Archive pour février, 2018

Le lacrime di Dio

la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 27 février, 2018 |Pas de commentaires »

IL DIO CHE HA PIANTO (2/2)

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IL DIO CHE HA PIANTO (2/2)

Pubblicato: 23 Febbraio 2013

di Giuseppe Pollano -

Il pianto di Gesù su Gerusalemme ci apre l’orizzonte della pietà di Dio, che soltanto i cristiani sono in grado di capire e di condividere. Perché qui Gesù estende il suo sguardo dove lo sguardo umano non arriva.
Gesù, quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!”. (Lc 19,41-42)
Artisti del centro Aletti, Il pianto di Gesù su Gerusalemme Gerusalemme, pur avendo respinto Gesù, è stata per secoli il luogo di incontro di Dio e dell’uomo. Dove doveva andare Gesù, per incontrare definitivamente l’uomo, se non nel luogo dell’incontro, il tempio, la città del tempio? Eppure Gerusalemme lo ha crocifisso fuori dalle mura. È questa dimensione religiosa, soteriologica, che strappa le lacrime del Signore.
Possiamo chiedergli perché ha pianto, cosa vedeva in quella città, tra l’altro così bella, così attiva, così laboriosa; avrà anche sentito la gente cantare nelle strade; era una città nel pieno della sua vivezza. Era primavera, tutto era in fiore: insomma cosa ha visto che lo ha fatto così piangere?
Possiamo cercare di capire i gradi del suo pianto: per amore della sua città santa, per la rottura della continuità delle alleanze, per la durezza dei cuori che hanno provocato la cecità, per la tenerezza divina che scorge il fallimento dei destini.
He Qi, Gesù fanciullo tra i dottoriGesù ha pianto per amore della sua bella città santa
Gesù è stato profondamente ebreo, un ebreo nel sangue, praticante, credente, un ebreo che ha pregato per anni e anni nella sinagoga con tutte le preghiere ebraiche e aramaiche che si dicevano da centinaia di anni. Dunque amava intensamente la sua città, sua nel senso che era la città santa. Quando gli ebrei una volta all’anno vi si recavano, esprimevano davvero una passione; era davvero un pellegrinaggio, era un cantar di salmi in cui credevano. Era forte il senso religioso che li sosteneva, così come la loro fede. Gesù ha vissuto tutto questo.
La prima volta che vi è andato, compiuti i dodici anni prescritti per la maggiore età, è corso al tempio ed è stato lì tre giorni a parlare di Dio con l’appassionato amore che adesso lo fa piangere alla vista della città tutta distesa sotto il suo sguardo, perché lui sa che ormai il tempio s’è svuotato. Non passeranno molti anni, e poi le legioni di Roma spianeranno tutto.
Beati se sapremo piangere quando vediamo tradimenti nella Chiesa, assistiamo a liturgie convenzionali e poco soddisfacenti, ad un certo modo di vivere la religiosità slavato e povero, a omelie che non sanno di niente, a ritualità stancanti: tutto questo non è il segno del trascendente e non attira i semi-credenti, anzi, li allontana dalla Chiesa.
Gesù ha pianto perché Gerusalemme ha spezzato il disegno di Dio
L’alleanza della creazione, l’alleanza con Noè, l’alleanza con Abramo, l’alleanza con Mosè sono state il crescere di una medesima alleanza che avrebbe avuto il compimento con la venuta di Colui che era l’Alleanza; invece c’è stato il brusco rompersi delle due alleanze che ancora adesso non si sono ricongiunte. Come poteva Gesù non piangere di una cosa simile?
Anche a noi accadono situazioni analoghe. Per esempio quando un padre e una madre, che vorrebbero la continuità della fede da parte dei figli, sanno piangere su loro se spezzano l’alleanza e se ne allontanano. L’essere capaci di piangere sulla rottura da generazione a generazione, da educatori a educati, su questo continuo frantumarsi di una continuità, rende il cuore più attento, più aperto, più missionario: non basta piangere sui fatti nostri.
Nel cap. 5 della Lumen Gentium è scritto che la Chiesa è stata chiamata ad un’universale santità, perché il popolo eletto esiste per santificarsi. Se questo popolo eletto, ad esempio, rompe la tradizione dei suoi santi, li appende solo ai muri, dice loro quattro preghiere al giorno, ma non ne segue l’esempio perché quelli sono santi, noi no, tradisce la sua elezione. Quante virtù adesso sono tutt’altro che scontate e sono diventate rare, come la verginità e la castità cristiana! Pensiamo anche solo all’aborto e all’eutanasia: c’è una mentalità distorta. C’è un degrado evidente, una rottura; una tradizione che si spegne. Come possiamo non piangere di una situazione simile?
James Tissot, Anna e CaifaGesù ha pianto anche per le durezze di cuore che hanno provocato la cecità su di lui
Piange su quelli che gli sono nemici, lui non ne ha; piange sui suoi prossimi crocifissori; piange su Anna, su Caifa, su tutti. È un uomo così santo che non riesce a non piangere neanche di fronte a Giuda: “Amico, è per questo che sei venuto?”.
Ebbene, dobbiamo ancora stare attenti, noi cristiani, ad evitare l’ultimo ostacolo: non piangere per quelli che ci sono nemici. Nessuno ci ha dato il diritto di non piangere per quelli che ci perseguitano o ci contrastano. Non solo. Poiché Gesù ha pianto indistintamente per Gerusalemme tutta, il cristiano diventa tanto più cristiano quanto più sa piangere su coloro che osteggiano Dio, Cristo e la Chiesa. Ci sono stati lunghi decenni in cui la Chiesa tradì quello che chiamiamo oggi l’atteggiamento apologetico e l’atteggiamento del dibattito, della discussione, dello scontro teologico e mentale: si discuteva ma non si piangeva.
Questo può accadere anche a noi; può perfino accadere che noi siamo capaci di distinguerci e dividerci all’interno della Chiesa per il semplice fatto che apparteniamo a gruppi diversi. Sono situazioni in cui il Signore diventa molto severo, il suo amore diventa esigente.
Gesù ha pianto perché scorge il fallimento dei nostri destini
Piangere sui peccatori è il vero segreto di Gesù, è la tenerezza di Dio.
Non tutti i cristiani, anche quelli che sanno piangere sulla morte umana, ci arrivano, perché ci vuole finezza, ci vuole Spirito di Dio, senso della grazia. Questo pianto è gratuito, non serve a niente lì per lì: eppure Dio gradisce questo pianto consapevole, come ha gradito quello di suo figlio. Piangere perché non hai più fede, piangere perché non preghi, piangere perché pecchi, piangere perché sei una povera società impenitente, piangere perché non te ne importa di Dio: di queste lacrime la nostra cultura è priva, perché non ne capisce neanche il senso. Ci sono atei che piangono su Lazzaro, a modo loro, ma nessuno piange perché una città è impenitente; ci vuole tutta una fede per arrivare a queste lacrime.
Anche noi cristiani rischiamo un po’ di mimetismo riguardo i destini umani, cioè ci pare un discorso un po’ da missionari, da gente specializzata, poiché intanto Dio è buono e in qualche maniera tutti si salvano; entriamo in una forma di genericismo, dove si affloscia il desiderio di dire agli altri Gesù Cristo, di comunicare la lettura dei destini umani. Invece questo è l’aspetto più missionario, più profondamente spirituale, quello che è proprio dentro il mistero della Croce, visto che Gesù è morto non soltanto perché Lazzaro risorgesse, ma perché i peccatori risorgessero dalla vera morte. Questa, insomma, è la realtà di quella che l’Apocalisse chiama “la morte seconda” (Ap 21,8): la morte ultima dalla quale non c’è rimedio, perché quello è l’inferno. Eppure la Pasqua è stata pensata e realizzata da Dio proprio per salvarci da questa morte seconda.
James Tissot, Gesù piange su GerusalemmeIl pianto spirituale di Dio si addice ai cristiani: i santi, come ad esempio il Cottolengo, ci mostrano come sanno piangere sugli altri, e per questo diventano giganti di pietà accorgendosi delle sofferenze che altri non vedono; santo non è uno che vuole gli altri in paradiso e intanto li lascia con le scarpe rotte, con lo stomaco vuoto.
Soltanto chi crede nell’eternità sa piangere su coloro che la stanno perdendo o che non la stanno accettando; allora vengono fuori le preghiere, le tue preghiere, le tue adorazioni, i tuoi sacrifici, che non hanno più un immediato obiettivo storico, ma che guardano le realtà ultime, si rendono conto che l’eternità c’è e vorrebbero che c’entrassero tutti. San Paolo si è fatto tutto a tutti per salvare almeno qualcuno: quanta umiltà c’è in questo straordinario apostolo. Non è pessimistico farsi tutto a tutti per salvare almeno qualcuno, è un obiettivo per cui vale la pena spendere tutto quanto. Teresa di Gesù Bambino morendo dice: “Non avrei mai immaginato di soffrire tanto”, poi però aggiunge: “Non me ne pento, non mi pento di aver offerto questo per i peccatori”. Ecco l’orizzonte dei santi, ecco il pianto del Signore.
È giusto che noi un po’ di queste lacrime le piangiamo. Esiste il dono delle lacrime, ma non è qualcosa di eccezionale: è un sentimento tipico dei cristiani, che non toglie loro la gioia, ma fa parte integrante della loro serietà.
Quindi prendiamo queste pochissime righe del vangelo, entriamo nella scena, immedesimiamoci in essa, guardiamo questo Gesù; vinciamo la resistenza del vederlo piangere e quando lo sentiamo singhiozzare, perché l’ha proprio fatto, allora entriamo in sintonia con questo Dio, condividiamo il suo cuore e avremo forse toccato uno dei momenti più intensi della sua esperienza umana. Avremo conosciuto Gesù molto meglio che leggendo un tomo di teologia.
Questo è il lavoro pratico del cristiano, ci farà molto più buoni, più lieti, più aperti.
Ci aiuti Maria che ha conosciuto e condiviso tutte le lacrime di Cristo: allora vivremo una quaresima feconda di salvezza.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall’autore

Publié dans:SPIRITUALITÃ |on 27 février, 2018 |Pas de commentaires »

Bibbia citazioni

la mia e paolo

Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2018 |Pas de commentaires »

MATERIALITÀ E SIMBOLOGIA BIBLICA DELL’ACQUA (RAVASI)

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it/2011/09/materialita-e-simbologia-biblica.html

MATERIALITÀ E SIMBOLOGIA BIBLICA DELL’ACQUA (RAVASI)

È questa la stagione nella quale riusciamo a comprendere in pienezza il valore di quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a « sor’acqua »: « utile et humile et pretiosa et casta ». Tanti sono i profili che questa realtà presenta, soprattutto a livello sociale, come vediamo ininterrottamente nelle « lotte per l’acqua », nelle tragedie legate alla siccità, nelle stesse politiche: si pensi, per stare vicino a noi, anche alla recente vicenda del referendum che l’aveva proprio per tema.
Si tratta, infatti, di una realtà veramente « utile et pretiosa », principio della nostra composizione organica e della stessa sopravvivenza. Noi ora ci accontenteremo di lasciare spazio alla Bibbia che ci parlerà non solo della « materialità » dell’acqua ma anche e soprattutto della sua « simbolicità ». … Un panorama assolato, una steppa arida, un’oasi verdeggiante incastonata in una valle, una pista che si dipana negli spazi solitari, qualche raro albero e cespuglio: può sembrare uno stereotipo paesaggistico orientale, ma è effettivamente questo l’habitat prevalente dell’uomo della Bibbia ed è così che l’acqua costituisce, ieri e oggi, il cardine dei desideri e delle contese, l’archetipo dei simboli e delle idee del nomade e del sedentario. La parola majim, « acqua », risuona oltre 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydor ritorna un’ottantina di volte nel Nuovo (metà di queste occorrenze sono nel solo Vangelo di Giovanni);
circa 1.500 versetti dell’Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono « intrisi » d’acqua, perché oltre ai vocaboli citati c’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il « mare », o dal più domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l’oceano e così via. Per non parlare poi dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il « battezzare » nel greco neotestamentario), lavare, purificare…. Un filo d’acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall’aridità. Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell’acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con « un fiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello » (Apocalisse, 22, 1). E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: « Dateci acqua da bere! » (Esodo, 17, 2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: « Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto – minaccia Elia – non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io » (1 Re, 17, 1). Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: « I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi » (14, 3-6)…. È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: « Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani » (28, 12). Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: « Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Matteo, 5, 45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque « dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto (…) e tutto canta e grida di gioia ». L’uomo dà il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica: basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo in Galilea l’imponente acquedotto o seguire la galleria (di 540 metri) scavata nell’VIII secolo prima dell’era cristiana, dal re Ezechia per portare l’acqua dalla sorgente di Ghicon fino alla riserva di Siloe a Gerusalemme (una lapide, conservata ora al museo archeologico di Istanbul evoca il momento emozionante della caduta dell’ultimo diaframma e dell’incontro delle due squadre di operai che da lati opposti avevano condotto lo scavo)…. Proprio perché è al centro della esistenza fisica, l’acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa trascendenza. Melville in quel particolare « romanzo d’acqua » che è Moby Dick scriveva: « Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, fratello di Giove? Certo tutto questo non è senza significato. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto ». La stessa chiave è, dunque, adottata anche nella Bibbia e secondo uno spettro molto variegato di significati, non solo positivi. Pensiamo solo al segno del diluvio come atto giudiziario divino compiuto attraverso l’acqua e allo stesso esodo nel mar Rosso che si chiude come un sepolcro di morte sugli Egiziani oppressori o al citato jam, il « mare », che meriterebbe una trattazione a sé stante, essendo per Israele il simbolo del caos, del nulla e persino del male: per questo Cristo cammina sulle onde e fa piombare i porci, animali impuri, nel mare e riesce a sostenere su quelle acque anche il discepolo impaurito, Pietro (Matteo, 14, 24-31)…. L’acqua è, però, prima di tutto e sopra tutto segno di vita e di trascendenza. Noi ora ci accontenteremo di mettere quasi in fila, in una sorta di elenco, alcuni dei tanti valori metaforici che le acque acquistano: esse, infatti, nella Bibbia non sono mai dolcemente contemplate come « chiare fresche dolci acque » alla maniera petrarchesca, ma sono celebrate come rimandi a realtà nascoste più alte. Così, l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione geremiana: « Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua » (2, 13). L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: « Verranno giorni – dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete d’acqua, ma di ascoltare la parola del Signore… Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca » (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11)…. L’acqua è simbolo della sapienza divina effusa in Israele: « Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (…) Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola! Ed ecco il mio canale è divenuto un fiume e il mio fiume un mare » (Siracide, 24, 23-25.28-29). L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: « Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua » (Isaia, 35, 6-7). Anzi, l’acqua diventa l’emblema di Cristo, come si intuisce nel celebre dialogo con la Samaritana: « Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna » (Giovanni, 4, 14). È per questo che l’evangelista testimonia con insistenza che dal costato del Cristo crocifisso « uscì sangue e acqua » (19, 34). E come si intuisce nelle parole destinate alla donna di Samaria, l’acqua diventa anche il segno della vita nuova del credente nel quale è effuso lo Spirito di Dio. Gesù, durante la festa ebraica delle Capanne (che comprendeva proprio un rituale con l’acqua di Siloe), aveva esclamato: « Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui » (Giovanni, 7, 7-39). L’acqua, allora, è immagine della vita nuova del fedele che con essa si purifica il cuore del male (« Lavami da tutte le mie colpe », Salmi, 51, 4), secondo quel rito lustrale che è presente in quasi tutte le culture religiose. Essa rappresenta, così, anche la rigenerazione interiore, destinata a dare frutti di giustizia: « Il giusto sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua; darà frutti a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai » (Salmi, 1, 3). Ma l’acqua rimane soprattutto il simbolo supremo di quel Dio di cui l’uomo ha sempre sete ed è questa la costante preghiera di tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero: « Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia (letteralmente « la mia gola ») ha sete di Dio, del Dio vivente (…) O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua… » (Salmi, 42, 2-3; 63, 2).
(©L’Osservatore Romano 2 settembre 2011)

Publié dans:c.CARDINALI, Card. Gianfranco Ravasi |on 26 février, 2018 |Pas de commentaires »

Trasfigurazione

la mia e paolo - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 24 février, 2018 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

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Nello splendore di Dio

don Roberto Rossi

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) 

E’ la domenica quaresimale della trasfigurazione di Gesù sul monte: un fatto straordinario con un significato particolare nell’esperienza dei tre apostoli che sono stati ammessi a contemplare il volto glorioso di Cristo. Lo stesso significato entra nella vita delle persone: dei credenti, della Chiesa, dell’intera umanità, nello svolgersi della loro esistenza concreta, dove si sperimentano, oltre le gioie, tanti problemi, difficoltà, drammi, morte… Come Cristo, il cristiano sa che il dolore e la morte non sono l’ultima parola, ma la penultima; l’ultima parola, che ritorna ad essere la prima, la vera, la definitiva, è la vita. Occorre illuminare l’esistenza con la luce della fede, con la luce di Cristo che è il Figlio di Dio onnipotente e Salvatore, anche quando passa attraverso la sua umile esistenza terrena, anche quando è sofferente e muore crocifisso. Non solo Dio è con noi, « l’Emmanuele », ma Dio è per noi, è il salvatore, l’avvocato, il redentore.
E’ S. Paolo che ci aiuta con una sua parola chiara e profonda. « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi; cioè lo ha offerto per tutti, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui »?.
Ecco la certezza della nostra fede, che diventa esperienza continua ogni giorno: Sì, Dio è per noi. Lui non ha risparmiato il proprio Figlio: suo Figlio è venuto sulla terra, ha vissuto nella povertà e nel servizio, ha sofferto la passione, è morto sulla croce. Dio ci ha dato tutto: ci ha « dato » il suo Figlio! Allora possiamo essere certi e aperti a una fiducia unica: Dio ci darà ogni cosa assieme a suo Figlio. Ogni cosa! Nella nostra esistenza, nelle nostre necessità, nei problemi o difficoltà, in vita e in morte e per l’eternità: Dio ci darà ogni cosa, come espressione del suo amore e perché possiamo vivere nella gioia vera del suo amore.
Per farci comprendere l’amore di Dio, infinito e drammatico, la liturgia ci riporta l’esperienza del sacrificio di Abramo che offre Isacco in olocausto sul monte. Abramo e Isacco sono « figure » anticipatrici e rivelatrici dell’amore del Padre dei cieli e del sacrificio del Figlio innocente e mansueto.
Ma il Signore ad Abramo, che pur aveva provato nella fede tutta la sofferenza del sacrificio del figlio, ad un certo punto risparmia Isacco. A se stesso Dio non ha risparmiato il Figlio, ma Egli lo ha offerto pienamente e totalmente fino alla fine, fino alla morte e alla morte di croce! Guardando Gesù crocifisso possiamo contemplare l’amore e la passione di Dio Padre, l’amore e la passione di Gesù salvatore. In quel supremo sacrificio c’è solo amore, offerta suprema di amore: quindi c’è vita, premessa di vita, inizio di vita. Dal seme che muore si svilupperà vita abbondante per tutti. Come per la fede di Abramo verrà una discendenza numerosa, così per il sacrificio di Cristo tutti potranno ottenere salvezza.
Ma poteva essere facile e possibile per gli apostoli capire questo, non scandalizzarsi, non abbandonare? No certo, come per noi non è per nulla facile e scontato. Ecco l’esperienza della trasfigurazione sul monte.
Gesù invita alcuni apostoli a salire su « un monte alto, in luogo appartato, loro soli ». E’ la ricerca di Dio, della contemplazione, E sul monte Tabor Gesù si trasfigura, cioè si fa vedere nella sua gloria di Figlio di Dio! Pietro esprime tutta la gioia di questa esperienza che vorrebbe non finisse più:  » E’ bello per noi stare qui… ». Ma Gesù li invita a scendere dal monte, a tornare alla vita ordinaria, addirittura li prepara alla sua passione e morte. Gli apostoli devono tornare alla vita di ogni giorno, devono affrontare anche i momenti più difficili, ma nella certezza che Gesù è il Signore, il Salvatore. Dice uno scrittore. »Dobbiamo portare nei giorni delle tenebre ciò che abbiamo sperimentato nei giorni della luce. » La fede è questo: la luce e la forza di Dio in ogni situazione della nostra vita.
Anche la nostra vita può incontrare dolori e sofferenze, tentazioni e sconfitte. Gesù oggi dice a ciascuno di noi: « non scoraggiarti, non arrenderti al male, non pensare che ti ho abbandonato, Dio ti vuole bene ed è sempre al tuo fianco, anche quando sembra assente ». La presenza di Dio è misteriosa ma reale, come quella di Gesù nella Trasfigurazione: ad occhi umani Gesù sembrava uomo come gli altri. Invece sul monte appare in tutta la sua gloria, per preparare gli apostoli ad essere forti di fronte al dolore della passione e alla morte.
La tentazione più grande di fronte alle sofferenze e a quelle del mondo è di ribellarci, perché non riusciamo a trovare una spiegazione razionale al dolore. Se Dio esiste e ci vuole bene, perché dobbiamo soffrire? Il dolore o la morte di una persona cara sono all’origine di tante crisi di fede. No, ribadiamolo continuamente: Dio ci darà ogni cosa! Dio ci porterà sempre nel suo amore!

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2018 |Pas de commentaires »

il Turibolo

la mia e paolo si

Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2018 |Pas de commentaires »
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