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FRÈRE JOHN DI TAIZÉ: RICORDATI DEL GIORNO DI SABATO PER SANTIFICARLO (Es 2, 8)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/br_john_comandamenti3.htm

FRÈRE JOHN DI TAIZÉ

VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

RICORDATI DEL GIORNO DI SABATO PER SANTIFICARLO (Es 2, 8)

Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro. (Es 20,8-11)

 Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno
è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato. (Dt 5,12-15)

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Abbiamo appena esaminato la «prima tavola» delle Dieci Parole; essa descrive la relazione con un Dio che non è come gli altri, un Dio che non accetta alcun rivale, che rifiuta di essere identificato con una parte dell’universo e il cui stesso Nome è parte integrante di quest’unica identità. Come abbiamo già constatato, riferendoci alla Parola sull’ abuso del Nome di Dio entriamo nella parte centrale del testo. Passiamo dunque da una relazione con Dio considerato in se stesso a una relazione con Dio inserita nella vita della società umana. In questa seconda parte (Es 20,7-12; Dt 5,11-16) ci si riferisce a Dio usando la terza persona, dopo una prima sezione dove Dio invece parlava in prima persona e un’ultima dove non sarà esplicitamente menzionato.
Eccoci arrivati alla Parola che si trova nel mezzo di questa sezione centrale, la più lunga fra le Dieci Parole. Ci sono dunque delle buone ragioni per considerare questa Parola sul sabato come il cuore delle Dieci Parole. Questa constatazione dovrebbe tuttavia farci riflettere. Abbiamo già identificato una tendenza generalizzata a trovare nelle Dieci Parole una specie di legge naturale o universale, comprensibile e applicabile agli uomini e alle donne di buona volontà, in ogni luogo e in ogni tempo. Ed ecco che il carattere particolare di questa Parola centrale salta agli occhi. La settimana è essa stessa un fenomeno misterioso che, a differenza del giorno, dell’anno o anche del mese, non ha alcun fondamento cosmologico evidente. E il fatto che uno di questi giorni debba essere diverso da tutti gli altri non trova alcuna evidente giustificazione per la ragione umana.
Inoltre, più guardiamo da vicino questa Parola, più ne siamo sconcertati. Prima ci è data una prescrizione in senso positivo: ricordarci del settimo giorno della settimana oppure osservarlo. Quando domandiamo che cosa questo significa, ci è semplicemente detto di astenerci dal lavoro. Per la Bibbia, il lavoro rappresenta ciò che gli uomini fanno abitualmente, la ragione per la quale Dio li ha messi sulla terra (cfr. Gn 2,15). Dunque, tutto ciò che ci viene detto è di non comportarci nella nostra maniera abituale senza però dare nessuna indicazione positiva sul modo di trascorrere la giornata. E se domandiamo la ragione per la quale noi dobbiamo modificare il nostro comportamento nel giorno del sabato, riceviamo due spiegazioni radicalmente differenti. Del resto è proprio qui che troviamo la sola grande divergenza fra le due versioni delle Dieci Parole. Nel libro dell’Esodo, il sabato è giustificato per ciò che Dio ha fatto creando l’universo: «Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gn 2,2). Osservare il sabato è dunque seguire l’esempio di Dio stesso, si potrebbe anche dire essere come Dio o, per riprendere il linguaggio della Genesi, essere a sua immagine (cfr. Gn 1,27). Il libro del Deuteronomio, invece, mette il sabato in rapporto con l’azione liberatrice dalla schiavitù in Egitto. Sebbene il lavoro sia la condizione normale degli esseri umani, il peccato trasforma in schiavi e tramuta un’ opera di grande portata, poiché
co-creazione con Dio, in un gravame duro e alienante (cf. Gn 3,17 -19). Per mezzo di questa liberazione periodica dal lavoro, Israele si ricorda dunque che Dio l’ha tratto dalla schiavitù alla libertà. Almeno una volta per settimana, questa libertà viene ricordata e celebrata in maniera splicita.
In ogni modo, al di là di queste giustificazioni specifiche, la ragione essenziale per osservare il sabato è che si tratta di un giorno santo, cioè che appartiene a Dio. I giorni della settimana sono dati all’umanità perché ne possa gioire… ma non tutti i giorni. Dio mette il proprio segno anche sul tempo che scorre; egli conserva un giorno per sé, come suo bene personale.
Di fatto, la decisione divina ci dà la chiave per capire il significato del sabato. Questo «spazio vuoto» al cuore della nostra esistenza, assurdo o comunque enigmatico sul piano umano, è una traccia di Dio nel mondo quotidiano. È una mancanza o un vuoto rivelatore, esattamente come l’impronta del piede nella sabbia o come il sepolcro vuoto nel racconto della risurrezione di Cristo. Poiché il fatto di fermarci dalle nostre attività abituali in sé non ha giustificazione, siamo invitati a cercarla in un’ altra dimensione dell’ esistenza. Comprendiamo allora che la Sorgente della nostra vita non sta in quello che noi facciamo e neanche in ciò che noi siamo: c’è una Realtà che va oltre il nostro mondo e che a esso dà senso. L’osservanza del sabato diventa allora una maniera cosciente di mettere in pratica la prima parte delle Dieci Parole, di riconoscere questo Mistero unico che chiamiamo Dio e il cui richiamo assoluto rende possibile un’ esistenza pienamente umana.
La vita in una comunità monastica obbedisce alla stessa logica. A Taizé, tre volte al giorno, quando le campane iniziano a suonare, ciascuno ferma la propria attività, anche la più importante o la più urgente, e si dirige verso la chiesa per la preghiera comune. Non è per nulla sbagliato affermare che, più di quello che facciamo quando entriamo in chiesa, è il fatto di andarvi che conta. Fermandoci periodicamente, a ore in parte arbitrarie, noi esprimiamo il fatto che al centro della nostra vita c’è la ricerca di una relazione con Dio, ricerca che dà senso a tutto il resto. Possiamo andare ancora oltre in questa riflessione: al cuore della nostra preghiera a Taizé, c’è un momento di silenzio che dura alcuni minuti. Se il fatto di andare alla preghiera è come l’entrata in un santuario o in un luogo santo, questo momento di silenzio può essere paragonato al «santo dei santi». L’umanità ha una molteplicità di linguaggi per esprimere una relazione con questo Altro che chiamiamo Dio, ma si perde il filo conduttore se si dimentica che, in ultima analisi, la preghiera non èun’ attività umana. «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11): mettere questo in pratica periodicamente è il miglior modo di garantire 1′autenticità delle nostre parole, dei nostri canti e dei nostri gesti.
Se è sicuramente bene fermarsi ogni tanto, soprattutto in un mondo che diviene sempre più agitato e in balia di se stesso, bisogna però dire che non è esattamente la stessa cosa che fermarsi in obbedienza alla parola di Dio. Chi medita ogni giorno solo per calmarsi dalle preoccupazioni che lo ossessionano o per poter lavorare con maggiore efficacia, fa qualcosa di utile e di benefico, certo, ma in fin dei conti questo individuo vive ancora un’esistenza centrata intorno a se stesso. Solo il riferimento a una dimensione fuori da noi stessi, sia che questa dimensione abbia un nome preciso oppure no, ci permette di rompere il giogo di schiavitù che ci lega all’ opera delle nostre mani. Ancora una volta, la Bibbia ci dice che non possiamo liberarci con le nostre sole forze, non abbiamo in noi delle fondamenta sulle quali appoggiarci. La libertà ci viene sempre come un dono, nella misura in cui prestiamo attenzione a una chiamata che viene da altrove.
Ai nostri giorni, la verità indicata dalla Parola sul sabato, non è forse davvero molto attuale? Abitiamo un mondo dove l’efficacia è diventata la parola d’ordine, dove per la maggior parte dei nostri contemporanei la vita è talmente piena che essi hanno sempre meno tempo per riflettere su ciò che fanno. Potremmo essere tentati di riciclare le vecchie metafore sulle prove di resistenza o sui gironi infernali, se non fosse che molte delle cose che facciamo sono desiderabili – o almeno sembrano esserlo. Dove andremo in vacanza quest’ anno? Che film potremmo noleggiare per stasera? Anche lo svago e il divertimento hanno perso la loro gratuità, rientrando nella logica inglobante di una società dei consumi altamente razionalizzata. La vita contiene una moltitudine di possibilità allettanti; come trovare allora il tempo di fermarci, di acquistare il distacco necessario per fare una scelta, per scoprire se vogliamo veramente fare le cose che noi facciamo, se vogliamo veramente vivere la vita che conduciamo? Forse stiamo diventando sordi alla domanda essenziale: è questo il senso della vita? Senza rendercene conto, diventeremo schiavi di un mondo in fuga che noi stessi abbiamo fabbricato. E a questo punto siamo forse tentati di domandarci: tutto sommato, perché non vivere semplicemente in questo modo? In mancanza di meglio, non dovremmo accontentarci di questo mondo artefatto?
La risposta a questa domanda non si fa aspettare indefinitamente. Malgrado le nostre pretese, non siamo i creatori dell’universo e arriverà un giorno in cui ciò diventerà ovvio. Prima o poi la realtà reclamerà i suoi diritti, la nostra esistenza ripiegata su di sé crollerà e noi saremo obbligati a fermarci, che lo vogliamo o meno. Nel migliore dei casi potremo rimandare questo incontro con la realtà fino al giorno della nostra morte, ma in fin dei conti è proprio augurabile scoprire solo in quel momento di non aver veramente mai vissuto? Sembrerebbe preferibile ascoltare la chiamata a fermarci che ci è indirizzata qui e ora, nel bel mezzo della nostra vita indaffarata, e che pone il nostro universo umano in una prospettiva più ampia e più profonda. Fermatevi e sappiate che io sono Dio.
Guardiamo ora più da vicino le spiegazioni del sabato nelle due versioni delle Dieci Parole. Nel libro dell’Esodo, siamo invitati a osservare il sabato per seguire il comportamento di Dio stesso. Ma qual è esattamente questo comportamento? Oggi, in ogni caso, probabilmente nessuno si immaginerebbe che Dio ha potuto aver bisogno di riposare dopo lo sforzo della creazione. Già da molto tempo, i rabbini ebrei hanno fatto la distinzione fra il riposo di Dio dopo il lavoro della creazione e la sua attività costante e necessaria per sostenere l’universo (cfr. Gv 5,17). Quale senso potremmo allora trovare nel definire il riposo divino?
Il testo non intende forse suggerire che Dio ha messo nella struttura stessa della creazione, simboleggiata dalla settimana, un ritmo che indica un al di là? ,L’universo che esce dalle mani di Dio è basato sull’alternanza di lavoro e di svago, di dono e di ricettività, di attività e di passività. Nessuna creatura può funzionare senza respiro: viene il momento in cui occorre fermarsi. Noi possiamo sperimentare questa verità quando un incarico urgente ci obbliga a provare a infrangere questa «legge della natura». Forse bisognava studiare notte e giorno per un esame importante, o terminare un compito che era già in ritardo? O forse un tentativo di salvataggio a seguito di una catastrofe obbligherà i salvatori ad andare fino al limite delle loro forze. Che cosa succede? Malgrado i nostri sforzi non possiamo continuare l’azione al di là di un certo punto. In breve, crolliamo. Occorre allora ristorarsi, dormendo e mangiando. Questa constatazione apparentemente banale nasconde di fatto una importante verità: noi non siamo la Sorgente. Per poter dare, dobbiamo prima ricevere. Così, già nella costruzione dell’universo, Dio ha messo un richiamo alla nostra condizione di creature, un invito a fermarci periodicamente e ritornare alla Sorgente della vita. Il sabato rende esplicita questa struttura per i credenti; è come se Dio avesse messo la sua firma sul mondo che ha creato.
In questo senso, il Nuovo Testamento va ancora più lontano, svelando ciò che si nasconde sotto questo aspetto della creazione. Con la rivelazione di un Dio che è Trinità, scopriamo che il ritmo dono-ricettività è una dimensione costitutiva della divinità stessa. Dio non è solo la Sorgente assoluta («il Padre») ma allo stesso tempo il Figlio che «da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19), che dice: «io vivo per il Padre» (Gv 6,57). Il mistero di Dio comprende sia colui che manda sia colui che è mandato, colui che dona e colui che riceve, come anche una terza dimensione, l’atto di mandare o di donare.
A sua volta, la teologia del libro del Deuteronomio presenta un altro aspetto del sabato. È un giorno dato affinché i figli d’Israele si ricordino che, a causa dell’attività salvifica di Dio, essi non sono più schiavi ma hanno ricevuto il dono della libertà. Il Dio creatore continua la sua opera nel corso della storia, egli è anche il Redentore. Dunque, fermarsi per ricordarsi di Dio comporta una sicura ricaduta sulla comprensione che il popolo ha di se stesso. In questo caso occorre riprendere le parole delle due versioni del testo dove viene sottolineato che il riposo del sabato non è solo per i capi delle famiglie ma per tutti gli abitanti del paese, compresi anche gli stranieri e anche gli animali da soma. È dunque un giorno di fondamentale uguaglianza, nel quale tutto il mondo, dal re nel suo palazzo fino alla povera vedova nel suo tugurio, beneficiano della stessa liberazione. Giorno del Signore, il sabato è ugualmente, in conseguenza di ciò, un giorno in cui la nazione diventa quello che è chiamata ad essere veramente – un popolo creato da Dio per vivere nell’uguaglianza, nella giustizia, nella solidarietà.
Questa seconda dimensione del sabato è altrettanto importante della prima, ne è la conseguenza diretta. Il sabato è donato come richiamo di ciò che la «terra promessa» avrebbe dovuto essere ma che non è mai completamente stata, offre un’immagine fuggitiva di una società di uguaglianza e di giustizia. Quando la nazione ferma le sue attività per ricordare la presenza e l’identità di Dio, per questo stesso atto riscopre la propria identità e si definisce implicitamente come popolo sacèrdotale, chiamato ad essere segno della presenza divina nel cuore del mondo. La coscienza di questa vocazione non è stata mai completamente assente in Israele, ma allo stesso tempo è vero che, fin dall’inizio della sua esistenza nella terra promessa, il popolo rischiava costantemente di dimenticarsi l’Alleanza divina che faceva di lui un «popolo che dimora solo» (Nm 23,9); esso tendeva a comportarsi in un modo simile a tutte le altre nazioni. Il sabato serve allora, ugualmente, a ricordare al popolo la sua identità unica in quanto popolo di Dio.
Questo aspetto del sabato diventa più chiaro quando esaminiamo il concetto del sabato non in quanto giorno bensì in quanto anno. Ogni sette anni, infatti, Israele era chiamato a rimettere i debiti e liberare gli schiavi, perché «non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). L’anno sabbatico, e ancor più l’anno giubilare, il sabato dei sabati che viene dopo quarantanove anni, doveva essere celebrato come il tempo in cui «proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti» (Lv 25,10), un tempo di riposo e di festa, un ritorno alle sorgenti che serviva anche come anticipazione, pur nel mezzo del mondo presente, del Regno di Dio a venire.
Ricordandoci questa trama di fondo, possiamo meglio capire l’attitudine di Gesù verso il sabato. Al tempo di Gesù, il sabato era un’istituzione importante in Israele e le discussioni sul modo appropriato di osservarlo erano all’ordine del giorno. Non è dunque sorprendente che queste discussioni abbiano lasciato la loro traccia nei vangeli. Tuttavia, non è sempre facile capire l’insegnamento di Gesù nei confronti del sabato, anche perché i suoi stessi discepoli non avevano senza dubbio sempre colto ciò che egli voleva dire a questo riguardo. Le cose si complicarono quando, negli anni successivi alla sua morte, non cessava di crescere il numero di fedeli di origine pagana e che dunque non erano in grado di cogliere l’importanza di questa istituzione di matrice ebraica. Era facile allora interpretare certe frasi di Gesù a riguardo del sabato come una maniera di rigettarlo sommariamente, come se fosse semplicemente un rituale senza significato che distoglieva la gente dalle cose essenziali. Benché questo genere di interpretazione sia ancora presente presso certi cristiani (non pochi fra loro interpretano un brano come quello di Mc 2,27, «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato», come un rifiuto assai disinvolto del suo contenuto normativo), una riflessione più approfondita dovrebbe convincerci che ciò non è esatto. Per quanto fosse qualcosa di più, Gesù era anche un ebreo credente. Ora, nessun ebreo del primo secolo della nostra era avrebbe rinnegato l’origine divina e l’importanza del sabato. Il semplice fatto che il sabato sia menzionato nel racconto della creazione così come nelle Dieci Parole, è sufficiente per garantirne l’importanza per il giudaismo. In una parola, è praticamente impossibile sostenere che Gesù avrebbe potuto rifiutare questa istituzione chiave della fede dei suoi antenati.
Ci muoviamo su di un terreno molto più solido nel renderci conto che la domanda centrale di queste controversie non riguarda l’importanza del sabato in quanto tale, bensì ciò che esso significa e come osservarlo. E dietro a queste domande se ne profila un’ altra altrettanto importante: «Chi è questo Dio di cui celebriamo il Giorno?». Qui non sarebbe affatto sorprendente incontrare serie divergenze fra la visione di Gesù e quella di alcuni dei suoi contemporanei.

Guardiamo più da vicino una di queste controversie per meglio comprenderne il significato:

Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. Ed ecco, c’era un uomo che aveva una mano inaridita, ed essi chiesero a Gesù: «È permesso curare di sabato?». Dicevano ciò per accusarlo. Ed egli disse loro: «Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l’afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato». E rivolto all’uomo, gli disse: «Stendi la mano». Egli la stese, e quella ritornò sana come l’altra. I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo (Mt 12,9-14).
A prima vista sembra di assistere a una caratteristica discussione fra ebrei dell’epoca circa il tipo di attività che è permesso fare il giorno di sabato. Facendo maggiore attenzione, diventa però chiaro che si tratta, in realtà, di altri problemi. Ci viene intanto detto che gli avversari di Gesù pongono la domanda per accusarlo. Le loro intenzioni non sono dunque molto trasparenti. Sotto l’apparenza di un dialogo per scoprire la verità, vogliono, di fatto, distruggere il loro «nemico» con tutti i modi possibili. Alla fine del brano, questo progetto nascosto diventa chiaro: «usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo».
Gesù da parte sua vede semplicemente un uomo infermo, un essere che non possiede la pienezza della vita. La sua principale preoccupazione è quella di ripristinare questa vita, anche se ciò lo mette in conflitto con coloro che hanno altre priorità e alla fine lo conduce alla rovina.
Il brano pone allora implicitamente una domanda: «Di fatto, chi osserva il sabato, Gesù o i suoi avversari?». Questo quesito trova una risposta su due piani distinti. Visti dal di fuori, gli avversari di Gesù danno l’impressione di essere motivati dallo zelo per la Legge divina, mentre Gesù sembra interessarsi solo all’uomo disabile. Ma a un livello più profondo, più nascosto, il livello del «cuore», gli accusatori di Gesù sono pieni di odio, di gelosia e d’inganno, mentre Gesù agisce per amore e per una particolare preoccupazione per i più sfortunati. Chi sta osservando il sabato, allora? Tutto dipende dalla cognizione di Dio che abbiamo. Se Dio è soprattutto un legislatore sociale i quali ordini, per arbitrari che possano essere, devono essere eseguiti il più accuratamente possibile, al di là delle possibili motivazioni profonde, allora gli avversari di Gesù hanno ragione. Se Dio invece è la Sorgente della vita che vuole comunicare alle creature questa vita in pienezza, allora osserviamo correttamente il sabato divino quando i nostri cuori sono aperti a questa vita che viene da Dio cercando di trasmetterla agli altri. «È permesso fare [leggiamo: Dio vuole che si faccia] una azione buona nel giorno del sabato».
Il brano spiega questo anche in un modo più fine. L’uomo guarito da Gesù non ha un’infermità qualsiasi: egli ha una mano inaridita. San Luca, nel suo vangelo, precisa che si tratta della mano destra (Lc 6,6). La mano – e per la maggior parte di noi la mano destra – è una parte del corpo utilizzata per il lavoro. Dunque quest’uomo è incapace di lavorare non solo nel giorno di sabato ma anche durante tutta la settimana. Se l’osservanza del sabato si riduce semplicemente al divieto di lavorare, possiamo allora dire con un pizzico d’ironia che questo disabile è particolarmente fortunato! Non c’è pericolo che lui commetta un peccato. Il brano mostra fino a dove può condurre la logica degli avversari di Gesù. Egli rivela l’assurdità di una visione dell’ esistenza umana in cui si potrebbe affermare: «Per Dio è meglio essere paralizzati e incapaci di lavorare che essere sani e rischiare di profanare il sabato». Ciò presenta un contrasto sorprendente con la logica di Gesù che coniuga Dio, la vita e l’amore, innanzitutto in questo giorno che appartiene al Signore in modo speciale. Dunque, lungi dal ridurre l’importanza del sabato, Gesù ne rivela il vero significato.
È invece più difficile da cogliere quanto Gesù vuole far risaltare nel brano precedente a quello sopra citato (Mt 12,1-8), dove si discute ancora del sabato. Camminando attraverso i campi di grano un giorno di sabato, i discepoli raccolgono alcune spighe perché hanno fame. Quando alcuni farisei li accusano d’aver profanato il sabato, Gesù risponde facendo due paragoni, uno tratto dalla vita del re Davide e l’altro dalle pratiche dei sacerdoti del tempio; in entrambi i casi le prescrizioni vengono lasciate da parte a favore di una realtà più importante. È come se Gesù volesse dire che qui c’è qualcosa di più importante del più grande re d’Israele e anche del tempio, questo luogo dove le persone entrano in contatto con Dio (cfr. v. 6). Tuttavia, non riusciamo a comprendere il vero significato delle sue parole se pensiamo che Gesù si riferisca a una scala di valori umani. Ciò che vi è di «più importante», è quello che Gesù e i suoi discepoli stanno facendo proprio in questo momento: proclamare che Dio, adesso, ha iniziato il compimento di tutte le promesse venendo nel mondo in una maniera nuova per trasformarlo radicalmente. Sorpassando tutto quanto è successo nel passato, ecco la buona notizia che qualcosa di unico sta per avvenire: «il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Il sabato è stato donato da Dio come un segno di questo Regno, anticipazione di un mondo dove gli esseri sono riconciliati con Dio e, di conseguenza, gli uni con gli altri. Gesù porta questa riconciliazione qui e ora e, dunque, la sua attività, lungi dal profanare il sabato, giustifica pienamente la sua ragione d’essere.
Il comportamento di Gesù al riguardo del sabato serve da giustificazione al fatto che, a poco a poco, i cristiani hanno spostato l’accento dal settimo giorno della settimana all’ «ottavo giorno», cioè al primo giorno di una nuova settimana, il giorno della risurrezione. Questo sviluppo ha senza dubbio preso un grande slancio quando i discepoli di Gesù hanno smesso di essere soprattutto un gruppo all’interno del giudaismo e hanno formato delle comunità nelle quali genti di diverse origini condividevano una fede comune. Non ci si attendeva che i cristiani di estrazione non ebraica comprendessero od osservassero il sabato. Ma al di là di questa evoluzione sociologica, una verità più profonda è qui all’ opera. Se è soprattutto nella sua morte e risurrezione che Gesù rivela e realizza il significato più profondo del sabato, è logico che coloro che si dichiarano fedeli a lui celebrino questo Giorno del Signore nel giorno della risurrezione. Abbiamo visto che il sabato, lungi dal chiudere la settimana su se stessa, la tiene aperta; esso indica un tempo al di là dell’età presente dove Dio e l’umanità vivranno in un’ armonia perfetta. Ora, per i cristiani, questo mondo è già avvenuto in Cristo, e specificamente nella sua risurrezione. Se noi ne comprendiamo il senso profondo, non vi è alcuna contraddizione fra il settimo e l’ottavo oppure il primo giorno della settimana. Quest’ultimo dà un contenuto concreto a ciò che il sabato aveva espresso come una speranza.
«Lungi dal sostituirsi al sabato, la domenica ne è dunque la completa realizzazione e, in un certo senso, l’estensione e la piena espressione, in riferimento al cammino della storia della salvezza, che ha il suo apice nel Cristo» (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dies Domini, 31 maggio 1998,59). Il fatto che, malgrado .queste linee del papa, molti cristiani, nel corso dei secoli, hanno supposto che per loro la domenica aveva semplicemente sostituito il sabato, sembra essere dovuto agli sforzi fatti per distinguere il cristianesimo dall’ ebraismo, con ciò volendo evidentemente accentuare la superiorità del primo. Ai nostri giorni, c’è una coscienza sempre più diffusa che una «teologia della sostituzione» non concettualizzi adeguatamente la relazione fra ebraismo e cristianesimo. Questa constatazione dovrebbe logicamente condurre a riprendere il quesito circa la relazione fra il sabato e la domenica. Non si dovrebbero vedere come «due giorni fratelli» e meditare di più sul mistero del sabato santo nell’ economia cristiana (Dies Domini, 23 e nota 23 )?
Una via promettente sarebbe forse di sostituire una concentrazione esclusiva sulla domenica con la celebrazione di un «triduo pasquale settimanale» che potrebbe cominciare il venerdì con il ricordo di Gesù che dona la sua vita per noi sulla croce, proseguendo poi con il sabato come giorno del silenzio di Dio, una pienezza vissuta nella fede e nella speranza ma non ancora posseduta in modo definitivo (sarebbe, di conseguenza, anche un giorno di solidarietà sia con il popolo ebraico, la cui vocazione è, fra l’altro, di mantenere aperta la dimensione dell’attesa sia, su un altro piano, col mondo dei non credenti), e che si concluderebbe la domenica con la celebrazione manifesta della vittoria di Cristo sulle potenze della morte, all’inizio di una nuova settimana. A Taizé, celebriamo da molto tempo una simile «Pasqua settimanale», con la preghiera intorno alla croce il venerdì, in comunione con tutti coloro che soffrono nel mondo e una vigilia pasquale della luce di Cristo il sabato sera che sfocia la domenica mattina nella celebrazione festiva dell’ eucaristia.

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