogni tentativo di evitarla è inutile. Anche accettarla stoicamente non è atteggiamento cristiano. Solo in Cristo, risuscitato dalla potenza del Padre, sono infrante le catene della morte (Rm 8,11). Siamo viventi grazie alla fede e al battesimo (Rm 6,13.17.18.22-23). La morte non ci può più separare da Dio e dalla sicura vittoria del suo amore (Rm 8,38-39). Gesù l’ha « transustanziata »: da castigo l’ha trasformata in atto di obbedienza, di fiducia, di amore; da severa pedagoga, che ci ricorda la transitorietà di tutte le cose, l’ha fatta diventare mistagoga, realtà che ci introduce pienamente nel mistero di Cristo. La piena liberazione dell’uomo dalla morte si avrà solo nella risurrezione finale con la completa redenzione del nostro corpo (Rm 8,23), quando la morte sarà annientata per sempre. Già ora però il cristiano è liberato dalla morte, perché sa che non muore da solo, ma che gli è data la grazia di morire in Cristo e con Cristo.
Cristo ci libera anche dalla legge. Nessuno più di Paolo ha percepito la differenza radicale tra chi è sotto la legge e chi è sotto la grazia, tra chi è sotto la lettera e chi è sotto lo Spirito. Paolo dice frequentemente che il cristiano è liberato dalla legge, da ogni legge che cerchi di esercitare su di lui una coercizione esteriore (Rm 6,14; 7,1-6). La legge ha la funzione poco desiderata del carceriere o del pedagogo, incaricato di condurre i bambini al loro maestro (Gal 3,23-24). La legge porta l’uomo al peccato e alla morte, è stata aggiunta in vista delle trasgressioni (Gal 3,19), serve solo a dare piena coscienza della caduta (Rm 3,20; 5,20; 1Cor 15,56). L’affrancazione dalla legge è un elemento essenziale della liberazione operata da Cristo: liberato dal peccato e dalla morte, il cristiano non sarebbe salvato se non fosse liberato anche dalla legge (Rm 6,14). Stare sotto la legge equivale a stare sotto il dominio del peccato.
Paolo insiste su questa liberazione dalla legge perché, a differenza di quanto l’uomo ritiene normalmente, essa non basta a conferire la vita, a cambiare il cuore. La legge in se stessa, anche se propone il più sublime degli ideali, non è capace di trasformare l’uomo in un essere spirituale che vive della stessa vita di Dio. La legge non ha la capacità di conferire la vita, cioè di distruggere nell’uomo la potenza di morte che è il peccato, o di reprimerla e di arginarla. La legge, anzi, permette al peccato di esercitare la sua virulenza. Pur essendo destinata a preservare la vita, la legge in realtà diventa causa almeno occasionale di morte. Il peccato si serve della legge e ci seduce.
La situazione di schiavitù opprimente è quella dell’Antico Testamento, o più esattamente quella determinata dalla legge così come era interpretata e vissuta in alcune correnti farisaiche al tempo di Paolo. Egli ne aveva fatto l’esperienza personale. Nato sotto il segno di una valorizzazione radicale della legge di Dio, mantenuta pura da tutti gli influssi dell’ambiente ellenizzato, il movimento farisaico, al quale Paolo apparteneva, era caduto nel perfezionismo. La legge, staccata di fatto da quel contatto vivo e vivificante con Dio che aveva avuto all’inizio, veniva ora analizzata dall’uomo in tutti gli aspetti possibili e veniva applicata con un’insistenza puntigliosa a tutti i dettagli della vita. L’uomo che fosse riuscito ad osservarla integralmente poteva sentirsi perfetto. Ma si trattava di una perfezione illusoria, di perfezionismo appunto. La legge donata da Dio era divenuta uno strumento nelle mani dell’uomo che se ne serviva per costruire un proprio progetto di se stesso e non poteva non restarne deluso. L’uomo, infatti, quanto più vi si impegna tanto più si sente legato in una infinità di minuzie che non gli lasciano tregua. E quando riesce ad osservarle sente il suo rapporto con Dio e con gli altri terribilmente appesantito, opprimente. L’uomo così non può sentirsi davvero realizzato: ha la sensazione di un peso che grava sulla sua vita e che gli toglie il respiro; ha la sensazione di essere in stato di schiavitù. Paolo porta per tutta la vita il segno di questa esperienza amara e dice che la legge di Dio, finita nelle mani dell’uomo è diventata « lettera che uccide » (2Cor 3,6).
Paolo ha capito che la giustizia, cioè il rapporto salvifico con Dio, sta nel convertirsi e legarsi a Gesù. Ora giunge a una valutazione nuova di tutte le cose. La giustizia fondata sulla legge non è autentica, perché in fondo è basata sui nostri sforzi, sulle nostre capacità e pretese. La legge mi dice quello che devo fare, io lo faccio e mi sento in regola. Questo sistema sembra giusto, ma in realtà non fa uscire la persona da se stessa, la lascia nel suo egocentrismo, nella sua superbia. Tutti i suoi sforzi servono a nutrire il suo orgoglio più o meno consapevole. Invece la vera giustizia viene gratuitamente da Dio, e l’uomo è invitato ad accoglierla mediante la fede: allora la persona esce da se stessa, riconosce di non poter andare avanti con le proprie forze, di aver bisogno di una relazione con un’altra Persona che la salverà. Quest’altra Persona è Gesù Cristo morto e risorto, che ci introduce nella relazione con la Trinità. Il punto essenziale della conversione è capire che il peccato consiste nel mettere la propria sicurezza in se stessi, nelle proprie opere, nel pensare bene di se stessi, nel pretendere di salvarsi con le proprie opere, con l’esecuzione fedele della legge.
Noi siamo liberati dal peccato, dalla morte e dalla legge, perché uniti a Cristo abbiamo dentro di noi una legge nuova: quella dello Spirito, quella che consiste nello Spirito, e lo Spirito è libertà. Parlando di legge dello Spirito, Paolo si richiama a due passi ben precisi dell’Antico Testamento, dove i profeti Geremia ed Ezechiele promettono un’alleanza nuova, che consiste nel dono di una legge interiore all’uomo, nel dono dello Spirito (Ger 31,31-33; Ez 36,26-27). Tramite Gesù siamo liberati dalla legge, perché abbiamo la legge dello Spirito: ci viene messa nel cuore una forza nuova, un dinamismo che consiste nell’azione Spirito stesso dentro di noi. Non si tratta più di una norma esterna, di un’indicazione magari più perfetta e più elevata di quelle contenute nell’Antico Testamento, ma di un dinamismo nuovo che ci viene dato, di un principio di azione che ci spinge ad agire spontaneamente. Lo Spirito Santo che ha agito in Gesù, rendendolo obbediente in tutto al Padre e solidale coi fratelli fino alla morte, ci viene donato perché agisca dentro di noi in maniera analoga: viene in noi, vive in noi e ci dà una connaturalità con Gesù; è lui che prega il Padre in noi, è lui che ama il Padre e i fratelli in noi. Quando lo Spirito agisce così in noi, siamo veramente liberi.
Lo Spirito ci permette di realizzare quello che Dio ci domanda. Siamo liberati dalla forza del peccato, dalla paura della morte, dalla costrizione delle norme esterne perché lo Spirito ci dona la capacità di lasciarci amare dal Padre, di fidarci costantemente di lui chiamandolo « Abbà » e dicendogli « amen », ci infonde la capacità di incarnare la fede nella carità, di amare Dio e di amare gli altri. Lo Spirito ci libera dal peccato, dalla morte, dalla costrizione della legge per vivere con un intuito interiore da figli di Dio e da fratelli tra noi, per vivere in alleanza con Dio e coi fratelli, per essere in pace con Dio e tra di noi: ci libera togliendo da noi la paura e la costrizione e infondendo in noi l’amore, che è la pienezza della legge. Animato dallo Spirito, l’uomo evita quasi d’istinto ciò che è carnale e in lui nasce invece il frutto dello Spirito che « è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22).
A questa scoperta Paolo è arrivato nel momento della sua vocazione, sul quale riflette anche nel passo che oggi abbiamo sentito. Paolo ritorna frequentemente alla sua vocazione: ogni volta che le difficoltà lo circondano pensa a quel momento fondamentale della sua esistenza. Se non coltiviamo la consapevolezza della nostra chiamata alla fede e al ministero, a un certo punto le motivazioni del nostro agire si inaridiscono. Dovremmo perciò amare le difficoltà e le avversità che il ministero vissuto nella sua verità incontra. Sono proprio esse, se le viviamo come prova, a far crescere in noi la coscienza del senso di ciò che facciamo. Le cose facili, invece, inducono alla pigrizia e non ci aiutano a maturare il senso della chiamata. Paolo è convinto che la sua chiamata alla fede in Cristo e al ministero apostolico, come ogni vocazione, è anzitutto un’opera di Dio e non un fatto umano. La nostra vocazione al cristianesimo e al ministero presbiterale è opera di Dio, che dobbiamo riconoscere con stupore e riconoscenza.
La vocazione di Paolo fu umanamente inspiegabile. La sua strada normale era quella di continuare a vivere da fariseo, confidando nelle proprie opere, e a rifiutare Cristo, a ostacolarlo anche con la persecuzione violenta. Ma Dio intervenne e diede a Paolo una vocazione che andava esattamente in senso contrario. Dio ha chiamato una creatura peccatrice: questo è successo per Paolo, per Pietro, per tanti uomini e tante donne, per tutti noi. La spiegazione della chiamata non è mai nei meriti umani, ma nella generosità e nella misericordia straordinaria di Dio. La vocazione non è mai basata sulla nostra dignità precedente: occorre piuttosto dire che la vocazione ci conferisce gratuitamente la nostra dignità. La elezione di Dio è gratuita e precede ogni azione umana: è manifestazione della grazia e della misericordia di Dio e non ricompensa dei nostri sforzi: siamo tutti investiti del nostro ministero « per la misericordia di Dio » (2Cor 4,1). Dio si è degnato di mettersi in relazione con noi e di metterci in relazione personale con lui e per questo non possiamo mai perderci d’animo (cfr. 2Cor 4,1).
Paolo sa che Dio ha scelto un persecutore per farne un apostolo. In questo modo sa di essere chiamato a vivere la continuità tra dono battesimale e dono apostolico. Il ministero è lo sviluppo delle radici battesimali della nostra esistenza. Di conseguenza Paolo e ogni ministro non possono attribuire ai propri meriti la vocazione o la fecondità del loro ministero (1Cor 15,10; Gal 1,6). Paolo paragona la chiamata sulla via di Damasco con l’opera creatrice di Dio: il Dio che ha fatto risplendere la luce dalle tenebre, ha illuminato il suo cuore, dissolvendone le tenebre, per renderlo capace di far risplendere la gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2Cor 4,6). È Dio che opera in Paolo ed è ancora Dio che gli affida un compito. Questa è la grande lezione che Paolo ha imparato e ha insegnato a tutti.
Paolo è consapevole che questa iniziativa di Dio è stata preparata da lontano: Dio ha avuto un progetto su di lui fin dal seno materno (Gal 1,15). Dio si è rivolto a Paolo ritenendolo persona capace di sentire, di ascoltare, di capire, di rispondere. Dio non ha voluto fare tutto da sé, ma ha istituito un rapporto personale con Paolo: per questo gli ha parlato. In quella chiamata Paolo ha riconosciuto un fatto della grazia, della benevolenza gratuita di Dio. Da questo punto di vista, la vocazione di Paolo è prototipo di tutte le nostre vocazioni: ci fu data la grazia, per grazia siamo stati chiamati.
Questa grazia consiste nel poter conoscere il Figlio suo. Anche per Pietro è stato così (cfr. Mt 16,17). Ogni vocazione è un’azione del Padre che mette la persona chiamata in rapporto profondo col Figlio suo. Si tratta di venir chiamati a conoscere il cuore del Figlio di Dio fatto uomo. Dio non chiama per assegnare in primo luogo una funzione: la sua chiamata è anzitutto una grazia personale, dona la conoscenza intima di Gesù, Figlio di Dio. Paolo ormai impara a vedere se stesso nel Cristo che gli si fa incontro.
Questa conoscenza intima del Figlio viene data in vista di un annuncio: per far « risplendere la gloria divina che rifulge sul volto di Cristo » (2Cor 4,6), per far conoscere il cuore di Cristo come via per capire il Padre, per far conoscere il suo amore a tutti. Paolo capisce che dall’esperienza di Damasco nasce il suo impegno missionario. L’amore che Dio gli rivela è universale, riguarda tutti. Paolo comprende che Dio lo chiama a diventare apostolo del suo amore a tutte le genti, comprende che ha ricevuto la splendida missione di annunciare tra le nazioni la meravigliosa novità: tutti sono da lui amati.
La chiamata di Dio ha comportato per Paolo un cambiare tutto l’orientamento della vita, tutto il sistema di valori cui era legato, di cui era orgoglioso, tutto ciò che costituiva la sua sicurezza spirituale. Sulla via di Damasco ha rigettato tutto questo sistema di valori non per abbracciare un nuovo sistema di valori, ma per seguire una persona: Gesù Cristo. Paolo ha ormai un solo tesoro: Gesù Cristo morto e risorto. Prima riteneva di essere giusto davanti a Dio con l’osservanza delle leggi, dei divieti e delle prescrizioni, cioè con le proprie prestazioni. Non si accorgeva che in tal modo al centro di tutto non poneva Dio, autore e origine di ogni bene, ma se stesso. Cercava la salvezza nelle proprie forze, sicuro di possedere la verità. Sulla via di Damasco è liberato dalla convinzione e dal peso di salvarsi con le sue possibilità: la salvezza non è realizzabile  con le sue sole forze, ma unicamente grazie alla forza interiore che viene dallo Spirito.
Paolo capisce che convertirsi è prendere l’adesione a Cristo come base di tutta la propria esistenza. Per raggiungere Cristo c’è un solo mezzo: entrare nel suo mistero pasquale, condividere la sua croce, la sua sofferenza, per condividere anche la sua gloria. Paolo ha imparato a mettere il suo vero io nel Cristo. Per questo userà di frequente le espressioni « in Cristo », « Cristo, mio Signore », diventando il primo mistico cristiano. In Cristo, Paolo vive, parla, lavora, soffre, è lieto, si prodiga, è debole, è forte, ama, è fiducioso. La nuova vita dell’apostolo prende inizio con la scoperta che in ogni momento è valida l’espressione: « Sono vostro servitore per amore di Gesù » (cfr. 2Cor 4,5).
Paolo capisce che il primo modo per esercitare questo servizio sacerdotale è offrire se stesso a Dio: Dio non lo si onora pensando di placarlo con alcune pratiche aggiunte alla vita, come i digiuni o le penitenze. Dio lo si onora quando, non per placarlo, ma in ringraziamento per i suoi doni e a riconoscimento della sua bontà gli offriamo, uniti con Gesù, la nostra vita concreta, con le sue gioie, le sue difficoltà, le sue tentazioni, le sue speranze (cfr. Rm 12,1-2). Certamente questa offerta di noi stessi comporta anche le opere buone, ma esse sono buone perché fatte senza insuperbirsi, perché sono riconosciute anzitutto come opere dello Spirito in noi, opere della grazia di Cristo, risposta al dono di Dio.
Siamo sempre chiamati a scegliere fra una vita solitaria di schiavitù e una vita di libertà nello Spirito che ci permette di amare. Chi vuole fondare il proprio valore personale sui suoi meriti, sulle sue attività e decisioni, rimane solo nella sua superbia più o meno consapevole: con tutti i suoi sforzi nutre il proprio orgoglio, anche compiendo atti in apparenza generosi. Invece chi accoglie in tutto la fede in Cristo, chi aspetta dal suo Spirito la forza per andare avanti, per vivere nell’amore, compie la conversione essenziale. Fare questa conversione è una liberazione, che ci fa uscire da noi stessi e ci dà una serenità straordinaria e anche una grande gioia, perché non c’è serenità e gioia più grande che vivere continuamente nell’amore suscitato in noi dallo Spirito di Cristo.
Comprendiamo ora perché la libertà per Paolo, più che antropologica o sociologica, è eminentemente teologica o trinitaria. In quanto buona novella del Figlio di Dio entrato nel tempo per dimorarvi e per accoglierlo in sé, Paolo sperimenta che il vangelo è originariamente vangelo della libertà. La libertà che esso proclama è anzitutto quella del Dio che è così originariamente libero da sé, da essere costitutivamente dono di sé all’altro, comunione di amore delle tre Persone e loro apertura verso la realtà creata dal nulla, creata cioè unicamente per una decisione di amore libero e gratuito. Questa apertura di Dio verso il creato si manifesta nell’atto della sua continua creazione e nella storia della redenzione e ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Comunicando la sua vita, la Trinità partecipa questa libertà divina agli uomini. L’uomo è chiamato ad essere soprattutto a immagine del Figlio diletto, ad essere icona creata del Figlio, il quale nella Trinità è accoglienza increata. Nel mistero trinitario il Figlio è l’eternamente aperto ed accogliente davanti alla sorgente purissima dell’amore e della vita che è il Padre. Il Figlio è la capacità di una libera accoglienza dell’Altro: nella libertà sta eternamente davanti al Padre e da lui si lascia amare, si lascia generare nel processo eterno dell’Amore. Per l’uomo dimorare nella libertà donata significa unirsi al Figlio, mettersi alla sua sequela ed esprimersi nell’esercizio della libertà continuamente accolta e testimoniata, per appartenere incondizionatamente a Dio. Gesù ci ha liberati nella verità, che ci fa conoscere quale è la nostra vera patria e ci dà la forza di conseguirla nella pazienza del divenire. La libertà cristiana è pertanto l’incondizionato appartenere a Dio per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, che si traduce nell’esistenza dell’uomo, il quale da un lato è liberato dalla schiavitù del peccato e dall’angoscia prodotta dal peccato, dalla morte e dalla legge, e dall’altro è reso libero per servire gli altri nella giustizia e nella carità. L’essere affrancato in Cristo diviene sorgente di una vita vissuta nella libertà e nel coraggio dell’amore.
Concludendo, due sono i pensieri di queste splendide righe scritte da Paolo e che oggi abbiamo sentito: la libertà che ha la sua fonte nello Spirito, dono di Gesù, Signore risorto, e la continua riscoperta della propria chiamata da parte di Dio. Incontrare il Signore risorto vuol dire anzitutto essere liberati dalle paure e dai pesi insiti in ogni sistema religioso basato unicamente sulla legge. Questa libertà non è anarchia, né spontaneismo emotivo, perché ha la sua fonte nello Spirito, ma è invece venire sottratti al regime del peccato, della morte e della legge, che si alimenta di egoismo e di angoscia, per fare spazio al dinamismo dell’amore, che fa maturare il progetto dell’uomo nuovo già realizzato in Gesù glorificato. È opportuno allora domandarci: dove poniamo il nostro valore personale? Sulle nostre opere, sui nostri sforzi, o unicamente sulla persona di Gesù e sulla sua grazia? C’è sempre il pericolo che altri tesori umani ci facciano perdere di vista l’unica cosa decisiva: la nostra relazione personale con Gesù, che ci ha chiamati, ci vuole liberi, ci vuole comunicare il suo amore, ci vuole partecipi del dinamismo della sua morte e della sua risurrezione. Pretendere di meritare la grazia della fede sarebbe chiudersi al dono di Dio. La base di tutta la vita spirituale è il dono di Dio: allora la nostra vita diventa libera. La conversione essenziale consiste nel riconoscere che non siamo in grado di porre noi le basi della nostra vita spirituale, ma che dobbiamo fondare tutto sull’amore di Cristo, sulla sua grazia. Chi è nel peccato in modo vistoso, riconosce più facilmente questa sua impotenza; chi non è nel peccato in modo vistoso, è tentato dallo spirito farisaico, che consiste nel credere di essere in grado di fabbricare la propria santità, nell’avere l’ambizione di salvarsi da soli. Paolo ha denunciato con forza questa illusione dell’uomo che si crede di essere l’artefice del proprio valore davanti a Dio e davanti agli uomini.
Incontrare il Signore risorto vuol dire, in secondo luogo, ritornare alle radici della nostra vocazione battesimale e presbiterale. Meditando la vocazione di Paolo siamo invitati a ringraziare Dio per il dono fatto a Paolo: la sua vocazione è diventata sorgente di grazia per tutta la chiesa. Poi possiamo ricordare la nostra vocazione personale, la nostra vocazione battesimale e quella al ministero sacerdotale; possiamo pensare alle grazie personali ricevute, alle difficoltà superate, alla conoscenza di Gesù che abbiamo ricevuto, alle persone alle quali l’abbiamo potuto annunciare. Possiamo riferire a Dio  l’iniziativa nella nostra vita: quella battesimale e quella apostolica. Egli rifulse nei nostri cuori, ha salvato la nostra esistenza dall’ambiguità del non senso, l’ha cristificata, l’ha divinizzata per un impegno missionario, per far rifulgere Cristo nel volto di ogni uomo che incontriamo.
Chiediamo a Paolo che ci sia vicino per conoscere la libertà dal peccato, dalla morte e dalla legge che ci è stata donata nel battesimo, per conoscere la vocazione ministeriale alla quale siamo stati chiamati, in modo che la nostra vita sia un « venir trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore » (2Cor 3,18), un venir trasformati in una gloria sempre maggiore, per essere simili a Cristo grazie all’azione dello Spirito del Signore, in modo che nella nostra vita acquistiamo la luminosità di Cristo. Questa qualità della vita, questa libertà viene da Gesù, che dà se stesso per noi, viene dall’eucaristia che stiamo celebrando: in essa incontriamo il Cristo morto e risorto, da essa viene la forza permanente della libertà per ogni cristiano e per ogni presbitero.

Andalo, 12 giugno 1997                                                                    

don Lorenzo Zani

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