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LA SETTIMANA SANTA È SEGUIRE UNA PERSONA (2011)

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DOMENICA 17 APRILE 2011

LA SETTIMANA SANTA È SEGUIRE UNA PERSONA (2011)

Un testo di Mons. Nicola Bux per comprendere meglio la Settimana Santa:

La liturgia della Settimana Santa, e nello stesso tempo la vita cristiana, vuol dire seguire Cristo nel suo culmine, l’offerta di sé al padre Onnipotente per salvare l’umanità dal peccato. Seguire i riti della Settimana Santa vuol dire seguire le orme di Cristo. Non si possono seguire i riti e nello stesso tempo non vivere quello che Cristo stesso è, cioè seguire la sua persona.
La Settimana santa, che è chiamata così perché è il cuore di tutto l’anno, vuol dire che Gesù non è un’idea ma è una persona da seguire. E il fatto che noi scorriamo attraverso la liturgia i momenti drammatici, conclusivi della vicenda terrena di Gesù, vuol dire che per ottenere da Cristo la vita bisogna seguirne le orme ed essere così guariti, come dice san Pietro: “Egli ci ha dato l’esempio perché ne seguiamo le orme”. Non è soltanto un messaggio o uno sguardo esteriore ma significa guardare Cristo e unirsi a lui nella medesima offerta totale nel sacrificio di sé.
Questo comincia già con la Domenica di Passione, chiamata comunemente delle Palme, ma che è domenica di Passione perché è il primo termine del binomio, il secondo è la domenica pasquale. La domenica di Passione sta alla domenica di Pasqua come la morte di Cristo sta alla sua Glorificazione. Sin dall’antichità il racconto della Passione ha impressionato profondamente la comunità cristiana e viene considerato un unicum che non si può frazionare. Viene proposto già alla domenica perché la domenica della Passione è la domenica che introduce Cristo non solo in Gerusalemme, ma anche nel Sacrificio. Nella liturgia bizantina l’ingresso in Gerusalemme viene evocato al momento dell’offertorio, quando si portano i doni del pane e del vino per l’eucarestia; si fa una processione che nel simbolismo orientale sta ad indicare l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, perché Cristo è entrato a Gerusalemme per dare compimento al suo sacrificio.
E’ anche il senso del trionfo delle palme, perché la palma vuol dire vittoria: la vittoria è quella del martirio, i martiri vengono rappresentati in genere con la palma. Cristo è il martire per eccellenza, entra nel santuario per dare testimonianza dell’offerta totale di sé, è l’immolazione sacrificale per i peccati del mondo.
Giustamente quindi la Chiesa ha trattenuto nella domenica – e non solo il venerdì – che precede la Resurrezione la meditazione sulla Passione di Cristo, che così è davanti allo sguardo di tutta la Chiesa. La Passione del Signore, dice la preghiera di colletta della scorsa domenica, deve portare a vivere e agire secondo la carità che spinse il figlio di Dio a dare la vita per noi. Quindi guardare a Cristo significa proprio questo: vivere e agire in quella carità che lo spinse a dare la vita per noi. Per fare questo c’è bisogno del suo aiuto, della sua grazia. Anche la colletta delle Palme ha un significato simile: si prega il Signore onnipotente che avendoci dato come modello Cristo nostro salvatore che si è fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, noi possiamo sempre aver presente l’insegnamento della sua Passione per partecipare alla gloria della Resurrezione. Qui si dimostra la natura esemplare della Passione di Cristo, ma non solo. Non è solo un esempio da seguire ma anche una grazia da ricevere, perché attraverso la sua Passione, la sua efficacia, noi siamo fatti partecipi della gloria, della Resurrezione.
Ancora una volta, come dice il Papa nel libro “Gesù di Nazaret”, si rivela che l’onnipotenza di Dio, il suo essere vicino al mondo, il suo salvare il mondo, non passa attraverso i criteri mondani o la potenza o la forza del mondo, ma attraverso quella debolezza, quella discrezione, quella vicinanza che è propria di un essere che è libero e ci ha creati liberi, che vuole vincere convincendoci con il suo amore.
Questo è il senso della apertura della Domenica delle Palme e della Settimana Santa, che possiamo descrivere come una grande sinfonia, usando un linguaggio musicale. Si passa dalla gioia dell’ingresso in Gerusalemme alla tristezza della Passione per poi tornare, dopo la gioia della mistica cena, all’angoscia del Getsemani, poi ancora al dramma che sfiora quasi la tragedia del Venerdì Santo, la morte di Cristo che sarebbe una tragedia se Cristo non fosse resuscitato; e quindi poi alla speranza, l’attesa del sabato e alla gioia prorompente, ma tutta profonda e interiore, della Domenica di Resurrezione.
Il triduo pasquale richiama i tre giorni promessi da Cristo, in cui avrebbe sofferto, sarebbe stato crocifisso, sepolto, però al terzo giorno sarebbe resuscitato. Il triduo, il terzo giorno visto come il giorno creato dal Signore, terzo giorno che coincide con l’ottavo della Creazione: il primo giorno dopo il sabato, ovvero dopo i sette giorni della Creazione, l’ottavo è la nuova Creazione.
All’interno di questo grande affresco si colloca il triduo pasquale che ha un anticipo il Giovedì santo, perché il triduo pasquale strettamente inteso è venerdì, sabato e domenica. Però nella liturgia latina c’è un inizio il giovedì sera con la commemorazione della Cena del Signore, per cui i tre giorni vanno dal vespro del giovedì fino al vespro della domenica. E’ l’unico momento dell’anno in cui si celebra una messa per commemorare la Cena del Signore, perché – contrariamnete a quanto molti credono – la messa non commemora l’ultima cena. La messa è la ripresentazione del sacrificio di Cristo sulla croce e quindi la cena di Cristo, l’ultima cena, in realtà non è più celebrata perché i gesti che Gesù ha compiuto in quella cena sono stati trasfigurati nell’offerta del suo corpo e del suo sangue sulla Croce.
Una nota va dedicata alla lavanda dei piedi, che si ricorda nella messa del Giovedì santo. Solo Giovanni parla della lavanda dei piedi, con cui vuole sottolineare che quanto Cristo ha fatto e ha detto, cioè l’eucarestia ovvero l’offerta di sé, ha un simbolo nel gesto della purificazione compiuta. E’ un servizio che egli fa perché vuole indicare che l’eucarestia è un culto che implica un servizio, l’eucarestia deve essere obbedita, non può essere creata, inventata, manipolata. Bisogna obbedire. Siamo in un’epoca di grande anarchia liturgica, invece proprio la lavanda dei piedi è un atto sacro che è tranquillamente speculare a quello della consacrazione del pane e del vino. Gesù ha voluto dire: guardate che dovete lasciarvi lavare i piedi da me, dovete lasciarvi fare da me, non dovete mettere voi davanti a me. Lo ha detto chiaramente quando Pietro gli disse che giammai si sarebbe fatto lavare i piedi, e sappiamo come Gesù gli ha risposto. Aldilà di riduzionismi di natura caritatevole o sociologica, la lavanda dei piedi ha un profondo significato sacramentale, richiama che il sacramento dell’eucarestia è il sacramento dell’obbedienza dell’uomo a Dio perché Cristo ha obbedito al padre facendosi – come lui dice – battezzare con un battesimo di sangue. Battesimo che a nessuno è dato di poter ricevere se non lo vuole, se non lo decide lui, il Signore. E quindi ogni sacramento non è un bene disponibile, nemmeno da parte della Chiesa. La Chiesa non dispone dei sacramenti, li amministra. Tantomeno un prete o un laico può immaginare di manipolare i sacramenti. Egli deve servirli – servire la messa, si diceva una volta – deve servirli come Cristo ha servito i discepoli.
Poi il Venerdì santo è dedicato tutta alla Passione di Cristo, non c’è nemmeno la messa. Già la messa del Giovedì santo si celebra solo in Occidente, ma si è introdotta come un momento commemorativo, mentre la vera grande messa è quella della veglia pasquale, l’unica messa che ricorda tutto il mistero pasquale: dall’eucarestia alla morte sulla croce, alla sepoltura, alla Resurrezione. Il Venerdì santo non c’è messa ma è tutto dedicato alla commemorazione liturgica attraverso le preghiere, il centro è l’adorazione della Croce dopo aver meditato sulla Passione secondo San Giovanni.
Il Sabato santo è un giorno senza alcuna liturgia perché dedicato alla meditazione e all’attesa. Meditazione su Cristo sepolto e attesa della sua Resurrezione. E’ il giorno del silenzio dove Dio parola tace. Ma parla attraverso il figlio che è sceso fino nel profondo della terra per mostrare la sua condivisione con la condizione umana. Morto e sepolto. Ed è proprio colui che parola eterna si è incarnato, venuto nella nostra carne, sceso in terra, che è sceso anche sotto terra, “agli inferi” come dice il Credo apostolico. Cioè è sceso laddove secondo la tradizione ebraica c’erano le ombre dei morti, coloro che l’avevano preceduto ma non erano entrati in Paradiso perché il Paradiso era serrato dopo la cacciata di Adamo. Cristo, morendo, ha riaperto il Paradiso ed è sceso agli inferi: ha preso per mano i progenitori Adamo ed Eva, e poi tutti i patriarchi e tutti i giusti che, pur essendo stati giusti, non avevano potuto entrare nel Paradiso perché chiuso, Paradiso che invece la morte di Cristo ha riaperto.
Cristo scende fino agli inferi, un mistero poco conosciuto anche perché non ha una sua rappresentazione liturgica; ce l’ha iconografica ma non liturgica. Il Sabato santo è la discesa dell’anima di Cristo fino agli inferi, mentre il corpo rimane sepolto in attesa del ricongiungimento anima, corpo e spirito per risorgere. Questo viene celebrato nella notte di Pasqua quando tanta gente (celebrare vuol dire numerosi) accorre per ricordare, per vivere l’avvenimento che certamente è avvenuto nella storia, come ricorda Benedetto XVI, ma che ha superato la storia. La resurrezione di Cristo è un avvenimento storico ma nello stesso tempo ha superato la storia, ha inaugurato una nuova storia, la storia di Dio aperta al compimento futuro. E quindi viene celebrata la veglia attraverso alcuni elementi fondamentali anche per la stessa natura: il fuoco, la luce, l’acqua, il vino, il pane, l’olio: tutti i sacramenti entrano in gioco la notte di Pasqua per indicare che Cristo ha fatto nuove tutte le cose. Attraverso il rinnovamento delle cose, anche quelle materiali, fa passare la potenza della sua resurrezione.
Dall’efficacia della Croce alla potenza della Resurrezione nella notte della domenica. Efficacia e potenza, sono due termini piuttosto dimenticati oggi perché nella pastorale e nella catechesi ormai Cristo è ridotto a un’idea, a un progetto, addirittura a un sogno, come si può leggere in tanti titoli, anche ecclesiastici. Ma Cristo non è un progetto e neanche un sogno, Cristo è una persona, un fatto presente con il quale noi siamo chiamati a vivere.
Non solo a condividere un’idea o seguire un esempio, ma vivere per ricevere una vita, che noi chiamiamo con una parola tradizionale: Grazia, cioè una vita donata gratis. A motivo dell’offerta sacrificale Cristo ha reso efficace ogni offerta, ogni pur minima azione umana, e quindi da questa efficacia si passa alla potenza della Resurrezione perché se Cristo non fosse risorto la nostra fede non esisterebbe, come ricorda l’apostolo Paolo.
Quindi il prorompere del fuoco all’inizio della veglia indica proprio questa potenza divina che dalla Creazione passa attraverso la liberazione di Israele dall’Egitto, giunge fino alla Resurrezione e alla Pentecoste, il fuoco dello Spirito Santo. E poi naturalmente tutto è meditato con quella trilogia di lettura-salmo-preghiera che caratterizza la liturgia della Parola, la lunga liturgia della Parola della notte pasquale. Si passa quindi all’acqua – terza parte della veglia – che distrugge il peccato e regala una vita che salva, che rigenera. E dalla rigenerazione del Battesimo si passa al quarto momento della veglia che è l’Eucarestia, il Signore risorto che con le sue cicatrici si mostra spezzando il pane e consacrando il vino. E quindi tutti sono riconciliati e tutti sono veramente gioiosi, quella gioia che l’exultet, questo celebre inno che apre la veglia pasquale, fa risalire al cielo, agli angeli e a tutte le schiere degli angeli per la Resurrezione che viene partecipata anche ai mortali. In un certo senso in questa unione di angeli e uomini si riprende anche il tema della notte di Natale, il Gloria in excelsis deo.
Ecco così che si arriva alla domenica di Pasqua che vede le donne di primo mattino andare al sepolcro, trovarlo vuoto, non poter compiere, pur premurose, quell’atto di compassione che non avevano potuto fare per l’imminenza della festa il venerdì al tramonto. Ma quella premura questa volta è stata preceduta da un’altra premura sorprendente, quella del Padre onnipotente che ha visto il sacrificio del Figlio e gli ha restituita una vita più bella e più grande, come dice Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis: la Resurrezione non è il ritorno alla vita precedente, ma è una vita più grande, una vita che nasce dall’amore. Così la ragione eterna, il logos eterno coincide con l’amore indistruttibile, perché Dio è il logos, è il vero, è parola, è ragione, perché Dio è essenzialmente amore.
E così si chiude con il vespro di Pasqua il triduo, che poi ovviamente riecheggia per ben otto giorni nell’ottava di Pasqua e poi per 50 giorni fino alla Pentecoste, come se fosse – dice Sant’Agostino – una sola grande domenica.

Publié dans:SETTIMANA SANTA |on 26 mars, 2018 |Pas de commentaires »

OMELIA PER PASQUA: « DIO LO HA RISUSCITATO IL TERZO GIORNO »

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5 APRILE 2015 | 1A DOMENICA: S. PASQUA  B | APPUNTI PER LA LECTIO

« DIO LO HA RISUSCITATO IL TERZO GIORNO »

È cosi vasta e profonda la significazione della Pasqua, « festa delle feste », che ci troviamo in difficoltà a cogliere dalla Liturgia qualcuno dei numerosi aspetti che essa ci presenta nell’immenso fascio di luce che fa brillare davanti ai nostri occhi, attoniti e come allucinati da tanto splendore. Saremmo, ad esempio, tentati, prendendo lo spunto dall’accensione del cero e dalla solenne proclamazione dell’annuncio pasquale nella veglia notturna, di svolgere una serie di riflessioni proprio sulla Pasqua come « sacramento » di luce: « Esulti il coro degli Angeli… gioisca la terra inondata da così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo. Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore… » (« Preconio » pasquale).
Pensiamo però che sia più opportuno lasciarsi ispirare dalle letture bibliche della Messa del giorno « in resurrectione Domini », tentando di cogliere il messaggio di insieme, che a me sembra condensato prima di tutto nell’affermazione che « veramente » Cristo è risorto dai morti, e in secondo luogo che la sua risurrezione « mette a prova » la nostra fede e « dà senso » alla nostra vita.

« Essi lo uccisero appendendolo ad una croce, ma Dio lo ha risuscitato »
La prima lettura (At 10,34.37-43) ci riporta quasi per intero il discorso di Pietro nella casa del centurione Cornelio, prima di introdurlo nella Chiesa.
È un breve riassunto dell’attività pubblica di Gesù, « dal battesimo di Giovanni » fino alla sua morte di croce e alla sua risurrezione: « E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti… » (vv. 39-42).
Non sarà difficile notare come san Pietro insista sull’esperienza « testimoniale » che lui e gli altri apostoli hanno avuto di Gesù prima che fosse ucciso, sia in Galilea che in Giudea, quando venne ucciso e, infine, quando Dio « lo risuscitò il terzo giorno e volle che apparisse » a dei « testimoni » da lui stesso prescelti. Il fatto di aver « mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti » dice una sicurezza « irrefragabile » che gli apostoli hanno degli eventi di Pasqua, per cui il credere alla loro « testimonianza » non è un rischio, ma piuttosto il più elementare gesto di « lealtà » e di obbedienza verso Dio che in Cristo, risorto dai morti, ha manifestato la sua potenza e la sua fedeltà agli uomini.
Infatti, se Cristo è risorto dai morti, vuol dire che la sua umanità è nella « gloria » del Padre e che perciò tutti noi, che egli rappresenta e impersona nella sua carne, « abbiamo nello Spirito libero accesso presso di lui » (Ef 2,18). Nel Cristo risorto Dio non può più respingere da sé gli uomini! Basta perciò accettare questo fatto, per fede, come un gesto di amore e di fedeltà di Dio per avere salvezza. È la conclusione del discorso di Pietro: « Tutti i profeti gli rendono testimonianza: chiunque crede in lui, ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome » (v. 43).

« Hanno portato via il Signore dal sepolcro! »
Più interessante ancora, sulla linea delle considerazioni già esposte, è il brano di Vangelo di san Giovanni (20,1-9) che ci riporta due episodi caratteristici, intimamente collegati fra di loro e tendenti sicuramente a testimoniare la « realtà » della risurrezione del Signore.
Il primo episodio ha per protagonista Maria di Magdala che, di buon’ora, « quando era ancora buio », va al sepolcro e « vede » che la « pietra era stata ribaltata » (v. 1). La prima spiegazione, che essa istintivamente è portata a dare, è che qualcuno abbia rubato di notte il corpo del Signore! Infatti, è quanto essa va subito a riferire a Pietro e a Giovanni: « Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto! » (v. 2).

« Correvano insieme tutti e due »
È a questo punto che scatta la gara fra i due per arrivare prima al sepolcro: « Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro… » (vv. 4-8).
Il brano praticamente si sviluppa nella tensione fra il « vedere » la pietra ribaltata, da parte di Maria di Magdala, con la legittima deduzione che il corpo del Signore sarebbe stato trafugato da qualche violatore di tombe, e il « vedere » ultimo di Giovanni il quale, al contrario, « credette »: « Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette » (v. 8). Prima di lui, però, era entrato nella cella funeraria anche Pietro, il quale pure aveva visto « le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte » (vv. 6-7), senza peraltro credere.

« Entrò anche l’altro discepolo, e vide e credette »
C’è dunque un « vedere » che non produce la fede e un « vedere » che, al contrario, la fa nascere: che Cristo sia risorto dai morti non si può dedurre né dalla tomba vuota, che poteva essere anche effetto di un furto, come di fatto aveva sul principio, e anche dopo (cf 20,15), pensato Maria di Magdala, né dall’ordine in cui vengono trovati i vari oggetti che avevano servito ad avvolgere lì per lì il corpo del Signore, come era accaduto per Pietro. Tutto questo, che l’evangelista intende indubbiamente mettere in evidenza, ha certo il suo peso, ma non è determinante per la fede: altrimenti, questa sarebbe come il risultato di un sillogismo, o di una equazione matematica, o di una dimostrazione scientifica!
Per l’evangelista il credere « dell’altro discepolo, quello che Gesù amava » (v. 2), è frutto di un particolare « vedere », che non è il « vedere » materiale di Maria di Magdala (blépein: v. 1), né quello di Pietro (theoréin: v. 6). È il « vedere (horàn) che va al di là della materialità e della « fisicità » del fatto, per coglierne la dimensione interiore e la « significatività » della cosa o della persona non solo in sé e per sé, ma anche nei riguardi di chi la osserva.
A questo punto è evidente che un tale « vedere » implica come una sintonia, una « disponibilità » a farsi commuovere, trasformare e come soggiogare dalla realtà che penetriamo: è un « vedere » congiunto all’amore, alla simpatia, alla gioia della scoperta, all’apertura alle esigenze dell’altro, alla tendenza a « riconoscersi » nell’evento o nelle persone che ci stanno davanti. Non è perciò un caso che qui « l’altro discepolo », che « vide e credette », sia stato introdotto proprio con la formula caratteristica « quello che Gesù amava » (v. 2), che è la formula con cui Giovanni nel quarto Vangelo presenta, in forma anonima e simbolica nello stesso tempo, se stesso.
È l’amore che ha permesso a Giovanni di « vedere » più a fondo e di « credere » che Gesù era risorto dai morti, senza averlo ancora visto: le « cristofanie » agli apostoli verranno descritte più tardi (20,19-29). In forza di questo amore egli solo ha compreso tutto il senso racchiuso nel sepolcro vuoto e nei panni piegati. Perciò qualcuno ha parlato, proprio in questo contesto, di « chiaroveggenza dell’amore ».

« Non avevano ancora compreso la Scrittura »
Pur lodando la fede, illuminata dall’amore, di Giovanni, a cui dovette seguire anche la « fede » di Pietro, l’evangelista tuttavia sembra voler rimproverare a loro qualcosa. Ecco, infatti, come conclude il suo racconto: « Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti » (v. 9). La « fede » vera è quella che si affida totalmente alla parola di Dio, nel caso concreto la « Scrittura », non quella che cerca qualche appiglio, o qualche indizio di credibilità: come qui il sepolcro vuoto, o i pannolini tutti piegati in ordine.
L’espressione « non comprendere » (letteralmente « non sapere ») è frequente in san Giovanni: a Cana, ad esempio, il capotavola « non sapeva » la provenienza del vino (2,9); la samaritana « non sapeva » il dono di Dio e chi le chiedeva da bere (4,10); nell’ultima cena i discepoli dichiarano di « non sapere » dove Gesù stia per andare (14,13), ecc.
« Tutti questi passi ci fanno comprendere la profondità dell’incomprensione, dovuta alla « novità » del mistero di Dio, di fronte alla quale l’uomo carnale è perennemente impreparato. Questa sottolineatura dell’incomprensione, e quindi della difficoltà di credere (aspetti che vedremo anche nell’episodio di Maria Maddalena e poi di Tommaso), non intendono solo mettere in luce l’impotenza dell’uomo (e quindi la necessità di una luce dall’alto), e neppure semplicemente descrivere la vera natura della fede, ma anche sottolineare il mistero della risurrezione, la sua novità inattesa e sorprendente ».
E la « novità » non riguarda solo Gesù, ma direi, quasi soprattutto, noi e i nostri rapporti con lui. Se Cristo è « davvero » risorto e vive ormai nella gloria del Padre, vuol dire che la nostra « comunione » con lui continua, molto di più che quando egli era in mezzo a noi nella terra di Palestina, limitato e condizionato nello spazio e nel tempo: mediante la fede ormai ogni uomo ha la possibilità di comunicare con Cristo.

« Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù »
Ma soprattutto ha la possibilità di « convivere » con lui, perché egli si dona agli uomini nella totalità delle sue esperienze e delle sue condizioni di vita: come si è dato a noi nel mistero della sua morte, così si dona nel mistero della sua risurrezione. È quanto Paolo scriveva ai Romani: « Dio, …che ha dato per tutti noi il suo Figlio (alla morte), come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8,32). Perciò la risurrezione di Cristo implica, fin da questo momento, la nostra risurrezione!
È quanto san Paolo ricordava ancora ai cristiani di Roma, quando scriveva loro che tutto ciò si verifica nel nostro battesimo: « Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova » (Rm 6,4).
Perciò nella veglia di Pasqua ha un posto tutto particolare la Liturgia battesimale, con la benedizione dell’acqua: « Infondi in quest’acqua, per opera dello Spirito Santo, la grazia del tuo unico Figlio, perché con il sacramento del battesimo l’uomo, fatto a tua immagine, sia lavato dalla macchia del peccato, e dall’acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura ».
E appunto perché « nuova creatura », che deve « camminare in una vita nuova », è necessario che il cristiano respiri e sia come immerso in un clima di risurrezione, con il desiderio teso là dove è il Cristo risorto: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra » (Col 3,1-2). È ancora un ammonimento di Paolo, che più di tutti ha esplorato il mistero e il « significato » della risurrezione di Cristo.

Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

RATZINGER E IL MISTERO DEL SABATO SANTO

http://www.ratzinger.it/joseph-ratzinger-e-il-mistero-del-sabato-santo/

RATZINGER E IL MISTERO DEL SABATO SANTO

(L’Osservatore Romano 18 luglio 2012)

In occasione del centenario della nascita di William Congdon è in corso a New Haven, in Connecticut, al Knights of Columbus Museum, la mostra «The Sabbath of History: William Congdon». In esposizione sessantacinque opere che illustrano come il percorso artistico di Congdon sia segnato da una profonda meditazione spirituale che ha trovato, tra l’altro, consonanza con le riflessioni di Joseph Ratzinger proprio sul tema del Sabato santo. La mostra — aperta fino al 16 settembre e curata da Rodolfo Balzarotti e da Daniel Mason — accosta infatti alle opere di Congdon le meditazioni di Ratzinger che risalgono ad alcune lezioni tenute nel 1967 poi raccolte nel 1998 nel libro Il sabato della storia (Jaca Book) scritto insieme a William Congdon. Pubblichiamo stralci di una di quelle meditazioni.

Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù «è disceso all’inferno». Nello stesso tempo l’esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome, l’esperienza dell’impotenza di Dio che è tuttavia l’Onnipotente — questa è l’esperienza e la miseria del nostro tempo.
Ma anche se il Sabato santo in tal modo ci si è avvicinato profondamente, anche noi comprendiamo il Dio del Sabato santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e ai lampi, di cui parla l’antico Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere che cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù «è disceso nell’inferno».
Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica shêol, che sta a indicare semplicemente tutto il regno dei morti, e quindi la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è sceso nella profondità della morte, è realmente morto e ha partecipato all’abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: che cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nelle profondità della morte?
Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, così come la vita, l’essere umano non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté venire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio di Dio.
Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come “inferno”, lato notturno dell’esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è divenuto partecipe delle nostre solitudini.
Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non ci sarebbe alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell’esistenza in sé.
Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia. Si dà un’angoscia — quella vera, annidata nelle profondità delle nostre solitudini — che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama.
Quest’angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno.
E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell’avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all’ultima e vera profondità dell’altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l’inferno.
Jean-Paul Sartre ha espresso questo praticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull’uomo. Una cosa è certa: si dà una notte nel cui abbandono buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine.
Per questo motivo nell’antico Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: shêol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore. Che è talmente profonda che l’amore non può più accedere a essa. è l’inferno.
«Disceso all’inferno» — questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce.
La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui.
Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita: «Ai tuoi fedeli o Signore la vita non è tolta, ma trasformata» — prega la Chiesa nella liturgia funebre.
Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso nell’inferno». Ma se qualche volta ci è dato di avvicinarci nell’ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certezza sperante che in quell’ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo adesso già presagire qualcosa di quello che avverrà. E in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

(©L’Osservatore Romano 18 luglio 2012)

FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO, San Giovanni Crisostomo *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA

FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO

San Giovanni Crisostomo *

Dopo aver compiuto studi brillanti e aver passato parecchi anni nella solitudine, Giovanni Crisostomo fu ordinato sacerdote ad Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò ben presto una eccezionale forza di eloquenza. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si dedicò a correggere gli abusi che si erano introdotti in questa Chiesa e a ravvivare la fede nei fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia e soprattutto di san Paolo e del Vangelo, sembrò rivoluzionario a molti dei suoi contemporanei. Il coraggio con cui denunciò il lusso della corte imperiale, lo condusse per due volte in esilio. Confinato sul Mar Nero, nel Ponto, morì ormai esausto nel 407.

Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell’odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d’acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l’iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa: Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito… ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Coro 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c’è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L’altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito…
Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l’offerta è stata fatta per tutta la terra. Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l’odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l’universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l’universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell’interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa.

* Eis ton stauron kai eis ton lesten, Omelia 1: P.G. 49, 399-401.

“SALVE, VERO CORPO NATO DA MARIA VERGINE!”: OMELIA DEL VENERDÌ SANTO, P. RANIERO CANTALAMESSA

http://www.zenit.org/it/articles/salve-vero-corpo-nato-da-maria-vergine-omelia-del-venerdi-santo

“SALVE, VERO CORPO NATO DA MARIA VERGINE!”: OMELIA DEL VENERDÌ SANTO

DEL PREDICATORE DEL PAPA NELLA CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE DEL SIGNORE IN VATICANO

25 Marzo 2005

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 25 marzo 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nella celebrazione della Passione del Signore questo Venrdì Sanot nella Basilica di San Pietro, in Vaticano.
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P. RANIERO CANTALAMESSA
SALVE, VERO CORPO NATO DA MARIA VERGINE
Predica del Venerdì Santo 2005 nella Basilica di S. Pietro

Venerdì Santo del 2005, anno dell’Eucaristia! Quanta luce, sull’uno e l’altro mistero, da questo accostamento! Ma se l’Eucaristia è “il memoriale della passione”, come mai la Chiesa si astiene dal celebrarla proprio il Venerdì Santo? (Quella a cui stiamo assistendo non è, come sappiamo, una Messa, ma una liturgia della Passione, in cui solo si riceve il corpo di Cristo consacrato il giorno precedente).
C’è una profonda ragione teologica in ciò. Chi si fa presente sull’altare ad ogni Eucaristia è il Cristo risorto e vivo, non un morto. La Chiesa si astiene perciò dal celebrare l’Eucaristia nei due giorni in cui si ricorda il Gesú che giace morto nel sepolcro e la sua anima è separata dal corpo (anche se non dalla divinità). Il fatto che oggi non si celebra la Messa non attenua perciò, ma anzi rafforza, il legame tra il Venerdì Santo e l’Eucaristia. L’Eucaristia sta alla morte di Cristo come il suono e la voce stanno alla parola che fanno risuonare nello spazio e giungere all’orecchio.

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C’è un inno latino, non meno caro dell’ Adoro te devote alla pietà eucaristica dei cattolici, che mette in luce il legame tra l’Eucaristia e la croce, l’ Ave verum. Composto nel secolo XIII per accompagnare l’elevazione dell’Ostia nella Messa, esso si presta altrettanto bene per salutare l’elevazione di Cristo sulla croce. Sono appena cinque versi, carichi però di tanto contenuto:

Ave vero corpo nato da Maria Vergine!
Tu hai veramente patito e ti sei immolato per l’uomo sulla croce.
Dal tuo costato trafitto sgorgò acqua e sangue.
Sii per noi un pegno nel momento della morte.
O Gesú dolce, o Gesú pio, o Gesù figlio di Maria!

Il primo verso fornisce la chiave per comprendere tutto il resto. Berengario di Tours aveva negato la realtà della presenza di Cristo nel segno del pane, riducendola a una presenza simbolica. Per togliere ogni pretesto a questa eresia, si comincia ad affermare l’identità totale tra il Gesú dell’Eucaristia e quello della storia. Il corpo di Cristo presente sull’altare è definito “vero” ( verum corpus), per distinguerlo da un corpo puramente “simbolico” e anche dal corpo “mistico” che è la Chiesa.
Tutte le espressioni che seguono si riferiscono al Gesú terreno: nascita da Maria, passione, morte, trafittura del costato. L’autore si arresta a questo punto; si astiene dal menzionare la risurrezione, perché essa potrebbe far pensare, di nuovo, a un corpo glorificato e spirituale, e dunque non abbastanza “reale”.
La teologia è tornata oggi a una visione più equilibrata dell’identità tra il corpo storico e quello eucaristico di Cristo e insiste sul carattere sacramentale, non materiale (sebbene reale e sostanziale) della presenza di Cristo nel sacramento dell’altare.
Ma a parte questa diversa accentuazione, resta intatta la verità di fondo affermata dall’inno. È il Gesú nato da Maria a Betlemme, lo stesso che “passò facendo del bene a tutti” (Atti 10, 38), che morì sulla croce e risorse il terzo giorno, colui che è presente oggi nel mondo, non una sua vaga presenza spirituale, o, come dice qualcuno, la sua “causa”. L’Eucaristia è il modo inventato da Dio per rimanere per sempre l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Tale presenza non è una garanzia e una protezione solo per la Chiesa, ma per tutto il mondo. “Dio è con noi!” Questa frase ci fa ormai paura e non osiamo quasi più pronunciarla. Si è dato a volte ad essa un senso esclusivo: Dio è “con noi”, s’intende non con gli altri, anzi è “contro” gli altri, contro i nostri nemici. Ma con l’avvento di Cristo tutto è diventato universale. “Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe” (2 Cor 5, 19). Il mondo intero, non una sua parte; tutti gli uomini, non un solo popolo.
“Dio è con noi”, cioè dalla parte dell’uomo, suo amico e alleato contro le forze del male. È l’unico che impersona tutto e solo il fronte del bene contro il fronte del male. Questo dava la forza a Dietrich Bonhoeffer, in carcere e in attesa della sentenza di morte da parte del “potere cattivo” di Hitler, di affermare la vittoria del potere buono:

Da forze amiche a meraviglia avvolti
attendiamo con calma l’avvenire.
Dio è con noi di sera e di mattino,
sarà con noi in ogni dì che nasce.

Von guten Mächten wunderbar geborgen
erwarten wir getrost, was kommen mag.
Gott ist mit uns am Abend und am Morgen
und ganz gewiss an jeden neuen Tag.

“Non sappiamo, scriveva il papa nella Novo millennio ineunte, quali eventi ci riserverà il millennio che sta iniziando, ma abbiamo la certezza che esso resterà saldamente nelle mani di Cristo, il ‘Re dei re e Signore dei signori’ (Ap 19,16)” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 35).

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Dopo il saluto viene, nell’inno, l’invocazione: Esto nobis praegustatum mortis in examine, Sii per noi, o Cristo, caparra e anticipo di vita eterna nell’ora della morte. Già il martire Ignazio di Antiochia chiamava l’Eucaristia “farmaco di immortalità”, cioè rimedio alla nostra mortalità (S. Ignazio d’Antiochia, Lettera agli Efesini, 20,2). Nell’Eucaristia abbiamo “il pegno della gloria futura”: “ et futurae gloriae nobis pignus datur”.
Alcune inchieste hanno rivelato un fatto strano: ci sono, anche tra i credenti, persone che credono in Dio, ma non in una vita per l’uomo dopo la morte. Ma come si può pensare una cosa del genere? Cristo, dice la Lettera agli Ebrei, è morto per procurarci “una redenzione eterna” (Ebr 9,12). Non temporanea, ma eterna!
Si obbietta che nessuno è mai tornato dall’aldilà per assicurarci che esso esiste davvero e non è soltanto una pia illusione. Non è vero! C’è uno che ogni giorno torna dall’aldilà per assicurarci e rinnovare le sue promesse, se sappiamo ascoltarlo. Colui verso il quale siamo incamminati ci viene incontro nell’Eucaristia per darci un assaggio ( praegustatum!) del banchetto finale del regno.
Dobbiamo gridare al mondo questa speranza per aiutare noi stessi e gli altri a vincere l’orrore che ci fa la morte e reagire al cupo pessimismo che aleggia sulla nostra società. Si moltiplicano le diagnosi disperate sullo stato della terra: “un formicaio che si sgretola”, “un pianeta che agonizza”…La scienza traccia con sempre maggiori dettagli, il possibile scenario della dissoluzione finale del cosmo. Si raffredderà la terra e gli altri pianeti, si raffredderanno il sole e le altre stelle, si raffredderà ogni cosa… Diminuirà la luce e aumenteranno nell’universo i buchi neri…L’espansione un giorno si esaurirà e comincerà la contrazione e alla fine si assisterà al collasso di tutta la materia e di tutta l’energia esistente in una struttura compatta di densità infinita. Sarà allora il “ Big Crunch”, o grande implosione, e tutto ritornerà al vuoto e al silenzio che precedette la grande esplosione, o Big Bang, di quindici miliardi di anni fa…
Nessuno sa se le cose si svolgeranno veramente così o in altro modo. La fede però ci assicura che, anche se così fosse, non sarà quella la fine totale. Dio non ha riconciliato il mondo a sé per abbandonarlo poi al nulla; non ha promesso di rimanere con noi fino alla fine del mondo, per poi ritirarsi, da solo, nel suo cielo, nel momento in cui questa fine arriverà. “Ti ho amato di amore eterno”, ha detto Dio all’uomo nella Bibbia (Ger 31, 3), e le promesse di “amore eterno” di Dio non sono come quelle dell’uomo.
Proseguendo idealmente la meditazione dell’ Ave verum, l’autore del Dies irae eleva a Cristo una struggente preghiera che mai come in questo giorno possiamo fare nostra: “ Recordare, Iesu pie, quod sum causa tuae viae: ne me perdas illa die”: Ricordati, o buon Gesú, che per me salisti sulla croce: non permettere che mi perda in quel giorno. “ Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus: tantus labor non sit cassus”: “Nel cercarmi, sedesti un giorno stanco al pozzo di Sichem e salisti sulla croce per redimermi: tanto dolore non sia sprecato”.

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L’ Ave verum si chiude con una esclamazione diretta alla persona di Cristo: “ O Iesu dulcis, o Iesu pie”. Queste parole ci prospettano una immagine squisitamente evangelica di Cristo: il Gesù “dolce e pio”, cioè clemente, compassionevole che non spezza la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante (cf. Mt 12, 20). Il Gesù che un giorno disse: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29). L’Eucaristia prolunga nella storia la presenza di questo Gesú. Essa è il sacramento della non violenza!
La mitezza di Cristo non giustifica però, anzi rende ancora più strana e odiosa, la violenza che si registra oggi nei confronti della sua persona. È stato detto che, con il suo sacrificio, Cristo ha posto fine al perverso meccanismo del capro espiatorio, subendone egli stesso le conseguenze . Bisogna dire con tristezza che tale perverso meccanismo è nuovamente in atto nei confronti di Cristo, in una forma finora sconosciuta.
Contro di lui si sfoga tutto il risentimento di un certo pensiero laico per le recenti manifestazioni di connubio tra la violenza e il sacro. Come è di regola nel meccanismo del capro espiatorio, si sceglie l’elemento più debole per accanirsi contro di esso. “Debole”, qui, nel senso che lo si può dileggiare impunemente, senza correre alcun pericolo di ritorsione, avendo i cristiani da tempo rinunciato a difendere la propria fede con la forza.
Non si tratta solo delle pressioni per rimuovere il crocifisso dai luoghi pubblici e il presepio dal folclore natalizio. Si susseguono senza sosta romanzi, film e spettacoli in cui si manipola a piacimento la figura di Cristo sulla scorta di fantomatici e inesistenti nuovi documenti e scoperte. Sta diventando una moda, una specie di genere letterario.
È sempre esistita la tendenza a rivestire Cristo dei panni della propria epoca o della propria ideologia. Ma almeno in passato, per quanto discutibili, erano cause serie e di grande respiro: il Cristo idealista, socialista, rivoluzionario… La nostra epoca, ossessionata dal sesso, non sa ormai rappresentarsi Gesú se non come un gay ante litteram o uno che predica che la salvezza viene dall’unione con il principio femminile e ne da l’esempio sposando la Maddalena.
Ci si presenta come i paladini della scienza contro la religione: una rivendicazione sorprendente a giudicare da come è trattata in questi casi la scienza storica! Le storie più fantasiose e assurde vengono propinate e bevute da molti come si trattasse di storia vera, anzi dell’unica storia libera finalmente da censure ecclesiastiche e tabù. “L’uomo che non crede più in Dio è pronto a credere a tutto”, ha detto qualcuno. I fatti gli stanno dando ragione.
Si specula sulla risonanza vastissima che ha il nome di Gesú e su quello che esso significa per tanta parte dell’umanità, per assicurarsi una popolarità a buon mercato o far sensazione con messaggi pubblicitari che abusano di simboli e immagini evangeliche. (È avvenuto di recente per l’immagine dell’ultima cena). Ma questo è parassitismo letterario e artistico!
Gesú è venduto di nuovo per trenta denari, dileggiato e rivestito di vesti da burla come nel pretorio. (In uno spettacolo messo in onda il passato Gennaio da una televisione di stato europea Cristo appariva sulla croce ricoperto con pannolini da bambino!). E poi ci si scandalizza e si grida all’intolleranza e alla censura se i credenti reagiscono inviando lettere e telefonate di protesta ai responsabili. L’intolleranza da tempo ha cambiato di campo in Occidente: da intolleranza religiosa è diventata intolleranza della religione!
“Nessuno, si obbietta, ha il monopolio dei simboli e delle immagini di una religione”. Ma anche i simboli di una nazione –l’inno, la bandiera – sono di tutti e di nessuno; è forse permesso per questo dileggiarli e sfruttarli a proprio piacimento?
Il mistero che celebriamo in questo giorno ci vieta di abbandonarci a complessi di persecuzione e di innalzare di nuovo muri o bastioni tra noi e la cultura (o in-cultura) moderna. Forse dobbiamo imitare il nostro Maestro e dire semplicemente: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Perdona loro e noi, perché è certamente anche a causa dei nostri peccati, presenti e passati, che tutto questo avviene e si sa che è per colpire i cristiani e la Chiesa che si colpisce Cristo.
Ci permettiamo solo di rivolgere ai nostri contemporanei, nell’interesse nostro e loro, l’appello che Tertulliano rivolgeva a suo tempo agli Gnostici nemici dell’umanità di Cristo: “ Parce unicae spei totius orbis”: non togliete al mondo la sua unica speranza (Tertulliano, De carne Christi, 5,3 – CCL 2, p. 881).

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L’ultima invocazione dell’ Ave verum evoca la persona della madre: “ O Iesu fili Mariae”. Due volte viene ricordata, nel breve inno, la Vergine: all’inizio e alla fine. Del resto tutte le esclamazioni finali dell’inno sono una reminiscenza delle ultime parole della Salve Regina: “O clemens, o pia, o dulcis virgo Maria”: O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.
L’insistenza sul legame tra Maria e l’Eucaristia non risponde a un bisogno solo devozionale, ma anche teologico. La nascita da Maria era stata, al tempo dei Padri, l’argomento principale contro il docetismo che negava la realtà del corpo di Cristo. Coerentemente, questa stessa nascita attesta ora la verità e realtà del corpo di Cristo presente nell’Eucaristia.
Giovanni Paolo II conclude la sua lettera apostolica Mane nobiscum Domine, rifacendosi proprio alle parole dell’inno: “Il Pane eucaristico che riceviamo, scrive, è la carne immacolata del Figlio: ‘ Ave verum corpus natum de Maria Virgine’. In questo anno di grazia, sostenuta da Maria, la Chiesa trovi nuovo slancio per la sua missione e riconosca sempre più nell’Eucaristia la fonte e il vertice di tutta la sua vita” ( Mane nobiscum Domine, 31).
Cogliamo l’occasione di queste sue parole per far giungere al Santo Padre il ringraziamento per il dono dell’anno eucaristico e l’augurio di rimettersi presto in salute. Torni presto, Santo Padre, la Pasqua è tanto meno “Pasqua” senza di lei.
Concludiamo tornando al nostro inno. Il segno più chiaro dell’unità tra Eucaristia e mistero della croce, tra l’anno eucaristico e il Venerdì Santo, è che noi possiamo ora usare le parole dell’ Ave verum, senza cambiarne una sillaba, per salutare il Cristo che tra poco verrà elevato sulla croce davanti a noi. Umilmente, perciò, invito tutti i presenti (quelli che non conoscono il testo latino lo possono trovare a pagina…del libretto che hanno in mano) a unirsi a me e – possibilmente in piedi – proclamare ad alta voce, con commossa gratitudine e in nome di tutti gli uomini redenti da Cristo:

Ave verum corpus natum de Maria Virgine
Vere passum, immolatum in cruce pro homine
Cuius latus perforatum fluxit aqua et sanguine
Esto nobis praegustatum mortis in examine
O Iesu dulcis, o Iesu pie, o Iesu fili Mariae !
(25 Marzo 2005

GIOVEDÌ E VENERDÌ SANTO CON SANT’AGOSTINO

http://www.augustinus.it/varie/pasqua/settimana_4.htm

GIOVEDÌ E VENERDÌ SANTO CON SANT’AGOSTINO

Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
(Gv 6, 51)

INTRODUZIONE

L’Eucarestia, « sacramento così grande e divino », è strettamente congiunta all’Incarnazione del Figlio di Dio: « Se il Signore degli angeli non si fosse fatto uomo non avremmo la sua carne; se non avessimo la sua carne, non mangeremmo il pane dell’altare ». (Serm.130, 2) Per conferire all’uomo la vita divina Cristo si è fatto sacerdote e sacrificio, offrendo – lui sommo sacerdote – il proprio corpo e sangue una volta per sempre, in un « sacrificio così sublime ed accessibile ». L’Eucarestia è la « medicina così splendida e nobile », (Serm.228/B, 1) che sprona il cristiano a seguire le orme di Cristo. Sull’altare infatti non offriamo solo la Vittima divina, ma anche noi stessi: « Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero con il sacramento dell’altare, noto ai fedeli, perché in esso si rivela che nella cosa che offre, essa stessa è offerta ». (De civ. Dei 10, 6)

Dai « Discorsi » di sant’Agostino, vescovo (Serm. 228/B, 2-3)
Il corpo di Cristo
Cristo Signore nostro dunque, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute – che poi è Dio che la opera in voi (cf. Fil 2, 12-13) -, con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest’altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco. Anche gli antichi sacrifici del popolo di Dio, nella loro molteplice varietà, prefiguravano quest’unico sacrificio che doveva venire. E Cristo è nel medesimo tempo la pecora, per l’innocenza della sua anima pura, e il capro, per la sua carne somigliante a quella del peccato (cf. Rm 8, 3). E qualsiasi altra cosa che in molte e diverse maniere sia prefigurata nei sacrifici dell’Antico Testamento si riferisce soltanto a questo sacrificio che è stato rivelato nel Nuovo Testamento.
Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasqua con i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi (1 Cor 11, 24). Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione dei peccati (Mt 26, 28). Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucarestia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda (cf. Eb 10, 22), avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 8). Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l’eterna eredità, osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente (cf. Gv 13, 34), avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51), e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso (Gv 6, 53).

In breve…
Se uno vuol vivere per me, è necessario che entri in comunione con me mangiando di me; e come io, umiliato, vivo per il Padre, così egli, elevato, vive per me. (In Io. Ev. tr. 26, 19)

VENERDÌ
Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo:
tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
(1 Cor 10, 16-17)

INTRODUZIONE
Centro della chiesa è l’Eucarestia: la Chiesa fa l’Eucarestia, ovvero celebra il memoriale della morte e risurrezione di Cristo; ma al tempo stesso l’Eucarestia edifica la Chiesa. L’Eucarestia è il sacramento dove si costruisce la comunità cristiana: i diversi io che in essa convergono sono raccolti e trasformati in noi. E’ una formula tanto cara ai Padri antichi, che spesso riportano l’esempio dei molti chicchi di frumento o degli acini di uva che, fondendosi insieme, costituiscono un solo pane e un solo vino. Il discorso eucaristico in Agostino non è mai disgiunto da quello cristologico ed ecclesiologico: l’unità del Christus totus, di Cristo Capo e della Chiesa corpo è pienamente simboleggiata nei segni sacramentali del banchetto eucaristico. Ne deriva come atto pratico la difesa e la ricerca strenua dell’amore per l’unità, nota caratteristica della Chiesa. A sua volta l’unità ecclesiale è il segno visibile della carità che unisce i fratelli. « Niente deve temere un cristiano, quanto l’essere separato dal corpo di Cristo ». (In Io. Ev. tr. 27, 6)
Dai « Discorsi » di sant’Agostino, vescovo (Serm. 227, 1)

Il pane dell’unità
Ricordo la mia promessa. A voi che siete stati battezzati avevo promesso un discorso in cui avrei esposto il sacramento della mensa del Signore, che ora voi vedete anche e a cui la notte scorsa avete preso parte. Bisogna che sappiate che cosa avete ricevuto, che cosa riceverete, che cosa ogni giorno dovrete ricevere. Quel pane che voi vedete sull’altare, santificato con la parola di Dio, è il corpo di Cristo. Il calice, o meglio quel che il calice contiene, santificato con le parole di Dio, è sangue di Cristo. Con questi segni Cristo Signore ha voluto affidarci il suo corpo e il suo sangue che ha sparso per noi per la remissione dei peccati. Se voi li avete ricevuti bene voi stessi siete quel che avete ricevuto. L’Apostolo infatti dice: Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17). È così che egli espone il sacramento della mensa del Signore. Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. E in questo pane vi viene raccomandato come voi dobbiate amare l’unità. Infatti quel pane è forse fatto di un sol chicco di grano? Non erano molti i chicchi di frumento? Ma prima di diventare pane erano separati e sono stati uniti per mezzo dell’acqua dopo essere stati in qualche modo macinati. Se il grano non viene macinato e impastato con l’acqua, non prende quella forma che noi chiamiamo pane. Così anche voi prima siete stati come macinati con l’umiliazione del digiuno e col sacramento dell’esorcismo. Poi c’è stato il battesimo e siete stati come impastati con l’acqua per prendere la forma del pane. Ma ancora non si ha il pane se non c’è il fuoco. E che cosa esprime il fuoco, cioè l’unzione dell’olio? Infatti l’olio, che è alimento per il fuoco, è il segno sacramentale dello Spirito Santo. Fateci caso negli Atti degli Apostoli, quando vengono letti; ora infatti comincia la lettura di questo libro: proprio oggi comincia il libro che s’intitola: Atti degli Apostoli. Chi vuol far progressi, qui ha modo di trarre profitto. Quando vi radunate nella chiesa, mettete da parte le chiacchiere frivole e state attenti alle Scritture. I vostri codici siamo noi. State dunque attenti e fate caso come verrà a Pentecoste lo Spirito Santo. Egli verrà così: si manifesta con lingue di fuoco. Infatti ispira quella carità che ci fa ardere del desiderio di Dio, ci fa disprezzare il mondo, fa bruciare le nostre scorie e purificare il cuore come l’oro. Dunque viene lo Spirito Santo, il fuoco dopo l’acqua e voi diventate pane, cioè corpo di Cristo. In questo modo è simboleggiata l’unità. I segni sacramentali, nel loro svolgimento, li conoscete. Anzitutto, dopo la preghiera, venite ammoniti di tenere in alto i vostri cuori; questo conviene a delle membra di Cristo. Se siete infatti diventati membra di Cristo, il vostro capo dov’è? Le membra hanno il capo. Se il capo non andasse avanti, le membra non potrebbero andargli dietro. Il nostro capo dov’è andato? Nel Simbolo che cosa avete recitato? Il terzo giorno risuscitò dai morti, sali al cielo, siede alla destra del Padre. Dunque il nostro capo è in cielo. Perciò quando vien detto: In alto i cuori, voi rispondete: Sono rivolti al Signore. E affinché questo avere il cuore in alto verso il Signore non lo attribuiate alle vostre forze, ai vostri meriti, ai vostri sforzi (l’avere il cuore in alto infatti è un dono di Dio), dopo che il popolo ha risposto: Sono in alto, rivolti al Signore, il vescovo o il presbitero che presiede continua dicendo: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio; appunto per il fatto che noi teniamo il cuore in alto. Rendiamo grazie perché, se lui non ci avesse fatto questo dono, noi avremmo il cuore sulla terra. E anche voi confermate dicendo che è cosa buona e giusta rendergli grazie, per averci fatto tenere i cuori in alto presso il nostro capo. Quindi, dopo la santificazione del sacrificio di Dio, siccome egli ha voluto che anche noi fossimo coinvolti in questo sacrificio – e questo è chiaramente indicato nel momento in cui viene posto sull’altare il sacrificio di Dio e noi, ossia il segno e la cosa significata, che siamo noi -, ecco, dopo fatta la santificazione, diciamo l’Orazione del Signore che voi avete ricevuto e reso. E dopo si dice: La pace sia con voi, e i cristiani si scambiano un bacio santo. È il segno della pace; quel che esprimono le labbra deve essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore. Grandi misteri dunque, veramente grandi! Volete sapere come ci sono stati raccomandati? Dice l’Apostolo: Chi mangia il corpo di Cristo o beve il calice del Signore indegnamente sarà reo del corpo e del sangue del Signore (1 Cor 11, 27). Che vuol dire ricevere indegnamente? Ricevere con derisione, ricevere senza convinzione. Non ti sembri di poco valore per il fatto che lo vedi. Quel che tu vedi, passa; ma l’invisibile che viene espresso nel segno, quello non passa, rimane. Vedete, esso si riceve, si mangia, si consuma. Ma si consuma forse il corpo di Cristo? Si consuma la Chiesa di Cristo? Si consumano le membra di Cristo? Niente affatto. Qui esse vengono mondate, lassù coronate. Perciò quello che viene espresso nel segno rimarrà, anche se quel che lo esprime sembra che passi. Perciò ricevetelo, ma pensando a quel che siete, conservando l’unità nel cuore, tenendo il cuore sempre fisso in alto. La vostra speranza non sia sulla terra, ma nel cielo; la vostra fede sia ferma in Dio, accettevole da parte di Dio. E così quel che ora non vedete e tuttavia credete, lassù lo vedrete e senza fine ne godrete.

In breve…
O sacramento di pietà! O simbolo di unità! O vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S’avvicini, creda, entri a far parte del Corpo e sarà vivificato. Non disdegni di appartenere alla compagine della membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio; sopporti ora la fatica in terra per regnare poi in cielo. (In Io. Ev. tr. 26, 13)

 

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XV, 2006 – ANNO B

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20060413_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 13 aprile 2006 – ANNO B

Cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,

Cari fratelli e sorelle,

« Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1): Dio ama la sua creatura, l’uomo; lo ama anche nella sua caduta e non lo abbandona a se stesso. Egli ama sino alla fine. Si spinge con il suo amore fino alla fine, fino all’estremo: scende giù dalla sua gloria divina. Depone le vesti della sua gloria divina e indossa le vesti dello schiavo. Scende giù fin nell’estrema bassezza della nostra caduta. Si inginocchia davanti a noi e ci rende il servizio dello schiavo; lava i nostri piedi sporchi, affinché noi diventiamo ammissibili alla mensa di Dio, affinché diventiamo degni di prendere posto alla sua tavola – una cosa che da noi stessi non potremmo né dovremmo mai fare.
Dio non è un Dio lontano, troppo distante e troppo grande per occuparsi delle nostre bazzecole. Poiché Egli è grande, può interessarsi anche delle cose piccole. Poiché Egli è grande, l’anima dell’uomo, lo stesso uomo creato per l’amore eterno, non è una cosa piccola, ma è grande e degno del suo amore. La santità di Dio non è solo un potere incandescente, davanti al quale noi dobbiamo ritrarci atterriti; è potere d’amore e per questo è potere purificatore e risanante.
Dio scende e diventa schiavo, ci lava i piedi affinché noi possiamo stare alla sua tavola. In questo si esprime tutto il mistero di Gesù Cristo. In questo diventa visibile che cosa significa redenzione. Il bagno nel quale ci lava è il suo amore pronto ad affrontare la morte. Solo l’amore ha quella forza purificante che ci toglie la nostra sporcizia e ci eleva alle altezze di Dio. Il bagno che ci purifica è Lui stesso che si dona totalmente a noi – fin nelle profondità della sua sofferenza e della sua morte. Continuamente Egli è questo amore che ci lava; nei sacramenti della purificazione – il battesimo e il sacramento della penitenza – Egli è continuamente inginocchiato davanti ai nostri piedi e ci rende il servizio da schiavo, il servizio della purificazione, ci fa capaci di Dio. Il suo amore è inesauribile, va veramente sino alla fine.
« Voi siete mondi, ma non tutti », dice il Signore (Gv 13, 10). In questa frase si rivela il grande dono della purificazione che Egli ci fa, perché ha il desiderio di stare a tavola insieme con noi, di diventare il nostro cibo. « Ma non tutti » – esiste l’oscuro mistero del rifiuto, che con la vicenda di Giuda si fa presente e, proprio nel Giovedì Santo, nel giorno in cui Gesù fa dono di sé, deve farci riflettere. L’amore del Signore non conosce limite, ma l’uomo può porre ad esso un limite.
« Voi siete mondi, ma non tutti »: Che cosa è che rende l’uomo immondo? È il rifiuto dell’amore, il non voler essere amato, il non amare. È la superbia che crede di non aver bisogno di alcuna purificazione, che si chiude alla bontà salvatrice di Dio. È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione. In Giuda vediamo la natura di questo rifiuto ancora più chiaramente. Egli valuta Gesù secondo le categorie del potere e del successo: per lui solo potere e successo sono realtà, l’amore non conta. Ed egli è avido: il denaro è più importante della comunione con Gesù, più importante di Dio e del suo amore. E così diventa anche un bugiardo, che fa il doppio gioco e rompe con la verità; uno che vive nella menzogna e perde così il senso per la verità suprema, per Dio. In questo modo egli si indurisce, diventa incapace della conversione, del fiducioso ritorno del figliol prodigo, e butta via la vita distrutta.
« Voi siete mondi, ma non tutti ». Il Signore oggi ci mette in guardia di fronte a quell’autosufficienza che mette un limite al suo amore illimitato. Ci invita ad imitare la sua umiltà, ad affidarci ad essa, a lasciarci « contagiare » da essa. Ci invita – per quanto smarriti possiamo sentirci – a ritornare a casa e a permettere alla sua bontà purificatrice di tirarci su e di farci entrare nella comunione della mensa con Lui, con Dio stesso.
Aggiungiamo un’ultima parola di questo inesauribile brano evangelico: « Vi ho dato l’esempio… » (Gv 13,15); « Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri » (Gv 13,14). In che cosa consiste il « lavarci i piedi gli uni gli altri »? Che cosa significa in concreto? Ecco, ogni opera di bontà per l’altro – specialmente per i sofferenti e per coloro che sono poco stimati – è un servizio di lavanda dei piedi. A questo ci chiama il Signore: scendere, imparare l’umiltà e il coraggio della bontà e anche la disponibilità ad accettare il rifiuto e tuttavia fidarsi della bontà e perseverare in essa. Ma c’è ancora una dimensione più profonda. Il Signore toglie la nostra sporcizia con la forza purificatrice della sua bontà. Lavarci i piedi gli uni gli altri significa soprattutto perdonarci instancabilmente gli uni gli altri, sempre di nuovo ricominciare insieme per quanto possa anche sembrare inutile. Significa purificarci gli uni gli altri sopportandoci a vicenda e accettando di essere sopportati dagli altri; purificarci gli uni gli altri donandoci a vicenda la forza santificante della Parola di Dio e introducendoci nel Sacramento dell’amore divino.
Il Signore ci purifica, e per questo osiamo accedere alla sua mensa. Preghiamolo di donare a tutti noi la grazia di potere un giorno essere per sempre ospiti dell’eterno banchetto nuziale. Amen!

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