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GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

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GLI «INIZI» SECONDO GLI INNI PAOLINI (COL 1,13-20; EF 1,3-14), DI ROMANO PENNA

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /01 /2013 -

Riprendiamo dalla rivista Parola Spirito Vita dal titolo In principio, n. 66, pp. 145-155, un articolo di Romano Penna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori testi di Romano Penna, vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura
Il Centro culturale Gli scritti (20/1/2013)

Gli inni presenti nei due scritti trattano di due inizi diversi, anche se complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. In Paolo troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità del suo pensiero consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia.
Una puntualizzazione metodologica previa, comunque secondaria ai fini dell’esposizione, consiste nel precisare che tra le due lettere, nonostante la loro successione canonica invertita, ritengo Col anteriore a Ef.[1] I diversi inni presenti nei due scritti trattano ciascuno di due inizi diversi, anche se in realtà le due tematiche vanno considerate complementari: l’inizio come creazione primordiale del mondo e l’inizio come elezione pre-temporale dei cristiani. A ciascuno dei due temi dedico perciò rispettivamente le pagine seguenti.[2]
A. IL RUOLO DI CRISTO NELLA CREAZIONE DEL MONDO
Al tempo di Paolo il discorso sulla creazione era fatto da punti di vista diversi, che in lui appunto si trovano accostati in una mutua integrazione.[3]
Partiamo dal concetto di origine dell’universo nella grecità classica e nel giudaismo ellenistico. Nella grecità pagana, già prima di Platone, abbiamo un frammento di Eraclito, in cui si afferma l’eternità del cosmo, che «non fece né qualcuno degli dèi né degli uomini, ma sempre fu, è, e sarà».[4]
Ma è Platone che nel Timeo definisce il Demiurgo «artefice/facitore e padre di questo universo» (28C: poietes kaì pater toûde toû pantós). Tuttavia, in questa doppia qualifica personale di facitore e di generatore è la seconda che di fatto prevale. Lo dimostra il frequentissimo impiego del sostantivo génesis (27A; 27D; 28B; 29C.D-E ecc.), sicché il dio è «colui che ha generato questo universo» (41A) il quale è anzi il suo «unigenito» (31B: monogenes).[5]
Se ne può dunque dedurre che la materia è eterna (la sua modellazione perciò non è altro che una forma di arte e il Demiurgo è solo un sapiente technítes, un artista/artefice/artigiano) e che tra il dio-demiurgo e il cosmo non c’è distinzione di natura, tanto che il Tutto si trova a essere vincolato da una vicendevole parentela o affinità.[6]
Il tema specifico della creazione entra nell’ambito della grecità soltanto attraverso il giudaismo ellenistico.[7] Esso è presente già nella versione dei LXX, dove sono assenti gli appellativi divini di tipo platonico, mentre invece appare al loro posto il sostantivo ktístes, «fondatore, creatore» (attestato almeno sette volte: 2Sam 22,32; Gdt 9,12; Sir 24,8; 2Mac 1,24; 7,23; 13,14?; 4Mac 5,25; 11,5).
In specie, Dio è qualificato variamente come «creatore di tutte le cose» (Sir 24,8; 2Mac 1,24; 3Mac 2,3; 4Mac 11,5) e «creatore del mondo» (2Mac 1,23; 4Mac 5,25); di lui inoltre si legge che «ha fatto il cielo e la terra da cose non esistenti» (2Mac 7,28). E particolarmente il libro alessandrino della Sapienza che contiene affermazioni di carattere «creazionista», come leggiamo sia in 1,14 (Dio «ha creato l’universo per l’esistenza») sia in 11,17 (della mano del Signore si dice che «ha creato il mondo da una materia informe»).
Il concetto di creazione però è più ampiamente tematizzato in Filone di Alessandria, che impiega ampiamente il termine kosmopoía, «fabbricazione del cosmo»,[8] attribuendogli una semantica creazionista che certo non aveva nei suoi precedenti utilizzi greci. Infatti, quasi correggendo Platone, Filone giunge ad affermare esplicitamente che Dio «non è soltanto demiurgo ma anche creatore» (Somn. 1,76); infatti, egli «quando generò tutte le cose non le ha semplicemente rese visibili, ma produsse ciò che prima non era» (ib.; cf. Mos. 2,267: «Dio ha prodotto il mondo [ ... ] dal non essere all’essere»); anzi, coloro che hanno dichiarato il mondo «ingenito ed eterno» hanno empiamente e falsamente accusato Dio di inattività» (Opif. 7; cf. anche 170).
Sicché il binomio platonico «facitore e padre» (che pur si ritrova in Opif. 7)[9] diventa ora preferibilmente «creatore e padre del tutto» (Ebr. 42; Virt. 179), «creatore e reggente/capo» (ib. 93), «creatore e facitore di tutte le cose» (Spec.leg 1,30.294). Di qui deriva per Filone l’idea che,
«cercando la natura delle cose, si trova che tutto è grazia e dono di Dio [ ... ] A coloro che ricercano quale sia il principio/arche della creazione, si potrebbe giustamente rispondere che è la bontà e la grazia di Dio [ ... ]; infatti, tutto ciò che vi è nel cosmo e il cosmo stesso è un dono, una beneficenza, una grazia di Dio». (Leg. allego 3,78)
È però interessante vedere l’idea di creazione del mondo nelle lettere paoline, unitamente alla mediazione cristologica dell’evento. San Paolo, primo scrittore cristiano, si colloca storicamente e culturalmente su questo sfondo variegato, presupponendo però non tanto la filosofia grecoplatonica quanto la tradizione biblico-israelitica.
Ma una prima annotazione si impone. Ed è che né lui né la tradizione canonica che a lui fa capo (le lettere deuteropaoline) impiegano mai l’appellativo divino di creatore/ktístes, pur così frequente nel giudaismo ellenistico.[10] Non che l’azione divina del creare sia taciuta, dato che nel suo epistolario il verbo ktízein è attestato dieci volte (cf. Rm 1,25; 1Cor 11,9; Ef 2,10.15; 3,9; 4,24; Col 1,16 bis; 3,10; 1 Tm 4,3), ma bisognerà distinguere il suo impiego protologico da quello soteriologico (cioè rapportato all’uomo nuovo: Ef 2,10.15; 4,24; Col 3,10), visto che esso non è impiegato a livello escatologico. In ogni caso, sul piano lessicale, è piuttosto il sostantivo ktísis a essere preferito, essendo utilizzato undici volte (cf. Rm 1,20.25; 8,19.20.21.22.39; 2Cor 5,17; Gal 6,15; Col 1,15.23; a esso si aggiunge ktísma in 1Tm 4,4); ma anche qui bisogna distinguere il suo riferimento protologico da quello soteriologico-antropologico (presente in 2Cor 5,17; Gal 6,15).
Comunque, l’impressione generale è che Paolo non intenda condurre una vera e propria polemica dottrinale, né sulla definizione di Dio in rapporto al mondo né sulla comprensione del mondo stesso nella sua origine e nella sua natura. Egli dà per sottinteso e assodato che il mondo non sia un’emanazione divina e tantomeno un figlio di Dio!
Quanto alla mediazione cristologica, va detto che almeno una volta nelle lettere autentiche di Paolo si afferma a proposito del Signore Gesù Cristo che «mediante lui sono tutte le cose e anche noi siamo mediante lui» (1Cor 8,6b). Ma in termini ancora più fortila Lettera ai Colossesi dichiara che «in lui sono state create tutte le cose [ ... ] e tutte le cose sussistono in lui» (Col 1,16a.17b).
Questo testo in realtà non parla solo di una primordiale mediazione cosmologica di Cristo («in Cristo» = «mediante Cristo»), che si ritrova poi anche altrove nella tradizione proto-cristiana (cf. Eb 1,2; Gv 1,3; Ap 3,14). L’affermazione più icastica del testo, e anche unica nel suo genere, sta piuttosto nel dire che tutte le cose in lui sussistono (tà pánta en autôi synésteken), impiegando un verbo fortissimo che comporta inevitabili allusioni filosofiche e religiose.
Infatti, esso richiama l’idea greca di un’ammirabile unità del cosmo, già cara a Platone[11] e diffusa anche a livello popolare.[12] Un’affermazione del genere, che fa di Cristo l’elemento coesivo dell’intero universo, non vale propriamente di lui in quanto risorto (cf. invece Ef 1,10), ma si riferisce a una sua dignità originaria e nativa di tipo divino. Con essa infatti si afferma che Cristo non sta solo all’inizio di una successione temporale, ma sta al centro delle cose come principio e ragione perenne della loro esistenza e compattezza. A mio parere, probabilmente abbiamo qui il livello più alto della cristologia neotestamentaria.[13]
B. L’ELEZIONE PRE-TEMPORALE DEI CRISTIANI
Un altro inizio evidenziato dal paolinismo è affermato in Ef 1,4-5, secondo cui i battezzati sono da sempre oggetto di un pensiero esclusivo da parte di Dio in Cristo:
«Ci prescelse in lui (exeléxato hemâs en autôi) prima della fondazione del mondo (prò katabolês kósmou) per essere santi e ineccepibili davanti a lui nell’amore, avendoci predestinati all’adozione filiale mediante Cristo per lui, secondo il beneplacito della sua volontà».
Il verbo principale di questo periodo sintattico esprime un puro atto di grazia, che si configura come sovrano gesto di accoglienza e di introduzione alla comunione con Dio.
Ciò è avvenuto «in lui», cioè in Cristo. Di lui si è appena detto che Dio «ci ha benedetti con ogni sorta di benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (v. 3b), con riferimento al presente «pasquale» dei cristiani. Sicché la comunità cristiana ha in Cristo non solo un archetipo ma il reale fondamento e persino la definizione della propria identità: tanto che, senza di lui, essa non è mai esistita, a partire dalla fondazione del mondo! Anche secondo l’apocrifo Libro dei Giubilei 2,19-21 Dio nel settimo giorno della creazione manifesta già il desiderio di separare per sé un popolo fra tutti i popoli. E il Midrash sul Salmo 74,2 («Ricordati della tua comunità, che ti sei acquistato dall’antichità») spiega il testo biblico in questi termini:
«Che cosa significa « dall’antichità »? Vuoi dire che il Santo, benedetto egli sia, si è acquistato gli Israeliti prima che il mondo fosse (qwdm šnbr hcwlm), come è detto: « Signore, tu sei stato il nostro rifugio di generazione in generazione, prima che sorgessero i monti » (= Sal 90,1s)».
A parte l’evidente parallelismo, il testo paolino è però incomparabile per l’affermazione di un’elezione avvenuta in Cristo. E questa componente cristologica ha due importanti implicazioni: anzitutto è supposta la pre-esistenza di Cristo stesso (cf. Gv 17,5; 1Pt 1,20), poi viene suggerito che il cristiano fin dalle sue radici più remote non è mai esistito a prescindere da Cristo (anche prima del battesimo!). Sicché la biografia del cristiano, proprio in quanto cristiano, non inizia né con la nascita né con il battesimo, ma con il pensiero eterno di Dio.[14]
Lo scopo dell’elezione è detta essere una santità ineccepibile, contrassegnata dall’amore (en agápei). Ed è come dire che per il cristiano non c’è santità se non c’è amore e che anzi è l’amore a connotare la vera santità cristiana. La sorgente immediata di questa agàpe è la filiazione adottiva, ottenuta dal cristiano con la fede e il battesimo (cf. Rm 6,11; 8,15).
Se poi a questo proposito l’inno parla di «predestinazione», non è per affermare un esito obbligato e non libero, ma è solo per dire che una tale filiazione può avere come origine unicamente un’iniziativa divina pre-temporale, sicché essa si spiega sulla base non di una pretesa personale ma di una pura grazia (cf. Ef 2,5.8: «Per grazia infatti siete salvati»), come del resto viene subito specificato: «secondo il beneplacito della sua volontà».
Ma è pure interessante cogliere nel prosieguo della lettera un altro tema analogo: quello di Cristo stesso come soggetto di una creazione ecumenico-ecclesiale, come leggiamo in Ef 2,14-15: «Egli ha annullato nella sua carne l’inimicizia [ ... ] per creare (hína ktísei) dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo». La singolarità di questo passo non viene perlopiù evidenziata; eppure di vera e propria sorpresa si tratta, per il motivo che questo è l’unico passo del Nuovo Testamento in cui si attribuisca in proprio a Cristo una creazione tutta e solo sua. Infatti, il verbo creare/ktízein ha proprio lui come soggetto, e ciò è tanto più singolare in quanto appena prima l’agiografo ha scritto a proposito di Dio che noi «siamo sua fattura, creati in Cristo Gesù per le opere buone» (2,10), dove non c’è dubbio che si intende la creazione come opera di Dio stesso, a prescindere dalla questione se si tratti della creazione primordiale dell’uomo o, molto più probabilmente, di quella avvenuta nel battesimo, che dà inizio all’identità storica del cristiano.[15]
Ora però il registro cambia. Prima abbiamo visto il tema di una mediazione esercitata da Cristo nella creazione del mondo; ma questa nuova affermazione non si inscrive in quella prospettiva, anzi ne è palesemente diversa, e lo è a più di un titolo.
Qui infatti, anzitutto, non si menziona alcuna sorta di mediazione, poiché è il Cristo stesso a operare da solo, in prima persona; in secondo luogo, l’operazione a lui attribuita si è compiuta non nei primordi del mondo, ma nel momento storico della sua morte in croce; inoltre, la costruzione della frase nella forma di una proposizione finale dice che questo risultato va considerato non come conseguenza involontaria, bensì come lo scopo effettivo, l’esito esplicitamente voluto di un’intenzione originaria; infine, il risultato di questa operazione non è di tipo cosmologico bensì interpersonale e addirittura ecclesiologico, una creazione consistente né più né meno che in una riconciliazione.
Alla base e come premessa c’è un’ineliminabile dissomiglianza storico-salvifica tra i cristiani di diversa provenienza, giudei e gentili, che vede negli uni dei veri e propri familiari di Dio fin da principio, e negli altri dei sopraggiunti aggregati alla cittadinanza d’Israele (cf. 2,11-12.19-22). Nella società antica questa dissomiglianza era anche motivo di contrapposizione mutua e polemica.[16] Probabilmente, anche all’interno delle Chiese destinatarie della lettera paolina esistevano tensioni analoghe, con la tendenza da parte degli etnico-cristiani a dimenticate il loro radicamento su Israele.
Ebbene, il nostro agiografo in Ef 2,13-18 riconosce apertamente la dualità, su cui anzi insiste, ma per dire che ormai Cristo «ha fatto di entrambi una cosa sola» (2,14b), «ha riconciliato entrambi in un solo corpo con Dio mediante la croce» (2,16), ha aperto a «entrambi l’accesso al Padre in un solo spirito» (2,18). Cristo, cioè, ha «creato dei due, in se stesso, un solo uomo nuovo».
Curiosamente, l’autore non parla né di popolo nuovo né di famiglia nuova. La menzione dell’«uomo nuovo» implica probabilmente un riferimento cristologico,[17] ma certo non è possibile pensare che Cristo sia morto per creare se stesso! E dunque primaria la dimensione comunitaria ed ecclesiale di questo «uomo nuovo».[18] E la creazione in oggetto riguarda né più né meno il fatto di avere insperatamente messo insieme, letteralmente «assemblato», persone di diversa connotazione religiosa e culturale. In Cristo, infatti, né il giudeo diventa gentile, né il gentile diventa giudeo, poiché la Chiesa è piuttosto la confluenza di diversità riconciliate.[19]
E questo il vero novum sul piano delle mutue relazioni, e a esso non si poteva attribuire altro che la qualifica di creazione! Dire poi che ciò sia avvenuto «per mezzo della croce» (2,16), significa riconoscere un vero paradosso, se non addirittura un ossimoro, se proprio la croce, cioè una morte ignominiosa e cruenta, è dichiarata feconda di vita e di comunione.

CONCLUSIONE
Se è vero che il tema della creazione del mondo e dell’uomo accomuna tutti gli autori neotestamentari, i quali ovviamente si dimostrano così in consonanza con la tradizione israelitica (più che con quella greca), è però in Paolo che troviamo per la prima volta l’affermazione cristiana di una funzione creatrice di Cristo, sia pure intesa come mediazione.

Ed è in Paolo e nel paolinismo che troviamo la nozione più originale di un’elezione pre-temporale del cristiano insieme al tema di una nuova creazione già messa in atto. La singolarità e anzi l’incomparabilità del pensiero paolino consiste nell’aver indissolubilmente vincolato questa idea alla persona e all’operato di Gesù Cristo. Si opera così, grazie all’unica vera novità che è Cristo stesso, un inedito passaggio dalla cosmologia all’antropologia. In questa prospettiva l’orizzonte escatologico[20] non aggiunge nulla di essenzialmente decisivo, se non il compimento definitivo e la piena fioritura di ciò che in lui già oggi è possibile essere e sperimentare.

Note al testo
[1] Si veda in merito S. Romanello, Lettera agli Efesini, Paoline, Milano 2003, 21-28.
[2] Cf. anche R. Penna, «Da Israele al cosmo: ampliamenti dell’orizzonte cristologico nello sviluppo dell’innografia neotestamentaria», in P. Coda (ed.), L’unico e i molti. La salvezza in Gesù Cristo e la sfida del pluralismo, PUL-Mursia, Roma 1997, 49-66.
[3] Più ampi sviluppi in R. Penna, «Creazione e cosmo nel pensiero paolino», in S. Lanza (ed.), «In principio … ». Origine e inizio dell’Universo. Atti del Convegno. Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 5-6 aprile 2011, Vita e Pensiero, Milano 2012, 57-75.
[4] Il testo è riportato da Clemente Alessandrino, Strom. 5,104 (= Heracl., 22 B 30 D.-K.). Altrove, lo stesso Eraclito afferma paradossalmente che «il tutto è [ ... ] insieme padre-figlio» (in Ippolito, Refut. 9,9 = fr. 50 D.-K.).
[5] Persino del krónos/tempo è detto che «fu generato» (38C).
[6] Valga per tutti un testo di Seneca: «Tutto l’insieme delle cose divine e umane forma una unità: siamo membra di un grande corpo e la natura ci ha generati consanguinei/parenti [natura nos cognatos edidit]» (Epist. 95,52).
[7] Cf. in generale G.H. Van Kooten (ed.), The creation of heaven and earth. Re-interpretations of Genesis1 in the context of Judaism, ancient philosophy, Christianity, and modern physics (Themes in biblical narrative. Jewish and Christian traditions 8), Leiden, Brill 2005.
[8] Cf. Opif. 3.4.6.129.170; Post. C. 64; Gig. 22; Plant. 86; Fug. 68.178; Abr. 2,258; Vit.Mos. 37; Decal. 97; Spec.leg. 4,123; Praem, 1 bis.
[9] Anzi, Filone definisce pure platonicamente il cosmo come «unico e diletto figlio, quello sensibile» (Ebr. 30: aisthetós), distinto da quello «intelligibile» (noetós).
[10] Nel NT si trova solo in 1Pt 4,19, connotato come «creatore fedele/degno di fede» (p?st??, ?t?st??), in un contesto non di creazione ma di fede cristiana.
[11] Cf. Platone: «Un vero astronomo [ ... ] riterrà che, nel modo migliore in cui delle opere (= gli astri) si possono combinare insieme (systesasthai), così il demiurgo/artefice ha compattato (synestánai) il cielo e tutto ciò che esso racchiude» (Republ. 530a); l’idea si trova anche in Senofonte, secondo cui Zeus è «colui che coordina e tiene insieme l’universo intero» (tòn hólon syntátton kaì synéchon: Memor. 4,3,13); più esplicito è lo PS. – Aristotele: «Tutto viene da Dio ed è stato costituito da Dio (ek theoû pánta kaì dià theòn synésteken) e non c’è natura che esista per se stessa e basti a se stessa» (De mundo 6 [397b]); da parte sua, Filone afferma che tutte le cose «consistono» (synésteken) cioè sono composte dai quattro elementi terra-aria-acqua-fuoco (Rer.div.her. 281 e 311), benché sia Dio a fungere da «vincolo dell’universo che tiene insieme (synéchon) ciò che altrimenti si dissolverebbe» (Ib. 23).
[12] Cf. P. Oxy. XI 1380, 183-185, dove si parla di Iside così interpellata e celebrata. «Tu (sei signora) di tutte le cose umide e asciutte e fredde, dalle quali tutto è costituito (ex on ápanta synésteken» (citato da E. Lohse, «Le lettere ai Colossesi e a Filemone», in CTNT XI/l, Brescia 1979, 117 nota 141).
[13] Oltre ai commentari, cf. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Gli sviluppi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, 229-237; G.H. van Kooten, Cosmic Christology in Paul and the Pauline School. Colossians and Ephesians in the Context of Graeco-Roman Cosmology, with a New Synopsis of the Greek Texts, WUNT 2.171, Mohr, Tübingen 2003, 110-129.
[14] È ciò che Paolo stesso afferma della sua identità apostolica in Gal 1,15s («fin dal seno di mia madre»).
[15] In questo senso, cf. anche Ef 4,24: «rivestire l’uomo nuovo, creato (ktisthénta) secondo Dio nella giustizia e santità della verità» (cf. anche 2Cor 5,17).
[16] Cf. M. Hengel, Ebrei, Greci e Barbari. Aspetti dell’ellenizzazione del giudaismo in epoca precristiana (SB 56), Brescia 1981; E. Faust, Pax Christi et Pax Caesaris. Religionsgeschichtliche, traditionsgeschichtliche und sozialgeschichtliche Studien zum Epheserbrief NTOA 24), Freiburg/Schw.-Göttingen 1993. Persino l’imperatore Claudio era esplicitamente intervenuto nell’anno 41 per comporre i dissidi fra le due comunità presenti ad Alessandria. Ed è interessante notare che egli riconosce la loro rispettiva diversità, sia pur deprecando che si comportassero «come se vivessero in due città diverse [ ... ] Se ambedue desisterete da queste cose e con mitezza e umanità vorrete vivere gli uni con gli altri, anch’io eserciterò la mia sollecitudine» (righe 90 e 101-102; cf. tutto il testo in R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane. Una documentazione ragionata, EDB, Bologna 42000, 225-228).
[17] Ignazio d’Antiochia parlerà esplicitamente di Gesù Cristo come «uomo nuovo» (Ad Eph. 20,1).
[18] Agostino commenterà: «Con la morte di Cristo, è stata fatta la chiesa» (Enarr. In Ps. 127,11: Moriente Christo ecclesia facta est).
[19] Cf. Severiano di Gabala: «I Greci allontanandosi dall’idolatria come empietà, e i Giudei dalla Legge come non più utile, vengono riedificati nella novità di un diverso rapporto con Dio» (in K. Staab, Pauluskommentare aus der griechischen Kirche, Aschendorff, Münster 1933, 309).
[20] In effetti il tema prosegue nel concetto di una già attuale «nuova creazione», dalle premesse escatologiche; cf. U. Mell, Neue Schöpfung. Eine traditionsgeschichtliche und exegetische Studie zu einem soteriologischen Grundsatz paulinischer Theologie (ATANT 47), De Gruyter, Berlin-New York 1989.

Publié dans:Paolo - Inni |on 15 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA (SECONDA PARTE)

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA (SECONDA PARTE)

Nobile M., Premesse anticotestamentarie di cristologia, Pontificium Athenaem Antonianum Romae 1993

stralcio dal libro del docente, però voglio rivedere tutto perché per il greco avevo tralasciato le parole - in greco nell’originale – voglio mettere almeno la traslitterazione in caratteri latini altrimenti questo testo perde troppo di significato;

Fil 2, 6-11

TESTO CEI

« il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. »

TESTO RILETTO DAL DOCENTE SULLA BASE DEL TESTO GRECO

(non posso mettere le citazioni in greco le segnalo soltanto, potrei fare la traslitterazione, ma, se interessa, vale la pena di consultare il testo greco di questo passo, è più bello e, per me, più comprensibile)

« (Cristo Gesù), il quale, essendo in forma divina (greco)

non ritenne gelosamente (per sé)

l’essere uguale a Dio (greco)

ma svuotò se stesso (greco)

prendendo una forma di servo (greco)

e divenendo simile agli uomini.

Egli umiliò se stesso,

divenuto obbediente fino alla morte,,

sì alla morte di croce.

È per questo che Dio lo esaltò (greco)

e gli diede il nome,

che è al di sopra di ogni nome,

perché nel mone di Gesù,

ogni ginocchio si pieghi,

al di sopra dei cieli, sulla terra e negl’inferi,

e ogni lingua proclami che

Signore è Gesù Cristo,

a gloria di Dio Padre »

Così come per gli altri brani neotestamentari, non si vuole affrontare l’esegesi di questo testo molto dibattuto, bensì limitarsi alla finalità della nostra indagine, che è quella d’inventariare testimonianze neotestamentarie alle analisi della pagine precedenti. Piuttosto si può obiettare perché s’inserisca Fil 2,6-11 in questa serie di brani paolini, se è oramai pacifico per la maggioranza degli esegeti che esso sia di origine prepaolina.

A ciò possiamo rispondere che l’elenco di testimoni neotestamentari che riportiamo nel nostro studio, non ha preoccupazioni di autenticità (delle quali però non tiene conto nella sua documentazione). Il nostro fine primario è quello di stilare una sequenza di neotestamentari di varia provenienza nei quali sia ravvisabile con una certa fondatezza esegetica la presenza più o meno diretta dei motivi veterotestamentari e giudaici discussi nella pagine precedenti. D’altra parte, l’inno in questione, pur prepaolino, è stato fatto proprio dall’apostolo, come dimostra la sua inserzione in Filippesi.

Perciò basti sottolineare tre cose in questo inno a) l’affermazione che Cristo Gesù è (greco= forma di Dio; b) che la traiettoria del suo ruolo salvifico: discesa dal cielo-svuotamento-esaltazione, riproduce la concezione del viaggio storico-salvifico della Sapienza; c) che quel nome nominato da Dio fin dai primordi, così come si predicava del messia preesistente, è ora identificato nel nome stesso di Gesù.

Per quanto riguarda la definizione del cristo come
, si deve tener presente la connotazione semantica della fisicità connessa con il termine greco morphé (greco). Certo si può pensare in modo positivistico ad un uso fisicista di tale connotazione, né essa può dar luogo ad una troppo precisa determinazione della del Cristo nel senso della dogmatica posteriore. E tuttavia, la parola greca dice qualcosa di più e di diverso dall’affine eixon…Il Cristo appartiene decisamente alla sfera divina. Ma, come a sua volta specifica bene il (autore) la definizione in questione non è dell’ordine dell’ontologia, bensì della funzione, espressa nella traiettoria storico-salvifica dell’inno. In altri termini , la comprensione di morphé (greco) va ricercata meno nel mondo greco e più in quello funzionale-storico della tradizione ebraica.

Ed è qui che si inserisce il secondo elemento sopra sottolineato. La parabola discesa-innalzamento, svuotamento-sopraesaltazione di Cristo, definisce in termini storico-dinamici la comprensione dell’identità di Gesù. Certo egli appartiene alla sfera divina e un’affermazione di ordine ontologico può essere avanzata, ma solo dopo e non prima della traiettoria storico-salvifica. Difatti, per entrare nell’ordine di idee espresso dall’inno, bisogna ricorrere a testi come Sir 24 e Sap 9, ove la Sapienza assume da un lato dei connotati divini (essa è uscita dalla bocca di Dio, secondo il Sir 24,3, e siede sul trono divino, accanto a Dio, secondo Sap 9,4), ma dall’altro trova il suo senso vero nella materializzazione offerta dalla Torà (cfr. Sir 24,23).

Nell’inno ai Filippesi la morphe deou trova il suo senso più autentico nel paradosso della sua contrapposizione alla morphe doulou= forma del servo del verso 7. L’apparizione storica, umana, di Gesù di Narzareth, è la materializzazione estrema di quella forma divina preesistente e trascendente, e la morte di croce è il segno più tangibile, oggettivo, diretto di uno svuotamento : dalla totalità divina all’annientamento umano. Un annientamento reso originale dall’accettazione volontaria (ekhenosen eauton-= svuotò se stesso). Originale e fecondo: è proprio l’averlo voluto che lo ha caricato di efficacia ai fini della glorificazione (vv 9ss). Come si può notare, anche l’inno ai Filippesi è una testimonianza viva e forte della storicità attuale di Gesù e dello sforzo intellettuale dei primi cristiani di fare l’esegesi del suo destino umano di crocifisso. Proprio a quel crocifisso, e proprio perché crocifisso, viene data la possibilità di continuare conseguentemente la traiettoria verso l’esaltazione, che consiste nel conferimento del Nome (v. 9), ed arriviamo al terzo elemento sopra rilevato.

Anche qui si assiste ad un’interessante operazione teologica. Il richiama quell’azione di natura escatologica fatta compiere a Dio in testi giudaici del tipo TgMic 5,1 e Enoc et 48,1-7 (Targum-Michea, ma non sono sicura). Nel quadro degli sviluppi escatologici subiti in epoca intertestamentaria dalla tradizionale ideologia regale e da motivi che vi si connettevano, quali quello dell’esaltazione del Servo di Dio, la comparsa futura della figura messianica veniva descritta, tra l’altro, come un (da parte di Dio) il Nome>. In altri termini, con questa espressione si voleva indicare un’investitura regale, messianica, della figura plenipotenziaria degli ultimi tempi. Si trattava della realizzazione storico-escatologica di una realtà protologica, esistente prima della creazione.

Questo schema concettuale è senza dubbio presente in quel deos… ekapisato auto to onoma to yper pan onoma = (v 10): quel Nome sovrumano sul quale si era tanto elucubrato nei circoli a tendenza escatologica, ora è preciso ed è nome storico: Gesù. L’applicazione e l’identificazione era stata operata. Non solo. Ammiccando a Is 45,23 (23 Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua)

, il v. 11 compie un’altra identificazione. Se nel testo deuteroisaiano, oggetto della lode e della proschinesi (inchino reverente) è YHWH, nell’inno, soggetto è Gesù Cristo, che è il , titolo proprio di Dio. Un’evidente riferimento a tali idee è presente anche nell’inno della Lettera ai Colossesi.

segue un’esegesi di Col 1,15-20 su altro post

UN INNO PREPAOLINO DELLA CATECHESI PRIMITIVA (Fil 2,6-11) pdf

UN INNO PREPAOLINO DELLA CATECHESI PRIMITIVA (Fil 2,6-11)

E. Testa

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/Books/LA47/47097ET.pdf

Publié dans:Lettera ai Filippesi, Paolo - Inni |on 27 avril, 2008 |Pas de commentaires »

COLOSSESI 1,15-20 – INNO A CRISTO SIGNORE DELL’UNIVERSO

COLOSSESI 1,15-20 – INNO A CRISTO SIGNORE DELL’UNIVERSO

Sublime dignità di Cristo   

13 E’ lui infatti che ci ha liberati 

dal potere delle tenebre 

e ci ha trasferiti 

nel regno del suo Figlio diletto,  

14 per opera del quale abbiamo la redenzione, 

la remissione dei peccati.

15 Egli è immagine del Dio invisibile, 

generato prima di ogni creatura; 1

6 poiché per mezzo di lui 

sono state create tutte le cose, 

quelle nei cieli e quelle sulla terra, 

quelle visibili e quelle invisibili: 

Troni, Dominazioni, 

Principati e Potestà. 

Tutte le cose sono state create 

per mezzo di lui e in vista di lui.  

17 Egli è prima di tutte le cose 

e tutte sussistono in lui.

18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; 

il principio, il primogenito di coloro 

che risuscitano dai morti, 

per ottenere il primato su tutte le cose.

19 Perché piacque a Dio 

di fare abitare in lui ogni pienezza

20 e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, 

rappacificando con il sangue della sua croce, 

cioè per mezzo di lui, 

le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. 

commento, stralcio dal libro: Rossé G., Lettera ai Colossesi, Città Nuova Editrice, Roma 2001 

« Per reagire contro la tentazione di sottomettersi a potenze cosmiche che avrebbero in mano il destino di ognuno, l’autore sacro inserisce un inno cristiano preesistente, allo scopo di affermare l’assoluta preminenza del Figlio e nell’ordine della creazione e in quello della redenzione. Il Figlio è l’unico Mediatore dell’operare creatore e salvifico di Dio. Con ciò viene proclamata la preesistenza e la superiorità di Cristo su tutto il creato, inclusa la schiera delle potenze cosmiche, che, benché invisibili, non possono competere con cristo ed essere le sue rivali. L’inno parla di Cristo nel suo rapporto con l’universo degli uomini. Agli occhi della fede, egli è l’unica risposta possibile alle inquietudini dell’uomo che si sente esistenzialmente minacciato  e non comprende più il proprio posto nel mondo. L’inno serve così di base all’argomentazione principale della lettera. 

… 

la prima strofa canta la funzione di mediazione del Figlio nella creazione. Come la Sapienza (cfr. Sap 7,26), egli è . Dio che non si può vedere con i nostri occhi, si è reso visibile nella vita, morte e risurrezione di Gesù. 

… 

Il Figlio è anche il . In Israele, il primogenito aveva dei diritti particolari. L’inno non vuole dire che il Figlio è la prima, forse anche la più importante, delle creature, ma sottolineare l’anteriorità e la preminenza del Mediatore sul creato. 

… 

Il Padre ha creato l’universo in Cristo, Certo il mondo è opera ad extra, radicalmente distinta d Dio; il mondo è non Dio, ma non fu creato fuori di Dio, perché rimane da sempre nel figlio. La creazione nasce ad extra, ma all’interno della dinamica di vita delle persone divine, la dove il Padre ama il Figlio nello Spirito. …Dietro la molteplice ricchezza del creato, c’è la presenza nascosta dell’UNO, del Verbo da dove tutto proviene e nel quale tutto trova coesione e senso. L’UNO dietro le cose crea l’armonia, la relazione, la bellezza, la coesione, dà valore e senso al singolo nella sua relazione al tutto, e lega tutte le realtà in rapporto d’amore fra di loro. 

… 

Non dimentichiamo: per ‘autore cristiano, il figlio è Gesù risorto. ora la resurrezione di Gesù è l’evento escatologico, l’atto inaugurale della . Risorto, Cristo non è soltanto l’Omega ma anche l’Alfa del tutto (cfr. Ap 22, 13; Eb 13,8). Egli è posto nel cuore della creazione e dell’umanità passata, presente e futura. Diventato il Riconciliatore universale (1,20), egli contiene in sé ogni tempo e ogni spazio. Sovrano anche del tempo, il risorto è il centro d’unità verso cui converge la storia. 

… 

Dopo aver affermato fortemente il primato di Cristo nella creazione, l’inno afferma con altrettanta forza la sua priorità nell’opera di salvezza. Il figlio è Capo della Chiesa, che è il suo Corpo. 

… 

Ora, per la prima volta, Cristo è presentato come Testa o Capo, distinto dal suo Corpo identificato con la Chiesa universale, pur nel legame vitale con esso…l’autore vuole sottolineare la sovranità del Figlio anche in quell’atto di Dio che vuole portare il creato al compimento e che ha già i suoi effetti nella Chiesa. 

… 

Di nuovo il Figlio viene chiamato …in relazione alla resurrezione universale dei morti che egli inaugura nella propria resurrezione. 

… 

Alla luce della Rivelazione la creazione è il punto di partenza della storia di dio con l’uomo. E Cristo è la chiave d’interpretazione del progetto divino sull’umanità e sull’universo. La creazione è dunque storia orientata verso Cristo, a sua volta orientata verso il Padre 

… 

Questo ritorno in Dio è espresso in modo inatteso: si tratta di una riconciliazione e di una rappacificazione ad opera di Cristo. Come può un mondo che da sempre è in Cristo aver bisogno di riconciliazione? 

… 

L’inno ha finora ignorato l’esistenza del male nel mondo…L’inno afferma che Dio ha già realizzato la pace cosmica. 

… 

L’autore riconosce la dimensione cosmica della riconciliazione senza precisare ulteriormente. 

… 

Evidentemente il testo resiste ad ogni investigazione puramente razionale e scientifica. Occorre lo sguardo della fede che, alla luce della Rivelazione, penetra al di là dell’oggettivabile, percepisce il legame profondo tra il mondo e l’uomo. Dio non ha fatto un universo nel quale l’uomo si trova per caso, termine di una cieca evoluzione. (LG 48). Nella creazione dell’uomo, l’universo ha trovato il suo perché. Anche il mondo ha dunque un futuro non deducibile dalle leggi naturali: condividere il destino dell’uomo risorto per diventare lo spazio dove il male e l’inimicizia sono eliminati e ogni cosa è in rapporto d’amore con le altre. » 

Publié dans:Paolo - Inni |on 22 avril, 2008 |Pas de commentaires »

LETTERA AGLI EFESINI 1, 4-14 – INNO

LETTERA AGLI EFESINI 1, 4-14 – INNO 

3. Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,  per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, 5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, 6 secondo il beneplacito della sua volontà.  E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; 7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,  la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. 8 Egli l`ha abbondantemente riversata su di noi  con ogni sapienza e intelligenza, 9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito 10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi:  il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi,  essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente, conforme alla sua volontà, 12 perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 13 In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità,  il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello  dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro  che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria. 

stralcio dal libro: Rossé G., Lettera agli Efesini, Città Nuova Editrice, Roma 2001, pagg. 80-89 ;

« LA LODE D’APERTURA (1, 2-14) 

Una benedizione solenne…costituisce l’introduzione teologica alla lettera. lo sguardo di fede dell’autore si innalza al di sopra della condizione attuale del mondo degli uomini, per contemplare con gratitudine e lode…le meraviglie del disegno divino di salvezza, di una salvezza che si estende all’intero universo; 

sul v 3. 

« il versetto si presenta come il titolo dell’inno: lodare Dio per la grandezza della sua opera, compiuta da Gesù Cristo a favore nostro… l’intero inno canta e fa capire in che cosa consiste la pienezza di benedizioni comunicate sotto l’azione dello Spirito di Dio; essa sta nell’elezione, nell’adozione a figli di Dio, nel perdono dei peccati, nella rivelazione del disegno divino, nel dono dello Spirito santo. 

Oggetto di tale beneficio, la comunità cristiana prorompe in una benedizione a Dio. Dio ci benedice con la sua munificenza, noi benediciamo Dio come risposta di lode che torna a Dio, Origine e Fine. All’amore del Padre risponde, come un eco, l’amore dei figli, e così il grande progetto di divino giunge al suo termine. » 

segue 

sui vv 4.5,6a 

4. 

« La benedizione divina sta già nel fatto che, da tutta l’eternità, Dio ci ha scelti. Questa elezione divina non ha nulla di discriminante, non esclude alcuno, essa implica, da parte di Dio, la creazione di un rapporto, di una comunione con lui. » 

5. 

« L’iniziativa divina dell’elezione può ancora essere detta in un altro modo: Dio ci ha . Nessuna idea di predeterminismo, come se Dio avesse destinato alcuni alla vita eterna e altri alla dannazione. Tutti hanno la vocazione alla filiazione adottiva; da tutta l’eternità Dio ci ha pensato e ci ha creato per essere figli suoi. » 

6a 

« L’iniziativa del Padre, espressione della sua libertà, sfocia nella lode della comunità che l’inno specifica …La gloria di Dio è la vita dell’uomo (come dice Ireneo, non della sua autoaffermazione.) I credenti cantano di conseguenza la gloria di Dio, il suo splendore, che sta proprio nella sua grazia, nella sua auto-donazione come Padre. » 

vv. 6b.7. 

« L’attenzione dell’autore si sposta ora nel disegno presente in Dio dall’eternità, al suo intervento storico in Gesù Cristo.  Il testo include espressioni che mettono in luce  il tema della sovrabbondanza, una caratteristica dell’agire di Dio in nostro favore…In lui, nel suo Corpo che è la Chiesa, abbiamo tuttora la redenzione (il verbo è al presente), e cioè la remissione dei peccati grazie alla sua morte salvifica vissuta una volta per tutte. » 

vv. 8.9.10. 

8. 

« La grazia che realizza in noi la redenzione compiuta da Gesù Cristo, include anche una nuova conoscenza: la rivelazione della volontà di Dio identificata con il suo grande disegno. L’autore nomina di conseguenza il dono divino della sapienza e dell’intendimento che caratterizzano la fede, quella luce capace di guardare alle cose e di penetrare il loro significato nell’ottica di Dio » 9. 

« Tale dono è necessario per percepire il Mistero…, cioè il piano di salvezza che non si limita a togliere i peccati, ma vuole comunicare una rivelazione globale del di Dio tale da fare diventare evento già nella storia la funzione cosmico-escatologica di Cristo. … Per l’autore della lettera è evidente che la salvezza operata da Gesù, la redenzione, fa parte del piano originario di Dio, e non fu soltanto un’azione conseguente al peccato dell’umanità. La redenzione appartiene all’ Escaton, porta a termine il piano creatore presente nella mente di Dio dall’eternità » 

10. 

« Il verso 10 ci porta ad un culmine della riflessione dell’autore. ..il disegno divino corrisponde ad un progetto che Dio gestisce e vuole portare a termine secondo un certo ordine. E ciò che Dio vuole portare a termine in questo modo è la …Paolo…non ha in mente il tempo cronologico, il tempo come attimo fuggente, ma il tempo come momento opportuno, un tempo qualitativamente quantificato. » 

11. 

« Nel grande disegno di Dio che implica la funzione cosmica di Cristo, siamo coinvolti anche noi; anzi la ricapitolazione di tutte le cose ha l’umanità salvata come beneficiaria. Creato e umanità sono legati in questo disegno che  ha Dio come promotore e Cristo come mediatore. Dopo aver proclamato la rivelazione del Mistero, e cioè della funzione universale di Cristo, l’autore si ferma alla sua realizzazione storica. Egli riprende l’idea della predestinazione (v. 5), ma non più come decisione che dall’eternità si trova in Dio, ma come esperienza e coscienza che la comunità ha del Mistero portato avanti dagli interventi di Dio nella storia d’Israele e svelato in modo definitivo nell’evento-Cristo…Dio ci comunica tutto ciò che Egli possiede, e cioè Se stesso » 

12. 

« L’inno aggiunge che suona come un ritornello e ricorda ai cristiani quale è la risposta umana all’agire di Dio. La lode di Dio non è imposta come un dovere, ma scaturisce spontaneamente dinanzi alla rivelazione della grandezza dell’amore divino a favore dell’umanità. » 

13. 

« L’autore interpella direttamente la comunità, rimanda noi cristiani alle tre tappe della conversione: - l’ascolto della   - l’accoglienza della fede… - la probabile allusione al battesimo nell’immagine del sigillo identificato con lo Spirito Santo…L’inno ricorda che lo Spirito di Dio è lo , cioè lo Spirito promesso come dono escatologico dai profeti (Ez 36,25ss; Gl 3, 1-2 ecc.) ma anche lo Spirito che promette, che apre al futuro. » 

14. 

« Egli infatti è , come già insegnava Paolo (2Cor 1, 22; 5,5), un termine commerciale: un acconto che garantisce e anticipa il pieno compimento dell’opera divina a nostro favore; quindi non un semplice prestito che poi bisogna restituire, ma un dono stabilmente dato e che accompagna i credenti lungo il cammino fino al completo possesso dell’eredità divina (cfr. 1Pt 1, 3-5)…L’alleanza trova il suo culmine nel dono reciproco di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio. » 

Publié dans:Paolo - Inni |on 12 avril, 2008 |Pas de commentaires »

GLI INNI PAOLINI – PAPA BENEDETTO

Papa Benedetto ha commentato gli inni paolini, ho già messo il testo degli inni ed i commenti del Papa in una « Pages », ora metto il link alla « Pages » e inserisco questo post sotto la categoria « Paolo – inni » in modo da poter ritrovare tutti insieme i testi ed i commenti, quelli che ho già messo e quelli che metterò ancora; commenti esegetici ai testi ed altro, mano a mano che trovo;  

Papa Benedetto, commenti agli inni paolini, link alla « Pages »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/benedetto-xvi-inni-paolini-testo-e-catechesi-del-papa/

Publié dans:Paolo - Inni |on 12 avril, 2008 |Pas de commentaires »

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