Archive pour la catégorie 'docenti – Prof. Francesco Bianchi'

L’AUTORE DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (seguace e collaboratore di Paolo)

L’AUTORE DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (seguace e collaboratore di Paolo)

Stralcio dal libro: Bianchi F., Atti degli Apostoli, Città Nuova Editrice, Roma 2003

vorrei approfondire il tema dell’autore degli Atti degli Apostoli; il docente, nell’Introduzione del libro, presenta una serie di “informazioni essenziali” sul libro, ne tratta 7: 1. il titolo, 2. l’autore, 3 il genere letterario dell’opera, 4. la struttura, 5. lo scopo e il messaggio teologico, 6. la cronologia esterna, 7. il testo;

propongo la lettura dell’autore – ossia il punto 2 dell’Introduzione – invogliata non solo da qualche lettura dagli Atti, ma anche dalla festa, passata da pochi giorni, di San Luca, ho messo già nella liturgia di sabato 18 ottobre 2008, la storia di Paolo presa da un buon sito: Santi Beati e Testimoni;

pagg. 8-10

La tradizione cristiana, come testimoniano sempre il Prologo antimarcionita (testo del 160-180 d.C.) ed Eusebio di Cesarea, attribuì la composizione degli Atti degli Apostoli all’evangelista Luca, originario di Antiochia, l’autore del terzo Vangelo, seguace e collaboratore di Paolo nella sua opera di evangelizzazione. Paolo allude a questo personaggio nel biglietto a Filemone 24, nella Lettera ai Colossesi 4,14 e nella Seconda Lettera a Timoteo 4,11, definendolo “il buon medico”.

Se la prima tradizione cristiana difese unanimemente nei primi secoli l’identità fra l’evangelista Luca e l’autore degli Atti degli Apostoli, nel corso degli ultimi due secoli essa è stata al centro di un vivace dibattito fra gli studiosi, ben riassunto dallo studio di Gasque. Coloro che la negarono, soprattutto gli esegeti tedeschi della scuola di Tubinga, evidenziarono la discrepanza fra Paolo delle lettere e quello degli Atti: le lettere paoline e gli Atti palesavano, a loro avviso, inconciliabili divergenze teologiche sul ruolo della Legge e sullo svolgimento del cosiddetto “concilio di Gerusalemme” e non meno importanti discrepanze letterarie nel passaggio fra la prima e la terza persona singolare. Gli Atti avrebbero rappresentato “una tendenza proto-cattolica” che all’inizio del II sec. D.C. voleva integrare il rivoluzionario messaggio di Paolo nel cristianesimo petrino.

Un esame più attento e ragionato dei dati storici e letterari fece escludere una datazione così alta dell’opera, rimarcando i diversi punti di contatto con il terzo Vangelo. Questa unità emerge dal disegno letterario e teologico che tiene insieme le due opere e che traspare in molti punti degli Atti. Possiamo segnalare i rimandi fra i due proemi, At 1 e Lc 1, accumulati dal medesimo destinatario, Teofilo, nonché le somiglianze fra il martirio di Stefano e la morte di Gesù, quelle fra l’ultimo viaggio di paolo a Gerusalemme e quello analogo di Gesù. Ci sono, infine, temi teologici comuni come il Regno di Dio, l’azione dello Spirito, il valore della testimonianza. In conseguenza di ciò, la maggioranza degli esegeti ritiene che la stesura degli Atti degli Apostoli sia avvenuta fra l’80 e il 90 d.C., a breve distanza di tempo dal terzo Evangelo. Questa soluzione si fa preferire a quella che propone di datare gli Atti degli Apostoli già verso la fine degli anni 60, considerando questa come la prima opera di Luca; costui avrebbe seguito Paolo a Roma e pubblicato l’opera quando la sorte dell’Apostolo non era stata ancora decisa. Come vedremo nel commento, il silenzio sulla sorte di Paolo si spiega meglio col desiderio di Luca di dimostrare che l’arrivo di Paolo a Roma realizzava il commando di Gesù.

È oggetto di discussione se l’intenzione di Luca fu quella di presentare una sorta di dittico sul tempo di Gesù e sul tempo della Chiesa e se invece gli Atti nacquero dalla situazione vissuta dalla Chiesa in un momento storico in cui la frattura con il giudaesimo si era oramai consumata e i rapporti con l’impero romano erano sempre più problematici. Non sarebbe allora casuale il fatto che sia il rapporto con Israele, sia quello con i funzionari imperiali occupino un posto rilevante nell’economia dell’opera.

Tornando alle presunte discrepanze col pensiero di Paolo, la critica più recente ha dimostrato che esse sono talvolta meno importanti di quanto congetturato. Paolo appare nelle lettere come teologo per eccellenza, mentre negli Atti egli è soprattutto il persecutore divenuto cristiano e il testimone di Risorto. Le discrepanze possono essere riconducibili anche a fattori diversi, ben riassunti da Fusco: : il rapporto fra Luca e Paolo potrebbe esser stato limitato nel tempo e lo stesso Paolo intesse rapporti diversi con le diverse persone che collaborano on lui nell’opera missionaria. Non bisogna nemmeno dimenticare la mediazione personale del discepoli: basti pensare, ad esempio, alla maniera in cui Platone e Senofonte presentano il comune maestro Socrate nelle proprie opere. Se prendiamo in esame, infine, l’aspetto teologicamente più importante del pensiero di Paolo, cioè che la legge di Mosè non può salvare l’uomo, vediamo che anche l’autore degli Atti è d’accordo con Paolo.

Seguendo la maggioranza dei commentari (Pesh, Fabris, Rossé), manterrò in questo commentario l’identificazione dell’autore degli Atti degli Apostoli con Luca, autore del terzo Vangelo. Costui era un cristiano di Antiochia, di buona cultura classica, che partecipò probabilmente all’attività missionaria cristiana fuori da Gerusalemme e fu in contatto con Paolo.

PAOLO AD ATENE: RIFLESSIONE – ATTUALIZZAZIONE SULLA PREDICAZIONE DI PAOLO

PAOLO AD ATENE: RIFLESSIONE – ATTUALIZZAZIONE SULLA PREDICAZIONE DI PAOLO

stralcio dal libro: Bianchi F., Atti degli Apostoli, Città Nuova Editrice, Roma 2003

pag 203.

 

titolo del docente su questa parte: « Attualizzazione », si trova a conclusione di tutto il commento sulla predicazione di Paolo ad Atene, ho proposto una lettura, uno stralcio da questa parte del libro sotto il titolo: « Paolo ad Atene (Atti 17,15-22; propongo separatamente questo breve e conclusivo commento separatamente perché – come ho scritto alla fine dell’altro post – questa riflessione del docente collima con il mio pensiero, nel sento che, la mia preparazione è, sì, veramente molto limitata tuttavia qualche volta mi sembra di intuire comprendere San Paolo come persona, per quello che voleva fare, dire, predicare, ossia la predicazione ad Atene a me non sembra fallimentare come dicono molti, forse, anzi, Paolo è riuscito, in un certo senso, a « scavalcare » i secoli per inoltrarsi in un mondo nel quale una predicazione di questo tipo può essere incisiva e valida, ma, certo meglio di me, il docente:

 

« A prima vista il soggiorno di Paolo ad Atene si conclude con un fallimento: il suo tentativo di inculturare il Vangelo nella tradizione religiosa e filosofica di quella città è stato accolto soltanto da poche persone. Pure, ciò che agli occhi dell’uomo potrebbe apparire come un fallimento rivela invece tuta la forza di Paolo, disposto per il Vangelo a farsi (1Cor 9,22). Nella storia della Chiesa l’esempio data da Paolo si è ripetuto tante volte ed anche oggi il messaggio cristiano di salvezza è annunciato laddove non avremmo mai pensato che fosse possibile. Abbiamo imparato a conoscere questi nuovi evangelizzatori soprattutto dai mass media ed abbiamo constatato come il loro sforzo di evangelizzazione percorra strade nuovo ed ambienti apparentemente chiusi, mettendo alla prova la fantasia dell’annuncio e della carità e gettando il seme della parola a piene mani nei terreni più disparati o pericolosi, nella speranza che Dio lo faccia fruttificare. È perciò sorprendente che questo tentativo susciti, talvolta, fastidio o scandalo proprio tra gli stessi cristiani, dimentichi della propria natura di peccatori perdonati, assai poco disposti a portare i pesi del fratello ed orgogliosi della propria autosufficienza. Le parole di Paolo ci insegnano, invece, la necessità di diffondere il Vangelo anche in ambienti lontani, smascherandone gli idoli e proclamando che soltanto Gesù è il Signore. »

PAOLO AD ATENE (ATTI 17, 15-22)

PAOLO AD ATENE (ATTI 17, 15-22)

(stiamo leggendo questa parte degli Atti nella settimana VI di Pasqua)

stralcio dal libro: Bianchi F., Atti degli Apostoli, Città Nuova Editrice, Roma 2003

pagg. 196-198

15 Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l’ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
16 Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. 17 Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. 18 Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? 20 Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta». 21 Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.

(questo è il testo della traduzione CEI, c’è qualche differenza di traduzione nel testo riportato dal professore, le più importanti sono:

v. 17: pagani credenti in Dio, il prof. scrive – più rigorosamente – « Timorati di Dio » che sono, i pagani credenti nella fede di Israele, non i cristiani;

v. 18: ciarlatano, nel testo « seminatore di chiacchiere »;)

testo:

« 15. Intorno al 50 d.C. Atene viveva oramai da tempo una lunga e grand tour della Grecia per conoscere meglio la filosofia e la cultura greca.

16-17. Nel suo racconto Luca entra subito in media res descrivendo lo sdegno che infiamma Paolo davanti ai tanti simulacri di divinità pagane che erano valsi agli ateniesi la fama di popolo assai religioso: questo sdegno era probabilmente alimentato dal pensiero del primo comandamento che vietata, com’è noto, di farsi immagine alcuna di Dio. I primi destinatari dell’evangelizzazione sono, come sempre, i giudei e i timorati di Dio, anch’essi presenti ad Atene, e poi gli ateniesi che frequentavano l‘agorà ossia la piazza dove si svolgeva il mercato cittadino: quest’ultima annotazione ha suscitato un certo scetticismo, poiché ricorderebbe troppo da vicino il modus operandi di Socrate, ma essendo l’agorà il centro della vita cittadina, è logico pensare che proprio da qui dovesse cominciare il suo generoso tentativo.

18. Su questo sfondo, così ricco di
Paolo incontra alcuni filosofi stoici ed epicurei, rappresentanti di due scuole filosofiche gloriose, ma agli antipodi per credenze e stile di vita. Lo stoicismo prende il nome dalla Stoa poikile – cioè dal portico dipinto, dove il cipriota Zenone di Cizico (340 a:c: – 265 a.C.) teneva all’inizio del III sec. a.C. le sue lezioni: dominato da una visione panteistica del mondo, lo stoicismo considerava l’uomo una scintilla del fuoco universale, al quale era destinato a ricongiungersi dopo la morte. Al tempo di Paolo, lo stoicismo aveva accentuato l’aspetto morale, sostenendo l’uguaglianza di tutti gli uomini e la necessità per il saggio di vivere secondo natura fino a scegliere il suicidio, se fosse minacciata la propria libertà.

Gli epicurei, discepoli di Epicuro (320 a.C. – 270 a.C.), invece, sostenevano che il fine dell’uomo fosse l’atarassia, cioè l’assenza di passioni e il conseguimento del piacere. Quanto agli dèi, essi vivevano negli intermundia senza influenzare la vita umana. Queste affermazioni erano valse agli epicurei le accuse di empietà e immoralità. Dialogando con questi filosofi, Paolo si guadagna l’epiteto di spermologos) che indica gli raccoglieva qua e là frammenti di diverse teorie per farne una dottrina coerente e accettabile. L’allusione a Gesù e alla risurrezione fa sì che Paolo venga scambiato per un banditore dei culti orientali. Il nome Gesù poteva essere facilmente frainteso con la parola iasis <guarigione> o con Iaso, la figlia di Asclepio e la risurrezione, anastasis con una guarigione totale: così si potrebbe spiegare l’accusa, peraltro già mossa in passato a Socrate e a Protagora, di voler importare in Atene delle divinità straniere.

19-21. Per chiarire la questione, Paolo è condotto all’Areopago che significa
. Il nome designava il consiglio cittadino, che fungeva anche da tribunale, ma che si riuniva oramai nel Portico Reale presso il mercato cittadino, e la stessa collina dove si poteva discutere in maniera più articolata. Paolo si rivolge a coloro che rappresentano, quasi in maniera ideale, la città più colta del mondo pagano e, come avevano già notato Tucidite e Demostene la più assetata di novità e al più affascinata dalle parole. Questa è forse la caratteristica più sorprendente per il lettore moderno: siamo in un villaggio globale ante litteram, che vuole sapere, conoscere e essere informato, ma che è altrettanto pronto a dimenticare quanto ha appena ascoltato in favore dell’ultimissima notizia. Di fronte a tale uditorio, che Luca considera in ultima analisi incapace di un ascolto reale, Paolo incultura il messaggio cristiano secondo le tradizioni culturali e religiose del luogo. »

(naturalmente il testo del docente analizza tutti gli Atti e, quindi, l’esegesi è preceduta e seguita da altre nella successione del testo, mi sembrava particolarmente interessante questa lettura sulla città di Atene e di come si presentava agli occhi di Paolo; c’è, alla fine dello studio sul soggiorno di Paolo ad Atene c’è una: « Attualizzazion »e che mi sembra particolarmente interessante e collima – sempre nei limiti della mia imperfetta-imperfettissima preparazione – comunque con il mio pensiero, con quanto intuisco, sulla predicazione di Paolo ad Atene e la propongo separatamente con il titolo:

PAOLO AD ATENE: RIFLESSIONE – ATTUALIZZAZIONE SULLA PREDICAZIONE DI PAOLO

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