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IL RISPETTO DELLA VITA UMANA NASCENTE

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IL RISPETTO DELLA VITA UMANA NASCENTE

della Dott.ssa Adele Caramico (Bioetica e Famiglia)

Sembra una cosa ovvia che si parli o si discuta sul rispetto verso la vita umana. Ma è importante anche quel rispetto che si deve alla vita dell’uomo, prima che questi venga alla luce. Se si riconosce la dignità di persona al bimbo appena nato, non sarebbe spontaneo riconoscergli la stessa dignità anche prima che avvenga il parto? Comunque è lo stesso bambino quello che pochi minuti prima si trova ancora nell’utero e dopo viene alla luce!

Nell’attuale dibattito su quale “tipo” di riconoscimento dare al bimbo non ancora nato, evidentemente i pareri non sono così concordi ed ovvi, visto che c’è una continua discussione su quando considerare persona umana la vita nel grembo materno, con le dovute conseguenze di quando attribuirle quei diritti di cui gode la persona, compreso quello primario e fondamentale alla vita stessa.

Tutto questo scaturisce dal fatto che non tutti gli studiosi, filosofi, biologi e medici, riconoscono che, fin dall’istante del concepimento, ha inizio una nuova vita umana. Gli oppositori a tale riconoscimento affermano che non si può parlare di individuo umano fino al 14° giorno dalla fecondazione, data in cui avviene l’impianto in utero. Prima di questo momento alcuni studiosi parlano di pre-embrione. Il motivo di questa differenziazione è dovuto al fatto che, le cellule embrionali sono totipotenti, fino a quando non è avvenuto l’impianto nell’utero, perché potrebbe avvenire la formazione di uno o più embrioni gemelli del primo. Secondo coloro che sostengono la tesi del pre-embrione, non è possibile, e né è ammissibile, parlare di una vita umana da considerare individuale, fino a quando il neoconcepito non abbia perso questa totipotenza, cioè solo al 14° giorno di vita embrionale [Cfr.S. LEONE, La riproduzione assistita. Nuove tecnologie ed implicanze etiche, Cinisello Balsamo 1998, pp. 40-41]. Però bisogna tenere comunque presente che, anche nel caso in cui si sviluppi un gemello, questi non scaturisce da una divisione del primo sistema individuale, ma ne è uno nuovo che col primo ha in comune l’origine. Quando accade che prima del 14° giorno una o anche più cellule si distacchino dal sistema originario, si ha la formazione di un nuovo sistema che potrebbe tanto essere riassorbito, se c’è qualche problema, oppure dare luogo ad un secondo sistema che sia simile al primo, ma senza ombra di dubbio non è e non può mai essere una copia del primo sistema e neppure quest’ultimo che si sia sdoppiato.

Ciò porta ad affermare che il concetto di cellule totipotenziali non implica il non poter parlare di individuo umano fin dal concepimento [F. COMPAGNONI, Quale statuto per l’embrione umano?, in M. MORI (a cura di), La Bioetica. Questioni morali e politiche per il futuro dell’uomo, Milano 1991, pp. 95-96].

Da un punto di vista prettamente biologico, possiamo dire che la vita umana inizia nel momento in cui i gameti, maschile e femminile, si uniscono. La cellula, chiamata zigote, è diversa sia dalle cellule materne che da quelle paterne e rivela già una sua specifica identità: ogni cellula derivante da essa, che andrà a formare la nuova persona umana, sarà identica a questa prima cellula [Cfr. S. LEONE, o. c., p. 42]. Nello zigote “è già descritto il colore degli occhi, l’altezza, il timbro della voce, la forma del viso, le attitudini ecc. (…). Anche di fronte a una possibile gemellarità, l’unicità genetica di questa cellula è definitiva” [S. LEONE, o. c., p. 42].

La stessa biologia ammette che la caratteristica scientifica, che va a costituire l’individuo appartenente alla razza umana, è costituita dal codice genetico [Cfr. F. COMPAGNONI, o. c., p. 95]. Da questo processo abbiamo che “biologicamente l’embrione è appartenente alla specie umana subito dopo la fusione dei pronuclei dei gameti, dopo la costituzione di un nuovo codice genetico, di un nuovo genoma. Lo sviluppo di questo nuovo essere, il suo fiorire ed il suo declino fino alla morte, biologicamente è un processo senza salti qualitativi, tali da far cambiare lo statuto biologico dell’essere in questione” [F. COMPAGNONI, o. c., p. 95] . In effetti noi sappiamo, sempre dalla biologia, che l’embrione che viene generato da due organismi appartenenti alla razza umana, è anch’esso umano e quindi ha diritto al riconoscimento della dignità di persona [cfr. F. COMPAGNONI, o. c., p. 95].

Parlare dell’inizio della vita umana ha senso solo se esso rientra in un orizzonte di apertura all’altro e di rispetto per la vita dell’uomo. Per quante argomentazioni si vogliano portare, per negare che la vita ha inizio nell’istante del concepimento, ci sono sempre delle risposte, anche nella stessa biologia umana, che smentiscono tali tesi.

Embrione ed adulto sono diverse fasi di sviluppo di un unico essere umano e la stessa genetica afferma che un essere vivente non può diventare qualcosa di diverso da quello che era già precedentemente; nel corso di tutto il suo sviluppo non perde le sue caratteristiche, e ciò vale anche per l’embrione [Cfr. M. LOMBARDI RICCI, Embrione, in Rivista di Teologia Morale 30 (1998), p. 99].

L’uomo, da quando compare nel grembo materno, e per tutto il suo successivo sviluppo, prima nella vita prenatale e dopo nella vita extrauterina, attraverso le varie fasce di età, che lo portano poi a quella adulta ed alla vecchiaia, non perde mai la sua caratteristica primaria che è quella di essere persona umana. Il suo sviluppo procede in modo indipendente dai genitori dai quali ha avuto origine, la sua vita non è quella di suo padre come non è quella di sua madre. Il suo è lo sviluppo di un essere umano e, non sarà mai umano realmente, se non lo è stato fin dal momento del concepimento [Cfr. Dichiarazione sull’aborto procurato, n. 12 ; cfr. anche Donum Vitae, I, n. 1].

In un’epoca, in cui a prevalere sono le dimostrazioni scientifiche, non si può comunque prescindere dal soffermarsi su delle riflessioni di carattere filosofico. Soprattutto quest’ultime ci vengono particolarmente in aiuto quando, nonostante ci siano tante e varie teorie scientifiche, non si raggiunga un punto di interpretazione del problema che sia comune a tutte. Ricollegandoci a ciò che Aristotele affermava circa la potenza e l’atto, ed applicandolo alle questioni relative all’inizio della vita umana, potremo dire che coloro che non riconoscono la vita umana fin dall’istante del concepimento, è come se considerassero l’embrione come un uomo in potenza: allora questo embrione potrebbe trasformarsi in qualsiasi altra cosa, anche non umana! E ciò sarebbe assurdo. Anche lo stesso fatto che l’embrione sia totipotente, nella fase di preimpianto, ci fa affermare che egli è, comunque, in atto un uomo, almeno “uno” come numero, mentre potrebbe essere considerato un bambino in potenza, allo stesso modo come un bambino potrebbe essere considerato un adulto in potenza o una bambina potrebbe essere una mamma in potenza: ma in atto restano sempre persone umane che non mutano la loro caratteristica primaria, quella di appartenere alla razza umana.

Nel Cristianesimo, il rispetto della vita umana si deve fin dal momento del concepimento. Per colui che crede nel Creatore non è difficile ritenere che la vita dell’uomo non nasca per caso ma è voluta da Dio, e che la propria esistenza, non è determinata autonomamente, ma sempre nell’orizzonte divino. Non è quindi solo il codice genetico a determinare l’uomo, in questo caso, ma esso va affiancato a quel progetto divino che il Creatore ha su ogni sua creatura fatta a sua immagine e somiglianza [Cfr. F. COMPAGNONI, o. c., p. 96], anzi si compenetrano a vicenda e si armonizzano, sempre nell’ambito di quella libertà che distingue l’uomo dal resto del creato.

Publié dans:PRO VITA (TEMI) |on 5 février, 2014 |Pas de commentaires »

« UNA VITA PER LA RICERCA, LA RICERCA PER LA VITA » (DISCORSO DEL CARD. ANGELO SCOLA)

http://www.zenit.org/article-30493?l=italian

« UNA VITA PER LA RICERCA, LA RICERCA PER LA VITA »

Il discorso del cardinale Scola per il 50° della fondazione della Facoltà di Medicina e Chirurgia « A. Gemelli »

ROMA, giovedì, 3 maggio 2012 (ZENIT.org) – Riprendiamo il discorso pronunciato oggi dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, in occasione della prima Giornata per la Ricerca “Una vita per la Ricerca, la Ricerca per la vita”. L’evento, a cui ha partecipato Papa Benedetto XVI, è stato organizzato in occasione del 50° anniversario della fondazione della Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli”.
***
1. Fede, ragione e ricerca
Teofilo, patriarca di Antiochia (s. II d. C.), venerato come santo, commentando la proibizione di mangiare dell’albero della scienza nell’Eden, propone due annotazioni di grande acume ed attualità.
Innanzitutto osserva che la proibizione non deriva dalla pericolosità del frutto dell’albero, anzi: «Bonum quidem erat ipsum scientiae lignum, bonusque illius fructus. Neque enim, ut quidam existimant, mortiferum erat lignum, sed mandati praetergressio. Aliud enim non erat in ligno, nisi scientia; bona autem scientia, si quis ea apte utatur» (L’albero della conoscenza era buono, come anche era buono il suo frutto. Non fu l’albero, come si pensa, ad apportare perdizione, ma la trasgressione della raccomandazione. Non c’era infatti nell’albero nient’altro che la conoscenza, e la conoscenza è cosa buona certamente se se ne sa far buon uso).
La conoscenza infatti per Teofilo è volta a salvaguardare l’uomo, e per questo a riconoscere l’autorità di Dio. Prosegue, poi, il nostro autore: «Qua autem aetate erat Adam, adhuc infans erat, necdum idoneus esse poterat, qui scientiam perciperet. Nam et nunc infans, cum genitus fuerit, nondum potest panem edere, sed primum lacte nutritur, deinde progrediente aetate etiam ad solidum cibum accedit» (Ma Adamo era ancora un bimbo, onde non poté trarre buon profitto dalla conoscenza. Poiché neanche ora un fanciullo, nato da poco tempo, si può nutrire con pane; ma viene dapprima nutrito con latte, quindi con l’avanzare dell’età si avvia verso cibi più solidi)1.
È già presente in questo antichissimo testo una chiara dinamica evolutiva o, più propriamente, il concetto di sviluppo della conoscenza e, quindi, della scienza, della necessità della ricerca.
Alla luce di queste parole occorre ribadire, ancora una volta, che contrapporre alla ragione scientifica una fede cristiana e, più in generale, ogni espressione religiosa riducendola a convinzione soggettiva e non razionalmente documentabile, va contro il respiro di una “ragione larga” che non è riducibile a pura razionalità logico-matematica ed empirico-sperimentale.
Eppure talune posizioni presenti nella cultura odierna negano oggettività alla fede. Oggettività che di fatto viene attribuita alla scienza sperimentale in se stessa invece sempre falsificabile, a cui sola spetterebbe, se non una definizione, di certo una descrizione tendenzialmente compiuta dell’uomo: si diffonde sempre più infatti, soprattutto in forza delle strabilianti scoperte nel campo della biologia, della bio-chimica e delle neuroscienze, una vulgata che tende a ricondurre tutte le espressioni e le facoltà dell’umano a pure attività cerebrali. Queste in prospettiva potrebbero, si afferma, diventare addirittura artificiali. Non sarebbe allora più possibile, a rigore, parlare di un soggetto personale, dotato di una dignità intrinseca, portatore di diritti e di doveri. L’uomo non sarebbe altro che «il suo proprio esperimento»2.
Tuttavia questo riduzionismo biologista lascia insoddisfatto il cuore dell’uomo che non vi trova rispondenza alle domande profonde della sua intelligenza e allo spessore antropologico della sua esperienza.
Infatti è proprio dall’intimo della esperienza elementare, comune a tutti gli uomini, di ogni tempo e luogo, che zampilla, semplice ma decisiva, la prima via in cui la ricerca può trovare la mutua interiorità tra ragione e fede. Anche tenendo conto di tutte le obiezioni che scaturiscono dalla complessità di vita propria dell’uomo post-moderno, si deve concludere con Karol Wojtyla: «Eppure esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza comune dell’uomo», di ciascun uomo. Essa ne attesta anzitutto l’integralità (il reale è intelligibile e l’uomo può ospitarlo) e l’elementarità (ogni uomo conviene con tutti gli altri nel vivere affetti, lavoro e riposo), vale a dire la sua indistruttibile semplicità: «Questa esperienza nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità»3.
2. Sintonia della ricerca. Scienza e fede nel cammino dell’uomo
A partire da questa convinzione fontale, vorrei offrire uno spunto per mostrare come ricerca scientifica e ragioni della fede camminino insieme e insieme – senza confusioni e senza antagonismi – reciprocamente si illuminino, secondo l’originario ideale di Dio creatore e pur sempre con le conseguenze della ferita del peccato originale. Mi limito, in sostanza, a qualche citazione tratta dall’inesauribile patrimonio della tradizione ecclesiale.
In riferimento alla Sacra Scrittura, San Gregorio Magno ha un’espressione bellissima: «Scriptura crescit cum legente» (La Scrittura cresce con chi legge)4. Una affermazione questa che ha trovato nella parola “ruminatio” (della stessa Scrittura), tanto cara ai Padri, la strutturale apertura alla ricerca propria della rivelazione cristiana.
Già nel Libro dei Salmi si trova scritto: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 62,12). Quindi la verità piena della divina rivelazione si rende accessibile progressivamente e in forme molteplici: «Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2)»5. E questo a causa della sua insondabile ricchezza, della sua mirabile condiscendenza e per l’apertura all’apporto delle diverse situazioni socioculturali.
La Scrittura non è un prontuario di formule o di ricette già fatte, a disposizione per l’uso. Apre l’intelligenza e chiama in causa la libertà del soggetto, argomenta e “discute”, lotta come Giacobbe allo Yabboq (cf. Gen 32,24-31). Tutto questo nella coerenza del canone, dell’unità del testo, della comunità credente: «La Scrittura ha bisogno dell’interpretazione e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta»6. Ecco perché è possibile parlare di settanta significati per ogni versetto biblico, anzi di un settantunesimo ancora da scoprire, attraverso la ricerca.
Del resto l’omaggio della fede alla ricerca non può trovare formula migliore dell’affermazione di Agostino: «Si comprehendis non est Deus»7.
La classica definizione anselmiana: «Fides quaerens intellectum» ribadisce il carattere di ricerca cui la fede apre. Ben lontana dal fraintendimento di chi scambia la limpida solidità del dogma e la proclamazione veritativa del kerygma con i tratti arcigni dell’imposizione e della fissità.
Tommaso giunge a dire: «In fine nostrae cognitionis, Deum tamquam ignotum cognoscimus»8. E in altro punto: «Actus autem credentis terminatur non ad enuntiabile sed ad rem»9. La fede si paragona incessantemente con la realtà.
Per venire ai nostri giorni Balthasar, commentando un versetto di san Giovanni -«Quando verrà Lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13)- afferma che: «le cose non sono mai così manifeste che non si possano ulteriormente manifestare. Perfettamente trasparente può essere un dato di realtà, ma un dato non è una cosa esistente, bensì solo uno dei suoi aspetti, collegato con cento altri aspetti ignoti. L’intimità delle cose tuttavia è quanto forma il loro “valore”»10.
Quale equilibrio nel rapporto scienza e fede emerge da queste affermazioni!
In questa prospettiva appare il carattere dialogico della verità: «…Così l’analisi e la sintesi dell’intellectus dividens et componens si estende oltre la solitaria attività dello spirito verso la sempre nuova unione e distinzione tra io e comunità, per trovare nel movimento dialogico la sua pace e la sua (sempre aperta) conclusione»11.
Brilla qui quell’idea della interdisciplinarietà cui deve tendere per sua natura la ricerca. E questo perché la vita è inesauribile. Da essa viene la possibilità della capacità conoscitiva: «Veritas creata est mutabilis»12.
Così concepita la ricerca è volta al futuro, a partire da una comprensione adeguata del presente.
3. La Giornata per la ricerca
La Giornata per la ricerca, con la quale volete onorare il 50° anniversario dell’istituzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli”, porta significativamente il titolo “Una vita per la ricerca, la ricerca per la vita”.
Proporre a quanti operano in Università Cattolica, soprattutto agli studenti e più in generale immettere nel pubblico agone, tanto importante in una società plurale come la nostra, le ricerche fatte, quelle in atto ed i progetti futuri sulle quattro tappe della vita è un imponente documentazione di quanto la fede cristiana promuova a tutto campo l’umana ragione ed il suo insopprimibile anelito alla ricerca. Fu questa del resto l’intuizione di Padre Gemelli nel fondare l’Università, così come fu questo uno dei tratti costitutivi di tutta l’opera di ricercatore, docente ed attore socio-economico e politico del Beato Toniolo.
Trovandomi in questo luogo che vede migliaia di operatori sanitari quotidianamente impegnati a combattere la malattia, non voglio concludere questo rapsodico intervento senza sottolineare il peso della domanda circa la fragilità e, soprattutto, circa il male, il dolore e la sofferenza. Ciascuno, a partire dalla propria esperienza, è spesso spinto a chiamare in giudizio Dio stesso a causa del problema del male.
Invece, per limitarmi ad un esempio, invero assai preclaro, in molti pronunciamenti, e soprattutto nella Lettera apostolica Salvifici doloris, il beato Giovanni Paolo II ha mostrato che l’esperienza umana della fragilità, della sofferenza e del male non può essere separata dalla domanda di salvezza e di redenzione. La risposta a questa domanda può essere almeno intravista nell’atteggiamento umano del dono totale di sé, cioè dell’offerta: «Il dolore si scioglie in un amore riconoscente», scriveva negli anni di prigionia il Cardinal Wyszynsky. Se la vita ci è data, allora essa si può compiere solo nel dono. La controprova sta nel fatto che se non la doni, la vita ti è rubata dal tempo.
———————-
1 Ad Autolycum II, 25.
2 «Der Mensch ist sein eigenes Experiment», M. Jongen, Die Zeit, Feuilleton, 9 agosto 2001, 31. Cf. anche quanto dice Foucault: «Astratto? Vorrei rispondere come segue: è l’umanesimo che è astratto! Tutte queste lagnanze, tutte queste pretese della persona umana, dell’esistenza, sono astratte: sono tagliate fuori, cioè, dal mondo scientifico e tecnico, che è, in effetti, il vero mondo… Il tentativo intrapreso attualmente da alcuni della nostra generazione non consiste perciò nello schierarsi per l’uomo contro la scienza e la tecnica, ma chiaramente nel mostrare che il nostro pensiero, la nostra via, il nostro modo di essere fino alla nostra condotta più quotidiana fanno parte dello stesso schema organizzativo, e, dunque, dipendono dalle stesse categorie del mondo scientifico e tecnico. E il “cuore umano” che è astratto», C. Foucault, Entretien avec Madeleine Chapsal, in “La Quinzaine Littéraire”, n. 15, 16 maggio 1966, 14-15; tr. it. di G. Costa, Intervista con Madeleine Chapsal, in Archivio Foucault 1).
3 K. Wojtyla, Persona e atto, a cura di G. Reale e T. Styczen, Rusconi, Sant’Arcangelo di Romagna 1999, 45. Inoltre cf. A. Scola, L’esperienza elementare. La vena profonda del magistero di Giovanni Paolo II, Marietti 1820, Genova-Milano 2003.
4 Gregorio Magno, Omelia VII su Ezechiele, Libro I, n. 8
5 Dei Verbum 4.
6 Benedetto XVI, Collège des Bernardins, Paris 12 settembre 2008.
7 Agostino, Sermo 52, 16: PL 38, 360
8 Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, I, 49, 5.
9 Id., Summa Theologiae IIa-IIae, q. 1, a. 2 ad 2.
10 H. U. von Balthasar, Verità del mondo. Teologica 1, Jaca Book, Milano 1989, 106. Si veda anche: «Dio partecipa alla creatura qualcosa della sua energia creatrice anche nell’ambito della verità. Se l’uomo possedesse solo una funzione conoscitiva misurata dalla verità delle cose, egli sarebbe, sotto questo profilo, non più causa ma semplicemente effetto. La sua collaborazione si ridurrebbe alla funzione unicamente riproduttiva di verità già esistente. Verrebbe certo arricchito dall’intuizione di quanto lo circonda, ma non avrebbe nella sua conoscenza nessuna possibilità di incidere formativamente nella verità delle cose stesse. Possederebbe la forza della causa seconda solo come agente pratico e non anche, alla stregua di Dio, come soggetto conoscitivo», ibid., 121.
11 Ibid., 173: «Il criterio della verità si trova situato parte nell’io e parte nel tu, e come criterio totale si raggiunge soltanto nel movimento del dialogo. Il criterio all’interno dell’io si trova nell’evidenza del «cogito ergo sum», nell’identità vissuta tra essere e coscienza, alla quale identità ogni evidenza mediata dev’essere ricondotta come al principio e alla misura di ogni verità. Ogni giudizio discorsivo, che si pronuncia mediante analisi e sintesi, mediante astrazione dal sensibile e concrezione del concettuale, deriva la sua giustificazione da quest’ultima irrecusabile evidenza nello spazio chiuso dello spirito. E tuttavia essa brilla ogni volta unicamente quando lo spirito esce da se stesso per deporre la sua parola personale nel concreto agire del mondo, nel concreto dialogo col tu fuori di se stesso. Lo specchio dell’evidenza interiore gli viene presentato solo quando non si cerca in se stessi, bensì nel non-sé. Quest’uscita da se stesso, in cui lo spirito si schiude alla comunione e trova in essa la sua verità, è a tal punto il movimento della verità che ne diviene il secondo criterio».
12 Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 16, a. 8; Id., De Veritate q. 1, a. 6.

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