Giona, profeta controvoglia

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Bruno Maggioni*

Giona, profeta controvoglia

Il libro di Giona è un libro fresco e pieno di umorismo che procede velocemente, in un rapido alternarsi di azioni e di dialoghi. È il Signore, con la sua parola, che dà inizio a tutta la vicenda e sarà Lui a guidarla sino alla fine. Ma non Ia concluderà. II racconto infatti si chiude con una domanda lasciata in sospeso. AI lettore rispondere. Dio ordina a Giona di andare a Ninive, città famosa per le sue campagne militari, le sue deportazioni di popoli e la sua violenza. Ma Giona fugge lontano, verso Tarsis, all’altro capo del mondo. Durante una violenta tempesta, i marinai della nave lo gettano in mare. Giona è inghiottito da un pesce che lo porta a riva. Qui il profeta si trova di nuovo davanti al Signore. II racconto ritorna da capo. Ma ora Giona obbedisce. II messaggio di Dio, che egli deve portare a Ninive, è inteso dal profeta non come un invito alla conversione, ma piuttosto come una sentenza di condanna:
« Giona cominciò a percorrere la città a predicava: ‘Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta’ » (Gio 3,4)
Ma questo è il desiderio del profeta, non di Dio. Con sorpresa i Niniviti credono al « Dio ». Non si dice che credono nel Dio di Israele, che cambiano religione. Si dice semplicemente che prendono sul serio la minaccia del Signore e si convertono. Non fuggono dalla città, né ricorrono a sacrifici e preghiere, ma cambiano vita. Gli abitanti di Ninive non sono sicuri che la conversione otterrà effetto. Ma è pur sempre una possibilità e I’afferrano.
« Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo? » (Gio 3,9)
E difatti Dio « si pente ». Se l’uomo cambia, anche Dio è pronto a cambiare. E’ una prima lezione del libro. Con una precisazione: chiunque può cambiare, persino una città come Ninive. La storia potrebbe terminare qui e invece continua. E questo perché al narratore non interessano soltanto la conversione di Ninive e il perdono di Dio, bensì anche — e forse più — la conversione di Giona, cioè del giusto, cioè dei lettori che siamo noi. Constatando il perdono di Dio, Giona ne è indispettito. Non é giusto, egli pensa, Dio perdona troppo facilmente. Ed è anche deluso perché la sua parola è stata smentita. II profeta è tanto deluso che esclama « meglio per me morire che vivere ». Ed è a questo punto che Dio gli pone la domanda verso la quale tutta la narrazione tendeva:
« Ti sembra giusto essere così sdegnato… Non dovrei aver pietà di Ninive,
quella grande città, nella quale sono più di 120 mila persone,
che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra? » (Gio 4,11)
Dio non risponde a questa domanda. Tocca a Giona rispondere e capire, tocca a ciascun lettore. La domanda non è rivolta a un singolo personaggio (non dimentichiamo che il racconto di Giona è una parabola, ma all’intera comunità giudaica, irrigidita dalla sconfitta, dai molti disagi e dalle amarezze. Con una scrupolosa osservanza religiosa, ma anche con una mentalità chiusa, nazionalista, schematica: tutto il bene di qua e tutto il male di là. Una comunità siffatta finisce col non capire perché mai Dio conceda prosperità e perdono anche alle nazioni pagane. La bontà di Dio verso tutti gli uomini diventa un problema. E così il messaggio dei libro di Giona va in due direzioni, una verso Ninive, per ricordarle che deve convertirsi. La seconda verso Israele, per dire che occorre gioire, come Dio, della salvezza e del perdono. II primo insegnamento è ovvio, il secondo è duro.

Nota
* Bruno Maggioni, biblista, è docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.
Ref.: BETLEMME, 11/2002, p. 41.

Publié dans : LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |le 21 janvier, 2012 |Pas de Commentaires »

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