Archive pour novembre, 2009

G. Florovskij : L’Incarnazione e la Redenzione

dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/dogmatica/incarnflorovsky.htm

L’Incarnazione e la Redenzione 

G. Florovskij

            “Il Logos si è fatto Carne”: in queste parole è espressa la gioia definitiva della fede cristiana; in esse c’è la pienezza della Rivelazione. Il Signore incarnatosi è nello stesso tempo perfetto Dio e perfetto Uomo. Il completo significato ed il fine ultimo dell’esistenza umana è rivelato e realizzato nell’Incarnazione e per mezzo di essa. Egli scese dal Cielo per redimere la terra, per congiungere per sempre l’uomo con Dio. “E divenne uomo”. È così iniziata la nuova epoca. Noi infatti calcoliamo il tempo secondo gli “anni Domini”. Come scrisse sant’Ireneo, “il Figlio di Dio è diventato figlio dell’uomo, perché quest’ultimo diventasse figlio di Dio”. Non solo la pienezza originaria della natura umana è restaurata e ristabilita nell’Incarnazione. Non solo la natura umana ritorna alla sua comunione con Dio ormai perduta. L’Incarnazione è anche la nuova Rivelazione, un nuovo ed ulteriore passo. Il primo Adamo era un’anima vivente, ma l’ultimo Adamo è il Signore che viene dal Cielo (1 Corinti 15, 47). E nell’Incarnazione del Logos l’umana natura non fu solo unta da una sovrabbondanza di Grazia, ma fu assunta in un’unione intima ed ipostatica con Dio stesso. In questa elevazione della natura umana ad una eterna comunione con la vita divina, i Padri della Chiesa primitiva videro unanimi l’essenza della Salvezza, la base di tutta l’opera redentrice del Cristo. “È salvato ciò che è unito a Dio”, dice san Gregorio di Nazianzo. E ciò che non era unito non poteva essere salvato. Questa era la sua principale ragione per insistere, contro Apollinare, sulla pienezza dell’umana natura dall’Unigenito nell’Incarnazione. Questo è il motivo fondamentale ricorrente in tutta la teologia antica, in sant’Ireneo, sant’Atanasio, nei Padri della Cappadocia, in san Cirillo di Alessandria, in san Massimo il Confessore. Tutta la storia del dogma cristologico è determinata da questa fondamentale concezione: l’Incarnazione del Logos intesa come Redenzione. Nell’Incarnazione la storia umana riceve il suo completamento. L’eterna volontà di Dio si realizza, “il mistero nascosto dell’eternità e sconosciuto agli Angeli”. I giorni dell’attesa sono passati. Colui che era promesso è venuto. E da questo momento, per usare la frase di san Paolo, la vita dell’uomo “è nascosta con il Cristo in Dio” (Colossesi 3, 3)…

            L’Incarnazione del Logos fu un’assoluta manifestazione di Dio. E soprattutto fu una rivelazione della vita. Il Cristo è il Logos della Vita… “e la Vita si manifestò e noi l’abbiamo vista e ne testimoniamo ed annunciamo a voi la vita, la Vita eterna, che era con il Padre e che si manifestò a noi” (1 Giovanni 1, 1-2). L’Incarnazione è la rinascita dell’uomo, per così dire, la resurrezione della natura umana. Ma il punto culminante dell’Evangelo è la Croce, la morte del Logos incarnato. La vita è stata rivelata nella sua pienezza attraverso la morte. Questo è il mistero paradossale del Cristianesimo: la vita attraverso la morte, la vita dalla tomba ed oltre la tomba, il mistero della tomba apportatrice di vita. Noi siamo nati ad una vita reale ed eterna solo grazie alla nostra morte battesimale ed alla nostra sepoltura nel Cristo; noi siamo rigenerati con il Cristo nel fonte battesimale. Questa è la legge immutabile della vera vita. “Nessun seme rivive se prima non muore” (1 Corinti 15, 36).

            “Grande è il mistero della fede: Dio s’è manifestato nella Carne” (1 Timoteo 3, 16). Ma Dio non si manifestò per ricreare il mondo improvvisamente grazie alla sua onnipotenza, o per illuminarlo e trasfigurarlo con l’immensa luce della sua gloria. Fu nell’estrema umiliazione che la rivelazione della divinità si realizzò. La volontà divina non distrugge la condizione originale della libertà umana, la libertà di disporre di se stessi, non distrugge né abolisce l’antica legge della libertà umana. In ciò si manifesta una certa autolimitazione o “kènosis” della potenza divina. E quel che più conta, una certa “kènosis” dell’amore divino stesso. Quest’ultimo, per così dire, restringe e limita se stesso nel rispettare la libertà della creatura. L’amore non impone la guarigione con la costrizione, come avrebbe potuto fare. Non c’era un’evidenza costrittiva in questa manifestazione di Dio. Non tutti riconobbero il Signore della gloria “sotto la forma del servo”, che egli deliberatamente assunse. E chi lo riconobbe non lo fece grazie all’intuito personale, ma grazie alla rivelazione del Padre (cfr. Matteo 16, 17). Il Logos incarnato apparve sulla terra come uomo tra gli uomini. Ciò significava assumere tutta la pienezza umana per redimere gli uomini, pienezza non solo della natura umana, ma anche di tutta la vita umana. L’Incarnazione doveva manifestarsi in tutta la pienezza della vita, nella pienezza dell’età dell’uomo, poiché tutta questa pienezza potesse essere santificata. Questo è uno degli aspetti del concetto della “ricapitolazione” di tutto in Cristo, che con tanta enfasi sant’Ireneo riprese da san Paolo. Era questa l’umiliazione del Logos (cfr. Filippesi 2, 7). Ma questa “kènosis” non era una riduzione della divinità, che nell’incarnazione sussiste immutata. Al contrario era un’elevazione dell’uomo, la deificazione della natura umana, la “thèosis”. Come afferma san Giovanni Damasceno, nell’Incarnazione “tre cose furono realizzate in una sola volta: l’assunzione, l’esistenza e la deificazione dell’umanità per mezzo del Logos”. Bisogna sottolineare che nell’Incarnazione il Logos assume l’originale natura umana, innocente e libera dal peccato originale, senza alcuna macchia. Questo fatto non viola la pienezza della natura umana né diminuisce la somiglianza del Salvatore nei confronti di noi peccatori. Infatti il peccato non è proprio della natura umana, ma è un prodotto parassitico ed anormale. Questo aspetto fu sottolineato da san Gregorio Nisseno e particolarmente da san Massimo il Confessore in relazione alla teoria della volontà come sede del peccato. Nell’Incarnazione il Logos assume la primitiva natura umana, creata “ad immagine di Dio”, per cui quest’ultima è ristabilita nell’uomo. Ciò non era ancora l’assunzione della sofferenza umana o dell’umanità sofferente. Era l’assunzione della vita umana, ma non ancora della morte. La libertà del Cristo dal peccato originale significa anche libertà dalla morte, che è il “compenso del peccato”. Il Cristo è libero dalla corruzione e dalla morte già dalla sua nascita. E, simile al primo Adamo anteriormente alla caduta egli può non morire affatto, sebbene naturalmente egli possa anche morire. Egli era libero dalla necessità della morte, poiché la sua umanità era pura ed innocente. Perciò la morte del Cristo era e non poteva non essere volontaria, non frutto della natura decaduta, ma risultato di una libera scelta ed accettazione.

            Una distinzione deve essere fatta tra l’assunzione della natura umana da parte del Cristo ed il fatto che egli prese su di sé i nostri peccati. Il Cristo è “l’agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo” (Giovanni 1, 29). Ma egli non prende su di sé i peccati del mondo nell’Incarnazione. Prendere su di sé i peccati del mondo è un atto della volontà, non una necessità della natura. Il Salvatore prende su di sé i peccati del mondo per una libera scelta d’amore. Egli li porta in tale modo che ciò non diventa una sua colpa o viola la purezza della sua natura (…) l’assunzione dei peccati ha un valore di redenzione, in quanto è un libero atto di compassione e d’amore. Né si tratta solo di compassione. In questo mondo, che è in preda al peccato, anche la purezza stessa è sofferenza, è una fonte e causa di sofferenza. Perciò un cuore giusto soffre e si addolora per l’ingiustizia che patisce per opera della malvagità di questo mondo. La vita del Salvatore, come quella di un essere giusto e puro, come una vita pura e senza peccato, deve essere stata inevitabilmente su questa terra quella di uno che soffrì. Il bene è oppressivo per il mondo e questo mondo è oppressivo per il bene. Questo mondo si oppone al bene e non volge lo sguardo alla luce. Ed esso non accetta il Cristo e respinge sia lui che il Padre suo (Giovanni 15, 23 sg). Il Salvatore si sottopone all’ordine di questo mondo, sopporta, e l’opposizione di questo mondo è coperta da suo amore che perdona: “Essi non sanno quel che fanno” (Luca 23, 34). Tutta la vita di nostro Signore è una Croce. Ma la sofferenza non è ancora tutta la Croce. Quest’ultima è più che la semplice sofferenza di un giusto. Il sacrificio del Cristo non si esaurisce nella sua obbedienza, sopportazione, pazienza, compassione e perdono. L’unità dell’opera redentrice del Cristo non può essere suddivisa in parti. La vita terrena del Signore è un’unità organica e la sua opera redentrice non può essere connessa esclusivamente con un momento particolare della sua vita. Comunque il punto culminante della sua vita è la morte. Ed il Cristo stesso lo afferma nell’ora della morte: “Ma è proprio per quest’ora che sono venuto” (Giovanni 12, 27). La morte redentrice è lo scopo definitivo per l’Incarnazione.

            Il mistero della Croce supera le nostre capacità intellettive. Questa “terribile visione” sembra estranea ed allarmante. Tutta la vita del Cristo fu un grande atto di pazienza, di grazia e di amore. Ed è tutta illuminata dallo splendore eterno della divinità, sebbene questo splendore sia invisibile nel mondo di carne e del peccato. Ma la salvezza si realizza completamente sul Golgotha, non sul Tabor (cfr. Luca 9, 31). Il Cristo venne non solo per insegnare con autorità e parlare al popolo in nome del Padre, non solo per compiere opere di grazia. Egli venne per soffrire per morire e risorgere. Egli stesso più che una volta lo dichiarò ai discepoli perplessi ed allarmati. Non solo preannunciò l’approssimarsi della passione e della morte, ma chiaramente affermò che egli doveva soffrire ed essere irriso. Egli esplicitamente disse che “doveva”, non semplicemente che “si apprestava a morire”. “E cominciò a spiegare loro che il Figlio dell’Uomo dovrà soffrire molto. Gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti ed i maestri della legge lo condanneranno; egli sarà ucciso, ma dopo tre giorni risusciterà” (Marco 8, 31; Matteo 16, 21; Luca 9, 22; 24; 26). È necessario, non secondo la legge di questo mondo, in cui il bene e la verità sono perseguitati e respinti, non secondo la legge dell’odio e del male. La morte di nostro Signore era una decisione presa in piena libertà. Nessuno gli toglie la vita, ma egli stesso offre la sua anima con un supremo atto di volontà ed autorità. “Io ho l’autorità” (Giovanni 10, 18). Egli soffrì e non morì “non perché non potesse sfuggire alla sofferenza, ma perché scelse di soffrire”, come è detto nel Catechismo Russo. Scelse non semplicemente nel senso di una volontaria sofferenza e non resistenza, non semplicemente perché permise che la rabbia del peccato e dell’ingiustizia si sfogasse su di lui. Non solo permise, ma lo volle. Egli doveva morire secondo la legge della verità e dell’amore. In alcun modo la crocifissione fu un suicidio passivo o semplicemente un assassinio. Era un sacrificio ed un’oblazione. Era necessario che egli morisse, ma non secondo la necessità di questo mondo, bensì secondo la necessità del divino Amore. Il mistero della Croce comincia nell’eternità, nel santuario della santissima Trinità, ed è inaccessibile per le creature. Ed il mistero trascendente della sapienza e dell’amore di Dio si rivela e si compie nella storia. Perciò il Cristo è chiamato l’Agnello “che Dio aveva destinato a questo sacrificio già prima della creazione” (Pietro 1, 9) e “che è stato sgozzato dall’eternità” (Apocalisse 13, 8). La Croce di Gesù, frutto dell’ostilità dei Giudei e della violenza dei Gentili, è in realtà solo l’immagine terrena e l’ombra di questa Croce celeste di amore. Questa “necessità divina” della morte sulla Croce supera in realtà ogni capacità dell’intelletto umano. E la Chiesa non ha mai tentato una definizione razionale di questo supremo mistero. Formule scritturali sono apparse, ed ancora appaiono, le più adeguate. In ogni caso non lo saranno semplici categorie etiche. L’interpretazione morale, o ancor più quella legale o giuridica, non possono essere altro che antropomorfismo scolorito. Ciò è vero anche riguardo all’idea del sacrificio. Il sacrificio di Cristo non può essere considerato come una pura offerta o resa. Ciò non spiegherebbe la necessità della morte, poiché tutta la vita del Logos Incarnato era un continuo sacrificio. Com’è che la sua vita purissima era insufficiente per la vittoria sulla morte? Ed era la morte realmente una prospettiva terrificante per il Giusto, per il Logos Incarnato, tanto più che già precedentemente sapeva che sarebbe giunta la Resurrezione il terzo giorno? Ma anche i comuni martiri cristiani hanno accettato tutti i loro tormenti e sofferenze e la morte stessa con piena calma e gioia, come una corona ed un trionfo. Il capo dei martiri, il Protomartire Gesù Cristo, non era inferiore a loro. E per loro stesso “decreto divino”, per la “stessa necessità divina”, egli “doveva” non solo essere sottoposto all’esecuzione capitale ed ingiuriato e morire, ma anche risorgere il terzo giorno. Quale che sia la nostra interpretazione dell’agonia del Gethsemani, un punto è perfettamente chiaro: il Cristo non era una vittima passiva, ma il conquistatore anche nella sua estrema umiliazione. Egli sapeva che questa umiliazione non era semplicemente sofferenza o obbedienza, ma il vero sentiero della gloria, della vittoria suprema. Né la sola idea della giustizia divina, la “iustitia vindicativa” può rivelare il profondo significato del sacrificio della Croce. Il mistero di quest’ultima non può essere adeguatamente interpretato in termini di una transazione, di una ricompensa, di un riscatto. Se il valore della morte del Cristo fu infinitamente accresciuto dalla sua divina persona, lo stesso si applica anche a tutta la sua vita. Tutte le sue azioni hanno un valore infinito in quanto frutto del Logos di Dio incarnatosi. Ed esse coprono in maniera sovrabbondante sia gli errori che i difetti del genere umano decaduto. Infine, difficilmente ci potrebbe essere una giustizia retributiva nella passione e nella morte del Signore, quale poteva esserci anche nella morte di un qualsiasi giusto. Infatti non si trattava della sofferenza e della morte di un semplice uomo, sopportata con l’aiuto divino a causa della sua fede e pazienza. Questa morte era la sofferenza del Figlio di Dio stesso incarnatosi, la sofferenza di una natura umana senza macchia, già deificata per essere stata unita all’ipostasi del Logos. Né ciò si può spiegare con l’idea di una soddisfazione sostitutiva, la satisfactio vicaria degli scolastici. Non perché la sostituzione non sia possibile. In realtà il Cristo prese su di sé i peccati del mondo, ma Dio non desidera la sofferenza di alcuno, egli ne soffre. Come la pena di morte del Logos Incarnato, purissimo e senza macchia, poteva essere l’abolizione del peccato, se la morte stessa ne è il compenso e se essa esiste solo nel mondo sottoposto al peccato? (…). La Croce non è il simbolo della giustizia, ma dell’amore divino. San Gregorio Nazianzeno esprime con grande enfasi tutti i suoi dubbi a questo proposito nella sua celebre Orazione Pasquale.

            “A che e perché questo sangue è stato versato per noi, il preziosissimo sangue di Dio, il Sommo Sacerdote e Vittima?… Noi eravamo schiavi del maligno, venduti al peccato ed abbiamo portato su noi stessi questo danno a causa della nostra animalità. Se il prezzo del riscatto fu dato a nessun altro che a colui di cui ci trovavamo in potere, mi chiedi a chi e perché questo prezzo è stato pagato. Se è stato versato al maligno, allora è veramente insultante! Il ladro riceve il prezzo del riscatto; non lo riceve solo da Dio, ma addirittura riceve Dio stesso. Per la sua tirannide egli riceve un così abbondante prezzo, che era in dovere di aver pietà di noi… Se è stato versato al Padre, in primo luogo, ci chiediamo in che modo. Non eravamo in suo potere?… Ed in secondo luogo per qual ragione? Per qual motivo il Sangue dell’Unigenito era gradito al Padre, il quale non accettò neppure il sacrificio d’Isacco, ma mutò l’offerta sostituendo la vittima razionale con un agnello?…”. Con tutte queste domande san Gregorio cerca di chiarire come sia inesplicabile la Croce in termini di giustizia vendicatrice e così conclude: “Da tutto ciò è evidente che il Padre accettò il sacrificio non perché egli lo richiedesse o ne avesse bisogno, ma per l’economia e perché l’uomo deve essere santificato dall’umanità di Dio”.

            La Redenzione non è affatto il perdono dei peccati né la riconciliazione dell’uomo con Dio. Essa è l’abolizione completa del peccato, la liberazione dal peccato e dalla morte. E la Redenzione fu compiuta sulla Croce, con il sangue della sua Croce (Colossesi 1, 20; cfr. Atti 20, 28; Romani 5, 9; Efesini 1, 7; Colossesi 1, 14; Ebrei 9, 22; 1 Giovanni 1, 7; Apocalisse 1, 5-6; 5, 9). Non solo grazie alle sofferenze sulla Croce, ma precisamente con la morte in Croce. E la vittoria definitiva è opera non delle sofferenze o della pazienza, ma della morte e della resurrezione. Entriamo con ciò nella profondità ontologica dell’esistenza umana. La morte del Signore era la vittoria sulla morte non la remissione dei peccati, né semplicemente la giustificazione di un uomo, né la soddisfazione di una giustizia astratta. E la vera chiave del mistero può essere offerta unicamente da una coerente dottrina della morte umana.

G. Florovskij

Da “Creation and Redemption”, 1976, Nordland Publisking compagny, 95-104. trad. T. Ch.
In “Messaggero Ortodosso”, n. dicembre-gennaio Roma 1981-1982, 14-25. 

Le grandi antifone dell’Avvento

dal sito:

http://www.floscarmeli.org/modules.php?name=News&file=print&sid=425

Le grandi antifone dell’Avvento

Argomento: Oblatio munda

Le grandi antifone
dell’Avvento
dagli scritti di Dom Prosper Guérager O.S.B, Abate di Solesmes (1805-1875)

17 DICEMBRE

INIZIO DELLE GRANDI ANTIFONE

La Chiesa apre oggi la serie settenaria dei giorni che precedono la Vigilia di Natale, e che sono celebrati nella Liturgia con il nome di Ferie maggiori. L’Ufficio ordinario dell’Avvento assume maggiore solennità; le Antifone dei Salmi, alle Laudi e alle Ore del giorno, sono proprie del tempo e hanno un rapporto diretto con la grande Venuta. Tutti i giorni, ai Vespri, si canta una grande Antifona che è un grido verso il Messia e nella quale gli si dà ogni giorno qualcuno dei titoli che gli sono attribuiti nella Scrittura.

Il numero di queste Antifone, che sono dette comunemente antifone O dell’Avvento, perché cominciano tutte con questa esclamazione è di sette nella Chiesa romana, una per ciascuna delle sette Ferie maggiori, e si rivolgono tutte a Gesù Cristo. Altre Chiese, nel medioevo, ne aggiunsero ancora due: una alla Santissima Vergine, O Virgo Virginum! e una all’Angelo Gabriele, O Gabriel! Oppure a san Tommaso, la cui festa cade nel corso delle Ferie maggiori. Quest’ultima comincia così: O Thomas Didime! (i). Vi furono anche delle Chiese che portarono fino a dodici il numero delle grandi Antifone, aggiungendone alle nove di cui abbiamo parlato altre tre, e cioè: una a Cristo, O Rex pacifice! una seconda alla Santissima Vergine, O mundi Domina! e infine un’ultima a mo’ d’apostrofe a Gerusalemme, O Hierusalem!
Il momento scelto per far ascoltare questo sublime appello alla carità del Figlio di Dio è l’ora dei Vespri, perché è alla sera del mondo, vergente mundi vespere, che è venuto il Messia. Si cantano al Magnificat, per denotare che il Salvatore che aspettiamo ci verrà. da Maria. Si cantano due volte, prima e dopo il Cantico, come nelle feste Doppie, in segno della maggiore solennità; ed era anche antica usanza di parecchie Chiese cantarle tre volte, cioè prima del Cantico stesso, prima del Gloria Patri e dopo il Sicut erat. Infine, queste meravigliose Antifone che contengono tutto il midollo della Liturgia dell’Avvento, sono adorne d’un canto armonioso e pieno di gravità, e le diverse Chiese hanno conservato l’usanza di accompagnarle con una pompa tutta speciale, le cui manifestazioni sempre espressive variano secondo i luoghi. Entriamo nello Spirito della Chiesa e riceviamole per unirci, con tutta l’effusione del nostro cuore, alla stessa santa Chiesa, allorché fa sentire al suo Sposo questi ultimi e teneri inviti ai quali egli infine si arrende.

(1) Quest’antifona è più moderna; ma a partire dal XIII secolo sostituì quasi universalmente quella: O Gabriel! Il lettore intelligente saprà cogliere la sostanza di queste riflessioni, nonostante calendario e rubriche siano ó in questo caso – leggermente cambiate.

17 DICEMBRE – I ANTIFONA

O Sapienza, che sei uscita dalla bocca dell’Altissimo, che attingi l’uno e l’altro estremo, e disponi di tutte le cose con forza e dolcezza: vieni ad insegnarci le vie della prudenza.

O Sapienza increata che presto ti renderai visibile al mondo, come si vede bene in questo momento che tu disponi tutte le cose! Ecco che, con il tuo divino permesso, è stato emanato un editto dell’imperatore Augusto per fare il censimento dell’universo. Ognuno dei cittadini dell’Impero deve farsi registrare nella sua città d’origine. Il principe crede nel suo orgoglio di aver mosso a suo vantaggio tutto il genere umano. Gli uomini si agitano a milioni sul globo, e attraversano in ogni senso l’immenso mondo romano; pensano di obbedire a un uomo, e obbediscono invece a Dio. Tutto quel grande movimento non ha che uno scopo: di condurre cioè a Betlemme un uomo e una donna che hanno la loro umile dimora in Nazareth di Galilea, perché quella donna sconosciuta dagli uomini e amata dal cielo, giunta al termine del nono mese dalla. concezione del suo figliuolo, dia alla luce a Betlemme il figlio di cui il Profeta ha detto: « La sua origine è fin dai giorni dell’eternità; o Betlemme, tu non sei affatto la più piccola fra le mille città di Giuda, poiché da te appunto egli uscirà ». O sapienza divina, quanto sei forte, per giungere così ai tuoi fini in un modo insuperabile per quanto nascosto agli uomini! Quanto sei dolce, per non fare tuttavia alcuna violenza alla loro libertà! Ma quanto sei anche paterna nella tua premura per i nostri bisogni i Tu scegli Betlemme per nascervi, perché Betlemme significa la Casa del Pane. Ci mostri con ciò che tu vuoi essere il nostro Pane, il nostro nutrimento, il nostro alimento di vita. Nutriti d’un Dio, d’ora in poi non morremo più. O Sapienza del Padre, Pane vivo disceso dal cielo vieni presto in noi, affinché ci accostiamo a te, e siamo illuminati dal tuo splendore; e dacci quella prudenza che conduce alla salvezza.

18 DICEMBRE – II ANTIFONA

O Adonai, Signore, capo della casa d’Israele, che sei apparso a Mosè nella fiamma del roveto ardente e gli hai dato la legge sul Sinai, vieni a ricattarci nella forza del tuo braccio.

O Supremo Signore, Adonai, vieni a riscattarci, non più nella tua potenza, ma nella tua umiltà. Una volta ti sei manifestato a Mosè, tuo servo, in mezzo ad una divina fiamma; hai dato la Legge al tuo popolo tra fulmini e lampi. Ora non è più tempo di spaventare, ma di salvare. Per questo la tua purissima Madre Maria, conosciuto, al pari dello sposo Giuseppe, l’editto dell’Imperatore che li obbligherà ad intraprendere il viaggio di Betlemme, si occupa dei preparativi della tua prossima nascita. Dispone per te, o divino Sole, gli umili panni che copriranno la tua nudità, e ti ripareranno dal freddo in questo mondo che tu hai fatto, nell’ora in cui apparirai nel profondo della notte e del silenzio. Così ci libererai dalla servitù dei nostro orgoglio, e il tuo braccio si farà sentire più potente quando sembrerà più debole e più immobile agli occhi degli uomini. Tutto è pronto, o Gesù! I tuoi panni ti attendono. Parti dunque presto e vieni a Betlemme, a riscattarci dalle mani del nostro nemico.

19 DICEMBRE – III ANTIFONA

O rampollo di Iesse, che sei come uno stendardo per i popoli; davanti al quale i re ammutoliranno e le genti offriranno le loro preghiere: vieni a liberarci, e non tardare.

Eccoti dunque in cammino, o Figlio di Iesse, verso la città dei tuoi avi. L’Arca del Signore s’è levata ed avanza, con il Signore che è in essa, verso il luogo del suo riposo. « Quanto sono belli i tuoi passi, o Figlia del Re, nello splendore dei tuoi calzari » (Cant 7,1), quando vieni a portare la salvezza alle città di Giuda! Gli Angeli ti scortano, il tuo fedele Sposo ti circonda di tutta la sua tenerezza, il cielo si compiace in te, e la terra trasalisce sotto il dolce peso del suo Creatore e della sua augusta Regina. Avanza, o Madre di Dio e degli uomini, Propiziatorio onnipotente in cui è racchiusa la divina Manna che preserva l’uomo dalla morte! I nostri cuori ti seguono e ti accompagnano, e al seguito del tuo Regale antenato, giuriamo « di non entrare nella nostra casa, di non salire sul nostro letto, di non chiudere le nostre palpebre e di non concederci riposo fino a quando non abbiamo trovato nei nostri cuori una dimora per il Signore che tu porti, una tenda per il Dio di Giacobbe ». Vieni dunque, così velato sotto i purissimi fianchi dell’Arca santa, o rampollo di Iesse, finché ne uscirai per risplendere agli occhi del popolo, come uno stendardo di vittoria. Allora i re vinti taceranno dinanzi a te, e le genti ti rivolgeranno i loro omaggi. Affrettati, o Messia; vieni a vincere tutti i nostri nemici e liberaci!

2O DICEMBRE – IV ANTIFONA

O chiave di David e scettro della casa d’Israele, che apri, e nessuno può chiudere; che chiudi, e nessuno può aprire: vieni e trai dalla prigione il misero che giace nelle tenebre e nell’ombra della morte.

O figlio di David, erede del suo trono e della sua potenza, tu percorri, nella tua marcia trionfale, una terra sottomessa un tempo al tuo avo, e oggi asservita dai Gentili. Riconosci da ogni parte, sul tuo cammino, tanti luoghi testimoni delle meraviglie della giustizia e della misericordia di Dio tuo Padre verso il suo popolo, nel tempo di quell’antica Alleanza che volge verso la fine. Presto, tolta la virginea nube che ti ricopre, intraprenderai nuovi viaggi su quella stessa terra, vi passerai beneficando e guarendo ogni languore ed ogni infermità, e tuttavia senza avere dove posare il capo. Oggi almeno il seno materno ti offre ancora un asilo dolce e tranquillo, nel quale non ricevi che le testimonianze dell’amore più tenero e più rispettoso. Ma, o Signore, bisogna che tu esca da quel beato ritiro; bisogna che tu, o Luce eterna, risplenda in mezzo alle tenebre, poiché il prigioniero che sei venuto a liberare languisce nella sua prigione. Egli giace nell’ombra della morte, e vi perirà se non vieni prontamente ad aprirne le porte con la tua Chiave onnipotente! Il prigioniero, o Gesù, è il genere umano, schiavo dei suoi errori e dei suoi vizi. Vieni a spezzare il giogo che l’opprime e lo degrada! Il prigioniero è il nostro cuore troppo spesso asservito a tendenze che esso sconfessa. Vieni, o divino Liberatore, a riscattare tutto ciò che ti sei degnato di rendere libero con la tua grazia, e a risollevare in noi la dignità di fratelli tuoi.

O Gabriele, messaggero dei cieli, tu sei entrato da me a porte chiuse e mi hai detto quelle parole: Concepirai e partorirai un figlio e sarà chiamato Emmanuele!

21 DICEMBRE – V ANTIFONA

O Oriente, splendore della luce eterna! Sole di giustizia! Vieni, ed illumina coloro che giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte!

O divin Sole, o Gesù, tu vieni a strapparci alla notte eterna. sii per sempre benedetto! Ma come provi la nostra fede, prima di risplendere ai nostri occhi in tutta la tua magnificenza! Come ti compiaci di velare i tuoi raggi, fino all’istante segnato dal Padre tuo celeste, nel quale devi effondere tutti i tuoi fuochi! Ecco che attraversi la Giudea, ti avvicini a Gerusalemme, e il viaggio di Maria e Giuseppe volge al termine. Sul cammino, incontri una moltitudine di uomini che vanno in tutte le direzioni, e che si recano ciascuno alla sua città d’origine per soddisfare all’Editto del censimento. Di tutti quegli uomini nessuno pensa che tu gli sia vicino, o divino Oriente! Maria, Madre tua, è ritenuta una donna comune; tutt’al più, se notano la maestà e la modestia incomparabile dell’augusta regina, sentiranno vagamente lo stridente contrasto fra la suprema dignità e l’umile condizione; ma hanno presto dimenticato quel felice incontro. Se guardano con tanta indifferenza la madre, rivolgeranno forse un pensiero al figlio ancora racchiuso nel suo seno? Eppure quel figlio sei tu stesso, o Sole di giustizia! Accresci in noi la Fede, ma accresci anche l’amore. Se quegli uomini ti amassero, o liberatore dell’universo, tu ti faresti sentire ad essi; i loro occhi non ti vedrebbero ancora, ma almeno s’accenderebbe loro il cuore nel petto, ti desidererebbero e solleciterebbero il tuo arrivo con i loro voti e i loro sospiri. O Gesù, che attraversi così quel mondo che tu hai fatto, e che non forzi l’omaggio delle tue creature, noi vogliamo accompagnarti per il resto del tuo viaggio; baciamo sulla terra le orme benedette dei passi di colei che ti porta nel seno, e non vogliamo lasciarti fino a quando non siamo arrivati con te alla dolce Betlemme, a quella Casa del Pane in cui finalmente i nostri occhi ti vedranno, o Splendore eterno, nostro Signore e nostro Dio.

22 DICEMBRE – VI ANTIFONA

O re delle genti, oggetto dei loro desideri! Pietra angolare che riunisci in te i due popoli! Vieni e salva l’uomo che hai formato dal fango.

O Re delle genti! Tu ti avvicini sempre più a quella Betlemme in cui devi nascere. Il viaggio volge al termine, e la tua augusta Madre, che il dolce peso consola e fortifica, conversa senza posa con te lungo il cammino. Adora la tua divina maestà e ringrazia la tua misericordia; si rallegra d’essere stata scelta per la sublime missione di servire da Madre a un Dio. Brama e teme insieme il momento in cui finalmente i suoi occhi ti contempleranno. Come potrà renderti i servigi degni della tua somma grandezza, quando si ritiene l’ultima delle creature? Come ardirà sollevarti fra le braccia, stringerti al cuore, allattarti al suo seno mortale? Eppure, quando pensa che si avvicina l’ora in cui, senza cessare d’essere suo figlio, uscirai da lei ed esigerai tutte le cure della sua tenerezza, il suo cuore vien meno e mentre l’amore materno si confonde con l’amore che porta verso Dio, è sul punto di spirare in quella lotta troppo impari della fragile natura umana contro i più forti e i più potenti di tutti gli affetti riuniti in uno stesso cuore. Ma tu la sostieni, o Desiderato delle genti, perché vuoi che giunga al felice termine che deve dare alla terra il suo Salvatore, e agli uomini la Pietra angolare che li riunirà in una sola famiglia. Sii benedetto nelle meraviglie della tua potenza e della tua bontà, o divino Re, e vieni presto a salvarci, ricordandoti che l’uomo ti è caro poiché l’hai formato con le tue stesse mani. Oh, vieni, poiché l’opera tua è degenerata, è caduta nella perdizione, e la morte l’ha invasa: riprendila nelle tue potenti mani, rifalla, salvala, perché l’ami sempre, e non arrossisci della tua creazione.

O Re Pacifico, tu che sei nato prima dei secoli, affrettati ad uscire dalla porta d’oro: visita coloro che devi riscattare, e falli risalire al luogo donde il peccato li ha precipitati.

23 DICEMBRE – VII ANTIFONA

O Emmanuele, nostro Re e nostro Legislatore, attesa delle genti e loro salvatore, vieni a salvarci, Signore Dio nostro!

O Emmanuele, Re della Pace, tu entri oggi in Gerusalemme, la città da te scelta, perché è là che hai il tuo Tempio. Presto vi avrai la tua Croce e il tuo Sepolcro, e verrà il giorno in cui costituirai presso di essa il tuo terribile tribunale. Ora tu penetri senza rumore e senza splendore in questa città di David e di Salomone. Essa non è che il luogo del tuo passaggio, mentre ti rechi a Betlemme. Tuttavia Maria Madre tua e Giuseppe, suo sposo, non l’attraversano senza salire al Tempio per offrire al Signore i loro voti e i loro omaggi; e si compie allora, per la prima volta, l’oracolo del Profeta Aggeo il quale aveva annunciato che la gloria del secondo Tempio sarebbe stata maggiore di quella del primo. Quel Tempio, infatti, si trova in questo momento in possesso d’un’Arca d’Alleanza molto più preziosa di quella di Mosè, e soprattutto non paragonabile a nessun altro santuario e anche al cielo, per la dignità di Colui che essa racchiude. Vi è il Legislatore stesso, e non più soltanto la tavola di pietra su cui è scritta la Legge. Ma presto l’Arca vivente del Signore discende i gradini del Tempio, e si dispone a partire per Betlemme, dove la chiamano altri oracoli. Noi adoriamo, o Emmanuele, tutti i tuoi passi attraverso questo mondo, e ammiriamo con quanta fedeltà osservi quanto è stato scritto di te, affinché nulla manchi ai caratteri di cui devi essere dotato, o Messia, per essere riconosciuto dal tuo popolo. Ma ricordati che Sta per suonare l’ora, tutto è pronto per la tua Natività, e vieni a salvarci. Vieni, per essere chiamato non più soltanto Emmanuele, ma Gesù, cioè Salvatore.

O Gerusalemme, città del gran Dio, leva gli occhi intorno a te, e guarda il tuo Signore, poiché egli presto verrà a liberarti dalle tue catene.

24 DICEMBRE

Consideriamo la purissima Maria, sempre accompagnata dal suo fedele sposo Giuseppe, che esce da Gerusalemme e si dirige verso Betlemme. Essi vi giungono dopo alcune ore di cammino e, per obbedire al volere celeste, si recano alla sede del censimento secondo l’editto dell’Imperatore. Sul pubblico registro si nota così il nome dell’artigiano Giuseppe, falegname a Nazareth di Galilea; senza dubbio vi si aggiunge anche il nome della sposa Maria che l’ha accompagnato nel viaggio; forse è stata qualificata anche come donna incinta al nono mese: questo è tutto. O Verbo incarnato, agli occhi degli uomini, tu non sei dunque ancora un uomo? Visiti questa terra e vi sei sconosciuto; tuttavia tutto quel movimento, tutta l’agitazione che porta con sé il censimento dell’impero, non hanno altro scopo che di condurre Maria, Madre tua, a Betlemme per darti alla luce.
O Mistero ineffabile! Quanta grandezza in questa apparente bassezza! Tuttavia il sommo Signore non ha ancora toccato il fondo del suo abbassamento. Ha percorso le dimore degli uomini, e gli uomini non l’hanno ricevuto. Cercherà ora una culla nella stalla degli animali senza ragione: è qui che nell’attesa dei canti angelici, degli omaggi dei pastori e delle adorazioni dei Magi, troverà « il bue che conosce il suo Padrone, e l’asino che vien legato alla mangiatoia del suo Signore ». O Salvatore degli uomini, o Emmanuele, o Gesù, anche noi ci recheremo alla stalla; non lasceremo compiersi solitaria e derelitta la nuova Nascita. A quest’ora, tu vai bussando alle porte di Betlemme, senza che gli uomini vengano ad aprirti, e dici alle anime, con la voce del divino Cantico: « Aprimi o sorella mia, amica mia, poiché il mio capo è pieno di rugiada e i miei capelli imbevuti delle gocce della notte ». Noi non vogliamo che tu abbia a passare oltre la nostra dimora: ti supplichiamo di entrare, e ci teniamo vigilanti alla nostra porta. « Vieni dunque, o Signore Gesù, vieni ».

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Testo tratto da: Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, vol. I Avvento e Natale, Alba 1956, pp. 359-75 passim.

Papa Bendetto : Sant’Andrea Apostolo

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060614_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 14 giugno 2006 

Andrea, il Protoclito

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due catechesi abbiamo parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea, anch’egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all’interno delle prime comunità cristiane.

Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l’appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l’Apostolo fu crocifisso.

Le tradizioni evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con sé cinque pani d’orzo e due pesci: ben poca cosa – egli rilevò – per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr Gv 6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta gente?” (ivi) – e si rese conto della insufficienza delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle bastare per la moltitudine di persone venute ad ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme. Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra. Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc 13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a leggere con accortezza i segni del tempo e a restare sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli ci offre.

Nei Vangeli è, infine, registrata una terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di Pasqua – racconta Giovanni – erano venuti nella città santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù. La risposta del Signore alla loro domanda appare – come spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima greca, col mondo greco, si realizzerà a quella profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano che attira a sé le forze della terra e del cielo e diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.

Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù  per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.

Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant’Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: “Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te … O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! … Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c’è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.

L’apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte.

LUNEDÌ 30 NOVEMBRE 2009 – I SETTIMANA DI AVVENTO – ANNO C

LUNEDÌ 30 NOVEMBRE 2009 - I SETTIMANA DI AVVENTO - ANNO C dans Lettera ai Corinti - prima

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LUNEDÌ 30 NOVEMBRE 2009 – I SETTIMANA DI AVVENTO – ANNO C

SANT’ANDREA APOSTOLO (f)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  Rm 10,9-18  
La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  
Fratello, se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.
Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!».
Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaìa: «Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?». Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro:
«Per tutta la terra è corsa la loro voce,
e fino agli estremi confini del mondo le loro parole».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 1, 18 – 2, 5

Gli apostoli predicano Cristo crocifisso
Fratelli, la parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti (Is 29, 14).
Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? (Is 33, 18). Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore (Ger 9, 22, 24).
Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Responsorio   Cfr. Mt 4, 18. 19
R. Al lago di Galilea, il Signore vide Pietro e Andrea che gettavano la rete, e li chiamò: * Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini.
V. Erano pescatori di mestiere, e il Signore disse loro:
R. Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul vangelo di Giovanni» di san Giovanni Crisostomo, vescovo    (Om. 19, 1; PG 59, 120-121)

Abbiamo trovato il Messia
Andrea, dopo essere restato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» (Gv 1, 41). Vedi in che maniera notifica ciò che aveva appreso in poco tempo? Da una parte mostra quanta forza di persuasione aveva il Maestro sui discepoli, e dall’altra rivela il loro interessamento sollecito e diligente circa il suo insegnamento.
Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare, e che si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia.
Dicendo subito al fratello ciò che aveva saputo, mostra quanto gli volesse bene, come fosse affezionato ai suoi cari, quanto sinceramente li amasse e come fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale.
Guarda anche l’animo di Pietro, fin dall’inizio docile e pronto alla fede: immediatamente corre senza preoccuparsi di nient’altro. Infatti dice: «Lo condusse da Gesù» (Gv 1, 42). Nessuno certo condannerà la facile condiscendenza di Pietro nell’accogliere la parola del fratello senza aver prima esaminati a lungo le cose. E’ probabile infatti che il fratello gli abbia narrato i fatti con maggior precisione e più a lungo, mentre gli evangelisti compendiano ogni loro racconto preoccupandosi della brevità. D’altra parte non è detto nemmeno che abbia creduto senza porre domande, ma che Andrea «lo condusse da Gesù», affidandolo a lui perché imparasse tutto da lui direttamente. C’era insieme infatti anche un altro discepolo e anche lui fu guidato nello stesso modo.
Se Giovanni Battista dicendo: Ecco l’Agnello di Dio, e ancora: Ecco colui che battezza nello Spirito (cfr. Gv 1, 29. 33), lasciò che un più chiaro insegnamento su questo venisse da Cristo stesso, certamente con motivi ancor più validi si comportò in questo modo Andrea, non ritenendosi tale da dare una spiegazione completa ed esauriente. Per cui guidò il fratello alla sorgente stessa della luce con tale premura e gioia da non aspettare nemmeno un istante.

Omelia per domani su: Rm 10,9

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8752.html

Omelia (30-11-2006) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Se confesserai con la tua bocca che Gesù Cristo è il Signore, e crederai col tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

Come vivere questa Parola?
In questa pericope S.Paolo non esita a fare suo il testo del Deuteronomio 30,14: un testo famoso che recita così: « Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore ». S.Paolo non lo applica alla lettura della Thora, ma alla parola dell’evangelizzazione. Si tratta di esprimere con la parola e con la vita quello che si crede fin dentro le profondità del cuore. È l’annuncio centrale della nostra fede, che cioè « Dio ha talmente amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito » vissuto in mezzo a noi, morto e risorto per riscattarci dal male, per salvarci. Anche oggi, in un mondo ridivenuto pagano di fatto, ciò che importa non è considerarsi formalmente cristiani, ma esserlo di fatto: contattare quotidianamente la Parola, ricevere nell’Eucaristia la forza per metterla in pratica e ritenere che, al nostro prossimo, va dato in qualche modo il lieto annuncio che c’è una salvezza, anzi un Salvatore: Cri-sto Gesù, vivo e operante nelle nostre giornate. Non per nulla S.Paolo, ricordando il Primo Testamento proclama che « chiunque crede in Lui non sarà deluso ». Ma occorre, appunto, che ci sia chi, vivendo secondo Cristo, Lo annunci, con la vita anzitutto, e poi con la parola.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, farò spazio interiormente all’annuncio del mio essere salvato da Gesù: dalla grazia della sua morte e risurrezione che, se io mi apro a riceverla, « cola » gioia di salvezza perfino negli alveoli più riposti del mio essere e mi spinge ad annunciarla « al mio prossimo »

Gesù, ti prego, dammi di farla finita con una fede anemica e solo di testa. Dammi di credere con tutto me stesso alla salvezza e di annunciarla con la vita e, quando è possibile, con la parola. Te lo chiedo per l’intercessione di S. Andrea apostolo.

La voce di una convertita
Dio ci ha fatti alleanza. È per tutti che ciascuno riceve la fede. Una volta che la Parola di Dio è incarnata in noi, non abbiamo il diritto di conservarla per noi: noi apparteniamo, da quel momento, a coloro che l’attendono
Madeleine Delbrêl 

San Giovanni Crisostomo : Primo chiamato ; Primo a testimoniare

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091130

Sant’Andrea, apostolo, festa : Mt 4,18-22
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul vangelo di Giovanni, 19,1 ; PG 59, 120-121

Primo chiamato ; Primo a testimoniare

« Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme » (Sal 132, 1). Andrea, dopo essere restato con Gesù (Gv 1,39), e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse : « Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo) » (Gv 1,41). Vedi in che maniera notifica ciò che aveva appreso in poco tempo ? Da una parte mostra quanta forza di persuasione aveva il Maestro sui discepoli, e dall’altra rivela il loro interessamento sollecito e diligente circa il suo insegnamento.

Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare, e che si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia. Dicendo subito al fratello ciò che aveva saputo mostra quanto gli volesse bene, come fosse affezionato ai suoi cari, quanto sinceramente fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale…  « Abbiamo trovato il Messia, disse, non un messia qualsiasi, bensì proprio il Messia che aspettavamo ».

Fulget crucis mysterium : Il mistero della croce, svelato dalla parola (PDF)

 

c’è anche una bibliografia, da vedere sul PDF, dal sito: 

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/2100793/5MONTANARI_1.pdf

CHIESA DI MILANO

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Fulget crucis mysterium

Il mistero della croce, svelato dalla parola

dei Vangeli

di Antonio Montanari

 

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Parte prima

Dal simbolo della croce alla croce gemmata

Le due parti di questa lezione sono dedicate a due fasi, cronologicamente successive. La prima va dal simbolo della croce nel cristianesimo primitivo fino alle grandi croci gemmate, che si sviluppano a partire dal IV secolo, in cui la croce viene vista come l’albero ornato e splendente (arbor decora et fulgida, direbbe ancora Venanzio Fortunato). Nella seconda parte, invece, cercheremo di scoprire il mysterium crucis attraverso la ricca simbologia biblica e patristica, assunta dall’iconografia dei crocifissi e delle crocifissioni, per arrivare sino alla devozione all’umanità di Cristo, come si sviluppa a partire dal XII secolo.

1. «Scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,18-24): i primi tre secoli

Gli autori antichi attestano l’abitudine diffusa del segno di croce nella pratica cristiana. E Tertulliano conferma questa prassi nel suo nel De Oratione, nel quale si legge:

Ad ogni passo, ad ogni movimento, quando entriamo e quando usciamo, quando andiamo al bagno […], in breve ovunque ci porti la vita, noi ci segniamo la fronte con il segno di croce (1 ).

Fin dagli inizi, dunque, il segno della croce caratterizza ogni gesto della vita del cristiano. Sappiamo tuttavia che, nei primi secoli, la croce di Gesù costituiva per la comunità primitiva uno scandalo, durato fino al IV secolo. La croce rappresentava, infatti, il legno della vergogna (servile supplicium), «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,18-24). Per il giudeo lo scandalo si fondava sul testo biblico di Dt 21,22-23 (cfr. Gal 3,13):

Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio.

Secondo la mentalità giudaica, un uomo appeso alla croce era considerato espulso dal suo popolo, maledetto nel popolo di Dio ed escluso dall’alleanza della vita (2). Maledetto ed escluso dal consorzio dei viventi e dalla comunione con Dio, colui che muore in croce, appare al giudeo come un segno inequivocabile che colui che vi è appeso non può essere da Dio (3). Infatti, «uno che è stato crocifisso su iniziativa delle autorità ebraiche non poteva essere il Messia. Un Messia sofferente, ucciso, crocifisso era una contraddizione in termini e del tutto impensabile nel contesto giudaico di allora» (4). La comunità primitiva era dunque costretta a guardare in faccia lo scandalo della croce, con tutto il suo carico di maledizione, perché non lo poteva evitare (5). Pertanto, essa non poteva presentare il suo messaggio al mondo giudaico senza risolvere questo scandalo, senza cioè aiutare l’ascoltatore a percepire che tale morte era conforme alle Scritture (6).

E per quanto riguarda poi i pagani, scrive Atanasio poco dopo la pace costantiniana: «I pagani ci calunniano ridendo sguaiatamente di noi, senza aver nient’altro da rimproverarci se non la croce» (7). Ciò si comprende se si pensa che, in questi primi secoli la croce era ancora usata quotidianamente come patibolo di schiavi e di stranieri, e la crocifissione era considerata il modo più infamante per punire un colpevole, il cui corpo era sovente lasciato appeso al legno a corrompersi e a diventare cibo per gli avvoltoi (8). «Per tale motivo, l’umanesimo romano avvertì la « religione della croce » sempre come qualcosa di inestetico – come afferma Moltmann –, di sconveniente e perverso. […] L’idea di un « Dio crocifisso », al quale convengono onore e adorazione, per il mondo antico era assolutamente inadeguata alla divinità. […] La fede cristiana nel Crocifisso doveva quindi suonare, sia per i romani che per i giudei, come una bestemmia che si prolunga negli anni» (9). Non meraviglia, dunque che un uomo crocifisso e coloro che lo veneravano poteva suscitare che disgusto nella società del tempo. Non bisogna poi dimenticare che i primi cristiani vivevano in una società

prevalentemente pagana e ostile in cui le autorità civili e il popolo stesso, dapprima indifferenti, si dimostrarono ben presto ostili alla nuova religione, perché i cristiani rifiutavano il culto dell’imperatore e l’adorazione delle divinità pagane di Roma. La religione cristiana fu ben presto dichiarata: strana et illicita (decreto senatoriale del 35) e, pertanto, fuori legge e perseguitata. I primi tre secoli costituiscono l’era dei martiri, che terminò nel 313 con l’editto di Milano. Si può comprendere così perché nei primi tre secoli nessun artista cristiano ha mai rappresentato Gesù inchiodato alla croce e l’arte cristiana si presenti essenzialmente aniconica. Non potendo professare apertamente la loro fede, i cristiani si servivano infatti di simboli, che dipingevano sulle pareti delle catacombe o incidevano sulle lastre di marmo che sigillavano le loro tombe (10). È dunque attraverso i simboli che essi esprimevano visibilmente la loro fede. È noto che in questi primi secoli il simbolo della croce, inciso nel tufo o tracciato con il colore, si trova raramente ed è certamente meno frequente di altri simboli come i pesci, i pani o l’ancora. Talvolta, nelle catacombe si trova talvolta la cosiddetta « crux dissimulata », ottenuta inserendo la lettera « tau » maiuscola (T) al centro del nome del defunto. Che il « tau » in questi casi richiamasse la croce risulta evidente da diverse testimonianze antiche (11). Nella Lettera di Barnaba, ad esempio – un testo composta in ambiente siriano verso il 120-130 circa –, si legge:

…Abramo, praticando per primo la circoncisione, prevedeva nello spirito Gesù, conoscendo i simboli delle tre lettere. (La Scrittura) infatti, dice: «Abramo circoncise trecentodiciotto uomini della sua casa». Quale era il significato a lui rivelato? Lo comprendete perché dice prima diciotto e, fatta una separazione, aggiunge trecento. Diciotto si indica con iota = dieci ed eta = otto. Hai Gesù. Poiché la croce è raffigurata nel tau che doveva comportare la grazia, (significa) anche trecento. Indica dunque Gesù nelle due prime lettere e la croce nell’altra (12).

Lo stesso concetto viene ripreso un po’ dopo anche da Clemente Alessandrino che negli Stromati, scrive: «Tau, la lettera che significa 300, quanto alla sua forma è tipo del segno del Signore» (13). Lo attesta, inoltre, chiaramente Tertulliano nell’Adversus Marcionem 3,22, dove, a proposito della lettera Tau si legge: «La lettera Tau è quella dei Greci, per noi è la T, immagine della croce (species crucis), la quale preannunciava che sarebbe stata sulle nostre fronti» (14). Del segno di croce, il piccolo segno, l’unico allora in uso, che si tracciava col pollice o con l’indice della mano destra in forma di T o di X sulla fronte, Tertulliano parla nel De corona:

Se ci mettiamo in cammino, se usciamo od entriamo, se ci vestiamo, se ci laviamo o andiamo a mensa, a letto, se ci poniamo a sedere, in queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo la fronte col segno di croce (15).

Fra i simboli in uso nei primi secoli c’era anche la croce cosiddetta « decussata », indicata cioè dalla lettera x dell’alfabeto greco, che indicava il numero dieci, nota anche come croce di Sant’Andrea. Di essa san Girolamo afferma: «Decussare est per medium secare, veluti si duae regulae concurrant ad speciem litterae x, quae est figura crucis». Un altro modo per velare l’aspetto repellente della croce consisteva nel raffigurarla attraverso alcuni simboli, come, per esempio, l’àncora, rappresentata in modo cruciforme, con la barra orizzontale posta quasi a metà della barra verticale. Un tale oggetto, pur non corrispondendo ad alcuna forma reale, aveva però un riferimento preciso per gli iniziati, che non avevano difficoltà a decifrarlo. L’uomo antico, infatti, aveva «un senso vivissimo di quella che potremmo dire antiteticità dialettica tra il piccolo simbolo di nessun conto e l’inestimabile contenuto che vi si nasconde» (16). L’ancora ha il significato fondamentale della speranza nella promessa della vita futura. È nota una croce-àncora incisa sulla lapide sepolcrale di una cristiana che portava il luminoso nome di: Hèsperos (che significa « stella »). Questo simbolo ricorda che essa è ormai giunta al porto del paradiso. Il significato dell’ancora è infatti la vita futura. Nella speranza che ci è posta davanti – come afferma la Lettera agli Ebrei –, «Noi abbiamo come un’àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore» (Ebr. 6,19).

2. La croce del « Signore della gloria » (1Cor 2,8): l’epoca di Costantino

Dopo i primi tre secoli, l’avvento di Costantino è legato alla figura dell’affermazione del cristianesimo. Finiscono le esitazioni, i timori e la prudenza necessari invece nell’epoca precedente. Inoltre, con l’abolizione della crocifissione e il celebre presagio «In questo segno vincerai», si assiste al trionfo della croce, vista ormai come vessillo di vittoria. Gregorio di Nazianzo, ad esempio, nel discorso quarantacinquesimo per la Pasqua, parla del «trofeo invincibile della croce» (17). A partire da quest’epoca, nel monogramma di Cristo comincia a comparire la croce con l’alfa e l’omega. Il « monogramma costantiniano » fu introdotto proprio a partire dal III secolo dall’imperatore Costantino che, dopo aver posto fine al sistema politico della tetrarchia con l’eliminazione degli avversari, si alleò con Licinio (imperatore d’Oriente) per sconfiggere l’ultimo avversario d’occidente, Massenzio. Il monogramma costantiniano, di tradizione orientale, si compone di due lettere dell’alfabeto greco X (chi) e P (ro) che sono le prime due lettere della parola greca Christòs, che significa « unto », appellativo dato a Gesù. Ai lati di queste due lettere si trovano l’alfa e l’omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco usate come simboli del principio e della fine. La croce diventa ormai simbolo di culto e si inizia non solo a trovarne come ornamento nelle chiese (18), ma le stesse basiliche romane, volute da Costantino poco dopo il 313, vengono costruite su una pianta cruciforme, il cui valore simbolico non può essere ignorato. Attesta ad esempio Ambrogio Milano, in occasione della dedicazione della Basilica Apostolorum, ora San Nazaro, avvenuta il 6 maggio 386, una chiesa concepita espressamente con pianta cruciforme, una tipologia nuova in occidente:

Ambrogio edificò questo tempio e lo consacrò al Signore con il titolo degli Apostoli e con il dono delle loro reliquie. Il tempio ha la forma della croce, il tempio rappresenta la vittoria di Cristo (forma crucis templum est templum victtoria Christi): la sacra immagine trionfale contrassegna il luogo. In capo al tempia è Nazario, dall’alma vita: per le reliquie del martire il suolo si innalza. Dove la croce eleva il suo sacro capo, presso la curva dell’abside, li si trova il capo del tempio e la dimora di Nazario: egli vincitore procura con la sua pietà una quiete eterna: a lui al quale la croce fu palma, la croce è pure riposo (19).

Sempre in epoca costantiniana, intorno al 335, si colloca anche la leggenda del ritrovamento della vera croce, ad opera dalla madre di Costantino, sant’Elena. Sul Calvario venne costruita una basilica e fu eretta una grande croce d’oro (20). A partire da questo momento gli onori che le vengono tributati trasformano in breve tempo gli antichi sentimenti di ripugnanza in eclatante devozione. La letteratura patristica e l’arte trovano un loro punto di partenza nella festa della inventio crucis legata alla dedicazione delle basiliche costantiniane del Santo Sepolcro e del Calvario. Da allora si sviluppa il culto della croce dando luogo a tutta una serie omiletica ed iconografica ben individuabile. La croce continua ad essere mostrata nella sua semplice nudità, ma abitualmente sotto un ornamento di gemme e di fiori che la trasformano. Nasce così la croce gemmata, vista anzitutto come signum victoriae, rapportata non tanto al crocifisso ma alla venuta gloriosa del Signore. È il segno che apparirà nel cielo per annunciare il ritorno (parousia) di Cristo (21). Talvolta, la croce gemmata è raffigurata sull’arco trionfale e sovrasta l’Etimasia (hetimasía toû thrónou = preparazione del trono), cioè il trono vuoto, come nel Battistero degli Ariani di Ravenna, un mosaico che risale agli inizi del V secolo. Quando è posta nel catino absidale, come nella raffigurazione della Trasfigurazione del mosaico absidale di Sant’Apollinare in Classe, sempre a Ravenna, la croce orienta la preghiera di coloro che celebrano l’Eucaristia «nell’attesa della sua venuta». Anche in questi casi, sembra permanere una certa ripugnanza nel raffigurare il corpo del Crocifisso, la cui vista ridesta idee di sofferenza e di umiliazione che non convengono a quest’epoca, nella quale la distruzione recente del paganesimo viene letta come una nuova vittoria di Cristo (22). Nel IV e V secolo, la croce è connotata essenzialmente come simbolo del trionfo di Cristo e non come strumento di supplizio. È il trofeo di vittoria, come attesta l’interpolazione del Salmo 95,10: «Dominus regnavit de ligno», avvenuta con tutta probabilità già nel primo secolo (23) e che trova chiara attestazione con Tertulliano:

Se hai letto presso David: « Il Signore cominciò a regnare dal legno » che cosa capisci? […] Cristo cominciò a regnare dopo la passione del legno della croce, avendo vinto la morte. Se infatti la morte ha regnato da Adamo a Cristo, perché non si dovrà dire che Cristo ha regnato dalla passione del legno, da quando, morto sul legno della croce ha cacciato il regno della morte? (24)

E poco oltre si legge:

« Il Signore è forte, il Signore è potente in guerra » (Sal 24,8). Infatti avrebbe combattuto con l’ultimo nemico, la morte, sì da trionfare per mezzo del trofeo della croce (cfr. 1Cor 15,26) (25).

3. La Croce gemmata: il patibolo del Figlio splendente della gloria della sua risurrezione

Il tema iconografico della croce gemmata si diffuse rapidamente durante il regno di Costantino. L’archetipo della croce gemmata, in oro e pietre preziose, fu posto da Costantino imperatore sul Golgota, dove sua madre sant’Elena aveva rinvenuto la vera Croce del Salvatore. Gemme e oro simboleggiano il prezzo del nostro riscatto, il corpo del Crocifisso, che i primi cristiani evitavano di rappresentare. La croce, patibolo orrendo, strumento di morte, è ormai elevato a oggetto preziosissimo e segno di vita. Tra gli esempi più significativi possiamo ricordare la croce gemmata posta sopra il Calvario, nel mosaico absidale della chiesa di Santa Prudenziana a Roma (fine del IV secolo). La croce gemmata talvolta si erge sullo sfondo di un cielo stellato, come nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, dove richiama il mistero cosmico, così come lo definisce ad esempio Firmico Materno: «Il segno di un legno di Croce sostiene la mole del cielo, rafforza le fondamenta della terra, adduce alla vita gli uomini che in esso si affissano» (26). Grazie alla ricchezza degli elementi simbolici che la connotano, la Croce gemmata di Cristo diventa segno e strumento per la salvezza di tutti, patibolo del Figlio di Dio, ma al tempo stesso splendente della gloria della Sua risurrezione.

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Parte seconda

Crocifissi e crocifissioni

Il percorso che propongo in questa seconda parte consiste nell’accostarci ai crocifissi e alle crocifissioni, cercando di intuire il mysterium che in essi si disvela, proprio alla luce di quella Parola della Scrittura dalla quale hanno preso origine: la Parola dei Vangeli. Ed è questa stessa Parola che, nei racconti della Passione, pone un’enfasi del tutto particolare sulla necessità di « vedere ».

Lo fa anzitutto il Quarto Vangelo. Nessuno, infatti, prima di Giovanni era giunto a far risplendere la gloria di Gesù già nel suo infamante processo, nella sua passione e morte di croce. Questa visione paradossale è stata riservata al quarto evangelista ed è preparata dalla sua teologia. La Passione di Giovanni è anzitutto una contemplazione di amore e di fede. Di questo sguardo contemplativo posato su Gesù sofferente attestano due parole poste una all’inizio e l’altra alla fine del racconto. Alla vigilia della Passione – poco dopo l’ingresso in Gerusalemme – dei Greci che erano saliti a Gerusalemme per la festa, avevano chiesto di poter vedere Gesù (Gv 12,21). Questi uomini, degli stranieri, arrivano giusto in tempo non solo per vedere Gesù, ma per vederlo nella sua gloria, quella gloria che egli sta per manifestare sulla croce. All’altra estremità del racconto della Passione si leva la testimonianza del discepolo amato: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). Attraverso la ferita aperta nel costato di Gesù, Giovanni ha potuto contemplare il « segno » di Dio che ha illuminato la fede del discepolo. Verso quel segno egli ormai orienta lo sguardo di ogni uomo: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». Lo sguardo del discepolo

amato, posato sul corpo inerme del Crocifisso, penetra dunque con l’occhio della contemplazione il mistero stesso di quella morte. Certamente nel racconto della Passione vengono alla luce motivi particolari, ma tutto è ordinato e subordinato all’interesse principale di rendere visibile, agli occhi della fede, la segreta intronizzazione di Gesù sulla croce, la sua « esaltazione » su di essa, la sua recondita vittoria sul potere del maligno. La croce è il trono di Gesù (19,14.19), la sua morte è il compimento della sua opera (19,30).

1. La raffigurazione del Crocifisso come celebrazione del mistero redentivo

Anche Luca, sebbene in modo differente, invita il lettore alla visione. Descrivendo il dramma della croce, l’evangelista osserva: «Tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo (theoria), ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano battendosi il petto» (Lc 23,48). Luca, dunque, descrive la crocifissione come uno « spettacolo » (theoria). Theoria non indica un’immagine ferma, ma un dramma in svolgimento, uno spettacolo – appunto – che occorreva vedere e rivedere, pensare, scrutare, ripensare. È uno spettacolo pubblico, che si svolge sotto lo sguardo di tutti i presenti, della folla e dei passanti. La croce è la grande icona, la memoria del credente, lo spettacolo dal quale non si deve mai distogliere lo sguardo. Questa memoria viene mantenuta viva anzitutto dalla proclamazione della pagina evangelica e dalla predicazione, come ricorda san Leone Magno, vescovo di Roma nel V secolo:

La lettura del Vangelo (evangelica lectio), che ci ha posto dinanzi la narrazione accurata della Passione del Signore (dominicae passionis historiam), è così nota a tutta la Chiesa, per averla ordinariamente e frequentemente ascoltata, che ciascuno di voi ricorda l’ordine degli avvenimenti (rerum gestarum ordinem) come se si fossero svolti sotto i vostri occhi (27).

E conclude:

Colui che vuole onorare veramente la passione del Signore deve guardare con gli occhi del cuore Gesù Crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la propria carne (28).

Dunque, la narrazione rende per noi visibili quegli eventi, sino a trasformare l’evangelica lectio in una vera e propria visio. Di questo, san Leone Magno è ben convinto. La lectio evangelica ha disposto il cuore di chi ascolta allo stupore di fronte al mistero che si rivela. A partire da quest’epoca, le raffigurazioni del Crocifisso si arricchiscono gradualmente di nuovi particolari, che rendono visibili quegli eventi, sino a renderli « spettacolo » per il credente che vi si accosta. Molti elementi presenti nella narrazione evangelica della Passione, ritornano anche nelle rappresentazioni del Crocifisso e della crocifissione e, insieme ad essi altri elementi simbolici. In queste raffigurazioni, gradualmente, simbolo e storia si incontrano. In un primo tempo, Gesù viene raffigurato tra i due ladroni; poi, accanto alla croce appaiono gli angeli che piangono l’orrore del crimine o raccolgono il sangue sgorgato dalle ferite di Cristo; ai due lati della croce, accanto al Cristo morente, stanno la Madre e il Discepolo amato; da un lato la pie donne e dall’altro i soldati che si giocano ai dadi la veste di Gesù. Altri elementi simbolici che vengono gradualmente ad aggiungersi alla scarna raffigurazione iniziale. Si può facilmente notare che gli schemi risultano piuttosto rigidi. Alla destra del Crocifisso si trovano il sole, la Vergine, il soldato con la lancia e un ladrone, mentre a sinistra vengono raffigurati la luna, il Discepolo amato, il soldato con la spugna e l’altro ladrone. Proviamo a soffermarci su alcuni di questi elementi storici e simbolici che caratterizzano l’iconografia del Crocifisso, così come siamo abituati a contemplarlo.

Il sole e la luna

Secondo un’antica tradizione iconografica della Crocifissione, comune all’Oriente e all’Occidente, il mistero della morte di Cristo è raffigurato con due « testimoni » cosmici dell’evento salvifico: il sole e la luna. Essi non solo esprimono la portata universale della salvezza operata da Cristo sulla croce, ma sono, in qualche modo, il simbolo permanente del rapporto tra Cristo (Sole di giustizia) e la Chiesa (Selene). Alla morte di Gesù il sole si oscura. A questo riguardo, Cirillo di Gerusalemme scrive nelle sue Catechesi: «Il sole, vedendo il suo Signore vilipeso vacillò e non sopportando più quella visione, abbandonò il suo posto». E Girolamo, nel Commento a Matteo, legge in esso simbolo della vergogna che la magnifica luce del sole prova assistendo al tramonto del vero Sole, Cristo (29). Per questo, talvolta il sole viene raffigurato con la mano o con un velo che gli copre il volto. Questa simbologia patristica sopravvive fino all’epoca delle miniature carolinge e oltre, nelle quali vediamo dipinto, sopra la croce, il sole che, rosso di vergogna, nasconde il volto (30).

La Madre e il discepolo amato

Anche Maria, le donne e il discepolo amato, presenti sulla scena, vengono così indicati come partecipanti a titolo speciale – potremmo dire sacerdotale – all’offerta di sé del Cristo che muore. Maria e Giovanni sono sempre ai lati del Cristo in croce, a rappresentare tutta la Chiesa. Nelle parole che Gesù dalla croce rivolge a sua madre e al discepolo che amava, l’elemento teologico prevale sul dato storico. Così, Agostino commenta questo episodio:

Stava presso la croce la madre di Gesù, e Gesù dice alla madre: Donna, ecco il tuo figlio. E poi dice al discepolo: Ecco la madre tua (Gv 19,25-27). Affida la madre al discepolo; affida la madre, egli che stava per morire prima di lei, e che sarebbe risorto prima che ella morisse: egli, uomo, a un uomo raccomanda una creatura umana (31).

Il titolo « donna », con cui Gesù si rivolge alla madre, collega questo episodio con Gen 3 e Ap 12. Maria è elevata a simbolo della Donna-Chiesa, che partecipa in maniera materna alla lotta contro le potenze del male. Ancora Agostino commenta:

Per preannunciare il mistero della Chiesa [...], il secondo Adamo, chinato il capo, si addormentò sulla croce, perché con il sangue e l’acqua che sgorgarono dal suo fianco fosse formata la sua sposa (32).

Ai piedi della croce si coglie allora il nexus mysteriorum, l’intimo intrecciarsi dei misteri che uniscono Cristo e la Madre, lo sposo e la sposa, il capo e il corpo. Sul Calvario si rivela il luogo in cui «la maternità di Maria diventa teologicamente significativa come ultima concretizzazione personale della Chiesa» (33). Maria appare dunque come la nuova Sion, Madre e figura della Chiesa, mentre il discepolo rappresenta a sua volta la Chiesa come popolo escatologico dei credenti.

Il corpo del Crocifisso, nuovo tempio

Nel Quarto Vangelo, come nell’Apocalisse, il Cristo trafitto dai peccati degli uomini occupa il centro della storia religiosa del mondo. Egli è il nuovo Tempio di cui parlava il Quarto Vangelo al capito 3 dove, in occasione della Purificazione del Tempio, Gesù esclama: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Subito l’Evangelista annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo». In Gv 7, 37-39, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beva. […] Come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno» Gesù si era identificato non solo con la roccia del deserto che disseta il popolo di Dio nel deserto (Nm 20,11), ma anche con il Tempio di Ezechiele, dal quale il profeta vedeva sgorgare una sorgente. E quella fonte sgorgava dall’altare del Tempio, uscendo dal lato destro. L’annuncio di Gesù alla grande festa trova compimento nel momento della sua glorificazione sulla croce. Il fianco del Gesù glorificato è il fianco del vero tempio, dal quale sgorgano le fonti di vita dei sacramenti (sangue) e dello Spirito (acqua):

Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia (lancea latus eius aperuit) e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19,33-34).

Come nel testo di Ezechiele la fonte, sgorgando dall’altare usciva dal lato destro del Tempio, così anche la trafittura del costato del Crocifisso viene abitualmente raffigurata sul lato destro del suo costato e non sul lato del cuore, proprio per richiamare questa ricca simbologia.

La tunica e la canna

Fra i particolari presenti in questo racconto possiamo ancora richiamare la tunica (19,23) e l’issopo, cioè la canna di issopo, sulla quale – secondo il Quarto Vangelo – è stata posta la spugna imbevuta di aceto per dissetare Gesù. Nella celebrazione pasquale ebraica si usava un ramo di issopo, che veniva intinto nel sangue dell’agnello per aspergere gli stipiti e l’architrave delle case (cf. Es 12,22). Sembra dunque evidente che nel contesto della morte di Gesù compaiono tutti gli elementi simbolici che caratterizzavano l’antico contesto cultuale. Ma anche la tunica inconsutile, cioè senza cuciture, viene letta da alcuni esegeti come simbolo sacerdotale: l’abito del Sommo sacerdote.Grazie alla presenza di tutti questi elementi simbolici, Giovanni invita il lettore a leggere gli avvenimenti del Calvario come una liturgia che trova compimento in questa morte. Non stupisce allora che la rappresentazione della crocifissione venga gradualmente ad assumere una forma « dogmatica ». È quanto si vede, ad esempio nella crocifissione di Santa Maria Antiqua a Roma, dove Gesù è rappresentato con gli occhi sono aperti, quasi spalancati. Il suo corpo resta dritto e vestito con il colobion, la lunga tunica sacerdotale smanicata, di origine siriaca, che cade fino ai piedi. È una delle più antiche iconografie occidentali del « Christus triumphans ». Un’altra celebre rappresentazione, che riprende diversi elementi simbolici, si trova nell’evangeliario di origine siriaca del monaco Rabula, del 586, conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, nella quale Gesù è raffigurato rivestito da una specie di camice (il colobion appunto). In questa immagine appaiono Maria e Giovanni da un lato, le pie donne dall’altro, al centro il gruppo dei soldati che si giocano la tunica di Cristo, il soldato che sta per trafiggerlo e quello che gli offre la spugna imbevuta di aceto. Gesù è vivo e non piagato. Gli artisti di quest’epoca continuano a rappresentare nella croce il mistero pasquale, la vittoria di Gesù e non la sua sconfitta.

Il teschio di Adamo

Un ultimo particolare caro alla tradizione, che vorrei riprendere, è l’immagine del teschio di Adamo (talvolta è una testa o un volto sorridete) che viene raffigurato abitualmente ai piedi della Croce. Gli evangelisti ricordano «Gesù, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota» (Gv 19,17). Golgota, infatti, deriva dall’aramaico Gûlgaltâ e significa appunto « luogo del cranio o del teschio » – come, del resto la traduzione latina Calvario, da Calvaria – perché, secondo un’antica tradizione, vi era stato seppellito il teschio di Adamo. È risaputo che, dopo la distruzione del Tempio, nel 70 d.C., i giudeocristiani avevano traferito il ricordo di Adamo dal monte Moria al Golgota, adattando alcune tradizione ebraiche. Niente di strano che in seguito il Golgota sia diventato il centro del mondo, godendo di privilegi simili a quelli del monte del tempio. Trasferendo la teologia del

Monte Moria al Calvario, la tradizione cristiana indicava nella morte di Gesù il compimento del sacrificio di Isacco (34). Sul luogo del teschio di Adamo si leva ora l’albero della Croce – che, secondo un’antica tradizione, sarebbe stato tratto proprio dal legno dell’albero della Conoscenza del paradiso terrestre – e su cui, grazie al sacrificio di Cristo, secondo Adamo, l’umanità può ritrovare la perduta unità con Dio. Troviamo ancora questa allusione nell’inno Pange lingua di Venanzio Fortunato (530-609), per le celebrazioni della settimana santa (35). Bisogna precisare che la documentazione storica e letteraria di questo fatto risale al IV secolo, ma – come abbiamo visto – affonda le radici in una tradizione molto più antica. Testimone di questa tradizione è Girolamo che, nella Lettera 46, descrive il viaggio di Paola e ed Eustochio nei luoghi santi, allo scopo di invitare Marcella, alla quale la lettera è destinata, a raggiungerle per condividere la loro esperienza. Al par. 3, Girolamo riporta un’antichissima leggenda, secondo la quale in questa città (Gerusalemme), sarebbe vissuto e sarebbe morto Adamo, quindi aggiunge:

Da questo fatto deriva che il luogo in cui è stato crocifisso il Signore si chiama Calvario (Calvaria), perché in questo stesso luogo sarebbe stato sepolto il cranio dell’antico uomo (antiqui hominis calvaria). Così il sangue di Cristo, cadendo dalla croce, avrebbe lavato i peccati del primo Adamo, dando compimento alla parola dell’apostolo: «Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Aggiunge ancora Girolamo al par. 5:

Un tempo, i Giudei veneravano qui il Santo dei santi, poiché qui c’erano i cherubini, il propiziatorio, l’arca dell’alleanza e l’altare d’oro. Non ti sembra ora più venerabile il sepolcro del Signore?

Nella rilettura di Girolamo è chiaro che il Tempio è stato distrutto perché hanno fine i sacrifici antichi. Ora, su quello stesso luogo, Cristo, Nuovo Adamo, ha dato compimento a quei sacrifici, redimendo con il suo sangue il primo Adamo e in lui tutta l’umanità decaduta.

2. « Sacra Imago »: la devozione all’Umanità di Cristo nel cammino pedagogico di preghiera

Nel Medioevo, a partire da Bernardo di Clairvaux, si sviluppa una particolare forma di pietà, che accentua la dimensione della compassione, ponendo al centro dell’attenzione la debolezza umana e la sofferenza di Cristo. E nel tardo Medioevo, la Devotio moderna, invitando alla contemplazione della passione, suggerisce al fedele il desiderio di partecipare alla passione del Signore e a seguire il suo cammino della croce. Questa nuova forma di pietà ispira anche una nuova immagine della croce: il crocifisso gotico, incoronato di spine, con il volto segnato dalla sofferenza (36). Testimonianze di tale devozione sono le tavole cruciformi medievali. Ad esse sembra alludere san Bernardo nei Sermoni sul Cantico quando scrive:

Anche tu, se con spirito raccolto e mente sobria e libera dalle vane sollecitudini, entri da solo nella casa della preghiera37, stando davanti al Signore ad uno degli altari (stans coram Domino ad unum aliquod de altaribus), puoi toccare con la mano del santo desiderio la porta del cielo (38).

Ma che cosa significa: «stans coram Domino ad unum aliquod de altaribus»? Nelle chiese cistercensi esistevano diversi altari (39), che in origine erano costituiti da una semplice tavola sostenuta da colonne. La legislazione primitiva, che era piuttosto severa anche su questo punto, proibiva la presenza di sculture e di pitture, (40) per cui l’ornamento principale ed essenziale non poteva essere altro che una croce, la quale veniva collocata abitualmente dietro l’altare41 e doveva essere di dimensioni tali da poter servire per le processioni (42). I fondatori di Cîteaux avevano inoltre stabilito che esse non sarebbero state d’oro o d’argento, ma soltanto «di legno, dipinte a colori (cruces [...] ligneas coloribus depictas)» (43). Ci soffermiamo brevemente su questa espressione per capire di cosa si tratta. «Coloribus depictas» significa che le croci non erano nude e neppure semplicemente verniciate. Su di esse infatti poteva essere rappresentata a colori l’immagine del Crocifisso44. Bisogna dire che si trattava quasi di una novità, perché incominciano proprio in quest’epoca le prime tavole lignee cruciformi a colori. Possiamo farcene un’idea se pensiamo al crocifisso del Maestro di Rosano, così chiamato perché non si conosce l’autore, rappresenta forse il dipinto più antico che gli studiosi hanno attribuito alla scuola fiorentina di pittura (XII secolo), da collocare probabilmente tra il 1120 e 1130 (45). Sappiamo che, nelle chiese cistercensi, i monaci avevano l’abitudine, nei tempi della preghiera personale, di raccogliersi davanti ad una di queste croci, di cui erano ornati non solo l’altare del presbiterio, ma anche quelli delle varie cappelle laterali che si aprivano sul transetto. Questo fatto sembra attestato anche da un altro testo di Bernardo in cui colpisce l’espressione sacra Imago, un termine tecnico che indicava l’icona medievale (46):

L’amore del cuore è in qualche modo carnale, perché il cuore umano si volge maggiormente alla carne di Cristo e a quelle cose che egli operò e ordinò nella sua carne. [...] Da qui l’olocausto delle sue preghiere trae abbondante alimento [...]. Perciò ci sia sempre davanti a chi prega la sacra Imago dell’Uomo Dio (adstat oranti sacra Imago Hominis Dei), o nella sua nascita, o mentre viene allattato, o mentre insegna, oppure nella sua morte o nella sua risurrezione o ascensione. Questa contemplazione accende nell’animo l’amore per le virtù, distoglie dai vizi della carne, schiaccia le turpi lusinghe e calma gli appetiti smodati (47).

Tuttavia per trovare una vera e propria « teologia dell’icona » nella letteratura cistercense, dobbiamo ricorrere a Guglielmo di Saint-Thierry (1075-1148). Basti qui citare alcuni passi della decima delle sue Meditativae orationes, dalla quale si staglia luminoso il tema dell’umanità di Cristo. Contemplando il mistero dell’Incarnazione, Guglielmo si sofferma a guardare il crocifisso. L’immagine dipinta richiama la verità della Passione e suscita nel cuore sentimenti di compassione (48).

Ci poniamo davanti una rappresentazione della tua passione affinché anche i nostri occhi di carne abbiano qualcosa da vedere, qualcosa a cui aderire. Essi però non adorano un’immagine dipinta (picturae imaginem), perché l’immagine rinvia alla realtà della tua passione. Quando infatti guardiamo più attentamente l’immagine della tua passione (imaginem passionis tuae), nel suo silenzio ci sembra di udire la tua voce che ci dice: «Ecco come vi ho amato: vi ho amato sino alla fine» (49).

L’Imago crucis diventa così la tappa iniziale di una cammino pedagogico che, rendendo più tangibile agli occhi di chi prega l’amore di Cristo, offre al principiante un punto di partenza per un’ascensione spirituale. La visione del Crocifisso, sacramentum passionis (50), suscita nell’anima il desiderio di una più profonda conoscenza di Dio, di una visione più perfetta e senza fine.

Nell’abbondanza del fiume che la rallegra, all’anima sembra di vederti così come tu sei. E partendo dal sacramento mirabile della tua passione, nella dolcezza della riflessione, rumina la bontà che tu hai avuto per noi, che è grande quanto tu sei grande, o meglio, che è ciò che tu stesso sei. Le sembra di vederti faccia a faccia, mentre tu, volto del sommo bene, ti mostri sulla croce e nella tua opera di salvezza (51).

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NOTE:

1 TERTULLIANO, De Oratione 3: PL 2, 99. Cfr. E. GAUTIER DI CONFIENGO, Nota sul valore di alcune dimensioni Dell’architettura paleocristiana, disponibile in http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/Books/LA45/45451EGC.pdf.

2 Cfr. J. MOLTMANN, Il Dio crocifisso. La croce di Cristo, fondamento e critica della teologia cristiana, Queriniana, Brescia 20056, p. 46.

3 G. ROSSÉ, Maledetto l’appeso al legno. Lo scandalo della croce in Paolo e in Marco, Città Nuova, Roma 2006.

4 H. KESSLER, La Risurrezione di Gesù Cristo. Uno studio biblico teologico-fondamentale e sistematico, Queriniana, Brescia 1999, nota 63, p. 92.

5 I Padri della Chiesa del II e III secolo, interpretando la croce alla luce del Nuovo Testamento, ne hanno colto lo scandalo, ribadendo il paradosso del Dio impassibile che ha sofferto (cfr. IGNAZIO DI ANTIOCHIA, A Policarpo 3,2; Agli Efesini 3,2; IRENEO DI LIONE, Adv. haereses 4,20,3; TERTULLIANO, De carne Christi 5,4. Addirittura, Tertulliano arriva a parlare del «Deus mortuus» (Adv. Marcionem 2,16,3). Cfr.W. KASPER, La croce come rivelazione dell’amore di Dio, «Lateranum» 72 (2006) 417-435: 422.

6 È questo il motivo per cui la comunità cristiana primitiva ha riletto gli eventi del Calvario alla luce delle Scritture e, in particolare di quei passi che nel giudaismo traducevano la comprensione del « giusto sofferente » di Is 53. Attraverso le citazioni dell’Antico Testamento, la comunità primitiva cercava di superare lo scandalo di un Messia che muore in croce. I racconti evangelici della Passione vogliono allora offrire al lettore anzitutto il senso di quella morte.

7 ATANASIO DI ALESSANDRIA, Contra gentes 1: PG 25, 4.

8 Cfr. Croce, in L. RYKEN – J.C. WILHOT -T. LONGMAN, Le immagini bibliche. Simboli, figure retoriche e temi letterari della Bibbia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, p. 345.

9 J. MOLTMANN, Il Dio crocifisso. p. 47.

10 Tra le decine di migliaia di iscrizioni delle catacombe, sono state trovate solo una ventina di croci (cfr. G. WILPERT, La croce nei monumenti delle catacombe, «N. Bull. Arch. Crist.» 8 (1902), pp. 5-14).

11 Cfr. M. SULZBERGER, Le symbole de la croix et les monogrammes de Jésus chez les premiers chrétiens, «Byzantion» 2 (1925); H. LECLERCQ, Croix et Crucifix, DACL, t. III/2, coll. 3053-3054.

12 Lettera di Barnaba IX,8. Come noto, nella lingua greca i numeri erano rappresentati con le lettere dell’alfabeto.

13 CLEMENTE ALESSANDRINO, Stromata 6,11,84, PG 9, col. 304.

14 TERTULLIANO,Adversus Marcionem 3,22,5-6.

15 TERTULLIANO, De corona 3.

16 H. RAHNER, Miti greci nell’interpretazione cristiana, Il Mulino, Bologna 1971 (or.ted. 1957), pp. 74.75.

17 GREGORIO DI NAZIANZO, Orazione 45,21.

18. L’arte romanica si ispira proprio a questa connotazione vittoriosa della croce. Ciò si evince già dalla posizione stessa in cui essa viene abitualmente collocata all’interno della chiesa, e cioè sull’arco trionfale che sovrasta l’ingresso del presbiterio (Cfr.W. KASPER, La croce come rivelazione dell’amore di Dio, p. 422).

19 «Condidit Ambrosius templum Dominoque sacravit / nomine apostolico munere reliquiis / forma crucis templum est templum victtoria Christi, / sacra triumphalis signat imago locum / in capite est templi vitae Nazarius almae / et sublime solum martyris exuviis / crux ubi sacratum Caput extulit orbo reflexo / hac caput est templo Nazarioque domus / qui fovet aeternam victor pietate quietem: / crux cui palma fuit, crux etiam sinus est» (CIL, V, p. 617,3); cfr. M. FORLIN PATRUCCO, Il tema politico della vittoria e della croce in Ambrogio e nella tradizione ambrosiana, in Paradoxos politeia. Studi patristici in onore di Giuseppe Lazzati, a cura di R: CANTALAMESSA, L.F. PIZZOLATO, Vita e Pensiero, Milano 1979, pp. 406-418; M; CAGIANO DE AZEVEDO, Sant’Ambrogio committente di opere d’arte, «Arte Lombarda» 7 (1963) 55-76; E. VILLA, Il vescovo Ambrogio, Sapiens Architectus, «Ambrosius» 25 (1949) 116-137.

20 Questa croce preziosa è andata perduta in posteriori saccheggi, come ci informa Cirillo di Gerusalemme.

21 Cfr. Mt 24,30: «Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria.».

22 L. BREHIER, Les origines du Crucifix dans l’art religieux, p. 24.

23 Cfr. Lettera di Barnaba 8,5, che a proposito di Nm 19,6 e Lev 14,4 si chiede: « Perché la lana sul legno? Perché il regno di Gesù è sul legno e chi spera in lui vivrà in eterno»

24 TERTULLIANO, Adv. Marcionem 3,19,1.

25 TERTULLIANO, Adv. Marcionem 4,20,5.

26 FIRMICO MATERNO, De errore profanarum religionum 27, riportato in H. RAHNER, Miti greci

nell’interpretazione cristiana, p. 70. sostiene la mole del cielo, rafforza le fondamenta della terra, adduce alla vita gli uomini che in esso si affissano»

26. Grazie alla ricchezza degli elementi simbolici che la connotano, la Croce gemmata di

Cristo diventa segno e strumento per la salvezza di tutti, patibolo del Figlio di Dio, ma

al tempo stesso splendente della gloria della Sua risurrezione.

27 LEONE MAGNO, Disc. 15 sulla passione del Signore, 1.

28 LEONE MAGNO, Disc. 15 sulla passione del Signore, 3-4.

29 CIRILLO DI GERUSALEMME, Catechesi 4,10; GIROLAMO, In Mat. 4,27, PL 26, col 212A.

30 Cfr. L. HAUTECOURT, Le Soleil et la Lune dans les Crucifixions «Revue Archéologique» 2 (1921), p. 12. Cfr. H. RAHNER, Miti greci nell’interpretazione cristiana, Il Mulino, Bologna 1971 (or, ted. 1957), p. 136.

31 AGOSTINO DI IPPONA, Commento al Vangelo di san Giovanni.

32 AGOSTINO D’IPPONA, In Ioh. Ev. tr. 120,2.

33 Cfr. J. RATZINGER, Maria, Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998.

34 Cfr. B. BAGATTI – E. TESTA, Il Golgota e la croce (SBF Collectio Minor 21), Jerusalem 1978, p. 27; H. VINCENT – F.-M. ABEL, Jérusalem nouvelle, Beauchesne, Paris 1914, pp. 187-226 ; B. BAGATTI, Note sull’iconografia di « Adamo sotto il Calvario », «Liber Annuus» 27 (1977) 5-32; B. BAGATTI, Le leggende di Adamo e il Golgota, «La Terra Santa» 54, 137-141.

35 «De parentis protoplasti / fraude Factor condolens, / quando pomi noxialis / morte morsu corruit,/ ipse lignum tunc notavit, / damna ligni ut solveret».

36 Cfr.U. KÖPF. Kreuz. IV, in Theologische Realenzyklopedie, vol. 19, De Gruyter, Berlin – New York, 1990, pp. 753-756; E.M. FABER, Kreuzstheologie, in Lexikon für Theologie und Kirche, vol. VI, Herder, Freiburg i.Br. 1997, pp. 453-454; W. KASPER, La croce come rivelazione dell’amore di Dio, p. 423.

37 Domus orationis è l’espressione usata da Gesù quando scaccia i venditori dal Tempio e, citando Isaia 56, 7 dice: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, mentre voi ne avete fatto una spelonca di ladri» (cfr. Lc 19, 45).

38 BERNARDO DI CLAIRVAUX, Super Cantica 49, 3.

39 Le Consuetudines definiscono l’altare del presbiterio magnum altare, o maius altare, o ancora primum altare, per distinguerlo da quelli delle cappelle laterali per le messe private.

40«Sculpturas nusquam, picturas tantum in crucibus» (Capitula, 26). Nelle chiese cistercensi non si trovano altari decorati o scolpiti prima del XIII secolo. A partire dal 1240 il Capitolo, in seguito ai vari abusi di cui era venuto a conoscenza, ordina che vengano rimosse tutte le tavole dipinte a colori che erano state collocate sugli altari del nostro Ordine, oppure vengano ricoperte di colore bianco: «Quoniam de curiositate tabularum quae altaribus Ordinis nostri superponuntur clamosa insinuatio venit ad Capitulum generale, praecipitur ut omnes tabulae depictae diversis coloribus amoveantur aut colore albo colorentur» (Capitolo Generale del 1240, stat. 12, in: J. M. CANIVEZ, Statuta Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis ab anno 1116 ad annum 1786, t. II,

Louvain 1934, p. 218). E il Capitolo Generale del 1259 ordina che venga asportato l’altare dell’abbazia di Royaumont, benché si tratti di un dono regale.

41 «Crux quae est retro altare» (Ecclesiastica Officia 15, 54).

42 Il Capitolo Generale del 1157 prescriveva: «Cruces cum auro non habeantur, nec tamen magnae quae congrue non portentur. Item aureae vel argenteae cruces notabilis magnitudinis non fiant» (Capitolo del 1157, stat. 15, in J.M. CANIVEZ, Statuta Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis, t. I, p. 61).

43 Exordium Parvum, c. 17. Cfr. Exordium Cistercii et Summa Cartae Caritatis, c. 26: «Picturas tantum licet habere in crucibus que et ipse nonnisi lignee habeantur».

44 Cfr. A. LOUF, ¿Fue san Bernardo un iconoclasta ?, in Actas. Congreso Internacional sobre san Bernardo e o Cister en Galicia e Portugal. 17-20 outobro 1991, Ourense 1992, vol. II, pp. 1011-1014.

45 Cfr. La Croce dipinta dell’Abbazia di Rosano. Visibile e invisibile. Studio e restauro per la comprensione, a cura di M. Ciatti – C. Frosinini – R. Bellucci, Edifir, Firenze 2007.

46 La Bibbia stessa riferisce a Cristo questo temine: «Illuminatio Evangelii gloriae Christi, qui est imago Dei» (2Cor 4,4); «Qui est imago Dei invisibilis» (Col 1,5).

47 BERNARDO DI CLAIRVAUX, Super Cantica 20, 6. Questo testo fa pensare ancora ad una croce dipinta simile a quella del Santo sepolcro di Pisa – di cui parlavamo nella nota 35 -, in cui sui tabelloni disposti intorno alla figura centrale sono raffigurate varie scene.

48 Cfr. J. HOURLIER, Introduction, in GUILLAUME DE SAINT-THIERRY, Oraisons Méditatives, SC 324, Paris 1985, p. 25.

49 GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, Meditativae orationes 10, 7.

50 GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, Meditativae orationes 10, 9. In questo testo di Guglielmo di Saint-Thierry il termine sacramentum va preso in tutta l’ampiezza semantica che aveva nell’antichità e che ha certamente conservato fino al XII secolo, cioè come « segno sacro » che ha un rapporto di somiglianza con la res designata (cfr. AGOSTINO DI IPPONA, Ep 98, 9: «Si enim sacramenta quandam similitudinem earum rerum quarum sacramenta sunt non haberent, omnino sacramenta non essent»). Solo con la Scolastica si arriverà ad elaborare un concetto più ristretto di sacramento, applicabile solo ad alcuni determinati riti che conferiscono la grazia. Cfr. C. MOHRMANN, Sacramentum dans les plus anciens textes chrétiens, in Etudes sur le latin des chrétiens, Roma 1958, pp. 233-244; P. VISENTIN, « Mysterion – Sacramentum » dai Padri alla Scolastica, in P. VISENTIN, Culmen et Fons, vol. I, Padova 1987, pp. 3-24.

51 GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, Meditativae Orationes 10, 9.

 

Publié dans:CROCIFISSO (IL) |on 29 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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