Archive pour la catégorie 'S. FONDATORI, VENERABILI E SANTI'

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO – L’ULTIMO PADRE DEL MEDIO EVO

http://www.medio-evo.org/bernardo.htm

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO

L’ULTIMO PADRE DEL MEDIO EVO

E’ impossibile non unirsi a tutti coloro che hanno scritto e commentato la figura di San Bernardo di Chiaravalle. Questo figlio di nobili borgognoni è l’ultimo dei “padri” del monachesimo benedettino, e con lui la vocazione monastica giunge ad uno dei punti più alti della storia. Nato intorno al 1090 presso Digione, nel castello paterno, figlio di nobili cavalieri, ebbe una educazione tipicamente feudale, ed incarna in sé quello spirito che fu dei monaci e dei cavalieri medievali, fatto di preghiera e combattimento, ascetismo e disciplina, una disciplina spirituale che somiglia molto a quella cavalleresca. Da piccolo entra nella scuola dei Canonici di Châtillon, una delle più importanti della Borgogna, dove studia gli scrittori latini e i padri della Chiesa. Dopo la morte della madre, a cui egli era molto legato, nel 1107, entrò in una crisi che gli fece sentire lontano quel mondo di “donne cavalier armi ed amori” che era proprio della sua famiglia, e forte invece il desiderio di cercare e trovare Dio nella pace e nella quiete del monastero, lontano dal fragore e dalla violenza del mondo. Così a ventidue anni, nel 1112 si reca a Citeaux, nel monastero diretto da Stefano Harding, assieme a trenta compagni. Questo arrivo segnerà una svolta non solo per il monastero, ma nella storia della Chiesa e dell’ Europa occidentale. Anche se differenti nel temperamento, Bernardo fece propria l’idea che aveva ispirato San Roberto di Moleste, Alberico e Stefano. Questi si erano allontanati da Moleste nel 1098 per recarsi in un luogo solitario a 20 chilometri da Digione, in un luogo chiamato Cistercium, per seguire uno stile di vita più semplice e più rigoroso, recuperando lo spirito e la lettera dell’antica regola benedettina, ormai inficiati dalla grande potenza temporale acquisita dai monasteri clunicensi. Il luogo originale, in cui Bernardo condivise i primi anni di una rigorosa vocazione, stava però stretto a Bernardo, che, in cerca di solitudine, ma anche di luoghi aperti e ameni per essere a più stretto contatto con Dio, lasciò Citeaux. Il nuovo luogo sarà ancor più distante dal consesso civile, e si chiamerà Clairvaux , in italiano Chiaravalle. Qui divenne abate e qui rimase fino alla morte, avvenuta nel 1156, nonostante numerosi viaggi, dispute ( celeberrima quella con Abelardo), la predicazione della seconda crociata e l’amministrazione spirituale di un ordine, che alla sua morte contava più di 300 monasteri.
Possiamo dire che i quattro padri dell’ordine cistercense fondarono una vera e propria scuola di spiritualità, di cui San Bernardo costituisce il maestro indiscusso ed il punto di riferimento per le future generazioni di monaci. La sua devozione per la vergine Maria e per il Bambin Gesù rimane una caratteristica della sua spiritualità. La tradizione di chiudere la giornata di preghiera con il Salve Regina deriva proprio da una sua idea. Egli prediligeva per la preghiera luoghi aperti ed ameni, valli luminose ed vicine ai corsi d’acqua. Da qui l’abitudine, tutta cistercense, di fondare monasteri nelle valli. Ben tre città in Italia ci ricordano quindi, con il nome Chiaravalle, la loro fondazione per opera dei monaci di San Bernardo. Umiltà, amore verso Dio con un cammino di unione del cuore, duro lavoro nei campi e profonda devozione mariana sono alcuni dei tratti della spiritualità di San Bernardo. Spirito che si riversa anche nelle strutture architettoniche dei monasteri e delle chiese abbaziali, prive o quasi di decorazioni e tutte slanciate verso l’alto. La sua riforma spirituale quindi segna il passaggio nell’arte dal romanico al gotico. Egli, come tutta la spiritualità monastica, vede la vita spirituale come un cammino fatto di gradi di perfezione, per essere sempre più uniti all’amore di Dio. Amore che si riversa poi sul prossimo, in quanto si ha la piena consapevolezza di essere tutti peccatori. Egli fu anche scrittore molto prolifico: trattati, lettere, prediche, poemi, un “corpus” di scritti che occupa un posto molto rilevante nella storia medievale, e che lo pone come il terzo “padre” medievale, dopo S. Gregorio Magno e S. Benedetto da Norcia. Tra le opere più importanti si possono ricordare « De gradibus humilitatis et superbiae », « De gratia et libero arbitrio », « De diligendo Deo ». Egli fu quindi quel faro di luce spirituale che avrebbe illuminato tutta l’Europa occidentale del XII secolo. Fu infatti capace di recuperare in maniera originale e geniale tutto il pensiero cristiano precedente a lui, pur in una prospettiva monastica e benedettina. Egli, a differenza dei clunicensi, non vede infatti l’uomo semplicemente come un peccatore, ma come una creatura buona, capace cioè di recuperare sempre la dimensione d’amore verso Dio e verso il prossimo. L’uomo, con il peccato ha deformato questa immagine, ma proprio attraverso l’ Incarnazione del Figlio di Dio e la disponibilità di Maria Santissima, Dio può riformare l’uomo a sua immagine. L’uomo è chiamato a prendere parte a questa opera, con la conversione e l’ascesa dell’anima verso Dio, descritta nel trattato De diligendo Deo. L’Incarnazione quindi occupa un posto centrale nella spiritualità cistercense. Questa esperienza chiama l’uomo alla sequela di Cristo, fatta nell’oscurità della fede, si attua nella carità.
Ma San Bernardo non fu solo un mistico chiuso in un monastero, lontano dal mondo e tutto teso alla ricerca spirituale di comunione con Dio. Egli, spirito indomito e combattente, vero cavaliere dello Spirito, partecipò attivamente anche alle turbolente vicende della Chiesa e dell’Europa occidentale del suo tempo. Infatti predicò, su ordine di papa Eugenio III, la seconda Crociata, quella di Luigi VII, Riccardo Cuor di Leone e Federico Barbarossa (1148-1151), aiutò papa Innocenzo II, fuggito a Cluny dopo l’elezione dell’antipapa Anacleto. Al Concilio di Etampes, grazie al suo intervento, il re Luigi VI riconobbe Innocenzo come il legittimo papa. Intervenne anche al famoso Concilio di Troyes (1128) che segna la fondazione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio (Templari), un mito ancor oggi intramontabile. Per la prima volta infatti i due ordini, bellatores e oratores , cioè cavalieri e monaci, distinti nella società feudale, vengono fusi in uno solo, con lo scopo di difendere i pellegrini in Terra Santa e i luoghi della vita di Cristo. Fu anche impegnato nella disputa con Abelardo e con i nuovi maestri di filosofia che ai suoi occhi pretendevano di spiegare la fede con la ragione, ed alla fine ne ottenne la condanna al concilio di Sains (1140). Erano due personalità forti, i due, ed esprimevano, ognuno nella sua ottica, due modi di vedere il ruolo della fede e della ragione che sono ancor oggi presenti in terra di Francia.
In effetti San Bernardo rivolse parole di esortazione e di rimprovero, di incoraggiamento e di aiuto, di luce spirituale e di fede a tutte le categorie della società del suo tempo, divenendo un punto di riferimento per la sua epoca. Senza di lui il XII e la civiltà feudale che egli rappresenta forse non sarebbe stata gli stessi. Ma fondamentalmente egli fu prima di tutto un uomo di preghiera in un tempo di guerre, crociate, odi e violenze private. Mi ha colpito molto una frase che introduce il suo “De diligendo Deo”, quando all’inizio dice:

“In Dio voglio vivere e in Dio morire: per me preghiere e non domande.”
(Domino vivere et in Domino mori. Orationes a me et non quaestiones)

Un uomo che quindi prediligeva la preghiera alle dispute filosofiche (dette appunto quaestiones) e che preferì la quiete del monastero alla nobile arte della cavalleria e della guerra. Una scelta quanto mai attuale.

Ecco un brano tratto dalla « Patrologia Latina Database » in francese medievale.

CI ENCOMENCENT LI SERMON SAINT BERNAVT KIL FAIT DE LAVENT ET LES ALTRES FESTES PARMEI LAN.
Nos faisons ui, chier freire, len comencement de lavent, cuy nons est asseiz renomeiz et conuiz al munde, si cum sunt li nom des altres sollempniteiz, mais li raisons del nom nen est mies per aventure si conue. Car li chaitif fil dAdam nen ont cure de veriteit, ne de celes choses ka lor salveleit apartienent, anz quierent . . . les choses . . . faillanz et trespessaules. A quel gent . . . nos semblans.. les homes de ceste generation, ou a quei gent evverons nos ceos cunos veons estre si ahers et si enracineiz ens terriens solaz, et ens corporeiens kil repartir ne sen puyent? Certes semblant sunt a ceos ki plongiet sunt en ancune grant auve, et ki en peril sunt de noier. Tu varoyes kil ceos tienent, kes tienent, ne kil par nule raison ne vuelent devverpir ceu ou il primier puyent meltre lor mains quels chose ke ce soit, ancor soit ceu tels choses ke ne lor puist niant aidier, si cum sunt racines derbes ou altres tels choses. Et si ancune gent vienent a ols por ols asoscor, si plongent ensemble ols ceos kil puyent aggrappeir ensi kil a ols nen a ceos ne puyent faire nule ajué. Ensi perissent li chaitif en ceste grant mer ke si es large, quant il les choses ki perissent ensevent et les estaules layent aleir, dont il poroyent estre delivreit del peril ou il sunt . . . prennoyent et salveir lor airmes. Car de la veriteit est dit, et ne mies de la vaniteit, Vos la conessereiz, et ele vos deliverrat. Mais vos, chier freire, a cuy Deus revelet, si cum a ceos ki petit sunt celes choses, ke receleis sunt as saige et as senneiz, vos soiez entenduit cus encenousement envor celes choses, ke vrayement apartienent a vostre salveteit: et si penseiz di merrement a la raison de cest avenement, quareiz et encerchiez ki cest soit ki vient, et dont il vient, ou il vient, et por kai il vient, quant il vient, et par quel voie il vient. Certes molt fail aloeir ceste curiositeit, et molt est saine. Car tote sainte Eglise ne celeberroit mies si devotement cest avenement, saucuens grant Sacrement ne estoil en lui receleiz.

SANTA CHIARA DI ASSISI: ALLA SEQUELA DI CRISTO POVERO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/07-Luglio/Santa_Chiara_di_Assisi.html

SANTA CHIARA DI ASSISI: ALLA SEQUELA DI CRISTO POVERO

Ha destato molta sorpresa nel marzo scorso la decisione di Giovanni Paolo II di avviare subito il processo di beatificazione di Madre Teresa di Calcutta a nemmeno due anni dalla scomparsa. Quanta fretta, avrà pensato qualcuno. E poi la Chiesa ne ha già tante di sante e santi: lasciamo maturare i tempi (anche quelli burocratici dell’apparato della Chiesa, lunghi per definizione).
È umanamente comprensibile la “santa fretta” di Giovanni Paolo II di vedere presto santa una donna che lui conosceva e stimava molto.
Ancora “peggiore” il caso di Chiara di Assisi. Morta nel 1253, dopo soli due anni fu proclamata santa da Alessandro IV e proposta all’imitazione di tutta la Chiesa.
Chiara nacque ad Assisi nel 1194. Non solo è compaesana di San Francesco, ma la sua vita è stata grandemente influenzata da lui. Non pensiamola però completamente all’ombra, seppure santa, di Francesco. Anche lei aveva una forte personalità: la manifestò nel portare avanti la sua decisione di consacrarsi a Cristo nonostante le molte difficoltà.
Chiara aveva tutti gli ingredienti per vivere una vita agiata e felice. Era una bella ragazza, di famiglia benestante con genitori di nobile casato. Poteva quindi aspirare ad un matrimonio di alto rango. Niente di tutto questo.
All’età di 18 anni Chiara fuggì da casa per coronare il suo sogno di consacrarsi a Cristo. Una decisione improvvisa, frutto di una incosciente fretta adolescenziale o di una precoce esaltazione spirituale? No, sapeva quello che faceva.
Sua madre, Ortolana, buona e molto religiosa, l’aveva educata cristianamente. Ma l’esempio decisivo le venne dalla scelta di Francesco di vendere tutte le proprie sostanze per seguire Cristo povero. Chiara aveva approvato il gesto del suo compaesano, e aspettava il momento giusto per imitarlo. Ricordo un brevissimo colloquio tra i due, nel famoso film di F. Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna”. Francesco, dopo la scelta radicale di seguire Cristo, le disse: “La gente non mi ha capito.
Ora tutti credono che sia diventato pazzo”. E Chiara di rimando: “Per me eri pazzo prima non adesso”.

Nella domenica delle Palme del 1212 Chiara fuggì da casa
e andò alla Porziuncola presso Francesco e i suoi amici. Probabilmente anche lei, poco tempo prima aveva venduto i propri beni, rompendo con la famiglia. Di qui anche l’ostilità dei parenti. Francesco l’accolse, e dopo averle tagliato i capelli e rivestita di un saio, per simbolizzare il nuovo stato di vita, la condusse in un monastero benedettino. Qui subì il tentativo dei parenti di ricondurla a casa con la forza. Chiara resistette e dopo poco tempo fu raggiunta da alcune sue amiche e dalla stessa sorella Agnese, fuggita anch’essa di casa. In seguito arrivarono l’altra sorella Beatrice, ed infine dopo alcuni anni sua madre. Tutte affascinate dalla predicazione e dall’esempio di Francesco, dei suoi frati, e dalla decisione coraggiosa di Chiara. La piccola comunità aveva ormai un posto sicuro, presso la chiesa di san Damiano, in Assisi. Per questo furono chiamate Damianite dal popolo, Povere Dame da Francesco e in seguito Clarisse. Chiara e le sue amiche non “fuggivano dal mondo”, non si imboscavano lontano dalle difficoltà quotidiane della gente. Volevano vivere ritirate sì, ma sostenute dal proprio lavoro, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, ponendosi al servizio della chiesa, preoccupandosi davanti a Dio della salvezza di tutti.
La sistemazione sicura e stabile a San Damiano diventò per Chiara anche l’inizio della seconda tappa della sua vita. Dopo il periodo della “conversio ad Deum”, della ricerca di Dio, cominciava la seconda parte: quella della “conversatio cum Deo”, cioè del “dialogo con Dio” nella sua vita religiosa.

Alla sequela del Cristo povero
A San Damiano è presente sì lo spirito di Francesco, ma è Chiara che dà l’impronta decisiva alla sua comunità. Sarà lei stessa con coraggio a “resistere” alle pressioni del papa Gregorio IX, che insisteva nel persuaderla a possedere qualche proprietà proponendo una dispensa dal voto di povertà. Lei stessa gli dirà con decisione “Santo Padre, a nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo”. Il Cristo di Chiara era quello povero, da seguire integralmente, anche se lei stessa scriveva ad Agnese di Praga che “non abbiamo un corpo di bronzo né la nostra è la robustezza del granito”. Il papa in seguito le concederà il “privilegio della povertà”.
Questo le arrivava a due anni dalla morte del grande Francesco. Per lei aveva grande importanza. “La difesa dell’ideale pauperistico ed il mantenimento a pieno titolo dell’Ordine Damianita nell’alveo del movimento francescano, stelle polari dell’esistenza di Chiara, furono dunque motivo di tenaci e prolungati confronti con la Sede Apostolica… Nel contesto della tradizione monastica, la scelta di povertà era per Chiara l’unico modo per preservare una sua specifica identità” (S. Brufani).
Grandi la fede e la devozione di Chiara a Gesù nell’Eucaristia. Confinata a letto per tanti anni a causa di una malattia, ricamò con maestria finissimi corporali per adornare gli altari di varie chiese di Assisi e dintorni. Famoso poi è rimasto l’episodio, narrato da un testimone, dell’allontanamento dei Saraceni dal monastero. Quando arrivarono gli invasori chiamarono Chiara. Ella andò alla porta del refettorio e fece portare la cassetta contenente l’Eucaristia, si prostrò davanti e piangendo implorò: “Signore, guarda tu queste tue serve, perché io non le posso guardare”. Si udì una voce di grande soavità che disse: “Io ti difenderò sempre”. Poi Chiara implorò la stessa grazia per la città. La voce rispose: “La città patirà molti pericoli, ma sarà difesa”. Ed i Saraceni se ne andarono.
Chiara morì l’11 agosto 1253 dopo lunghi diciannove anni di malattia, due giorni dopo l’approvazione della sua Regola. Al funerale partecipò, in segno di grande stima e ammirazione, il papa e alti esponenti della Curia papale. Due anni dopo era già scritta nell’albo dei santi con la bolla pontificia “Clara claris praeclaris meritis”. Qui ella viene definita “una innamorata ed indefessa seguace della povertà”: la povertà per amore del vangelo viene quindi per la prima volta valutata ed esaltata come virtù determinante per una canonizzazione.
Un’ultima annotazione. Pochi sanno che nel 1958 il papa Pio XII la proclamò “Patrona della Televisione”. Questo per ricordare un miracolo di cui ella fu protagonista. Era la notte di Natale, essendo Chiara a letto perché malata, non poteva essere presente alla suggestiva liturgia nella Notte Santa. Tuttavia ella seguì miracolosamente la celebrazione che avveniva a grande distanza come fosse presente. Il giorno dopo la raccontò alle consorelle.

MARIO SCUDU

Pensieri di Santa Chiara
1. Sì, è ormai chiaro che l’anima dell’uomo fedele, che è la più grande di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande
del cielo.
2. Medita e contempla e brama di imitare Cristo. Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, ed il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita e diverrà famoso tra gli uomini.
3. Da quando ho conosciuto la grazia del Signore nostro Gesù per mezzo di quel suo servo Francesco, nessuna pena mi è stata molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura.
4. A se stessa morente: Va’, perché colui che t’ha creata, ti ha santificata, e sempre guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore.

SANT’ IGNAZIO DI LOYOLA SACERDOTE – 31 LUGLIO

http://www.santiebeati.it/dettaglio/23800

SANT’ IGNAZIO DI LOYOLA SACERDOTE

31 LUGLIO

AZPEITIA, SPAGNA, C. 1491 – ROMA, 31 LUGLIO 1556

Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia, un paese basco, nel 1491. Era avviato alla vita del cavaliere, la conversione avvenne durante una convalescenza, quando si trovò a leggere dei libri cristiani. All’abbazia benedettina di Monserrat fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi e fece voto di castità perpetua. Nella cittadina di Manresa per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo presso il fiume Cardoner decise di fondare una Compagnia di consacrati. Da solo in una grotta prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri Esercizi Spirituali. L’attività dei Preti pellegrini, quelli che in seguito saranno i Gesuiti, si sviluppa un po’in tutto il mondo. Il 27 settembre 1540 papa Paolo III approvò la Compagnia di Gesù. Il 31 luglio 1556 Ignazio di Loyola morì. Fu proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. (Avvenire)

Etimologia: Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino
Emblema: IHS (monogramma di Cristo)

Martirologio Romano: Memoria di sant’Ignazio di Loyola, sacerdote, che, nato nella Guascogna in Spagna, visse alla corte del re e nell’esercito, finché, gravemente ferito, si convertì a Dio; compiuti gli studi teologici a Parigi, unì a sé i primi compagni, che poi costituì nella Compagnia di Gesù a Roma, dove svolse un fruttuoso ministero, dedicandosi alla stesura di opere e alla formazione dei discepoli, a maggior gloria di Dio.
Il primo scritto che racconta la vita, la vocazione e la missione di s. Ignazio, è stato redatto proprio da lui, in Italia è conosciuto come “Autobiografia”, ed egli racconta la sua chiamata e la sua missione, presentandosi in terza persona, per lo più designato con il nome di “pellegrino”; apparentemente è la descrizione di lunghi viaggi o di esperienze curiose e aneddotiche, ma in realtà è la descrizione di un pellegrinaggio spirituale ed interiore.
Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia un paese basco, nell’estate del 1491, il suo nome era Iñigo Lopez de Loyola, settimo ed ultimo figlio maschio di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona, genitori appartenenti al casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa, che possedevano una fortezza padronale con vasti campi, prati e ferriere.
Iñigo perse la madre subito dopo la nascita, ed era destinato alla carriera sacerdotale secondo il modo di pensare dell’epoca, nell’infanzia ricevé per questo anche la tonsura.
Ma egli ben presto dimostrò di preferire la vita del cavaliere come già per due suoi fratelli; il padre prima di morire, nel 1506 lo mandò ad Arévalo in Castiglia, da don Juan Velázquez de Cuellar, ministro dei Beni del re Ferdinando il Cattolico, affinché ricevesse un’educazione adeguata; accompagnò don Juan come paggio, nelle cittadine dove si trasferiva la corte allora itinerante, acquisendo buone maniere che tanto influiranno sulla sua futura opera.
Nel 1515 Iñigo venne accusato di eccessi d’esuberanza e di misfatti accaduti durante il carnevale ad Azpeitia e insieme al fratello don Piero, subì un processo che non sfociò in sentenza, forse per l’intervento di alti personaggi; questo per comprendere che era di temperamento focoso, corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca.
Morto nel 1517 don Velázquez, il giovane Iñigo si trasferì presso don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al cui servizio si trovò a combattere varie volte, fra cui nell’assedio del castello di Pamplona ad opera dei francesi; era il 20 maggio 1521, quando una palla di cannone degli assedianti lo ferì ad una gamba.
Trasportato nella sua casa di Loyola, subì due dolorose operazioni alla gamba, che comunque rimase più corta dell’altra, costringendolo a zoppicare per tutta la vita.
Ma il Signore stava operando nel plasmare l’anima di quell’irrequieto giovane; durante la lunga convalescenza, non trovando in casa libri cavallereschi e poemi a lui graditi, prese a leggere, prima svogliatamente e poi con attenzione, due libri ingialliti fornitagli dalla cognata.
Si trattava della “Vita di Cristo” di Lodolfo Cartusiano e la “Leggenda Aurea” (vita di santi) di Jacopo da Varagine (1230-1298), dalla meditazione di queste letture, si convinse che l’unico vero Signore al quale si poteva dedicare la fedeltà di cavaliere era Gesù stesso.
Per iniziare questa sua conversione di vita, decise appena ristabilito, di andare pellegrino a Gerusalemme dove era certo, sarebbe stato illuminato sul suo futuro; partì nel febbraio 1522 da Loyola diretto a Barcellona, fermandosi all’abbazia benedettina di Monserrat dove fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi vestendo quelli di un povero e fece il primo passo verso una vita religiosa con il voto di castità perpetua.
Un’epidemia di peste, cosa ricorrente in quei tempi, gl’impedì di raggiungere Barcellona che ne era colpita, per cui si fermò nella cittadina di Manresa e per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo poveramente presso il fiume Cardoner “ricevé una grande illuminazione”, sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati e che lo trasformò completamente.
In una grotta dei dintorni, in piena solitudine prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri “Esercizi Spirituali”, i quali costituiscono ancora oggi, la vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi.
Arrivato nel 1523 a Barcellona, Iñigo di Loyola, invece di imbarcarsi per Gerusalemme s’imbarcò per Gaeta e da qui arrivò a Roma la Domenica delle Palme, fu ricevuto e benedetto dall’olandese Adriano VI, ultimo papa non italiano fino a Giovanni Paolo II.
Imbarcatosi a Venezia arrivò in Terrasanta visitando tutti i luoghi santificati dalla presenza di Gesù; avrebbe voluto rimanere lì ma il Superiore dei Francescani, responsabile apostolico dei Luoghi Santi, glielo proibì e quindi ritornò nel 1524 in Spagna.
Intuì che per svolgere adeguatamente l’apostolato, occorreva approfondire le sue scarse conoscenze teologiche, cominciando dalla base e a 33 anni prese a studiare grammatica latina a Barcellona e poi gli studi universitari ad Alcalà e a Salamanca.
Per delle incomprensioni ed equivoci, non poté completare gli studi in Spagna, per cui nel 1528 si trasferì a Parigi rimanendovi fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia.
Ma già nel 1534 con i primi compagni, i giovani maestri Pietro Favre, Francesco Xavier, Lainez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, fecero voto nella Cappella di Montmartre di vivere in povertà e castità, era il 15 agosto, inoltre promisero di recarsi a Gerusalemme e se ciò non fosse stato possibile, si sarebbero messi a disposizione del papa, che avrebbe deciso il loro genere di vita apostolica e il luogo dove esercitarla; nel contempo Iñigo latinizzò il suo nome in Ignazio, ricordando il santo vescovo martire s. Ignazio d’Antiochia.
A causa della guerra fra Venezia e i Turchi, il viaggio in Terrasanta sfumò, per cui si presentarono dal papa Paolo III (1534-1549), il quale disse: “Perché desiderate tanto andare a Gerusalemme? Per portare frutto nella Chiesa di Dio l’Italia è una buona Gerusalemme”; e tre anni dopo si cominciò ad inviare in tutta Europa e poi in Asia e altri Continenti, quelli che inizialmente furono chiamati “Preti Pellegrini” o “Preti Riformati” in seguito chiamati Gesuiti.
Ignazio di Loyola nel 1537 si trasferì in Italia prima a Bologna e poi a Venezia, dove fu ordinato sacerdote; insieme a due compagni si avvicinò a Roma e a 14 km a nord della città, in località ‘La Storta’ ebbe una visione che lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù.
Il 27 settembre 1540 papa Polo III approvò la Compagnia di Gesù con la bolla “Regimini militantis Ecclesiae”.
L’8 aprile 1541 Ignazio fu eletto all’unanimità Preposito Generale e il 22 aprile fece con i suoi sei compagni, la professione nella Basilica di S. Paolo; nel 1544 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, prese a redigere le “Costituzioni” del suo Ordine, completate nel 1550, mentre i suoi figli si sparpagliavano per il mondo.
Rimasto a Roma per volere del papa, coordinava l’attività dell’Ordine, nonostante soffrisse dolori lancinanti allo stomaco, dovuti ad una calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, limitava a quattro ore il sonno per adempiere a tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa.
Il male fu progressivo limitandolo man mano nelle attività, finché il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, morì in una modestissima camera della Casa situata vicina alla Cappella di Santa Maria della Strada a Roma.
Fu proclamato beato il 27 luglio 1609 da papa Paolo V e proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV.
Si completa la scheda sul Santo Fondatore, colonna della Chiesa e iniziatore di quella riforma coronata dal Concilio di Trento, con una panoramica di notizie sul suo Ordine, la “Compagnia di Gesù”.
Le “Costituzioni” redatte da s. Ignazio fissano lo spirito della Compagnia, essa è un Ordine di “chierici regolari” analogo a quelli sorti nello stesso periodo, ma accentuante anche nella denominazione scelta dal suo Fondatore, l’aspetto dell’azione militante al servizio della Chiesa.
La Compagnia adattò lo spirito del monachesimo, al necessario dinamismo di un apostolato da svolgersi in un mondo in rapida trasformazione spirituale e sociale, com’era quello del XVI secolo; alla stabilità della vita monastica sostituì una grande mobilità dei suoi membri, legati però a particolari obblighi di obbedienza ai superiori e al papa; alle preghiere del coro sostituì l’orazione mentale.
Considerò inoltre essenziale la preparazione e l’aggiornamento culturale dei suoi membri. È governata da un “Preposito generale”.
I gradi della formazione dei sacerdoti gesuiti, comprendono due anni di noviziato, gli aspiranti sono detti ‘scolastici’, gli studi approfonditi sono inframezzati dall’ordinazione sacerdotale (solitamente dopo il terzo anno di filosofia), il giovane gesuita verso i 30 anni diventa professo ed emette i tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza, più in quarto voto di obbedienza speciale al papa; accanto ai ‘professi’ vi sono i “coadiutori spirituali” che emettono soltanto i tre voti semplici.
Non c’è un ramo femminile né un Terz’Ordine. La spiritualità della Compagnia si basa sugli ‘Esercizi Spirituali’ di s. Ignazio e si contraddistingue per l’abbandono alla volontà di Dio espresso nell’assoluta obbedienza ai superiori; in una profonda vita interiore alimentata da costanti pratiche spirituali, nella mortificazione dell’egoismo e dell’orgoglio; nello zelo apostolico; nella totale fedeltà alla Santa Sede.
I Gesuiti non possono possedere personalmente rendite fisse, consentite solo ai Collegi e alle Case di formazione; i professi fanno anche il voto speciale di non aspirare a cariche e dignità ecclesiastiche.
Come attività, in origine la Compagnia si presentava come un gruppo missionario a disposizione del pontefice e pronto a svolgere qualsiasi compito questi volesse affidargli per la “maggior gloria di Dio”.
Quindi svolsero attività prevalentemente itinerante, facendo fronte alle più urgenti necessità di predicazione, di catechesi, di cura di anime, di missioni speciali, di riforma del clero, operante nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei nuovi Paesi (Oriente, Africa, America).
Nel 1547, s. Ignazio affidò alla sua Compagnia, un ministero inizialmente non previsto, quello dell’insegnamento, che diventò una delle attività principali dell’Ordine e uno dei principali strumenti della sua diffusione e della sua forza, lo testimoniano i prestigiosi Collegi sparsi per il mondo.
Alla morte di s. Ignazio, avvenuta come già detto nel 1556, la Compagnia contava già mille membri e nel 1615, con la guida dei vari Generali succedutisi era a 13.000 membri, diffondendosi in tutta Europa, subendo anche i primi martiri (Campion, Ogilvie, in Inghilterra).
Ma soprattutto ebbe un’attività missionaria di rilievo iniziata nel 1541 con s. Francesco Xavier, inviato in India e nel Giappone, dove i successivi gesuiti subirono come gli altri missionari, sanguinose persecuzioni.
Più duratura fu la loro opera in Cina con padre Matteo Ricci (1552-1610) e in America Meridionale, specie in Brasile, con le famose ‘riduzioni’. Più sfortunata fu l’opera dei Gesuiti in America Settentrionale, in cui furono martiri i santi Giovanni de Brebeuf, Isacco Jogues, Carlo Garnier e altri cinque missionari.
Col passare del tempo, nei secoli XVII e XVIII i Gesuiti con la loro accresciuta potenza furono al centro di dispute dottrinarie e di violenti conflitti politico-ecclesiatici, troppo lunghi e numerosi da descrivere in questa sede; che alimentarono l’odio di tanti movimenti antireligiosi e l’astio dei Domenicani, dei sovrani dell’epoca e dei parlamentari e governi di vari Stati.
Si arrivò così allo scioglimento prima negli Stati di Portogallo, Spagna, Napoli, Parma e Piacenza e infine sotto la pressione dei sovrani europei, anche allo scioglimento totale della Compagnia di Gesù nel 1773, da parte di papa Clemente XIV.
I Gesuiti però sopravvissero in Russia sotto la protezione dell’imperatrice Caterina II; nel 1814 papa Pio VII diede il via alla restaurazione della Compagnia.
Da allora i suoi membri sono stati sempre presenti nelle dispute morali, dottrinarie, filosofiche, teologiche e ideologiche, che hanno interessato la vita morale e istituzionale della società non solo cattolica.
Nel 1850 sorse la prestigiosa e diffusa rivista “La Civiltà Cattolica”, voce autorevole del pensiero della Compagnia; altre espulsioni si ebbero nel 1880 e 1901 interessanti molti Stati europei e sud americani.
Nell’annuario del 1966 i Gesuiti erano 36.000, divisi in 79 province nel mondo e 77 territori di missione. In una statistica aggiornata al 2002, la Compagnia di Gesù annovera tra i suoi figli 49 Santi di cui 34 martiri e 147 Beati di cui 139 martiri; a loro si aggiungono centinaia di Servi di Dio e Venerabili, avviati sulla strada di un riconoscimento ufficiale della loro santità o del loro martirio.
L’alto numero di martiri, testimonia la vocazione missionaria dei Gesuiti, votati all’affermazione della ‘maggior gloria di Dio’, nonostante i pericoli e le persecuzioni a cui sono andati incontro, sin dalla loro fondazione.

Autore: Antonio Borrelli

23 LUGLIO – SANTA BRIGIDA DI SVEZIA : DONNA DI AZIONE E DI CONTEMPLAZIONE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/07-Luglio/Santa%20Brigida%20di%20Svezia.html

23 LUGLIO – SANTA BRIGIDA DI SVEZIA : DONNA DI AZIONE E DI CONTEMPLAZIONE

“Dio è grande nel cielo dei santi” così cantiamo in chiesa. Ed è vero. Contemplando quella immensa galleria di uomini e donne già “arrivati felicemente e trionfalmente alla casa del Padre” (i santi) ci accorgiamo di quanta varietà e creatività è stato capace lo Spirito Santo nel suo “lavoro” lungo i secoli. Ed è di questi nostri fratelli e sorelle “già” in Dio che dobbiamo continuamente fare memoria, perché abbiamo bisogno dei loro esempi per il nostro cammino, della loro testimonianza per la nostra perseveranza; perché, attraverso il loro ricordo, si rafforzi l’impegno di ciascuno di noi “non ancora” arrivato alla Meta del nostro pellegrinaggio terreno.
Per questi mesi estivi vi propongo una grande figura di donna, di sposa, di madre, di educatrice dei propri figli, di una laica “felicemente sposata” (così ha scritto il Papa) ma molto attiva nella Chiesa e per la Chiesa del 1300: Brigida di Svezia.Ha scritto Giovanni Paolo II nella sua breve ma bellissima Lettera alle Donne (1995):
«In tale ampio spazio di servizio, la storia della Chiesa in questi due millenni, nonostante tanti condizionamenti, ha conosciuto veramente il “genio della donna”, avendo visto emergere nel suo seno donne di prima grandezza che hanno lasciato larga e benefica impronta di sé nel tempo» (n. 11).
E subito dopo il Papa cita due pezzi da novanta nel firmamento femminile delle sante: Caterina da Siena e Teresa d’Avila (ambedue dichiarate dottoresse della Chiesa da Paolo VI).
A queste due grandi possiamo affiancare anche Brigida di Svezia. Che sia una stella di prima grandezza tra le nostre sorelle sante ne è prova la sua proclamazione da parte di Giovanni Paolo II, nell’ottobre del 1999 a compatrona d’Europa assieme a Caterina e a Edith Stein (morta martire nel lager di Auschwitz). Una scelta opportuna perché Brigida è stata una santa di “dimensione europea” per i suoi viaggi (pellegrinaggi), le sue conoscenze ed interessi che andavano ben al di là della sua Svezia (la sua seconda patria fu per lunghi anni la città di Roma).
Brigida: sposa e madre felice di una famiglia numerosa
Brigida (nell’etimologia gotica significa “luminosa”) nacque nel 1302. Suo padre Birger era governatore della regione dell’Upland. Sembra che abbia avuto la prima visione all’età di 12 anni.
Secondo l’uso del tempo anche Brigida fu data in sposa giovanissima: aveva solo 14 anni. Dal suo matrimonio con Ulf Gudmarsson nacquero ben otto figli: quattro maschi e quattro femmine. Anche se gli storici raccomandano di non esagerare l’influsso di Brigida su Ulf, tuttavia sembra che il loro matrimonio fu non solo felice ma anche sempre alla luce di Dio.
Ha scritto il Papa:
“Senza lasciarsi fuorviare dalle condizioni di benessere del suo ceto sociale, ella visse col marito Ulf un’esperienza di coppia in cui l’amore sponsale si coniugò con la preghiera intensa, con lo studio della Sacra Scrittura, con la mortificazione, con la carità. Insieme fondarono un piccolo ospedale, dove assistevano frequentemente i malati. Brigida poi era solita servire personalmente i poveri”.
Brigida fu anche apprezzata per sue doti pedagogiche. Queste le espresse prima nel servizio a corte come governante di Bianca, la giovane sposa del re Magnus Eriksson, e poi durante tutta la sua vita come madre ed educatrice sapiente e tenera dei suoi otto figli. Non a caso una delle sue figlie è diventata santa Caterina di Svezia.
Nel 1341 Brigida intraprese insieme al marito Ulf un lungo pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Un pellegrinaggio che le fece attraversare l’Europa, da nord a sud, facendole prendere coscienza anche della situazione della Chiesa divisa, con il papa che risiedeva ad Avignone. Al ritorno Ulf si ammalò gravemente fino a morire il 12 febbraio del 1344 in un monastero cistercense di Alvastra.
È da questo momento doloroso della perdita del marito che Brigida incominciò la sua seconda parte della vita. Ritornata in Svezia, rinunciò a tutti i suoi beni conducendo una vita di penitenza e di preghiera in una casa monastica. Proprio qui cominciarono le prime rivelazioni, della cui autenticità testimoniarono i suoi confessori e direttori spirituali cui Brigida obbedì sempre.
Proprio durante questi anni di intensa contemplazione e di preghiera, attraverso queste rivelazioni Dio le faceva capire la sua missione. Dalla contemplazione autentica di Dio e della sua gloria, fu chiamata all’azione per Dio e per il suo regno.
Nel 1349 accompagnata dai suoi confessori e dalla figlia Caterina Brigida partì per Roma lasciando per sempre la Svezia e divenendo “romana” di adozione. Ha scritto il Papa: “Il trasferimento in Italia costituì una tappa decisiva per l’allargamento non solo geografico e culturale, ma soprattutto spirituale della mente e del cuore di Brigida”.
Brigida a Roma per l’Anno Santo 1350
C’era un triplice motivo nella venuta di Brigida nella Città Eterna. Il primo era spirituale e personale: vivere l’esperienza dell’anno santo 1350 indetto da Clemente VI. Secondo motivo: ottenere l’approvazione dell’ordine religioso che lei
voleva fondare (e secondo la sua stessa affermazione per essere stata richiesta durante una rivelazione). La terza ragione del suo viaggio romano era propriamente ecclesiale: il suo amore alla Chiesa la sospingeva ad adoperarsi per far ritornare il Papa da Avignone a Roma (anche Caterina da Siena quasi negli stessi anni ha “lavorato” intensamente per lo stesso obiettivo).
Stabilitasi a Roma Brigida condusse una vita di preghiera, di penitenza, e di opere caritatevoli. Durante questi anni inviò anche numerosi messaggi di rimprovero, di minacce e di esortazioni a numerosi personaggi del tempo: abati, cardinali, sovrani e soprattutto papi. Ma nonostante la fama del personaggio e la sua santità, quei signori non furono impressionati per niente dalle sue lettere e seguirono la propria strada nel loro interesse politico o di semplice prestigio personale.
Durante il soggiorno italiano Brigida fece numerosi pellegrinaggi: fu così a Milano, Pavia, Ortona, Assisi naturalmente, Bari, Benevento, Pozzuoli, Napoli, Salerno, Amalfi, al santuario di san Michele Arcangelo sul Gargano. Ma il suo desiderio grande era recarsi anche in Terra Santa. Quest’ultimo pellegrinaggio lo realizzò nel 1371, insieme ai figli Birger e Carlo, e ad un gruppo di altre persone da lei chiamati “Amici di Dio”. Può sorprendere il numero grande di questi pellegrinaggi di Brigida, se pensiamo che non era facile viaggiare in quei tempi. Occorreva una buona disponibilità economica oltre che salute e amicizie che contano. Brigida malata di turismo religioso? Non direi. Il concetto di turismo (culturale o anche religioso è recente). Allora non si faceva turismo ma dei pellegrinaggi. Questi erano presi molto sul serio, e quasi sempre erano esperienze dure, di fatica, fame, sete, di pericoli e di… conversione (la fatica più grande allora come oggi). Niente a che fare con i molti pellegrinaggi di oggi, che pur avendo presente la componente spirituale, hanno un buon contorno, piacevole e gratificante, di quello che chiamiamo semplice turismo.
Per Brigida il pellegrinaggio era una vera esperienza di crescita spirituale. Per lei era un «cammino verso i santi per tentare di incontrare una realtà trascendente, il vagabondare dall’esiliata che esprime l’esilio dell’uomo sulla terra, pellegrinazione perpetua sul modello dell’itinerario di Cristo. Nel procedere di santa Brigida troviamo ognuno di questi elementi. Ma nella frenesia di pellegrinaggio, come pure nell’impegno attivo al servizio dei poveri, Brigida cerca ben altro che non far opera abituale e meccanica di salvezza: praticando la virtù di compassione e di amore verso il prossimo, si abbandona interamente a Dio; coltivando la virtù dell’umiltà e la spoliazione, piegando il corpo alla rude vita del pellegrino (le testimonianze del processo insistono su ciò: andava a piedi “pur avendo molti cavalli a sua disposizione”) sviluppa una personale ascesi».
Ascesi, da Brigida ricercata e coltivata durante tutta la vita e spinta all’estremo. Ogni giorno, anche durante la vita coniugale, faceva una mortificazione volontaria: rifiuto di dormire sul letto, digiuni prolungati, flagellazione, e sembra anche una specie di cilicio. Tutto questo non per un velato o inconscio senso masochistico, ma solo per partecipare e imitare la passione di Cristo “suo Sposo”.
Brigida finì il suo lungo pellegrinaggio terreno il 23 luglio del 1373. I figli Birger e Caterina riportarono la salma in Svezia nel monastero di Valstena. La sua canonizzazione avvenne solo pochi anni dopo nel 1391. Brigida rimane una luminosa figura di Santa del Trecento, ma che ha un messaggio anche per noi oggi.

MARIO SCUDU SDB ***

*** Questo e altri 120 santi e sante e beati sono presenti nel volume di :
MARIO SCUDU, Anche Dio ha i suoi campioni, Editrice Elledici, Torino
Brigida:
donna di profezia e di unione mistica
Alla base dell’esperienza spirituale di Brigida vi è l’unione mistica. Brigida si definiva lei stessa “Sposa di Cristo”, e ha descritto con parole appassionate la dolcezza ineffabile che a lei procurava questa unione. Il suo principale desiderio consisteva “nell’amare Dio con tutto il cuore… nella negazione di sé e della propria volontà”. Questa fusione amorosa della volontà trovava la ricompensa nella singolare grazia dello spirito dell’estasi mistica.
L’opera mistica di Brigida va sotto il nome di “Revelationes”. Fu redatta in svedese e tradotta in latino. Il contenuto è estremamente vario. Talvolta la rivelazione si presenta sotto forma di dialogo tra le persone divine, la Vergine Maria, i santi e Brigida stessa. Anche i demoni ottengono qualche ruolo dialogante. Si ha pure il racconto di visioni particolari con la Vergine Maria come protagonista. Anche in queste Revelationes Brigida è figlia del Trecento. Vi sviluppa infatti i temi devozionali cari alla spiritualità di quel secolo: la devozione al Cristo sofferente, ricordo della Vergine Maria come mediatrice, e dei santi protettori, fiducia nell’angelo custode, fede e accettazione della giustizia di Dio sempre temperata dall’infinita misericordia.
Un’ultima annotazione: Brigida nonostante avesse fondato un ordine religioso, con le componenti maschile e femminile unificate nel governo da un’unica badessa, rimase sempre una laica. E anche nelle Revelationes fa sentire il fatto di essere sempre donna, sposa, madre di famiglia. Brigida si sente madre: ha gusti materni, si serve di espressioni e di esempi di sapore materno, la dottrina che espone spesso viene esposta in luce materna. È interessante notare che sia il Signore Gesù sia la Vergine Maria approvano volentieri questo sentimento naturale di Brigida.
Le Revelationes sono giustamente considerate uno dei più importanti apporti alla letteratura svedese medievale. Quest’opera ha guadagnato a Brigida l’appellativo di “Veggente” o di “Mistica del Nord”. Ed il bene fatto da quest’opera durante i secoli è stato enorme. Solo un’esempio: Sant’Alfonso dei Liguori ne “Le Glorie di Maria”, si richiama spesso alla dottrina della grande santa svedese. Anche questo contribuì alla sua fama in tutta la Chiesa. (MARIO SCUDU)

BONAVENTURA DA BAGNOREGIO – 15 LUGLIO

http://www3.unisi.it/ricerca/prog/fil-med-online/autori/htm/bonaventura_bagnoregio.htm

BONAVENTURA DA BAGNOREGIO – 15 LUGLIO

Vita e opere. Giovanni (nome di battesimo di Bonaventura) da Fidanza, nato intorno al 1217 a Bagnoregio, nell’Italia centrale, oblato nel convento dei francescani di Bagnoregio a 17 o 23 anni, fu poi a Parigi negli anni 1235-1243, studente alla Facoltà delle Arti; nel 1243 entrò effettivamente nell’ordine francescano, e forse iniziò gli studi in teologia sotto la guida di Alessandro di Hales. Nel 1248 iniziò a commentare la Scrittura come baccelliere biblico e nel 1250-1252, come baccelliere sentenziario, scrisse il commento alle Sentenze. Alla fine del 1253 o ai primi anni del 1254 divenne maestro reggente nell’Università di Parigi. Dal 1257 divenne ministro generale dell’ordine francescano da lui interamente riorganizzato. Nel 1273 fu nominato arcivescovo di Albano e cardinale. Bonaventura morì durante il Concilio di Lione del 1274. Lo scritto fondamentale del Doctor seraphicus è senza dubbio il Commentarius in quattuor libros Sententiarum, composto a partire dal 1248, durante il suo insegnamento parigino. Il suo capolavoro mistico è l’Itinerarium mentis in Deum (1259). Altri scritti di notevole importanza sono il De scientia Christi, le Quaestiones disputatae, il Breviloquium, le Collationes in Hexaëmeron. Bonaventura scrisse inoltre molti opuscoli mistici, sermoni e scritti relativi al suo operato all’interno dell’ordine francescano. Mentre negli scritti teologici Bonaventura accoglie come punto di partenza il pensiero di Agostino per riassumere tutta la tradizione scolastica, negli opuscoli mistici egli trova ispirazione nella mistica di Bernardo, nei Vittorini (Ugo e Riccardo di San Vittore).
La scienza e la necessità dell’illuminazione della fede. Per il Doctor seraphicus, rispetto alle verità di fede, è maggiore l’adesione alla verità che si ottiene attraverso la fede. Infatti, rispetto alle altre verità, la fede possiede una certezza di adesione maggiore rispetto alla certezza di speculazione della scienza. L’adesione implica un affectus, mentre la speculazione il puro intellectus. La certezza della scienza è un puro fatto teoretico, indubitabile relativamente al campo in cui resta costretta; non esige l’adesione che è senza dubbio l’impegno personale del fedele. Fede e scienza, o fede e opinione possono tuttavia coesistere. Il fedele può possedere non solo l’adesione alle proprie verità di fede, ma può anche sostenerle attraverso molte ragioni probabili. In tal modo la scienza coadiuva la fede, che tuttavia non esclude la scienza perché è da molti punti di vista superiore ad essa: si può infatti dimostrare indubitabilmente che Dio esiste ed è uno; ma scrutare l’essenza divina accettando la sua coesistenza con la pluralità delle persone, necessita l’illuminazione della fede. La fede implica l’impegno dell’essere umano nei confronti della verità.
La conoscenza. Alla questione, se ogni conoscenza derivi dai sensi, il Doctor seraphicus risponde di no: l’anima conosce se stessa e tutto ciò che è al suo interno senza l’aiuto dei sensi esterni; tuttavia l’anima non può fornire la conoscenza intera. Quest’ultima deve provenire, per la maggior parte, dall’esterno, veicolata dai sensi. Tutto ciò costituisce una forte concessione all’aristotelismo. In particolare sembra di poter affermare che Bonaventura dell’aristotelismo assume specialmente il linguaggio: nei commenti alla Scrittura e alle Sentenze il francescano non si sottrae alla generale influenza dell’aristotelismo; tuttavia, pur accettandone la terminologia e i concetti fondamentali, come atto e potenza, forma e materia, sostanza e accidente, ne legge le dottrine all’interno di una prospettiva agostiniana che ne modifica anche profondamente il significato. Dai sensi, infatti, non può che pervenire il materiale della conoscenza: le species (le similitudini delle cose, quasi pitture delle cose stesse) e i termini oggettivi da cui la conoscenza risulta. In realtà l’anima è stata creata nuda (In Sententiarum), priva delle species. In questo, per Bonaventura, ha ragione Aristotele, che affermava che l’anima è una tabula rasa. Ma la conoscenza, sebbene necessiti dell’ausilio dei sensi, è condizionata e fondata su quei principi che sono indipendenti dai sensi, innati ed infusi direttamente da Dio. Affermando questa linea fondante della conoscenza, il Doctor seraphicus riprende in modo completo la tesi fondamentale dell’agostinismo. La certezza della conoscenza è garantita all’anima umana da un lumen directivum, da una directio naturalis. Tale lumen proviene direttamente da Dio. Nel De scientia Christi il francescano afferma a chiare lettere, basandosi sulle parole e l’autorità di Agostino, che la mente, nella sua conoscenza certa deve essere guidata da norme immutabili ed eterne, non da una sua disposizione (habitus). Il nostro intelletto risulta quindi congiunto con la Verità eterna. Attraverso l’analisi dell’Itinerarium è possibile stabilire quali siano le condizioni a priori della conoscenza umana. Il mondo esterno entra nell’anima attraverso i sensi, producendo nell’essere umano l’apprendimento, il giudizio e il diletto. Nell’anima entrano tuttavia non le sostanze stesse delle cose, bensì le species, cioè le immagini delle cose. Il giudizio astrae la specie sensibile, portandola dai sensi all’intelletto. Già l’atto del giudizio implica l’illuminazione divina: infatti il giudizio è l’atto della ragione che astrae dal luogo e dal mutamento. Quindi il giudizio è eterno, e ciò che è eterno è Dio stesso. Le species astratte dal giudizio sono l’oggetto dell’attività intellettuale, che si esplica in tre momenti: la percezione dei termini, delle proposizioni e delle illazioni. La percezione dei termini procede la successiva definizione di un termine con il ricorso ad un termine superiore, cioè più esteso, fino ad arrivare a termini supremi per estensione. Il termine più esteso è quello di essere. L’essere può essere anche imperfetto; ma poiché, secondo quanto afferma Averroè, la negazione non può intendersi se non in base all’affermazione, possiamo comprendere l’imperfezione dell’essere solo in relazione all’Essere completissimo, attualissimo e purissimo. Così funzionano anche gli altri due tipi di comprensione: la nostra mente, per natura mutevole, non potrebbe comprendere la verità immutabile delle proposizioni, se non per illuminazione di una luce immutabile, né potrebbe, senza questa luce, formulare delle illazioni in cui le conclusioni discendono direttamente dalle premesse. L’intelletto è subordinato alla volontà per una iniziale spinta al bene detta sinderesi. Nell’Itinerarium la sinderesi è l’apex mentis ed è fatta coincidere con l’ultimo grado dell’ascesa a Dio, che precede di poco il rapimento finale.
Metafisica e teologia. Bonaventura accoglie il principio dell’ilemorfismo universale da Avicebron e dall’aristotelismo ebraico. Una materia deve essere attribuita non solo agli esseri corporei, ma anche a quelli spirituali. L’essere spirituale risulta quindi non essere affatto semplice: è composto di potenza ed atto, traducibili con materia e forma. La materia spirituale non è soggetta, come quella delle cose corporee, alla privazione e alla corruzione: non è estesa, non è quantitativa, generabile o corruttibile. Essa è pura potenza e costituisce, con la materia corporea, un’unica materia omogenea. Questa dottrina diventa uno dei capisaldi dell’agostinismo francescano. Ogni essere creato è quindi costituito di materia e forma. Ma quale sarà la sua individuazione? Non dipenderà da un principio esterno, ma dall’unione e dalla communicatio tra la materia e la forma. La materia è per il Doctor seraphicus potenza non solo passiva, ma anche attiva, capace di trarre da sé le forme. La potenza attiva della materia è la ratio seminalis. La luce è la prima forma di tutti i corpi, a questa forma si aggiunge l’informatio specialis di ciascun esistente attraverso le successive forme che costituiscono gli esseri nella loro concretezza. Secondo Bonaventura la natura interessa come luogo della manifestazione di Dio. È questa la tesi dell’esemplarismo, che indaga il mondo creato per ritrovarvi le orme di Dio. In questo senso la natura, l’insieme delle creature, può costituire una delle « vie » della dimostrazione dell’esistenza di Dio: non però l’unica né la privilegiata. Nella Quaestio disputata de mysterio Trinitatis, che risale agli anni 1253-57 (gli anni dell’insegnamento parigino) Bonaventura si chiede se l’esistenza di Dio sia una verità indubitabile e risponde di sì, seguendo una « triplice via »: sostiene infatti che (1) è una verità naturalmente impressa in ogni intelligenza; (2) è proclamata da ogni creatura; (3) è verissima e certissima in se stessa. Nella prima e nella terza via l’esistenza di Dio è in verità, più che dimostrata, mostrata intuitivamente, seguendo un percorso per molti aspetti vicino a quello di Anselmo d’Aosta, il cui Proslogion è richiamato più di una volta. La seconda via si sviluppa secondo dieci argomenti, di cui a mo’ di esempio ricordiamo il primo: se c’è un ente che viene dopo, c’è un ente che viene prima; ma il primo relativo rinvia a un primo assoluto, che è Dio; nelle creature c’è un prima e un dopo, dunque c’è un primo principio.
Itinerarium mistico. L’Itinerarium vuol essere una guida per ascendere alla contemplazione di Dio attraverso i gradini scanditi dal carattere di vestigium e di imago Dei della realtà, rispettivamente infraumana e umana, per compiere poi il balzo oltre l’umano (supra nos). È stato già detto come, relativamente all’Itinerarium e agli opuscoli mistici, i veri punti di riferimento siano Bernardo e i Vittorini. Al pari di Ugo di San Vittore, Bonaventura ravvisa tre occhi o facoltà della mente umana: il primo occhio è rivolto alle cose esterne ed è la sensibilità; il secondo è lo spirito, rivolto a se stesso; l’ultimo, rivolto al disopra di sé, è la mente. Ognuna di queste facoltà può scorgere Dio per speculum, cioè attraverso l’immagine di Dio riflessa negli enti creati, o in speculo, cioè attraverso la traccia che l’essere di Dio lascia nelle cose stesse. Le facoltà determinano sei potenze dell’anima. Seguendo il cisterciense Isacco della Stella, Bonaventura enumera le sei potenze: il senso, l’immaginazione, la ragione, l’intelletto, l’intelligenza, l’apex mentis o scintilla della sinderesi. Ad ognuna di queste potenze dell’anima corrisponde uno dei sei gradi dell’ascesa dell’anima a Dio. Nel primo le cose sono considerate nel loro ordine, nella loro bellezza e nella loro origine divina. Il secondo grado coincide nella considerazione delle cose nell’anima umana che ne apprende le species e le purifica, astraendole dalle condizioni sensibili, attraverso il giudizio. Nel terzo grado si contempla l’immagine di Dio nella memoria, intelletto e volontà, poteri naturali dell’anima. Nel quarto si contempla Dio nell’anima umana illuminata e perfezionata dalle tre virtù teologali. Nel quinto Dio è contemplato nel suo primo attributo, l’essere. Nel sesto Dio è contemplato nella sua massima potenza, il bene, per il quale si diffonde nelle tre persone della Trinità. Al termine di questa fase “attiva” di ascesa a Dio, l’anima completa e perfeziona la sua ascesa mistica attraverso l’attuazione di una sorta di trascendenza radicale rispetto alle cose e a se stessa, e tramite l’abbandono di tutte le operazioni intellettuali per porre tutto l’affetto in Dio. Questa è la condizione di estasi (excessus mentis), descritta da Bonaventura con le parole dello ps. Dionigi: una sorta di docta ignorantia, un momento non più intellettuale, ma unione vivente dell’uomo con Dio, attraverso la quale l’uomo è ammesso a penetrare l’essenza del suo Creatore. (EC)

REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

http://www.ora-et-labora.net/gioia.html

REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

PROLOGO DELLA REGOLA

Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: « Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici? ». Se a queste parole tu risponderai: « Io! », Dio replicherà: « Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila ». Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: « Ecco sono qui! ».

Capitolo V – L’obbedienza
Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste, perché l’obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: « Chi ascolta voi, ascolta me ». I monaci dunque devono obbedire con slancio e generosità, perché « Dio ama chi dona con gioia ».

Capitolo VII – L’umilità
E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: « Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello ». Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: « E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui che ci ha amato ».

Capitolo XLIX – La quaresima dei monaci
Perciò durante la Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o nel bere, in modo che ognuno di noi possa di propria iniziativa offrire a Dio « con la gioia dello Spirito Santo » qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione monastica; si privi cioè di un po’ di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l’animo fremente di gioioso desiderio.

LA GIOIA DEI DISCEPOLI
Inondati dalla luce gioiosa del risorto

Tratto dal libro « DIO DELLA MIA GIOIA » – di Anna Maria Canopi O.S.B. – Ed. PIEMME

La gioia dei discepoli non può essere che la gioia del loro Maestro; anzi, è Gesù stesso. Gesù risorto illumina di gioia i discepoli. Il racconto evangelico della apparizione di Gesù nel cenacolo annota: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20). Era sera. Essi si trovavano là, chiusi, assorbiti nella tristezza e paralizzati dalla paura. Il Signore entra attraverso le porte chiuse e li saluta: «Pace a voi!». Ecco, subito si accende una grande luce in quella stanza, «e i discepoli gioirono ». Si rischiarano in quella serena presenza che è come un largo sorriso. La luce del Risorto inonda i loro volti, i loro cuori; lo riconoscono proprio in questa luce che li risveglia alla speranza.
Poi durante i quaranta giorni della sua permanenza tra loro, prima di salire al Padre, Gesù risorto rinnova per i discepoli l’appuntamento della gioia, rinnovando le sue apparizioni in vari momenti e in diversi luoghi. Però, come già prima della sua passione, Gesù non li illude lasciando loro pensare che il tempo del dolore è finito. No. Il viaggio del dolore, il tempo della prova, per i discepoli incomincia propria ora. Egli predice loro apertamente e ripetutamente le sofferenze cui andranno incontro, essendo essi necessariamente chiamati a partecipare anche alla sua croce – mistero di redenzione -. Li assicura però circa la forza che sarà loro data per rendere fedele testimonianza. Solo attraverso a questa partecipazione alla sua sofferenza, i discepoli potranno partecipare alla gioia della sua gloria, della sua risurrezione; potranno entrare in quella pienezza di gioia che coincide con la pienezza di vita in lui. Adesso ne hanno ricevuto soltanto un bagliore, un raggio.
Rileggiamo i capitoli 15-16 di Giovanni, riascoltiamo i bellissimi e toccanti discorsi di Gesù ai suoi discepoli nei giorni precedenti la sua passione. Egli consegna loro il suo testamento spirituale: Tutto quello che vi ho detto – cioè di rimanere in me, di volervi bene, di osservare i miei comandamenti – questo che vi ho detto, ve l’ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (cf Gv 15, 10 ss.). Lo scopo di Gesù è quindi sempre quello di rendere felici i suoi discepoli: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena». E ancora: Il mondo vi perseguiterà proprio perché non siete suoi. Voi dovrete soffrire. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. Ma tutto questo faranno a causa del mio nome. Se voi saprete soffrire per il mio nome, sarete riconosciuti fedeli, sarete riconosciuti dal Padre e avrete l’aiuto, l’assistenza dello Spirito Consolatore, di Colui che sostiene (cf Gv 15, 18-27). Soffrirete, ma per un momento transitorio. La sofferenza è sempre una pasqua, cioè è sempre un passaggio.
E continua: Vi scacceranno dalle sinagoghe, parleranno male di voi, vi oltraggeranno; allora ricordatevi che ve l’ho detto, perché se ve ne ricorderete, non vi perderete d’animo. Saprete che si tratterà del doloroso passaggio che approda alla gioia. Egli promette che non li lascerà soli, che ritornerà, che lo rivedranno e che in quel giorno la loro gioia sarà piena e nessuno potrà loro togliere la gioia perenne di cui li avrà riempiti.
Nel capitolo 17 di Giovanni si trova la splendida e commovente preghiera sacerdotale. Gesù prega per i suoi; prega il Padre. E che cosa chiede al Padre? Che egli stesso li custodisca e li renda felici:
Quand’ero con loro io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi, Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia (Gv 17, 13-14).
Ecco che cosa chiede al Padre: che doni ai discepoli la pienezza della gioia di cui ha ricolmato lui nella risurrezione. Questa pienezza si riversa però nel cuore dei discepoli, solo se accolgono la parola di Gesù che rivela l’amore del Padre e che li invita a partecipare alla sua passione, al suo sacrificio di obbedienza.
Per i discepoli la gioia di vedere Gesù nei quaranta giorni dopo la sua risurrezione si fa poi gioia di contemplarlo mentre egli sale al cielo. San Luca, narrando come avvenne l’ascensione di Gesù, dipinge quasi a vivaci pennellate i discepoli che guardano il Signore mentre viene elevato in alto e fa notare che, dopo averlo visto scomparire nella profondità del cielo, ricolmi della sua presenza spirituale, interiore, sicuri della fedeltà della sua parola, ritornano a Gerusalemme e sono pieni di gioia: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 52-53). Incomincia l’attesa, la grande attesa del ritorno del Signore. E vediamo che questa attesa è tutta pervasa di gioia; è pervasa di gioia perché è pervasa di fede, di speranza, di sicurezza nella parola che egli ha dato. Perciò anche nel primo capitolo degli Atti si dice che gli apostoli con Maria, la madre di Gesù, stavano radunati in preghiera in attesa del dono dello Spirito. In questa permanente riunione di preghiera essi sono pervasi di pace e di gioia. E da questo momento la gioia dei discepoli è attesa del ritorno di Gesù e insieme esperienza della sua invisibile ma reale presenza in mezzo a loro.

Gioia nello Spirito Santo
Lo Spirito Santo, che viene donato nel giorno della Pentecoste, è la forza che li investe dall’alto; è una specie di ebrietas, di ebrezza spirituale che li spinge a parlare di Gesù ex abundantia cordis. Essi sono così ricolmi di lui da traboccarne. E’ loro gioia, quindi, poterne parlare, proclamare il suo nome, annunziare il suo vangelo, nonostante le minacce e le persecuzioni. Anzi, questa gioia interiore li fa esultare proprio nelle tribolazioni e nelle sofferenze patite per lui. Un giorno, dopo essere s tati imprigionati, flagellati, minacciati, gli apostoli sono di nuovo lasciati in libertà a condizione che smettano finalmente di parlare di quel galileo. Risultato? Ecco: «Essi se ne andarono dal sinedrio, lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5, 40-41). Era un vanto per loro, un motivo di fierezza l’avere patito qualche cosa per colui che aveva tanto patito per loro. In latino l’espressione è bellissima: «Ibant gaudentes»;andavano saltando di gioia, perché erano stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. Quindi, per nulla intimiditi, «ogni giorno, nel tempio e a casa non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5, 42). Davvero è un lieto annunzio quello che essi lietamente diffondono! Il vangelo della gioia, portato dovunque con franchezza ed entusiasmo, fa aumentare il numero dei credenti. Cresce così la gioia mentre cresce la fraternità, la famiglia di Dio, la chiesa. La gioia dei discepoli consiste anche nello stare insieme fraternamente a pregare, a lodare il Signore, a condividere i beni, a spezzare insieme il pane, cioè a celebrare l’eucarestia, memoriale della passione-morte-risurrezione del Signore. Questa è una grandissima gioia, in una atmosfera di novità e di stupore pieno di adorazione. Così la gioia del vangelo attraverso questi credenti si diffonde anche in altre città, in mezzo ad altre popolazioni. La gioia è comunicata insieme con la parola del vangelo, con il dono dello Spirito Santo mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. La gioia è proprio il segno della presenza dello Spirito Santo, dono del Signore risorto. Quando Filippo andò ad annunziare il vangelo in una città dei Samaritani, molti di questi credettero nel Signore Gesù, e allora «vi fu grande gioia in quella città» (cf At 8, 5-8). Anche nella descrizione del viaggio di Filippo che, lungo la strada da Gerusalemme a Gaza, evangelizza un etiope e poi, arrivando ad una sorgente, subito lo battezza, si fa notare che quando il diacono scomparve (portato altrove dallo Spirito) il neo-battezzato proseguì il suo cammino «pieno di gioia». Non soltanto “con gioia”, ma “pieno”, “ricolmo” di tale sentimento infuso dall’alto. Vi si riconosce proprio la sovrabbondanza della gioia messianica annunziata dai profeti. Negli Atti degli apostoli si legge più di una volta che la chiesa «cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» (9, 31). Crescere voleva dire camminare, andare avanti, andare incontro al Signore e portare agli altri l’annunzio della salvezza. Cresceva e camminava proprio perché era colma del conforto, ossia della forza e della gioia dello Spirito Santo. Non poteva contenersi perché dentro le urgeva l’amore, il dinamismo della vita divina che tende sempre ad espandersi, comunicarsi, donarsi. Con la predicazione di Barnaba e Paolo ad Antiochia siamo ormai nel mondo pagano. Ecco, anche i pagani «si rallegravano e glorificavano la Parola di Dio e abbracciavano la fede» (cf At 13, 48-49 e passim). Stupendo! I pagani si rallegravano e rendevano gloria alla Parola di Dio; l’accoglievano, l’abbracciavano passando così alla fede nel vero Dio. I « discepoli », tutti quelli che ora seguivano il Signore Gesù, erano «pieni di gioia e di Spirito Santo». Pieni di gioia, perché pieni di Spirito Santo: è la stessa cosa. Questo è, dunque, il segreto della prodigiosa diffusione del vangelo.

LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI
Uno dei più grandi diffusori della gioia nel mondo pagano è san Paolo, l’uomo che incontra il Signore sulla strada di Damasco mentre si reca a perseguitare i credenti in lui. Il Signore lo atterra folgorandolo e se lo conquista come una preda. L’esperienza interiore di Paolo sulla strada di Damasco è l’esperienza del Cristo risorto, ma anche del Cristo crocifisso. Da questo incontro rimane infatti come stigmatizzato per sempre: porta impresse nel suo corpo e nel suo spirito le ferite gloriose del Cristo. Il Cristo risorto lo tocca, lo ferisce, lo pervade tutto, perciò – se noi leggiamo attentamente le sue lettere – vediamo che la gioia di Paolo gronda sempre del sangue della croce, e che la sua sofferenza è sempre abbagliata dalla luce gloriosa della risurrezione. Paolo, infatti, si dice contento proprio quando soffre. In lui c’è sempre l’unità e la totalità del mistero pasquale; c’è sempre l’esperienza del Cristo crocifisso e risorto.
Nel capitolo ottavo della lettera ai Romani, Paolo esprime il gemito dell’umanità e di tutta la creazione come travaglio di parto, come passaggio alla vera vita mediante una nuova nascita. Si tratta proprio del passaggio pasquale. Tutta l’umanità e tutta la creazione gemono, ma in questo gemito si fa strada un grido di esultanza. Tutto gioisce in modo indicibile passando dalla croce alla gloria. Per questo Paolo conclude la lettera ai Romani – scritta con tanta sofferenza – rallegrandosi di loro perché hanno accolto la Parola e sono passati alla fede nel vero Dio, e augura la pienezza della letizia pasquale: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù (cioè per la forza) dello Spirito Santo» (Rm 15, 13).
Siamo salvati, ma in speranza; e siamo ancora in cammino; dobbiamo soffrire per passare alla gloria. Occorre abbondare di Spirito Santo per pregustare la gioia e la pace che troveremo nel pieno compimento del regno di Dio. Questa è la nostra grande consolazione e la nostra “beata speranza”.
Anche nella seconda lettera ai Corinzi san Paolo parla delle sue debolezze e delle sue tribolazioni, di tutto quello che ha patito nel suo avventuroso itinerario apostolico. E come ne parla? Ecco:
Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Cor 4, 8-10). In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto (2 Cor 6, 4-10). È beato nelle tribolazioni! «Afflitti, ma sempre lieti». Sul piano della logica umana tutto è paradossale, ma sul piano della fede ogni cosa è nel suo giusto ordine. Essere partecipi del mistero pasquale di Gesù è l’esperienza più beatificante. Proseguendo la lettera in tono confidenziale, Paolo esprime poi gioia e consolazione per l’affetto e l’aiuto dei fratelli. Riferendosi a Tito scrive: «Egli ci ha annunziato il vostro desiderio di aiutarlo, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta» (2 Cor 7, 7). Paolo è contento di avere sofferto e di soffrire ancora, perché questo gli permette di sperimentare la carità, l’affetto, la compassione e la consolazione da parte dei fratelli, di coloro che egli ha generato alla fede. E più bello avere qualcuno che condivida con noi la sofferenza che non avere sofferenze. Da ciò si dimostra che davvero il segreto della gioia è sempre l’amore. Inoltre si dice contento d’aver scritto ai Corinzi una lettera severa che li ha rattristati, ma che anche li ha stimolati al pentimento, dopo il loro riprovevole comportamento:
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio! Ecco quello che ci ha consolati. A questa consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi (2 Cor 7, 8-11.13.16). Facendo poi l’elogio dei cristiani della Macedonia che sono stati tanto generosi nella colletta per la chiesa di Gerusalemme, scrive: «Nonostante la lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8, 2). Si trova grande gioia, dunque, nel saper dare generosamente con spirito di fede e di carità. Tornando alla propria personale esperienza, san Paolo confida umilmente che il Signore gli ha dato una prova senza tregua, una spina nella carne, e che alla sua supplica per esserne liberato gli ha risposto: «Ti basta la mia grazia» (cf 12, 7-10). Accettando volentieri e umilmente le proprie debolezze, esce in quella stupenda esclamazione:

«Superabundo gaudio in infirmitatibus meis».
Se questa è la volontà del Signore, io sovrabbondo di gioia nella mia debolezza, nelle mie infermità.
Perché?
Perché in questa mia infermità, in questa mia debolezza, in questa mia umiliazione, sperimento maggiormente la potenza di Cristo.
Perciò anche in altri punti dei suoi scritti l’Apostolo dice: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10), perché in me c’è più spazio per Cristo.
Proprio in base alla sua esperienza egli può esortare e convincere di questo anche i fedeli. Nel congedarsi dai Corinzi in questa lettera dice: «Fratelli, state lieti!».
State sempre lieti, rimanete nella letizia, «tendete alla perfezione», cioè alla perfetta letizia che coincide con la santità.
Non siate lieti soltanto in qualche momento, ma “state”! Siate nello stato di letizia, che è lo stato del cristiano, vivendo in pace, perché il Dio dell’amore e della pace è in mezzo a voi. Proprio questa letizia prova il fatto che si è con il Signore, che si vive alla sua presenza.

Coltivatore della gioia nel cuore dei credenti
Potremmo, se non bastasse, dare uno sguardo anche alle altre lettere di san Paolo. In quella scritta ai Galati egli dice espressamente che la gioia è frutto dello Spirito Santo (5, 22) e che il segreto della gioia è perciò sempre la vita secondo lo Spirito. Chi vive secondo lo Spirito ha la gioia; di più: è gioia. Notiamo che nell’elencare i frutti dello Spirito Santo l’Apostolo pone al primo posto l’amore perché lo Spirito Santo stesso è amore e poi subito la gioia, perché dall’amore scaturisce immediatamente la gioia. Amore e gioia danno la pace; e poi tutto di conseguenza: bontà, pazienza, benevolenza, fedeltà, mitezza.
Se è così, bisogna guardarsi dallo spegnere lo Spirito, poiché si spegnerebbe la fonte di tutti i buoni frutti (cf Ef 4, 30). Se con una condotta indegna contristiamo lo Spirito Santo che è in noi, diventiamo terreno arido; i frutti della grazia non possono maturare e il lavoro dell’Agricoltore è reso vano. Se ci pensiamo, ci appare inconcepibile il fatto che lo Spirito Santo possa essere contristato, mortificato in noi! Contristato vuol dire in certo modo contratto, messo allo stretto, soffocato per l’angustia dello spazio.
All’inizio della lettera agli Efesini san Paolo espone il piano di Dio e lo presenta come una chiamata ad ereditare il regno della luce, a diventare santi in Cristo per essere lode della sua gloria, cioè per essere un canto di gioia a colui che ci ha creati e che in Cristo ci ha benedetti «con ogni benedizione spirituale».
Nella lettera ai Filippesi rivolge a quei suoi carissimi figli anzitutto con un inno di ringraziamento perche il loro ricordo è per lui motivo di gioia (cf 1, 3ss.). Li considera dei privilegiati. Perche? «Perche a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere… » (1, 29-30). La gioia vera, per il cristiano, è ricevere la grazia di partecipare ai patimenti di Cristo, perché questo dà la sicurezza della partecipazione anche alla sua gloria, alla sua gioia.
Accennando poi alle sue sofferenze mentre è in prigione, Paolo dice che è contento ed esorta loro a non rattristarsi per questo, ma anzi a goderne con lui. Le sue sofferenze egli le considera come il sangue versato in libagione sul sacrificio della loro fede. Come rattristarsi per una realtà di grazia tanto bella? «E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, “sono contento” e “ne godo” con tutti voi. Allo stesso modo anche voi “godetene e rallegratevi” con me» (2, 17-18).
Sempre nella lettera ai Filippesi raccomanda di accogliere il fratello Epafrodito che ha sofferto, di accoglierlo con premura, rallegrandosi al vederlo, come ci si rallegra nel vedere il Signore: «Accoglietelo dunque nel Signore, con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui; perché ha rasentato la morte per la causa di Cristo» (2,29-30). «Accoglietelo con piena gioia». Perché? Perché questo fratello che ha sofferto per la fede porta le stigmate, le ferite gloriose del Cristo. La motivazione della gioia è sempre il Signore presente in tutti e in tutto. I cristiani, se sono autentici, se sono in comunione di carità, essendosi abbeverati all’unico Spirito (cf 1 Cor 12, 13), devono vivere sempre nella gioia spirituale. E un dovere rallegrarsi.
Proprio perché li vede fedeli a questo impegno, l’Apostolo, con accenti vibranti di affetto e commozione, dice: «Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti» (2, 2). «Perciò, fratelli miei carissimi, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore cosi come avete imparato, carissimi… Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini» (4, 1. 4-5).
Scrivendo ai Colossesi, Paolo esprime la propria gioia di soffrire per loro e per tutte le chiese: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (1, 24). Ed egli li accende di fervore inondandoli di gioia pasquale: Siamo risorti con Cristo dice quindi siamo figli della luce, figli della gioia. «Rivestitevi, dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine… » (3, 12ss.). Ciò vuol dire: Rivestitevi di Cristo e cantate il cantico dell’uomo nuovo, il cantico della salvezza, quindi della gioia.
In questo passo, appunto dopo aver esortato a rivestirsi di Cristo, ossia di tutti i suoi sentimenti, raccomanda di essere riconoscenti, di vivere nella carità, nella pace: «Cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate, in parole e opere, fatelo nel nome di Gesù Cristo, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 16-17).
Vivere nel rendimento di grazie e nella gioia significa essere davvero rivestiti dei sentimenti di Cristo che nei giorni della sua vita terrena «esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli… » (Lc 10, 21). Come Gesù, vivere per il Padre e trovare nel Padre la pienezza della gioia: questo deve essere l’intento del cristiano.
San Paolo generando alla fede, si ritiene collaboratore, o meglio, coltivatore della gioia nel cuore dei credenti. Ai Tessalonicesi egli scrive congratulandosi per la loro fede e per il loro impegno nella carità poiché in tal modo, tramite loro, si diffonde ovunque il buon profumo di Cristo e quindi la gioia riempie il cuore di molti altri fratelli (cf 1 Ts 3, 6ss.).

La consegna della gioia nell’apostolo Pietro
La consegna della gioia del Signore è stato l’impegno anche di tutti gli altri apostoli e discepoli: del resto, essa coincide con l’annunzio del vangelo.
San Pietro nella sua prima lettera esordisce affermando che quanti amano il Cristo in questa vita, pur senza vederlo, soffrendo gioiscono in lui e pregustano la contemplazione del suo volto di gloria:
… Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova con il fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime (1 Pt 1, 6-9).

… nell’apostolo Giacomo
Sulla stessa linea è l’esortazione di san Giacomo:
Considerate perfetta letizia, fratelli miei, quando subite ogni genere di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri… (1, 2-4).
Questa «perfetta letizia», volto dell’autentica santità, contrassegno del cristiano, è più facilmente riscontrabile tra gli umili e i poveri. Ai ricchi e orgogliosi è invece rivolto il pressante invito a deporre la loro fatua allegria e a piangere di compunzione, appunto per rendersi idonei a ricevere la vera gioia dal Signore (cf Gc 4, 9-10).

… nella lettera agli Ebrei
Non meno significativo è quanto si legge nella lettera agli Ebrei. Coloro che si sono accostati a Dio non più col terrore ma nella piena confidenza, essendo stati avvicinati dal Mediatore della nuova alleanza e resi partecipi dell’«adunanza festosa», dell’«assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli», devono offrire continuamente a Dio un sacrificio di lode (cf 12,22-24; 13, 15), cioè un omaggio di gioia. Ecco in quale modo:
on scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace. Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché vegliano su di voi come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano qucsto con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi (13,16-17).
Sincera fraternità, condivisione generosa, ascolto e obbedienza: ecco i connotati del vero culto a Dio.

… nella Regola di san Benedetto
Ciò spiega perché nel capitolo quinto della Regola di san Benedetto l’obbedienza è definita il «principale contrassegno dell’umiltà e propria di coloro che ritengono di non avere nulla più caro di Cristo»; ma perché tale obbedienza sia gradita a Dio e dolce agli uomini deve essere offerta con prontezza, di buon animo, ricordando che «Dio ama chi dona con gioia». Un cuore scontento non può piacere a Dio.
La gioia del buon zelo nella vita fraterna scaturisce proprio dal fare dono di se stessi nell’obbedirsi e nel servirsi a vicenda (cf RB, cc. 7; 31; 35; 68; 71; 72). Perché nella casa di Dio nella comunità monastica come nella comunità ecclesiale, nella famiglia, ecc. «nessuno si turbi o si rattristi», è necessario che tutti siano protesi a vivere per il Signore e per i fratelli.

La gioia nel sacrificio
Commentando la Sacra Scrittura Origene scriveva: «Tu generi la gioia se tutto stimerai gioia, quando ti imbatterai in varie tentazioni e offrirai questa gioia in sacrificio a Dio. E quando ti avvicinerai lieto a Dio, egli ti renderà nuovamente quello che avrai offerto, e ti dirà: Di nuovo mi vedrete e gioirà il vostro cuore e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. Così dunque riceverai moltiplicato quello che avrai offerto a Dio» (Omelia ottava sulla Genesi).
Offrire la propria sofferenza, la propria povertà portandola all’altare con “viso lieto”, questo noi spesso trascuriamo di fare, presumendo invece di presentare con ragione le nostre lagnanze al Signore per il costo della vita… per il prezzo troppo alto della nostra cittadinanza nel suo regno. Camminando in questa “valle di lacrime” non dobbiamo perdere di vista la meta del nostro pellegrinaggio. La celeste Gerusalemme la chiesa nostra madre già glorificata con Cristo non cessa di incoraggiarci ricordandoci le divine promesse:

Una grande gioia mi viene dal Santo
per la misericordia che presto vi giungerà
dall`Eterno vostro salvatore.
Vi ho visti partire
tra gemiti e pianti,
ma Dio vi ricondurrà a me
con letizia e gioia, per sempre (Bar 4, 22-23).

Allora: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is 12, 3).

Saranno raggianti di felicità quelli che, passati attraverso la grande tribolazione della presente vita, avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, si saranno cioè purificati mediante la sofferenza che li ha resi partecipi della croce del Redentore (cf Ap 7, 9-15). Là, nella santa dimora del cielo, gli eletti:

Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l’Agnello
li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima
dai loro occhi (Ap 7, 16-17).

I verbi della promessa sono al futuro, ma questo futuro di salvezza e di gioia già ci appartiene, già trasfigura le fatiche del nostro quotidiano cammino, se ogni passo è compiuto nella fede, nella speranza, nell’amore.

Le origini eterne della nostra gioia
L’apostolo Giovanni che più da vicino ha attinto alla sorgente del cuore di Cristo torna a farci contemplare le origini eterne della nostra gioia:
Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta (1 Gv 1, 1-4).
I discepoli avevano visto e toccato la Gioia divina fatta visibile nella persona di Gesù; l’avevano vista affondare nelle tenebre del venerdì santo e risorgere all’alba di un nuovo giorno senza fine. Riempiti della sua presenza non possono fare a meno di testimoniarla, anche a prezzo di molte sofferenze, affinché essa diventi anche la nostra gioia pura e inalienabile. Tale gioia è la comunione con il Padre e il Figlio nell’Amore che è lo Spirito Santo; è il mistero ineffabile della santissima Trinità nella cui sfera siamo attirati.

Il nostro destino felice
Così quello che era “in principio” cioè all`origine di tutte le cose si trova anche alla fine e rimane per sempre. In principio era la gioia e sempre rimarrà la gioia: Dio. Questo è il nostro destino felice. Questo desideriamo ardentemente raggiungere.
«Vita felice esclama sant’Agostino è il gaudio per la verità; è quindi gioire di te che sei la verità, o Dio, mia luce, salvezza del mio volto, mio Dio. Questa vita beata tutti la vogliono… » (Conf. X, 23 ).
Sì, tutti la vogliono, ma come la cercano? «C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?» interroga il Signore. «Se, all’udirlo, tu rispondi: Io! così ti soggiunge il Signore: se vuoi avere la vera ed eterna vita… sta lontano dal male e fa il bene, cerca la pace e perseguila» (cf Sal 33 citato nel Prologo alla Regola di san Benedetto).
Bisogna dunque cercare la gioia sull’unica diritta strada della verità che è il Vangelo.

Lontano, Signore,
lontano dal cuore del tuo servo che a te si confessa,
lontano il pensiero che godendo di qualunque gioia
possa essere felice.
Vi è infatti una gioia che non è data agli empi,
ma a coloro che ti servono con gratuità — per puro amore –
e la gioia di costoro sei tu stesso.
Questa è la vita felice: gioire per te, di te, a causa di te.
Altra felicità non esiste (Conf. X, 22).
Ti rendiamo grazie, Signore! Amen! Alleluja!

 

26 NOVEMBRE: BEATO GIACOMO ALBERIONE SACERDOTE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90002

BEATO GIACOMO ALBERIONE SACERDOTE

26 NOVEMBRE

San Lorenzo di Fossano, Cuneo, 4 aprile 1884 – Roma, 26 novembre 1971

Giacomo Alberione nacque il 4 aprile 1884 a San Lorenzo di Fossano (Cuneo), da una povera e laboriosa famiglia di contadini. A sette anni sentì la vocazione al sacerdozio. Entrò nel seminario di Bra, ma dopo quattro anni di permanenza una crisi gli fece lasciare il seminario. Nell’autunno del 1900 tornò a indossare l’abito del seminarista, questa volta nel collegio di Alba. Nella notte che segnava il passaggio al nuovo secolo, durante la veglia di adorazione solenne nel Duomo, mentre era inginocchiato a pregare una particolare luce gli venne dall’Ostia, l’invito di Gesù: “Venite ad me omnes…”(Mt 11, 28) lo incitò a fare qualcosa per gli uomini e le donne del nuovo secolo. Il 20 agosto 1914 diede inizio a quella che dapprima si chiamò “Scuola Tipografica Piccolo Operaio”, e successivamente “Pia Società San Paolo”, il primo dei dieci rami della Famiglia Paolina. La morte lo colse a Roma, all’età di 87 anni, il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 Giovanni Paolo II ne ha riconosciuto le virtù eroiche dichiarandolo Venerabile.

Martirologio Romano: A Roma, beato Giacomo Alberione, sacerdote, che, sommamente sollecito per l’evangelizzazione, si dedicò con ogni mezzo a volgere gli strumenti della comunicazione sociale al bene della società, facendo dei sussidi per annunciare più efficacemente la verità di Cristo al mondo, e fondò per questo la Congregazione della Pia Società di San Paolo Apostolo.
 Paolo VI lo ha definito «una meraviglia del nostro secolo», altri un «industriale del Vangelo». Sicuramente è stato un grande personaggio della storia sociale italiana  e della storia della Chiesa. Grazie a lui il mondo cattolico si è affacciato sul mercato dei mass media con strumenti e prodotti culturali competitivi. Don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, è stato un genio organizzativo nella caotica e insidiosa giungla della comunicazione sociale.
Alberione fu uomo solo, senza amici. La sua vita fu avvolta da un alone di mistero. Nessuno, credo, è mai riuscito a sollevare tutto il velo che coprì l’identità di quest’uomo, così alieno alle confessioni intime e dalle effusioni spontanee. Anche per questo egli non conobbe amici nel senso comune della parola. Eppure fu sempre ammirato e  un suo sorriso era cercato come quello della mamma, così come «le sue lavate di capo, che regalava qualche volta, assumevano il tono di un Savonarola in formato tascabile», come scrisse di lui un suo scomodo quanto appassionato figlio paolino.
Don Alberione nasce, figlio di contadini, in uno squallido stanzone di un rustico a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). È il 4 aprile 1884. E morirà il 26 novembre 1971, in una semplice stanzetta dai gusti francescani nella Casa generalizia della Pia Società San Paolo di Roma senza aver riconosciuto il Papa. Paolo VI si era infatti recato al suo capezzale per rendere l’ultimo omaggio a chi aveva fondato, a soli 30 anni, una congregazione religiosa ed ora ne lasciava ben cinque, più quattro istituti aggregati all’Unione Cooperatori Paolini. Nessuno ha ancora lasciato, nella millenaria storia delle congregazioni e degli ordini religiosi, un così alto numero di fondazioni.
Il 26 novembre del 1904 rimane orfano di padre: lo stesso giorno in cui lui morirà. Tra padre e figlio non c’era mai stata intesa, come d’altra parte con il resto della famiglia. Sull’immaginetta stampata in occasione della sua ordinazione sacerdotale fece scrivere: «Quoniam pater meus dereliquit me… Dominus autem suscepit me» («Il padre mi ha abbandonato ma il Signore si è preso cura di me»).
Don Alberione è stato anche uno dei fondatori più longevi della storia della Chiesa. È vissuto 87 anni costantemente proteso a diffondere la Parola. Giacomo  preferiva il libro al gioco, così come preferiva il libro alla zappa, con le conseguenti lamentele e i rimbrotti del padre. Leggiamo in un suo scritto di quando aveva vent’anni e già aveva inteso l’essenza della sua missione: «La vera forza reggitrice degli affetti del cuore, motrice del regno invisibile del pensiero, nell’unione intellettuale e morale, individuale e sociale, che scorre in tutti i secoli, che si dilata in tutte le nazioni è la potenza della parola. Parla l’uomo e parla Dio; quello con pochi mezzi manifesta i suoi verbi mentali, questi con mezzi infiniti, come infinito è Egli stesso. Ei parlò stampando il suo verbo nella natura; onde l’uomo studiando la natura studia il Verbo di Dio».
La sua attività pubblicistica inizia nel 1913 con la direzione della «Gazzetta d’Alba». L’anno dopo nasce la Scuola Tipografica Piccolo Operaio, primo nucleo della futura Pia Società San Paolo. Nel 1915 don Alberione dà vita alla prima comunità femminile della Pia Società Figlie di San Paolo.
Gracile nel fisico, don Alberione aveva una volontà granitica. Si svegliava fra le 3 e le 3,15; alle 4,45 celebrava la messa. Verso le 7 raggiungeva il tavolo di lavoro, rispondendo personalmente alle molte lettere che giungevano da tutte le parti del mondo. Antesignano della comunicazione globale, veniva interrotto dalle visite, per le quali, generalmente, non era necessario fissare un appuntamento: si bussava alla sua porta e si entrava. Lavoratore infaticabile, ma anche organizzatore perfetto e manager d’eccezione. Ha scritto «Famiglia Cristiana», sua straordinaria creatura che nacque il 25 dicembre 1931: «L’intuizione di don Alberione non sta tanto nell’aver utilizzato i mezzi più celeri ed efficaci della comunicazione sociale come strumenti di apostolato, quanto nell’aver adottato integralmente il metodo industriale, che si tira dietro, per sua natura, l’obbligo di aggiornamento continuo e la complementarità di molti settori. È l’industria al servizio della Chiesa; è la rinunzia definitiva a un certo tipo di artigianato; è soprattutto la rinunzia all’arrangiamento. Libri, giornali, ecc., oltre che fatti a scopo di bene, devono essere fatti secondo tutte le regole». La professionalità a dispetto del pressappochismo che molta parte della cosiddetta «buona stampa» perseguiva. Ma tali risultati don Alberione li pagò a caro prezzo. Le travagliate vicende sono ampiamente registrate e documentate negli atti della causa di beatificazione che si è aperta nel 1981 e che lo ha già portato, nel 1996, al titolo di venerabile.
Nel 1931 invia i primi missionari all’estero: Brasile, Argentina, Stati Uniti, India, Cina, Giappone e Isole Filippine. Pur maneggiando molto denaro, fra pretese di creditori e saldi di debiti, don Alberione rimane ben ancorato al voto di povertà. Fra le tante definizioni che gli sono state date c’è anche quella di «manager di Dio». Questo piccolo e fragile uomo ha fondato un impero editoriale di dimensioni intercontinentali, sempre con il rosario alla mano e contro tutti. «L’unica sconfitta nella vita», lascia scritto, «è cedere alle difficoltà, anzi l’abbandono della lotta. L’uomo se muore lottando, vince, se abbandona la lotta è un vinto».

Autore: Cristina Siccardi

Giacomo Alberione nasce il 4 aprile 1884 nella cascina delle « Nuove Peschiere » a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). Presso la cappella dedicata a San Lorenzo riceve il Battesimo il giorno successivo, 5 aprile. La famiglia Alberione è guidata da papà Michele e benevolmente curata da mamma Teresa Allocco. Ci sono già i fratelli: Giovenale, Francesco, Giovanni; seguiranno la sorellina che morirà entro un anno e l’ultimo fratello Tommaso. Famiglia di poveri contadini, profondamente cristiana e laboriosa, che trasmette ai figli con la fede una forte educazione al lavoro e una fiducia incrollabile nella Provvidenza.
Il progetto di Dio su Giacomo comincia ad evidenziarsi molto presto: in prima elementare, interrogato dalla maestra Rosa Cardona su cosa farà da grande, egli risponde con chiarezza: « Mi farò prete! ».
Seguono gli anni della fanciullezza orientati in questa direzione.
Nella nuova abitazione della famiglia nella regione di Cherasco, parrocchia San Martino, diocesi di Alba, il parroco don Montersino aiuta l’adolescente a prendere coscienza e a rispondere alla chiamata del Signore. A 16 anni Giacomo è accolto nel Seminario di Alba e subito si incontra con colui che gli sarà padre, guida, amico, consigliere per 46 anni: il can. Francesco Chiesa.
Fare « qualcosa » per il Signore e gli uomini del nuovo secolo
Al termine dell’Anno Santo 1900, già fortemente interpellato dall’enciclica di Papa Leone XIII « Tametsi futura », Giacomo asseconda l’invito potente della grazia divina: nella notte del 31 dicembre 1900, che divide i due secoli, sosta per quattro ore in adorazione davanti al SS. mo Sacramento solennemente esposto nella Cattedrale di Alba. Una « particolare luce », come testimonia egli stesso, gli viene dall’Ostia e da quel giorno si sente « profondamente obbligato a far qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo », « obbligato a servire la Chiesa », con i mezzi nuovi offerti dall’ingegno umano.
E’ in seguito a tale esperienza che don Alberione ricorda senza fine a tutti i suoi figli e figlie: « Siete nati dall’Ostia, dal Tabernacolo! ».
L’itinerario del giovane Alberione prosegue molto intensamente negli anni dello studio della filosofìa e teologia. Il 29 giugno 1907 viene ordinato sacerdote. Segue una breve ma decisiva esperienza pastorale in Narzole (Cuneo), nella parrocchia di S. Bernardo, in qualità di vice parroco. Nei pochi mesi di apostolato pastorale diretto incontra il giovinetto Giuseppe Giaccardo che per lui sarà ciò che fu Timoteo per l’Apostolo Paolo. E sempre a Narzole don Alberione matura una maggior comprensione di ciò che può fare la donna coinvolta nell’apostolato.
Seguono gli anni vissuti nel Seminario ad Alba, dove svolge il compito di Padre Spirituale dei seminaristi maggiori e minori, e d’insegnante in varie materie.
Il giovanissimo sacerdote prega molto, studia, si presta per predicazione, catechesi, conferenze nelle parrocchie della diocesi. Dedica pure molto tempo allo studio, approfondendo particolarmente testi che lo illuminano e lo aggiornano sulla situazione della società civile ed ecclesiale del suo tempo e sulle necessità dell’uomo d’oggi: verso dove cammina questa umanità?
Ma il Signore lo vuole e lo guida in una missione nuova, multiforme nei mezzi e nelle strutture, per predicare il Vangelo a tutti i popoli, nello spirito dell’Apostolo San Paolo: portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini, utilizzando i mezzi moderni di comunicazione. Testimoniano tale orientamento due libri di notevole importanza, maturati in quegli anni: « Appunti di teologia pastorale » (1912) e « La donna associata allo zelo sacerdotale » (iniziato nel 1911 e pubblicato nel 1915).
Maggior luce e maggior comprensione per un nuovo passo avviene nel 1910, quando don Alberione prende coscienza che la missione di dare Gesù Cristo al mondo deve essere assunta e realizzata da persone consacrate: « Le opere di Dio si fanno con gli uomini di Dio », amerà ripetere spesso.
La missione si concretizza: evangelizzare con i mezzi moderni
Per obbedire a Dio e alla Chiesa, il 20 agosto 1914, mentre a Roma muore il santo pontefice Pio X, ad Alba don Alberione dà inizio alla « Famiglia Paolina » con la fondazione della Pia Società San Paolo. Tutto avviene in forma semplice e dimessa: don Alberione si sente strumento di Dio, mosso dalla pedagogia divina che ama « iniziare sempre da un presepio », nel silenzio e nel nascondimento.
La famiglia umana – alla quale don Alberione si ispira – è composta di… fratelli e sorelle. Don Alberione è ben consapevole del ruolo importante che la donna, esercita nel « fare del bene » a gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli. La prima donna che segue don Alberione è una ragazza ventenne di Castagnito (Cuneo): Teresa Merlo. Con il suo contributo, Alberione dà inizio alla congregazione delle Figlie di San Paolo (1915). Lentamente, ma decisamente, tra difficoltà di ogni genere, la « Famiglia » si sviluppa, le vocazioni maschili e femminili aumentano, l’apostolato si delinea e prende forma.
Nel 1918 (dicembre) avviene una prima partenza (quante ne seguiranno?) di « figlie » verso Susa: inizia una coraggiosa storia ricca di fede e di giovanile entusiasmo, che genera anche uno stile caratteristico, denominato « alla paolina ».
È abbastanza semplice seguire la cronologia di questi anni: ma quanto cammino, quanto progresso! Dio è presente e dà segni evidenti che è Lui solo a volere la Famiglia Paolina.
Però, nel luglio 1923 una nube oscura sembra troncare sul nascere tutti i sogni. Don Alberione si ammala gravemente; e il responso dei medici non lascia speranze. Ma ecco che, contrariamente ad ogni previsione, don Alberione riprende miracolosamente il cammino: « San Paolo mi ha guarito », commenterà in seguito. Da quel periodo appare nelle cappelle Paoline la scritta che in sogno o in rivelazione il Divin Maestro rivolge al Fondatore: « Non temete – Io sono con voi – Di qui voglio illuminare – Abbiate il dolore dei peccati ».
Nel 1924 prende vita la seconda congregazione femminile: le Pie Discepole del Divin Maestro, per l’apostolato eucaristico, sacerdotale, liturgico. A guidarle nella nuova vocazione don Alberione chiama la giovane Orsola Rivata.
Intanto don Alberione, sempre bruciato dallo « zelo » per le anime, va individuando le forme più rapide per raggiungere con il messaggio evangelico ogni uomo, soprattutto i lontani e le masse. Intuendo che, accanto ai libri, un mezzo molto efficace poteva risultare la pubblicazione di periodici, eccolo …buttarsi massicciamente in questa forma di apostolato. Nel 1912 era già nata la rivista Vita Pastorale destinata ai parroci, al fine « che ogni pastore sia un Pastor Bonus, modellato sopra Gesù Cristo… »; adesso (1931) nasce Famiglia Cristiana, rivista settimanale con lo scopo di alimentare la vita cristiana delle famiglie. Seguiranno: La Madre di Dio (1933), « per svelare alle anime le bellezze e le grandezze di Maria »; Pastor bonus (1937), rivista mensile in lingua latina, nella quale si trattavano problemi di cura pastorale e venivano offerte profonde meditazioni biblico-teologiche; Via, Verità e Vita (1952), rivista mensile per la conoscenza e l’insegnamento della dottrina cristiana; La Vita in Cristo e nella Chiesa (1952), con lo scopo di far « conoscere i tesori della Liturgia, diffondere tutto quello che serve alla Liturgia, vivere la Liturgia secondo la Chiesa… ». Don Alberione pensa anche ai ragazzi: per loro fa pubblicare Il Giornalino.
Si pone pure mano alla costruzione del grandioso Tempio a San Paolo, prima chiesa dedicata a una delle devozioni fondamentali della Famiglia Paolina. Seguiranno i due Templi a Gesù Maestro (Alba e Roma) e il Santuario alla Regina degli Apostoli (Roma).
Don Alberione si preoccupa di guidare, formare, orientare fratelli e sorelle precedendoli nella vita – vocazione – missione paolina.
Da Alba al mondo: come Paolo sempre in cammino
Nel 1926 si concretizza la fondazione della prima Casa « filiale » a Roma, seguita negli anni successivi da molte fondazioni in Italia e all’Estero.
Intanto cresce l’edificio spirituale: si segue con una maggiore comprensione e quindi più facilmente l’insegnamento del « Primo Maestro » sulla « devozione » fondamentale e qualificante: « Gesù Maestro e Pastore, Via e Verità e Vita », sulla devozione a Maria Madre, Maestra e Regina degli Apostoli; e sulla devozione a San Paolo, che ci specifica nella Chiesa e per cui siamo « i Paolini ».
La meta che il Fondatore indica a tutti e che vuole sia assunta come il primo « impegno » è la conformazione piena a Cristo: accogliere tutto il Cristo Via e Verità e Vita in tutta la persona, mente, volontà, cuore, forze fisiche. Orientamento codificato in un volumetto composto intorno agli anni ’30 e al quale dà il titolo paolino: « Donec formetur Christus in vobis ».
Nell’ottobre 1938 don Alberione fonda la terza congregazione femminile: le Suore di Gesù Buon Pastore o « Pastorelle », destinate all’apostolato pastorale diretto in ausilio ai Pastori.
La seconda guerra mondiale (1940-1945) segna una battuta d’arresto; ma il Primo Maestro, forzatamente fermo a Roma, non si arresta nel suo itinerario spirituale. Mentre attende il ritorno di condizioni migliori per operare, egli va accogliendo in misura sempre più radicale la luce di Dio in un clima di adorazione e contemplazione ogni giorno crescente.
Frutto di tale attitudine adorante sono gli scritti che il Fondatore continua a regalare ai suoi figli, tutti di grande rilievo per la Famiglia Paolina. Ricordiamo solo la « Via humanitatis » (1947), altissima rilettura del cammino dell’umanità in ottica mariana (« per Mariam, in Christo et in Ecclesia »), e quello che è il suo sogno incompiuto: il Progetto di un’enciclopedia su Gesù Maestro (1959).
Per don Alberione l’attività piena riprende alla fine del 1945, con i grandi viaggi intorno al mondo, allo scopo di incontrare e confermare fratelli e sorelle. Rimane « folgorato » dall’Oriente (India, Cina, Filippine…): le moltitudini, i miliardi di persone… Ma quanti conoscono Gesù Cristo? « Mi protendo in avanti! Non pensare a quel che si è fatto, ma piuttosto a quanto rimane da fare ».
Gli anni 1950-1960 sono gli anni d’oro del consolidamento della Famiglia Paolina: tutto fiorisce con vocazioni, fondazioni, edizioni, iniziative molteplici, impegno nella formazione, nello studio, nella povertà.
Nel 1954 si celebra il quarantesimo di fondazione, documentato in un volume pubblicato nella circostanza: « Mi protendo in avanti ». E’ esattamente in questa occasione che don Alberione riesce a vincere la sua naturale ritrosia nel parlare di se stesso e consegna ai suoi figli lo scritto che sarà pubblicato con il titolo: « Abundantes divitiae gratiae suae » e che viene considerato ora come la « storia carismatica della Famiglia Paolina ».
Con la fondazione della quarta congregazione femminile: l’Istituto Regina degli Apostoli per le vocazioni (Suore Apostoline), dedite all’apostolato vocazionale (1959) e con gli Istituti aggregati: San Gabriele Arcangelo, Maria SS.ma Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, si completa il grande « albero » della Famiglia Paolina, pensata e voluta da Dio.
Don Alberione è ora la guida di circa diecimila persone, inclusi pure i Cooperatori Paolini, tutte unite tra loro dallo stesso ideale di santità e di apostolato: l’avvento di Cristo, Via, Verità, Vita, nelle anime e nel mondo, mediante gli strumenti della comunicazione sociale.
Dalla Chiesa del Concilio a quella celeste
Negli anni 1962-1965 il Primo Maestro è protagonista silenzioso, ma molto attento del Concilio Vaticano II, alle cui quattro « sessioni » partecipa quotidianamente con vivo impegno. Giorno di particolare giubilo è il 4 dicembre 1963, in cui viene emanato il Decreto conciliare « Inter Mirifica » sugli strumenti della comunicazione sociale da assumersi come mezzi di evangelizzazione. Egli così commentò: « Ora non potete più avere dubbi. La Chiesa ha parlato ». E ancora: « Vi ho dato il meglio. Se avessi trovato qualcos’altro di meglio, ve lo darei ora, ma non l’ho trovato ».
Nel frattempo, non mancano tribolazioni e sofferenze al padre comune. Tra le più acute, la morte dei suoi primi figli e figlie. Il 24 gennaio 1948 torna al padre don Timoteo Giaccardo, che egli considera « fedelissimo tra i fedeli ». Quindi, il 5 febbraio 1964, don Alberione è colpito da un nuovo, profondo dolore per la morte della Prima Maestra Teda (Teresa Merlo), la donna che non dubitò mai e vide in Lui l’Uomo trasmettitore della Volontà di Dio. In quell’occasione don Alberione non si preoccupò di nascondere le lacrime.
Ormai verso la fine del cammino terreno, si può affermare che il segreto di tanta multiforme attività fu la sua vita interiore, per la quale egli realizzò l’adesione totale alla Volontà di Dio, e compì in sé la parola dell’Apostolo San Paolo: « La mia vita è Cristo ». Il Cristo Gesù, in particolare il Cristo Eucaristico, fu la grande, l’unica passione di don Alberione: « La nostra pietà è in primo luogo eucaristica. Tutto nasce, come da fonte vitale, dal Maestro Divino. Così è nata dal tabernacolo la Famiglia Paolina, così si alimenta, così vive, così opera, così si santifica. Dalla Messa, dalla Comunione, dalla Visita, tutto: santità e apostolato ».
Il Venerabile don Giacomo Alberione rimase sulla terra 87 anni. Compiuta l’opera che il Padre Celeste gli aveva dato da fare, il 26 novembre 1971, lasciò la terra per prendere il suo posto nella Casa del Padre. Le ultime ore di don Alberione furono confortate dalla visita e dalla benedizione del Papa Paolo VI, che non nascose mai la sua ammirazione e venerazione per don Alberione. Ad ogni membro della Famiglia Paolina è oltremodo cara la testimonianza che volle lasciare il Papa Paolo VI, nella memorabile Udienza concessa al Primo Maestro e a una folta rappresentanza di membri della Famiglia Paolina, il 28 giugno 1969 (il Primo Maestro aveva 85 anni): « Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera, sempre intento a scrutare i « segni dei tempi », cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni. Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di codesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa ».
Il 25 giugno 1996 il Santo Padre Giovanni Paolo II firma il Decreto con il quale vengono riconosciute le virtù eroiche e il conseguente titolo di Venerabile.
E’ stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II a Roma il 27 aprile 2003.

Autore: Don Luigi Valtorta, ssp – Postulatore Generale

1234

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01